Archivi del mese: novembre 2016

“…ma in attendere è gioia più compìta”: il tema dell’attesa.

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Gustav Klimt, Fregio Stoclet: L’attesa, 1905-09

“Noi aspettiamo questo e siamo sorpresi da quello…”
L. Wittgenstein, Ricerche filosofiche, 1953

L’ATTESA DEL FUTURO

G. Leopardi, Dialogo di un Venditore di almanacchi e di un Passeggere

Il cortometraggio di E. Olmi, 1954

E. MONTALE, Gloria del disteso mezzogiorno, in Ossi di seppia, 1925

Gloria del disteso mezzogiorno
quand’ombra non rendono gli alberi,
e più e più si mostrano d’attorno
per troppa luce, le parvenze, falbe.

Il sole, in alto, – e un secco greto.
Il mio giorno non è dunque passato:
l’ora piú bella è di là dal muretto
che rinchiude in un occaso scialbato.

L’arsura, in giro; un martin pescatore
volteggia s’una reliquia di vita.
La buona pioggia è di là dallo squallore,
ma in attendere è gioia più compita.

E. Montale, Il sogno del prigioniero, da La bufera e altro, 1956

Albe e notti qui variano per pochi segni.

Il zigzag degli storni sui battifredi
nei giorni di battaglia, mie sole ali,
un filo d’aria polare,
l’occhio del capoguardia dello spioncino,
crac di noci schiacciate, un oleoso
sfrigolio dalle cave, girarrosti
veri o supposti – ma la paglia è oro,
la lanterna vinosa è focolare
se dormendo mi credo ai tuoi piedi.

La purga dura da sempre, senza un perché.
Dicono che chi abiura e sottoscrive
può salvarsi da questo sterminio d’oche ;
che chi obiurga se stesso, ma tradisce
e vende carne d’altri, afferra il mestolo
anzi che terminare nel paté
destinato agl’Iddii pestilenziali.

Tardo di mente, piagato
dal pungente giaciglio mi sono fuso
col volo della tarma che la mia suola
sfarina sull’impiantito,
coi kimoni cangianti delle luci
scironate all’aurora dai torrioni,
ho annusato nel vento il bruciaticcio
dei buccellati dai forni,
mi son guardato attorno, ho suscitato
iridi su orizzonti di ragnateli
e petali sui tralicci delle inferriate,
mi sono alzato, sono ricaduto
nel fondo dove il secolo e il minuto –

e i colpi si ripetono ed i passi,
e ancora ignoro se sarò al festino
farcitore o farcito. L’attesa è lunga,
il mio sogno di te non e finito.

C. Confalonieri, L’apertura di un a-venire tra  Leopardi, Montale e Zanzotto, in academia.edu

Leonard Cohen,  Waiting for the miracle, da The future, 1992

Baby, I’ve been waiting,
I’ve been waiting night and day
I didn’t see the time,
I waited half my life away
There were lots of invitations
And I know you sent me some
But I was waiting
For the miracle, for the miracle to come…

L’ATTESA DEL RITORNO

penelope

L. Pirandello, La camera in attesa [1916], da Novelle per un anno, a cura di Mario Costanzo, Premessa di Giovanni Macchia, I Meridiani vol. III, Arnoldo Mondadori editore, Milano 1990 

[…] Quanto alla candela confitta lì sul trifoglio della bugia, oh essa è così diritta e assorta nella sua gialla rigidità, che non si cura del dileggio di quelle due figurine smorfiose e del riso della panciuta boccetta, sapendo bene che cosa sta ad attendere lì, ancora intatta, così ingiallita.

Che cosa?

Il fatto è che da quattordici mesi quelle tre sorelle e la loro madre inferma credono di potere e di dovere aspettare così il probabile ritorno del fratello e figliuolo Cesarino, sottotenente di complemento nel 25° fanteria, partito (ormai son piú di due anni) per la Tripolitania e colà distaccato nel Fezzan. […]

L’attesa, di Piero Messina, 2015, liberamente tratto dalle novelle pirandelliane I pensionati della memoria (1914) e La camera in attesa (1916), a loro volta all’origine del dramma La vita che ti diedi (1923).

L’ATTESA METAFISICA

Estragone: Andiamocene.
Vladimiro: Non si può.
Estragone: Perché.
Vladimiro: Aspettiamo Godot.
Estragone: Già, è vero.
Samuel Beckett, Aspettando Godot (Atto I e passim)

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F. Casorati, L’attesa, 1918

A. Stara, «Non resta che aspettare». L’attesa nella letteratura del Novecento, in Le parole e le cose, 20 aprile 2016

D. BUZZATI, Il deserto dei Tartari, 1940

«Un presentimento – o era solo speranza – di cose nobili e grandi lo aveva fatto rimanere lassù, ma poteva essere anche soltanto un rinvio, nulla in fondo restava pregiudicato. Egli aveva tanto tempo davanti. Tutto il buono della vita pareva aspettarlo. […] Quanto tempo davanti! Lunghissimo gli pareva anche un solo anno e gli anni buoni erano appena cominciati; sembravano formare una serie lunghissima, di cui era impossibile scorgere il fondo, un tesoro ancora intatto e così grande da potersi annoiare. Nessuno che gli dicesse: “Attento, Giovanni Drogo!”. La vita gli pareva inesauribile, ostinata illusione, benché la giovinezza fosse già cominciata a sfiorire. Ma Drogo non conosceva il tempo. Anche se avesse avuto dinanzi a sé una giovinezza di cento e cento anni come gli dei. Anche questo sarebbe stata una povera cosa. […] Quanto tempo dinanzi, pensava. Eppure esistevano uomini – aveva sentito dire – che a un certo punto (strano a dirsi) si mettevano ad aspettare la morte, questa cosa nota e assurda che non lo poteva riguardare».

La strada e l’attesa nel Deserto dei Tartari di Buzzati, RAILetteratura. CLICCA QUI.

C. REBORA, Dall’immagine tesa, in Canti anonimi, 1920

Dall’immagine tesa
vigilo l’istante
con imminenza di attesa –
e non aspetto nessuno:
nell’ombra accesa
spio il campanello
che impercettibile spande
 un polline di suono –
e non aspetto nessuno:
fra quattro mura
stupefatte di spazio
più che un deserto
non aspetto nessuno:
ma deve venire;
verrà, se resisto,
a sbocciare non visto,
verrà d’improvviso,
quando meno l’avverto:
verrà quasi perdono
di quanto fa morire,
verrà a farmi certo
del suo e mio tesoro,
verrà come ristoro
delle mie e sue pene,
verrà, forse già viene
il suo bisbiglio.

T.S. Eliot, da Quattro Quartetti, East Coker, 1939

 […]
O buio buio buio. Tutti vanno nel buio.
Nei vuoti spazi interstellari, il vuoto va nel vuoto.
I capitani, gli uomini d’affari, gli eminenti letterati,
I generosi patroni dell’arte, gli uomini di stato e i governanti,
Gli esimi funzionari, i presidenti di molti comitati,
I capitani d’industria e i piccoli imprenditori, tutti vanno nel buio,
E bui il Sole e la Luna, e l’Alamanacco del Gotha
E la Gazzetta della Borsa, l’Annuario delle Società Anonime,
E freddo il senso e perduto il motivo dell’azione.
E tutti noi andiamo con loro, nel funerale silenzioso,
Funerale di nessuno, perché non c’è nessuno da seppellire.
Ho detto alla mia anima: taci, e lascia che scenda su di te il buio.
Che sarà l’oscurità di Dio. Come, in un teatro,
Si spengono le luci, per poter cambiare la scena
Con un cupo rombo d’ali, con un moto del buio sul buio,
E noi sappiamo che le colline e gli alberi, il panorama lontano
E l’ardita facciata imponente, tutto viene arrotolato e messo via…
O come quando un treno della ferrovia sotterranea si ferma troppo a lungo tra due stazioni
E s’ode la conversazione, poi un po’ per volta svanisce nel silenzio
E si vede che dietro ogni faccia si spalanca il vuoto mentale
E non resta che il crescente terrore di non aver nulla a cui pensare;
O quando, sotto l’etere, la mente è cosciente, ma cosciente di nulla…
Ho detto alla mia anima: taci, e attendi senza speranza
Perché la speranza sarebbe speranza mal collocata: attendi senza amore.
Perché l’amore sarebbe amore mal collocato; rimane la fede
Ma la fede e l’amore e la speranza stanno tutti nell’attesa.
Attendi senza pensiero perché non sei pronta al pensiero:
Così il buio sarà la luce, e la quiete la danza.
Mormorio di correnti ruscelli, e lampi d’inverno.
Il timo selvatico non visto, e la fragola dei boschi,
Le risa nel giardino, eco di un’estasi
Non perduta, ma che richiede, che tende all’agonia
Della nascita e della morte.
[…]
http://www.youtube.com/watch?v=Ga8tQrG4ZSw

L’ATTESA AMOROSA

La fatale identità dell’innamorato non è altro che: io sono quello che aspetta. […] Fare aspettare: prerogativa costante di qualsiasi potere, «passatempo millenario dell’umanità».
Roland Barthes, Frammenti di un discorso amoroso, 1977

Elisabetta Abignente, L’attesa amorosa, in “Le parole e le cose”, Quando il tempo si fa lento. L’attesa amorosa nel romanzo del Novecento: M. Proust, Th. Mann, G. García Márquez, Carocci, 2014)

Cesare Pavese, Wind of march, da  Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, Einaudi, Torino, 1951

Sei la vita e la morte.
Sei venuta di marzo
sulla terra nuda –
il tuo brivido dura.
Sangue di primavera
– anemone o nube –
il tuo passo leggero
ha violato la terra.
Ricomincia il dolore.

Il tuo passo leggero
ha riaperto il dolore.
Era fredda la terra
sotto povero cielo,
era immobile e chiusa
in un torpido sogno,
come chi piú non soffre.
Anche il gelo era dolce
dentro il cuore profondo.
Tra la vita e la morte
la speranza taceva.

Ora ha una voce e un sangue
ogni cosa che vive.
Ora la terra e il cielo
sono un brivido forte,
la speranza li torce,
li sconvolge il mattino,
li sommerge il tuo passo,
il tuo fiato d’aurora.
Sangue di primavera,
tutta la terra trema
di un antico tremore.

Hai riaperto il dolore.
Sei la vita e la morte.
Sopra la terra nuda
sei passata leggera
come rondine o nube,
e il torrente del cuore
si è ridestato e irrompe
e si specchia nel cielo
e rispecchia le cose –
e le cose, nel cielo e nel cuore
soffrono e si contorcono
nell’attesa di te.
È il mattino, è l’aurora,
sangue di primavera,
tu hai violato la terra.

La speranza si torce,
e ti attende ti chiama.
Sei la vita e la morte.
Il tuo passo è leggero.

25 marzo 1950

Radiohead, True love waits, da I might be wrong, 2001

And true love waits
In haunted attics
And true love lives
On lollipops and crisps…

Vincenzo Cardarelli, Oggi che t’aspettavo, da Giorni in piena, 1935

Oggi che t’aspettavo
non sei venuta.
E la tua assenza so quel che mi dice,
la tua assenza che tumultuava,
nel vuoto che tu hai lasciato,
come una stella.
Dice che non vuoi amarmi.
Quale un estivo temporale
s’annuncia e poi s’allontana,
così ti sei negata alla mia sete.

L’amore, sul nascere,
ha di questi improvvisi pentimenti.
Silenziosamente
ci siamo intesi.

Amore, amore, come sempre,
vorrei coprirti di fiori e d’insulti.

Nick Cave, Are You The One That I’ve Been Waiting For, da The boatman’s call, 1997

… As you’ve been moving surely toward me
My soul has comforted and assured me
That in time my heart it will reward me
And that all will be revealed
So I’ve sat and I’ve watched an ice-age thaw
Are you the one that I’ve been waiting for?…

Giorgio Caproni, Alba, da Il passaggio di Enea, 1948

Amore mio, nei vapori d’un bar
all’alba, amore mio che inverno
lungo e che brivido attenderti! Qua
dove il marmo nel sangue è gelo, e sa
di rifresco anche l’occhio, ora nell’ermo
rumore oltre la brina io quale tram
odo, che apre e richiude in eterno
le deserte sue porte?… Amore, io ho fermo
il polso: e se il bicchiere entro il fragore
sottile ha un tremitìo tra i denti, è forse
di tali ruote un’eco. Ma tu, amore,
non dirmi, ora che in vece tua già il sole
sgorga, non dirmi che da quelle porte
qui, col tuo passo, già attendo la morte.

Paolo Nutini, Candy, Sunny side up, 2009

… Oh, and I’ll be there waiting for you
Oh, I’ll be there waiting for you
I’ll be there waiting for you…

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Lucio Fontana, Concetto Spaziale, Attese, 1968

Velvet Underground, Waiting for the man. Filmings of Andy Warhol,1966 (band in a rehearsal)

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Work in progress… Please wait…

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Quel rito di passaggio chiamato calligrafia

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Dalle elementari alla Silicon Valley perché scrivere a mano aiuta a crescere
Venerdì e sabato si svolge all’Archivio di Stato di Milano il convegno “ La scrittura a mano ha un futuro?”

Marco Belpoliti, “La Repubblica”, 23 novembre 2016

Dal 1985 nelle scuole italiane non c’è più l’obbligo di addestrare nella calligrafia gli allievi delle elementari. La pratica è stata abolita. La conseguenza immediata è il prevalere delle “brutte scritture”, spesso illeggibili, al limite dell’agrafia; capita che gli insegnanti chiedano agli alunni che scrivono male di redigere temi, riassunti, o altri esercizi, in maiuscoletto. L’Italia non ha mai amato la calligrafia, nonostante la sua antica tradizione di scrittura elegante, che si lega alla vocazione tipografica e al lettering della nostra
cultura visiva. La Riforma Gentile nel 1923 aveva sostituito la parola “calligrafia” con l’espressione “bella scrittura” e sebbene la presenza di manuali per insegnarla nelle scuole dell’obbligo, come il famoso Marcucci (La Bella scrittura nelle scuole elementari), questa pratica fu svalutata a vantaggio delle attività dello Spirito.
Eppure lo scrivere a mano e in modo chiaro ed elegante è ancora molto importante. Nella mitica Silicon Valley i figli dei dipendenti delle industrie iper-tecnologiche (Google, Apple, Yahoo, Hewel Packard) frequentano scuole come la Waldorf, dove ogni attrezzatura elettronica è bandita; al tablet e alla lavagna elettronica — la celebre Lim, panacea di tutti i mali — vengono preferite attività manuali come scrivere a mano, lavorare a maglia, intarsiare il legno, che secondo i docenti favoriscono maggiormente le capacità di problem solving, di sintesi e soprattutto di coordinamento psico- motorio, come ricorda Antonella Poce nel saggio compreso in I bambini e la scrittura, curato da Benedetto Vertecchi (Franco Angeli). Sebbene oggi la scuola elementare latiti nell’ambito calligrafico, la pratica è di moda e, come molte cose espulse dalla porta, rientra dalla finestra.
Lo testimonia il convegno che si sta per aprire a Milano, «La scrittura a mano ha un futuro»  (25-26 novembre, Archivio di Stato, via Senato 10), curato dalla Associazione Calligrafica Italiana, oltre ai numerosi corsi frequentati da adulti e da bambini in tutta Italia. Monica Dengo, calligrafa, è una delle persone che più hanno promosso questo ritorno all’attività manuale. Nella prefazione al suo volume Scrittura corsiva. Un nuovo modello per la scuola primaria un type designer islandese, Gunnlaugur S. E. Briem, riferisce di una ricerca condotta negli Stati Uniti con bambini di età compresa tra i tre e i cinque anni. Divisi in due gruppi, è stato insegnato loro a scrivere usando la tastiera oppure a mano. Il gruppo di chi aveva appreso l’alfabeto a mano mostrava una maggior memoria rispetto all’orientamento delle lettere e distinguevano perfettamente la “p” dalla “q”; sottoposti a risonanza magnetica, manifestavano un’attività cerebrale simile a quella di un adulto; inoltre leggevano più rapidamente, dal momento che riconoscevano in anticipo le lettere, le “vedevano” rispetto ai bambini istruiti con il computer.
Certo, scrivere a mano non è affatto una cosa semplice. Narciso Silvestrini, studioso di teoria del colore e di geometria, ci ricorda che per poter scrivere con abilità occorre che il bambino possieda una raffinatezza nel movimento del braccio e della mano; tra l’omero e il pollice ci sono ben 29 ossa, che devono essere coordinate; questo avviene solo a partire dal quinto anno d’età, quando le abilità motorie cominciano ad accrescersi. La prima cosa che i bambini fanno con la matita è disegnare, mentre scrivere, oltre che un processo di apprendimento, necessità di un’ulteriore capacità motoria, come andare in bicicletta.
La scrittura diventa un fatto naturale, un abito psicofisico quasi spontaneo solo più tardi, come ha scritto Giorgio R. Cardona in Antropologia della scrittura (Utet), e si scrive così come si parla e come si gesticola. La scrittura a mano combina insieme vari aspetti complessi: quello linguistico (la lettera come simbolo che si rapporta con il suono), quello grafico (le lettere hanno una loro precisa forma), quello psicologico (la lettera è anche un modo di percepire ed esprimere se stessi). In un libro uscito qualche anno fa, molto utile per chi insegna a scrivere a mano, Scrivere meglio (Stampa Alternativa & Graffiti), Francesco Ascoli e Giovanni de Faccio mettono bene in mostra una cosa: ogni scrittura a mano corrisponde ad una personalità, l’evidenzia e l’esprime, in particolare la scrittura corsiva. Monica Dengo sostiene che la scrittura corsiva è la forma più evoluta, quella che permette il passaggio dal flusso dei pensieri al foglio; istituisce infatti un rapporto di continuità tra corpo, gesto e segno. Roland Barthes lo spiega bene in Variazioni sulla scrittura (Einaudi) del 1973: «Il rapporto con la scrittura è il rapporto con il corpo». Ci sono tante scritture quanti sono i corpi, e anche storicamente tante scritture quanti sono i supporti su cui gli uomini hanno scritto; inoltre, come ricorda il semiologo, scrivere non è solo un’attività tecnica, ma anche una pratica corporea di godimento. Spesso ci si dimentica di questo fondamentale aspetto. Barthes ribadisce come il tradizionale addestramento alla scrittura, partendo dal tracciare le aste prima delle lettere, fosse una pratica rigida che allontanava il godimento. Non a caso Maria Montessori suggeriva di iniziare con le forme rotonde. Nell’Ottocento l’insegnamento della scrittura era collegato a una sorta di ortopedia sociale: corpo eretto, posizione frontale, braccia appoggiate al tavolo, occhi disposti a eguale distanza dal foglio. La scrittura ha perciò a che fare con l’etica, scrive Barthes, com’è evidente in questa postura.
Perché a Silicon Valley insegnano pratiche lente come la calligrafia? Perché così si armonizzano meglio attività manuali e attività intellettuali. La rapidità della scrittura con la tastiera, priva di quella fisicità che avevano nel passato le macchine meccaniche, sviluppa una rapidità mentale quale valore, piuttosto che come un esito effettivo. Andare sempre più veloci, è il totem contemporaneo. E non c’è solo questo. Per arrivare a scrivere bene e chiaro, si è costretti a sperimentare, ha sostenuto Silvestrini, il vasto mondo delle forme grafiche, quello segnato da scarabocchi, graffi, sgorbi, quel caos scrittorio fondamentale nella formazione di ogni individuo, bambino o adulto che sia: tremolio, atarassia, pause, corea. È il vasto oceano dell’agitazione e del turbamento, il pelago che s’attraversa crescendo. Se non si scrive più a mano si smarrisce un altro dei fondamentali riti di passaggio, e svanisce insieme la memoria di quante emozioni e sconcerti comporti l’atto dello scrivere nel lento processo del diventare adulti.

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End of all days

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                                      John Martin, “La fine del mondo”, 1851-1853

A che ora è la fine del mondo?

Si parla di Apocalisse tutte le volte in cui la Storia subisce, come nel tempo che stiamo vivendo, accelerazioni improvvise. Ma se, più che un concetto negativo, fosse da intendersi come la nascita di una nuova consapevolezza?
Ogni singolo individuo, se ripercorre la sua traiettoria e il suo passato, può dire di avere assistito alla scomparsa di un’epoca Ma forse, adesso, con l’evoluzione scientifica e la tecnologia che cambiano di continuo le nostre percezioni, a terminare davvero sarà l’idea di considerarsi ancora i soli protagonisti dell’universo

Marc Augé, in “Repubblica Cult”,  20 novembre 2016

Il tema della fine del mondo ha sempre ossessionato l’universo abramitico, come l’immagine di una seconda morte dopo quella di ciascuno dei miliardi di individui che nel corso del tempo avevano conosciuto, ognuno per proprio conto, la prova della morte e del giudizio di Dio. È il cristianesimo che spinge fino all’estremo questa visione con il dogma della risurrezione della carne: tutti i morti risusciteranno e ritroveranno un involucro corporeo prima del giorno del giudizio. Anche il Cristo ritroverà il suo corpo umano, il suo “corpo glorioso” fornito di poteri speciali; tutti i beati, analogamente, si reincarneranno in un corpo glorioso. Resta nel vago la natura del corpo in cui si reincarneranno i dannati, sottoposti in qualche modo a una pena doppia, considerando che il giorno del giudizio non rappresenta una sentenza d’appello, ma conferma, in linea di principio, quella che è stata pronunciata alla morte di ogni individuo.
Questo giorno del giudizio vedrà riunita un bel po’ di gente, perché già oggi si calcola che siano morti 108 miliardi di esseri umani dall’apparizione dell’uomo sulla Terra. Se pensiamo che per ogni individuo la morte rappresenta la fine del mondo, bisogna ammettere che ogni anno il mondo finisce per 59 milioni di esseri umani.
Oggi possiamo avere la percezione che la fine del mondo nel senso abituale del termine, per lontana che sia, si stia già profilando, per il modo dispendioso e incontrollato con cui l’umanità, in crescita demografica galoppante, tratta o per meglio dire maltratta il pianeta Terra. Proviamo un senso di colpa collettivo per questa situazione, e in un certo senso ci sottoponiamo anticipatamente al giudizio che potrebbe essere pronunciato sull’imprevidenza umana. Ci avvertono continuamente dei rischi che comporta il riscaldamento dell’atmosfera eppure continuiamo a riversare anidride carbonica nell’aria, a prosciugare le ricchezze della terra e a sotterrarci dentro rifiuti di ogni sorta, comprese le scorie nucleari. E vediamo i più previdenti interessarsi alle scialuppe di salvataggio del nuovo Titanic su cui tutti saremo imbarcati: un miliardario progetto di colonizzare Marte, altri pensano alla criogenia per fuggire e rinascere in un mondo migliore, su un altro pianeta, come in 2001 Odissea nello spazio, all’occorrenza con un corpo migliorato e tecnologicamente “glorioso”.
Ma se si eccettuano queste visioni di fuga nell’universo, uno dei grandi paradossi della nostra epoca è piuttosto il seguente: più la scienza appare come il solo ambito dell’attività umana in cui si possa parlare con sicurezza di progresso, meno sembra capace di ispirare a un vasto pubblico un sentimento di adesione spontanea. Forse ci stiamo abituando a non pensare più veramente nel tempo, a pensare il tempo, e le tecnologie della comunicazione ci trasmettono troppo facilmente il sentimento di vivere in un eterno presente. Ogni singolo individuo, se ripercorre la sua traiettoria, il suo passato, può dire di aver vissuto la fine di parecchi mondi, ma al tempo stesso è certo di non avere la minima presa su questa accelerazione della storia, fatica a darle un senso.
Negli anni Quaranta, in Bretagna, ho conosciuto una vita abbastanza vicina a quella che doveva essere la vita nel XIX secolo: le cappelle intorno al villaggio dove viveva la mia famiglia erano consacrate a dei santi guaritori legati a fonti miracolose: una curava le malattie degli occhi, un’altra proteggeva la salute dei cavalli. Oggi l’allevamento intensivo dei maiali deve fare i conti con le difficoltà del mercato mondiale e le pale eoliche sparpagliate per il paesaggio sembrano testimoniare la crisi delle energie di origine fossile: insomma, siamo immersi nei problemi del XXI secolo, come se il XX, malgrado le sue due guerre mondiali, fosse stato aggirato. È una sensazione senza alcun fondamento storico, ma che corrisponde, secondo me, a quello che ci può ispirare lo spettacolo dei cambiamenti in costante accelerazione e lo sgretolamento dei paradigmi che in teoria dovrebbero spiegarlo.
Il tema della fine del mondo emerge quando la storia si accelera e quando scompare il tema del fine (non la fine) della storia. La fine delle grandi narrazioni di cui ha parlato Lyotard può apparirci come una regressione intellettuale, per esempio uno svelamento dei rapporti di forza tra nazioni, senza un’autentica posta in gioco intellettuale e ideologica. Putin non è Lenin. Obama non è Jefferson e nemmeno Newton. Il tenore dei messaggi che fanno più proseliti nel mondo oggi è esplicitamente religioso. Questa constatazione del mondo com’è oggi, con le sue tecnologie di comunicazione indifferenti al tenore dei messaggi, lo spettacolo di una commedia politica che traveste o dissimula gli interessi finanziari dei più ricchi, i calcoli freddi dei pensatori di un certo islam che aspirano a sottomettere il pianeta, tutto questo potrebbe incoraggiare la visione di un mondo allo stremo, destinato alla violenza o all’alienazione.
Ma mi sembra che se prestiamo attenzione al fatto che la storia non è mai stata un lungo fiume tranquillo, i violenti sussulti a cui assistiamo oggi possano essere interpretati come un parto, più che come un’agonia.
Forse c’è un nuovo mondo che sta nascendo nel dolore.
1) La morte delle ideologie e la fine delle grandi narrazioni possono essere considerate come il progresso di un’ottica scientifica. La scienza procede per grandi ipotesi, ma le sottopone a verifica e al bisogno le corregge o le abbandona. Il concetto di “revisionismo” non è scientifico. Forse ben presto impareremo a produrre e sperimentare ipotesi politiche o socioeconomiche.
2) Viviamo un radicale cambiamento di scala, che non si limita al nostro pianeta. Stiamo uscendo pian piano dal geocentrismo: ci sono miliardi di sistemi solari nella nostra galassia, miliardi di galassie nell’universo conosciuto. Questa constatazione conforterebbe l’ipotesi che non è la storia che si conclude, ma la preistoria dell’umanità come società planetaria. La fantascienza si interessava ai marziani. Ora comincia la storia dei terrestri.
3) I progressi della scienza sono anch’essi in accelerazione costante. Oggi sappiamo infinitamente più cose di cinquant’anni fa, e non possiamo immaginare quale sarà lo stato delle nostre conoscenze fra cinquant’anni.
4) Una sola finalità: la conoscenza. L’uomo terrestre nascerà il giorno in cui tutti gli esseri umani saranno interessati a sapere cosa sono. L’utopia dell’istruzione è il futuro dell’umanità.
5) Per diventare dei terrestri, ci rimane solo da riconoscere la tripla dimensione dell’essere umano (individuale, culturale e generica), ogni individuo deve riconoscere in sé e in ognuno degli altri la sua parte di umanità generica, indipendentemente dal sesso e dall’origine. Quando Armstrong ha camminato sulla Luna abbiamo detto: l’uomo ha camminato sulla Luna. Io amo citare la formula di Sartre: «Ciascun uomo è tutto l’uomo».
6) La dimensione generica è transculturale. Oltrepassa l’identità ristretta di ogni cultura; è compito della democrazia sciogliere più che può la tensione tra le costrizioni del “senso sociale” che definisce le relazioni all’interno di una cultura e il bisogno di iniziativa dell’individuo, altrimenti detto libertà individuale.
( Traduzione di Fabio Galimberti)

L’antropologo francese Marc Augé ( nato a Poitiers nel 1935) ha discusso sul tema della fine del mondo in una conferenza al Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci di Prato che ha riaperto sotto la direzione di Fabio Cavallucci.

APOCALISSE: un’antologia

SENECA, Thyestes, vv. 828-883

CHORUS
Sed quidquid id est, utinam nox sit!
trepidant, trepidant pectora magno
percussa metu: ne fatali cuncta ruina               830
quassata labent iterumque deos
hominesque premat deforme chaos,
iterum terras et mare cingens
et uaga picti sidera mundi
natura tegat. Non aeternae
facis exortu dux astrorum
saecula ducens dabit aestatis
brumaeque notas, non Phoebeis
obuia flammis demet nocti
Luna timores uincetque sui                                    840
fratris habenas curuo breuius
limite currens. Ibit in unum
congesta sinum turba deorum.
hic qui sacris peruius astris
secat obliquo tramite zonas,
flectens longos signifer annos,
lapsa uidebit sidera labens;
hic qui nondum uere benigno
reddit Zephyro uela tepenti
Aries praeceps ibit in undas,                                   850
per quas pauidam uexerat Hellen;
hic qui nitido Taurus cornu
praefert Hyadas, secum Geminos
trahet et curui bracchia Cancri;
Leo flammiferis aestibus ardens
iterum e caelo cadet Herculeus,
cadet in terras Virgo relictas
iustaeque cadent pondera Librae
secumque trahent Scorpion acrem.
et qui neruo tenet Haemonio                                   860
pinnata senex spicula Chiron,
rupto perdet spicula neruo;
pigram referens hiemem gelidus
cadet Aegoceros frangetque tuam,
quisquis es, urnam; tecum excedent
ultima caeli sidera Pisces,
monstraque numquam perfusa mari
merget condens omnia gurges;
et qui medias diuidit Vrsas,
fluminis instar lubricus Anguis                                 870
magnoque minor iuncta Draconi
frigida duro Cynosura gelu,
custosque sui tardus plaustri
iam non stabilis ruet Arctophylax.
Nos e tanto uisi populo
digni, premeret quos euerso
cardine mundus? in nos aetas ultima uenit?
o nos dura sorte creatos,
seu perdidimus solem miseri,                                        880
siue expulimus! abeant questus, discede timor!
uitae est auidus quisquis non uult
mundo secum pereunte mori.

Che cos’è tutto questo?
Oh fosse, fosse la notte!
Tremano, i cuori, tremano
percossi da grande paura
che non crolli, squassato, l’universo
nella fatale rovina,
che non ripiombi il Caos, l’informe Caos
sopra uomini e dèi,
che non ricopra Natura,
nel suo abbraccio cingendoli, il mare
e le terre e le vaghe stelle
che dipingono il cielo.
Non sarà più il re degli astri, che, la sua face eterna levando, guida il corso dei secoli, a stabilire il tempo dell’estate, dell’inverno. Non sarà la Luna, che scende incontro ai raggi di Febo, a scacciare i timori della notte, a vincere il cocchio del fratello correndo sull’orbita più breve. A precipizio, insieme, in una massa sola, cadranno tutti gli dèi.
Colui che, dai sacri astri percosso, nella sua ellissi ritaglia le zone del cielo e scandisce le lunghe stagioni, cadendo vedrà cader le stelle – lo Zodiaco; quegli che, a stagione ancor non propizia, affida al tiepido Zefiro le vele, precipiterà nelle acque su cui portò la trepida Elle – l’Ariete; quegli che, con le sue corna lucenti, spinge innanzi le Iadi, seco trarrà i Gemelli e le braccia del Cancro ricurvo – il Toro; ardendo dei fuochi dell’estate, ricadrà dal cielo la fiera di Ercole, il Leone; cadrà sulle terre che ha disertato la Vergine, e cadranno, seco traendo il pungente Scorpione, i giusti pesi della Libra; e quegli che tiene incoccate, sul tessalo arco, le frecce pennute, spezzatosi l’arco perderà le frecce, il vecchio Centauro Chirone; gelido cadrà il Capricorno che riporta il neghittoso inverno e la tua urna infrangerà, Acquario; con te cadranno, ultime stelle in cielo, i Pesci, e saranno sommersi, dal gorgo che accoglie tutte le cose, i Carri dell’Orsa, che mai il mare ha spruzzato; e quegli che sta, come un fiume, tra l’una e l’altra Orsa, precipiterà, il lubrico Serpente, e così l’Orsa minore congiunta, nel suo rigido gelo, al grande Dragone, e così il custode del suo carro, il lento e non più stabile Boote.
Noi, proprio noi,
di tante generazioni,
siamo stati prescelti?
Noi, proprio noi,
saremo travolti dal mondo
che vuol spezzare il suo asse?
Cadrà su di noi l’ultima ora?
A dura sorte
fummo creati, noi miseri. Il Sole
o l’abbiamo perduto
oppure l’abbiamo scacciato.
Basta, non più lamenti,
non più timore. Troppo
è avido di vita
colui che non vuole morire
quando con lui perisce
l’universo.

PER APPROFONDIRE: EMANUELE NARDUCCI,  PROVVIDENZIALISMO E ANTIPROVVIDENZIALISMO IN SENECA E IN LUCANO. CLICCA QUI.

Albrecht Dürer, dalle Illustrazioni dell’Apocalisse di Giovanni di Patmos, 1496-1498

Apocalisse nell’arte: CLICCA QUI per approfondire.

Ogni parte dell’universo si affretta infaticabilmente alla morte, con sollecitudine e celerità mirabile. Solo l’universo medesimo apparisce immune dallo scadere e languire: perocché se nell’autunno e nel verno si dimostra quasi infermo e vecchio, nondimeno sempre alla stagione nuova ringiovanisce. Ma siccome i mortali, se bene in sul primo tempo di ciascun giorno racquistano alcuna parte di giovanezza, pure invecchiano tutto dì, e finalmente si estinguono; così l’universo, benché nel principio degli anni ringiovanisca, nondimeno continuamente invecchia. Tempo verrà, che esso universo, e la natura medesima, sarà spenta. E nel modo che di grandissimi regni ed imperi umani, e loro maravigliosi moti, che furono famosissimi in altre età, non resta oggi segno né fama alcuna; parimente del mondo intero, e delle infinite vicende e calamità delle cose create, non rimarrà pure un vestigio; ma un silenzio nudo, e una quiete altissima, empieranno lo spazio immenso. Così questo arcano mirabile e spaventoso dell’esistenza universale, innanzi di essere dichiarato né inteso, si dileguerà e perderassi.

G. Leopardi, da Cantico del Gallo Silvestre, dalle Operette Morali, 1827

End of the world Party, 2012, Sculptural installation made in collaboration with Scott Andrew.

 “La vita attuale è inquinata alle radici. L’uomo si è messo al posto degli alberi e delle bestie ed ha inquinato l’aria, ha impedito il libero spazio […]. L’occhialuto uomo inventa gli ordigni fuori del suo corpo e se c’è stata salute e nobiltà in chi li inventò, quasi sempre manca in chi li usa. Gli ordigni si comprano, si vendono e si rubano […]. Quando i gas velenosi non basteranno più, un uomo fatto come gli altri, ma degli altri un po’ più ammalato, ruberà tale esplosivo e si arrampicherà al centro della terra per porlo nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo. Ci sarà un’esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie”. Italo Svevo, La coscienza di Zeno, 1923

Tempo ammalato, linguaggio ammalato, libido ammalata, comportamento ammalato, vita ammalata…, è più che evidente che non bisogna scorgere qui una vaga allegoria al peccato originale, o una qualche altra lamentazione metafisica. Si tratta di vita quotidiana e di esperienza diretta del mondo. Con questo Italo Svevo vuol dirci che nella nostra società moderna, più niente è naturale. E non c’è neppure motivo di rammaricarsene. Si potrà senz’altro essere contenti, fare all’amore, fare affari, fare la guerra, scrivere romanzi: ma niente si potrà più fare senza pensarci sopra, nel modo naturale con cui si respira l’aria. Ogni nostra azione si riflette su se stessa e si carica di problemi. Sotto i nostri occhi, il semplice gesto che si fa per stendere la mano, diventa strano e goffo; le parole che ci ascoltiamo pronunciare, mandano d’improvviso un suono falso; le lancette del nostro spirito non corrono più come quelle degli orologi; e l’opera romanzesca, a sua volta, non può più essere innocente.
A. ROBBE-GRILLET, La coscienza ammalata di Zeno (1954), in Il nouveau roman, introduzione di Luciano De Maria, trad. italiana, Milano, Sugar Editore, 1965

Dr. Strangelove or: How I Learned to Stop Worrying and Love the Bomb, di Stanley Kubrick, 1964


Armando Massarenti, Scommesse sulla fine del mondo, “Il Sole 24 Ore”, 16 gennaio 2011

Se volete chiarirvi le idee sul vostro reale tasso di catastrofismo, la cosa migliore è seguire la moda in voga tra scienziati come Stephen Hawking o il suo collega Sir Martin Rees, astronomo della casa reale inglese: tradurre le proprie convinzioni e credenze in termini di scommesse. Quanto sareste disposti a puntare sul fatto che l’acqua alta arriverà al punto di distruggere Venezia entro giugno di quest’anno? Probabilmente neanche un centesimo. E entro il 2030? È un ottimo metodo, utile anche per autodiagnosticare eventuali psicopatologie da fine del mondo, come quelle a loro tempo studiate dall’antropologo Ernesto De Martino e dallo psicologo Giovanni Jervis, distinguendo ciò che di malato c’è in certi nostri modi di vedere le cose da ciò che è fondato razionalmente, ciò che è ascrivibile a paure irrazionali, o a credenze in stile new age, da eventi realmente possibili alcuni dei quali per nostra diretta responsabilità.
Sicuramente tra qualche miliardo di anni la vita della terra conoscerà una sua fine. Avverranno con certezza due processi catastrofici nel vero senso della parola: la turbolenta fase finale del sole e la collisione della nostra galassia con quella di Andromeda. Non sappiamo se l’uomo sarà testimone di questi eventi. La specie umana, pur essendo relativamente giovane, ha avuto un processo evolutivo rapidissimo e potrebbe altrettanto velocemente estinguersi. L’estinzione potrebbe essere causata da una catastrofe naturale di immani proporzioni, come quella che portò all’estinzione dei dinosauri 65 milioni di anni fa. Ma ci sono altre possibilità. Che una tremenda crisi climatica, la fine delle risorse energetiche, una pandemia incontenibile, deflagrazioni nucleari, rivolte di robot divenuti intelligentissimi, cancellino l’essere umano dal pianeta. O altre ipotesi strampalate. Asteroidi killer che si abbattono improvvisamente sulla terra. Esplosioni di particelle del sole che la nostra magnetosfera non riesce a contenere causando l’inversione dei poli magnetici terrestri. Raggi gamma emessi da una supernova vicina. La terra che viene inghiottita da un buco nero di passaggio.
Secondo il celebre Argomento del Giorno del Giudizio di Brandon Carter, è improbabile che l’aumento demografico, che finora ha avuto un avanzamento straordinario, possa avere un ulteriore incremento altrettanto veloce. È più probabile che non si vada oltre l’attuale “picco” demografico di circa 7 miliardi di individui, oltre il quale si innesca il processo di estinzione. Ma i rischi maggiori sono quelli di oggi, presenti nell’era dell’aumento della popolazione. Martin Rees ha scommesso 1.000 sterline – lo so, non è una gran cifra – che un singolo evento, causato da un disastro biotecnologico o bioterroristico, ucciderà un milione di persone prima del 2020. Nel suo libro del 2003 Il secolo finale. Perché l’umanità rischia di autodistruggersi nei prossimi cento anni calcolava anche che le probabilità di distruzione totale entro il 2100 sono circa del 50 per cento. Ha fatto bene i calcoli? Fareste anche voi le stesse scommesse? Il fatto è che i pericoli delle tecnologie più recenti secondo Rees sono meno controllabili di quelli, con cui ci siamo a lungo confrontati, di una catastrofe nucleare. E i nostri attacchi all’ambiente potrebbero generare danni ben maggiori di quanto calamità naturali, eruzioni e impatti di asteroidi siano mai state finora in grado di fare.
Certo è che lo spauracchio della fine del mondo è un magnifico espediente per ottenere un po’ di concentrazione anche dagli individui più distratti. Per quanto fosse importante, nel 2008, la notizia dell’inaugurazione dell’LHC, il nuovo acceleratore di particelle del Cern di Ginevra, riuscì ad attirare l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale non tanto per l’importanza dell’evento in sé, bensì per l’idea che era andata diffondendosi nei mesi precedenti secondo cui, attraverso scontri di particelle, accelerati a energie elevatissime, utili a indagare il fenomeno del Big Bang da cui luce e materia si sono generate, si sarebbe in realtà provocata una esplosione tale da causare una catastrofe planetaria. In altre parole, applicando la sua solita hubrys conoscitiva all’inizio di tutto ciò che esiste, l’uomo avrebbe così causato la propria stessa fine, creando un apocalittico buco nero che avrebbe inghiottito la Terra.
Quanto scommettereste sul fatto che ciò possa avvenire davvero? Se direte ancora «neanche un centesimo» allora vorrà dire che l’informazione scientifica in questi anni ha svolto bene il proprio compito. D’altro canto, non c’è nulla di male nel voler approfittare della naturale credulità umana in tema di catastrofi, a patto di trattare poi questi temi in maniera razionale e informata. Perché di catastrofi reali o del tutto probabili, naturali o causate dall’uomo, è pieno il mondo: guerre nucleari, bioterrorismo, esplosioni demografiche, inquinamento, senza contare tsunami, terremoti, inondazioni, carestie, pandemie. Che fare? Gli abitanti dell’isola di Pasqua adottavano comportamenti autodistruttivi che li portarono all’estinzione. Perché non sono corsi ai ripari? D’altro canto non è difficile enumerare i motivi per cui il genere umano è nella sua interezza destinato a finire, prima o poi, la sua corsa. Ma oggi non si può dire che non si stiano adottando manovre di contenimento dei disastri, naturali e di altro genere. C’è anche chi studia, tra i nuovi 500 pianeti extrasolari appena scoperti, quelli che potrebbero ospitare la vita in un lontano futuro, quando l’esistenza non potrà essere più possibile sulla Terra. Quanto alla fine dell’universo, «quand’anche fosse destinato al collasso – ha detto Stephen Hawking – posso dire con fiducia che non smetterà di espandersi per miliardi di anni. Non mi attendo di vivere abbastanza per vedermi accusare da qualcuno di aver sbagliato».
Per spingerci a ragionare su temi di questo tipo e per proporre un bel po’ di aggiornata informazione scientifica gli organizzatori del Festival delle scienze di Roma hanno voluto persino approfittare della bufala apocalittica del momento, la diceria secondo cui la fine del ciclo cosmico dei Maya, il 21 dicembre 2012, coinciderebbe con il Giorno del Giudizio. D’altro canto anche la Nasa ha dedicato un intero sito alla loro confutazione. I Maya attribuivano un grande valore simbolico all’allineamento del sole con il centro galattico. Ma di recente in più occasioni il sole, la terra e il centro galattico si sono già trovati allineati. Nel 1998 l’allineamento era perfetto, e non si è verificata nessuna catastrofe, dal momento che si tratta di posizionamenti astronomici su linee ideali immaginate dall’uomo quali punti di riferimento nello spazio.
Scommettere sulla catastrofe del 2012, dunque, non è molto intelligente. Eppure, come afferma lo scrittore inglese Ian McEwan, che inaugurerà il Festival, «oggi assistiamo all’imponente risorgere del pensiero apocalittico perché la scienza e la cultura non sono ancora riuscite a trovare una mitologia che possa competere con il fascino della fine». C’è un delightful horror, un orrore dilettevole, sublime, nell’immaginare la fine. E forse per contrastarlo o domarlo il trucco è quello di alimentare da un lato la curiosità umana allo scopo di ottenere una visione esatta, e in qualche modo liberatoria, delle catastrofi che ci colpiranno, e dall’altro la capacità di applicare ad esse una forma di travolgente umorismo, come accade nel suo ultimo romanzo, Solar (Einaudi).
Il fisico Willard Wells (un nome quasi da guerra dei mondi), in Apocalypse When? Calculating How Long the Human Race Will Survive (Springer), di cui parlerà a Roma, ci incita a calcolare meglio il rischio catastrofe. Secondo i suoi rigorosi calcoli matematici «il rischio di un grande cataclisma, un vero e proprio collasso della popolazione mondiale, è già in atto per l’1% all’anno. I bambini di oggi potrebbero arrivare a vederne le conseguenze domani. Questo rischio è direttamente proporzionale alla popolazione mondiale. Se la popolazione raddoppia, il rischio raddoppia. In ogni caso, rientra in quel range che le compagnie di assicurazione normalmente fanno sottoscrivere per contratto: come incendi, terremoti, disabilità». La probabilità che la nostra specie sopravviva a lungo termine è alta, addirittura del 70%, secondo Wells, semplicemente perché, se per caso ci fosse un cataclisma naturale, questo spazzerebbe via i pericoli provenienti dall’attività tecnologica umana e dall’eccesso demografico. C’è una certa dose di ironia e di paradosso in questa conclusione: «Uno scienziato pazzo cerca di sterminare la razza umana, ma l’1% della popolazione sopravvive. In questo modo, egli finisce col preservare involontariamente l’umanità dall’autoestinzione. Al contrario, un grande eroe potrebbe prevenire il collasso della civiltà, ma facendo questo egli favorisce l’autoestinzione». Materia per una magnifica opera di fantascienza, piena di intelligenza e di humour. Potrei scommettere fino a due euro che qualcuno la scriverà entro il 2020.

Shezad Dawood, Until The End Of The World, 2008, neon, timer and aluminium encased mirrors, 1200 x 180 cm. Installation view at The Third Line, Dubai

PER APPROFONDIRE

Enrico Baj, Apocalisse, 1978

Vidi l’Agnello aprire il primo dei sette sigilli. […] Guardai e vidi un cavallo bianco. Il suo cavaliere teneva in mano un arco. Dio gli fece dare una corona, simbolo di trionfo, ed egli passò da una vittoria all’altra, sempre vincitore. […] Quando Dio aprì il secondo sigillo […] si fece avanti un altro cavallo, rosso fiammante; al suo cavaliere Dio diede una grande spada e il potere di far sparire la pace dalla terra. […] Quando l’Agnello aprì il terzo sigillo […] guardai e vidi un cavallo nero. Il suo cavaliere teneva in mano una bilancia”. Infine “guardai e vidi un cavallo color cadavere. Il suo cavaliere si chiamava Morte, ed era accompagnato da un esercito di morti” (Apocalisse, 6, 1-8).

F. La Mantia – S. Ferlita, La fine del tempo. Apocalisse e post-apocalisse nella narrativa novecentesca, Franco Angeli, 2015

Percorsi apocalittici in Italia (luoghi e arte del medioevo italiano): CLICCA QUI.

M. LINO,  PERFORMANCES DELL’APOCALISSE NELLA LETTERATURA E NEL CINEMA DEL POSTMODERNO. CLICCA QUI per accedere alla risorsa online.

Merry Apocalypse! Clicca qui.

L’oscurità in cui si svegliava in quelle notti era cieca e impenetrabile. Un’ oscurità che faceva male alle orecchie a forza di ascoltare. Spesso non poteva fare a meno di alzarsi. Non un suono oltre al vento fra gli alberi nudi e anneriti. Si alzò in piedi e rimase lì, vacillante in quel buio freddo e autistico, le braccia tese per mantenersi in equilibrio mentre i calcoli vestibolari in corso nel suo cervello sfornavano risultati. Una vecchia storia. Inseguire la verticalità. Non c’è caduta che non vada per gradi. Si addentrò nel nulla a lunghi passi di marcia, contandoli per riuscire poi a tornare. Occhi chiusi, remate di braccia. Verticalità rispetto a cosa? Un’entità senza nome nella notte, vena o matrice. Attorno alla quale lui e le stelle giravano come un unico satellite. Come il grande pendolo nella sua rotonda che segna i lunghi moti giornalieri dell’universo di cui sembrerebbe che non sappia nulla e tuttavia non può non sapere.

Cormac McCarthy,  La strada,  traduzione di  Martina Testa, Torino, Einaudi, 2007

Ernesto Cardenal Martínez, Apocalipsis,1965

Y en el cielo vi una gran luz
como la explosion de un millon de megatones
y oì una voz que me dijo: Prende ese radio
y prendi el radio y oì: CAYO BABILONIA
CAYO LA GRAN BABILONIA
Y todos los radios del mundo daban la misma noticia
Y el àngel me dio un cheque del National City Bank
y me dijo: Cambia este cheque
y en ningùn banco lo pude cambiar porque todos los bancos habìan quebrado
Los rascacielos eran como si nunca hubieran existido
Se iniciaron a la vez un milion de incendios y no habia un bombero
y no habia un teléfono para llamar una ambulancia y no habia ambulancias
y para los heridos de una sola ciudad no habia en todo el mundo suficiente plasma
Y oì otra voz del cielo que decia:
Sal de ella pueblo mio
para que no te contamine la Radiactividad
y para que no te alcancen los Microbios
la Bomba de antrax
la Bomba de Còlera
la Bomba de Difteria
la Bomba de Tularemia
Miraràn en la televisiòn el gran desastre
porque a Babilonia ya le cayò la Bomba
y diran: Ay Ay Ay Ay la Ciudad Amada
los pilotos desde sus aviones la miraran y temeran acercarse
los transatlanticos quedaran anclados a distancia
temerosos de que caiga sobre ellos la lepra atòmica
Y en todas las ondas sonoras se oia una voz que decia:
ALELUYA
Y el angel me llevò al desierto
y el desierto estaba florecido de laboratorios
y alli el Demonio hacìa sus pruebas atòmicas
y vi a la Gran Prostituta sentada sobre la Bestia
(la Bestia era una Bestia tecnològica toda cubierta de Slogans)
y la Prostituta empunaba toda clase de cheques Y de bonos y de acciones
y de documentos comerciales
y estaba borracha Y cantaba con su voz de puta como en un night-club
y en la mano izquierda tenia una copa de sangre
y se emborrachaba con la sangre de todos los que ella habia purgado
y de todos los torturados y los condenados en Consejos de Guerra
y todos los enviados al paredòn
y todos los opositores de la tierra
y todos los màrtires de Jesùs
y reìa con sus dientes de oro
y el lipstick de sus labios era sangre
y el angel me dijo: esas cabezas que le ves a la Bestia son dictadores
y sus cuernos son lìderes revolucionarios que aùn no son dictadores
pero lo seràn después
y lucharàn contra el Cordero
y el Cordero los vencera
Me dijo: Las naciones. del mundo estàn divididas en 2 bloques
-Gog y Magog-
pero los  bloques son en realidad un solo bloque
(que està con tra el Cordero)
y caerà fuego del cielo y los devorarà
Y vi en la biologia de la Tierra una nueva Evoluciòn
Era como si hubiera surgido en cl espacio un PIaneta
Nuevo
La muerte y el infierno fueron arrojados en el mar de
fuego nuc1ear
las masas ya no existian màs
y vi una especie nueva que habìa producido la Evoluciòn
la especie no estaba compuesta de individuos
sino que era un solo organismo
compuesto de hombres en vez de células
y todos los biologos estaban asombrados
Pero los hombres eran libres y esa uniòn de hombres era
una Persona
-y no una Màquina-
y los sociòlogos estaban pasmados
Y los hombres que no formaron parte de esta especie quedaron hechos fòsiles
y el Organismo recubria toda la redondez del pIaneta
y era redondo  como una célula (pero sus dimensiones eran planetarias)
y la Célula estaba engalanada como una Esposa esperando al Esposo
y la Tierra estaba de fiesta
(como cuando celebrò la primera célula su Fiesta de Bodas)
y habia un Càntico Nuevo
y todos los demas planetas habitados oyeron cantar a la Tierra
y era un canto de amar.

da Apocalisse

E nel cielo vidi una grande luce
come l’esplosione di un milione di megatoni e udii una voce che mi disse: Accendi quella radio
e accesi la radio e udii: È CADUTA BABILONIA
È CADUTA LA GRANDE BABILONIA
e tutte le radio del mondo davano la stessa notizia
E l’angelo mi diede un assegno della National City Bank e mi disse: Cambia questo assegno
e in nessuna banca potei cambiarIo perché tutte le bannche erano fallite
I grattacieli erano come se mai fossero esistiti
Ebbero inizio contemporaneamente un milione d’incendi e non c’era un pompiere
e non c’era un telefono per chiamare un’ambulanza e non c’erano ambulanze
e per i feriti di una sola città non c’era in tutto il mondo abbastanza plasma
E udii un’altra voce del cielo che diceva:
Esci da lei popolo mio
perché non ti contamini la Radioattività
e non ti raggiungano i Microbi la Bomba di Antrax
la Bomba di Colera la Bomba di Difterite
la Bomba di Tularemia
Guàrderanno alla televisione il grande disastro
e diranno: Ahi Ahi Ahi Ahi la Città Amata
i piloti dagli aerei la guarderanno e avranno paura di avvicinarsi
i transatlantici rimarranno ancorati a distanza timorosi che cada sopra di loro la lebbra atomica
E in tutte le onde sonore si sentiva una voce che diceva: ALLELUIA
E l’angelo mi portò nel deserto
e il deserto era fiorito di laboratori e lì il Demonio faceva le sue prove atomiche
e vidi la Grande Prostituta seduta sulla Bestia
(la Bestia era una Bestia tecnologica tutta coperta di Slogans)
e la Prostituta impugnava ogni sorta di assegni e di buoni e di azioni
e di documenti commerciali
ed era ubriaca e cantava con la sua voce di puttana come in un night-c1ub
e nella mano sinistra aveva una coppa di sangue
e si ubriacava con il sangue di tutti quelli che aveva purgato
e di tutti i torturati e i condannati nei Consigli di Guerra e tutti i mandati al muro
e tutti gli oppositori della terra
e tutti i martiri di Gesu
e rideva con i suoi denti d’oro
e il rossetto delle sue labbra era sangue e l’angelo mi disse: quelle teste che vedi alla Bestia sono dittatori
e le loro corna sono dirigenti rivoluzionari che ancora non sono dittatori
ma lo saranno dopo
e lotteranno contro l’Agnello
e l’Agnello li vincerà
Mi disse: Le nazioni del mondo sono divise in 2 blocchi
– Gog e Magog –
ma i due blocchi sono in realtà un solo blocco (che è contro l’Agnello)
e cadrà fuoco dal cielo e li divorerà
E vidi nella biologia della Terra una nuova Evoluzione
Era come se fosse sorto nello spazio un Pianeta Nuovo

La notte e l’inferno furono buttati nel mare di fuoco nucleare
le masse ormai non esistevano più
e vidi una specie nuova prodotta dall’Evoluzione la specie non era composta d’individui
ma era un solo organismo
composto da uomini invece che da cellule e tutti i biologhi erano stupiti
Ma gli uomini erano liberi e quell’unione di Uomini era Una Persona
– e non una Macchina – e i sociologi erano sbalorditi
E gli uomini che non fecero parte di questa specie rimasero fossili
e l’Organismo copriva tutta la sfericità del pianeta
e era tondo come una cellula (ma le sue dimensioni erano planetarie)
e la Cellula era vestita a festa come una Sposa che attende lo Sposo
e la Terra faceva festa
(come quando celebrò la prima cellula la sua Festa di Nozze)
e c’era un Cantico Nuovo e tutti gli altri pianeti abitati sentirono cantare la Terra ed era un canto d’amore.

Enrico Baj, “La piccola Apocalisse”, Collage, 1978-1979

To be continued…in_fieri

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“Entrate in un giardino…”

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G. Leopardi,  Zibaldone, 19 – 22 aprile 1826 

Non gli uomini solamente, ma il genere umano fu e sarà sempre infelice di necessità. Non il genere umano solamente ma tutti gli animali. Non gli animali soltanto ma tutti gli altri esseri al loro modo. Non gl’individui, ma le specie, i generi, i regni, i globi, i sistemi, i mondi.
Entrate in un giardino di piante, d’erbe, di fiori. Sia pur quanto volete ridente. Sia nella più mite stagione dell’anno. Voi non potete volger lo sguardo in nessuna parte che non vi troviate del patimento. Tutta quella famiglia di vegetali è in istato di souffrance, qual individuo più, qual meno. Là quella rosa è offesa dal sole, che gli ha dato la vita; si corruga, langue, appassisce. Là quel giglio è succhiato crudelmente da un’ape, nelle sue parti più sensibili, più vitali. Il dolce mele non si fabbrica dalle industriose, pazienti, buone, virtuose api senza indicibili tormenti di quelle fibre delicatissime, senza strage spietata di teneri fiorellini. Quell’albero è infestato da un formicaio, quell’altro da bruchi, da mosche, da lumache, da zanzare; questo è ferito nella scorza e cruciato dall’aria o dal sole che penetra nella piaga; quello è offeso nel tronco, o nelle radici; quell’altro ha più foglie secche; quest’altro è roso, morsicato nei fiori; quello trafitto, punzecchiato nei frutti. Quella pianta ha troppo caldo, questa troppo fresco; troppa luce, troppa ombra; troppo umido, troppo secco. L’una patisce incomodo e trova ostacolo e ingombro nel crescere, nello stendersi; l’altra non trova dove appoggiarsi, o si affatica e stenta per arrivarvi. In tutto il giardino tu non trovi una pianticella sola in istato di sanità perfetta. Qua un ramicello è rotto o dal vento o dal suo proprio peso; là un zeffiretto va stracciando un fiore, vola con un brano, un filamento, una foglia, una parte viva di questa o quella pianta, staccata e strappata via. Intanto tu strazi le erbe co’ tuoi passi; le stritoli, le ammacchi, ne spremi il sangue, le rompi, le uccidi. Quella donzelletta sensibile e gentile, va dolcemente sterpando e infrangendo steli. Il giardiniere va saggiamente troncando, tagliando membra sensibili, colle unghie, col ferro. (Bologna, 19 Aprile 1826).
Certamente queste piante vivono; alcune perché le loro infermità non sono mortali, altre perché ancora con malattie mortali, le piante, e gli animali altresì, possono durare a vivere qualche poco di tempo. Lo spettacolo di tanta copia di vita all’entrare in questo giardino ci rallegra 1’anima, e di qui è che questo ci pare essere un soggiorno di gioia. Ma in verità questa vita è trista e infelice, ogni giardino è quasi un vasto ospitale (luogo ben più deplorabile che un cemeterio), e se questi esseri sentono o, vogliamo dire, sentissero, certo è che il non essere sarebbe per loro assai meglio che l’essere.

Wikipedia

                            Francesco Lojacono, L’Orto botanico di Palermo (XIX secolo)

G. Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo, Feltrinelli, 1958

Preceduto da un Bendicò eccitatissimo discese la breve scala che conduceva al giardino. Racchiuso come era questo fra tre mura e un lato della villa, la reclusione gli conferiva un aspetto cimiteriale accentuato dai monticciuoli paralleli delimitanti i canaletti d’irrigazione e che sembravano tumuli di smilzi giganti. Sull’argilla rossiccia le piante crescevano in fitto disordine: i fiori spuntavano dove Dio voleva e le siepi di mortella sembravano poste lì più per impedire che per dirigere i passi. Nel fondo una Flora chiazzata di lichene giallo-nero esibiva rassegnata i suoi vezzi più che secolari; dai lati due panche sostenevano cuscini trapunti ravvoltolati, anch’essi di marmo grigio; ed in un angolo l’oro di un albero di gaggìa intrometteva la propria allegria intempestiva. Da ogni zolla emanava la sensazione di un desiderio di bellezza presto fiaccato dalla pigrizia. LEGGI TUTTO…

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Dino Buzzati nel giardino di Villa San Pellegrino (Belluno)

Dino Buzzati, Dolce notte, da Il colombre e altri cinquanta racconti, Milano, Mondadori, 1966

Lei nel sonno mandò un debole lamento.
A capo dell’altro letto, lui, seduto sul divano, stava leggendo al raccolto lume di una lampada. Alzò gli sguardi. Lei ebbe un lieve fremito, agitò la testa come per liberarsi di qualcosa, aprì gli occhi e fissò l’uomo con espressione di stupore, quasi lo vedesse per la prima volta. Poi ebbe un lieve sorriso.

« Cosa c’è, cara? »
« Niente, non so perché sento una specie di inquietudine, di affanno.»
« Sei un po’ stanca del viaggio, ogni volta è cosi, e poi hai qualche linea di febbre, non farci caso, domattina sarà tutto passato. »
Lei tacque per qualche secondo, sempre fissandolo con gli occhi spalancati. Per loro, che venivano dalla città, il silenzio della vecchia casa di campagna era addirittura esagerato. Un tale blocco ermetico di silenzio che sembrava ci fosse nascosta dentro un’attesa, come se i muri, le travi, i mobili, tutto, trattenessero il respiro.
Poi disse, quieta:
«Carlo, che cosa c’è in giardino? »
« In giardino? »
« Carlo, ti prego, già che sei ancora alzato, ti prego, da’ un’occhiata fuori, ho come la sensazione che…»
«Che ci sia qualcuno? Che idea. Chi vuoi che ci sia in giardino adesso? I ladri? » e rise. «Hanno di meglio i ladri che ronzare intorno a vecchie bicocche come questa. »
« Ti prego, Carlo, da’ un’occhiata. »
Egli si alzò, apri vetri e persiane, guardò fuori, restò attonito. Nel pomeriggio c’era stato un temporale ed ora, in un’atmosfera di quasi incredibile purezza, la luna di tre quarti illuminava straordinariamente il giardino, immobile, deserto, e silenzioso perché i grilli e le rane fanno parte appunto del silenzio.

Era un giardino molto semplice, fatto di un prato liscio con un vialetto di ghiaia bianca che formava anello, irraggiandosi in varie diramazioni: e solo intorno c’era una bordatura di fiori. Ma era pure il giardino della sua infanzia, un dolente pezzo della sua vita, un simbolo di perdute felicità, e sempre, nelle notti di luna, sembrava parlare a lui con appassionate e indecifrabili allusioni. A levante, controluce e perciò nera, una barriera di carpini traforata ad archi, a sud una bassa siepe di bosso, a nord la scala che menava all’orto e il romantico edificio del granaio, a occidente la casa. Tutto riposava in quel modo ispirato e meraviglioso con cui la natura dorme sotto la luna e che nessuno è mai riuscito a spiegare. Tuttavia, come sempre, lo spettacolo gli dava uno struggimento profondo, quasi per una bellezza espressiva ch’egli poteva si contemplare, ma non avrebbe mai potuto fare sua.
« Carlo » chiamò Maria dal letto, inquieta, vedendo che lui stava là immobile a guardare. «Chi c’è? »
Egli chiuse la finestra lasciando aperte le persiane e si volse:
« Nessuno, cara. C’è una luna stupenda. Non ho mai visto una simile pace. » Riprese il libro e tornò a sedersi sul divano.
Erano le undici e dieci.
In quel momento preciso, all’estremità sud-est del giardino, nell’ombra proiettata dai carpini, il coperchio di una botola dissimulata fra l’erba cominciò a sollevarsi a scatti, spostandosi da un lato e liberando l’apertura di un cunicolo che si perdeva sottoterra. D’impeto, un essere tozzo e nerastro ne sbucò, si mise a correre con rapidità frenetica a zig-zag.
Aggrappata a uno stelo una cavalletta bambina riposava, beata, il tenero addome verde palpitando con grazia al ritmo della respirazione. Gli uncini del ragno-botola le si affondarono con rabbia nel torace, squarciandolo. Il corpicino si divincolò facendo scattare le lunghe gambe posteriori, una volta sola però. Già gli orridi rampini avevano divelto il capo e ora si immergevano nel ventre. Dagli squarci sgorgò il succo addominale che il carnefice si mise a succhiare avidamente.
Assorbito dalla demoniaca voluttà del pasto, non si accorse in tempo di una gigantesca sagoma scura che si avvicinava alle spalle. Slac. Stringendo ancora la sua vittima fra le zampe, il ragno scomparve per sempre nelle fauci del rospo.
Ma tutto, nel giardino, era divina quiete e poesia.
Una siringa velenosa sprofondò nella soffice polpa di una chiocciola che si stava spostando verso l’orto. Riuscì a percorrere ancora due centimetri, con la testa che girava, poi si accorse che il piede non le obbediva più e capì di essere perduta. Benché le si stesse annebbiando la coscienza, senti le mandibole della larva assalitrice che le scardinavano via furiosamente blocchi di carne, scavando caverne atroci nel suo bel corpo grasso ed elastico di cui era così orgogliosa.
Nell’ultimo palpito della obbrobriosa agonia fece ancora in tempo a notare, con un barlume di conforto, che la larva maledetta era stata arpionata da un ragno-lupo e dilaniata in un baleno.
Poco più in là, tenero idillio. Con la sua lanterna a intermittenza accesa al massimo, un lucciolone girava intorno al fisso lume di una appetitosa femminuccia, languidamente distesa su una foglia. Sì o no? Sì o no? Le si portò accanto, tentò una carezza, lei lasciava fare. L’orgasmo dell’amore gli fece dimenticare quale inferno fosse un prato in una notte di luna. Nell’atto che abbracciava la sua donna un carabo dorato con un solo colpo lo sventrò definitivamente, spalancandolo da qui fin qui. Il suo fanalino continuava a palpitare chiedendo sì o no, e il predone l’aveva già mezzo ingoiato.
In quel mentre ci fu un selvaggio tramestio a distanza di neppure mezzo metro. Ma fu questione di secondi. Qualcosa di enorme calò fulmineo e soffice dall’alto. Il rospo di prima sentì un fatale spasimo nel dorso, cercò di voltarsi. Già si librava nell’aria, tra le grinfie di un barbagianni veterano.
Ma a guardare, non si vedeva niente. Tutto, nel giardino, era poesia e quiete divina.
La kermesse della morte era cominciata al calare delle tenebre. Adesso era al colmo della frenesia. E sarebbe continuata fino all’alba. Dovunque era massacro, carneficina, supplizio. Scalpelli che sfondavano crani, uncini che scavezzavano gambe, scoperchiavano squame e rimestavano nelle viscere, tenaglie che schiantavano scaglie, punteruoli che infilzavano, denti che trituravano, aghi che inoculavano veleni e anestetici, fili che imprigionavano, succhi erosivi che liquefacevano gli schiavi ancora vivi. Dai più minuscoli abitatori dei muschi, i rotiferi, i tardigradi, le amebe, le tecamebe, alle larve, ai ragni, ai carabidi, ai centopiedi, su, su, fino agli orbettini, agli scorpioni, ai rospi, alle talpe, ai gufi, lo sterminato esercito degli assassini di strada si scatenava al macello, trucidando, torturando, dilaniando, squartando, divorando. Come se, in una grande città, ogni notte decine di migliaia di manigoldi assetati di sangue e armati fino ai denti uscissero dalle tane, penetrassero nelle case e sgozzassero la gente nel sonno.
Tace all’improvviso laggiù in fondo il Caruso dei grilli accoppato malamente da una talpa. Si spegne, appo la siepe, la lampadina della lucciola fracassata da un morso di carabide. Svanisce in un singulto il canto della rana, avvinghiata da una biscia. E la farfallina non torna più a battere contro i vetri della finestra illuminata; con le ali sconciate brutalmente essa si contorce imprigionata nello stomaco del pipistrello. Terrore, angoscia, strazio, agonia, morte, per mille e mille altre creature di Dio è il sonno notturno di un giardino di trenta metri per venti. E lo stesso avviene nelle campagne intorno, e lo stesso è di là dalle montagne che risplendono di vitrei riflessi alla luna, pallide e misteriose. E per l’intera superfìcie del mondo è lo stesso dovunque, appena scende la notte: sterminio, annientamento e carnaio.
E quando la notte dilegua e il sole compare, un’altra carneficina comincia, con altri assassini di strada, con uguale ferocia. Cosi è stato dal tempo dei tempi e cosi sarà per i secoli dei secoli, fino alla consumazione del mondo.
Maria si agita sul letto, con rotte incomprensibili voci. Poi di nuovo spalanca gli occhi, spaventata.
« Carlo, se tu sapessi che terribile sogno ho fatto, ho sognato che qua fuori in giardino stavano uccidendo uno. »
« Be’, cerca di metterti quieta, cara, adesso, vengo a dormire anch’io. »
«Carlo, non arrabbiarti, ho ancora quella strana sensazione, non so, come se fuori in giardino stesse succedendo qualcosa. »
« Che ti metti in mente? »
« Non dirmi di no, Carlo, ti prego, vorrei proprio che tu dessi un’occhiata fuori. »
Lui scuote la testa e sorride. Si alza, apre i vetri e guarda.
Il mondo giace in una. quiete immensa, inondato dalla luce di luna. Ancora quel senso di incantesimo, ancora quell’ arcano struggimento.
« Dormi tranquilla, cara, non c’è anima viva, non ho mai visto tanta pace.»

ANDREA ZANZOTTO, Kēpos, da Sovrimpressioni, 2001

Qual è, dimmi, il tuo più riposto kēpos,
l’orto in cui divini
brillano in rari scintilli; rare ombricole
i tuoi semplici
che nessuno ha mai immaginato abbastanza…
Non indagabili nella loro essenza
nella loro radente carezza-eleganza
nel loro alitare
col Tutto tra dolci-brevi salvezze
oscillare fino in fondo alle pozze più amare?
O era il tuo kēpos, Matrità remota

……………………………………………..

quella dispersa aiola di spine
e implacabili bacche rosse
come fuoco che mai s’estingua
nell’estremo del dire del sentire
sentinella ferita?
Giardini-diamanti
giardini-fonti
loci amoeni
cui non riguardano i nostri veleni-
loci a cui vanamente mi protendo
ceu fumus in aera anelando?

Note

Semplici: piante medicamentose.
Ceu fumus in aera: come fumo nell’aria (di ascendenza virgiliana)

Lirica composta per il Giardino Storico dell’Università di Padova.

PER APPROFONDIRE

http://illuminations.jimdo.com/bibliografia/: sito in progress  dedicato a giardini e fiori letterari.

GIARDINI LETTERARI: un’antologia online. CLICCA QUI.

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L’infinito

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Per quell’edonista infelice che era Leopardi, l’ignoto è sempre più attraente del noto, la speranza e l’immaginazione sono l’unica consolazione dalle delusioni e dai dolori dell’esperienza. L’uomo proietta dunque il suo desiderio nell’infinito, prova piacere solo quando può immaginarsi che esso non abbia fine. Ma poiché la mente umana non riesce a concepire l’infinito, anzi si ritrae spaventata alla sola sua idea, non le resta che contentarsi dell’indefinito, delle sensazioni che confondendosi l’una con l’altra creano un’impressione d’illimitato, illusoria ma comunque piacevole. E il naufragar m’é dolce in questo mare: non è solo nella famosa chiusa dell’Infinito che la dolcezza prevale sullo spavento, perché ciò che i versi comunicano attraverso la musica delle parole è sempre un senso di dolcezza, anche quando definiscono esperienze d’angoscia.
I. Calvino, Lezioni americane, 1988

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“Nella mente di Leopardi s’intrecciano le sensazioni più diverse: l’infinito e il reale, il silenzio e la voce del vento, l’eterno e il tempo, il passato e il presente. Mentre sta rannicchiato presso la siepe, l’eterno evoca la sua presenza infinita, il passato s’identifica con la morte che porta con sé, il presente offre lo splendore squillante ed effimero della sua vita; e mentre il pensiero mobilissimo continua a paragonare silenzio e voce, ecco che l’eterno ondeggia e scivola sul tempo, il passato sul presente, il presente sul passato, finché tutte le dimensioni della rêverie confluiscono in una dimensione unica: l’immensità–mare. A questo punto, almeno in apparenza, ogni controllo della mente è perduto: il flusso delle sensazioni l’ha invasa e posseduta senza incontrare ostacoli.

Cos’è questa immensità–mare, il nuovo luogo della poesia che sostituisce il pensiero (v. 7) e lo stormire del vento? È «l’infinito» al quale Leopardi intitola il testo? Una piccola spia finisce per convincerci del contrario: nel corso della scrittura, Leopardi oscilla tra immensità e infinità, finché nell’ultima redazione finisce per scegliere immensità. Il fruscio del vento aveva interrotto la concentrazione di Leopardi intorno all’infinito, e ora l’infinito, al quale tutti gli uomini debbono rinunciare, è soltanto un ricordo, sommerso nel vagabondaggio molteplice delle rêveries. L’immensità–mare, nella quale egli annega e naufraga, è «l’indefinito», oltre il quale l’uomo non può giungere. O un infinito impuro, mescolato al tempo, al «qui», al presente.

Tutta la poesia è un gioco di corrispondenze e di contrapposizioni. All’inizio, c’è il regno del questo (quest’ermo colle, questa siepe) – il luogo del qui e del limite; e negli ultimi tre versi ci sono altri due questo: quest’immensità, questo mare, che sono al contrario il luogo dell’illimitatezza e dell’indefinito. I due opposti vengono uniti sotto il segno dello stesso aggettivo determinativo. Nei primi versi, l’io (v. 7) – la totalità della persona, che comprende in sé il «pensiero» e il «cuore» – finge, crea nel pensiero gli interminati spazi, i sovrumani silenzi e la profondissima quiete. Negli ultimi versi c’è un’analoga prossimità: il pensiero «annega» nell’immensità; e il naufragio è dolce all’io che appare nell’ultimo verso. Questi due aspetti della persona – io e pensiero – sono entrambi presenti nei momenti estremi, e supremi, della vicenda intellettuale di Leopardi.

Per la prima e l’ultima volta nei Canti, Leopardi usa i verbi s’annega e naufragar”.

P.CITATI, Leopardi, Mondadori, 2011

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La comunicazione, sotterranea ma continua, tra l’Infinito e lo Zibaldone consente di “sciogliere” – come ha osservato Antonio Prete – il testo poetico «nel tessuto teorico appunto dello Zibaldone, ritrovando tra un movimento e l’altro dei versi la riflessione che lo precede, accompagna e segue. Lo scarto di scrittura e di forma, tra il pensiero dell’Infinito e la poesia dell’Infinito, non è questione risolvibile con il ricorso alla condensazione, all’intensità, al ritmo, ai movimenti metrici che differenziano il testo di poesia dai frammenti dello Zibaldone: la questione attiene, anche qui, al rapporto che si istituisce tra le due “forme”», nel «permanente dialogo tra pensiero poetante e poesia pensante» (A. Prete, Lo scacco del pensiero: per un’esegesi dell’Infinito, in Id., Il pensiero poetante. Saggio su Leopardi [1980], Milano, Feltrinelli, 2006).

Giacomo Leopardi, L’infinito: i confini dell’infinito, videolezioni di Corrado Bologna (5 parti)

Gianni Celati, Leopardi e il desiderio infinito. Ecco perché dobbiamo leggere Leopardi

La prima cosa che vorrei cercare di fare è suggerire di ascoltare i frammenti dello Zibaldone di Leopardi sullo sfondo di tutte queste frasi fatte che ci inducono giorno per giorno a essere sempre più ottimisti verso l’avvenire, verso il progresso, quello che possono fare i politici per noi, ottimisti sulla scuola – tutto quell’ottimismo che quel tale lì per mezz’ora stilò come programma del suo partito. Questo è uno sfondo inevitabile. Non credo che si possa leggere Leopardi al giorno d’oggi senza pensare a questo sfondo, cioè lo sfondo di parole che ci vengono addosso e che sono parole pubblicitarie. La pubblicità ormai non ha più limite, la pubblicità – come posso dire – ha sostituito l’animo umano. La gente al giorno d’oggi crede che la letteratura, parlare o fare letteratura sia fare pubblicità a qualcosa. La letteratura è muta, non fa pubblicità a niente, non serve a niente, la letteratura ci riafferma questo niente che siamo. E solo perché siamo un niente noi abbiamo bisogno di stare assieme. Non c’è idea di comunità possibile se non a partire dal fatto che siamo un niente, ciascuno di noi è un niente. Ecco, tutto questo lo sfondo pubblicitario non solo lo cancella, deve cancellarlo subito – come un tabù assoluto -, ma estende anche un clima di terrore, un terrore totalitario: chi non è d’accordo con questo consenso degli uomini che vogliono essere qualcosa, qualcuno, sostanzialmente essere ricchi, avere del potere nelle mani, questa democratizzazione del potere tirannico nelle mani degli uomini – chi non è d’accordo con questo è eliminato, al giorno d’oggi non trova lavoro, non ha un luogo dove stare. Questo è lo sfondo concreto, che voi potete vedere tutti i giorni, il fatto che si debba diventare imprenditori di noi stessi per far pubblicità a noi stessi, tutti i momenti, altrimenti non c’è spazio per noi.

Tutto Leopardi va letto non contro, ma su questo sfondo, per dire questo: Leopardi è ancora un nostro compagno di strada perché è un alieno rispetto a questo tipo di sfondo in cui siamo immersi, rispetto a questa assegnazione totale dei luoghi. Tutto è assegnato oggi. Leopardi, invece, è il poeta che dice delle parole che non sono assegnate a nessun luogo, neanche a scuola – non si può insegnare Leopardi a scuola. Questa è la prima cosa da dire. (Non so se sia possibile, ma io non credo alla letteratura come tale, che ha un senso come lo hanno gli orologi. Se un orologio non mi dicesse che ore sono, le sue lancette sarebbero solo decorative. E lo stesso la letteratura. La letteratura vale perché c’è qualcos’altro, questo sfondo contro cui ci si trova).

Dice Leopardi:

Il più solido piacere di questa vita è il piacer vano delle illusioni… Io considero le illusioni come una cosa in certo modo reale stante ch’elle sono ingredienti essenziali del sistema della natura umana, e date dalla natura a tutti quanti gli uomini, in maniera che non è lecito spregiarle come sogni di un solo, ma propri veramente dell’uomo e voluti dalla natura, e senza cui la vita nostra sarebbe la più misera e barbara cosa ec. Onde sono necessari ed entrano sostanzialmente nel composto ed ordine delle cose (Zibaldone, 51).

Questo è il punto di partenza più rivoluzionario – se vogliamo usare questa parola – della filosofia leopardiana. Una cosa senza precedenti: il riconoscere questo fatto, ma non in maniera critica, non per condannare le illusioni. Tutti questi richiami alla «concretezza» da parte dei politici fanno veramente ridere.

Seconda cosa: la nostra nullità, il fatto che come individui siamo niente, siamo qui di passaggio, siamo qui che teniamo il posto del nulla:

Tutto è nulla al mondo, anche la mia disperazione, della quale ogni uomo anche savio, ma più tranquillo, ed io stesso certamente in un’ora più quieta conoscerò, la vanità e l’irragionevolezza e l’immaginario. Misero me, è vano, è un nulla anche questo mio dolore, che in un certo tempo passerà e s’annullerà, lasciandomi in un voto universale, in un’indolenza terribile che mi farà incapace anche di dolermi (Zibaldone, 72).

Quello a cui Leopardi ci mette davanti continuamente è che tutta l’energia spirituale – o chiamatela come volete – dipende da un’istanza del desiderio, del desiderio di felicità, che non è la felicità dei consumi, la felicità dell’avere, il desiderio di felicità è lo stato di mancanza, della nostra mancanza, è questo che ci rende attivi, vigorosi, lanciati ancora verso la vita.

Quello che Leopardi ha capito è che questo mondo cancella continuamente il privilegio di essere in uno stato di mancanza: il desiderio carnale – chiamiamolo così – è un desiderio che deriva da uno stato di mancanza, ma questa è una mancanza che non si colmerà mai, ed è proprio per questo che è un desiderio infinito: il desiderio carnale come mancanza è in sostanza il senso che ci manca la vita, che la vita scappa via da tutte le parti, che la vita non è bloccabile. Contro una società che cerca sempre di insegnarci che a questa mancanza si può dare un compenso in modo che l’uomo si riduca ad essere soddisfatto di se stesso, Leopardi ci riporta in un tipo di pensiero dove non c’è più nessuna valutazione positiva per l’uomo cosiddetto soddisfatto, ma dove il grande attizzatoio di tutto quello che possiamo fare è la nostra mancanza, voglio dire la nostra povertà, il nostro dolore. In questo senso, Leopardi è un pensatore che in questo momento è essenziale per andare avanti di giorno in giorno.

Questo articolo è uscito su “l’Unità”, 28 marzo 2004

Umberto Bottazzini,  E Leopardi incappò nell’infinito di Cantor, “Il Sole 24 ore, “29 maggio 2011

Una passeggiata tra numeri, figure geometriche e teoremi di logica, punteggiata da citazioni letterarie. Anche in un Paese come il nostro, dove «una rivalità annosa» contrappone la cultura scientifica a quella umanistica, la proposta di Carlo Toffalori non dovrebbe essere troppo sorprendente. A ben vedere, dice Toffalori, matematica e letteratura condividono una remota matrice comune. Certo, la prima è fatta di cifre, la seconda di lettere. «Ma che cosa sono, in realtà, lettere e cifre, se non simboli e convenzioni?». Strumenti per fissare e comunicare idee, elaborati attraverso processi secolari. In fondo, anche la mitologia greca attribuiva la comune invenzione di alfabeto e aritmetica allo stesso eroe, Palamede. E remote origini ha anche la gematria, la pratica di associare significati ai numeri quando l’alfabeto costituiva anche il sistema di numerazione. Cominciamo dunque coi numeri, coi loro nomi, e con Leopardi. Del resto, ancora ragazzo, Giacomo non si era cimentato con successo nella stesura di un’eruditissima storia dell’astronomia? «Che sarebbe l’aritmetica – si chiede Leopardi nello Zibaldone – se ogni numero si dovesse significare con cifra diversa, non colla diversa composizione di pochi elementi»? E immagina l’imbarazzo di «un pastore primitivo o selvaggio, privo di favella o di nomi numerali, che volesse, com’è naturale, rassegnare il suo gregge». Come potrebbe fare? La soluzione «più verosimile» che viene in mente a Leopardi è quella di associare un sasso a ogni pecora, conservare i sassi e verificare che le pecore rimangono tante quanti i sassi. La soluzione è anche involontariamente profetica, perché l’idea di corrispondenza biunivoca, qui in opera, nelle mani di Cantor si rivelerà la chiave per accedere ai misteri dell’infinito. L’infinito: «Un concetto che corrompe e ammattisce tutti gli altri» diceva Borges, che chiamò i numeri transfiniti di Cantor «i vasti numeri che un uomo immortale non raggiungerebbe neppure se consumasse la sua eternità contando». Sulla conta del bestiame si interroga Omero, prima ancora che Leopardi, e Archimede ne fa argomento di un problema la cui soluzione ha richiesto la potenza dei moderni computer. Il percorso per giungere all’infinito passa attraverso i “misteri” dei numeri perfetti, come 6 sottolinea Sant’Agostino nella sua esegesi delle Scritture, i “misteri” dei numeri immaginari che si aggiungono ai turbamenti del giovane Törless, e quelli del calcolo infinitesimale. «Il presente è il differenziale della funzione dell’avvenire e del passato» dice il poeta Novalis. Nella stessa vena, per l’ingegner Gadda l’ora è «l’integrale dei fuggenti attimi». Sarà, ma per Leopardi «può dirsi con verità che una medesima data porzione di tempo or dura più or meno ad un medesimo individuo, ed a chi più a chi meno».
Come si vede, Bergson non ha scoperto niente di nuovo. I teoremi di Euclide suggeriscono straordinarie similitudini a Dante e materia di discussione ai fratelli Karamazov sulla natura euclidea o meno del mondo. A meno di non pensare, con Musil, che «Dio fa il mondo e intanto pensa che potrebbe benissimo farlo diverso». E poi ancora i teoremi di incompletezza di Gödel, che evocano a Toffalori L’infinito di Leopardi e la siepe che «il guardo esclude» e tuttavia lascia immaginare l’«interminato spazio di là da quella».
Da Borges a Conrad, da Calvino a Tolstoi, non c’è pagina di questo libro che non richiami un passo di un autore. Un vero e proprio caleidoscopio di citazioni. Due, per finire. La matematica «dev’esser necessariamente l’opposto del piacere», sentenziava Leopardi per la gioia di chi l’associa ancora alla noia, se non alla sofferenza, patita sui banchi di scuola. «La matematica? Non conosco nulla di più divertente. È un gioco dell’aria, per dir così», la descrive invece Thomas Mann. Il libro si legge come un romanzo – sarà per questo che purtroppo non c’è l’indice dei nomi? – e leggendolo si impara a guardare sotto nuova luce la matematica, e magari anche le pagine di autori per altro verso familiari.

 

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“Piove”

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                                                 Yves Klein, Pluie Bleue, 1961

MARCO BELPOLITI, Alla fine siamo tutti Rain Man, “La Repubblica”, 3 novembre 2016 

Un saggio storico indaga il potere psicologico e letterario della pioggia

Cosa c’è peggio della pioggia? Rende tristi, abbacchiati, malinconici. Deprime. Non è necessario essere meteoropatici per subirne l’influsso, basta molto meno. Sembra che il fenomeno sia in aumento. I medici sostengono che sempre più persone si rivolgono a loro per via dell’aumento di ansia e depressione nel corso di fenomeni atmosferici: piogge insistenti, temporali, nebbia, turbolenze ventose. Gli psichiatri sostengono che ne soffrono i neurolabili, persone che patiscono disturbi al sistema neurovegetativo; e data la vita convulsa e stressante che conduciamo, significa: quasi tutti. Tuttavia non è proprio una questione recente. L’io meteorologico, come lo chiama Alain Corbin, sarebbe nato ufficialmente verso il XVII secolo, o almeno da quel momento se ne registra la presenza e diffusione. Dalla fine del Seicento si è intensificata la sensibilità individuale ai fenomeni meteorologici, e si è anche affinata la retorica per descriverne gli effetti. Corbin è uno storico francese che da molti decenni si è consacrato allo studio della “sensibilità”. Ha scritto un bellissimo libro sugli odori nell’immaginario sociale, ha studiato l’invenzione del mare, il paesaggio sonoro e il silenzio, gli influssi di pioggia, vento e sole sugli uomini. Questo signore ottantenne pubblica ora in italiano un breve libretto dal suggestivo titolo Breve storia della pioggia (Edb) dove ricostruisce alcune tappe di questa meteoropatia, e non solo.

I francesi devono essere degli appassionati della pioggia; esiste un Dictionnaire de la Pluie (Seuil 2007) e nel 2012 al Museo del Quai Branly, erede del Museé de l’Homme, si è tenuta una mostra etnografica dedicata ai modi con cui proteggersi dalla pioggia, rituali compresi; un altro studioso, K. Becker, ha poi curato un tomo su pioggia e bel tempo nella letteratura francese (Hermann 2012). Ma anche nel mondo anglosassone la cosa sembra interessare; è uscito di recente un libro di Cynthia Barnett, Rain: A Natural and Cultural History (Crow 2015).
Naturalmente la pioggia non è solo un elemento negativo; ha anche una propria positività, tanto che nelle culture cosiddette primitive è legata a fertilità e fecondità. Nell’antichità era la siccità a essere temuta; forse per questo l’uomo meteoropatico sorge solo con il pensiero moderno in un mondo che va pian piano dimenticando le siccità del passato grazie alle tecnologie di accumulo e conservazione dell’acqua, e soprattutto perché con l’Illuminismo nasce l’individuo con tutti i suoi portati di singolarità, con idiosincrasie, manie e superstizioni personali. Non che non ci fossero prima, ma ora, spiega Corbin, vengono registrate, nero su bianco. Nel 1784, pochi anni prima della Rivoluzione, Bernardin de Saint-Pierre parla della pioggia nei suoi Etudes sur la nature, dove, insieme alla malinconia indotta dalla pioggia annota anche il piacere del “maltempo”. Sì, esiste anche questo. Chi non ha provato il gusto di rimboccarsi le coperte, di accucciarsi sotto le coltri mentre la pioggia batte insistentemente sui vetri della camera da letto in una notte buia e tempestosa? Per gioire basta che non si pensi che «la pioggia non avrà mai fine ». Non abbandonarsi a pensieri calamitosi — il Diluvio — il che, per chi vive in zone a rischio, non è sempre facile.

Per assaporare la pioggia bisogna che «l’anima viaggi e il corpo si riposi». Così si dorme bene. C’è dunque l’ampia schiera degli amanti della pioggia. A capitanarli Henry David Thoreau. La cultura americana cambia tutto. In Walden scrive: «Se va bene per l’erba, va bene anche per me». Walt Witman le consacra una celebre poesia: The Voice of the rain: «E tu chi sei? Chiesi alla pioggia che scendeva dolce». Nel Vecchio mondo dominano invece i meteoropatici. Il filosofo Maine de Biran nel suo Journal scrive: «Sento l’influenza del cambiamento; percepisco un malessere ». Lo spleen è figlio di questo modo di sentire. La sensibilità non è solo un fatto neurovegetativo, conta anche la cultura, oltre naturalmente il clima in cui si vive. I pensieri sono effetto del tempo: del sole, della pioggia, del vento. Ci sono pensieri ventosi e pensieri piovosi, oltre naturalmente a quelli solari. Nietzsche l’ha detto bene. Naturalmente esistono persone che provano malinconia più di altre. Uno dei versi memorabili della nostra letteratura suona così: «Piove. È mercoledì. Sono a Cesena». L’ha scritto un poeta crepuscolare, Marino Moretti.
Corbin ci ricorda che esiste la cinestesia, ovvero la sensibilità organica, che è il risultato delle sensazioni interne che suscita negli individui il sentimento generale della propria esistenza, indipendentemente dal ruolo specifico dei sensi. Ragione per cui non è facile essere allegri quando piove. Ma ci sono anche qui eccezioni. Che la pioggia abbia un valore diverso per i maschi e per le femmine? Se è vero che la pioggia si lega alle lacrime, topos che troviamo nelle lettere di Madame Sévigné, la medesima signora racconta come la pioggia perturbi i codici e autorizzi alla trasgressione nei comportamenti: completamente infradiciata prova qualcosa che Corbin definisce «festa sensuale ». Nel romanticismo francese prevale piuttosto la tristezza, la malinconia, il grigiore. Come in Verlaine, o ancora in Gide, e siamo già nel XX secolo. Scrive: «Ancora tre giorni di pioggia. Mi duole il capo, la volontà è inquieta e l’umore instabile». Questo è l’individuo isolato. Però la pioggia può anche fondare una comunità di sentimenti, quale esperienza condivisa. Corbin lo spiega con vari esempi, ma subito dopo il suo pensiero corre alla guerra, alle trincee, alla pioggia e al fango.
Nella Breve storia della pioggia manca una storia del parapioggia, ovvero dell’ombrello. In verità qualche cenno c’è. Nel XIX secolo l’ombrello era talmente in voga che era diventata un’industria. Anche se l’hanno inventato i cinesi, come molte cose che usiamo, e che continuano a venderci, c’è persino un santo, San Medardo, protettore degli ombrellai. Al Nord dell’Europa, in Germania, Olanda, Svezia, l’ombrello non lo usano quasi. Abituati alla pioggia battente, sottile e fitta, non ci fanno neppure caso. Tuttavia, a parte questa che a noi mediterranei ombrellomuniti pare una baldanza insensata, soffrono anche loro di tristezze e sbalzi d’umore. La pioggia non perdona.

L’acqua che cade dal cielo «fa viaggiare l’anima», ma rende impraticabili i percorsi dei cavalieri erranti, complica le guerre, fa ritardare gli amori; invocata in tempi di siccità, la pioggia provoca anche la paura dell’eccesso, delle alluvioni e dei diluvi. Stendhal la detesta, Baudelaire ne fa una componente dello spleen, i diaristi la intrecciano con le lacrime, i sovrani e i capi di Stato ne fanno un uso politico, rinunciando all’ombrello nelle cerimonie ufficiali per condividere con il popolo anche le avversità atmosferiche.
È solo alla fine del Settecento che la sensibilità individuale ai fenomeni meteorologici si intensifica; lo sforzo di guardare in alto per cogliere i segni della collera divina o dell’intervento diabolico, associato alle pratiche dell’invocazione religiosa, viene vanificato nel secolo successivo dalla «secolarizzazione del cielo» e poi dalle previsioni meteo. Una lunga storia che Alain Corbin riassume nel libro, con l’avvertenza, sulla scia di Roland Barthes, che «niente è più ideologico del tempo che fa».
Sommario
Introduzione. I. Sotto la pioggia. II. Il Poema della Terra. III. Il Diluvio e l’umore. IV. Un angolo di ombrello. V. Politica del maltempo. VI. Luigi Filippo senza mantello. VII. In tempo di guerra. VIII. Siccità e grandine. IX. Dalle invocazioni alle previsioni. Note.
Note sull’autore
Alain Corbin, pioniere della storia delle sensibilità, ha insegnato all’Università Paris I – Panthéon-Sorbonne. Studioso di storia sociale e di storia delle rappresentazioni è autore di numerose pubblicazioni tradotte in italiano, tra cui L’invenzione del tempo libero (Laterza 1996), Storia sociale degli odori (Mondadori 2006), Storia del cristianesimo (Mondadori 2007).

W. Whitman, THE VOICE OF THE RAIN [1865], in Leaves of grass, 1891-2

And who art thou? said I to the soft-falling shower,
Which, strange to tell, gave me an answer, as here translated:
I am the Poem of Earth, said the voice of the rain,
Eternal I rise impalpable out of the land and the bottomless sea,
Upward to heaven, whence, vaguely form’d, altogether changed,
and yet the same,
I descend to lave the drouths, atomies, dust-layers of the globe,
And all that in them without me were seeds only, latent, unborn;
And forever, by day and night, I give back life to my own
origin, and make pure and beautify it;
(For song, issuing from its birth-place, after fulfilment, wandering,
Reck’d or unreck’d. duly with love returns.)

Una selezione del “Telegraph”: 30 great songs about rain
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                                  J. Miro, La pluie matinale au clair de lune, 1958

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