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La nascita imperfetta delle cose

Lunedì 30 maggio 2016, ore 11.15, Centro Culturale “ Da Vinci”, San Donà di Piave: seminario di Fisica con il Prof. Guido Tonelli, fisico delle particelle, coordinatore emerito di CMS, CERN.

RAIScuola: Nautilus – Il CERN e le frontiere delle fisicaCos’è il bosone di Higgs? La scoperta raccontata da uno dei suoi testimoni oculari, Guido Tonelli.

Fisica, amore mio: interesse e curiosità l’hanno resa popolare e i libri dei “moderni esploratori” capaci di comunicare scoperte e obiettivi, diventano spesso veri e propri best seller. Del resto la fisica cerca di rispondere a domande semplici quanto profonde: quelle che facevamo da bambini, sulle origini del mondo e sui misteri dell’esistenza: che cosa c’è in cielo, che cosa sono le stelle? Com’è nato e, soprattutto, come finirà l’universo.
Racconta tutto, e con passione, Guido Tonelli, uno dei protagonisti di questa nuova primavera scientifica e professore di fisica all’Università di Pisa, nel suoLa nascita imperfetta delle cose (Rizzoli), in cui svela i segreti dell’universo e prevede che la nuova fisica cambierà il mondo. Tonelli è uno dei padri della scoperta del “bosone di Higgs” al Cern di Ginevra. “Il bosone non è una particella come le altre – spiega – gioca un ruolo speciale nella costituzione del mondo materiale che ci circonda”.
Ed è importante perché “da quando ha occupato ogni angolo del nostro universo ha rotto quella perfetta simmetria che caratterizzava i primi istanti di vita della creatura appena nata e da lì, da quella sottile imperfezione, è nato il tutto”.
Quanto all’eterno quesito dal dove veniamo e dove andiamo, Tonelli si dice sicuro che molto ormai conosciamo. E se, per la fine dell’Universo, ci sono due possibilità  molto diverse tra loro, che lui cita scientificamente ipotizzando o “un lento precipitare nel buio e nel freddo” oppure “una pirotecnica uscita di scena nel calore più infernale”, ben più difficoltoso è ricostruire la nascita di ogni cosa, il “sogno segreto di ogni fisico”. Ma, in proposito, si dice ottimista: grazie alla scoperta del bosone di Higgs, potremo capire quale ruolo ha giocato nei primi istanti, mentre le onde gravitazionali, emesse durante il bing bang potrebbero raccontare il resto. “La sfida è aperta”, assicura Tonelli anche se ” non so quanto tempo ci vorrà per vincerla.”
La fisica è diventata popolare, può davvero rispondere alle grandi domande su noi e sul mondo che ci circonda?
La bellezza del nostro mestiere è proprio questa. La fisica cerca risposte a domande che sono dentro ciascuno di noi. Sono le domande che ci facciamo tutti quando siamo bambini. Quelle stesse che mi ha rivolto la mia nipotina, Elena, una sera d’estate, quando aveva quattro anni e guardavamo insieme un cielo pieno di stelle: “Cosa sono tutte queste lucine e da dove vengono?”. Sono domande che, da adulti, travolti dalle incombenze della vita quotidiana, mettiamo da parte. Ma rimangono lì, nella parte più nascosta del nostro animo, perché sono le stesse che si è fatta l’umanità fin dalle epoche più lontane. Gli interrogativi da cui sono nati i primi tentativi di costruire una visione del mondo. Quelli che hanno dato origine, oltre che alla scienza, alla filosofia, alla religione, all’arte. Mi capita spesso di rivedere questa luce riaccendersi negli occhi dei miei interlocutori, quando scoprono che la fisica non è quella disciplina fredda e distante che molti paventano. Allora si comincia a capire l’ emozione di esplorare un territorio completamente sconosciuto e il tuffo al cuore che si prova quando si ha la fortuna di scoprire una nuova particella che da decenni era sfuggita a tutte le ricerche. Eccoci qua, una pattuglia di moderni esploratori, spinti dalla stessa innata curiosità che ha portato un manipolo di strane scimmie ad abbandonare la gola di Olduvai per cercare cosa c’era dietro quelle colline, oltre la savana. La fisica parla di tutto questo, e parla a tutti noi.
Lei è uno dei padri della scoperta del Bosone di Higgs, può spiegarne in breve l’importanza?
Il bosone di Higgs non è una particella come le altre. Gioca un ruolo speciale nella costituzione del mondo materiale che ci circonda. Da quando ha occupato ogni angolo del nostro universo ha rotto quella perfetta simmetria che caratterizzava i primi istanti di vita della creatura appena nata e da lì, da quella sottile imperfezione, è nato il tutto. Le particelle elementari che, prive di massa, correvano caoticamente alla velocità della luce, si sono differenziate sotto l’azione del campo di Higgs, alcune hanno acquistato una massa, altre ne sono rimaste prive; gli elettroni, sono diventati molto leggeri, e si sono aggregati negli atomi a formare la materia, altre particelle sono diventate pesanti e instabili e sono sparite ben presto dalla materia ordinaria. Lì, in quel preciso istante, quando è appena passato un centesimo di miliardesimo di secondo dal big-bang, è successo qualcosa che ha già segnato il destino di tutto nei miliardi di anni a venire. È una scoperta quindi destinata a rivoluzionare la nostra visione del mondo, le cui conseguenze saranno più chiare, forse, fra qualche decennio.
Lei è impegnato in una grande avventura. Crede davvero che ci sarà un giorno nel quale potremo sapere come andrà a finire la storia dell’universo?
Sappiamo già molto sul destino del nostro universo. In breve ci sono due possibilità. Sappiamo che una forma ancora sconosciuta di energia sta spingendo tutto lontano da tutto a velocità crescente. Se non avverranno fatti nuovi, il nostro universo diventerà sempre più freddo e sempre più buio fino a quando non ci sarà più energia a sufficienza per sostenere forme di vita simili a quelle che conosciamo. Se nel frattempo non ci saremo estinti per causa nostra, o per una qualche catastrofe cosmica, non resta che prepararci a questo epilogo triste, che trovo piuttosto deprimente. L’altra alternativa è molto più spettacolare. Il vuoto elettrodebole, questa sottilissima impalcatura con cui il bosone di Higgs sorregge e tiene in ordine il nostro universo materiale, potrebbe rompersi di colpo. Un’immane catastrofe in una galassia lontana potrebbe lacerare il campo di Higgs. Il crollo locale si propagherebbe ovunque e l’ universo intero precipiterebbe verso un nuovo equilibrio. Ritornerebbe a quella perfetta simmetria delle origini, ma tutto si dissolverebbe in una bolla di pura energia. Due alternative quindi molto diverse fra loro: un lento precipitare nel buio e nel freddo o una pirotecnica uscita di scena nel calore più infernale. Conosciamo meno invece dei primissimi istanti di vita. Come è nato tutto questo? Che cosa ha scatenato quella crescita esponenziale che ha trasformato una minuscola fluttuazione del vuoto in un universo materiale gigantesco? Ricostruire in tutti dettagli quei primissimi istanti di vita è il sogno segreto di ogni fisico. La novità è che oggi abbiamo a disposizione due strumenti nuovi: il bosone di Higgs e le onde gravitazionali. Il primo ci aiuterà a studiare quei meccanismi cruciali a partire dall’ infinitamente piccolo. Producendo centinaia di milioni di bosoni di Higgs capiremo prima o poi se è stato lui a giocare un ruolo cruciale nella crescita spaventosa dei primi istanti. Con l’altro esploreremo l’infinitamente grande alla ricerca dei debolissimi segnali prodotti dalle onde gravitazionali primordiali, quelle emesse durante il big-bang. Chi riuscisse a registrarli potrebbe ascoltare, per la prima volta, il racconto della nostra nascita e ricostruirla in tutti quei dettagli che ancora ci sfuggono. La sfida è aperta e non so quanto tempo ci vorrà per vincerla. Ma sono certo che a farlo sarà una nuova generazione di scienziati, ragazzi e ragazze con la mente agile e curiosa, che inventeranno nuove teorie e nuovi strumenti per verificarle. A loro il mio libro è dedicato.
Guido Tonelli, La nascita imperfetta delle cose, Rizzoli, 2016
Prima del Big Bang: interpretazione teatrale di Marco Paolini del racconto Tutto in un punto, tratto dalle Cosmicomiche di Italo Calvino.

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Dubium sapientiae initium

Sì, rimetteremo tutto, tutto in dubbio. E non procederemo con gli stivali delle sette leghe, ma a passo di lumaca. E quello che troviamo oggi, domani lo cancelleremo dalla lavagna e non lo riscrive remo più, a meno che posdomani lo ritroviamo un’altra volta. Se qualche scoperta seconderà le nostre previsioni, la considereremo con speciale diffidenza. E dunque, prepariamoci ora ad osservare il sole con l’inflessibile determinazione di dimostrare che la terra è immobile! E solo quando avremo fallito, quando, battuti senza speranza, saremo ridotti a leccarci le ferite, allora con la morte nell’anima cominceremo a domandarci se per caso non avevamo ragione, se davvero è la terra che gira! (Ammiccando)
Ma se tutte le altre ipotesi, all’infuori di questa, ci si dovessero squagliare fra le dita, allora nessuna pietà per coloro che, senza aver cercato, vorranno parlare! Andrea, togli il panno dal cannocchiale e volgilo verso il sole!
B. Brecht, Vita di Galileo, Einaudi, Torino, 1963

L’uomo di scienza deve continuamente tentare di dubitare delle proprie verità. Queste sono verità della conoscenza, solo nella misura in cui resistono ad ogni possibile dubbio. Vivono quindi in un conflitto permanente con lo scetticismo. Tale conflitto si chiama prova. […] Oggi l’uomo sa che quelle figure del mondo che immaginava in passato non sono la realtà. A forza di sbagliare, sta delimitando l’area del possibile esito. Da ciò l’importanza di non dimenticare gli errori e questo è storia. […] In confronto ad un romanzo, la scienza sembra la realtà stessa. Ma in paragone alla realtà autentica si avverte ciò che la scienza ha di romanzo, di fantasia, di costruzione mentale, di edificio immaginario.
José Ortega y Gasset, Intorno a Galileo, 1933

Se non si potesse, o volesse, guardare in nuove direzioni, se non si avessero dubbi, o non si riconoscesse il valore dell’ignoranza, non sarebbe possibile avere idee nuove. Non ci sarebbe nulla che valga la pena di verificare, perché sapremmo già cos’è vero e cos’è falso. Quindi ciò che oggi chiamiamo «saperi scientifici» sono un corpo di affermazioni a diversi livelli di incertezza. Alcune sono estremamente incerte, altre quasi sicure, nessuna certa del tutto. Noi scienziati ci siamo abituati, sappiamo che è possibile vivere senza sapere le riposte. Mi sento dire: «Come fai a vivere senza sapere?». Non capisco cosa intendano. Io vivo sempre senza risposte. È facile. Quello che voglio sapere è come si arriva alla conoscenza.

Richard P. Feynman, Il senso delle cose, Adelphi, Milano, 1999 [conferenza tenuta da Richard Feynman presso l’Università di Washington, aprile 1963. LEGGI un estratto QUI]

“La vita quotidiana e il linguaggio d’ogni giorno tendono con tenacia a offrirci una illusione rassicurante e filosoficamente confortevole: l’illusione secondo la quale il mondo delle cose ha una struttura unica che si ripete sempre, sia che si vada verso l’infinitamente grande (verso le stelle, le galassie e le zone più remote del cosmo), sia che si vada verso l’infinitamente piccolo (e cioè verso le molecole, gli atomi, i nuclei e le particelle elementari).
Si tratta di una illusione che ha una lunghissima storia e che è una potente fonte di errori. È merito della prima rivoluzione scientifica, legata a nomi di studiosi quali Copernico, Galilei e Newton, l’aver dimostrato che il mondo delle cose è conoscibile con le armi della razionalità: ma è merito soprattutto della seconda rivoluzione scientifica, avviatasi sul finire del Settecento, l’aver scoperto, gradualmente e tra le numerosi contraddizioni, che il mondo delle cose e delle teorie è molto più complesso di quanto non apparisse agli scienziati del Rinascimento. […]
La lezione galileiana ha dato frutti in ogni campo del sapere, dimostrando che è possibile, con la forza della ragione, penetrare il mondo. Ma proprio penetrando il mondo, al di là di ciò che ci dicono i sensi e di ciò che ci narrano le fiabe e le superstizioni, abbiamo trovato un universo di oggetti e di leggi che mettono in crisi la stessa immagine galileiana del libro della natura. Non si tratta infatti di un libro che si possa sfogliare pagina dopo pagina, seguendo l’idea che ogni pagina passata rappresenti una conoscenza sicura e definitiva. Al contrario, ogni pagina nuova che si affronta ci obbliga a rileggere le pagine precedenti, a reinterpretarne il senso, a modificarne il significato. In altre parole: la realtà in cui viviamo e di cui facciamo parte non si lascia conoscere per accumulazione di certezze, e la scienza non viene costruita come le case: le leggi scientifiche non sono mattoni con cui edificare l’edificio del sapere. La scienza è, invece, un processo storico: ogni nuovo fatto getta una luce diversa su quelli che lo hanno preceduto e dei quali credevamo di avere dato una spiegazione definitiva.”
E. Bellone, in Le leggi della termodinamica dal Boyle a Boltzmann, Loescher, 1978

Bertolt Brecht (Augusta 1898 – Berlino 1956), Lode del dubbio

Sia lode al dubbio! Vi consiglio, salutate
serenamente e con rispetto chi
come moneta infida pesa la vostra parola!
Vorrei che foste accorti, che non deste
con troppa fiducia la vostra parola.

Leggete la storia e guardate
in fuga furiosa invincibili eserciti.
In ogni luogo
fortezze indistruttibili rovinano e
anche se innumerabile era l’armata salpando,
le navi che tornarono
le si poté contare.

Fu così un giorno un uomo sulla inaccessibile vetta
e giunse una nave alla fine
dell’infinito mare.

Oh bello lo scuoter del capo
su verità incontestabili!
Oh il coraggioso medico che cura
l’ammalato senza speranza!

Ma d’ogni dubbio il più bello
è quando coloro che sono
senza fede, senza forza, levano il capo e
alla forza dei loro oppressori
non credono più!

Oh quanta fatica ci volle per conquistare il principio!
Quante vittime costò!
Com’era difficile accorgersi
che fosse così e non diverso!
Con un respiro di sollievo un giorno
un uomo nel libro del sapere lo scrisse.

Forse a lungo là dentro starà e più generazioni
ne vivranno e in quello vedranno un’eterna sapienza
e spezzeranno i sapienti chi non lo conosce.
Ma può avvenire che spunti un sospetto, di nuove esperienze,
che quella tesi scuotano. Il dubbio si desta.
E un altro giorno un uomo dal libro del sapere
gravemente cancella quella tesi.

Intronato dagli ordini, passato alla visita
d’idoneità da barbuti medici, ispezionato
da esseri raggianti di fregi d’oro, edificato
da solennissimi preti, che gli sbattono alle orecchie
un libro redatto da Iddio in persona,
erudito da impazienti pedagoghi, sta il povero e ode
che questo mondo è il migliore dei mondi possibili e che il buco
nel tetto della sua stanza è stato proprio previsto da Dio.
Veramente gli è difficile
dubitare di questo mondo.
Madido di sudore si curva l’uomo
che costruisce la casa dove non lui dovrà abitare.

Ma sgobba madido di sudore anche l’uomo
che la propria casa si costruisce.
Sono coloro che non riflettono, a non
dubitare mai. Splendida è la loro digestione,
infallibile il loro giudizio.
Non credono ai fatti, credono solo a se stessi.
Se occorre, tanto peggio per i fatti.
La pazienza che han con se stessi
è sconfinata. Gli argomenti
li odono con gli orecchi della spia.

Con coloro che non riflettono e mai dubitano
si incontrano coloro che riflettono e mai agiscono.
Non dubitano per giungere alla decisione, bensì
per schivare la decisione. Le teste
le usano solo per scuoterle. Con aria grave
mettono in guardia dall’acqua i passeggeri dl navi che affondano.
Sotto l’ascia dell’assassino
si chiedono se anch’egli non sia un uomo.

Dopo aver rilevato, mormorando,
che la questione non è ancora sviscerata vanno a letto.
La loro attività consiste nell’oscillare.
Il loro motto preferito è: l’istruttoria continua.

Certo, se il dubbio lodate
non lodate però
quel dubbio che è disperazione!
Che giova poter dubitare, a colui
che non riesce a decidersi!
Può sbagliare ad agire
chi di motivi troppo scarsi si contenta!
ma inattivo rimane nel pericolo
chi di troppi ha bisogno.

Tu, tu che sei una guida, non dimenticare
che tale sei, perché hai dubitato
delle guide! E dunque a chi è guidato
permetti il dubbio!

(Trad. Franco Fortini)

PER APPROFONDIRE:

A proposito di zetetica, o arte del dubbio: https://illuminationschool.wordpress.com/2015/02/22/larte-del-dubbio/

La coscienza, così, fa tutti vili,
così il colore della decisione
al riflesso del dubbio si corrompe
e le imprese più alte e che più contano
si disviano, perdono anche il nome dell’azione.

 W. Shakespeare, Amleto, III, I, vv. 87-91, 135

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“Obscurata lux est…”

Me vero primum dulces ante omnia Musae,
quarum sacra fero ingenti percussus amore,
accipiant caelique vias et sidera monstrent,
defectus solis varios lunaeque labores …
Vergilius, Georgicon, II, vv. 475-478

PLOUTARCOU, BIOI PARALLHLOI, ALEXANDROS, 19
thn de megalhn machn proV Dareion ouk en ArbhloiV, wVper oi polloi grafousin all en GaugamhloiV genestai sunepese … h men oun selhnh tou BohdromiwnoV exelipe peri thn twn musthriwn twn Aqhnhsin archn endekath d apo thV ekleiyewV nukti twn stratopedwn en oyei gegonotwn …

Plutarco, Vita di Alessandro: battaglia di Gaugamela (Arbela), ottobre 331 a.C.

But the great battle of all that was fought with Darius was not, as most writers tell us, at Arbela, but at Gaugamela, which, in their language, signifies the camel’s house, forasmuch as one of their ancient kings having escaped the pursuit of his enemies on a swift camel, in gratitude to his beast, settled him at this place, with an allowance of certain villages and rents for his maintenance. It came to pass that in the month Boedromion, about the beginning of the feast of Mysteries at Athens, there was an eclipse of the moon, the eleventh night after which, the two armies being now in view of one another, Darius kept his men in arms, and by torchlight took a general review of them.

Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, II, 180

Ideo defectus solis ac lunae vespertinos orientis incolae non sentiunt, nec matutinos ad occasum habitantes, meridianos vero serius nobis illi. apud Arbilam Magni Alexandri victoria luna defecisse noctis secunda hora est prodita eademque in Sicilia exoriens. solis defectum Vipsano et Fonteio cos., qui fuere ante paucos annos, factum pridie kalendas Maias Campania hora diei inter septimam et octavam sensit, Corbulo dux in Armenia inter horam diei decimam et undecimam prodidit visum, circuiti globi alia aliis detegente et occultante.

Consequently inhabitants of the East do not perceive evening eclipses of the sun and moon, nor do those dwelling in the West see morning eclipses, while the latter see eclipses at midday later than we do. The victory of Alexander the Great is said to have caused an eclipse of the moon at Arbela at 8 p.m. while the same eclipse in Sicily was when the moon was just rising. An eclipse of the sun that occured on April 30 in the consulship of Vipstanus and Fonteius a few years ago was visible in Campania between 1 and 2 p.m. but was reported by Corbulo commanding in Armenia as observed between 4 and 5: this was because the curve of the globe discloses and hides different phenomena for different localities

Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, II, 53: l’eclissi di sole prevista da Talete, maggio 585 a.C.

Et rationem quidem defectus utriusque primus Romani generis in vulgum extulit Sulpicius Gallus, qui consul cum M. Marcello fuit, sed tum tribunus militum, sollicitudine exercitu liberato pridie quam Perses rex superatus a Paulo est in concionem ab imperatore productus ad praedicendam eclipsim, mos et composito volumine. Apud Graecos autem investigavit primus omnium Thales Milesius Olympiadis XLVIII anno quarto praedicto solis defectu, qui Alyatte rege factus est urbis conditae anno CLXX. Post eos utriusque sideris cursum in sexcentos annos praececinit Hipparchus, menses gentium diesque et horas ac situs locorum et visus populorum complexus, aevo teste haut alio modo quam consiliorum naturae particeps.

E, primo tra i Romani, illustrò la ragione dell’eclissi di entrambi Sulpicio Gallo, che fu console con M.Marcello ma poi tribuno militare, liberando l’esercito dall’ansietà il giorno prima che Perseo fosse sconfitto da Paolo, con un discorso nel quale, invitato dal comandante, prediceva l’eclissi in base ad una sovrapposizione dell’orbita. Tra i Greci le studiò primo di tutti Talete di Mileto che predisse l’eclissi di sole dell’anno quarto della XLVIII  Olimpiade, che accadde sotto il regno di Aliatte nell’anno CLXX  ab urbe condita. Dopo di loro Ipparco predisse il corso di entrambi gli astri per seicento anni, specificando mesi, giorni, ore, e riassumendo la posizione dei luoghi e l’aspetto visto dalla gente, testimoniando l’eternità in nessun altro modo che secondo le leggi della natura.

Tito Livio, Ab Urbe Condita Liber XXXVII, 37: ROMA; 14 marzo 190 a.C., eclissi di sole.

 L. Cornelius consul peractis quae Romae agenda erant, pro contione edixit, ut milites, quos ipse in supplementum scripsisset, quique in Bruttiis cum A. Cornelio propraetore essent, ut hi omnes idibus Quinctilibus Brundisium conuenirent. Item tres legatos nominauit, Sex. Digitium L. Apustium C. Fabricium Luscinum, qui ex ora maritima undique nauis Brundisium contraherent; […] per eos dies, quibus est profectus ad bellum consul, ludis Apollinaribus, a. d. quintum idus Quinctiles caelo sereno interdiu obscurata lux est, cum luna sub orbem solis subisset. et L. Aemilius Regillus, cui naualis prouincia euenerat, eodem tempore profectus est. 

Il console L.Cornelio, dopo aver fatto quel che c’era da fare a Roma, ordinò con un discorso che i soldati che aveva lui stesso arruolato di complemento, e che si trovavano nel Bruzio con il propretore A. Cornelio, si trasferissero tutti a Brindisi per le Idi di Quintile. Nominò lui stesso tre legati, Sex. Digizio, L.Apustio e C.Fabrizio Luscino, che raggiungessero Brindisi per nave dal mare; […] in quei giorni nei quali il console era partito per la guerra, durante i Ludi Apollinari, il giorno 11 Quintile a ciel sereno la luce fu oscurata, perché la Luna era davanti al disco del Sole e L.Emilio Regillo, al quale era toccata la provincia navale, partì in quel medesimo tempo. […]

Cicero,  De Republica, I, 25: durante la guerra del Peloponneso gli ateniesi furono spaventati da una eclissi di sole. Pericle allora li calmò,  fornendo loro la spiegazione che egli stesso aveva appreso da Anassagor: cum disputando rationibusque docuisset, populum liberavit metu. Si tratta, con ogni probabilità, dell’eclissi dell’agosto del 430 a.C.

Atque eius modi quiddam etiam bello illo maximo, quod Athenienses et Lacedaemonii summa inter se contentione gesserunt, Pericles ille, et auctoritate et eloquentia et consilio princeps civitatis suae, cum obscurato sole tenebrae factae essent repente Atheniensiumque animos summus timor occupavisset, docuisse civis suos dicitur, id quod ipse ab Anaxagora, cuius auditor fuerat, acceperat, certo illud tempore fieri et necessario, cum tota se luna sub orbem solis subiecisset; itaque, etsi non omni intermenstruo, tamen id fieri non posse nisi certo intermenstruo tempore. Quod cum disputando rationibusque docuisset, populum liberavit metu; erat enim tum haec nova et ignota ratio, solem lunae oppositu solere deficere, quod Thaletem Milesium primum vidisse dicunt. id autem postea ne nostrum quidem Ennium fugit; qui ut scribit, anno trecentesimo quinquagesimo fere post Romam conditam ‘Nonis Iunis soli luna obstitit et nox.’ atque hac in re tanta inest ratio atque sollertia, ut ex hoc die quem apud Ennium et in maximis annalibus consignatum videmus, superiores solis defectiones reputatae sint usque ad illam quae Nonis Quinctilibus fuit regnante Romulo; quibus quidem Romulum tenebris etiamsi natura ad humanum exitum abripuit, virtus tamen in caelum dicitur sustulisse.

P. Vergilius Maro, Georgica, I, 463 – 474.

… Solem quis dicere falsum
Audeat? Ille etiam caecos instare tumultus
Saepe monet fraudemque et operta tumescere bella.
Ille etiam extincto miseratus Caesare Romam,
Cum caput obscuro nitidum ferrugine texit,
Impiaque aeternam timuerunt saecula noctem.
Tempore quamquam illo tellus quoque et aequora ponti,
Obscenaeque canes importunaeque uolucres
Signa dabant.

SENECA, De beneficiis,  V 6, 4s.

Non est ista solis defectio, sed duorum siderum coitus, cum luna humiliore currens via infra ipsum solem orbem suum posuit et illum obiectu sui abscondit; quae modo partes eius exiguas, si in transcursu strinxit, obducit, modo plus tegit, si maiorem partem sui obiecit, modo excludit totius aspectum, si recto libramento inter solem terrasque media successit. Sed iam ista sidera hoc et illo diducet velocitas sua; iam recipient diem terrae, et hic ibit ordo per saecula dispositosque ac praedictos dies habet, quibus sol intercursu lunae vetetur omnes radios effundere. Paulum expecta; iam emerget, iam istam velut nubem relinquet, iam exolutus impedimentis lucem suam libere mittet.

Tutto ciò non è la scomparsa del sole, ma l’incontro di due astri, quando la luna che percorre un’orbita più bassa mette il suo disco al di sotto del sole e, interponendosi, lo nasconde; e ora ne occulta una piccola parte, se nel suo percorso lo sfiora appena, ora ne copre una parte maggiore, se interpone una porzione più ampia, ora ne impedisce tutta la vista, se essa si colloca nel mezzo tra la terra e il sole in linea retta. Ma già questi astri sono spinti in direzioni diverse dalla loro velocità, ecco che la luce torna sulla terra: e questo ciclo continuerà attraverso i secoli ed ha i suoi giorni già prestabiliti e ordinati nei quali, per il frapporsi della luna, il sole non può spandere i suoi raggi. Aspetta ancora un po’: ecco che il sole sta per comparire, ecco che esce da questa specie di caligine, ecco che ormai libero da ostacoli ci manda la sua luce.

Le eclissi nell’opera di Seneca: CLICCA QUI.

 Tutte le fonti antiche: CLICCA QUI.

“Eclipses Luminarium” dell’astronomo Cyprian Leowitz (Repubblica Ceca 1514 – Germania 1574), Augusta, Germania, 1555

Pink Floyd, EclipseThe dark side of the moon, 1973 

All that’s to come 
and everything under the sun is in tune 
but the sun is eclipsed by the moon. 

“There is no dark side of the moon really. Matter of fact it’s all dark.” 

L’articolo qui presentato è riproposto in latinorum.tk, sito interamente dedicato alla cultura latina. CLICCA QUI.

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L’arte del dubbio

Rembrandt, Filosofo in meditazione, 1632, Louvre, Parigi

È un metodo “trasversale” antico quanto la filosofia
Che ora riscopriamo per difenderci da dogmi false notizie e propaganda

Roberto Esposito, “La Repubblica”,  22 febbraio 2015

In principio fu Socrate, poi toccò a Sant’Agostino e ancora a Cartesio, alla modernità e a Kant
Eppure ci voleva l’era della confusione digitale e dell’overdose continua di informazioni per farci capire che solo l’assenza di certezze può aiutarci a restare liberi

NEL cercare Dio in tutte le cose resta sempre una zona di incertezza. Le grandi guide del popolo, come Mosè, hanno sempre lasciato spazio al dubbio». A pronunciare tali parole non è un filosofo neoscettico, ma papa Francesco nella sua prima intervista a Civiltà Cattolica . In molti hanno visto in esse, più che una semplice apertura all’esigenza di rinnovare il linguaggio della Chiesa, la testimonianza del ruolo crescente che la dimensione del dubbio ha assunto nella nostra società. In questo senso il grande successo che sta riscontrando in Francia, anche a livello di partecipazione ai corsi universitari, la “zetetica” — come Henri Broch ha definito l’arte del dubbio nei confronti di settarismi, faziosità, dogmi ammantati di pretese scientifiche — non può sorprendere: viviamo immersi un un’epoca in cui ci arriva continuamente una massa enorme di informazioni. E così il controllo sulla autenticità, sulla buona fede, sulla correttezza o sulla logica interna di qualsiasi messaggio, dal tweet di un personaggio noto a un documento ufficiale di un’istituzione, diventa un’attività cruciale, un meccanismo di sopravvivenza: l’unico esercizio possibile per non restare impigliati nelle miriadi di reti della propaganda presenti su internet così come nei prodotti culturali più tradizionali, nella politica così come nelle discipline accademiche, nei video degli estremisti islamici così come nelle verità di regime di ogni luogo e tempo.
È chiaro che, in questo contesto, l’arte del dubbio cambia pelle. Da perno di sistemi di pensiero illuministi o liberal di vario spessore, diventa adesso quello che in fondo è sempre stata: un metodo di conoscenza, un approccio da applicare in maniera trasversale in qualsiasi campo della nostra vita. Una guida indispensabile in un mondo globalizzato, spezzettato, confuso eppure sempre a rischio di finire intrappolato nelle spire del pensiero unico di turno.
Per queste sue caratteristiche, il rilievo filosofico del dubbio naturalmente è antico — può essere fatto risalire alla classica formula socratica del “sapere di non sapere”. Teorizzato dal Pirrone già nel III secolo avanti Cristo, ha trovato una prima formulazione cristiana, condizionata alla verità divina, con sant’Agostino. Successivamente Descartes lo ha posto alla base della conoscenza: pur dubitando di tutto, non si potrà mai dubitare di essere, proprio perciò, un soggetto pensante. Se Pascal e Hume hanno diversamente sottoposto l’idea di certezza assoluta a una critica corrosiva, è stato Kant ad assumere a oggetto di dubbio la ragione stessa, individuandone possibilità e limiti. Tutta la discussione novecentesca sulla relazione indissolubile tra dubbio e certezza — sostenuta da Wittgenstein, ma anche, diversamente, da Popper, Kuhn, Lakatos — ha insistito sulla necessaria falsificabilità dei paradigmi scientifici.
D’altra parte se Kierkegaard scrive in Aut Aut che il dubbio appartiene al movimento interno del pensiero, nel suo Zibaldone Leopardi afferma che «piccolissimo è quello spirito che non è capace o è difficile al dubbio». Su questa linea di ragionamento, che desume la necessità di dubitare dal carattere finito e incompiuto del nostro sapere, Vladimir Jankélévitch, in Da qualche parte nell’incompiuto ( Einaudi, a cura di Enrica Lisciani Petrini), sostiene che, contro le false certezze, va tenuto fermo «il dubbio rispetto alle verità e a se stessi». E tuttavia fin qui non siamo ancora pervenuti al cuore del problema. Perché qualcosa che appartiene alla storia dell’intera tradizione filosofica torna oggi a interpellarci con particolare urgenza? Cosa rende la richiesta all’arte del dubbio così pressante?
Già alla fine degli anni Settanta un volume collettivo curato da Aldo Gargani, con il titolo Crisi della ragione ( Einaudi), monopolizzò il dibattito filosofico in concomitanza con il successo internazionale del libro sul postmoderno di Jean-François Lyotard (Feltrinelli). Ciò che in quegli anni pareva incrinarsi era un intero regime di senso che per un lungo periodo aveva costituito al contempo la struttura indubitabile del reale e un modello normativo di comportamento. A venire meno era il primato del passato sul presente — l’idea che tutto ciò che avveniva fosse predeterminato da quanto lo precedeva secondo un nesso diretto tra cause ed effetti. Quando invece ai codici razionali si accompagnano sempre elementi imprevedibili di tipo intuitivo, emotivo o pragmatico, spesso portati a configgere con essi.
Ma una scossa ancora più destabilizzante si è verificata negli ultimi anni, quando, con il nuovo disordine globale, tutti i riferimenti che fino a qualche tempo fa hanno guidato i nostri comportamenti sembrano essere venuti meno. Da qui nasce la spinta a una ricerca ininterrotta, capace di sfidare dogmi e luoghi comuni. Il termine stesso di zetetica rimanda al verbo greco che significa “cercare”. Alla sua base vi è un bisogno urgente di spirito critico, una diffidenza crescente rispetto alla continua manipolazione che media spregiudicati o asserviti, sondaggi con esiti preconfezionati, dispositivi di propaganda ci rovesciano quotidianamente addosso.
Gli attentati di Parigi, rivolti espressamente contro la libertà di pensiero e di scrittura, hanno rinforzato ulteriormente questa esigenza, come dimostra la pronta scalata delle opere di Voltaire nella zona alta delle classifiche di vendita. Già preparata dal successo di instancabili partigiani del dubbio come Montaigne e Diderot, il ritorno, non solo da parte dei francesi, a Voltaire rilancia la tradizione dei lumi contro l’accecamento prodotto dal fanatismo. Tale impulso zetetico, d’altra parte, si innesta in un orizzonte filosofico già orientato in direzione laica e libertaria. Esso rimanda a filoni culturali diversi, che hanno trovato un primo punto di aggregazione nel “New Atheism” americano — teorizzato da filosofi e saggisti come Richard Dawkins, Daniel Dennet, Sam Harris e Christopher Hitchens. Ciò che li collega in uno stesso punto di vista non è la polemica contro particolari religioni, ma contro qualsiasi tipo di presupposto dogmatico che vincoli la ricerca scientifica e anche i comportamenti pratici. Si tratta di una interpretazione radicale del darwinismo, che sottrae il fenomeno della vita al rimando a qualcosa che ne trascenda lo sviluppo specifico.
A questa corrente — che dall’America si è diffusa in Germania, in Francia, in Italia — si affiancano altri filoni libertari ispirati in vario modo alla tradizione illuministica. Il neo-materialismo individualista di Michel Onfray, autore di un discusso Trattato di ateologia (tradotto in Italia da Fazi), è stato oggetto di un ampio dibattito e anche di forti critiche. Portando agli esiti estremi la dottrina della tolleranza che ha i suoi padri in Locke e nello stesso Voltaire, la sua prospettiva è caratterizzata da una critica preventiva di qualsiasi nozione che non sia passata al vaglio dell’analisi razionale. L’altra scuola di pensiero che, forse con maggiore consapevolezza teoretica, rompe con ogni forma di trascendenza è quella che guarda da un lato al pensiero di Spinoza e dall’altro alla genealogia di Nietzsche. Ciò spiega la forte ripresa di interesse per un autore come Gilles Deleuze, del quale DeriveApprodi ha appena edito il film-intervista, a cura di Claire Parnet, dal titolo Abecedario. Forse prevedendo la svolta in atto, Michel Foucault aveva una volta pronosticato «che un giorno il secolo sarà deleuziano». Prudentemente non aveva specificato di quale secolo parlava.

“La scienza non posa su un solido strato di roccia. l’ardita struttura delle sue teorie si eleva, per così dire, sopra una palude. È come un edificio costruito su palafitte. Le palafitte vengono conficcate dall’alto, giù nella palude, ma non in una base naturale o “data”; e il fatto che desistiamo dai nostri tentativi di conficcare più a fondo le palafitte non significa che abbiamo trovato un terreno solido. Semplicemente ci fermiamo quando siamo soddisfatti e riteniamo che almeno per il momento i sostegni siano abbastanza stabili da sorreggere la struttura.”
Karl Popper, La logica della scoperta scientifica, 1934

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2015: anno internazionale della luce

Il 2015 è l’anno della luce. Lo ha decretato l’Onu

Arthur Duff, Luce. Solo il buio la definisce davvero: senza contrasto non può esistere,”Corriere della Sera – La Lettura”, 4 gennaio 2015

Sembra paradossale, immerso come sono nella luce del sole e ipnotizzato dalla luce bianca dello schermo del computer, la semplicità con cui riesco a visualizzare il buio. Non è per nulla un buio intimidatorio o carico di significati simbolici. È più un’immagine di buio da definire, contenuto compresso, traballante, appannato. Da qui, inizio a riflettere su come la luce possa abitare questa immagine mentale e come possa ottenere una definizione. Ha bisogno di un confine, una soglia, un oggetto. La luce cerca una forma su cui riflettere o dalla quale essere assorbita. In questo caso, è interamente luce potenziale e intrinseca, limitata dai confini fisiologici del mio cervello; la mia immaginazione. Più di cinquant’anni fa l’artista tedesco Otto Piene, scomparso nel 2014, scriveva: «È strano che l’oscurità abbia una parte così preponderante nella sfera dell’arte contemporanea, specialmente se consideriamo che l’uomo trascorre la più importante parte della sua vita, quella in cui è sveglio, alla luce». ( n. 2 «Azimuth», 1960).
Piene, in quel momento, era immerso in un dialogo fra una nuova relazione con l’oggetto e il processo che porta alla sua creazione, in contrasto con convenzioni datate sulla concezione della pittura, della scultura e soprattutto dello spazio dell’arte. Per lui il buio era il vecchio, da «perforare con la luce, rendere trasparente per togliere il terrore da esso». Usava il buio come mezzo per far apparire più luminosa la luce; il nero del buio era l’espressione dell’invisibile, degli eventi tragici e della perdita di direzione.
Ammetto che come artista sono onestamente invidioso dell’ottimismo visionario di Otto Piene all’inizio degli anni Sessanta, dove la luce poteva prendere uno slancio metaforico limpido e romantico. Luce/buio, direzione/spaesamento, visibile/invisibile, eccetera. Credo che la perdita del visibile non sia necessariamente una perdita di significato. Il buio è sia un punto di partenza che un punto di arrivo. Sempre presente, ci avvolge e ci contiene. Il mio cervello non vedrà mai la luce (lo spero almeno), la percepirà solo indirettamente; come elaborazione d’informazioni, il momento di percezione è causato da un fotone, che innescherà una serie di processi, il mio sistema visivo li convertirà ed elaborerà in attività cerebrale, da comprendere ed elaborare ancora. La soglia tra l’oggetto fisico «esterno» e la sua percezione «interna» diventa una questione critica, da scoprire su vari livelli e in vari momenti. Si manifesta nel mio lavoro nella relazione tra la fonte di proiezione (uso una tecnologia di proiezione laser che emette un fascio luminoso scaturito da un solo punto) e gli spazi ampi che occupa la luce proiettata, oppure nella relazione tra la natura fisica in cui si manifesta il fenomeno luminoso e lo spazio cognitivo in cui viene elaborato.
Il mio lavoro tende a operare sulla dinamica del quadro di riferimento, più che su una cosa in sé. Mi permette di lavorare su un rapporto di scala infinitamente vario e diventa quasi irrilevante su quale livello io scelga di intervenire: in fondo, l’ambito della nostra esistenza, su una scala galattica (per non dire universale), è tremendamente esiguo. È la luce come materia a ovviare a un problema di scala. Viaggia all’infinito e non ha tempo. Un materiale perfetto per fare scultura.
Come esseri umani si potrebbe dire che ci siamo evoluti per conservarne l’impressione, per ricordarne l’immagine. Quindi è la scelta dello spazio sul quale intervenire, come produttori di cose e di immagini, che rimane per noi il vero campo di azione dell’arte. Uno spazio, infatti, non rimane mai determinabile come esterno all’apparato percettivo: il buio, nel mio caso, non lo permette. Una fascia luminosa precisa, proiettata in assenza di luce su un oggetto, crea un contrasto che amplifica il nero percepito che circonda la presenza luminosa. Il buio diventa quindi più presente. E il nero più nero.
Il nero inizia dunque ad assumere delle caratteristiche di cosa , esattamente come può iniziare a essere definito come spazio reale . Reale perché inizia a descrivere uno spazio fisico esterno che coabita lo spazio cognitivo. E questo non avviene attraverso un processo illusorio: parliamo comunque di momenti in cui il buio e la luce si manifestano in termini concreti. Sebbene la luce possa essere descritta come un’onda, infatti, ha anche le proprietà tipiche di una particella.
Considero il mio lavoro più inerente al buio che alla luce e uso la luce con l’intento di avere un effetto sul buio dal quale è circondata: anche su quel buio intrinseco, interno, fisiologico, lontano. È uno spazio, questo, dove si transita tra il fenomenico e il concreto, l’illusorio e il reale, tra la parte e il tutto. Qui cerco quel buio fluido, in costante conversione tra nero esterno e nero percepito. L’uso della luce permette di accrescere il nero del buio e ne aumenta la presenza, facendolo diventare quasi corpo. Di questa sostanza voglio scoprire le scansioni interne, tentando di non inciampare in un misticismo retorico e facendo di tutto per limitarmi alla superficie, lavorando per creare uno spazio della scultura dove, all’emergere solido della luce, la totalità del buio prenda forma.
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Massimo Inguscio, Aver stabilito la sua velocità ha mutato l’idea di misura. Onda e corpuscolo: una natura duale termometro delle stelle

Per la scienza la luce è conoscenza: viviamo in un mondo di luce, «vediamo» ciò che ci circonda e grazie alla luce proveniente da galassie lontane conosciamo l’universo. La stessa «comprensione» della natura della luce è andata di pari passo con lo sviluppo della scienza. Cominciamo con la sua velocità: intuita come finita da Galileo nei Discorsi del 1632, misurata con tecniche sempre più raffinate nel corso dei secoli, è la massima possibile secondo la relatività ristretta di Einstein, tra l’altro un limite invalicabile alla velocità di trasmissione dell’informazione. Quasi quarant’anni fa la determinazione «esatta» della velocità della luce ha reso obsoleto il metro come «campione indipendente» di lunghezza riportandolo alla misura del tempo, circa tre miliardesimi di secondo, impiegato dalla luce per percorrerlo.
La velocità finita ci ha permesso di misurare la distanza Terra-Luna con precisione quasi millimetrica e ci fa «vedere» in ritardo costituenti lontani nell’universo. Questo permette una sorta di viaggio a ritroso nel tempo che ci aiuta a comprendere se i nostri atomi e molecole sono esattamente gli stessi da miliardi di anni.
Ma cosa è la luce? Newton la descriveva fatta di corpuscoli di colori diversi, ma ci sono fenomeni come i colori cangianti delle bolle di sapone che si spiegano solo con una teoria ondulatoria. Si tratta di oscillazioni di campi elettrici e magnetici che si ottengono a partire dalle equazioni di Maxwell, elegantissime come tutte quelle che descrivono le leggi fondamentali della Fisica.
Onda o corpuscolo?
Si usa sentir parlare di dualismo, in effetti si tratta di due aspetti diversi che si manifestano a seconda dei fenomeni che si osservano: la realtà fisica è quella che ci risulta dagli esperimenti. La soluzione è nel fotone, il «pacchetto d’onda» introdotto con lo sviluppo della meccanica quantistica. Un fascio di luce più o meno intenso è costituito da tante o poche «ondine» elettromagnetiche oscillanti (i vostri occhi ne stanno intercettando milioni di miliardi ogni secondo) e il colore dipende da quanto rapide sono appunto le oscillazioni. In un fotone «blu» la frequenza è più alta che in un fotone «rosso», un po’ come succede per un suono acuto rispetto a uno basso.
Attenzione però, la luce si propaga anche nel vuoto e attraversando spazi siderali la luce è uno speciale termometro per le stelle: il «bianco» è dato da una distribuzione continua che dipende solo dalla temperatura. È la stessa legge universale ricavata da misure precise in laboratorio la cui interpretazione portò Planck a formulare la teoria dei quanti. La luce è visibile ai nostri occhi se le oscillazioni elettromagnetiche avvengono con una frequenza un po’ meno di un milione di miliardi al secondo, ma abbiamo sviluppato rivelatori per onde «invisibili» come quella «fossile» che oscilla un milione di volte più lentamente e investendoci da ogni parte dell’universo ci parla di un residuo, a più di 270 gradi sotto zero, risalente al mondo poco dopo il Big Bang.
Dall’universo all’infinitamente piccolo… La luce ci ha insegnato come sono fatti gli atomi portando alla scoperta di teorie sempre più raffinate, a partire dalla meccanica quantistica. La necessità di spiegare come certa emissione di luce da semplici atomi di idrogeno fosse composta da due «colori» vicinissimi portò Dirac a combinare relatività e meccanica quantistica e a prevedere l’esistenza dell’antimateria. Oggi siamo in grado di vedere i fotoni emessi dagli atomi uno a uno e di usarli come messaggeri di informazione quantistica a prova di hacker. Il conteggio dei fotoni permette di misurare molto precisamente l’intensità luminosa dei led con i quali possiamo sintetizzare nuova luce bianca con un’efficienza energetica decine di volte maggiore della lampadina a incandescenza: una rivoluzione tecnologica a servizio dell’umanità — un quarto del consumo mondiale di elettricità va in illuminazione — premiata con il Nobel per la Fisica 2014.
Alla curiosità di capire come la luce interagisce con gli atomi è legata la scoperta del laser, l’invenzione un po’ a sorpresa che più di ogni altra ha creato innovazione tecnologica nel secolo scorso. Il laser è una forma di luce purissima, con una frequenza e un colore perfettamente definiti. Oggi la possibilità di contare il milione di miliardi di volte che la luce gialla di un fascio laser oscilla in un secondo consente di utilizzare gli atomi per realizzare orologi di una precisione mai raggiunta, orologi che su tutta l’età dell’universo sbaglierebbero di un solo secondo.
Qui la luce è protagonista assoluta: controlla il moto degli atomi fin quasi a fermarli, li intrappola, li interroga. Questi orologi, fatti con atomi e luce, sono molto sensibili alla gravità che imbriglia lo scorrere del tempo, come previsto dalla relatività, questa volta quella generale, di Einstein: un orologio in montagna va «avanti» rispetto a uno in pianura.
È sempre la luce, infrarossa questa volta, che viaggia in fibra ottica dall’Istituto nazionale di ricerca metrologica di Torino al Frejus per confrontare due orologi ottici: la sfida è quella di misurare col «tempo» le impercettibili variazioni di gravità dovute alle deformazioni e ai movimenti della crosta terrestre. Di più, una rete di luce ultraprecisa in fibra viene ora tessuta tra gli orologi atomici degli istituti di metrologia europei. Sarà un osservatorio sensibilissimo, esteso nello spazio e con precisione tale nella misura del tempo che potrebbe aiutarci persino a svelare l’enigma della materia oscura, riservandoci chissà quali sorprese.

Piero Stefani, Dalla Genesi alla tradizione francescana. È la prima creatura anzi s’identifica con Dio al pari dell’amore

San Francesco compose il Cantico di frate Sole quando aveva gli occhi cauterizzati e fasciati. Fu dunque nel buio più impenetrabile che il santo pronunciò le parole volte a lodare il Signore per il Sole, l’astro grazie al quale Egli ci illumina. Francesco lo loda per quanto benefica altri. Basterebbe ciò a indicare l’altezza di un’anima. Il Cantico si riferisce a fonti di luci visibili, senza fare alcun cenno a realtà invisibili. In un tempo in cui la corrente ereticale dei catari scorgeva nella materia il sigillo del demiurgo cattivo, Francesco celebra la bontà del Dio invisibile partendo dal mondo materiale.
Nel Cantico la spiritualità della luce è tutta legata al mondo osservato con gli occhi. In quel testo le realtà materiali non sono colte come il primo gradino di una scala che ci porta alla sfera dei beni spirituali. La lode celebra piuttosto la volontà dell’Altissimo di preoccuparsi delle sue creature. Il Sole è simbolo del Signore perché è attraverso di esso che Dio si prende cura di noi: «Et allumini noi per lui». Gesù l’aveva detto nel «Discorso della montagna»: il Padre fa sorgere il suo Sole sui cattivi e sui buoni ( Matteo 5,45). La luce solare illumina e riscalda tutti senza eccezione.
Nelle sue prime righe il libro della Genesi parla di tenebre estese sull’abisso. L’oscurità è però sconfitta dalla prima parola uscita dalla bocca di Dio. Essa ci è tuttora familiare nella sua formulazione latina: «Fiat lux» ( Genesi 1, 3). La parola invisibile crea la luce. La precedenza della parola ci comunica che la luce è creatura di Dio. Nessun linguaggio verbale umano riesce a trasmettere appieno quest’ idea. La musica, forse, è in grado di fare un po’ di più: l’accordo in maggiore che squarcia il «preludio del caos» nella Creazione di Franz Joseph Haydn è luminoso. Tuttavia neppure da quel suono sorge la luce.
Si tratta di pura luce, priva di fonti luminose. Il Sole, la Luna e le stelle, definite semplicemente lumi ( me’orot ), saranno create solo il quarto giorno ( Genesi 1, 14-19): la luce, da primaria, diviene secondaria. Tra i biblisti, nell’epoca della secolarizzazione, si amava dire che il Sole, da divinità (si pensi all’Egitto), è stato trasformato in lampada. Non si tratta soltanto di desacralizzare. Il Sole è presentato come creatura di Dio perché dona luce e calore agli altri. Al quarto giorno siamo così arrivati al punto in cui il Cantico di Francesco inizia: «Et allumini noi per lui».
«Yehi ’or», «fiat lux»; era inevitabile che questa luce primordiale che precede ogni sorgente luminosa suscitasse tra gli ebrei e i cristiani una serie quasi infinita di speculazioni mistiche. Ritenere la luce la prima fra le creature comporta che tutte le altre dipendano da essa. Nella prima metà del XIII secolo il francescano Roberto Grossatesta non si limitò alla lode scritta dal fondatore del suo ordine. Per il filosofo inglese la luce è la forma prima di ogni materia creata. La speculazione metafisica, quando affronta il tema della luce, fa risuonare in lui anche corde poetiche: «La prima parola del Signore creò la natura della luce e disperse le tenebre, e dissolse la tristezza e rese immediatamente ogni specie lieta e gioiosa. La luce è bella di per sé». Per Grossatesta la luce causa nelle creature un senso di felicità.
Si può fare un passo ulteriore. Nella «civiltà del commento» la domanda del perché Dio abbia iniziato la sua opera creativa con la luce trova una risposta: «Perciò Dio, che è luce, giustamente ha cominciato l’opera dei sei giorni dalla luce stessa, di cui tanto grande è la dignità» (Grossatesta). Dalla creatura si passa così al Creatore. Dio è luce incorporea. Il termine, associato più di ogni altro al vedere, viene ora riconsegnato al mondo invisibile. Ci si inabissa addirittura, con Dante Alighieri, oltre al «ciel ch’è pura luce /luce intellettual piena d’amore» ( Paradiso XXX, 39-40). Si giunge infatti nel seno stesso di Dio uno e trino.
Nella prima lettera di Giovanni si legge che «Dio è luce e in lui non c’è tenebra alcuna» (1,5). Questa pura luce senza contrasti attesta la radicale diversità divina rispetto alle realtà create, nell’ambito delle quali la luce deve risplendere sempre tra le tenebre ( Giovanni 1,5). Quando nel Credo si parla del Figlio lo si definisce «Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero». La luce, come l’amore, per sua intima natura, si espande. Ciò vale anche all’interno della vita di Dio. Un inno vespertino della liturgia cattolica esclama: «O lux, beata Trinitas et principalis Unitas» — O luce, Trinità beata e Originaria Unità. Se alla parola lux sostituissimo il termine amore, il significato non muterebbe. La prima lettera di Giovanni afferma non solo che Dio è luce, ma che Egli è anche amore ( 1 Gv 4,8).
La luce non la si vede, essa fa vedere. È soprattutto per il suo essere rivolta verso l’altro da sé che la luce, nella vita spirituale, è associata all’amore. Ciò vale anche per il Sole che il Padre fa sorgere sui cattivi e sui buoni. È pressoché certo che oggi quella radiosa materialità voluta dal Signore sia spiritualmente più eloquente delle speculazioni dirette all’inaccessibile vita intradivina. Il Sole non sa che ci sta illuminando, tuttavia chi lo guarda con gli occhi spirituali di frate Francesco loda Dio per il suo illuminarci attraverso l’astro che dell’Altissimo «porta significatione».

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A beautiful life

Bruno Arpaia, A beautiful mind, ” Repubblica”, 23 novembre 2014 

In quest’epoca di crisi e scarse certezze le battaglie di personaggi come Alan Turing e Stephen Hawking ci affascinano ancora di più, forse perché riversiamo su di loro aspettative e desideri di trasgressione
Cinema, letteratura, tv raccontano le vite dei grandi scienziati che diventano così i nuovi, veri eroi dell’immaginario, tra scoperte epocali drammi privati e inevitabili cliché

IRREGOLARE , eccentrico, disadattato, marginale. Oppure colpito da malattie fisiche o psichiche. Però, sia chiaro, immancabilmente, luminosamente geniale. È così che lo scienziato piace al pubblico, specie cinematografico, almeno dai tempi di Will Hunting genio ribelle o da quelli di A beautiful mind, in cui Russell Crowe impersonava John Nash, l’ormai famoso matematico affetto da schizofrenia e vincitore del Nobel. Forse, andata fortunatamente in pensione l’idea romantica del pittore, del poeta, del musicista maledetto, tutto genio e sregolatezza, è sugli uomini di scienza che riversiamo le aspettative e i desideri di trasgressione del nostro immaginario prevalentemente umanistico. E li consacriamo come nuovi eroi.
Qualche anno fa, nel suo bel saggio Cinema e matematica , Michele Emmer notava il grande successo di questo tipo di pellicole e scriveva: «Volete realizzare un film, volete vincere un Oscar? Scrivete una bella storia di matematici!». Be’, gli hanno dato ascolto. Dal prossimo gennaio altre figure di scienziati geniali e problematici promettono di affascinare il pubblico. Sono in arrivo nelle sale italiane, infatti, due nuovi biopic, già acclamati al Festival di Toronto. Il primo film, intitolato La teoria del tutto, diretto da James Marsh e interpretato da Eddie Redmayne, racconta la storia di Stephen Hawking, l’autore di Dal big bang ai buchi neri. La vicenda del grande scienziato inglese è nota: nonostante i voti non eccelsi (le personalità geniali, si sa, non vanno mai bene a scuola), viene soprannominato “Einstein” dai compagni. Essendo, per l’appunto, un genio, Hawking si laurea a Oxford studiando appena un’ora al giorno, poi si trasferisce a Cambridge.
Ed è lì, nel 1963, che Stephen avverte i primi sintomi della malattia: una sclerosi laterale amiotrofica, degenerativa e incurabile. Ha ventun anni, e secondo i medici gliene restano da vivere soltanto altri due. Con quella minaccia sospesa sulla testa, Hawking si lancia nel campo delle ricerche cosmologiche. Oggi, sebbene abbia ormai perso quasi qualunque mobilità e comunichi attraverso un computer che traduce in parole i movimenti del suo occhio, è ancora tra noi, pronto a partecipare ai primi voli privati nello spazio o a recitare in un’altra puntata della serie tv The Big Bang Theory. Nel frattempo, ha fornito contributi scientifici fondamentali sui buchi neri (la famosa “radiazione di Hawking”), sulla possibilità di conciliare la relatività e la meccanica quantistica, sull’espansione dell’universo.
Il secondo scienziato che arriverà sugli schermi è Alan Turing, a cui è dedicato The Imitation Game, diretto dal norvegese Morten Tyldum e interpretato da Benedict Cumberbatch e Keira Knightley. Altra storia davvero romanzesca, quella di Turing: nonostante anche lui non brillasse tra i banchi, nel 1936, a soli ventiquattro anni, riesce a risolvere uno dei venti quesiti formulati da David Hilbert nel 1900, introducendo la “macchina di Turing” per dimostrare che esistono problemi matematici “indecidibili” e fondando in qualche modo l’informatica e gli studi sull’intelligenza artificiale. L’Intelligence britannica lo arruola per decrittare gli inespugnabili codici cifrati tedeschi, ottenuti grazie alla famosa macchina Enigma: Turing riesce nell’impresa, salvando milioni di vite. Non contento, subito dopo la guerra entra in competizione con il progetto americano di Von Neumann per la realizzazione del primo calcolatore elettronico, e nel 1948 vince la gara, realizzando il Manchester Mark I, e formulando le idee di base su quelle che oggi si conoscono come reti neurali. Poi però confessa sventatamente a un poliziotto di essere omosessuale. In Inghilterra, a quell’epoca, è un reato. Al processo i suoi meriti di scienziato non gli risparmiano la condanna a un anno, oppure, in alternativa, la castrazione chimica. Turing sceglie la seconda, che gli procura effetti devastanti. Nel 1954, ormai esausto, inietterà del cianuro in una mela e si suiciderà mangiandola. Dicono che il logo della Apple sia ispirato proprio a questo suo gesto estremo.
In Alan Turing. Storia di un enigma ( a cui il film è ispirato, e che Bollati Boringhieri ripubblicherà in gennaio), il suo biografo Andrew Hodges insinua che lo scienziato, depositario di segreti bellici, fosse anche considerato un rischio dai servizi segreti inglesi e americani e che, come già Robert Oppenheimer (è appena uscita per Bompiani una sua bella biografia firmata da Ray Monk), sia stato sacrificato sull’altare della sicurezza nazionale.
Nei due film, almeno a giudicare dai trailer, non ci verranno risparmiati i cliché che popolano il nostro immaginario sugli scienziati: Turing sarà scostante, altezzoso, avrà un’aria di sufficienza e ostenterà superiorità, mentre per Hawking si insisterà soprattutto sulla storia d’amore con Jane Wilde e sulla sfida alla propria malattia. Né, temiamo, ci sarà molto spazio per parlare delle loro scoperte scientifiche. Perché per noi profani gli scienziati restano comunque una specie di setta misterica, parlano un linguaggio incomprensibile: caratteristiche che li portano spesso all’irregolarità,  alla maniacalità o addirittura alla follia. Ovviamente, non è affatto così. Quasi mai matematici, fisici, biologi o geologi sono geniali e sregolati. Per fortuna, molti cineasti e romanzieri se ne sono accorti; e hanno scoperto che, nonostante gli scienziati siano di norma persone comuni, socievoli e curiose, senza il minimo problema relazionale, dedite con disciplina e fatica al proprio lavoro, spesso dietro le loro creazioni si celano comunque storie meravigliose. Tutte da raccontare. Come nel caso di Turing e Hawking: storie di caparbietà, di tenacia, di intelligenza, di immaginazione, di pensiero avventuroso e audace alle frontiere estreme della conoscenza. Storie perfette, per degli eroi cinematografici. Ai quali la malattia o la persecuzione per l’omosessualità aggiungono un ulteriore elemento: una fragilità che li umanizza, li rende più simili a noi e, dunque, raccontabili al grande pubblico, capaci di affascinarci, a prescindere dai tic, dalle eccentricità e dalle svagatezze del “genio”, almeno come noi lo immaginiamo.
Se portare sullo schermo le storie di questi “eroi fragili” e brillanti contribuirà a far capire quanto vicine siano la scienza e l’arte, quanta passione e allo stesso tempo quanta disciplina animino tanto un matematico quanto un musicista o un romanziere, allora questi film avranno davvero rivoluzionato il nostro immaginario. E potremo finalmente sbarazzarci dei vecchi luoghi comuni: addio, “genio e sregolatezza”.

Cédric Villani

Marco Cattaneo, Genio e sregolatezza, una falsa leggenda da mandare in soffitta

L’ULTIMO in ordine di apparizione è stato Matt Taylor, l’uomo che doveva passare alla storia per averci portato su una cometa e invece è stato costretto a scusarsi in lacrime per una camicia imbarazzante. Preceduto di un soffio da Cédric Villani, matematico francese vincitore della medaglia Fields nel 2010. Per lui niente tatuaggi e fumetti sexy; Villani veste abiti da dandy cui abbina vivaci cravatte a fiocco e vistose spille a forma di ragno.
Al contrario di questi due esemplari di scienziato da vetrina, dopo aver dimostrato la congettura di Poincaré, un problema che ha dato grattacapi ai matematici per tutto il XX secolo, Grigorij Perel’man ha rifiutato riconoscimenti come la medaglia Fields e il milione di dollari previsto dal Clay Institute per chi avesse risolto i sette problemi del secolo, ha lasciato tutti gli incarichi universitari e si è ritirato a vivere con la madre in una casa popolare alla periferia di Mosca. La sua ultima immagine, del 2007, lo ritrae nella metropolitana della capitale russa con capelli incolti, barba arruffata e un paio di vecchie scarpe bucate.
Insomma, gli scienziati dell’ultima generazione non fanno nulla per sfuggire allo stereotipo che vuole il genio accompagnato alla sregolatezza. O forse no. Perché a fronte di una manciata di personaggi fin troppo eccentrici, i laboratori sono popolati da migliaia di ricercatori brillanti, anche geniali, che hanno una vita ordinaria, non hanno problemi relazionali, non soffrono di patologie psichiatriche.
D’altra parte la frequenza di comportamenti stravaganti nei tratti biografici dei grandi scienziati non poteva non suscitare l’interesse… degli scienziati. Così nel 2005 Dean Keith Simonton, psicologo dell’Università della California, ha passato in rassegna una montagna di studi in materia per arrivare a una conclusione rassicurante, almeno per l’icona pop dello scienziato: l’associazione tra genio e tratti psicotici ha una forza considerevole. Ma c’è di più. Nel 2009 Szabolcs Kéri, psichiatra dell’Università Semmelweis di Budapest, ha scoperto, studiando un gruppo di persone altamente creative, che presentavano una variante di un gene legata a un maggiore rischio di schizofrenia. Quasi un’esplicita conferma della vita di John Nash narrata in A Beautiful Mind. Ma c’è un problema: la psicosi vera e propria, in Nash ma anche in tutte le altre persone che soffrono di queste malattie, soffoca il genio creativo, non lo alimenta.
Insomma, guardando alla figura di Nash, ma anche alla formidabile creatività degli scienziati stravaganti, il genio e la follia potrebbero convivere, rimanendo separati da un labile — ma valicabile — confine, come sosteneva già John Dryden, poeta inglese del Seicento. Quale sia quel confine è l’oggetto di studio di Shelley Carson, psicologa cognitiva di Harvard che dedica il suo lavoro agli ingredienti della creatività. Scoprendo che uno specifico fattore determina il successo creativo: la “disinibizione cognitiva”, vale a dire l’apertura a idee, immagini o stimoli ritenuti estranei, insoliti. Grande intelligenza e memoria di lavoro farebbero il resto, tenendo a bada gli effetti negativi della disinibizione — che accompagna anche la sregolatezza, per non dire la follia — e incanalandoli nel processo creativo.
Ma allora che cosa dovremmo dire alle migliaia di scienziati che hanno una vita perfettamente normale, non si mettono i calzini spaiati, non conservano appunti nel frigorifero? Forse faremmo bene a ricordare che le linguacce di Albert Einstein furono accompagnate dalla compostezza del “danese tranquillo”, Niels Bohr, come lo definisce Abraham Pais nella sua monumentale biografia. E alle bizzarrie di Paul Dirac, uno dei padri della meccanica quantistica, replicare con la grigia quotidianità di Werner Heisenberg, che pure fu uno dei fisici più visionari del XX secolo. E ancora che se Steve Jobs suggeriva «stay hungry, stay foolish » («siate affamati, siate folli »), Thomas Edison sosteneva che il genio è «per l’1 per cento ispirazione e per il 99 per cento sudore».
Ma soprattutto dovremmo imparare a non farci condizionare dagli stereotipi. Così, dietro l’immagine dello scienziato eccentrico, potremo mettere meglio a fuoco il contributo che tutti quei protagonisti, eccentrici o meno, hanno dato al cammino della conoscenza e della civiltà.

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Anche il Medioevo sapeva che il mondo era sferico

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Topographia Christiana, Cosmas Indicopleustes, Monte Athos, XI secolo, Firenze, Bibl.Medicea Laurenziana, Plut. 9,28, fol. 92v-93

Umberto Eco, La Terra non è mai stata piatta, “La Repubblica”,  22 novembre 2014

QUANDO si è iniziato a riflettere su quale fosse la forma della Terra, era stato abbastanza realistico per gli antichi ritenere che essa fosse quella di un disco. Per Omero il disco era circondato dall’Oceano e ricoperto dalla calotta dei cieli, e – a giudicare dai frammenti dei presocratici, talora imprecisi e contraddittori a seconda delle testimonianze – per Talete era un disco piatto; per Anassimandro aveva la forma di un cilindro e Anassimene parlava di una superficie piatta, contornata dall’Oceano, che navigava su una sorta di cuscino di aria compressa.
Solo Parmenide pare ne avesse intuito la sfericità e Pitagora la riteneva sferica per ragioni mistico-matematiche.
Su osservazioni empiriche si erano invece basate le successive dimostrazioni della rotondità della terra, come testimoniano i testi di Platone e Aristotele. Dubbi sulla sfericità sopravvivono in Democrito ed Epicuro, e Lucrezio nega l’esistenza degli Antipodi, ma in generale per tutta l’antichità posteriore la sfericità della Terra non viene più discussa.
Che la Terra fosse sferica lo sapeva naturalmente Tolomeo, altrimenti non avrebbe potuto dividerla in trecentosessanta gradi di meridiano, e lo sapeva Eratostene, che nel III secolo a.C.  aveva calcolato con una buona approssimazione la lunghezza del meridiano terrestre, considerando la diversa inclinazione del Sole, a mezzogiorno del solstizio di primavera, quando si rifletteva nel fondo dei pozzi di Alessandria e di Syene (l’odierna Assuan), città di cui si conosceva la distanza.
Malgrado molte leggende che ancora circolano su internet, tutti gli studiosi del medioevo sapevano che la Terra fosse una sfera. Anche uno studente di prima liceo può facilmente dedurre che, se Dante entra nell’imbuto infernale ed esce dall’altra parte vedendo stelle sconosciute ai piedi della montagna del Purgatorio, questo significa che egli sa benissimo che la Terra è tonda. Ma della stessa opinione erano stati Origene e Ambrogio, Alberto Magno e Tommaso d’Aquino, Ruggero Bacone, Giovanni di Sacrobosco, tanto per citarne alcuni.
Nel VII secolo Isidoro di Siviglia (che pure non era un modello di accuratezza scientifica) calcolava la lunghezza dell’equatore. Indipendentemente dalla precisione delle sue misure, chi si pone il problema della lunghezza dell’equatore ovviamente ritiene che la Terra sia sferica. Tra l’altro la misura di Isidoro, sia pure approssimativa, non si discosta moltissimo da quelle attuali.
Allora perché si è a lungo creduto, e ancora oggi molti lo credono, che il mondo cristiano delle origini si fosse allontanato dall’astronomia greca e fosse tornato all’idea della Terra piatta?
Si provi a fare un esperimento, e si domandi a una persona anche colta che cosa Cristoforo Colombo volesse dimostrare quando intendeva raggiungere il Levante per il Ponente, e che cosa i dotti di Salamanca si ostinassero a negare. La risposta, nella maggior parte dei casi, sarà che Colombo riteneva che la Terra fosse rotonda, mentre i dotti di Salamanca ritenevano che la Terra fosse piatta e che, dopo un breve tratto di navigazione, le tre caravelle sarebbero precipitate dentro l’abisso cosmico.
Una parte del pensiero ottocentesco, irritato dal fatto che varie confessioni religiose stessero opponendosi all’evoluzionismo, ha attribuito a tutto il pensiero cristiano (patristico e scolastico) l’idea che la Terra fosse piatta. Si trattava di dimostrare che, come si erano sbagliate circa la sfericità della terra, così le Chiese potevano sbagliarsi circa l’origine delle specie. Si è quindi sfruttato il fatto che un autore cristiano del IV secolo come Lattanzio (nel suo Institutiones divinae), siccome nella Bibbia l’universo viene descritto sul modello del tabernacolo, e quindi in forma quadrangolare, si opponesse alle teorie pagane della rotondità della Terra, anche perché non poteva accettare l’idea che esistessero degli Antipodi dove gli uomini avrebbero dovuto camminare con la testa all’ingiù.  Infine, era stato scoperto che un geografo bizantino del VI secolo, Cosma Indicopleuste, in una sua Topographia Christiana, sempre pensando al tabernacolo biblico, aveva sostenuto che il cosmo fosse rettangolare, con un arco che sovrastava il pavimento piatto della Terra. Nel modello di Cosma la volta ricurva rimane celata ai nostri occhi dallo stereoma, ovvero dal velo del firmamento. Sotto si stende l’ecumene, ovvero tutta la Terra sui cui abitiamo, che poggia sull’Oceano e monta per un declivio impercettibile e continuo verso nord-ovest, dove si erge una montagna talmente alta che la sua presenza sfugge al nostro occhio e la sua cima si confonde con le nubi. Il Sole, mosso dagli angeli – a cui si debbono anche le piogge, i terremoti e tutti gli altri fenomeni atmosferici – , passa al mattino da oriente verso il meridione, davanti alla montagna, e illumina il mondo, e alla sera risale a occidente e scompare dietro la montagna. Il ciclo inverso viene compiuto dalla luna e dalle stelle.
Molti autorevoli libri di storia dell’astronomia, tutt’oggi studiati, asseriscono che le opere di Tolomeo rimasero ignote a tutto il medioevo (il che è storicamente falso) e che la teoria di Cosma divenne l’opinione prevalente sino alla scoperta dell’America. Ma il testo di Cosma, scritto in greco, fu reso noto al mondo occidentale solo nel 1706 e pubblicato in inglese nel 1897. Nessun autore medievale lo conosceva.
Come si è potuto sostenere che il medioevo considerasse la terra un disco piatto? Nei manoscritti di Isidoro di Siviglia, che pure, l’abbiamo visto, parlava dell’equatore, appare la cosiddetta “mappa a T” dove la parte superiore rappresenta l’Asia, in alto, perché in Asia stava secondo la leggenda il Paradiso terrestre, la barra orizzontale rappresenta da un lato il Mar Nero e dall’altro il Nilo, quella verticale il Mediterraneo, per cui il quarto di cerchio a sinistra rappresenta l’Europa e quello a destra l’Africa. Tutto intorno sta il gran cerchio dell’Oceano.
L’impressione che la terra fosse vista come un cerchio è data anche dalle mappe che appaiono in molti manoscritti medievali. Come era possibile che persone che ritenevano la terra sferica facessero mappe dove si vedeva una terra piatta? La prima spiegazione è che lo facciamo anche noi. Criticare la mancanza di tridimensionalità di queste mappe sarebbe come criticare la mancanza di tridimensionalità di un nostro atlante contemporaneo. Si trattava, allora come oggi, di una forma convenzionale di proiezione cartografica.
Ma dobbiamo tenere in considerazione altri elementi. Il primo ci viene suggerito da Agostino, il quale ha ben presente il dibattito aperto da Lattanzio sul cosmo a forma di tabernacolo, ma al tempo stesso conosce le opinioni degli antichi sulla sfericità del globo. La conclusione di Agostino è che non bisogna lasciarsi impressionare dalla descrizione del Tabernacolo biblico perché, si sa, la Sacra Scrittura parla spesso per metafore, e forse la Terra è sferica. Ma siccome sapere se sia sferica o no non serve a salvarsi l’anima, si può ignorare la questione.
Questo non vuole dire che non ci fosse un’astronomia medievale. Tra XII e XIII secolo vengono tradotti l’Almagesto di Tolomeo e poi il De coelo di Aristotele. Una delle materie del quadrivio insegnato nelle scuole medievali era l’astronomia, ed è del XIII secolo quel Tractatus de sphaera mundi di Giovanni di Sacrobosco che, ricalcato su Tolomeo, costituirà un’autorità indiscussa per alcuni secoli a venire.

La filosofia e le sue storie -L’antichità e il Medioevo, a cura di Umberto Eco e Riccardo Fedriga, Laterza -Encyclomedia Publishers, 2014

De sphaera mundi, 1550

Conferenza di Alessandro Barbero al Festival della Mente di Sarzana 2013: Medioevo da non credere. La terra piatta. CLICCA QUI.

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Il Rinascimento di Galileo

Carlo Rovelli, “Il Sole 24 Ore, 22 dicembre 2013

L’ italiano che ha avuto più influenza  sulla storia del mondo, sullo sviluppo della civiltà nella quale viviamo oggi, è con ogni probabilità Galileo Galilei. Il suo contributo alla cultura dell’umanità è impressionante. Galileo è stato il primo a comprendere che possiamo imparare interrogando la natura con degli esperimenti: i primi esperimenti scientifici della storia sono stati compiuti da lui. È stato il primo ascrivere una precisa legge matematica per descrivere i movimenti delle cose sulla Terra. Questo ha aperto la strada al mondo moderno, dove oggi calcoliamo tutto usando la matematica: dai ponti ai computer, dalle previsioni del tempo ai viaggi interplanetari Galileo è stato il primo a usare strumenti scientifici (il telescopio) per osservare il mondo. È stato il primo a osservare cose, fuori dalla Terra, che nessun umano aveva mai visto prima: dai satelliti di Giove, alle fasi di Venere, dagli anelli di Saturno alle macchie solari. Il mondo con Galileo si è ingrandito immensamente: l’umanità si è resa conto di avere la possibilità di vedere lontano. Quasi nulla, né della nostra attuale visione del mondo, né del modo in cui viviamo oggi esisterebbe, senza questo passaggio essenziale che è stata la scoperta della metodologia scientifica di base. Il fatto che sia stata la stessa persona a essere il primo sperimentatore, il primo fisico matematico, e il primo a osservare il cielo, ha del prodigioso e lascia ancora esterrefatti. Eppure l’uomo Galileo Galilei resta controverso, come è stato tutta la sua vita. La valutazione di ciò che ha fatto, perché lo ha fatto e come lo ha fatto, resta dibattuta. Chi era Galileo Galilei? Italianissimo nelle sue straordinarie doti di acume e inventiva, quanto nei suoi giganteschi difetti, è stato descritto come megalomane, attaccabrighe, inaffidabile, adulatore, venditore di fumo, vanitoso, isterico. Un ciarlatano, per il filosofo della scienza austriaco Paul Feyerabend. Un disonesto, per Arthur Koestler. Anche il modo in cui è arrivato ai suoi risultati mirabolanti è oggetto di controversia. La sua prima legge ci dice che i corpi pesanti cadono con accelerazione costante. Oggi ci sembra naturale, ma per secoli nessuno lo sapeva. L’idea stessa di accelerazione, rivelatasi poi fondamentale per la fisica di Newton e la scienza moderna, è stata chiarita con precisione solo da Galileo. Galileo scrive che ha scoperto la sua legge misurando la velocità a cui rotolano palle lungo una discesa. Ma negli anni Trenta lo storico della scienza Alexandre Koyré ha messo in dubbio il suo resoconto, sostenendo che Galileo non aveva mai fatto gli esperimenti che dice di aver fatto. Sennonché negli anni Sessanta lo storico inglese Stillman Drake ha mostrato che Koyré sbagliava, studiando i manoscritti sparpagliati che restano di Galileo, riuscendo a ricostruirne l’ordine cronologico grazie all’evoluzione della grafia (mettete la data sulle vostre note, se pensate di avere qualche chance che il futuro si interessi a voi) e trovando i numeri delle misure delle palle che rotolano, a conferma, almeno parziale, della versione di Galileo.

Ma la questione che più suscita conflitto è l’accanimento della Chiesa cattolica contro di lui. Aveva ragione Galileo a dire che la Terra gira attorno al Sole. Però aveva ragione il cardinale Bellarmino, poi santo, a dire che prove certe Galileo non le aveva, e quindi si trattava solo di ipotesi. Ma aveva ragione Galileo a dire che era alle «sensate osservazioni e ragionevoli deduzioni» che bisognava rivolgersi per sapere chi girasse intorno a cosa, e gli interpreti della Bibbia avrebbero dovuto adeguarsi. Ma aveva ragione Bellarmino a dire che chi interpretasse la Bibbia era affare della Chiesa e non di Galileo. D’altra parte aveva ragione Galileo a dire che lui voleva poter cercare la verità a modo suo. E ancora oggi di questo la Chiesa cattolica non è del tutto convinta. Ma obbligare un vecchio di settantanni, malato, stanco, coraggioso, un immenso scienziato, a inginocchiarsi davanti ai Cardinali e chiedere perdono per le sue idee («Io, Galileo inginocchiato davanti a voi … giuro che ho sempre creduto, credo adesso, e… sempre crederò, tutto quello che tiene e predica et insegna la Santa Chiesa… abiuro e maledico e detesto i miei errori ed heresie… giuro che per l’avvenire non dirò mai più né asserirò, in voce o in scritto, cose tali per le quali si possa haver di me simil sospitione»), impedirgli di scrivere quello che pensava, imprigionarlo in casa per il resto della vita, tutto questo resterà un’onta sul cattolicesimo. Ma in fondo non era forse colpa di Galileo, che aveva dato importanza al Vaticano? Fosse restato a Padova, avesse parlato di scienza con gli scienziati del Nord Europa, come Keplero che non chiedeva che di comunicare di più con lui, invece di andare a Firenze e poi a Roma, probabilmente nessuno gli avrebbe dato fastidio. Forse Galileo è stato troppo buon cattolico, cercando di smuovere quello che non si poteva smuovere. Da parte sua, quello che la Chiesa cattolica è riuscita a ottenere condannando Galileo è stato solo tagliare fuori l’Italia dalla crescita culturale dell’Europa dei secoli seguenti. L’eredità del grande italiano sarà raccolta in Inghilterra, nei Paesi Bassi, in Germania, in Francia, dove le gerarchie cattoliche potevano poco. Da ogni parte lo si guardi, Galileo è personaggio che suscita controversie. Come potrebbe essere altrimenti, forse, per l’uomo che ha preteso di essere il paladino della ricerca libera della verità, ma ha abiurato per paura? L’uomo che poteva starsene a Padova, sotto la libera e liberale Venezia che lo lasciava pubblicare quello che voleva, ma è andato invece a cacciarsi sotto l’ala di un principe assolutista a Firenze, Cosimo dei Medici, e poi di sua volontà a Roma a disturbare gesuiti e cardinali per farsi dare ragione anche loro?

A cercare di mettere ordine in questo guazzabuglio storico, e fare un punto sulla vasta letteratura dedicata a Galileo, esce in Italia un corposo volume di un grande storico della scienza inglese, John Heilbron, ottimamente tradotto da, e a cura di, Stefano Gattei. Con una quantità di informazioni che lascia stupiti, e una acuta comprensione del mondo in cui si muove Galileo e della sua scienza in farsi, Heilbron ricostruisce puntigliosamente la sua vita tempestosa, i suoi scontri, l’evolvere delle sue idee, le cautele e le presunzioni. Soprattutto, le sue molte relazioni intellettuali, dalle amicizie giovanili dalle quali nascono le prime idee sul moto, all’inizio dell’Accademia dei Lincei («una banda omoerotica incline al misticismo e al melodramma, organizzata come un ordine religioso e pericolosamente vicina all’eresia»; oggi è cambiata, l’Accademia dei Lincei). Heilbron cerca di alleggerire il testo aggiungendo ironia e giochi di parole (Galileo, carattere ostinato, che va verso Roma a cavallo di una mula diventa: «La piccola mula e il grande mulo»…), giochi di parole continui, fortunatamente diradati nella traduzione italiana. La vita di Galileo scorre giorno dopo giorno davanti ai nostri occhi, con i suoi crucci e le sue debolezze. Il Galileo che ne emerge è un uomo profondamente parte della cultura tardo rinascimentale italiana, un prodotto di questo momento splendido del nostro passato.

Grandissimo scrittore, forse fra i più grandi prosatori che abbia avuto la nostra lingua, musicista, critico letterario, artigiano, cortigiano, intrallazzatore, capace di mettere tutto questo al servizio di una grande nuova idea. È bella questa immagine di Galileo umanista, appassionato di Dante e innamorato di Ariosto quanto di Euclide e Archimede, grande maestro nell’uso delle parole, che ci riporta all’unità e alla coerenza spesso dimenticata del nostro sapere. Il segreto del genio di Galileo, per Heilbron, è nella combinazione delle sue doti di scrittore, musicista, artigiano, disegnatore, matematico e filosofo, nella capacità profondamente rinascimentale di fare funzionare tutto questo insieme. La scienza moderna è radicata in questa splendida alchimia italiana. Ma il Galileo di Heilbron è anche un Galileo che sembra si occupi di più di politica che di scienza, un Galileo che sembra trovare per caso sue straordinarie intuizioni, e si occupa principalmente di divulgarle. Tutt’altro Galileo era descritto in La figlia di Galileo di Dava Sobel, ripubblicato l’anno scorso da Rizzoli nella Biblioteca Universale. Costruito come un commento intorno alle lettere che Suor Maria Celeste, ovvero Virginia, figlia prediletta di Galileo, mandava regolarmente al padre adorato, il libro si legge con facilità e ci mostra un lato molto umano dello scienziato. A Padova, dove aveva fatto le prime scoperte che lo renderanno famosissimo, il giovane scienziato aveva amato Marina, donna Veneziana del popolo, senza poterla sposare, e ne aveva avuto tre figli «nati da fornicazione» come si diceva, a cui era rimasto molto legato. Virginia muore a trentatré anni, poco dopo il processo di Roma e l’abiura che hanno devastato suo padre. «Una tristizia e melanconia immensa, inappetenza estrema, odioso a me stesso, et insomma mi sento continuamente chiamare dalla mia diletta figliola», scrive il vecchio leone.

Continuerà a lavorare scrivendo in vecchiaia pagine fondamentali per la nascita della meccanica, ma perderà la vista: «Quell’universo ch’io con mie meravigliose osservazioni e chiare dimostrazioni aveva ampliato per cento e mille volte più del comunemente creduto da’ sapienti di tutti i secoli passati, ora per me si è diminuito e ristretto, ch’è maggiore quello che occupa la persona mia». Il libro di Dava Sobel aggiunge poco a quello che di Galileo già si sapeva, ma ci fa sentire il suo dolore, la sua passione, ci fa meravigliare alla sua grandezza. Forse non è ancora stata scritta la biografia di Galileo che sappia ricostruire il Galileo che stava dietro tutto questo. Quello che deve avere passato innumerevoli notti a guardare le stelle con il suo cannocchiale mal funzionante, prendendo appunti alla luce di una candela, provando e riprovando una lente dopo l’altra. Quello che deve avere passato innumerevoli ore a scrivere e riscrivere linee di matematica su taccuini sgualciti, a rileggere Aristotele per capire dove fosse il giusto e dove fosse l’errore, rileggere Archimede per trovare il teorema giusto. Quello che deve avere passato giorni e giorni a fare rotolare palle lungo discese di legno, senza all’inizio riuscire a capire come davvero cadessero. È da questo Galileo segreto e forse irraccontabile, credo, che è nata la scienza moderna, non dall’attaccabrighe che voleva farsi dare ragione dai cardinali. Heilbron prova a permettersi solo un’occhiata verso tutto questo, in un bellissimo dialogo sulla scienza del moto fra Galileo e Alessandro, un suo alter ego immaginario, che è la pagina più bella del libro. Non di più. Qualcosa di questo genio universale, che ha cambiato la nostra relazione con la realtà, resta ancora misterioso. Ma chiunque fosse stato davvero Galileo, ci resta il cuore del suo messaggio, un messaggio di scoperte, di idee e di metodo che hanno fondato il mondo moderno, un messaggio scritto in libri bellissimi, in un italiano incantevole, che indicano una strada che si è rivelata essere una strada meravigliosa: la possibilità di studiare e comprendere il mondo, di imparare cose infinitamente utili, di guardare più lontano. Grazie Galileo.

John Heilbron, Galileo, trad. e cura di Stefano Gattei, Torino, Einaudi

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De Humani Corporis Fabrica

Carlo Mariani, Storia della medicina (Slideshare)

Andrea Vesalio, De humani corporis fabrica, 1543

Anatomia, arte e scienza

Giorgio Cosmacini, Quando l’ anatomia era rivoluzionaria, Corriere della Sera, 30 dicembre 2001

Nel riservato dominio delle scienze mediche la nascita del libro a stampa ha dietro di sé un cumulo multisecolare di incisioni e di papiri, di pergamene e di codici manoscritti: dalla stele di Diorite con graffite le norme deontologiche del re babilonese Hammurabi, ai papiri Ebers e Smith recanti la casistica clinica degli Egizi del Regno Medio; dai superstiti di «biblia» alessandrini del Corpus hippocraticum e agli «opera» di Galeno, agli «scripta naturalis philosophiae» trascritti dai monaci amanuensi di Montecassino e di Bobbio o tradotti dai siriani di Edessa e dagli arabi di Bagdad, Cordova e Toledo. A voler generalizzare ancora di più, si ricorda che i libri della rivelazione biblica e coranica sono comprensivi di passi il cui assemblaggio potrebbe dar luogo a due distinti compendi di medicina pratica. Non a caso si parla di «medicina della Bibbia» e di «medicina del Profeta»; e in tal senso si può dire che il primo libro a stampa, la Bibbia di Gutenberg (Magonza 1455), è anche un «libro di medicina». Ma il primo vero libro di medicina dato alle stampe in Italia fu il De medicina di Aulo Cornelio Celso, edito a Firenze nel 1478 per i tipi dei Giunta.
Lo scorcio del Quattrocento e la prima metà del Cinquecento vedevano fiorire con la stampa anche la letteratura medica. Alla fioritura contribuiva soprattutto Venezia, con le molte stamperie, alla quale la vicina Padova forniva sia la manodopera intellettuale in grado di produrre testi autorevoli, ben tradotti e ben chiosati, sia il pubblico universitario in grado di assicurarne un largo consumo. A Padova, dal 1537, era explicator chirurgiae il ventitreenne medico fiammingo Andreas van Wesel – Andrea Vesalio (1514-1564) – che nell’università aveva anche l’ incarico di leggere anatomia e di praticare sezioni cadaveriche. Con un lavoro assiduo, protrattosi per un quinquennio, Vesalio fece emergere dalla sua pratica di chirurgo la sua teoria di anatomista, usando nell’una il coltello di dissezione, nell’altra la forbice logica della verificazione-falsificazione. Confutandola in oltre duecento punti, dimostrò falsa l’ anatomia di Galeno. Al tavolo anatomico scoprì fatti inconfutabili che non corrispondevano affatto a quanto detto negli scritti galenici.
Dalle proprie osservazioni e descrizioni vide profilarsi la scoperta di un corpo nuovo. Si trattò di una vera «rivoluzione scientifica» che venne a trasformare una «scienza naturale». La vista e la visione del corpo nuovo, cioè l’ osservazione e la concezione dell’ oggetto dell’ anatomia umana «moderna», furono da Vesalio consegnate alle 663 pagine «in folio» componenti i sette libri De humani corporis fabrica (Basilea 1543), manifesto del nuovo metodo anatomico e primo fondamento teorico-pratico della medicina di oggi. «È, in effetti, uno dei più bei libri del mondo». Con questa frase, che possiamo pienamente sottoscrivere, Jackie Pigeaud apre la sua prefazione alla sontuosa ristampa anastatica dell’ opera di Vesalio pubblicata da «Les Belles Lettres», per i tipi di Nino Aragno editore (Torino 2001), nella collana «Theatrum Sapientiae».
La sua bellezza iconografica è dovuta al fatto che i sette libri dell’ opera furono (e sono) mirabilmente corredati da oltre trecento illustrazioni dell’ incisore-pittore fiammingo Jan Stephan van Calcar, contemporaneo e amico dell’ autore, nonché frequentatore a Venezia di Tiziano Vecellio. Accanto alla bellezza figurativa, è grande la bellezza scientifica, cioè l’ importanza del contenuto, che Vesalio esprime con esemplare chiarezza ricavandolo dalla propria esperienza e dallo studio accurato del «numero, posizione, forma, grandezza, sostanza, connessione» di ogni parte anatomica e della sua «connessione con le altre parti, utilità, funzione e moltissime altre qualità». Vesalio riscattò l’ anatomia dai dogmi di Galeno e dalle mani degli «ignorantissimi barbieri». L’ anatomia, scrive, «è pertinente ad medicinae chirurgicae professionem», è finalizzata all’esercizio della clinica.
Quel che oggi è ovvio, quattrocentocinquant’ anni fa non lo era affatto. Come medico «devo», scrive ancora, «non staccarmi dal resto della medicina», poiché «ritengo non piccolo danno la divisione particolareggiata delle discipline». Quando si delineava all’ orizzonte l’ incipiente specializzazione della medicina e della scienza, la voce di Vesalio richiamava all’ unità del sapere. Anche per questo l’ opera di Vesalio «è uno dei più bei libri del mondo». La data della sua pubblicazione coincide con la data di pubblicazione dell’ opera di un altro ex studente o ex studioso di Padova, Niccolò Copernico, autore dei sei libri De revolutionibus orbium coelestium (Norimberga 1543), nei quali non la terra, ma il sole è posto al centro dell’ universo. All’ anagrafe dei grandi eventi scientifici la «rivoluzione anatomica» antigalenica di Vesalio è registrata in significativa sincronia con la «rivoluzione astronomica» antitolemaica di Copernico. La rivoluzione macrocosmica, o della fabbrica dell’ universo, coincise con la rivoluzione microcosmica, o della fabbrica del corpo umano.

Carlo CarenaMedicina del Rinascimento. Per curarsi bisogna capire, “Il Sole 24 Ore”, Domenica 5.1.2014

Un saggio a più voci (curato da Maria Conforti, Andrea Carlino e Antonio Clericuzio) discute le pratiche mediche del Rinascimento quando la specializzazione inizia ad essere concreta

Il Rinascimento di molte lettere e arti lo fu anche dell’arte medica. Essa si libera a poco a poco delle spurie e fantastiche incrostazioni recenti, attingendo ancora all’immenso e pur farraginoso deposito dell’antichità con spirito nuovo. E così si merita encomia di Erasmo, di Cardano, di Melantone, anche se, scrive uno di loro, «non ne ha bisogno affatto, raccomandandosi abbondantemente da sé agli uomini mortali per la sua utilità, anzi necessità».
Le tappe di questo processo sono analizzate nelle ricerche del volume a più voci Interpretare e curare allestito da Maria Conforti, Andrea Carlino e Antonio Clericuzio per l’editore Carocci.
Ancora qualche confusione ovviamente rimane negli stessi umanisti, ma la miscela di medicina, filosofia e astrologia, tre materie professate tutte assieme dai docenti, è più una ricchezza che un’aberrazione, sviluppa le tre discipline con maggiore spirito critico e argomentazione logica, chiede e mostra competenze bibliografiche, storiche, antiquarie e di filosofia naturale, oltreché mediche. E invero la problematica medica, ampliandosi e approfondendosi, risultava non così semplice e isolata da non introdurne altre. Se allungo la vita di un uomo, come cerco di fare e ottengo, non mando all’aria la volontà e la prescienza divina? e tutti i miei sforzi non si scontrano con la determinazione astrale ora e al momento della nascita del paziente? Nel primo Seicento Gabriel Naudé conclude le sue dotte e critiche Questioni iatrofilogiche con una Sul fato e sulla fine prestabilita della vita, in cui ripercorre tutte le credenze nelle età antiche e moderne, concludendo sulla scia già di Pico della Mirandola che esse sono soltanto frutto e campo dell’antica idolatria, delle credenze popolari, delle menzogne dei poeti e degli errori dei filosofi. Ma per il medico e astronomo Pietro d’Abano a inizio Trecento l’astrologia fa prevedere quei mutamenti nella qualità dell’aria che sono fondamentali per stabilire i regimi dietetici e le terapie dei pazienti, oltreché per pronosticare l’evoluzione della malattia e i suoi giorni critici – normalmente il ventesimo e ventunesimo – determinati dai “moti lunari”.
Le congiunzioni astrali sono un fattore decisivo per la salute assieme alla dieta. Ippocrate e Galeno, tendenzialmente antivegetariani, predicavano l’importanza della dietetica per la conservatio sanitatis in ogni stadio della vita, già per l’uomo sano ancora prima che per l’ammalato, unitamente ad altri fattori quali lo stile di vita, le abitudini corporali e mentali e l’ambiente. Fra quelli esterni al corpo Galeno ne precisava sei: aria, alimenti, esercizio e riposo, sonno e veglia, sazietà ed evacuazione, e le passioni dell’anima. La malattia è rispetto a questo stato armonioso, una res non naturalis.
Questa tematica costituì il vero e proprio genere letterario già medievale dei Regimina sanitatis, manuali pratici di prescrizioni scientifiche e divulgative insieme, in latino o in volgare, rivolti al popolino o indirizzati a principi e prelati, addirittura a papi, con liste di cibi e di piante benefiche secondo le stagioni e i mesi dell’anno, come nel Libreto de tutte le cosse che se magnano redatto in pieno Quattrocento per Borso d’Este dall’esimio professore padovano Michele Savonarola. A volte anche specifici, come qualche Regimen iter agentium et peregrinantium, per i viaggiatori e i pellegrini; o destinati più propriamente ai vecchi o ai bambini, le due età più a rischio per la salute. Ma il tentativo più nobile in questo campo rimane quello del Platina, che nel De honesta voluptate et valetudine (edizione nelle NUE Einaudi curata da Emilio Faccioli nell’85) cerca di risolvere l’ardua e fondamentale conciliazione di salute e piacere, connubio agognato in ogni tempo di vita elevata, sana e gradevole.
Quanto agli “operatori sanitari” nel volume in parola essi spaziano dal ciarlatano al farmacista, dal chirurgo al barbiere, anzi semplicemente il barbiere-chirurgo, che tagliava i capelli corti e le unghie, curava e tingeva le barbe o praticava salassi ed estrazioni dentarie, e frattanto attraverso i “segni” corporei, pelle, respiro, odore e stato della capigliatura emanava sentenze e interveniva richiamandosi alla tradizione ippocratica. Quanto alle farmacie, oltre ad essere un antro sacro di alambicchi e di barattoli, erano un luogo di convegni e conversazioni dotte e spaccio, oltreché di medicamenti, di confetture e di mieli, di cosmetici, di saponi e tessuti e, a partire dal Seicento, anche di tabacco e caffè.
Tutta una civiltà passa e si evolve attraverso queste pratiche e queste figure. A completare l’affresco non mancano i ciarlatani, un vero “gruppo professionale”, a cui nel volume è dedicato uno studio di David Gentilcore: ossia «persone che compariscano in piazza e vendono alcune cose con trattenimenti e buffoniane», come si legge in una licenza all’esercizio della professione a Roma; ovvero «zarlatani che mettano banchi per le piazze per vendere ogli, unguenti, pomate, controveleni, acque muschiate, zibetto, istorie et altre cose stampate, et che mettano cartelli per medicare». Veri attori, dottori Dulcamara, che fanno parte del folklore e della letteratura e della musica, ma anche dello sforzo complesso per aggiornare un’arte così antica e difficile, se deve tener conto di tutto l’uomo.
Interpretare e curare, Medicina e salute nel Rinascimento, a cura di M. Conforti, A. Carlino e A. Clericuzio, Carocci, Roma

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