Archivi del mese: giugno 2015

Noi come Ulisse viaggiatori senza ritorno

Giorgio De Chirico, Il ritorno di Ulisse, 1968

Dagli antichi popoli nomadi al turismo di massa: Augé svela i paradossi della nostalgia di casa

Marc Augé, “La Repubblica”,  26 giugno 2015

LE compagnie aeree emettono preferibilmente biglietti di “andata e ritorno” piuttosto che di “sola andata”. Come se ci fosse qualcosa di sospetto nella nozione di andata senza ritorno, qualcosa che evoca il desiderio di rottura, di fuga dal luogo che abitualmente ci definisce. L’espressione “andata e ritorno” sembra sottintendere già di per sé una certa idea di rapidità: l’assenza sarà breve e si ritornerà presto. Utilizzato da solo, il termine “ritorno” dà libero sfogo alla nostra immaginazione, e non allude a un itinerario preciso. La sua carica poetica (del termine “ritorno”) dipende dal doppio registro che esso mette in gioco: il tempo e lo spazio. E proprio questo doppio registro è all’origine della sua ambivalenza che può esprimere una semplice ripetizione ma anche una novità radicale, una routine o un’esperienza.
Le società nomadi in linea di massima seguono sempre lo stesso itinerario con delle tappe che generalmente coincidono con le condizioni climatiche più favorevoli, ad esempio, per l’alimentazione delle loro greggi. Le società nomadi sono società dell’eterno ritorno.
La ripetizione è una caratteristica di numerosi gruppi sociali, siano essi sedentari o nomadi. Ogni attacco all’ordine del mondo può costituire dunque una minaccia all’ordine sociale. L’attaccamento al luogo di nascita o al luogo d’origine della famiglia corrisponde a una forma di nomadismo familiare che rientra in parte nello stesso ordine di cose. Le vacanze per molte persone che abitano in città sono state e sono ancora un’occasione per ritrovare il loro ambiente d’origine, le loro “radici”, e questo “ritorno alle origini”, se è regolare, assomiglia molto a una forma di nomadismo. Il nomadismo abituale può suscitare forme di nostalgia, un desiderio di ritorno che è espressione di una mancanza e di un’attesa, che si complica per il fatto che i ricordi legati al luogo d’origine sono dei ricordi d’infanzia: il ritorno a cui aspiriamo allora è un ritorno spaziale e insieme un ritorno temporale; il primo può essere soddisfatto, il secondo no. Da qui la natura ambivalente della nostalgia, di questa sofferenza che è un piacere e viceversa.
In genere, la vita è occasione di andate e ritorni che non sempre comportano delle reazioni affettive, quanto meno in un primo tempo. Tuttavia alcuni momenti a volte sono particolarmente intensi, i momenti dell’incontro amoroso o con un amico (pensiamo al lago del Bourget per Lamartine o al lago di Bienne per Rousseau). Questi momenti possono essere la materia prima di un’espressione letteraria perché esaltano la tensione tra lo spazio e il tempo. Questa tensione può assumere poi diverse apparenze: nel paesaggio di cui parla Lamartine non è cambiato nulla; è passato solo del tempo. Ma succede che il tempo agisca sulla percezione dello spazio. Proust, di ritorno a Iliers, troverà un paesaggio rimpicciolito, che non ha più la dimensione del paesaggio che esplorava con i suoi occhi di bambino. È solo la scrittura che gli permetterà di restituirne le dimensioni ormai scomparse.
Infine succede che dei luoghi cambino obiettivamente; le trasformazioni accelerate del mondo urbanizzato e rurale ci conducono oggi a vivere esperienze del tempo e dello spazio molto diverse, che coinvolgono tutte le dimensioni simultaneamente. Forse è una caratteristica propria della società dei consumi quella di produrre, e vendere, potenti strumenti di registrazione che forniscono a chi li utilizza la prova che sono stati effettivamente dove sono stati. Le folle di turisti che si mettono in posa davanti alla torre di Pisa o a Notre-Dame de Paris “immortalano”, come si suol dire, questo momento della loro esistenza; potranno rivederlo, se non riviverlo, a volontà, e facilmente grazie alla registrazione che ne ha fissato il momento culminante, l’unico probabilmente che lascerà un ricordo. Allora è il ritorno dall’esperienza che conta, indipendentemente dal luogo in cui la si vive. Nel mondo globalizzato con cui i turisti entrano in contatto, è utile ritornare? La nozione di ritorno ha ancora senso? Pensiamo alle forme estreme del turismo futuro: molte persone facoltose hanno già prenotato un viaggio sulle navicelle spaziali che le porteranno in orbita a un centinaio di chilometri di quota: scopriranno così l’immagine intera del pianeta Terra. Sarà sicuramente difficile per loro, come lo è stato per gli astronauti di professione, rimettere piede sulla terra.
Istantaneità e ubiquità faranno parte ben presto del quotidiano più ordinario di una parte dell’umanità. Resta il fatto che il tempo e lo spazio sono i costituenti simbolici essenziali delle relazioni che intercorrono tra gli esseri umani. Qualunque siano le modalità che caratterizzano il turismo attuale, ogni individuo ha bisogno dell’incontro con l’altro per realizzarsi. Allora c’è da scommettere che in ogni turista-consumatore c’è un viaggiatore che sonnecchia, ma con un occhio aperto. Un viaggiatore, cioè un essere curioso degli altri perché lo è di se stesso e dove il desiderio di partire predomina sulla soddisfazione e sull’illusione di essere arrivato.
Ogni itinerario umano è un’Odissea. Ma il ritorno non ha fine perché non si ritrova mai il passato perduto: il gioco dello spazio e del tempo è crudele. Ulisse, alla fine del suo viaggio che lo aveva portato all’altro capo del mondo conosciuto a quell’epoca, è ripartito, secondo alcuni racconti. Alla ricerca di se stesso probabilmente. E quindi incontro ad altri. Baudelaire, fa da eco a Omero: «In fondo all’Ignoto per trovare il Nuovo!».

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La scienza è un percorso narrativo

E la letteratura si ciba di scoperte
Fritjof Capra, Massimo Inguscio e Telmo Pievani spiegano il legame tra discipline
Ida Bozzi, “Corriere della Sera”, 18 giugno 2015

Ne scrisse con rara chiarezza Giorgio de Santillana nel suo volume epocale, Il mulino di Amleto (Adelphi): non c’è mito antico dietro il quale non si nasconda un’interpretazione della natura, si tratti dei viaggi di Gilgamesh negli inferi o, per restare in un ambito più familiare, della caduta di Lucifero (astronomicamente individuabile come Venere, la sua caduta rappresenterebbe l’inclinazione dell’eclittica). Gran parte delle teogonie arcaiche è densa di miti che alludono ad eventi cosmologici, astronomici, climatici, geologici delle origini del tempo umano: il mito, la leggenda, il racconto illustravano la scienza dell’epoca, la «teoria del mondo» di migliaia di anni fa.
Il legame tra la letteratura — poesia, narrativa, favola, racconto orale — e la scienza è dunque sempre stato molto forte: uno dei più bei poemi dell’antichità, in epoca storica, è il De rerum natura di Lucrezio, in cui poesia e scienza si accordano «cantando» il sapere sugli elementi della natura, in modo perfetto e straordinariamente moderno, che un fisico atomico contemporaneo può leggere incantato.
«Io mi occupo di atomi — ci racconta Massimo Inguscio, ordinario di Fisica della materia all’Università di Firenze, cofondatore del Lens, presidente dell’Istituto nazionale di ricerca metrologica e accademico dei Lincei —, seguo il loro movimento e cerco di «fermarli», per dirla con semplicità. E mi ritrovo completamente in ciò che Lucrezio nel De rerum natura diceva della struttura della materia 2.000 anni fa. Un grande poeta intuisce molto della natura del mondo, e il rapporto tra poesia, letteratura e scienza è e deve essere splendido, un arricchimento totale».
A proposito di grande scrittura scientifica, anche il fisico Fritjof Capra, docente a Berkeley, autore di Il Tao della fisica e del saggio La scienza della vita ci risponde raccontandoci le meraviglie delle letture scientifiche: «La qualità letteraria della scrittura scientifica — spiega Capra — diventa rilevante quando lo scienziato riesce a rivolgersi ai lettori al di là della propria disciplina particolare. Più fluente è la scrittura, più accattivante la narrazione, e più efficacia avrà nel trasmettere idee astratte a un vasto pubblico. Un famoso esempio storico è il Dialogo sui massimi sistemi di Galileo, del 1632, che è stato considerato un capolavoro letterario, scritto in italiano e non in latino come era consuetudine per i libri accademici dell’epoca». E aggiunge, sul piano personale: «Nel mio modo di scrivere poi ho sicuramente beneficiato del fatto che mia madre era una poetessa e drammaturga, e che sono cresciuto in una famiglia di letterati».
Ma come si scrive un buon libro di scienza? Risponde Capra: «Due questioni sono importanti. Per spiegare concetti scientifici al pubblico, bisogna mostrare la loro evoluzione all’interno di un particolare contesto storico, e le loro relazioni con i concetti e le idee in altri campi (filosofia, arte, ecc.). Questo non è facile, perché richiede un approccio multidisciplinare, anche quando si scrive di una scienza particolare. Io stesso ho seguito questo approccio in molti libri, come ne Il Tao della fisica ».
Gli esempi di chi è riuscito a raccontare felicemente le proprie o altrui scoperte scientifiche sono numerosi: Galileo, Darwin, ma anche Newton, e tra i contemporanei Hawking, lo stesso Capra, Oliver Sacks, Singh, e molti altri. La scienza è bella da leggere, e la letteratura è spesso ispirata dalla scienza, aggiunge Telmo Pievani, docente di Filosofia delle Scienze biologiche e titolare dell’insegnamento di Antropologia all’Università di Padova, nonché esperto di teoria dell’evoluzione. «Anch’io mi ritrovo con Calvino (che citava la Ortese) — spiega il filosofo — nel definire lo scienziato Galileo, che ha fondato la scienza moderna, come il più grande scrittore italiano. Galileo s’inventa i dialoghi, crea personaggi, la sua rivoluzione scientifica la mette in scena. E poi c’è Charles Darwin, che raccoglie prove della sua grande teoria e decide di raccontarla non come un saggio specialistico, ma come una narrazione, e così crea quel romanzo della natura che è L’origine delle specie. Ma è vero anche il contrario: leggiamo Leopardi o Swift, leggiamo il Frankenstein di Mary Shelley, e troviamo la scienza: la letteratura alta, la grande letteratura (oltre a quella di genere) si ciba di temi scientifici».
Ma c’è anche un altro elemento da tenere presente. Ed è un elemento formale importante, che deriva da una caratteristica della scienza contemporanea. «La scienza oggi — osserva a tal proposito Pievani — studia la letteratura per imparare a spiegare se stessa. Lo vediamo nei libri a carattere divulgativo: è importante per uno scienziato la resa letteraria e narrativa della scrittura scientifica». Il motivo non sta tanto nel fatto che un saggio ben scritto — come qualsiasi libro meritevole — può ottenere successo presso il pubblico, ma sta in un’altra questione che tocca la natura della scienza contemporanea.
«Le scienze — conclude il filosofo ed evoluzionista — sono diventate discipline storiche, cioè dotate di una dimensione storica per rendere la quale occorre utilizzare la tecnica narrativa. La stessa scoperta scientifica non può essere raccontata come un puro e semplice fatto (ad esempio, il risultato x è il prodotto dell’esperimento y), perché la scienza medesima è un processo. E un processo è narrativo. Quindi diventa naturale che alimenti la letteratura: è già una storia, una vicenda, di per sé».

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