Archivi del mese: dicembre 2014

Buon Natale da Illuminationschool!

d00f8003df531e1e14c917146b1b5aae (1)

 

caida

Lascia un commento

Archiviato in Avvisi

“Io so”

Pier Paolo Pasolini, Cos’è questo golpe? Io so, “Corriere della Sera”, 14 novembre 1974

Io so.
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato “golpe” (e che in realtà è una serie di “golpe” istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di “golpe”, sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti.
Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l’aiuto della Cia (e in second’ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il ’68, e in seguito, sempre con l’aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del “referendum”.
Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggio grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero.
Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell’istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il mio “progetto di romanzo”, sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il ’68 non è poi così difficile. LEGGI TUTTO…

R.  Saviano, Gomorra, Mondadori, 2008

Io so e ho le prove. Io so come hanno origine le economie e dove prendono l’odore. L’odore dell’affermazione e della vittoria. Io so cosa trasuda il profitto. Io so. E la verità della parola non fa prigionieri perché tutto divora e di tutto fa prova.

PER APPROFONDIRE: Pasquale Sabbatino, L’ “io so” di Pasolini e Roberto SavianoGerardo Guccini, Pasolini, teatri di narrazione, Saviano: passaggi di testimone.

Lascia un commento

Archiviato in Attualità culturale, Letteratura del Novecento

Natale 2014

Etsy-picks-Christmas-decor-Origami-miniture-book-ornaments-Signoraluna

caida

Lascia un commento

Archiviato in Avvisi

Paul Verlaine

Dal film “Poeti dall’Inferno” (Total Eclipse) di Agnieszka Holland (1995).

Lascia un commento

Archiviato in Letteratura dell'Ottocento, Poesia, Uncategorized

C. Baudelaire, “Les fleurs du mal”

C. Baudelaire, I fiori del male. Prima edizione con dedica autografa a Delacroix.

C. Baudelaire, I fiori del male. Prima edizione.

« Ma questo libro il cui titolo Fleurs du Mal dice tutto,  è rivestito, lo vedrete, di una bellezza sinistra e fredda;  è stato fatto con furore e pazienza.  Del resto, la prova del suo valore positivo sta in tutto il male che se ne dice.  Il libro manda in bestia la gente.  D’altronde, spaventato io stesso dall’orrore che avrei ispirato,  ne ho ridotto un terzo sulle bozze». 
Ch. Baudelaire, Lettera alla madre , Parigi, 9 luglio 1857

V. Magrelli, Baudelaire e i Fiori del male (introduzione)

Letture in lingua italiana:

L. Vannucchi legge Baudelaire: Al lettore

L. Vannucchi legge Baudelaire: L’albatro

L. Vannucchi legge Baudelaire: Tedio

L. Vannucchi legge Baudelaire: Invito al viaggio

Letture in lingua francese:

C. Baudelaire,  Correspondances

Michel Piccoli legge Au lecteur

Michel Piccoli legge L’albatros

Michel Piccoli legge Elévation

Al lettore

La stoltezza, l’errore, il peccato, l’avarizia
occupano gli spiriti tormentando i corpi
e noi alimentiamo gli amabili rimorsi,
come i mendicanti nutrono i loro insetti.

Caparbi i peccati, fiacchi i pentimenti;
ci pagano lautamente le nostre confessioni,
e sul sentiero di fango ritorniamo lieti
credendo che vili lacrime lavino ogni colpa.

Sul guanciale del male Satana Trismegisto
culla a lungo lo spirito incantato,
e il ricco metallo della nostra volontà
è svaporato da quel sapiente chimico.

Tiene il Diavolo i fili che ci muovono!
Scopriamo un fascino nelle cose ripugnanti;
ogni giorno d’un passo, col fetore delle tenebre,
scendiamo verso l’Inferno, senza orrore.

Come un misero vizioso che bacia e morde
il martoriato seno d’una vecchia puttana,
noi rubiamo in fretta un piacere furtivo
spremendolo con forza come una vecchia arancia.

Come un milione di elminti, stipato, brulicante,
un popolo di Demoni fa bagordi nei cervelli,
e con il respiro scende nei polmoni,
fiume invisibile, la Morte, con lamenti sordi.

Se stupro, veleno, pugnale ed incendio
non hanno ancora ricamato con segni piacevoli
di pietosi destini il banale canovaccio,
è che l’anima nostra, ahimé! non è troppo ardita.

Ma tra gli sciacalli, le cagne, le pantere,
le scimmie, gli scorpioni, i serpenti, gli avvoltoi,
i mostri guaiolanti, urlanti, grugnenti e striscianti
nell’infame serraglio dei nostri vizi,

eccolo là il più brutto, il più immondo, il più maligno:
la Noia! Non si scalmana con gran gesti e grida,
ma farebbe facilmente una rovina della terra
e in uno sbadiglio ingoierebbe il mondo!

Ha l’occhio gonfio d’involontarie lacrime,
e sogna patiboli fumando la sua pipa.
Quel leggendario mostro, tu, lettore, lo conosci,
– ipocrita lettore, – mio simile – fratello!

G. Courbet, L’Atelier du peintre, particolare: Baudelaire, 1855, Musée d’Orsay, Paris

G. Courbet, Ritratto di Baudelaire, 1848 circa, olio su tela, 54×65 cm,           Montpellier, Musée Fabre

manet_funerale_baudelaire

                                          E. Manet, Il funerale di Baudelaire, 1870

 

Lascia un commento

Archiviato in Letteratura dell'Ottocento, Poesia

Illuminationschool

50000illuminations-crop

statistiche _i_school

Lascia un commento

Archiviato in Uncategorized

Eco. Cari ragazzi ringraziate di essere europei

europalight

Umberto Eco, “La Repubblica”, 29 novembre 2014

In che senso si può parlare di una comune cultura europea? Prima di rispondere a questa domanda vorrei fare una premessa, perché penso che alcuni di voi (o forse alcuni dei vostri compagni che non sono qui) si chiedano a che cosa serva loro l’Europa con tutte le sue complicazioni burocratiche, mentre ci si dovrebbe occupare dei problemi specifici del proprio paese, o della propria regione, mandando al diavolo persone che parlano lingue incomprensibili. Ebbene, vi citerò alcune cifre. Nella Prima guerra mondiale del 14-18 ci sono stati in Europa 9 milioni di morti. Poco, se li paragoniamo ai morti europei della Seconda guerra mondiale.
Escludendo pertanto le perdite umane della guerra nel Pacifico, abbiamo 41 milioni di morti. Non sono sicuro se il computo tenga conto anche dei sei milioni di ebrei e dei due milioni di zingari massacrati nei campi di sterminio nazisti, e in tal caso la cifra salirebbe a 49 milioni. Ma ricordo che l’Europa ha cominciato faticosamente a formarsi come complesso di popoli ciascuno con un dialetto e poi con una lingua nazionale diversa dalla fine dell’impero romano, e in questo decorso di secoli ci sono stati massacri ininterrotti. Lo avrete studiato a scuola, dalle invasioni barbariche alla guerra dei cento anni, e poi la guerra dei trent’anni, la guerra dei sette anni, le guerre di successione, le guerre di religione, il sacco di Roma, sino alle guerre napoleoniche (4 milioni di morti, e solo a Waterloo, tra francesi, inglesi e prussiani, alla sera giacevano sul campo 41.000 cadaveri).
Voi per fortuna non sapete che cosa sia una guerra: vuole dire attendere la notte che ci cada una bomba sulla testa, oppure, come accadde a mio padre, assistere alla distruzione di una scuola elementare dove sotto un bombardamento sono stati sepolti vivi tutti i bambini, o com’è accaduto a me, patire il freddo o la fame in una campagna dove eravamo sfollati, vedere all’orizzonte i bagliori del bombardamento sulla mia città, senza sapere se mio padre era ancora vivo, e averlo saputo solo tre giorni dopo perché erano interrotte le linee telefoniche, non viaggiavano più i treni e mio padre ci poteva raggiungere solo in bicicletta al sabato, attraversando due posti di blocco, uno fascista e uno partigiano, con due lasciapassare in tasche diverse e stando attento a non sbagliarsi di tasca. Oppure vi sarebbe potuto accadere, come è accaduto a molti dei vostri nonni, di essere mandati a morire congelati nella neve russa portando scarpe di cartone compresso. O ridursi a una acciuga in un campo di concentramento, se si era fortunati e non si finiva in una camera a gas.
Perché rievoco queste cose? Perché per la prima volta in millecinquecento anni di storia, dal 1945 a oggi abbiamo avuto quasi settant’anni ininterrotti di pace (se si esclude un conflitto nei Balcani, atroce ma localizzato e abbastanza breve). Voi siete i figli di settant’anni di pace. Forse la pace vi annoia e per questo vi fate delle canne, ma se non ci fossero stati questi settant’anni voi forse non sareste nati, o sareste morti a sette anni giocando tra le macerie e inciampando in una bomba inesplosa. E invece molti di voi possono non solo vivere in pace a casa loro, ma tentare l’avventura del programma Erasmus e sperimentare come si vive e si studia in altri paesi.
Perché godete di questa fortuna? Perché delle persone illuminate, che si chiamavano Altiero Spinelli, Alcide De Gasperi, Konrad Adenauer, Robert Schumann e altri, fondatori dell’Europa unita, hanno capito che non solo per necessità politiche ed economiche ma anche per profonde ragioni di unità culturale si doveva riconoscere il nostro continente come una patria comune. Anche se oggi l’Europa parla 24 lingue. Parlerò dopo di come si possa vivere in una patria dove si parlano 24 lingue diverse, ma non dimentichiamo che esiste un piccolo paese che ha prosperato nei secoli sopportando che i suoi cittadini parlino quattro lingue diverse, ed è la Svizzera.
Possiamo parlare, nonostante la diversità delle lingue, di una comune cultura europea? Tutto il pensiero europeo si è sviluppato sul modello di Platone e Aristotele, e se prendete la cattedrale di Burgos, in Spagna, e quella di Colonia, in Germania vi accorgete che certamente sono diversissime, eppure sia noi sia un extraeuropeo comprendiamo immediatamente che esse hanno qualcosa in comune rispetto a una pagoda cinese, a una moschea musulmana, a un tempio indiano. Sin dagli inizi l’Europa ha avuto una sua architettura, prima il romanico, poi il gotico, poi i vari rinascimenti, il barocco, il rococò, il neoclassico, il liberty…
E mentre sorgevano da occidente a oriente edifici fortemente analoghi, con la nascita delle università chierici vaganti di lingue diverse (che però parlavano tutti il latino come lingua comune) viaggiavano da università a università, e a Bologna, la prima università del mondo, passavano Copernico ed Erasmo da Rotterdam, Paracelso e Dürer. Non dimentichiamo che tutta la cultura filosofica medievale è stata europea, senza distinzione di nazionalità, Tommaso d’Aquino insegnava a Parigi, l’inglese Occam e l’italiano Marsilio sostenevano la causa dell’imperatore tedesco (per non dire di Dante), mentre tutte le canzoni di gesta e le storie del Graal migravano tra Inghilterra, Francia, Spagna e Germania per arrivare con Pulci, il Boiardo e l’Ariosto nell’Italia rinascimentale. In quell’epoca i banchieri italiani andavano a operare nelle Fiandre, Leonardo giungeva in Francia alla corte di Francesco I come premier peintre, architecte , et mecanicien du roi, con una pensione di 5000 scudi (e dopo di lui hanno lavorato alla corte francese Primaticcio, Rosso Fiorentino, Andrea del Sarto e Benvenuto Cellini). Non si potrebbe capire Antonello da Messina senza il fiammingo Petrus Christus, i castelli della Loira senza la lezione del rinascimento italiano, italiano parlavano gli uomini di cultura di vari paesi tra cinquecento e seicento, dopo la lingua francese è stata la lingua di tante corti europee e l’inglese come lingua franca, se si è imposto per influenza americana, è pur sempre una lingua europea. Tutte le culture europee sono state influenzate da Dante e da Shakespeare, il quale dal canto proprio si ispirava alla novellistica italiana.
Quando andate all’opera o a un concerto di musica classica, se ci andate, di solito non vi chiedete a quale paese appartenessero Verdi o Beethoven, Haendel o Mozart, Vivaldi o Chopin, Ravel o De Falla. Godete la musica come qualcosa di comune a un intero continente. Né possiamo dimenticare che i fondatori degli Stati Uniti hanno concepito la loro civiltà nascente sull’esempio di quella europea e hanno costruito templi e palazzi sul modello del neoclassicismo italiano, francese e inglese, mentre molti campus universitari americani sono interamente neogotici perché i loro fondatori hanno inteso il sapere come eredità che veniva loro dai loro antenati europei.
Vorrei terminare citando alcune pagine de Il tempo ritrovato di Proust, l’ultimo volume della sua Ricerca del tempo perduto. Non dimentichiamo che francesi e tedeschi sono stati per secoli i nemici per eccellenza. Eppure ogni tedesco colto si abbeverava alla cultura francese. Nelle pagine di Proust siamo a Parigi durante la prima guerra mondiale, di notte, la città teme le incursioni degli Zeppelin, e l’opinione pubblica attribuisce ogni sorta di crudeltà agli odiati “boches” (così i francesi chiamavano per disprezzo i tedeschi, come noi un tempo parlavamo dei “crucchi”.). Ebbene, nelle pagine proustiane si respira un’aria di germanofilia, che traspare nelle conversazioni dei personaggi. A proposito del suo amico Saint Loup, bravo soldato che morirà in combattimento, scrive Proust: «(Saint-Loup) per farmi capire certe opposizioni d’ombra e di luce che erano state “l’incantesimo della sua mattinata”… non esitava a fare allusioni a una pagina di Romain Rolland, o addirittura a Nietzsche, con quella libertà di coloro che stavano in trincea e che, a differenza di chi stava nelle retrovie, non avevano affatto paura di pronunciare un nome tedesco… Saint-Loup mi parlava di una melodia di Schumann, non ne citava il titolo se non in tedesco e non usava circonlocuzioni per dirmi che quando, all’alba, aveva inteso i primi cinguettii ai bordi d’una foresta, era stato inebriato come se gli avesse parlato l’uccello di quel “sublime Sigfrido” che egli sperava ascoltare di nuovo dopo la guerra». O ancora: «Appresi, in effetti, della morte di Robert de Saint-Loup, ucciso all’indomani del suo ritorno al fronte, mentre proteggeva la ritirata dei suoi uomini. Mai qualcuno aveva nutrito meno di lui l’odio verso un popolo… Le ultime parole che avevo udito uscire dalla sua bocca, sei giorni prima, erano quelle che accennavano a un “lied” di Schumann e che sulle scale mi canticchiava in tedesco, tanto che l’avevo fatto tacere a causa dei vicini».
Ecco che cosa sta alla base dell’identità culturale europea, un lungo dialogo tra letterature, filosofie, opere musicali e teatrali. Niente che si possa cancellare nonostante una guerra, e su questa identità si fonda una comunità che resiste alla più grande delle barriere, quella linguistica. Ma sino a che punto la barriera linguistica è così drammatica? Ho sempre parlato del valore sessuale del progetto Erasmus. Moltissimi universitari vanno a passare un certo periodo all’estero e poi si sposano laggiù. Il che vuol dire che entro trent’anni potremmo avere una generazione di bilingui. E d’altra parte si parla sempre più di plurilinguismo e plurilinguismo non vuol dire solo saper parlare molte lingue: esiste un plurilinguismo moderato e passivo per cui, se non si sa parlare una lingua, si riesce in parte a capirla. E accade sovente, tra giovani che hanno viaggiato e in genere tra persone colte, che si possa sedere intorno a una tavola a cena, dove ciascuno parla la propria lingua e gli altri riescono a intenderne qualcosa. Sogno una Europa plurilingue di questo tipo e se oggi ne è pioniere solo qualche élite dotata di una cultura universitaria, voi potreste domani rendere comune a moltissimi questa bellissima facoltà.
Ringraziate Iddio o la sorte, come preferite, di essere nati europei e non fidatevi dei falsi profeti che vorrebbero farci tornare indietro di settant’anni.

L’intervento del professor Umberto Eco si è tenuto il 28 novembre nel salone dei Corazzieri del Quirinale, durante il terzo incontro con gli studenti italiani sul tema L’Europa della cultura. Il video degli interventi: CLICCA QUI.

Lascia un commento

Archiviato in Attualità culturale, Storia

Portate la fisica nella narrativa. E viceversa

Philippe Forest con «Il gatto di Schrödinger» scrive un romanzo «quantico», Carlo Rovelli parla di scienza in modo letterario. Ma gli autori italiani trascurano queste contaminazioni
Mauro Covacich, “Corriere – La Lettura”,  7 dicembre 2014

In questi giorni sono usciti due libri molto diversi che nondimeno, letti insieme, sembrano rimettere in circolo il flusso di pensieri che dalla letteratura conduce alla fisica e viceversa — due libri i cui autori non tessono blandamente le lodi del campo avverso, ma impiegano in modo antiretorico l’uno il linguaggio dell’altro, giovandosene a tal punto da produrre: il primo, un mirabile quanto inquietante oggetto che potremmo definire romanzo quantico; il secondo, una dissertazione di grande valore letterario sui rudimenti della fisica del ventesimo secolo.
Nel primo libro, Il gatto di Schrödinger (Del Vecchio Editore), Philippe Forest utilizza il più famoso esperimento mentale della fisica moderna come chiave di lettura, per non dire immagine-mondo, della sua propria esistenza personale. Erwin Schrödinger, insignito del premio Nobel grazie alla scoperta dell’equazione d’onda, nel 1935 inventa, con intenzioni paradossali e sottilmente burlesche, un esperimento mentale in cui dimostrare l’assurdità dell’interpretazione troppo letterale del principio di sovrapposizione sostenuto da Bohr e Heisenberg. Questo fondamento della meccanica quantistica infatti, una volta esteso dalla realtà subatomica alla macro-realtà (la nostra), comporterebbe che, come per l’indeterminazione degli stati delle particelle, anche per un gatto chiuso in una scatola sia necessario supporre la coesistenza simultanea di stato di vita e stato di morte fino a quando un osservatore non verifichi direttamente.
Il cortocircuito con l’esperimento si crea nella mente di Forest, il giorno in cui un gatto entra anche nella vita dello scrittore. Accade d’un tratto, durante un breve soggiorno di riposo nella casa al mare. È un gatto che sembra sbucare dal nulla, come partorito dall’oscurità in cui affonda il muro del giardino, un gatto venuto dalla notte a offrire la sua calda presenza di animale in un’esistenza fredda anche d’estate, quella di un uomo tramortito e, verrebbe da dire, evacuato, reso inabitabile dal dolore.
Philippe Forest ha raccontato il suo dolore nel capolavoro ustionante Tutti i bambini tranne uno, ma qui, a distanza di quindici anni, accenna appena alla morte di sua figlia, evitando con maestria l’impiego di un’arma infallibile come la commozione. Piuttosto perlustra il suo stato mentale insieme al nuovo ospite, venuto a fargli visita dalla realtà indefinita che si cela oltre il muro di cinta, realtà-non-realtà ovvero realtà «sovrapposta» alla quale il gatto torna spesso con un semplice balzo e dalla quale altrettanto improvvisamente riappare. Così per un anno.
Sono weekend fatti di passeggiate per sentieri sabbiosi e contemplazioni notturne qua e là interrotte da dialoghi con una voce femminile non meno evanescente del nuovo inquilino a quattro zampe. Forest cammina, fuma, sorseggia un whisky, osserva le misere piante del giardino, scambia poche parole con la sua compagna. È vivo ma, nello stesso tempo , è anche morto, come una particella subatomica e, a dispetto di Schrödinger, come il gatto che viene a trovarlo. Questa almeno è la sensazione che si è fatta largo in me mentre leggevo, al punto da lasciarmi credere che il libro fosse diventato la scatola stessa dell’esperimento, con lo scrittore autorecluso al posto della cavia. Ma a rendere particolarmente importante questo libro è il fatto che Forest non fa un uso suggestivo, estetizzante, del linguaggio scientifico. Al contrario, affronta la fisica con autentico desiderio conoscitivo, importandola nel territorio della letteratura senza disinnescarla.
Nel secondo libro, Sette brevi lezioni di fisica (Adelphi), Carlo Rovelli sembra riprendere a distanza il dialogo. Come la carica esplosiva della meccanica quantistica resta intatta nel romanzo di Philippe Forest, così il valore della scrittura è tutt’altro che ornamentale nel saggio dello scienziato. La curvatura dello spazio, le onde gravitazionali, i pacchetti di energia, il bosone, il tempo, il fatto che passato e presente esistano «solo quando c’è calore», ogni cosa viene spiegata in modo che sia compresa anche da una persona mediamente scolarizzata. Al di sotto la semplificazione scadrebbe nella retorica del facilese.
Non si tratta di parlare ai bambini, Rovelli vuole richiamare l’attenzione sulla bellezza di quelle scoperte, sull’eleganza delle loro equazioni, non banalmente divulgare. La fisica gode da sempre di grandi divulgatori — oggi, su tutti, l’anglo-iracheno Jim Al-Khalili —, ma per suscitare un interesse vero nell’interlocutore serve una scrittura non vicaria, che resti alta, limpida e insieme seduttiva, come quella di Rovelli.
Questa zona di intersezione tra scienza e letteratura è quasi per nulla frequentata in Italia, se si esclude il grande esempio di Daniele Del Giudice, la cui vocazione leonardesca lo rende affine a Paul Valery. Circa vent’anni fa, alla Sissa di Trieste (Scuola internazionale superiore di studi avanzati) Claudio Magris ha curato un seminario interdisciplinare a cui sono intervenuti molti scienziati. Sembrava l’inizio di qualcosa, ma non è stato così. In America vengono subito in mente Il dilemma del prigioniero di Richard Powers, La stella di Ratner di Don DeLillo, le considerazioni sul tennis e la trigonometria o le note di Infinite Jest di David Foster Wallace (trascuro colpevolmente, avendo interrotto per limiti di comprensione, il saggio sull’infinito).
Da noi invece anche i giovani tecnicamente più equipaggiati, parlo di narratori con un dottorato in matematica come Chiara Valerio o in fisica teorica come Paolo Giordano, solo di rado lasciano affiorare i loro saperi sulla pagina, e lo fanno con timidezza, quasi temessero di disturbare il lettore. Allora mi permetto una richiesta, a tutti gli scrittori scienziati: non rifilateci manualetti for dummies, fateci entrare davvero nel vostro mondo e noi proveremo a seguirvi. E dove non capiremo, sarà bello lo stesso. La letteratura è piena di cose belle e incomprensibili almeno dai tempi di Finnegans wake.

Lascia un commento

Archiviato in Leggere, Scienza

L’invenzione della giovinezza al cinema

Paolo Pecere, “Internazionale”, novembre 2014

Escono al cinema due film, Boyhood di Richard Linklater e Il giovane favoloso di Mario Martone.  Si tratta di due film diversissimi, che però affrontano uno stesso problema: la rappresentazione della giovinezza intesa come età solitaria, in cui il distacco dall’infanzia e dalla famiglia d’origine crea una ricerca d’identità e una messa in discussione di ogni certezza, capace di investire il mondo intero.
Ma i due film scelgono due vie diverse, addirittura contrapposte per raccontare la giovinezza: confrontandoli mi accorgo di come Boyhood presenti l’ennesima versione di un’immagine tipica del cinema anglosassone, in fondo fiacca, deludente e appiattita su un presente apparentemente inevitabile, mentre Il giovane favoloso, che si muove tra costumi e parole dell’Ottocento, risulta paradossalmente più capace di oltrepassare il proprio tempo. Non si tratta del fatto che il primo racconta una dozzina di anni nella vita di un normale ragazzo americano, mentre il secondo racconta una dozzina di anni della vita di un genio come Leopardi. Si tratta proprio di una scelta, non innocente, e di un modo di vedere la giovinezza.
Raggiungo queste conclusioni andando a vedere i film con mio figlio di 14 anni. Con questa visione comune dei film sull’adolescenza partecipo a uno dei pochi riti (senza passaggio all’età adulta) condivisi dai giovani europei e americani. Col passare degli anni e con la sua crescita, io e lui abbiamo attraversato i più diversi generi e formati, che con sempre maggiore fatica hanno coniugato l’intrattenimento con il racconto del lato problematico della giovinezza.
Il giovane eroe che cresce è stato a lungo la figura bidimensionale di un racconto fantasy, che nel Signore degli anelli resta bambino (il mezzuomo Hobbit), ma che prima o poi – come accade in Harry Potter – scopre l’altro sesso e s’incupisce.
Negli ultimi anni dalla messa tra parentesi del conflitto famigliare, per cui quasi tutti i giovani eroi della letteratura e del fumetto fantasy sono orfani, si è passati all’inclusione di temi come il divorzio dei genitori e le gravidanze indesiderate: per esempio in saghe come Twilight, i cui protagonisti giganteggiano sui poster di innumerevoli camerette di bambini divenuti ragazzi. Ma la caduta del filtro tra il fantastico e il vero, piuttosto che favorire il confronto con la realtà vissuta, rischia di proiettare su quest’ultima un canovaccio stereotipato.
Temi come il turbamento del primo amore, la ricerca di riconoscimento o il dramma della separazione dei genitori risultano privati dei loro tratti più essenziali quando li si cala in storie di maghi, vampiri e gladiatori-bambini
Questo rischio è evidente nei reality show televisivi – dalle mariedeifilippi ai grandifratelli – dove il confine tra personaggio e individuo scompare, proprio nel momento in cui vengono esibite situazioni dall’indubbio carico emotivo. Eccolo il giovane! Come un eroe tragico, si sottopone al giudizio di un coro; ma le pose macchiettistiche e la regia pilotata fanno virare tutto questo verso una ridicola inautenticità, in cui resta solo una pallida traccia delle esperienze che i giovani spettatori stanno fingendo di condividere.
Di recente il cinema per adolescenti ha reagito con una nuova mossa di “aggiornamento”, nel popolarissimo ciclo Hunger Games: raccontare la giovinezza alle prese con un “vero” reality, che mette in gioco la propria vita in una sfida televisiva. Così si continua sempre più a confondere fantasy e realismo sociale e questa confusione produce – in questi che sono i massimi successi planetari della più recente narrativa multimediale per ragazzi – una sorta di effetto anestetico.
Temi come il turbamento del primo amore, la ricerca di riconoscimento o il dramma della separazione dei genitori risultano privati dei loro tratti più essenziali quando li si cala in storie di maghi, vampiri e gladiatori-bambini, dove tutto si risolve con un duello aereo o un’esplosione di luce blu. Allora, come trovare un modo convincente e autentico di raccontare la giovinezza?
In questo contesto si colloca la sfida complessa di cui si fa carico la docufiction, un genere di film dalla lunga tradizione che oggi tende a incorporare tutti i temi del racconto cinematografico, inclusa l’adolescenza. Si tratta di ritrovare qualcosa di autentico, smascherando lo stesso meccanismo orwelliano dei reality show televisivi.
L’idea è questa: mettendo in scena attori non professionisti, che interpretano se stessi seguendo una sceneggiatura che parla delle loro vite, si attingerebbe la realtà meglio che con la recitazione professionale o la registrazione in presa diretta del quotidiano.
Infatti, per aggirare il meccanismo per cui tutto ciò che viene filmato diventa in certa misura finzione, il regista interviene impegnando gli attori, sotto la sua guida, a rivivere situazioni familiari; coinvolti da questo impegno gli attori, con loro gestualità e i loro sguardi, lascerebbero intravedere lo strato più autentico del loro vissuto.
Il caso di Boyhood è esemplare di questo tentativo di “bucare” il filtro filmico. La scelta di lavorare a un film di finzione attraverso la crescita fisica dell’attore, per dodici anni, se non deve restare una trovata soltanto originale mira a questo: cercare negli occhi mutevoli del ragazzo il contenuto più autentico del racconto, che peraltro ripropone situazioni ormai canoniche del cinema americano (il divorzio dei genitori, spesso insicuri e/o alcolizzati; la solidarietà tra coetanei nel naufragio della famiglia; la ricerca di un’identità attraverso l’incoraggiamento di una figura terza, come un professore; le prime storie d’amore, l’abbandono della casa).
La reale crescita fisica svolgerebbe un ruolo analogo a quello che il cinema ha più spesso riservato alla bellezza fisica e alla velocità degli attori (o per converso alla deformità e alla lentezza cognitiva, come in molti film di Werner Herzog): attraverso questi supporti corporei l’immagine filmica vorrebbe restituirci l’insostituibile flagranza della vita.
Finalmente affrancato dal suo passato e libero di autodeterminarsi al college, Mason va a farsi una canna sui monti, si siede con una ragazza che gli piace e balbetta due filosofemi sconnessi da biscottino cinese
Ma in Boyhood questo espediente iperrealistico rischia di occultare un’altra dimensione del linguaggio cinematografico, e della vita. Che cosa dice, infatti, il giovane Mason? In quasi tre ore di film si fatica a trovare una battuta che non presenti un effetto di già sentito, di ovvio, che proprio il naturalismo, per cui vediamo crescere il protagonista, sembra dotare di una patente di autenticità.
Il finale del film è rivelatore: dopo dodici anni (di vita, ma anche di lavorazione, cioè all’incirca il tempo che Proust impiegò a scrivere un’altra storia di crescita e ricerca di sé: la Recherche) qual è il commento di Mason nel suo dialogo finale? “Dobbiamo cogliere l’attimo, davvero… viviamo nell’attimo”. Finalmente affrancato dal suo passato e libero di autodeterminarsi al college, Mason va a farsi una canna sui monti, si siede con una ragazza che gli piace e balbetta due filosofemi sconnessi da biscottino cinese.
In generale la narrazione riduce all’osso la parola articolata al giovane, fa di lui soprattutto un puro osservatore silenzioso, e – non a caso – un talentuoso fotografo. Come in un altro film di grande successo, il premio Oscar American Beauty (1999), la presa di distanza dell’adolescente dal mondo dei genitori si riduce allo sguardo che inquadra gli eventi da cui vuole sfuggire (in quel caso, il ragazzo che registra tutto con la telecamera). Qui si trova un gesto di resa, che mio figlio – sbracato nel sedile vicino al mio – accoglie assistendo al tutto con distrazione, forse con una punta di rassegnazione.
Tutto verosimile, forse, e anche coinvolgente e a tratti commovente, ma troppo familiare. È questo che mi insospettisce: non c’è un gesto di rottura rispetto a quegli stereotipi narrativi, capaci di vampirizzare l’adolescenza, che il cinema-autenticità vorrebbe contrastare con la verità del corpo.
Anzi, tutto va esattamente come potevamo aspettarci, e il giovane Mason non fa che ripetere in silenzio scene già viste mille volte. Il che, dal punto di vista poetico, ha qualcosa di colpevole: rischia di far passare l’interpretazione per riproduzione della realtà.
“Che tristezza”, conclude mio figlio, che non dà l’aria di trovare in Mason un personaggio affascinante, di quelli che vorresti conoscere, ma solo il simulacro grigio e noioso di quella che può essere, e che a volte gli sembra essere l’adolescenza.
Comunque lo convinco a venire a vedere Il giovane favoloso, che lo incuriosisce. Ho letto qualche recensione, e incuriosisce anche me. Valerio Magrelli, commentando il successo del film ai botteghini, ha salutato la scelta brillante di ritrovare in Leopardi quell’eroe romantico – studioso, casto, fisicamente diverso – che è l’archetipo dei supereroi americani.
Altri hanno trovato che il prezzo di questa operazione sia una scelta didascalica, scolastica, arida: Elio Germano che recita L’infinito e tanti altri testi leopardiani con lo sguardo perduto nel vuoto. Eppure io trovo nel film di Martone una reazione artistica al rischio narrativo di cui ho appena parlato. Non si tratta soltanto del benefico effetto di stacco dal presente, attraverso la presentazione minuziosa (e benissimo recitata) di un universo altro di rapporti famigliari e della lotta di un giovane isolato per imporsi in un sistema culturale asfissiante.
Il punto cruciale sta nel modo in cui è riempito il silenzio del giovane, con un gesto semplicissimo. Attingendo alla lingua leopardiana, Martone porta in primo piano una complessità di pensiero e linguaggio capace di annichilire i protagonisti di innumerevoli altri film di cassetta sul genio silenzioso (e dunque, come dicevo, la differenza non sta nel tema del genio).
Nella bellissima scena finale del Giovane favoloso la voce di Leopardi si stacca dal corpo prostrato su una sedia con le labbra chiuse, e recita la Ginestra sulle immagini dei fumi del Vesuvio e di Pompei
Il carteggio tra Leopardi e Pietro Giordani risponde, per esempio, ai dialoghi del giovane e ribelle genio matematico Matt Damon con lo psichiatra Robin Williams in Good Will Hunting (1997) di Gus Van Sant. In questi ultimi troviamo tutto un repertorio bidimensionale di “cose che direbbe un genio”, già riproposto molte volte al cinema.
Lo stesso Robin Williams era già famoso per avere interpretato il ruolo maieutico e paternalistico del professore ne L’attimo fuggente (1989), dove conquistava i giovani allievi del collegio recitando pagine di Whitman e Thoreau e strappando pagine del libro di testo (salvo poi ricordare ai giovani allievi che bisogna anche studiare). E i rimandi potrebbero continuare a lungo, fino a Boyhood, dove è ancora il professore che, sempre paternalisticamente, invita il giovane Mason a sviluppare il suo talento di fotografo ma senza trascurare i compiti, perché “là fuori” la competizione lo schiaccerà.
Tutto questo repertorio, ora, impallidisce rispetto alla lingua di Leopardi, con la sua rielaborazione quasi miracolosa della filosofia illuministica e della cultura classica, che erompe dalla reclusione di una biblioteca privata in pieno stato pontificio, provocando una rottura senza compromessi con tutte le figure che hanno seguito la sua formazione.
A differenza che in Boyhood, l’esperienza che condividiamo non dipende dalle vicende del corpo del protagonista. Così, nella bellissima scena finale, la voce di Leopardi si stacca dal corpo prostrato su una sedia con le labbra chiuse, e recita la Ginestra sulle immagini dei fumi del Vesuvio e di Pompei: e tutto questo, ancora, eclissa i fiacchi epiloghi con cui giovani eroi e supereroi da decenni ci presentano la loro morale rivolgendosi, oltre lo schermo, a noi che restiamo quasi imbarazzati davanti ai titoli di coda.
Per le oltre due ore dei complicati monologhi di Giacomo Taldegardo, mio figlio non smette di fissare lo schermo con gli occhi attenti.
Certo, si dirà, i ragazzi non parlano così. Come forse non parlavano dell’esistenza dell’anima e della realtà dei numeri irrazionali i giovani allievi dei collegi di un secolo fa: ma Musil ce li raccontò così nel Giovane Törless, all’epoca in cui – come ha spiegato Jon Savage ne L’invenzione dei giovani – la gioventù come tema culturale era stata appena inventata.
Quella di puntare sul corpo e sullo sguardo muto, prendendo il silenzio interiore per naturale stato d’innocenza, è una scelta ben precisa della rappresentazione cinematografica più recente. Ma questa scelta ormai usurata, che Boyhood cerca di rinnovare, rischia di sopprimere quella stessa potenza di rinnovamento della giovinezza, che il cinema vuole mettere in luce e rievocare nello spettatore: quella potenza “rivoluzionaria” – il termine è riferito nel film alla poesia di Leopardi, con grande scandalo del padre conservatore – per cui, ridescrivendo il mondo, si capisce che questo non si deve semplicemente accettare così com’è nelle parole degli altri.

Paolo Pecere è ricercatore di storia della filosofia all’università di Cassino e scrive di letteratura e cinema.

Lascia un commento

Archiviato in Attualità culturale, Temi letterari