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Et quae sentias dicere licet…: libri e libertà

Legimus, cum Aruleno Rustico Paetus Thrasea, Herennio Senecioni Priscus Helvidius laudati essent, capitale fuisse, neque in ipsos modo auctores, sed in libros quoque eorum saevitum, delegato triumviris ministerio ut monumenta clarissimorum ingeniorum in comitio ac foro urerentur. Scilicet illo igne vocem populi Romani et libertatem senatus et conscientiam generis umani aboleri arbitrabantur, expulsis insuper sapientiae professoribus atque omni bona arte in exilium acta, ne quid usquam honestum occurreret. Dedimus profecto grande patientiae documentum; et sicut vetus aetas vidit quid ultimum in libertate esset, ita nos quid in servitute, adempto per inquisitiones etiam loquendi audiendique commercio. Memoriam quoque ipsam cum voce perdidissemus, si tam in nostra potestate esset oblivisci quam tacere.  TACITO, De vita et moribus Iulii Agricolae, 2

Abbiamo letto che, essendo stati lodati (quando furono lodati) da Aruleno Rustico Peto Trasea, da Erennio Senecione Prisco Elvidio, (questo fatto) fu punito con la morte, e (abbiamo letto che) non si infierì solo sulla persona degli scrittori, ma anche sui loro libri, perché fu dato ai triunviri l’incarico di bruciare nella zona del comizio, all’interno del foro, gli scritti di quei chiarissimi ingegni. Evidentemente credevano di cancellare con quelle fiamme (da quel fuoco pensavano che venissero eliminate) la voce del popolo romano e la libertà del senato e la coscienza del genere umano, dopo che per giunta erano stati espulsi i filosofi (i maestri di filosofia) ed era stata bandita ogni nobile attività, per evitare che in qualche luogo si presentasse alcunché di onesto. Abbiamo dato certamente una grande prova di sopportazione; e come l’età antica vide quale fosse il limite estremo nella libertà, così noi (abbiamo visto quale fosse il limite estremo) nella servitù, essendoci stata tolta, attraverso il sistema della delazione, anche la possibilità reciproca di parlare e di ascoltare. Anche la memoria avremmo perduto insieme con la voce, se fosse in nostra facoltà il dimenticare quanto il tacere.

I know that books don’t burn well.
Heinrich Böll

Anna Foa, Nei roghi dei libri brucia anche l’anima di un popolo


On 10 May 1933, on the Opernplatz in Berlin, just off Unter den Linden, German student associations staged an elaborate book burning ritual, the result of several weeks’ planning. Bolstered by uniformed brown shirts of the SA and marching bands, great ranks of students fi led into the square in a torchlight parade. A carefully constructed timber scaffold full of books was set alight, as uniformed representatives stepped forward and proclaimed their socalled Feuersprüche (‘fi re incantations’ or ‘fi re oaths’), little planned speeches in which they attacked the books they held responsible for the collapse of Germany. The impresario for the night was the propaganda minister – and erstwhile novelist – Joseph Goebbels. In lightly falling rain he spoke of his hope that from the ashes of the pacifi st, defeatist and un-German books that had been burned, the phoenix of the new Reich would rise. That night, and over the next week, similar events were held in university cities across Germany, most of which explicitly followed the model of Berlin by including marching parades, torches and speeches. These fires have since become synonymous with the barbarity of the Nazi regime, but such an understanding was by no means automatic, and the international response to the events tended to be
perplexed, even bemused. Through studying the tone of many of these reports, this chapter assays the initial reactions to the German bookfi res, and returns them to their historical context.
Matthew Fishburn, Burning Books, Macmillan, 2008

BERLIN, OPERNPLATZ, 10 maggio 1933: il VIDEO.

Isaac Babel – L’armata a Cavallo
Michail Bakunin – Dio e lo stato
August Bebel – La donna e il socialismo
Walter Benjamin
Ernst Bloch – Tracce
Albert Einstein . – La teoria della relatività
Ernest Hemingway – Addio alle armi
Bertold Brecht – tutte le opere prima del 33
Max Brod – L’ultima esperienza di Tycho Brahe
Sigmund Freud – L’interpretazione dei sogni e tutti i lavori pubblicati
Andre Gide – Viaggio in Congo
George Grosz
Franz Kafka, Durante la costruzione della muraglia cinese
Hans Kelsen
Siegfreid Kracauer
Vladimir Ilic Lenin – L’estremismo, malattia infantile del comunismo
Alexander Lernet-Holenia, Ero Jack Mortimer
Theodor Lessing – L’odio di sé ebraico
Karl Liebknecht
Karl Kraus – Gli ultimi giorni dell’umanità
John Dos Passos
Jack London – Martin Eden, Il tallone di ferro, Il vagabondo delle stelle
Gyorgy Lukacs – Storia e coscienza di classe, Studi sulla dialettica marxista
Andre Malraux
Heinrich Mann, Novelle
Klaus Mann, La pia danza
Thomas Mann, Della Repubblica tedesca
Karl Marx
Gustav Meyrink (Gustav Meyer) – Il Golem,
Ferenc Molnár – Liliom
Robert Musil
Pietro Nenni – Sei anni di guerra civile in Italia
Francesco Saverio Nitti – Bolscevismo, Fascismo e Democrazia
Leo Perutz
Erwin Piscator – Il teatro politico
Marcel Proust
Wilhelm Reich – Psicologia di massa del fascismo
Erich Maria Remarque, Niente di nuovo sul fronte occidentale
Joseph Roth, Giobbe, Ebrei Erranti
Nelly Sachs
Arthur Schnitzler, Verso la libertà
Bruno Schultz
Ignazio Silone, Fonte Amara
Georg Simmel – Kant e Goethe
Rudolf Steiner
Bruno Taven, Il governo
Frank Wedekind, Lo spirito della terra
H.G. Wells – Breve storia del mondo,
Emile Zola
Upton Sinclair
Maksim Gor’kij – La spia, Storia di un uomo inutile
Jaroslav Hašek – Il buon soldato Sc’vèik.
Stefan Zweig, La lotta col demone (Hölderlin, Kleist, Nietzsche)

Bertolt Brecht, Il rogo dei libri

Quando il regime ordinò che fossero arsi in pubblico
i libri di contenuto malefico, e per ogni dove
i buoi furono costretti a trascinare
ai roghi carri di libri, un poeta
(uno di quelli al bando, uno dei migliori)
scoprì sgomento, studiando l’elenco degli inceneriti,
che i suoi libri erano stati dimenticati.
Corse al suo scrittoio, alato d’ira,
e scrisse ai potenti una lettera:
«Bruciatemi», vergò di getto, «bruciatemi!
Non fatemi questo torto! Non lasciatemi fuori!
Non ho forse sempre testimoniato la verità, nei miei libri?
E ora voi mi trattate come fossi un mentitore!
Vi comando: bruciatemi!»

Non nego affatto che sia d’importanza vitale per la Chiesa e lo Stato tener d’occhio come i libri, al pari degli uomini, si comportino; e perciò confinarli, imprigionarli e render loro la più severa giustizia come a malfattori. I libri infatti non sono per nulla cose morte, bensì contengono in sé una potenza di vita che li rende tanto attivi quanto quello spirito di cui sono la progenie.
John Milton, Areopagitica (1644)

“Borges mi raccontò una volta che durante una manifestazione popolare organizzata dal governo peronista negli anni Cinquanta contro l’opposizione degli intellettuali, i dimostranti gridavano: “Scarpe sì, libri no”. Il più ragionevole slogan “Scarpe sì, libri sì” non convinceva nessuno. La realtà – la dura necessaria realtà – era vista in irrimediabile conflitto con l’evasivo mondo dei sogni rappresentato dai libri.
Con questa scusa, e sempre con successo, il potere incoraggia l’artificiosa dicotomia fra la vita e la lettura. I regimi demagogici ci chiedono di rinunciare ai libri, marchiati come oggetti superflui; i regimi totalitari ci impongono di non pensare, vietando minacciando e censurando; entrambi vogliono che diventiamo stupidi e accettiamo la nostra degradazione senza reagire, incoraggiando perciò il consumo delle più insulse brodaglie. In tali condizioni i lettori non possono essere che sovversivi”.
Alberto Manguel, Una storia della lettura. Milano, Mondadori, 1997

…sicché i Koniás di tutto il mondo vanamente bruciano libri, e quando quei libri hanno registrato qualche cosa che vale, si sente solo la risata silenziosa dei libri bruciati, perché un libro come si deve rimanda sempre altrove e fuori.
Bohumil Hrabal, Una solitudine troppo rumorosa,  Einaudi, 1991
Immagine correlata

ALTRI ROGHI: CLICCA QUI.

NOTA ALLE IMMAGINI:

Gli straordinari libri alati sono opere di  Anselm Kiefer (Buch mit Flügeln – Book with Wings), 1992-94

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Tacito, La morte di Seneca

Heiner MüllerLa morte di Seneca [1992]

Cosa pensò Seneca (e non disse)
Quando il capo della guardia di Nerone senza proferire parola
estrasse la sentenza di morte dalla sua corazza
col sigillo dell’allievo per il maestro
(aveva imparato a scrivere e ad apporre il sigillo
e il disprezzo per tutte le morti a parte
la propria:
regole d’oro di ogni arte dello Stato)
Cosa pensò Seneca (e non disse)
Quando vietò il pianto ad ospiti e schiavi
Che avevano condiviso la sua ultima cena con lui
Gli schiavi al capo del tavolo
LE LACRIME NON SONO FILOSOFICHE
DURA LEX SED LEX
E PER QUEL CHE RIGUARDA QUESTO NERONE CHE HA UCCISO
SUA MADRE E SUO FRATELLO PERCHÉ AVREBBE DOVUTO
FARE UN’ECCEZIONE CON IL SUO MAESTRO PERCHÈ
RINUNCIARE AL SANGUE DEL FILOSOFO
CHE NON GLI HA INSEGNATO A SPARGERE SANGUE
E quando fece aprirsi le vene
Quelle delle braccia dapprima e quelle di sua moglie
Che non voleva sopravvivere alla sua morte
Facendosele tagliare da uno schiavo probabilmente
Anche la spada su cui si lasciò cadere Bruto
Alla fine della sua speranza repubblicana
Dovette essere tenuta da uno schiavo
Cosa pensò Seneca (e non disse)
Mentre il sangue lasciava troppo lentamente
il suo corpo troppo vecchio e lo schiavo ubbidiente al padrone
Aprì le vene delle gambe e delle cavità poplitee
Sussurrando con corde vocali secche
I MIEI DOLORI SONO LA MIA PROPRIETÀ
PORTATE MIA MOGLIE NELLA STANZA ACCANTO E LO SCRIVANO A ME
La mano non poteva più tenere l’impugnatura dello stilo
Ma il cervello lavorava ancora La macchina
fabbricò parole e frasi e annotò i dolori
Cosa pensò Seneca (e non disse) tra le lettere del suo ultimo dettato
Immagazzinato sul divano del filosofo
E quando svuotò la tazza col veleno venuto da Atene
Perché la sua morte si faceva ancora attendere
E il veleno che aveva aiutato molti prima di lui
Riuscì a scrivere solo una nota a piè di pagina nel suo
corpo già quasi svuotato di sangue nessun testo chiaro
Cosa pensò Seneca (alla fine senza parole)
Quando andò incontro alla morte nella sauna
Mentre l’aria danzava davanti a suoi occhi
La terrazza si oscurò per il confuso battito d’ali
Non di angeli probabilmente anche la morte non è un angelo
nello scintillio di colonne al rivedere
Il suo primo filo d’erba che aveva visto
Su un prato vicino a Cordoba, alto come nessun albero

PER APPROFONDIRE

James Ker, The Deaths of Seneca, Oxford University Press, 2009

“The forced suicide of Seneca, former adviser to Nero, is one of the most tortured–and most revisited–death scenes from classical antiquity. After fruitlessly opening his veins and drinking hemlock, Seneca finally succumbed to death in a stifling steam bath, while his wife Paulina, who had attempted suicide as well, was bandaged up and revived by Nero’s men. From the first century to the present day, writers and artists have retold this scene in order to rehearse and revise Seneca’s image and writings, and to scrutinize the event of human death.
In The Deaths of Seneca, James Ker offers the first comprehensive cultural history of Seneca’s death scene, situating it in the Roman imagination and tracing its many subsequent interpretations. Ker shows first how the earliest accounts of the death scene by Tacitus and others were shaped by conventions of Greco-Roman exitus-description and Julio-Claudian dynastic history. At the book’s center is an exploration of Seneca’s own prolific writings about death–whether anticipating death in his letters, dramatizing it in the tragedies, or offering therapy for loss in the form of consolations–which offered the primary lens through which Seneca’s contemporaries would view the author’s death. These ancient approaches set the stage for prolific receptions, and Ker traces how the death scene was retold in both literary and visual versions, from St. Jerome to Heiner Müller and from medieval illuminations to Peter Paul Rubens and Jacques-Louis David. Dozens of interpreters, engaging with prior versions and with Seneca’s writings, forged new and sometimes controversial views on Seneca’s legacy and, more broadly, on mortality and suicide. The Deaths of Seneca presents a new, historically inclusive, approach to reading this major Roman author”.

Luca Giordano, La morte di Seneca, 1650–1675, Le Mans Crescent, Bolton, Greater Manchester, England

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Tacito

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L’epoca (Slideshare PPT): L’età dei Flavi e degli imperatori di adozione.

Le opere storiografiche (Slideshare PPT): Historiae e Annales 

Approfondimenti: Le province romane dell’impero. Il Limes.

I predatori della Germania perduta. Clicca qui.

La disfatta di Teutoburgo.

L. Canfora, Quello slancio nazionalistico che resiste nei secoli. Dalla selva di Teutoburgo alle guerre moderne, “Corriere della Sera”, 27 giugno 2012

Scilicet illo igne vocem populi Romani et libertatem senatus et conscientiam generis humani aboleri arbitrabantur… Libri al rogo: CLICCA QUI per approfondire.

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I predatori della Germania perduta

L’unica copia del pamphlet di Tacito, portata in Italia dal papa Niccolò V, 
divenne un totem per i nazisti
 
Bruno Ventavoli, “La Stampa”, 19 dicembre 2012
Io accetto il parere di coloro i quali ritengono che gli abitanti della Germania, non contaminati da nozze con altre popolazioni, siano una gente a parte, di sangue pura e simile solo a se stessa. Da ciò anche l’aspetto fisico è in tutti il medesimo, per quanto è possibile in così grande numero di uomini: occhi fieri e cerulei, capelli rossicci, corporature gigantesche ma adatte solo all’assalto. 
Tacito, Germania, IV
Nel 1943 un commando nazista arrivò nella Marche con una missione alla Indiana Jones. Il capo supremo delle SS, Himmler, aveva ordinato di recuperare il più antico manoscritto della Germania di Tacito. I predatori del codice perduto irruppero in una villa nobiliare, frugarono ovunque, devastarono e ripartirono a mani vuote. La bizzarra incursione, mentre la guerra infuriava e prendeva una brutta piega per il Reich dopo lo sbarco alleato in Sicilia, era l’ultimo atto di una caccia al prezioso testo che appassionò bibliofili, papi, intellettuali deliranti, ricostruita nel saggio erudito e appassionante di Christopher B. Krebs, professore a Stanford, Un libro molto pericoloso (Il lavoro editoriale, pp. 254).
Si trattava di trenta paginette scritte in meraviglioso latino per descrivere i costumi degli antichi Germani, alquanto barbari nella loro civiltà, ma dotati di ferrea morale, leali, coraggiosi, integerrimi (seppur inclini alla pigrizia, al gioco d’azzardo, e alla birra). Uomini straordinari guerrieri, donne modello di virtù coniugale e materna (anche perché le rare adultere finivano rapate, denudate e pubblicamente fustigate). L’obiettivo del senator Tacito, dopo gli eccessi di Nerone, era sferzare gli animi contro la tirannide imperiale per tornare alle virtù repubblicane. Parlava di Germani, perché i Romani intendessero.
Del pamphlet tacitiano si persero le tracce nel Medioevo finché la febbre dell’umanesimo scatenò bibliomani, mercanti, mecenati, papi alla ricerca dei classici perduti. Letterati ambiziosi battevano l’Europa in cerca dei codici vergati da pazienti amanuensi nel chiuso dei conventi. Acquistavano, copiavano, al limite trafugavano, in nome della cultura e del collezionismo. Nel XV secolo l’unica copia esistente della Germania apparve nel monastero di Hersfeld. Enoch di Ascoli lo portò in Italia per conto di papa Niccolò V. Si smarrì di nuovo, riaffiorò molto dopo nella polverosa biblioteca dei Baldeschi Balleani, nobile famiglie di Jesi, grazie a don Cesare Annibaldi, insegnante di liceo nonché raffinato cultore dell’antichità, che lo pubblicò nel 1907, alimentando poi gli appetiti della Germania nazista. Prima che Himmler spedisse i suoi scherani, Hitler ne aveva chiesto la restituzione a Mussolini per le Olimpiadi di Berlino del ’36.
Oltre alle brame bibliofile, diventò nel corso dei secoli – come disse Momigliano – «un libro molto pericoloso» per le ideologie che nutrì negli spiriti del Nord. Anche se la Germania tacitiana era un impreciso crogiolo di tribù turbolente ai margini dell’impero che davano filo da torcere alle legioni e volevano restar liberi nelle loro cupe foreste, servì da modello per riaffermare la superiorità tedesca nei confronti dell’Italia ricca, raffinata, corrotta. Non c’era lo spread ma lo scontro ideale e politico non era dissimile ai tempi dell’umanista Conrad Celtis o di Lutero. I tedeschi onesti, leali, rigorosi, parchi; Roma lussuriosa, spendacciona, truffaldina. Il Nord inseguiva la «riforma morale», i Papi succhiavano soldi per innalzare San Pietro e vivere nel lusso, vendevano persino i bond spazzatura delle indulgenze promettendo il paradiso ultraterreno.
Il restauratore della lingua germanica Martin Opitz, all’inizio del ‘600, quando il latino era l’unica lingua colta, risvegliò l’orgoglio per gli antichi bardi tacitiani che guidavano i guerrieri in battaglia, auspicando la promozione letteraria del tedesco. «Fa’ attenzione – diceva al mondo tedesco – che tu, superiore agli altri popoli per forza e affidabilità non sia inferiore nella lingua!». In epoca più moderna, quando la Germania ancora non esisteva come nazione (prima del 1871 era frantumata in centinaia di minuscoli regnetti litigiosi e inconcludenti), i fautori dell’unificazione si appellavano ai fantomatici antenati descritti da Tacito per cesellare appelli politici, letterari, filosofici.
Tacito servì anche ai primi antropologi. Johann Friedrich Blumenbach (1752-1840) di Gottinga, che da giovane nascondeva ossa di animali domestici sotto il letto del collegio, studiava crani per capire come mai cambiassero (in peggio) i popoli. I progenitori si erano conservati puri, senza mescolarsi con gli altri; se invece si guardava intorno non notava più «i grandi corpi dei nostri antenati forti solo per l’attacco… i fieri occhi blu». Riteneva innata l’inferiorità culturale dei «negri» e considerava i caucasici i più «belli e adatti» al genere umano, ma non si proclamava razzista. Il passo per la superiorità ariana era breve. In meno di un secolo, attraverso Rosenberg e altri teorici della razza, Tacito fu adottato come bibbia del nazionalsocialismo. Al congresso di Norimberga del ’36 si allestì una «stanza germanica» decorata con citazioni tacitiane, il testo entrò nei programmi scolastici (con strategiche censurine sull’amore per l’ubriachezza e i dadi) e citato dalla pubblicistica di regime. Il quarto capitolo, in cui si descrivevano gli avversari dei romani con occhi cerulei, capelli biondo-rossi e alta statura, divenne una legge dello Stato. Anche se i vertici nazisti erano ben lontani dal modello (mori, brutti, fisici sgraziati), arrivarono le misure per la «protezione del sangue e dell’onore tedesco», nel ricordo orgoglioso che i Germani di Tacito «impiccavano o affogavano nelle paludi quanti erano inferiori o predisposti alla perversione».
Himmler, figlio di un prof di lettere classiche, scoprì il testo a 24 anni, quando girava in moto e in treno per fare propaganda. Disoccupato, sottopagato dal partito non ancora al potere, mezzo morto di fame, se lo fece prestare da amici e rimase folgorato dalla gloriosa immagine della grandezza, purezza, nobiltà degli antenati ivi descritti. Annotò nel diario: «Così dovremmo essere ancora, o almeno, alcuni di noi». Nel ’29 Hitler gli affidò le SS. Erano 260 zoticoni. Himmler trasformò l’organizzazione in una efficiente macchina del terrore e dell’utopia razzista, volendo membri che fossero alti almeno 1,75, biondi, capelli chiari, che scegliessero la fedeltà per onore. Più o meno come aveva scritto Tacito. Che tuttavia non sapeva cosa fossero i Germani. Se li era inventati con la sua ironia, la sua amarezza pervasa di rabbia, semplicemente per fustigare imperatori pazzi, matrone lussuriose, cittadini romani incapaci di seguire il bene pubblico.

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