Archivi del mese: febbraio 2013

Pomeriggio a teatro

VENEZIA, Teatro Goldoni

The history boys

di Alan Bennett

Regia di Ferdinando Bruni e Elio De Capitani

È una storia di oggi The history boys, commedia di Alan Bennett del 2004, vincitrice di 6 Tony Award e trasformata in film nel 2006. Ambientata in una scuola inglese, racconta di un gruppo di adolescenti alle prese con gli esami di ammissione all’Oxbrige, ovvero agli esclusivi college di Oxford e di Cambridge: sono ragazzi molto diversi tra loro ma affiatati, dal leader della classe, il donnaiolo Dakin, fino al fragilissimo Posner, innamorato per nulla segretamente di lui. Hector, il professore di inglese (interpretato da Elio De Capitani) e Mrs Lintott la professoressa di storia (Ida Marinelli) hanno cercato di stimolare la loro curiosità oltre percorsi consueti e preconfezionati, infischiandosene del prestigio della scuola, delle tradizioni e delle convezioni. Ma il preside (Gabriele Calindri) è di tutt’altro avviso e, per la fama del suo istituto, li vorrebbe tutti ammessi alle Università più prestigiose. Si apre così uno scontro che vede scendere in campo anche un agguerrito professore (Marco Cacciola), incaricato di dare una “ripulita” al loro stile, renderlo raffinato, “giornalistico” e spendibile al “supermercato del sapere”.

Il video:

...i poeti, i versi, i film, le musiche, le citazioni: CLICCA QUI.

Maren Robinson [dramaturg], A study guide. CLICCA QUI.

RASSEGNA STAMPA:  CLICCA QUI.

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Novelle, racconti e romanzi brevi: l’arte di narrare tutto in poche righe

Franco Cordelli, «Corriere della sera», 6 aprile 2007

In principio furono le favole indiane. Poi vennero Boccaccio, Chaucer e Pirandello.

Storia di un successo che non finisce mai

Per noi italiani il racconto, ovvero la novella, è un tipo di narrazione privilegiato. Perché? E che cos’è una novella rispetto a un racconto? L’idea di novella reca nel suo stesso nome il più appropriato dei significati possibili. Novella, cioè novità. Colui che racconta una novella è un viaggiatore, è un uomo che ha visto paesi sconosciuti, e che ha assistito a una scena, a una vicenda, che va a raccontare ai propri simili, ai concittadini, ai familiari che non sono partiti con lui, che non erano con lui in quella circostanza. L’origine della novella non a caso deve relativamente poco all’area occidentale del mondo: nella letteratura greca e latina non vi sono novelle, o ve ne sono pochissime. Le Favole milesie sono attribuite ad Aristide, un greco vissuto nel secondo secolo dopo Cristo. Poi vi sono novelle, in forma di digressione, in racconti più ampi, proto-romanzi, come il Satyricon di Petronio. Là dove veramente nacque la novella, in forme precise, ben presto codificate, è in Egitto, in area babilonese, soprattutto in India. La novella viene insomma dall’Oriente. Il Pancatantra e il Sukasaptati sono vere e proprie raccolte di novelle, la cui nascita risale al quarto secolo. Il Pancatantra è un insieme di avventure, per lo più di animali. Il Sukasaptati ha per protagonista un pappagallo che ogni notte racconta una storia alla moglie del suo proprietario per allontanarla dall’adulterio. È evidente come questo sia il modello delle novelle arabe intitolate Mille e una notte. Ma dicevo di noi italiani. La novella è dove noi eccelliamo in quanto narratori di storie. La brevità è la nostra forza. In Italia la novella ha acquistato i suoi caratteri specifici e più nettamente realistici. Le cento novelle del Decameron di Boccaccio sono un ritratto della società mercantile del XIV secolo: ne esprimono la gioia di vivere e lo stesso piacere di raccontare una storia. Quale storia? Si direbbe l’intero quadro della vita umana, con i suoi vizi e virtù. Al centro dell’accadimento spesso c’è un evento luttuoso che si capovolge in un qualche bizzarro incidente; più di frequente c’è un evento burlesco, una beffa, una disattenzione, un’incapacità di affrontare il mondo, che dal narratore viene più o meno bonariamente messa alla berlina. Dal Decameron in poi la tradizione della novella si diffuse in tutta Europa: da I racconti di Canterbury di Chaucer in Inghilterra allo Heptameron di Margherita di Navarra in Francia, alle Novelle esemplari di Cervantes in Spagna.

Nuovo vigore e nuove caratteristiche, il racconto acquisisce nei grandi scrittori realisti dell’Ottocento, nei russi Puskin, Lermontov, Gogol, Turgenev e, soprattutto, Cechov; e nei francesi Merimée e Maupassant. Uno storico francese della letteratura, Albert Thibaudet, scrisse che «un romanziere si butta a nuoto, abbraccia una corrente, va alla deriva.  L’autore di novelle, invece, rimane a riva, con il cavalletto e la tela». Questa caratteristica di cautela, oppure di misura, trova in Italia, tra fine dell’Ottocento e inizio del Novecento, nuovo vigore, nuova linfa. Come non ricordare le Novelle rusticane di Giovanni Verga e le Novelle per un anno di Luigi Pirandello?
È solo dopo Pirandello, o Cechov, che la novella si trasforma decisamente in ciò che chiamiamo racconto. Ripeto la domanda: che cos’è un racconto (come oggi lo chiamiamo) rispetto alla novella? Direi così: il narratore di racconti sta al novelliere come il romanziere sta al narratore puro. Per capirci meglio si potrebbe citare Schiller, il quale distingueva tra poesia ingenua e poesia sentimentale. Il poeta sentimentale è un uomo consapevole di se stesso. Di fronte a lui non c’è solo la materia del suo racconto, c’è lui in persona, lui in quanto relatore della novità apportata ai concittadini. Dunque, il racconto, genere per eccellenza moderno, sta alla novella con quel di più di consapevolezza, di coscienza di sé che l’uomo adulto possiede, o come un tesoro o come una condanna, rispetto all’uomo giovane. Il tratto decisivo, cruciale, del racconto, resta la brevità. È ciò che ne fa la fortuna. Rapidamente, veniamo a sapere tutto ciò che c’è da sapere. Ma ciò che ora sappiamo non è solo quanto è altrove o in altro tempo accaduto. Che ne parli o no, che lo dica esplicitamente o che lo lasci trapelare tra le righe, è anche ciò che è accaduto nella mente e nel cuore di colui che ci sta raccontando la storia ora in nostro possesso, con un di più di prospettive.

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Scacchi e letteratura

Qui è bello e fresco stare, e hacci, come voi vedete, e tavolieri e scacchieri, e puote ciascuno, secondo che all’animo gli è più di piacere, diletto pigliare.        Boccaccio, Decameron, I 

Citazioni scacchistiche nelle opere di Dante,  Boccaccio, Petrarca: CLICCA QUI.

Iconografia. CLICCA QUI.

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Il quadrato magico

Per approfondire: antika.itIl quadrato magico Sator.

Federica Pagliari, Un grande enigma che attraversa intatto i millenni, Unibocconi.

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Money

DollarSign

Fabrizio Galimberti, Perché non riusciamo a ridurre la distanza tra i ricchi e i poveri, “IL SOLE 24 ORE”, 18 NOVEMBRE 2012

A scuola dovevamo leggere Giovanni Verga. Non era obbligatorio come i “Promessi sposi”, ma era ed è un grande scrittore italiano. Riprendiamo allora il filone “Economia e letteratura” con un suo romanzo, “Mastro don Gesualdo”. È la storia (vedi l’articolo a fianco) di un muratore che si arricchisce e le sue ricchezze portano più dispiaceri che benefici. Verga chiamava queste ricchezze “la roba” (come nell’eponima novella: http://it.wikisource.org/wiki/Novelle_rusticane/La_roba). Questo tema – l’avidità che accumula “roba” – non è banale come potrebbe essere quello del “danaro che non dà felicità”. È invece lo spunto per una riflessione sul tema ricchi e poveri. Questa differenza fra ricchi e poveri, questa diseguaglianza nella distribuzione dei redditi, è andata crescendo in questi anni, anche prima della crisi. E bisogna capire le cause prima di cercare i rimedi.

Magari ci sarà qualcuno che non si preoccupa delle diseguaglianze. L’importante, direbbe, è che la torta cresca. Anche se la differenza fra ricchi e poveri aumenta, la marea alza tutte le barche. Quindi, non c’è da preoccuparsi di una diseguaglianza crescente purché l’economia continui a crescere.
Ora, a parte il fatto che attualmente l’economia non cresce e quindi le diseguaglianze mordono di più, è giusto quel ragionamento? Fino a un certo punto. Avete mai acceso il fuoco nel camino? La fiamma non prende subito dappertutto. Ci sono delle lingue di fuoco che guizzano da una parte, poi dall’altra, ci sono dei pezzi di legna che hanno dentro più umidità e fumano a lungo… La stessa cosa succede con lo sviluppo economico: non è un processo omogeneo. Coloro che muovono la crescita, che hanno una buona idea e creano ricchezza sono le “lingue di fuoco” che spingono lo sviluppo, i Mastri don Gesualdo dell’eponimo romanzo o i Mazzarò della novella “La roba”. Diventano ricchi prima degli altri, ma prima o poi il calore si estende e anche il resto della legna si accende… La diseguaglianza dei redditi è figlia di questo processo disomogeneo, è connaturata all’espansione dell’economia. Di solito, la sua vicenda nel tempo è simile a quella di una U rovesciata. Quando l’economia comincia a crescere la diseguaglianza aumenta, per le ragioni sopra dette, ma poi, arrivati a un certo punto, comincia a diminuire: la crescita crea opportunità di lavoro per tutti.
Ma quello che è successo da qualche lustro a questa parte è diverso. Bene o male, l’economia ha continuato a crescere ma le diseguaglianze, che si erano attenuate negli anni Sessanta e Settanta, sono aumentate. A cosa è dovuto tutto questo? Alla globalizzazione e alla tecnologia, le due grandi forze che hanno plasmato il mondo negli ultimi vent’anni. Sono entrati nell’economia di mercato di miliardi di lavoratori dall’ex impero sovietico, dalla Cina, dall’India… Il loro costo del lavoro era molto basso e i beni che producevano facevano concorrenza a quelli prodotti dai Paesi occidentali. Questi ultimi, per competere, dovevano tenere sotto controllo stretto i propri costi del lavoro. Allo stesso tempo, le imprese occidentali andavano a produrre nei Paesi nuovi arrivati. Meno costo del lavoro vuol dire più profitti, e questa è una ragione dell’aumento delle diseguaglianze (chi riceve i profitti è di solito più ricco di chi riceve i salari).
Secondo, la tecnologia. Siamo nell’economia della conoscenza, e coloro che padroneggiano le nuove tecniche guadagnano di più,  allargando il divario fra le loro retribuzioni e quelle dei lavori manuali o più tradizionali (tenuti bassi dalla prima ragione sopra menzionata).
Questo aumento delle diseguaglianze ha tuttavia raggiunto il punto in cui fa più male che bene. Guardiamo alla scuola. I figli dei ricchi hanno sempre avuto un vantaggio rispetto ai figli dei poveri, malgrado l’esistenza di scuole pubbliche aperte a tutti. Ma quando questo vantaggio diventa troppo grande, viene minata la cosiddetta “eguaglianza dei punti di partenza”, cioè la possibilità per tutti di correre la gara della vita senza ingiusti vantaggi: per esempio, in America la differenza nei test scolastici fra ragazzi di famiglie ricche e di famiglie povere è del 30-40% a vantaggio dei ricchi; una differenza maggiore di quella che si dava 25 anni fa.
Un altro pericolo: se la diseguaglianza continua a crescere, si faranno sempre più acute le proteste, con conseguente instabilità sociale e politica, e potranno andare al potere partiti portatori dei rimedi sbagliati.
Quali sono allora, i rimedi giusti? La politica può attenuare le diseguaglianze, dando servizi pubblici di base – istruzione, sanità,  infrastrutture, giustizia… – eguali per tutti ma soprattutto migliori, e intervenendo sui casi estremi di povertà. La rete di sicurezza sociale in molti casi dà vantaggi anche a chi non ne necessita: sussidi e aiuti dovrebbero invece essere riservati alle situazioni di vero bisogno. Il sistema fiscale è già progressivo (cioè a dire, chi ha un reddito più alto paga proporzionalmente di più di chi ha un reddito più basso). Ma oggi, con la crescente complessità dell’economia e della finanza, ci sono vari modi, per i ricchi, di sfuggire alla progressività con vari espedienti legali: pensate al candidato alla presidenza americana Mitt Romney, i cui redditi milionari finivano col pagare meno tasse (in percentuale del reddito) di quelle che pagava la sua segretaria.
Da ultimo, lotta ai monopoli e alla corruzione: in Cina, le imprese statali godono di vari privilegi e fanno profitti in favore di chi è ammanicato col potere politico; in Russia, nel passaggio all’economia di mercato grosse fette di potere e di reddito sono state appropriate dai cosiddetti oligarchi; in altri Paesi, dall’India all’Italia, la corruzione ha creato sacche di ricchezza immorale, con devastanti conseguenze per la tenuta del tessuto sociale…

Claudia Galimberti, Mastro don Gesualdo e la fatica di arricchirsi,  IL SOLE 24 ORE, 18 NOVEMBRE 2012

Decimo: non desiderare la roba d’altri. Chissà se Mastro don Gesualdo conosceva il decimo comandamento. Probabilmente no e comunque non l’ha seguito: ha desiderato proprio quello che il libro dell’Esodo, 20,17 dice di non desiderare. Ha sognato la casa, il servo, il bue, l’asino, ogni cosa che apparteneva ad altri e se n’è impossessato, ma non ingiustamente commettendo peccato: con il suo lavoro, la fatica ripetuta di giorno e di notte, sempre uguale. Nasceva muratore, don Gesualdo, da qui il nome di Mastro, e lavorava nella fornace del padre, che commerciava poveramente in calce e gesso. Ci mise poco a capire che poteva guadagnare di più mettendosi in proprio e cominciò a offrire il suo lavoro e quello di pochi altri che cercavano “occupazione”. Riuscì a capire, lui, muratore analfabeta, che doveva subito reinvestire i denari appena guadagnati. Divenne in questo modo un grande possidente di terre, sottratte alla pigrizia e alla miopia dei nobili decaduti. La vicenda si svolge nella prima metà dell’Ottocento, nella Sicilia borbonica e feudale dove i cafoni erano poveri, poverissimi, abituati solo a obbedire al padrone, in balìa della nobiltà e del clero. Il deserto desolante dei latifondi, le campagne povere e arretrate, l’analfabetismo diffuso, la scarsità dell’acqua, le strade inesistenti o poco praticabili, pesavano come macigni sulla vita dei siciliani. Gesualdo Motta, con la sua tenace volontà di riscatto, di possedere e di coltivare la terra riesce a infilarsi con astuzia nelle crepe di questa società feudale che mostrava tutti i segni della decadenza. Pezzo dopo pezzo i suoi possedimenti si allargano e lui non lascia le terre incolte: le lavora e le fa lavorare: “buone terre al sole, sciolte, senza un sasso, così che magari le mani vi sprofondavano”. A tutti dà la possibilità di guadagnarsi un “tozzo di pane” come dice lui stesso. A Vizzini, il suo paese, diventa il più grande possidente e tutti gli portano rispetto e lo invidiano, a cominciare dai parenti, perché “pazienza i signori che c’erano nati, ma Gesualdo era nato povero e nudo al par di loro”.

Il rituale dell’obbedienza a capo chino, viene all’improvviso scalfito dalla ventata rivoluzionaria che arriva anche a Vizzini. Siamo nel 1848 e la rivolta di Catania e di Palermo porta un’idea di libertà mai sperimentata prima: “nobili e plebei erano diventati tutti una famiglia. Adesso i signori erano infervorati a difendere la libertà con in collo la coccarda di Pio IX”. Tutti erano eccitati meno Gesualdo: cupo, intristito, ferito negli affetti, non partecipa alla festa generale. Capisce da solo che la rivoluzione sarà per lui una sconfitta, una rivincita dell’invidia sulla sua ricchezza, un assalto ingiusto alla roba che ha accumulato solo con il lavoro, togliendosi il pane di bocca, lui ghiotto solo di roba.

Il paese dimentica che durante la peste del 1837, «con le mani aperte come la Provvidenza, aveva dato ricovero a mezzo paese, nelle stalle, nei fienili, nelle capanne dei guardiani» tenendo tutti lontano dal contagio. Malato, verrà ospitato nella casa del genero, dove troverà la morte: gli mancavano il respiro dei suoi campi, le terre che aveva misurato col desiderio palmo a palmo, e suoi denari, sprofondati nella palude dorata dell’aristocrazia palermitana. Muore solo, da cafone, perché, come diceva lui stesso, l’ulivo non s’innesta con il pesco.

Radio Tre: “Come un romanzo: breve storia del denaro”

Attraverso la letteratura e la cinematografia, Leonardo Martinelli, caporedattore del sito “Firstonline”,  si avvicina ai concetti più attuali dell’economia e della finanza: la speculazione finanziaria, la recessione, il default, il debito pubblico. Il sommario delle puntate, riascoltabili  QUI:

Prima puntata: Sesto potere, il denaro.

“Il denaro” di Emile Zola  e il film V potere sul tema della speculazione finanziaria: dal racconto del caso singolo fino alla metafora del film V potere (il potere della televisione) con la tesi che ormai la politica non conta più nulla e non ha nessuna relazione con i flussi di ricchezza, i quali attraverso la finanza viaggiano liberamente oltre le barriere e gli interessi degli Stati nazionali in balia di leggi proprie, come una sorta di nuova espressione della natura incontrollabile dall’uomo.

Seconda puntata: Giochini in Borsa

Il gioco in Borsa spiegato attraverso La coscienza di Zeno e i ricordi delle reali attività di Svevo alla Borsa di Trieste: la stessa bizzosa e imprevedibile di oggi… E poi il dramma dei mutui subprime degli ultimi anni visti (anche con ironia) con gli occhi di una famiglia della media borghesia americana, in “Libertà” di Jonathan Franzen.

Terza puntata: A quanto è lo spread?

Bond, spread, titoli di Stato, obbligazioni: ormai sono il pane quotidiano della nostra informazione, soprattutto negli ultimi tempi. Ecco qualche spiegazione attraverso “Il falo’ delle vanità”, best-seller degli anni Ottanta, di Tom Wolfe. Per illustrare l’insider trading, invece, un salto nella Parigi di fine Ottocento di Bel Ami. E il romanzo di Maupassant. Non è cambiato molto da quei tempi…

Quarta puntata: Quando il default arriva davvero

Il lievitare del debito pubblico e la possibilità di default sono temi di estrema attualità. Andiamo a parlarne grazie alle opere di Paesi che hanno vissuto in prima persona i due fenomeni. Da una parte l’Argentina, che ando’ in default dieci anni fa, e il film Nove regine, una commedia dai toni nostalgici. Per il debito pubblico, il ritratto di un’Islanda preda dei traders in un thriller di Steinar Bragi, non ancora tradotto in Italia.

Quinta puntata: Economia pianificata e capitalismo all’ennesima potenza

Economia pianificata con il romanzo nordcoreano “Amici” e all’opposto lo “Short selling”, esempio estremo del sistema economico liberista con il riferimento letterario preso dal Giappone. Mishima capovolge per un attimo la prospettiva di queste puntate dove la letteratura umanizza l’economia, perché uno dei suoi protagonisti invece usa la metafora economica della quotazione in Borsa  per descrivere una relazione tra uomo e donna.

Sesta puntata: L’impresa familiare ci salverà dalla recessione?

Parlando di recessione e di depressione economica i brani tratti dal classico “Furore” di Steinbeck hanno anche forse un valore consolatorio per la forza epica che trasmettono. Si passa poi a parlare di impresa di famiglia con un film francese, la commedia “Potiche”, anche con qualche dato italiano interessante.

Settima puntata: Il teleromanzo delle commodities

Le commodities, il mercato delle materie prime: sempre più importante per la tenuta economica dei Paesi maturi e per il reale decollo di quelli emergenti. Gli alti e bassi di greggio, oro, soia possono avere ripercussioni dirette sul nostro benessere. Dalle miniere al petrolio il tema delle risorse a partire dal classico di Cronin “E le stelle stanno a guardare”  con la chicca di qualche brano del vecchio sceneggiato TV, e un film centrato sul rapporto tra denaro e petrolio, “Il volto dei potenti”.

Ottava puntata: Una delocalizzazione made in Italy

La delocalizzazione è l’esempio concreto della crisi economica strutturale, sul lungo periodo. Non a caso la lettura avviene grazie a due esempi italianissimi: il giovane autore Latronico che racconta una Milano contemporanea, globalizzata, nel bene e nel male (il racconto di più truffe, basate sulle piramidi finanziarie), e Riccardo Nesi con la sua esperienza diretta del tessile a Prato e dello sbarco dei cinesi.

Nona puntata: Capitalismo in salsa cinese

Capitalismo, liberismo e progresso economico tradotti in cinese. Prima di terminare questa breve storia del denaro, l’esempio cinese appare come un immenso laboratorio che concentra ragioni e contraddizioni: la letteratura ci permette almeno un colpo d’occhio che apre qualche riflessione e molte domande.

Decima puntata: Wall Street nel suo splendore, fra assalti speculativi e derivati

Infine la parabola di Wall Street, il film di Oliver Stone: una scelta scontata, forse, un esempio datato, ma che funziona sempre, giudicato dagli stessi operatori di Borsa e ancora oggi il film più realistico sul loro mondo e sulle sue sfumature. Un altro film, l’australiano, The Bank, ci porta invece a parlare dei legami fra matematica e finanza. E di quei piccoli grandi mostri che sono gli strumenti derivati.

The Beatles, Can’t buy my love, 1964

I’ll give you all I got to give if you say you love me too
I may not have a lot to give, but what I got I’ll give to you
I don’t care too much for money, money can’t buy me love…

Pink Floyd, Money, 1973

Money, get away.
Get a good job with good pay and you’re okay.
Money, its a gas.
Grab that cash with both hands and make a stash.

New car caviar, four star daydream,
Think I’ll buy me a football team.

Jeff Buckley, A Satisfied Mind [recorded 1992]

Money can’t buy back all your youth when you’re old
A friend when you’re lonely, or peace for your soul
The wealthiest person is a pauper at times
Compared to the man with a satisfied mind…

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News: gli studenti italiani e la matematica

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E. Franceschini, Gli italiani bocciati in matematica. I più bravi sono gli studenti asiatici, “La Repubblica”, 24 febbraio 2013

P. Odifreddi, Coreani geni in matematica. L’Italia due anni indietro,”La Repubblica”, 23 febbraio 2013

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Boccaccio, Decameron

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«Leggere il Decameron è come una passeggiata sotto alberi in fiore e come un bagno in acque pure.

Le parole suonano così fresche come fossero appena create».

H. Hesse,  cit. in  V. Branca, «Bocacius» di Norimberga, in «Il Sole 24 ore», 14 luglio 1996

Guida al Decameron

Decameron WEB (in lingua inglese)

Audiolibri:  Ser Cepparello.

Andreuccio da Perugia

Tutte le novelle.

La peste nel Decameron.

Slideshare: presentazione PPT  del Decameron.

RAI TRE. Umana cosa. Leggere il Decamerone. Podcast.
«Il Decameron esercita su di noi una forza d’attrazione orbitale obbligandoci a prendere posizione e quindi fuggendo via nello spazio e lasciandoci soli: un’opera che ci elude mentre più ci seduce».
Eraldo Affinati, Peregrin d’amore. Sotto il cielo degli scrittori d’Italia, Mondadori, Milano 2010
Ser Ciappelletto, I 1, riscritta da Gianni Celati (video).
La prima novella del Decamerone, quella su Ser Ciappelletto, concentra il gioco delle sorprese precisamente su un effetto di meraviglia. Le attese dipendono dalla presentazione di Ser Ciappelletto come bugiardo, ateo, falsario, ladro, bestemmiatore, assassino e sodomita; mentre la sorpresa spunta a metà racconto, nella sua confessione col frate, dove il suddetto si spaccia per ferventissimo credente. Questo diventa poco a poco un punto d’eccesso, perché ad ogni battuta di Ser Ciappelletto si va oltre tutte le aspettative, e ogni volta spalanchiamo gli occhi per il crescendo delle sue invenzioni da falsario, fin quando sappiamo che è diventato un santo del luogo. È il colmo che un tipo come lui sia canonizzato come santo, ed è un punto d’eccesso paradossale che corrisponde sul lato comico all’eccesso del dolore di Isabetta. Le sorprese con meraviglia hanno questo tacito risvolto: come mutazioni paradossali che portano verso un divenire impensato o impensabile. La novella non sorprende con i fatti narrati ma con le metamorfosi dell’impensato.
Gianni Celati, Lo spirito della novella
 Risultati immagini per ser ciappelletto

Andreuccio da Perugia: Lezione LIM.

“Il Libro si presenta al lettore declinando le proprie generalità: nome, Decameron; cognome: Galeotto. Con ironia allusiva Boccaccio apre il suo capolavoro narrativo, destinato a un immenso successo europeo, con una rubrica che è una vera e propria carta d’identità, colma di allusioni ai capostipiti della genealogia culturale da cui ilDecameron sboccia. Galeotto, in lingua d’oïl Galahaut, è l’intermediario e il complice dell’amore adulterino fra Lancillotto e Ginevra, nel romanzo francese in prosa che narra le avventure del più celebre cavaliere della Tavola Rotonda di re Artù, e che il giovane Boccaccio lesse di certo nella Napoli cortese di re Roberto d’Angiò. Ma l’invenzione di un libro galeotto è dantesca: chi non ricorda uno dei versi più famosi della Commedia, nel V dell’Inferno: «Galeotto fu ‘l libro e chi lo scrisse»? Dante condanna come responsabile della colpa di Paolo e Francesca il romanzo che i due stanno leggendo, e che li invita a ripetere i gesti degli amanti cortesi, interrompendo la lettura e confondendo la letteratura con la vita («Quel giorno più non vi leggemmo avante»).
Decameron Galeotto è quindi il primo personaggio che avanza sul palcoscenico del grande testo: è il Libro stesso che dichiara la propria natura seduttiva e ingannatrice. Dedicato alle Donne (così come lo sarà due secoli più tardi l’Orlando Furioso), è nel contempo l’ars amandi e i remedia amoris dell’età nuova, ideato «in soccorso e rifugio di quelle che amano», per intrattenere offrendo «passamento di noia», cioè, al tempo stesso, diletto e consiglio. Ma le Sirene, si sa, hanno una bifida coda di pesce nascosta sott’acqua, e quando cantano e incantano con voce melodiosa stanno già trascinando nel gorgo l’ingenuo ascoltatore…”
Chominciamento di gioia. Virtuoso dance-music from the time of Boccaccio’s Decamerone, Ensemble Unicorn, Naxos

Boccaccio a teatro
DECAMERONE VIZI , VIRTÙ, PASSIONIliberamente tratto dal Decamerone di Giovanni Boccaccio, Teatro della Pergola
 Boccaccio al cinema
 Maraviglioso Boccaccio, diretto da Paolo e Vittorio Taviani, 2015

... e dopo Boccaccio…:  Canterbury Tales!

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Per esercitarsi

vallotton

Nulla dies sine linea – Frase attribuita da Plinio (Nathist. XXXV, 36) al pittore greco Apelle (sec. 4° a. C.), del quale si dice che non lasciasse passare giorno senza esercitarsi; si ripete comunem. per indicare la necessità dell’esercizio giornaliero”. Fonte Treccani.

Per tutte le classi: sul sito http://www.illuminations.tk (area riservata – Didattica dell’italiano scritto) sono a disposizione due tracce per lo svolgimento di un saggio breve (a scelta: argomento tecnico-scientifico o socio-economico).

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… bene conscius ponderis huius actus plena libertate declaro…

BOLLETTINO N. 0089 – 11.02.2013 

Fratres carissimi
Non solum propter tres canonizationes ad hoc Consistorium vos convocavi, sed etiam ut vobis decisionem magni momenti pro Ecclesiae vitae communicem. Conscientia mea iterum atque iterum coram Deo explorata ad cognitionem certam perveni vires meas ingravescente aetate non iam aptas esse ad munus Petrinum aeque administrandum. Bene conscius sum hoc munus secundum suam essentiam spiritualem non solum agendo et loquendo exsequi debere, sed non minus patiendo et orando. Attamen in mundo nostri temporis rapidis mutationibus subiecto et quaestionibus magni ponderis pro vita fidei perturbato ad navem Sancti Petri gubernandam et ad annuntiandum Evangelium etiam vigor quidam corporis et animae necessarius est, qui ultimis mensibus in me modo tali minuitur, ut incapacitatem meam ad ministerium mihi commissum bene administrandum agnoscere debeam. Quapropter bene conscius ponderis huius actus plena libertate declaro me ministerio Episcopi Romae, successoris Sancti Petri, mihi per manus Cardinalium die 19 aprilis MMV commissum renuntiare ita ut a die 28 februarii MMXIII, hora 29, sedes Romae, sedes Sancti Petri vacet et Conclave ad eligendum novum Summum Pontificem ab his quibus competit convocandum esse.
Fratres carissimi, ex toto corde gratias ago vobis pro omni amore et labore, quo mecum pondus ministerii mei portastis et veniam peto pro omnibus defectibus meis. Nunc autem Sanctam Dei Ecclesiam curae Summi eius Pastoris, Domini nostri Iesu Christi confidimus sanctamque eius Matrem Mariam imploramus, ut patribus Cardinalibus in eligendo novo Summo Pontifice materna sua bonitate assistat. Quod ad me attinet etiam in futuro vita orationi dedicata Sanctae Ecclesiae Dei toto ex corde servire velim.

Ex Aedibus Vaticanis, die 10 mensis februarii MMXIII

BENEDICTUS PP XVI

13 dicembre 1294:

“Ego Caelestinus Papa Quintus motus ex legittimis causis, idest causa humilitatis, et melioris vitae, et coscientiae illesae, debilitate corporis, defectu scientiae, et malignitate Plebis, infirmitate personae, et ut praeteritae consolationis possim reparare quietem; sponte, ac libere cedo Papatui, et expresse renuncio loco, et Dignitati, oneri, et honori, et do plenam, et liberam ex nunc sacro coetui Cardinalium facultatem eligendi, et providendi duntaxat Canonice universali Ecclesiae de Pastore”.

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Attività di studio individuale di italiano e latino – classi terze

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In http://www.illuminations.tk  (area riservata) sono a disposizione le  indicazioni di lavoro per gli studenti che abbiano riportato insufficienze nelle due materie. In particolare:

programma e materiali per l’italiano si trovano nell’area riservata, sezione MENU – DIDATTICA DELL’ITALIANO SCRITTO (distinti per le due classi!);

programma e materiali per il latino si trovano nell’area riservata, sezione MENU – CLASSI TERZE – LATINO.

Buon lavoro…

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