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«Che errore abolire la Storia alla Maturità»

«Storia eliminata per ignoranza» L’ira degli studiosi
Tema di maturità, l’appello online a Bussetti
Serianni: traccia scelta dall’1% dei candidati

Valentina Santarpia, “Corriere della Sera”, 10 ottobre 2018

La Storia fa parte del presente. E invece «la trattano come merce d’antiquariato, fuori moda, da accantonare. Ed è pericoloso». Appello degli esperti per salvare la storia «sparita» dal tema all’esame di maturità.
«La trattano come merce d’antiquariato, fuori moda, da accantonare. Ed è pericoloso: la storia fa parte del presente, e senza la consapevolezza di ciò che è accaduto non daremmo un senso alla nostra scena politica e sociale». È furioso Fulvio Cammarano, presidente della Società per lo studio della storia contemporanea, una delle associazioni di storici che hanno firmato l’appello per salvare la storia all’esame di maturità. Sembrerebbe tema di nicchia, da intellettuali da salotto: e invece il breve comunicato con cui gli studiosi chiedono che sia rivista la scelta di eliminare la traccia di storia tra quelle previste per lo scritto dell’esame di Stato, invocando un incontro col ministro dell’Istruzione Marco Bussetti, è stato letto e condiviso da migliaia di persone online nel giro di due giorni.
«Un errore politico da riparare», tuonano in molti, attribuendo al governo gialloverde la responsabilità. «Non è questione di governi — precisa Cammarano — anche perché Bussetti ha avallato una decisione della commissione che si era già insediata (quando la ministra era Valeria Fedeli ndr ), e che all’interno non aveva neanche uno storico. Parliamo di una tendenza degli ultimi dieci anni, in cui la storia soffre di schizofrenia: da una parte assistiamo al successo di programmi di intrattenimento e fiction basati sulla storia, dall’altra vediamo che la storia com’era un tempo, quella che aveva peso politico, sta scomparendo». Colpa anche del disinteresse degli studenti, che negli anni hanno scelto a malavoglia e con poche eccezioni il tema di storia? «Il tema di storia era svolto dall’1% degli studenti», conferma il presidente della commissione che ha rivisto l’esame, il linguista Luca Serianni, che difende la scelta: «La storia non sparirà del tutto: sarà una delle tracce di italiano possibili e sarà presente di anno in anno nella proposta che farà il ministero. È una materia centrale per la formazione dei ragazzi — ammette — ma bisognerebbe rafforzare le competenze e provvedere prima, perché i candidati la scelgano».
Marketing della didattica? «Non stiamo parlando di fenomeni commerciali — sbotta Andrea Giardina, presidente della Giunta centrale per gli studi storici —. Non è che se il prodotto non tira, allora lo tolgo dal mercato. La risposta corretta non è eliminare il tema di storia, ma chiedersi perché viene scelto poco, aumentare il numero di ore di insegnamento, incentivare i ragazzi a studiarla. Ad esempio puntando sulla public history, la divulgazione fuori dagli ambienti accademici. Tanto più che gli spazi vuoti lasciati dalla storia sono sempre più riempiti dalle storie, false, inventate da dilettanti: fenomeno inquietante». E sostenuto dalla delegittimazione delle autorità in materia: «Spesso sono filosofi e letterati a insegnare storia — ammette Stefano Gasparri, presidente degli storici medievalisti —. Dobbiamo riportare gli storici in cattedra. In una società smemorata come la nostra, priva di ancoraggio col passato, colpire la storia mi sembra un fatto grave».
C’è l’ombra del complotto contro la storia e la consapevolezza che ne deriva? «No, non penso proprio che ci possa essere la volontà di manipolare — dice Simona Colarizi, per 40 anni docente di Storia contemporanea alla Sapienza di Roma —, è solo una questione di ignoranza, incuria. E sembra quasi normale, purtroppo, che in un Paese che non dedica grandi risorse all’educazione si arrivi a sostenere che la storia non ha importanza». La prova di maturità, dunque, è stata solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso della protesta: «Non penso che sia un esame, tra l’altro piuttosto screditato, il momento qualificante dell’apprendimento — conferma la professoressa Chiara Frugoni, già all’università di Pisa, Parigi, Roma —. Gli studenti non sono computer, dove vedi se un programma gira bene: la storia va insegnata, bene e durante tutto l’anno, per sviluppare il senso critico».
Ma perché la storia è così importante? «Non c’è società del mondo che non abbia rapporto col passato — spiega Luigi Migliorini Mascilli, presidente della Società per lo studio della storia contemporanea — anche nelle vite singole ricapitoliamo quanto ci è accaduto perché siamo il frutto di quegli eventi. La storia è la base del diritto di cittadinanza, un cittadino capace di giudizio deve avere una conoscenza storica».

Paul Klee, Angelus Novus, 1920

Dino Messina, Siamo ignoranti in Storia?, “Corriere della Sera – Sette”, 25 ottobre 2018 

Il tema storico è stato eliminato dall’esame di maturità. Ma il problema non sono solo gli studenti che confondono Giolitti con De Gasperi. I politici sbagliano date ed eventi fondamentali. Un’amnesia collettiva sul nostro passato? Ma ci sono segnali in controtendenza: rimediare non è impossibile

 COME si chiamava l’imperatore d’Etiopia? «Negrus» risponde un candidato all’esame di Storia contemporanea. Cosa le ricorda il nome di Agostino Deprètis? «Un segretario della Dc», dice un altro. Che cosa è avvenuto nel 1956? «Una grande nevicata», afferma con sicurezza la studentessa pensando a Mia Martini e a Franco Califano che hanno cantato La nevicata del 1956 e non ai fatti di Ungheria. Mi può spiegare il significato dell’acronimo Gap? «Giudice per gli appelli preliminari». Chi era Aldo Moro? «Un giudice impegnato nella lotta al terrorismo». Questa non è una selezione delle peggiori risposte ai quiz de L’eredità né si tratta di battute da avanspettacolo un po’ datate. No, sono risposte che alcuni professori universitari si sono sentiti dare dai loro allievi del primo anno. C’è poco da ridere e dobbiamo subito dire che sì, siamo ignoranti in storia, come se una sorta di amnesia collettiva, un vuoto di memoria avesse pervaso giovani e meno giovani, stanchi di interrogarsi su vicende passate, date, conflitti, errori, conquiste, da relegare in un gigantesco e polveroso museo delle cose inutili. Una disattenzione che ha contaminato anche il mondo della scuola che ha assistito all’eliminazione del tema di storia dall’esame di maturità senza particolare scandalo, a parte qualche protesta degli specialisti.

LA CRONACA POLITICA e culturale dell’ultimo mese rafforza ulteriormente la nostra convinzione. Che cosa dire del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, professore di diritto privato, che parlando alla Fiera del Levante di Bari ha confuso l’8 settembre 1943 con il 25 aprile 1945? La stanchezza si dirà, un lapsus, certo, ma Giulio Andreotti, Bettino Craxi e, figurarsi, Giovanni Spadolini, storico e primo laico a diventare presidente del Consiglio, quell’errore non l’avrebbero mai commesso. E cosa dire infine del romanzo storico del momento, M, primo volume di una trilogia su Mussolini e il fascismo, di Antonio Scurati? Se da un lato mostra l’interesse e il grande potenziale narrativo della storia, dall’altro mette a nudo i rischi di imprecisioni ed errori, come quelli evidenziati da Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della SeraLa redazione Bompiani si è lasciata sfuggire perle come 6 milioni di morti italiani nella Prima guerra mondiale o una lettera di Francesco De Sanctis a Mussolini scritta negli Anni Venti del ‘900, quando il grande storico della letteratura morì a Napoli nel 1883.

STUDENTI, RAPPRESENTANTI delle istituzioni, funzionari e consulenti ministeriali, editor, scrittori, operatori dei media: sembriamo tutti afflitti dal morbo di Barney Panofsky, l’esilarante protagonista del romanzo di Mordecai Richler afflitto da una inguaribile amnesia. Accertata la malattia, la domanda che dobbiamo porci è se vogliamo guarirne o se ci rassegniamo a considerarla una condizione necessaria nel mondo di Internet e dell’eterno presente. Lo storico Stefano Pivato, autore del saggio uscito da Laterza una decina di anni fa, Vuoti di memoria, in cui analizzava «gli usi e abusi della storia nella vita politica italiana», al tempo in cui Silvio Berlusconi si diceva pronto a incontrare il padre dei fratelli Cervi, è convinto che sarebbe ora di ripetere una indagine analoga. Scopriremmo quanto lontani sono gli Anni Settanta del Novecento, l’ultimo decennio di grandi scontri e passioni ideologiche, che andavano di pari passo con lo studio della storia come presupposto per partecipare al discorso pubblico e immaginare una società futura.

ASSIEME al crollo delle ideologie, secondo Pivato, ci sono anche altri fattori che hanno mutato radicalmente la società: «La trasformazione della famiglia, dalla quale sono scomparsi i nonni, portatori e narratori di memoria; persino il modo diverso in cui si fanno le case, una volta costruite con materiali che ci riportavano alla memoria di una regione, di un luogo, oggi realizzate tutte con materiali uguali, che annullano le differenze. Anche la televisione, dagli Anni Ottanta, ha contribuito al disinteresse per la storia, anche se nell’ultimo periodo ci sono state iniziative meritevoli». Insomma, tutto ha concorso ad allontanare le giovani generazioni dallo studio del passato, per cui negli ultimi cinque anni all’esame di maturità il tema storico è stato scelto da una piccola minoranza, oscillante dal 4 a poco più dell’1 per cento nel 2018. «E le istituzioni», continua Pivato, «invece di chiedersi il perché del fenomeno e porre rimedio, hanno cavalcato l’onda e hanno tolto il tema di storia».

IL RIMEDIO CONSISTEREBBE nel mettere mano all’intero curriculum scolastico, a cominciare dalle elementari, dove, osserva Paolo Pezzino, presidente dell’Istituto Parri, che raccoglie i 65 istituti di studi storici della Resistenza, l’insegnamento della storia parte dalla preistoria e si ferma all’impero romano. Sicché un ragazzo comincia a sentir parlare di Costituzione e delle basi del nostro vivere civile soltanto al terzo anno delle medie. E quando è arrivato al liceo magari incontra un professore di storia e filosofia più ferrato in questa seconda materia. Secondo Walter Panciera, responsabile commissione didattica della Giunta storica nazionale, bisogna rivedere l’intero iter di studi nelle nostre scuole, caratterizzate da riforme parcellizzate e avvenute in momenti diversi. Perché gli errori e gli strafalcioni saranno pure colpa dello spirito del tempo, ma dipendono soprattutto dalla mancata formazione sui banchi di scuola. «Però non è colpa dei ragazzi», sostiene Eugenio Di Rienzo, docente alla Sapienza, «se non sanno che cosa è successo a Porta Pia nel 1870 a un chilometro dall’aula in cui partecipano a una lezione di Storia moderna. Professore, mi dicono, a noi al liceo la storia non l’ha insegnata nessuno. Poi ci sono spiegazioni puramente culturali, come l’affermazione di una filosofia globalista che ha messo in secondo piano lo studio delle differenze e dei conflitti, che sono il sale della storia».
Attenzione. L’amnesia collettiva, il disinteresse per la storia non sono un male soltanto italiano. Se i nostri studenti alle prime armi confondono Depretis con De Gasperi, alcuni studenti tedeschi in Italia per l’Erasmus non sanno che cosa è successo in Germania tra il 1933 e il 1945, racconta Di Rienzo, per non parlare delle lacune enormi dei loro colleghi inglesi.

CERTO CHE nell’università l’insegnamento della storia negli ultimi dieci anni ha avuto il ruolo di Cenerentola, ci racconta il professor Panciera, con una diminuzione del 30 per cento dei docenti, contro una domanda costante o in leggero aumento. Avanti di questo passo insegnamenti importanti come Storia moderna entreranno in seria crisi, come è avvenuto alla Storia del Risorgimento, quasi scomparsa dai nostri atenei. Uno studioso come Walter Barberis, che oltre a insegnare all’università di Torino è presidente della Giulio Einaudi, è molto preoccupato e non ha difficoltà a paragonare la storia alla medicina: «Se un anatomopatologo indaga su un corpo morto lo fa non per riportarlo in vita ma per individuare protocolli utili ai vivi. Così è la storia, che non è fatta per sapere soltanto chi e quando ha fatto qualcosa ma soprattutto per capire chi e perché ha preso certe malattie in modo che noi oggi ci possiamo difendere». Walter Barberis allude a nazionalismo, razzismo, autoritarismo ed è convinto che l’amnesia, il non ricordarsi del passato, sia parente stretta dell’amnistia, l’essere indifferenti verso i grandi crimini del passato… che possono ripetersi.

IN QUESTO SCENARIO non mancano note di ottimismo. Merito dell’attivismo degli studiosi che organizzano iniziative come il convegno all’Auditorium di Roma del 25-26 ottobre sulla didattica della storia o quello sulla Public History che si svolgerà a Milano il 20 novembre alla Casa della memoria. L’ottimismo è giustificato da segnali in controtendenza, sottolinea l’editor del Mulino Ugo Berti, per cui cacciata dalla porta la storia entra dalla finestra nelle librerie con romanzi storici come 

La ragazza con la Leica, dedicato all’amore tra Robert Capa e Gerda Taro, di Helena Janeczek, che ha vinto lo Strega, o Le assaggiatrici (di Hitler) con cui Rosella Postorino ha conquistato il Campiello. E come non salutare con ottimismo gli ascolti dei programmi tv di Paolo Mieli o la partecipazione di migliaia di giovani e meno giovani alle lezioni di storia organizzate dall’editore Giuseppe Laterza: mille paganti ogni domenica mattina all’auditorium di Roma (dal 18 novembre 2018 al 24 marzo 2019, gli incontri del ciclo “Il carattere degli italiani”), altrettanti al Petruzzelli di Bari. Un successo che ha caratterizzato il ciclo di incontri serali di Santa Maria delle Grazie a Milano, che con la nuova edizione si sposta al Teatro Carcano. Più comodo ascoltare una conferenza o un programma tv che leggere un libro, si dirà. «Sì, però metà dei partecipanti alle Lezioni poi va in libreria e compra volumi di storia», obietta Laterza. Basta vedere il bicchiere mezzo pieno. L’amnesia non è una malattia irreversibile.

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“È giusto intraprendere degli studi, se ancora non ho idea né di quel che voglio diventare né di che cosa io sia capace?”

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Lettera a una studentessa, da “Il sole 24 ore Magazine”

Stig Dagerman è considerato il “Camus svedese”. Nato nel 1923, dal 1946 scrisse quattro romanzi, quattro drammi, poesie, racconti, articoli, sceneggiature di film, che continuano a essere tradotte e ristampate. Bloccato da una lunga crisi creativa e angosciato dal peso delle enormi aspettative suscitate dal suo talento, si uccise nel 1954.
Nel 1952 il settimanale svedese “Idun” aveva chiesto a cinque maturande di scrivere ad altrettante personalità della cultura. Britt-Marie Tidbeck si rivolse a Stig Dagerman ponendogli la domanda: «È giusto intraprendere degli studi, se ancora non ho idea né di quel che voglio diventare né di che cosa io sia capace, e se sarei disposta ad abbandonare il lavoro nel caso fosse la migliore soluzione per un eventuale matrimonio?»
Quella che segue è la risposta dello scrittore, un estratto da La politica dell’impossibile (Iperborea 2016), raccolta di interventi giornalistici pubblicati tra il 1943 e il 1952, tradotti per la prima volta in italiano. Traduzione di Fulvio Ferrari ©Iperborea

Cara signorina Tidbeck,

Grazie di avermi scritto, mi ha fatto piacere e mi ha un po’ spaventato. Per avere il coraggio di rispondere a domande che altri pongono sulla vita bisogna infatti essere molto presuntuosi o molto ubriachi. Il mio primo consiglio dunque è questo: non si fidi di nessuno che sostenga di poter risolvere i Suoi problemi e vedere nel futuro più di quanto possa fare Lei. Con il tempo ho imparato che i cosiddetti buoni consigli non solo costano caro, ma nella maggior parte dei casi sono anche privi di senso. Lei stessa è la prima e ultima autorità riguardo alla Sua vita. Non si fidi perciò nemmeno di questa lettera, finché non avrà raggiunto un punto della Sua vita in cui l’esperienza Le parlerà con la Sua stessa voce.

Una frase della Sua lettera mi ha fatto molto pensare. Lei parla infatti della liberazione che La attende quando le porte della scuola si richiuderanno per l’ultima volta alle Sue spalle. Proprio in questo periodo dell’anno, ma dieci anni fa, anch’io ero in attesa di questo miracolo della liberazione. Ora è passato abbastanza tempo da osare chiedere a me stesso: quando sei stato più libero, a scuola o nella «vita»? Non si spaventi se devo rispondere: per molti aspetti ero un uomo più libero dieci anni fa di quanto lo sia adesso.

È chiaro che in quegli anni avevo spesso, per non dire sempre, la sensazione che la scuola fosse una prigione, gli insegnanti fossero i carcerieri e le lezioni e i compiti scritti lavori forzati. Dopo di allora, però, ho imparato che l’espressione «si impara per la vita, non per la scuola» ha un terribile rovescio. La vita, infatti, non chiede conto in primo luogo delle conoscenze libresche, ma dell’esperienza delle forme di costrizione che la scuola imprime in noi: l’ansia dell’esame, il timore di arrivare in ritardo, la paura delle insufficienze, il terrore del fallimento.

 Sembra purtroppo che le forme di schiavitù della vita imitino quelle della scuola, con la differenza che quelle della vita sono molto più dure e spietate nei confronti degli allievi. Cos’è infatti un’insufficienza se paragonata a un licenziamento? O il suono di una campanella in confronto a un orologio marcatempo? Cos’è un capoclasse se paragonato a un controllore dei tempi di produzione? O l’insufficienza in un compito scritto se paragonata alla bocciatura di una tesi di dottorato? E infine: dipendevamo dalla volontà dei genitori e dal potere degli insegnanti, ma eravamo al sicuro. Ora siamo schiavi della necessità di guadagnare, di farci strada, di diventare qualcuno. E questa dipendenza è dieci volte peggiore. C’è chi è costretto a contare i suoi spiccioli anche mentre dorme. Ci sono famiglie che la carenza di alloggi costringe a vivere in un’unica stanza con cucina. Ci sono addirittura persone che trovano il carcere più libero della società in cui vivono e l’ospedale più salutare dello spietato campo di battaglia della lotta per la vita.

Le apparirò forse prolisso e pessimista, ma devo dirle queste cose perché riguardano Lei più della maggior parte delle persone. E La riguardano così tanto perché proprio ora vive un momento in cui intuisce cosa sia la libertà. Per questa ragione torno a ripeterle con insistenza: diffidi della libertà che la vita Le offre, perché è ben poca cosa. Ma conservi finché può quel senso di libertà di cui sta facendo ora esperienza e che sarà il Suo ricordo più importante della scuola, perché quel senso di libertà è la cosa più preziosa che possiede. Se sarà abbastanza intenso La aiuterà più di qualsiasi consigliere nelle questioni della vita e del cuore, come ha aiutato me nei momenti in cui la vita mi si stendeva davanti come un deserto.

Ciò che intendo dire è questo: viaggi, legga o trovi un lavoro. Nel Suo intimo Lei sa quale sia la cosa giusta. Ma qualsiasi cosa decida di fare, non dimentichi mai che non è prigioniera della strada scelta. Ha tutto il diritto di cambiarla, se sente di essere sul punto di perdersi. La vita Le chiederà prestazioni che troverà ripugnanti. Allora dovrà essere consapevole che la cosa più importante non è la prestazione, ma il Suo svilupparsi in una retta e bella persona. Molti le diranno che questo consiglio è asociale, ma Lei potrà rispondere: quando le forme della società si fanno dure e negano la vita, è meglio essere asociali che disumani.

Per finire Le auguro un buon viaggio sulla strada che sceglierà. Le auguro anche ogni successo, ma più ancora Le auguro due cose che spesso ostacolano il successo esteriore e hanno tutto il diritto di farlo perché sono più importanti: l’amore e la libertà.

E dunque: buona fortuna per il grande giorno! Mi faccia sapere tra dieci anni com’è stato il suo viaggio.

Il Suo

Stig Dagerman

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Esami di Stato 2015

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LICEO SCIENTIFICO – INDIRIZZO ORDINARIO 

COMMISSARIO INTERNO:  ITALIANO

COMMISSARI ESTERNI: MATEMATICA & FISICA, FILOSOFIA & STORIA,  LINGUA E CULTURA STRANIERA .

LICEO SCIENTIFICO – OPZIONE SCIENZE APPLICATE

COMMISSARIO INTERNO:  ITALIANO

COMMISSARI ESTERNI: MATEMATICA & FISICA, INFORMATICA,  LINGUA E CULTURA STRANIERA.

Tutte le materie e informazioni a questo link.

Tutti i commissari d’esame a questo link.

  • Prima prova scritta (ITALIANO): 17 giugno 2015
  • Seconda prova scritta (MATEMATICA): 18 giugno 2015
  • Terza prova scritta:  22 giugno 2015

Come sono ripartiti i  punteggi:

  • Credito scolastico: 25 punti
  • 1° prova scritta: 15 punti
  • 2° prova scritta: 15 punti
  • 3° prova scritta: 15 punti
  • Colloquio: 30 punti (la sufficienza equivale a 20 punti)
  • Totale: 100 punti
  • Bonus* da 1 a 5 punti (attribuito a  coloro che riportano almeno 15 punti di Credito e 70 punti nelle prove d’esame)

Criteri per l’attribuzione della lode. Occorre essere in possesso di tutti e tre requisiti:

  1. Punteggio massimo nelle tre prove scritte (45 punti), nel colloquio (30 punti) e di credito (25 punti) senza fruire del Bonus  a disposizione della commissione.
  2. La lode potrà essere assegnata solo ad alunni che ABBIANO RIPORTATO NEGLI SCRUTINI FINALI DELLA TERZULTIMA,  PENULTIMA E ULTIMA CLASSE VOTI UGUALI O SUPERIORI A  8 (otto / 10), COMPRESA LA CONDOTTA.
  3. Deliberazioni per l’attribuzione dei massimi punteggi delle prove d’esame e del credito dell’ultimo anno assunte all’unanimità.

TABELLA PER IL CALCOLO DEL CREDITO SCOLASTICO

M = Media dei voti

1 anno       2 anno     3 anno

M = 6                     3-4         3-4             4-5
6 < M = < 7         4-5         4-5             5-6
7 < M = < 8         5-6         5-6              6-7
8 < M = < 10       6-8         6-8             7-9

Le prove d’esame: archivio generale.

Le prove di italiano (dal 1999 al 2011). CLICCA QUI.  La prova di italiano 2011/2012.

Prepararsi all’esame di stato: i suggerimenti a cura del gruppo editoriale Pearson. CLICCA QUI.

Il SAGGIO BREVE: Video tutorial ZANICHELLI. CLICCA QUI.

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Esami di Stato 2014/15

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L’anno scolastico è appena agli inizi e si susseguono ordini, contrordini, notizie, rumores

ESAME DI MATURITÀ, ADDIO AI COMMISSARI ESTERNI

La scelta, contenuta nella bozza della legge di stabilità, è motivata dalla spending review, ma sarà funzionale alla nuova maturità in arrivo nel 2015, di Valentina Santarpia, Il Corriere della Sera scuola 26.9.2014

Niente più commissari esterni nella squadra degli esami di maturità: già da giugno 2015 i membri esterni, i prof che arrivavano da altre scuole per garantire l’imparzialità della prova, saranno aboliti. Le commissioni saranno composte solo dal presidente e da tutti e sei i commissari interni, cioè tutti i docenti che conoscono bene gli studenti che hanno di fronte e che quindi riescono anche a contestualizzare l’esame nell’ambito di una carriera scolastica e non nell’arco di pochi minuti. Anche se la novità non ha motivazioni di carattere educativo, ma economiche. La spending review sta colpendo anche il ministero dell’Istruzione: si paventano tagli per un miliardo, ed una delle voci di costo da abbattere, secondo quanto prevede la legge di stabilità, è proprio questa. Ogni commissario esterno infatti percepisce circa 900 euro, a fronte dei 400 elargiti ad un membro interno. Considerando anche le eventuali spese di trasferta rimborsate ai commissari esterni, il risparmio è evidente. E del resto, con l’autonomia scolastica, l’autovalutazione che certifica ogni mossa della scuola e la possibilità futura di attingere ad un bacino di insegnanti dell’organico funzionale, la modifica non dovrebbe incontrare ostacoli.

Saggio breve e un occhio al mondo del lavoro

Ma non è l’unica novità attesa dal nuovo esame, con cui si cimenteranno i 435.152 maturandi che il 17 giugno 2015 si siederanno davanti alla loro prima prova. Si tratta di circa 216 mila i liceali, provenienti soprattutto dallo scientifico; 136 mila, invece, i tecnici e circa 84 mila i professionali. Il saggio breve diventerà centrale, anche per dare piena attuazione agli indirizzi della riforma Gelmini e per avvicinare l’esame di Stato al mondo che ci circonda, produttivo e non solo. Sulla maturità, inoltre, bisognerà puntare su una nuova «tesina» per «dare un ruolo maggiore alle esperienze nel mondo produttivo o nelle istituzioni culturali», come ha spiegato anche il ministro Giannini, che invece sul saggio breve assicura che «resterà, perché è un esercizio molto utile per capire la capacità di comprensione di un testo e la dote di sintesi». «Sempre meno adeguato alle scelte dello studente viene invece considerato il classico tema di storia o di letteratura. Un esame di maturità legato al lavoro, «poiché il nostro modello di scuola punta a incrementare l’alternanza scuola-lavoro e guarda molto al rapporto con il mondo produttivo e delle istituzioni culturali». «La direzione di marcia è di renderlo compatibile con la scuola che i ragazzi già fanno e non con la scuola che stiamo costruendo con le linee guida. Le novità sicure sono quelle che si collegano ai nuovi indirizzi previsti dalla riforma Gelmini» aggiunge il ministro dell’istruzione. Le prove, dunque, terranno conto dei nuovi programmi dei licei e degli istituti e saranno rese più coerenti con i nuovi indirizzi di studio, come il liceo musicale che quest’anno, per la prima volta, sarà alle prese con la maturità. L’alternanza scuola-lavoro è una delle linee guida della nuova riforma e questa direzione verrà mantenuta anche per quanto riguarda l’esame di Stato. Saranno valorizzate, dunque, le esperienze di laboratorio e gli stage aziendali svolti durante l’anno scolastico. «Del resto la riflessione che abbiamo avviato sulle competenze degli studenti vuole rivisitare sia la didattica nelle classi, che non significa solo digitalizzazione e coding ma anche didattica interattiva, sia il rapporto tra ciò che succede in aula e ciò che accade fuori»: parola di ministro.

***

Grazie, ministro. La letteratura, la storia, si sa, non hanno a che fare con il mondo produttivo. Labor omnia vincit, ma non nel senso virgiliano, naturalmente.

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Prima prova 2013

vallotton

TUTTE LE TRACCE IN FORMATO PDF: CLICCA QUI.

MARCO LODOLI, Quei temi troppo belli per gli esami di maturità, “La Repubblica”, 20 giugno 2013

UNA vera prova di maturità, un vero confronto con le paure e le speranze di una giovinezza che sta per lasciare il porto quasi sicuro della scuola e avventurarsi nel mare aperto e tempestoso della vita adulta: così mi suonano queste tracce su cui i nostri diciottenni hanno dovuto ragionare. Di sicuro sono serviti i testi scolastici, la preparazione di migliaia di ore passate in un banco, le lezioni appassionanti o un po’ noiose degli insegnanti, ma stavolta mi sembra che ai candidati sia stato chiesto uno scatto di personalità, la dimostrazione di non essere stati assenti o distratti mentre il mondo, in questi anni, in questi mesi, produceva i suoi problemi e le sue contraddittorie soluzioni. Bisogna aver studiato, ma bisogna anche aver letto i giornali, le riviste, aver navigato sui siti di informazione, aver discusso e litigato con gli amici, aver sentito crescere una nuova consapevolezza. Bisogna aver sentito che la giovinezza è pronta a caricarsi di qualche responsabilità, che è finita la lunga epoca della spensieratezza totale.
La letteratura ci spiega che la vita è un viaggio, e che è necessario essere pronti per affrontarlo con gli strumenti e i sentimenti migliori: Claudio Magris, grande conoscitore della letteratura mitteleuropea, invita a comprendere che ogni scrittore è anche un pellegrino, che ogni libro importante è un’avventura conoscitiva, un viaggio verso l’ignoto. La vita non è un villaggio- vacanze, un posto dove tutto è già preordinato per organizzare al meglio la distrazione: è un percorso accidentato, con molte salite e molti imprevisti. Omero, Dante, Cervantes, Melville, Collodi, tanti grandissimi scrittori hanno raccontato questa avventura esistenziale, ognuno a modo suo ha rinnovato la meravigliosa metafora del viaggio fuori e dentro di sé. Insomma, la letteratura non è un giardinetto fiorito, ma un percorso che sale e abbraccia sempre più mondo, un invito a partire, a seguire la propria prua.
Ma anche il tema sul rapporto tra l’individuo e la società di massa mi appare ben pensato. Ogni ragazzo percepisce il rischio dell’annichilimento dei propri talenti, dello scioglimento della propria unicità nell’indistinto di un gregge protettivo e infelice. È uno degli argomenti che più viene dibattuto nell’adolescenza, perché la paura della solitudine è pareggiata dal timore di non essere niente, solo un numero in una statistica, solo un corpo che vaga in un centro commerciale. La pressione del consumismo, delle mode, dell’impersonalità è avvertita a volte come una protezione e a volte come una minaccia, comunque come una questione decisiva con cui confrontarsi.
E naturalmente anche il tema del mercato e della democrazia tocca nervi scoperti: ogni ragazzo ormai sa che l’economia neoliberista lo scaraventerà prestissimo in mezzo a una spaventosa compravendita di qualità. Sa che anche la democrazia china il capo davanti all’onnipotenza del mercato, che gli Stati sembrano subire quelle regole feroci. C’è molto da ragionare sul rapporto difficile tra libertà e produzione, tra speranze individuali e brutalità finanziarie, tra vita e performance. Però, ripeto, bisogna aver letto qualcosa in più rispetto alle belle antologie scolastiche, bisogna dimostrare di aver tenuto gli occhi aperti e la mente attenta alle trasformazioni veloci degli ultimi anni. Non è scontato che in classe si sia affrontata l’impetuosa crescita delle economie emergenti e il declino altrettanto rapido delle nostre economie europee, basate fino a ieri sulla difesa dei diritti dei lavoratori e oggi costrette a rivedere crudelmente tutti i propri principi.
Insomma, tanti argomenti di bruciante attualità, tante proposte stimolanti. Speriamo che i nostri ragazzi in quest’ultimo periodo abbiano non solo studiato a fondo i programmi, ma abbiano anche allungato lo sguardo fuori dalle finestre della scuola, su un paesaggio che rassicura poco, in tumultuosa metamorfosi, nel quale già da domani dovranno cominciare a camminare.

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COMMENTO DELLA PRIMA TRACCIA

PAOLO DI STEFANO, Un invito a rovesciare i luoghi comuni,  “Corriere della Sera”, 20 giugno 2013

Bella scelta, in un tempo in cui la geografia prevale nettamente sulla storia, il viaggiare (fisico) è all’ordine del giorno, facilitato dalla tecnologia, dalla globalizzazione e dai voli low cost. 

Lo stile della pagina è estremamente piano. In fondo rispecchia in superficie la profondità dell’argomento: la paratassi prevalente demarca piccole e grandi frontiere (una virgola, un punto e virgola, i due punti, un punto, un trattino) tra una frase e l’altra, ma insieme le unisce, come fossero confini geografici. I segni interpuntivi sono solchi e insieme nessi. Gli infiniti (“oltrepassare frontiere; anche amarle… saperle flessibili…”) e lo stile nominale aumentano la semplicità del dettato e insieme la sua secchezza inquieta. L’ultimo periodo è il più complesso, con diversi gerundi che si inseguono in modo circolare, come circolare è il movimento del pensiero (il perdersi per ritrovarsi). L’immagine più eloquente è quella della frontiera come corpo umano: il senso della sua caducità. La frontiera è per definizione un’entità dialettica: separa e unisce, ostacola e permette il passaggio, distingue e assimila. Il viaggio capovolge il rapporto tra il noto e l’ignoto (molto bello il passo su Marisa Madieri). Il testo di Magris, nel suo andamento così confidenziale, invita a rovesciare i preconcetti, i pregiudizi e i luoghi comuni: ciò che sembrava familiare diventa misterioso e viceversa, ciò che sulle prime ci appariva diverso ci assomiglia. Il viaggio come conoscenza avvicina ciò che sembrava lontano e allontana (dallo sguardo) quel che era troppo vicino per potersene fare un’idea esatta.

Benevolenza per se stessi e piacere del mondo potrebbero anche coincidere: in una sorta di armonia tra interno e esterno, tra un sé ritrovato nel viaggio e il mondo. Rendersi permeabili agli altri per trovarne la disponibilità. Sottolineerei i verbi “mescolarsi” e “transitare”, che potenziano l’idea del viaggio come offerta di sé e conoscenza. Già in «Danubio» si mette in gioco l’idea di viaggio quale momento insostituibile di incrocio tra geografia e storia, tra armonie e disarmonie del tempo e dello spazio, tra individuo e collettività. Da notare come, anche qui, la storia ritrovi, nel suo contatto con gli spazi (dunque nel viaggio), una dimensione estremamente familiare e ravvicinata. Un’utile occasione di riflessione per una cultura, come la nostra, che tende a trascurare la diacronia a vantaggio di un eterno e fluido presente senza fine.

TIPOLOGIA B. 1. ARGOMENTO ARTISTICO-LETTERARIO

Marilyn trasfigurata, i Calciatori e il quiz Quando l’arte si misura con i media, di  VINCENZO TRIONE*

Finalmente, verrebbe da dire. Una traccia attuale, che invita a riflettere su un ampio territorio dell’arte contemporanea, impegnato, sin dai primi anni Sessanta, a individuare connessioni – spesso problematiche e conflittuali – tra avanguardia e comunicazione di massa, tra ricerca sperimentale e media, tra momento elitario e collettività, tra individuo e società. In particolare, si chiede agli studenti di interrogarsi sulle analogie e sulle differenze che collegano personalità ed esperienze piuttosto diverse. Uno dei protagonisti del realismo post-cubista: Renato Guttuso. Il padre della Pop Art statunitense: Andy Warhol. E – a sorpresa – un leggendario programma televisivo, «Lascia o raddoppia?», trasmesso dalla Fiera di Milano e condotto da Mike Bongiorno (dal 1955 al 1959).

Innanzitutto, occorre muovere dal tema che accomuna Guttuso e Warhol: ed è proprio il dialogo con i media. Pur con accenti differenti, entrambi sono, per richiamarci a una categoria cara a Umberto Eco, «integrati»: offrono risposte ottimistiche, assecondando le domande e le pressioni della loro età. Nelle loro opere, acquisiscono vari motivi del presente: li assumono nelle maglie del loro linguaggio, e li riscattano da ogni impersonalità. Intendono il loro lavoro come uno strumento atto a ridefinire completamente il ruolo e la funzione delle arti nella società. Vogliono stabilire un confronto tra sensibilità poetica e cronaca. Convinti che non esistano più verità assolute da esprimere, vivono la loro epoca in tutte le sue contraddizioni. Si propongono come «mediatori». Operano, cioè, «con» e «come» i media: mettono in contatto elementi diversi, costruendo reti di relazioni e di opportunità, in un fecondo dialogo aperto con il loro ambiente e con il loro tempo. Essi, per riferirci a una suggestione dell’Italo Calvino de Le città invisibili, accettano l’inferno, diventandone parte, «fino al punto di non vederlo più».

Guttuso 'Calciatori', 1965Guttuso ‘Calciatori’, 1965

Si pensi al Guttuso che ritrae un’azione calcistica, in Calciatori del 1965. Un soggetto spesso frequentato dai pittori: da Boccioni a de Stael. Evidenti i riferimenti alla Danza di Matisse. Una sinfonia di maglie. Una partita. Ma anche un catalogo di gesti e di prodezze atletiche. Un poema sportivo, fatto di frammenti. Un’epica moderna, in cui i corpi vengono trasformati in masse di colori. Un mosaico, dove le anatomie tendono a sfigurarsi.

E si pensi a Warhol, la cui Marilyn del 1967 rielabora uno scatto di Gene Korman, sul set di Niagara. Vi appare la diva, solenne e, insieme, maliziosa: i capelli biondi, la bocca carnosa e rossa, l’abito scollato, gli orecchini luccicanti. Il corpo sembra sporgersi leggermente in avanti, verso l’obiettivo. Warhol utilizza quella fotografia, e la modifica.

Andy Warhol, 'Marilyn', 1967Andy Warhol, ‘Marilyn’, 1967

Da rettangolare la rende quadrangolare. Cambia l’inquadratura: con un gesto freddo e asettico, si concentra solo sul viso. Elimina il décolté: cancella ogni distrazione erotica. Congela il glamour in uno stereotipo. Omette ciò che, nella realtà, occupa spazio e trasuda odore, sudore. Trasforma, come ha scritto John Updike, Marilyn in una «maschera tinta e ritinta, nel vistoso e triste teschio che rimane quando è vista senza desiderio». Evoca la morte, che corrode il trucco. Si porta oltre il bianco e il nero. Sperimenta una sorta di technicolor molto carico, utilizzando colori accesi e contrastati: una scelta che, come confesserà lo stesso artista, deriva dalla scoperta degli effetti di un televisore fuori sintonia. Infine, replica la medesima icona in quattro frames, in diverse variazioni cromatiche. Ma dov’è Marilyn? Non c’è più la star, non c’è più il mito. Warhol oscilla tra due piani: da un lato, vuole celebrare il fascino; dall’altro lato, rinvia continuamente a una dimensione tragica. Dipinge il viso dell’attrice come se fosse quello di una santa, su uno sfondo luminosissimo, addirittura abbacinante. Sulle orme di antiche suggestioni bizantine, ci presenta, secondo Arthur Danto, «santa Marilyn dei Dolori».

La traccia proposta dal Ministero ha il merito di suggerire un percorso tra linguaggi poco contigui. Indica una strada che conduce da uno degli ultimi corifei della pittura e della tradizione come Guttuso al profeta del superamento della manualità, in vista di una disinibita «riproducibilità tecnica» a oltranza, come Warhol. Il quale è stato anche tra i primi ad aver colto il ruolo omologante e pervasivo della televisione. Quel potere che, in Italia, raggiunge la sua vetta proprio con «Lascia o raddoppia?». Un quiz show di stampo americano, che riesce a entrare nelle case degli italiani, costringendoli a casa per una sera ogni settimana. Un programma che, al di là della sua innegabile dimensione «popolare», accoglie molte presenze culturali. Tra gli autori, vanta personalità come Eco e Leydi. Tra i concorrenti, musicisti come John Cage e storici dell’arte come Filiberto Menna. Dunque, non una semplice trasmissione. Ma un luogo che affascina tanti intellettuali: li spinge a ragionare sull’importanza «civile»dei media. Secondo alcuni, addirittura uno spazio con straordinarie potenzialità estetiche.

Di queste potenzialità si era fatto lucido e visionario interprete uno tra i nostri artisti più sofisticati e, insieme, più segretamente «mediatici»: Lucio Fontana. Autore, nel 1952, di un anticipatore Manifesto del movimento spaziale per la televisione. Originale riflessione sul rapporto tra arte e società. Vi si sostiene, tra l’altro: «Noi spaziali trasmettiamo, per la prima volta nel mondo, attraverso la televisione, le nostre nuove forme d’arte, basate sui concetti dello spazio, viso sotto un duplice aspetto: il primo, quello degli spazi, una volta considerati misteriosi ed ormai noti e sondati, e quindi da noti e sondati, e quindi da noi usati come materia plastica; il secondo, quello degli spazi ancora ignoti nel cosmo, che vogliamo affrontare come dati di intuizione e di mistero, dati tipici dell’arte come divinazione. La televisione è per noi un mezzo che attendevamo come integrativo dei nostri concetti».

In fondo, è proprio qui la profezia di un’arte che, lungi dal contrapporsi alla società o dall’adeguarsi ai suoi riti effimeri, sappia diventarne parte. Fino a determinare una (possibile) estetizzazione dei media.

Università Iulm, vicepreside facoltà di arti, turismo e mercati

COMMENTO ALLA PRIMA PROVA: TIPOLOGIA B.2 -AMBITO SOCIO ECONOMICO

COMMENTO ALLA PRIMA PROVA: TIPOLOGIA B.3 – AMBITO STORICO-POLITICO

COMMENTO ALLA PRIMA PROVA: TIPOLOGIA B.4 – AMBITO TECNICO-SCIENTIFICO

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Prepararsi alla prima prova d’esame

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Non si azzardano previsioni, ma qualche buona lettura di “saggi brevi d’autore” – aggiornati nei contenuti ed ineccepibili nella forma – può aiutare ad affrontare meglio la prova di mercoledì.

Qualche proposta:

SCIENZA

Carlo Rovelli, La filosofia che chiarisce la fisica, “Il Sole 24 Ore – Domenica”,  16 giugno 2013

«E pur si muove!». Così, narra la leggenda, mormorava Galilei, mentre in pubblico dichiarava di rinunciare all’idea che la Terra si muovesse. Parole intense. Ma forse non tanto perché esprimono la determinazione dello scienziato che non vuole farsi dettare la verità; quanto piuttosto perché sembrano tradire quasi una lotta interiore. La lotta fra l’evidenza palese dell’immobilità della Terra intorno a noi e lo sconcertante sospetto che quest’immobilità sia illusoria, e stiamo roteando nel cosmo. Credo che ancora oggi ciascuno di noi, se per un attimo guarda intorno a sé le case o le colline e fa mente locale alla velocità con cui tutto ciò sta facendo capriole nello spazio (40 chilometri al secondo), non possa non risentire questa vertigine, e mormorare un po’ stupito «e pur si muove…». La scienza ci porta a queste scoperte contro-intuitive, che indicano i limiti del nostro senso comune; ma se il moto della Terra, chiarito nel 1600, è oggi integrato nel nostro sapere, altrettanto non si può dire delle sconcertanti scoperte sulla natura del tempo che hanno segnato il Ventesimo secolo. LEGGI TUTTO…

SOCIETA’

M. Faggioli, I beni culturali e la fiera ignoranza, PEM, TRECCANI MAGAZINE, 13 giugno 2013 

Gli italiani sono giustamente preoccupati del futuro dei “beni culturali” (una dizione fortunatamente vaga) che fanno del Belpaese uno dei paesi più visitati al mondo. La preoccupazione non è solo relativa al fatto che alla tutela e alla promozione di questi beni sono legate le fortune economiche dell’Italia, ma anche alla percezione che l’Italia ha di sé, come “paese” ancor prima che come “nazione” o “stato”. In questo senso, le politiche che un governo italiano adotta verso i beni culturali sono ormai diventate la cartina di tornasole di quale tipo di governo esso intende essere – oppure, quale tipo di governo esso può essere, alla luce di determinate condizioni politiche e di bilancio.

LEGGI TUTTO…

LETTERATURA

Francesco Piccolo, Perché Gatsby non sarà mai un grande film“Corriere – La Lettura”, 2 giugno 2013
Si può essere fedeli o infedeli, non importa. Il passaggio di una storia dalla letteratura al cinema è una questione di sottrazione. È come se il mondo della letteratura avesse più strumenti del mondo del cinema, ed è per questo motivo che poi il passaggio viene rubricato come «riduzione». Insomma, il cinema è la letteratura meno la letteratura. La qual cosa non è per forza una deminutio: dipende da quello che levi — o devi levare.
Il romanzo che si trasforma in film è un’operazione irresistibile, delicata, alle volte felice e alle volte impossibile. Ci sono dei romanzi che sembrano essere stati scritti pensando alla trasposizione cinematografica (perfino Alberto Moravia veniva accusato di tale furbizia), e altri che sembrano del tutto restii. Come Il grande Gatsby. Che non potrà mai davvero funzionare, anche se la pirotecnia di Luhrmann prova ad aggirare l’ostacolo: perché Fitzgerald lega la sua scrittura al racconto della superficialità, riuscendo in modo inimitabile a raccontare quella profondità — o meglio, la malinconia, il dolore inafferrabile — che c’è sotto la superficialità dei suoi personaggi. In questo, è l’amico americano di Marcel Proust,ma in una versione contemporanea e dannata. LEGGI TUTTO…

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Esami di Stato 2013: Prima prova

scrivere(1)

Il sito Zanichelli dedicato alla Prova Scritta di Italiano:  CLICCA QUI.
Su www. illuminations.tk (area riservata, Didattica italiano scritto) sono  a disposizione:

– il file aggiornato con i consigli per lo svolgimento della prima prova;

– un modello di SIMULAZIONE della prova d’esame  (esercitazione vivamente raccomandata).

Per ricordare: una mappa per la stesura del saggio breve.

VIDEO dedicato al saggio breve: CLICCA QUI.

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Esami di Stato 2013

  • Prima prova scritta (ITALIANO): 19 giugno 2013
  • Seconda prova scritta (MATEMATICA): 20 giugno 2013
  • Terza prova scritta:  24 giugno 2013

Come sono ripartiti i  punteggi:

  • Credito scolastico: 25 punti
  • 1° prova scritta: 15 punti
  • 2° prova scritta: 15 punti
  • 3° prova scritta: 15 punti
  • Colloquio: 30 punti (la sufficienza equivale a 20 punti)
  • Totale: 100 punti
  • Bonus* da 1 a 5 punti (attribuito a  coloro che riportano almeno 15 punti di Credito e 70 punti nelle prove d’esame)

Criteri per l’attribuzione della Lode. Occorre essere in possesso di tutti e tre requisiti:

  1. Punteggio massimo nelle tre prove scritte (45 punti), nel colloquio (30 punti) e di credito (25 punti) senza fruire del Bonus  a disposizione della commissione.
  2. La lode potrà essere assegnata solo ad alunni che ABBIANO RIPORTATO NEGLI SCRUTINI FINALI DELLA TERZULTIMA,  PENULTIMA E ULTIMA CLASSE VOTI UGUALI O SUPERIORI A  8 (otto / 10), COMPRESA LA CONDOTTA.
  3. Deliberazioni per l’attribuzione dei massimi punteggi delle prove d’esame e del credito dell’ultimo anno assunte all’unanimità.

TABELLA PER IL CALCOLO DEL CREDITO SCOLASTICO

M = Media dei voti

                             1 anno       2 anno     3 anno

M = 6                     3-4         3-4             4-5
6 < M = < 7         4-5         4-5             5-6
7 < M = < 8         5-6         5-6              6-7
8 < M = < 10       6-8         6-8             7-9

Le prove d’esame: archivio generale.

Le prove di italiano (dal 1999 al 2011). CLICCA QUI.  La prova di italiano 2011/2012.

Archivio delle prove di matematica (maturità scientifica). CLICCA QUI.

Prepararsi all’esame di stato: i suggerimenti a cura del gruppo editoriale Pearson. CLICCA QUI.

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Commissioni Esame di Stato 2012/2013

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Commissari esterni:
Matematica
Filosofia
Scienze
Commissari interni:
Italiano
Inglese
Arte

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