Archivi tag: Generi letterari

La lingua di Dante nata a tavolino

dante_tornabuoni

Più di un poeta: diede un’unica voce agli italiani e, attraverso quella, un’identità nazionale
Ida Bozzi, “Corriere della Sera”, 27 dicembre 2015

Non sono soltanto motivi di ovvia cronologia a porre Dante Alighieri (1265-1321) al principio di un’organica storia della letteratura italiana. Nell’anno del 750° anniversario della nascita, pare necessario ricordare che Dante non è stato solamente in senso stretto il primo grande poeta italiano: il valore storico della sua figura si affianca a quello linguistico, decisamente irripetibile, e a quello simbolico, che è stato non meno importante, specie in particolari momenti di svolta che il Paese ha conosciuto. Insomma, l’Alighieri ha fatto così tanto per la nostra letteratura, ma anche per la nostra identità culturale, che il primo posto gli spetterebbe in ogni caso di diritto: e infatti proprio con il volume dedicato al grande fiorentino si apre la collana di Storia della letteratura italiana che accompagnerà nelle prossime settimane in edicola il «Corriere della Sera».
Ce ne parla Enrico Malato, grande studioso e specialista dantesco che ha ideato il progetto complessivo di questa Storia, monumentale opera critica originariamente composta per Salerno editore e ora proposta in una collana divisa per monografie che parte appunto con Dante e via via presenta personalità e temperie di tutta la nostra storia letteraria, fino ai Pascoli e ai Carducci dell’altroieri e ai Gadda e Calvino di ieri.
«Intanto va detto che questa Storia della letteratura italiana — spiega Malato — nasce come un affresco complessivo che propone tutto il tessuto culturale dei diversi momenti storici. È un’opera realizzata secondo un castelletto ben preciso: ogni curatore ha avuto una scaletta rigorosissima alla quale si è dovuto attenere, in un progetto concepito quindi unitariamente. Per ciascun autore o momento letterario, infatti, prima di tutto bisogna illuminare il contesto storico. Poi occorre definire il profilo biografico della personalità analizzata, quindi focalizzare l’analisi sulle diverse opere. In questo modo si dà conto della civiltà letteraria, perché io preferisco parlare di civiltà che di cultura letteraria, che è il tratto davvero identificante del nostro Paese».
Al poeta fiorentino della Commedia è dedicato il primo volume, curato appunto da Enrico Malato: qui si illustra il quadro complessivo dell’epoca, si analizzano la vita e l’opera nel suo complesso, si illustrano gli elementi fondamentali del contesto, ed emerge l’importanza della figura dantesca. Bisogna pensare che la grande attenzione riversata in questi anni sulla Commedia, con le letture, i reading e le maratone nei teatri, nelle piazze e in televisione, mettono in luce soprattutto il nostro legame emotivo con il grande poema, la bellezza della sua poesia, il suo peso teologico e filosofico, l’immaginazione senza limiti, la perfezione dello schema. Ma c’è altro per cui amare il sommo poeta.
«La cosa geniale di Dante — chiarisce Malato — è che lui ha l’intuizione della lingua italiana che verrà. Era una scommessa e l’ha vinta, e ha visto molto lontano. Bisogna pensare che all’epoca già si scriveva in volgare, ma soltanto le piccole cose, le novellette, qualche poesia. Il volgare non pareva una lingua in grado di concepire grandi opere del sapere. La costruisce lui. Costruisce la lingua italiana praticamente a tavolino, inventandola passo per passo, e tra l’altro coniando centinaia e centinaia di neologismi». Ne fa una lingua, insomma, e una lingua capace in sostanza di ogni complessità: del tono basso, degli argomenti medi della vita quotidiana, così come della poesia più sublime e delle altezze vertiginose del pensiero più alto. La crea e la plasma.
«Ma in più — aggiunge il curatore — la rende anche unica in Europa. Perché? Bisogna pensare a tutte le altre lingue europee: nelle aree che poi saranno l’Inghilterra, la Francia, la Spagna, il volgare che diventa lingua nazionale lo fa in tutt’altro modo, e cioè attraverso l’imposizione, sotto la pressione di una conquista militare o strategica, e quando nel Cinquecento le lingue nazionali subiranno una grande trasformazione, noi saremo già trecento anni avanti! La lingua italiana è l’unica plasmata sostanzialmente a tavolino, e imposta non per la pressione militare o la conquista, o per il prevalere di una dinastia sull’altra, di un volgare sull’altro, ma perché il prestigio e la fortuna dell’opera dantesca erano veramente enormi. Dante vide giusto, con consapevolezza, per il futuro: nel De vulgari eloquentia Dante parla già (in latino) di una “casa degli italiani”, in un’epoca in cui sul territorio del nostro Paese c’erano 300 staterelli e stati, alcuni grandi come regioni, altri piccoli come città. Lui capisce che c’è una comunità di sentimento».
Ecco perché costruire una storia della letteratura italiana significa dare una definizione della nostra identità culturale, prosegue Malato: «La lingua è il nostro tratto identificativo, e la dobbiamo a Dante».
Poi la storia della letteratura continua, e le vicende della civiltà italiana sono un caleidoscopio di scoperte. «Pensiamo a Petrarca. Se Dante ha scritto il grande poema, e nonostante i molti imitatori resta inimitabile, anche Petrarca ha avuto un’importanza grandissima nella nostra letteratura: ha avuto dietro al suo Canzoniere uno sciame di almeno 300 anni tra imitatori e influenze sulla poesia. E il Quattrocento? È l’epoca in cui torna in auge quale lingua culturale il latino, lingua dell’Umanesimo ma anche, in parte, lingua della scienza. E così via. I curatori dei singoli volumi di questa storia della letteratura sono tutti massimi specialisti di ciascun autore, e offrono in modo molto aperto e molto ampio una visione complessiva dell’epoca considerata. In modo da spiegare che cosa noi siamo oggi, da dove sorge la nostra identità».
Un’identità fortemente incarnata però proprio nella figura d’apertura, nel primo poeta italiano, come conclude il docente: «Proprio quest’anno abbiamo celebrato il 750° anniversario della nascita di Dante. Ma ci fu un momento in cui queste celebrazioni ebbero un potente significato simbolico: l’Unità d’Italia si compì nel 1860-61 ma, quando nel 1865 si celebrò l’anniversario della nascita del poeta, Trieste, Trento, Verona e altre città erano ancora in mano agli austriaci. E così partecipare in quelle città alle grandi celebrazioni dantesche significava celebrare l’Italia. E perfino oggi, non è finita qui: l’Alighieri è tuttora uno dei poeti più studiati al mondo, la cosa incredibile è che a 750 anni dalla nascita, ancora escono su di lui e le sue opere circa 1.000-1.500 libri all’anno, io stesso sto lavorando a un saggio in cui, ancora, qualcosa di nuovo sul poeta viene scoperto».

mappa_lette

Aurelio Picca, Tante parole come tanti fiumi dove naufragar ci è dolce
In principio sta il monte del Purgatorio che galleggia in un mare immenso Poi le invenzioni: la vitalità di Boccaccio, il cinema di Manzoni, il futuro di Leopardi. E noi

È scolastico sapere che le Civiltà sono nate lungo i grandi e piccoli fiumi (l’Egizia il Nilo; Romana il Tevere). Come forse è altrettanto facile intuire che le lingue le quali rendono possibile le letterature sono anch’esse fiumi che vanno al mare, cioè all’Opera. Siccome l’Italia è nata da cento lingue (come i popoli che l’hanno abitata), la nostra letteratura è, e resterà, il grembo di tutte le letterature occidentali. È inutile riandare al latino e alla sua frantumazione, così come è pleonastico ripercorrere le tappe dei volgari e della loro secolare incubazione e sviluppo. Si è sempre, con troppa leggerezza, bollato la mancanza di una tradizione romanzesca per ragioni storiche e sociali rispetto alla letteratura francese o inglese. Invece «lo spezzettamento» dello Stivale, con i suoi tanti volgari da convergere a Firenze, è stata la fortuna dei nostri scrittori e dunque della nostra letteratura.
Intanto va ricordato che Francesco d’Assisi è il primo poeta. Storto quanto un pezzo di legno e con una lingua (volgare umbro) altrettanto storta, in possesso di una manciata di vocaboli ancora deformati come ossa artritiche, inventa la creaturalità che irradia molta della letteratura a venire: da Dante a Petrarca, da Pascoli a d’Annunzio (basti La sera fiesolana), a Ungaretti. Di Dante non vedo Farinata degli Uberti e Costanza d’Altavilla, bensì godo del monte del Purgatorio galleggiare su un mare immenso; in su un cielo zaffiro e nell’acqua l’Arcangelo Nocchiero che a velocità «digitale» giunge ammantato di luce. Il Purgatorio, di preghiera e pazienza, è materia dell’oggi. Anche se il meccanicismo aristotelico non rimanda al libero arbitrio ma alla ineluttabilità del destino umano. Francesco Petrarca non è stato il cortigiano come asseriva il De Sanctis: che dava vantaggio ai moderni, al «realismo», a una letteratura «morale» (comunque imprescindibile la sua Storia della letteratura). Petrarca, con il Canzoniere, ha raggiunto una purezza perfino proibita al Manzoni che ne I promessi sposi accumula e salda lingue e trame diverse (altro che passaggio dal lombardo al fiorentino!). Petrarca fu la corona di alloro tradotto nel mondo e venerato; Alessandro Manzoni scrive per il cinema (notare come presenta Fra’ Cristoforo, l’Innominato…), per i pedanti (la sterminata notarilità delle «grida»), per i filologi, per i linguisti e per noi poveri lettori. Eppure Le tragedie , con il loro retrogusto giansenista, zavorrano appunto alla tragedia le illusioni della storia, concedendoci tombe monumentali.
Boccaccio è figlio bastardo di Firenze. Forse privato dell’esperienza napoletana non avrebbe scritto il Decameron, che invoglia la poesia alla vitalità e alla giovinezza del narrare, in un talamo di sensi, mentre a Firenze impazza la peste, cioè la tragedia. Ariosto e Tasso inventano i due grandi poemi moderni. L’ Orlando furioso è «inconscio puro» al servizio di incubi, voli astrali e pittori. La Gerusalemme liberata è «inconscio d’oro» (ambedue prima di Freud; in Tasso l’oro è Gerusalemme: l’unico inconscio collettivo dell’umanità). Machiavelli scrive Il Principe con sveltezza e cinismo. È padrone della corazza di Cesare e della lingua del vulgo. Il Principe è la favola del gioco del potere. Guicciardini pare soccombere a tanta abilità, invece grazie all’essere uno scrittore autentico sa pensare ai dettagli del corpo di un popolo, come un antico clinico romano. Se il «povero» Parini, nato in una casa popolare, l’incorruttibile estensore de Il giorno, è il gigante morale dei giovani che verranno (Leopardi, Foscolo), Vittorio Alfieri sarà il gigante eroico di quella generazione illuministico-romantica. In Vita scritta da esso si assommano le ragioni del suo titanismo o superlativo, giacché «Esso» sta per il Sé junghiano, e «Vita» per la vita che si stacca dal protagonista per assumere i connotati di tutte le vite. In questa tensione centrifuga, all’interno dell’autobiografia, scocca l’attrazione titanica per Colui che scrisse il primo romanzo italiano. Nella borghesia che scalpita infastidita dall’orticaria delle «regole» troneggia Carlo Goldoni. Il suo teatro è la commedia, punto. Vi rumoreggia la strada. Del resto è un veneziano non un siciliano come Luigi Pirandello che studia e si forma in Germania. Infatti Pirandello trucca la sua opera di commedia per farla esplodere in dramma e follia. Che paradosso: Pirandello, isolano di Sicilia, ha struttura nordica, mentre Italo Svevo, triestino, legge Verga e La coscienza di Zeno gli viene comico: brogliaccio per la neo-avanguardia. Senilità è il romanzo che chiude ogni boheme, è un film di residuati umorali: un triste, indimenticabile amore in grigio, odor di naftalina, color di perle tarlate.
Leopardi nello Zibaldone ripropone le molte lingue e i molti pensieri della nostra letteratura. E quando gioca con i settenari, i novenari, gli endecasillabi è un piacere per l’orecchio. Le Operette morali sono una vetta da poema futuro, spalancato al futuro. Foscolo scrisse il primo romanzo italiano scritto da un ragazzino (l’Ortis, no?). Eccetera. Cari insegnanti, fatelo imparare a memoria ai vostri studenti. Verga ha inciso novelle fulminanti, poi Eva, Tigre reale… E una massa di cordame intrecciato che fa de I Malavoglia una furia della natura (Gli si deve baciare la mano da morto). Senza Carducci, quercia antica e «parnassiana» (vedasi Pianto antico) non avremmo avuto Pascoli e d’Annunzio. Il primo: primo poeta del Novecento che, con Myricae, inventa il nuovo Canzoniere; d’Annunzio già con il suo corpo e i suoi mille gesti ripropone le lingue in nostro possesso. Fenoglio è fedele alla lingua; Calvino la tradisce per una neutra: questo è il suo successo.
Montale è Ossi di seppia (rimandiamo agli ultimi studi montaliani di Andrea Gareffi), un nonno gelido. Ungaretti è l’ Allegria di un nonno felice. Gadda è un concentrato di morbosità. Non è vero che la sua è una partitura complessa. Mentre Levi è Auschwitz: la memoria più semplice e complicata da capire quando gli uomini si fanno mostri.

Annunci

Lascia un commento

Archiviato in Dante, Letteratura del Novecento, Lingua italiana, Storia della lingua

Novelle, racconti e romanzi brevi: l’arte di narrare tutto in poche righe

Franco Cordelli, «Corriere della sera», 6 aprile 2007

In principio furono le favole indiane. Poi vennero Boccaccio, Chaucer e Pirandello.

Storia di un successo che non finisce mai

Per noi italiani il racconto, ovvero la novella, è un tipo di narrazione privilegiato. Perché? E che cos’è una novella rispetto a un racconto? L’idea di novella reca nel suo stesso nome il più appropriato dei significati possibili. Novella, cioè novità. Colui che racconta una novella è un viaggiatore, è un uomo che ha visto paesi sconosciuti, e che ha assistito a una scena, a una vicenda, che va a raccontare ai propri simili, ai concittadini, ai familiari che non sono partiti con lui, che non erano con lui in quella circostanza. L’origine della novella non a caso deve relativamente poco all’area occidentale del mondo: nella letteratura greca e latina non vi sono novelle, o ve ne sono pochissime. Le Favole milesie sono attribuite ad Aristide, un greco vissuto nel secondo secolo dopo Cristo. Poi vi sono novelle, in forma di digressione, in racconti più ampi, proto-romanzi, come il Satyricon di Petronio. Là dove veramente nacque la novella, in forme precise, ben presto codificate, è in Egitto, in area babilonese, soprattutto in India. La novella viene insomma dall’Oriente. Il Pancatantra e il Sukasaptati sono vere e proprie raccolte di novelle, la cui nascita risale al quarto secolo. Il Pancatantra è un insieme di avventure, per lo più di animali. Il Sukasaptati ha per protagonista un pappagallo che ogni notte racconta una storia alla moglie del suo proprietario per allontanarla dall’adulterio. È evidente come questo sia il modello delle novelle arabe intitolate Mille e una notte. Ma dicevo di noi italiani. La novella è dove noi eccelliamo in quanto narratori di storie. La brevità è la nostra forza. In Italia la novella ha acquistato i suoi caratteri specifici e più nettamente realistici. Le cento novelle del Decameron di Boccaccio sono un ritratto della società mercantile del XIV secolo: ne esprimono la gioia di vivere e lo stesso piacere di raccontare una storia. Quale storia? Si direbbe l’intero quadro della vita umana, con i suoi vizi e virtù. Al centro dell’accadimento spesso c’è un evento luttuoso che si capovolge in un qualche bizzarro incidente; più di frequente c’è un evento burlesco, una beffa, una disattenzione, un’incapacità di affrontare il mondo, che dal narratore viene più o meno bonariamente messa alla berlina. Dal Decameron in poi la tradizione della novella si diffuse in tutta Europa: da I racconti di Canterbury di Chaucer in Inghilterra allo Heptameron di Margherita di Navarra in Francia, alle Novelle esemplari di Cervantes in Spagna.

Nuovo vigore e nuove caratteristiche, il racconto acquisisce nei grandi scrittori realisti dell’Ottocento, nei russi Puskin, Lermontov, Gogol, Turgenev e, soprattutto, Cechov; e nei francesi Merimée e Maupassant. Uno storico francese della letteratura, Albert Thibaudet, scrisse che «un romanziere si butta a nuoto, abbraccia una corrente, va alla deriva.  L’autore di novelle, invece, rimane a riva, con il cavalletto e la tela». Questa caratteristica di cautela, oppure di misura, trova in Italia, tra fine dell’Ottocento e inizio del Novecento, nuovo vigore, nuova linfa. Come non ricordare le Novelle rusticane di Giovanni Verga e le Novelle per un anno di Luigi Pirandello?
È solo dopo Pirandello, o Cechov, che la novella si trasforma decisamente in ciò che chiamiamo racconto. Ripeto la domanda: che cos’è un racconto (come oggi lo chiamiamo) rispetto alla novella? Direi così: il narratore di racconti sta al novelliere come il romanziere sta al narratore puro. Per capirci meglio si potrebbe citare Schiller, il quale distingueva tra poesia ingenua e poesia sentimentale. Il poeta sentimentale è un uomo consapevole di se stesso. Di fronte a lui non c’è solo la materia del suo racconto, c’è lui in persona, lui in quanto relatore della novità apportata ai concittadini. Dunque, il racconto, genere per eccellenza moderno, sta alla novella con quel di più di consapevolezza, di coscienza di sé che l’uomo adulto possiede, o come un tesoro o come una condanna, rispetto all’uomo giovane. Il tratto decisivo, cruciale, del racconto, resta la brevità. È ciò che ne fa la fortuna. Rapidamente, veniamo a sapere tutto ciò che c’è da sapere. Ma ciò che ora sappiamo non è solo quanto è altrove o in altro tempo accaduto. Che ne parli o no, che lo dica esplicitamente o che lo lasci trapelare tra le righe, è anche ciò che è accaduto nella mente e nel cuore di colui che ci sta raccontando la storia ora in nostro possesso, con un di più di prospettive.

Lascia un commento

Archiviato in Letteratura dell'Ottocento, Letteratura medievale, QUINTA B, TERZA BS, Terza F

Il fronte degli scrittori

Andrea Bajani, Perché oggi gli autori italiani tornano a raccontare la guerra“La Repubblica”, 3 dicembre 2012
Mazzucco, Giordano, ma anche Mazzantini e Soriga. Così una nuova generazione ha scelto questo tema
In un`intervista rilasciata a Posi tif nel 1979, Michael Herr, cui Coppola si era in parte ispirato per girare Apocalypse Now, disse: “La guerra è eccitante, è palpitante. Per coloro che la vivono è una prova, un`iniziazione, qualcosa di orrendo e detestabile. lo sono fondamentalmente un pacifista”. Michael Herr aveva fatto il corrispondente dal Vietnam per Esquire Magazine. Nel 1977 era uscito negli Stati Uniti, con grande clamore, Dispacci, un capolavoro che raccoglieva parte della sua esperienza al fronte, accanto ai soldati americani. Francis Ford Coppola fu appunto il primo a volerlo con sé perché desse voce a quella guerra. Kubrick, meno di dieci anni dopo, nel 1987, lo coinvolse nella sceneggiatura di Fidi MetalJacket, forse il film rimasto più impresso nell`immaginario bellico dopo la seconda guerra mondiale. Nell`agosto del 1999, pochi mesi dopo la morte di Kubrick, Michael Herr lo ricordò su Vanity Fair scrivendo che quando il Maestro l`aveva voluto conoscere gli aveva detto che aveva intenzione di girare un film di guerra, ma che non era certo di quale guerra avrebbe messo in scena.
Proprio per quest`ultimo dettaglio legato a Kubrick, torna in mente Michael Herr mentre la guerra è di nuovo nelle librerie con ll corpo umano di Paolo Giordano, preceduto di sei mesi da Limbo, di Melania Mazzucco. Due romanzi dal fronte afgano. E negli ultimi anni, la guerra si è insinuata anche in altri romanzi italiani, tutti scritti nell`epoca del conflitto delocalizzato da autori generazionalmente lontani da un`esperienza diretta della guerra. Tra gli altri Dove finisce Roma, di Paola Soriga, Le rondini di Montecassino di Helena Janeczek, Scemo di guerra di Ascanio Celestini, Il rumore sordo della battaglia di Antonio Scurati, Lorenzo Pavolini, Accanto alla tigre, in qualche modo ancheIl demone di Beslan, di Andrea Tarabbia (ma si potrebbero citare anche libri diversissimi come quelli dei Wu Ming e della Margaret Mazzantini, n. d. r.). Gli approcci sono i più diversi, e diverse le guerre di riferimento. Arrivano due generazioni dopo gli scrittori della guerra esperita – la violazione, la maledizione del ricordo, l`afasia, la testimonianza, lo sbrego di un ordigno esploso dentro l`edificio protettivo della Storia – ovvero Fenoglio, Levi, Pavese, Calvino, Meneghello, Rigoni Stern. Tra le due, poi, l`accantonamento della guerra da parte della generazione di mezzo, postbellica, cresciuta dentro un Paese che chiamava a raccolta non per combattere ma solo per produrre e consumare. E poi, infine, è arrivata appunto l`ultima leva, a cui nessuno ha più chiesto nemmeno di produrre ma soltanto di comprendere, pazientare e dire grazie. Ecco, leggendo gli ultimi romanzi colpisce il fatto che quanto più la guerra si allontana dall`esperienza diretta e si fa mediatica, tanto più rientra dalla finestra della letteratura, chiede al lettore di attivare emozioni in grado di renderla viva dentro di sé.
Ecco, mi domandavo: a quale esperienza della guerra fa appello Paolo Giordano, nato nel 1982, per raccontare la storia di un contingente italiano in Gulistan?A quale guerra fa appello Melania Mazzucco (1966), o Paola Soriga (1979), o Andrea Tarabbia (1978)? E soprattutto a quale esperienza di guerra fanno appello i lettori, facciamo appello noi quando li leggiamo? Qual è la guerra che siamo in grado di vivere, leggendo? Qual è la guerra che parla in noi? Riporto qui qualche frase, da Il corpo umano: “Nessuno sa cosa comporta avere nelle proprie mani il destino di ventisette uomini”; “Questa guerra la perderemo così, alla fine. Quei farabutti ci ammazzeranno di noia”; “Questa guerra è diventata una guerra del cazzo.. . Il nemico non lo vedi più, non c`è”. Da Limbo: “Sacrificarmi per qualcosa di più nobile mi faceva sentire importante, […L’ io che ero lo zero assoluto”; “La vita dei soldati è plurale [.. soffrire gli stessi disagi, […] temere le stesse cose. Si diventa cellula di un organismo vivente che non può fare a meno di noi”.
Ecco, leggendo questi libri mi sono venuti in mente i raduni nazionali degli alpini che ogni anno rovesciano nelle città, in diretta, migliaia di militari ed ex militari in divisa. Le città, di colpo, si riempiono di accampamenti, camionette, soldati di tutte le età. È qualcosa, a vederla dalla tv, che sta tra la parata di un esercito occupante e la festa di un gruppo di “ex”, di persone che hanno almeno un pezzo di passato da mettere in comune. Se ne stanno lì, gli “ex”, contenti e nostalgici, reduci da niente. Senza niente. Senza un fronte, senza un nemico, solo con la consolazione – o l`emozione – di stare sotto un cappello che è uguale per tutti. E tutte le volte penso che la guerra, per loro, per noi, ricomincia appena si tolgono il cappello e restano da soli: la guerra ai semafori, barricati ciascuno nella propria auto a latrarsi addosso, la guerra sui posti di lavoro, a fare finta di niente quando la scrivania accanto di colpo resta vuota, la guerra delle scuole, con i soffitti che crollano e ammazzano studenti, la guerra dei padri che hanno troppa paura del mondo per proteggere i propri figli e vogliono solo salvarsi, la guerra degli anziani, lasciati sul binario morto del si salvi chi può, la guerra delle famiglie in tribunale, la guerra dei poliziotti che prendono a calci in faccia gli studenti, di chi fa guerriglia in mezzo a una valle, di chi si incatena a un palo sotto la propria azienda perché rivuole il proprio posto, la guerra dei morti in mare, dei sepolti vivi nel web, degli agonizzanti per strada, delle code peri prestiti. E soprattutto, il dolore e l`insensatezza, di tutto questo.
“Penso che non ci sia mai nessuna buona ragione perché delle persone si uccidano tra loro”, diceva Michael Herr, rispondendo al giornalista di Positif. E però poi aggiungeva “Ma al tempo stesso accetto il fatto che continui perché tutto questo è in noi, e deve esprimersi. È quello che ogni giorno facciamo per strada attraverso milioni di piccole aggressioni”. È questa la guerra a cui facciamo appello, quando leggiamo romanzi come questi, come quello di Giordano, così violento perché riguarda solo in parte la guerra degli eserciti, ma riguarda soprattutto molto quella degli umani, il vuoto spalancato di fronte a un quotidiano conflitto senza nemico. E sale forse la voglia, o la nostalgia, di poter dire “Nessuno sa cosa comporta avere nelle proprie mani il destino di ventisette uomini”. E anche il desiderio, o la nostalgia, di essere uno di quei ventisette, essere parte di una cosa, fidarsi, non essere per l`ennesima volta, ancora una volta, da soli.
(L`autore è uno scrittore, tra i suoi ultimi libri “Ogni promessa” uscito per Einaudi)
PER APPROFONDIRE:

Kurt Vonnegut, Mattatoio n.5

Theorists, novelists and partisans of all stripes have written on war. The Book Review asked a range of writers to recommend titles they find particularly illuminating.

Lascia un commento

Archiviato in QUINTA B

Mario Vargas Llosa, È pensabile il mondo moderno senza il romanzo?

Immagine

“Un’umanità senza romanzi, non contaminata di letteratura, somiglierebbe molto a una comunità di balbuzienti e di afasici, tormentata da terribili problemi di comunicazione causati da un linguaggio grossolano e rudimentale. Questo vale anche per gli individui, ovviamente.  Una persona che non legge, o legge poco, o legge soltanto spazzatura, può parlare molto ma dirà sempre poche cose, perché per esprimersi dispone di un repertorio di vocaboli ridotto e inadeguato. Non è un limite soltanto verbale; è, allo stesso tempo, un limite intellettuale e dell’orizzonte immaginativo, un’indigenza di pensieri e di conoscenze, perché le idee, i concetti, mediante i quali ci appropriamo della realtà esistente e dei segreti della nostra condizione, non esistono dissociati dalle parole attraverso cui li riconosce e li definisce la coscienza. S’impara a parlare con precisione, con profondità, con rigore e con acutezza, grazie alla buona letteratura, e soltanto grazie a questa.

 Parlare bene, disporre di un linguaggio, ricco e vario, trovare l’espressione esatta per ogni idea o emozione che si voglia comunicare, significa essere preparati meglio per pensare, insegnare, imparare, dialogare e, anche, per fantasticare, sognare sentire ed emozionarsi.

La letteratura non dice nulla agli esseri soddisfatti del loro destino, pienamente appagati dalla vita così come la vivono. La letteratura è alimento per gli animi indocili e propagatrice di disaccordo, un rifugio per chi ha troppo o troppo poco nella vita, nel quale poter non essere infelice, dove non sentirsi incompleto, irrealizzato nelle proprie aspirazioni. Leggi l’articolo

Mario Vargas Llosa, È pensabile il mondo moderno senza il romanzo?, in AA. VV., Il romanzo (Vol. I, La cultura del romanzo), a cura di F. Moretti, Einaudi, Torino, 2001, pp. 3-15.

 

Lascia un commento

Archiviato in Attualità culturale, QUINTA B