Archivi del mese: gennaio 2014

Malattia, follia e invenzione letteraria

Gustave Moreau (1826–1898), Hésiode et la Muse, 1891, Museo d'Orsay

Ripropongo qui l’articolo che già è contenuto nel Dossier Tasso, con qualche link e approfondimento o suggerimento ulteriore.

PER APPROFONDIRE: Nati sotto Saturno. Poesia e malinconia.

Matteo Persivale, La musa crudele. Esiodo, Rossini, Franzen: le nevrosi favoriscono l’arte, “Corriere della Sera”, 22 agosto 2011

C’è un quadro di Gustave Moreau al museo d’Orsay di Parigi nel quale la Musa, con le ali di un angelo, abbraccia Esiodo e gli fa dono della staffa del poeta, posandogli sul capo una corona d’alloro. Una scena descritta nel proemio della Teogonia, all’alba della letteratura occidentale: ma nel momento stesso dell’investitura – il dono di cantare le imprese degli dèi – i poeti hanno ricevuto anche un altro dono. Invisibile, oscuro e terribile, che da allora li ha accompagnati attraverso i secoli. Ippocrate gli trovò un nome: melancolia, il male provocato secondo il padre della medicina da un eccesso di bile scura – «l’umore autunnale». E impressiona leggere con quale precisione ne abbia già allora definito i confini («Se paura o tristezza durano per molto tempo, allora questo è un fenomeno melancolico», Aforismi) e catalogato i sintomi («Diminuzione dell’appetito, abulia, insonnia, stato di agitazione», Epidemie).
Senza bisogno di essere un medico, Seneca quattro secoli più tardi ha descritto ne La tranquillità dell’anima il male di colui il quale si trova «senza forze per affrontare le contrarietà, incapace di tollerare il dolore come di godere delle cose piacevoli». Perché da quando è nata la letteratura […] gli scrittori, e in generale gli artisti, sembrano averne sofferto in maniera più massiccia del resto della popolazione.
L’aveva teorizzato Robert Burton, autore nel 1621 (vent’anni dopo Amleto e soli cinque dopo la morte di Shakespeare) di una monumentale Anatomia della melancolia recentemente riscoperta dopo secoli di oscurità (fu utilizzata da Borges per l’epigrafe de La biblioteca di Babele): Burton scrive che «sono le Muse stesse a soffrire di melancolia», unendo alla radice la creazione artistica con la depressione.
Artisti e scrittori prigionieri del proprio talento e della propria disperazione come Tasso nell’ospedale di Sant’Anna, ritratto nel quadro di Delacroix celebrato da Baudelaire ne I fiori del male («…la scala di vertigine dove l’anima sprofonda»). Il Pantheon degli scrittori, dei musicisti, degli artisti come una prigione di uomini e donne assaliti da quella che Byron, sempre riferendosi al Tasso, definì «la piaga della mente nel suo umore più selvaggio». Lo «spleen» reso celebre da Baudelaire e centrale nel Romanticismo non è un’affettazione da dandy ma un male devastante come nel caso da manuale di Gioachino Rossini, «quel pover’uomo di genio» lo definì Stendhal, che si ritira dopo il Guglielmo Tell a soli 37 anni. Devastato dalla depressione, obeso, impotente, con la seconda moglie trasformata in infermiera, e la gloria lontana dei suoi anni da re della commedia, compositore del frenetico Barbiere di Siviglia (tratto da Beaumarchais).
Scrittori, compositori, pittori: uno dei temi centrali delle lettere di Vincent Van Gogh al fratello Theo è il senso di solitudine del pittore e le sue frequenti crisi di «melancolia». Un esempio: «Fu allora che sentii un senso insopprimibile di melancolia dentro di me, tanto intenso da non poter neppure descriverlo. So che pensai, come mi capita spesso di fare, alle parole di padre Millet: “Mi è sempre parso che il suicidio fosse l’atto degli uomini disonesti”. Il senso di vuoto, la tristezza indicibile dentro di me mi fecero pensare che sì, potevo capire le persone che decidono di affogarsi».
E nel Novecento freudiano Virginia Woolf si chiede nei suoi diari se la tristezza non faccia addirittura parte integrante dello «sguardo moderno» sulla realtà. Woolf che sapeva bene quanto la depressione fosse sempre in agguato nella sua vita, aveva scritto in Orlando che «la linea di separazione tra la felicità e la malinconia non è più spessa della lama di un coltello».
Proprio il Novecento, grazie alla psicoanalisi e al progresso scientifico – soprattutto della chimica – non ha soltanto cambiato il nome alla melancolia ribattezzandola depressione ma ha anche cercato di trovare una spiegazione al suo frequente legame con la creatività. Lo psichiatra Arnold Ludwig studiò le biografie e le lettere di un campione di mille artisti e concluse che il 77 per cento dei poeti, il 54 per cento dei romanzieri, il 50 per cento dei pittori/scultori e il 46 per cento dei compositori ha sofferto nel corso della sua vita di almeno un significativo episodio depressivo. Fa contrasto con il 16 per cento degli sportivi, il 5 per cento dei militari e lo zero per cento degli esploratori (un altro studio, dello psichiatra della Sorbona Philippe Brenot, colloca al 70 per cento la quota di artisti che soffrono nel corso della vita di una qualche forma di depressione).
La ragione di un’incidenza così alta? Lo psicoterapeuta Anthony Storr (La dinamica della creatività) dedicò la carriera al tentativo di individuare quale processo sia al centro del legame tra creatività e depressione (scrisse anche un libro sulla depressione dell’inglese più famoso del Novecento: Winston Churchill). Secondo Storr l’adattamento a circostanze ambientali, sociali e fisiche in frequente cambiamento è una costante della vita umana e dalla «dissonanza» tra realtà e percezione nascerebbe la creatività: con l’evidente conseguenza che i più creativi sono così necessariamente anche coloro che più si trovano psicologicamente distanti dal mondo che li circonda, con tutte le conseguenze (un mondo che, come scrisse David FosterWallace nel primo racconto della sua carriera breve e straordinaria, a volte può sembrare a chi è costretto a viverci semplicemente un altro pianeta. Wallace lo chiamò «il pianeta Trillaphon» nel racconto Il pianeta Trillaphon e la sua relazione con la Cosa Cattiva pubblicato nel 1984 sulla rivista letteraria della sua università, l’Amherst College).  E l’amico fraterno di Wallace, Jonathan Franzen, dopo la pubblicazione de Le correzioni raccontò che aveva rinunciato a prendere antidepressivi perché non credeva di poter scrivere allo stesso modo sotto l’effetto degli psicofarmaci.
Ne I Guermantes Proust fa pronunciare al dottor du Boulbon un’appassionata difesa della nevrosi e dei nevrotici, «la splendida e penosa famiglia che è il sale della terra… tutte le cose più belle ci sono arrivate dai nevrotici… loro e soltanto loro hanno creato religioni e le grandi opere d’arte». Per poi concludere, parlando con la nonna del narratore, che «noi possiamo apprezzare la bella musica, i bei quadri, migliaia di splendide cose senza però sapere quanto sono costate in termini d’insonnia, lacrime, risate spasmodiche, eczemi, asma, epilessia e un terrore della morte ben peggiore di ogni altra cosa».
Ma se il baratto tra una grande opera d’arte in cambio della «disperazione oltre la disperazione» (così William Styron descrisse la depressione che lo accompagnò per gran parte della vita nel capolavoro autobiografico Un’oscurità trasparente) può essere a volte una consolazione: la figlia di Richard Yates, autore di Revolutionary Road, racconta che il padre poco prima di morire rilesse il primo capitolo del suo capolavoro sorridendo sereno, «sapeva di lasciarsi indietro un’opera che sarebbe rimasta».

https://illuminationschool.wordpress.com/2013/03/19/ma-tra-malinconia-e-spleen-quanti-poeti-nati-sotto-saturno/

Follemente artisti: clicca QUI per approfondire.

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Torquato Tasso: ”a me versato il mio dolor sia tutto”

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T. Tasso, Aminta, 1573

Dal canto III della Gerusalemme Liberata: lettura di M. Arena.

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G. Leopardi, Ad Angelo Mai, vv. 121-132

O Torquato, o Torquato, a noi l’eccelsa
tua mente allora, il pianto
a te, non altro, preparava il cielo.
Oh misero Torquato! il dolce canto
non valse a consolarti o a sciôrre il gelo
onde l’alma t’avean, ch’era sì calda,
cinta l’odio e l’immondo
livor privato e de’ tiranni.
Amore, amor, di nostra vita ultimo inganno,
t’abbandonava. Ombra reale e salda
ti parve il nulla, e il mondo
inabitata piaggia.

Charles Baudelaire, Sur “Le Tasse en prison” d’Eugène Delacroix [1842], Les Fleurs du Mal, ed.1866

Le poëte au cachot, débraillé, maladif,
Roulant un manuscrit sous son pied convulsif,
Mesure d’un regard que la terreur enflamme
L’escalier de vertige où s’abîme son âme.
Les rires enivrants dont s’emplit la prison
Vers l’étrange et l’absurde invitent sa raison;
Le Doute l’environne, et la Peur ridicule;
Hideuse et multiforme, autour de lui circule.
Ce génie enfermé dans un taudis malsain,
Ces grimaces, ces cris, ces spectres dont l’essaim
Tourbillonne, ameuté derrière son oreille,
Ce rêveur que l’horreur de son logis réveille,
Voilà bien ton emblème, Âme aux songes obscurs,
Que le Réel étouffe entre ses quatres murs!

Il poeta nella cella, cencioso, malato
pestando un manoscritto col piede convulso,
misura con sguardo acceso di terrore
la scala di vertigine dove l’anima sprofonda.

Risa inebrianti riempiono la prigione
e invitano la mente allo strano e all’assurdo,
lo circonda il Dubbio e gli circola intorno
la Paura ridicola, schifosa e multiforme.

Questo genio chiuso in una stamberga
tra smorfie, grida e sciame di spettri
turbinante tumultuoso alle sue orecchie,

questo sognatore insonne nel suo orrendo alloggio,
questo è il tuo simbolo, Anima dai sogni oscuri
soffocata tra quattro mura di Realtà!

Franco Fortini, Monologo del Tasso a Sant’Anna, Dialoghi con Tasso, Bollati Boringhieri, 1999

Grazie a Dio e alla Vergine Santa. Qui non vedo
nessuno, le finestre hanno una inferriata
nuova murata, le porte catenacci
fortissimi anche se sono solo anche se
a evadere neanche penso. Ringrazio
il Signore che mi ha voluto restringere.
Mi hanno detto che il Duca vuole concedermi
di vedere persone amiche e di discutere
con loro di letteratura e di cose religiose.
È chiaro che ho paura di parlare e di sapere.
Mi dicono che il mio poema ha successo
e che nei paesi stranieri è letto e cantato.
Il dolore che ho nel petto
sarebbe più terribile quando gli ospiti se ne andassero.

Manlio Pastore Stocchi, Letture di Torquato Tasso: il personaggio di Solimano nella “Gerusalemme Liberata”, 28 febbraio 2013, Venezia, Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti.

WALTER SITI, La malinconia dell’infinito nella ninnananna di Tasso, “La Repubblica“, 26 gennaio 2014

Qual rugiada o qual pianto
quai lagrime eran quelle
che sparger vidi dal notturno manto
e dal candido volto de le stelle ?
E perché seminò la bianca luna
di cristalline stille un puro nembo
al’erba fresca in grembo?
Perché nel’aria bruna
s’udian, quasi dolendo, intorno intorno
gir l’aure insino al giorno ?
Fur segni forse de la tua partita,
vita de la mia vita?

Non so se questo madrigale di Tasso sia mai stato messo in musica: sembrerebbe fatto apposta e comunque non importa, perché la musica se lo porta dietro. Il madrigale cinquecentesco è un componimento breve di endecasillabi e settenari liberamente disposti, senza divisioni strofiche. Ma qui la libertà è solo apparente: i dodici versi sono in realtà divisi, dal punto di vista della rima, in tre quartine – nella prima le rime sono alternate, nella seconda sono incrociate, nella terza baciate. Come in un campionario. Nella prima quartina i due settenari precedono gli endecasillabi, nella seconda è l’inverso, come se fossero riflessi in uno specchio; nella terza endecasillabi e settenari si cedono reciprocamente il passo. La sintassi gioca a rimpiattino con la metrica, perché le frasi sono quattro e le quartine tre; l’ottavo verso è in bilico, come rima appartiene a ciò che lo precede mentre come senso appartiene a ciò che segue. Il delicato rapporto di equilibri e squilibri si manifesta anche tra il secondo e il terzo verso, dove un nesso banale come «quelle che» è spezzato dal ritmo, e un pronome senza dignità si ritrova a rimare addirittura con le stelle. Esitazioni appena accennate e canto spiegato, pause sapientissime e mai identiche, come un respiro che prima si trattiene e poi si distende – rilanciato dalle ripetizioni («qual.. .qual.. .quai», «e perché…perché», «intorno intorno»), incantato dalle allitterazioni («stelle…cristalline stille», «s’udian…dolendo», «fur segni forse»), fino al settenario finale che è specchio di se stesso e suprema dichiarazione, «vita de la mia vita». 
Artigianato strepitoso per un argomento esilissimo, il semplice lamento per la «partita», cioè la partenza, della donna amata. Tutta la natura la piange: le rugiade notturne erano lacrime e i venti si aggiravano gemendo. Non c’è nient’altro, si riassume in 140 caratteri e ne avanzano pure.
Dunque aveva ragione Francesco De Sanctis a parlarne male nella sua Storia della letteratura, il Tasso lirico è molto fumo e poco arrosto? Era un poeta di corte, scriveva testi su commissione: era capace di commuoversi per la donna di un altro, non sappiamo nemmeno se questa sia davvero la sua donna. Aveva imparato le tecniche da Petrarca, ma anche dai petrarchisti più vicini a lui e da quelli lontani, spagnoli e portoghesi: il petrarchismo era diventato un passatempo di società, si faceva a gara a chi inventava la metafora più acuta, l’accostamento più sorprendente. La rugiada equivale alle lacrime della notte ma anche alle gocce di cristallo seminate dalla luna, in una competizione tra stelle e stille (“stille” che forse, per alcuni filologi, si dovrebbero leggere come “stelle” terrestri, contrapposte alle celesti), tra bianco e candido – dentro l’aria circolano le aure (o le Laure). Melodia quasi senza contenuto, vacuo sentimentalismo come sarà poi in tante canzonette napoletane? Tasso era pur sempre di Sorrento…
Ma c’è Leopardi. Leopardi sarebbe inconcepibile senza la musica della lirica tassiana, tanto l’ha saccheggiata e fatta propria. Leopardi era uno serio, di lui ci possiamo fidare: non si sarebbe fatto ingannare da una musica solo di superficie, la profondità ci dev’essere. Dov’è? Comincerei col dire che questa non è una poesia d’amore. È un paesaggio interiore, un’estroflessione di malinconia. La malinconia, diceva Freud, è il lutto per una perdita mai subita. Non importa se la donna sia sua, né dove sia andata; è Tasso che ha perso se stesso. «Vita de la mia vita» l’aveva già usato in una poesiola-omaggio di tipo pastorale: ma qui diventa davvero il nucleo più segreto di sé, l’individualità messa a rischio. Avete mai visto una poesia fatta solo di domande? E non sono forse i bambini quelli che chiedono continuamente “perché, perché”? La notte è una grande madre, nella cui buia cavità l’anima di Tasso si rifugia a piangere torti immaginari. Si autocommisera. C’è una lirica (quella sì d’amore, anzi di masochismo) in cui rivolgendosi alla donna dice «mentre soffro per voi avverto il piacere che vi procura la mia sofferenza e allora muoio anch’io di piacere». Solo nella rinuncia c’è la soddisfazione. La notte è descritta come la tradizione descriveva la donna: il candore, il manto, il grembo, l’erba, la frescura, l’aura – l’eros è recuperato ma dissolto nella natura, smaterializzato e negato.
La conoscenza approfondita di una tradizione, se chi la maneggia è bravo, può permettere di nasconderci dentro quel che non si sa di dover dire. Tasso ha avuto una vita disgraziata, sballottato di qua e di là quand’era piccolo, sempre in preda a pulsioni bipolari, vittima di deliri di persecuzione e sociopatie fino a essere rinchiuso come pazzo, o quasi. E vissuto in un periodo storico di grande incertezza per l’Italia, tra crisi economica e dominio spagnolo, in una Ferrara dove la riforma protestante aveva messo in subbuglio le coscienze più sensibili: finito il Rinascimento e prima che arrivasse la rifondazione scientifica seicentesca, sentiva la realtà materiale attraversata da brividi di dubbio – il confine tra interno ed esterno si assottigliava. Ha patito sul proprio corpo i primordi della nevrosi contemporanea, quella che ora si direbbe dissoluzione dell’io: quando progettava in grande poteva alzare delle dighe ma qui, in un madrigale da nulla, la malinconia dell’infinito sale alla gola, come una disperata e fatua ninnananna.

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Invito a teatro: Nikolaj Vasilievich Gogol’, ”L’ispettore generale”

Perché indignarti dello specchio?
Sei tu che hai il muso storto.”
(proverbio russo)
Nikolaj Vasilievich Gogol’, L’ispettore generale (Revizor)

Fu Aleksandr Puškin a suggerire a Gogol’, in difficoltà economiche, di trarre ispirazione per una nuova commedia da un fatto di cronaca (Perché la vita, – come scriveva Pirandello – per tutte le sfacciate assurdità, piccole e grandi, di cui beatamente è piena, ha l’inestimabile privilegio di poter fare a meno di quella stupidissima verosimiglianza, a cui l’arte crede suo dovere obbedire…).
Un giovane squattrinato di Pietroburgo, di nome Chlestakov, capita per caso in una sperduta cittadina della provincia russa. I corrotti notabili del luogo lo scambiano per un ispettore in incognito, inviato dal governo della capitale per smascherare corruzioni e inefficienze dell’amministrazione locale. Tutti, spaventatissimi all’idea che il presunto ispettore possa denunciarli, fanno a gara per corrompere il giovane “funzionario”, che, resosi conto dell’equivoco, approfitta della situazione. Ottiene danari, favori, addirittura una promessa di matrimonio. Ma forse il gioco si è spinto troppo oltre…
Questa commedia degli equivoci che castigat ridendo mores (forse non solo ottocenteschi…) debuttò il 19 aprile del 1836 a Pietroburgo, alla presenza dello zar Nicola I.  Il realismo della vicenda lasciò interdetto o offeso il pubblico più conservatore, mentre entusiasmò coloro che nel testo colsero una volontà di denuncia:  la commedia fu implacabile specchio di piccoli e grandi misfatti di burocrati e politici,  mai rappresentati prima  con tale schiettezza. Il riso, diceva Gogol’, “è il mio unico personaggio onesto”.
Il testo gogoliano non smentisce la sua amara e tragicomica attualità: un po’ caricatura, un po’ farsa, un po’ dramma – serio – che mette in scena una vicenda di pubblica corruzione.

Note sull’autore

Nikolaj Vasilievich Gogol’,  “forse il genio più buio e misterioso della letteratura russa”,  nacque  il 1° aprile (20 marzo secondo il calendario giuliano in uso fino alla rivoluzione d’ottobre) 1809, a Velikie Sorocincy, un villaggio ucraino, da una famiglia di piccoli possidenti terrieri.  Nel 1828 si trasferì a Pietroburgo, dove lavorò come funzionario nel Dipartimento dei Beni patrimoniali e poi come docente di storia.  La pubblicazione delle Veglie in una fattoria presso Dikan’ka (1831-32) gli assicurò i primi successi; seguirono, nel 1835, le raccolte di racconti Mirgorod e Arabeschi.  Dopo il 1836, che vide andare in scena L’ispettore generale, trascorse quasi dodici anni all’estero, viaggiando instancabilmente;  in Italia soggiornò soprattutto a Roma, dove scrisse gran parte del suo capolavoro,  il “poema in prosa” Le anime morte,   il cui primo volume uscì nel 1842.  E’ dello stesso anno la composizione del celebre racconto Il cappotto.  Nel settembre del 1848, dopo un pellegrinaggio in Terra Santa, tornò in Russia. Visse per lo più a Mosca,  lavorando al secondo volume delle Anime morte, che bruciò poco prima di morire, “malato nell’anima e nel corpo”, nel 1852.

Teatro Stabile del Veneto – Teatro Stabile dell’Umbria, L’ispettore generale. CLICCA QUI.

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La battaglia di Lepanto

«Non appena in Occidente si sparse la voce della prossima uscita della flotta turca, papa Pio V decise che quella era l’occasione buona per realizzare un progetto che sognava da tempo: l’unione delle potenze cristiane per affrontare gli infedeli in mare con forze schiaccianti, e mettere fine una volta per tutte alla minaccia che gravava sulla Cristianità. Quando divenne sempre più evidente che la tempesta era destinata a scaricarsi su Cipro, il vecchio inquisitore divenuto pontefice, persecutore accanito di ebrei ed eretici, volle affrettare i tempi.»
È la primavera del 1570. Un anno e mezzo dopo, il 7 ottobre 1571, l’Europa cristiana infligge ai turchi una sconfitta catastrofica. Ma la vera vittoria cattolica non si celebra sul campo di battaglia né si misura in terre conquistate. L’importanza di Lepanto è nel suo enorme impatto emotivo quando, in un profluvio di instant books, relazioni, memorie, orazioni, poesie e incisioni, la sua fama travolge ogni angolo d’Europa.

«quel giorno, così fortunato per la cristianità perché tutte le  nazioni e il mondo intero si liberarono dall’errore […] di credere che i turchi sul mare fossero invincibili; quel giorno […] che fu annientata la orgogliosa superbia ottomana».

M. de Cervantes, Don Chisciotte,  I, cap. XLI,  Dove lo schiavo continua il racconto della sua avventura

Per approfondire: A. Barbero, Lepanto, La battaglia dei tre imperi, Laterza, 2012

Lepanto, Monumento a Cervantes

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Come fare una ricerca

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Non solo Google. Ragazzi, occhio alle fonti! L’Università di Castellanza insegna agli studenti dell’ultimo anno delle superiori come si fa la tesina. E li riporta in biblioteca

“Corriere della Sera”, 16 gennaio 2014

Troppa informazione, soprattutto su Internet, con spesso quella buona poco distinta dalla cosiddetta fuffa. Così i ragazzi dell’ultimo anno delle scuole superiori, al momento di elaborare la tesina per l’esame di maturità, non sanno come muoversi: c’è chi non sa dove cercare i documenti utili, chi fa fatica a riconoscere quelli autorevoli e chi si accontenta di un copia e incolla da Wikipedia.
IMPARARE A DISTINGUERE LE FONTI – Ma dal momento che la ricerca documentale non è materia di studio scolastico, ecco che si è mossa la Liuc, l’università Carlo Cattaneo di Castellanza (Varese), con il progetto «Non solo tesine». Dal 16 gennaio, e per il terzo anno consecutivo, Laura Ballestra, responsabile dei servizi al pubblico della biblioteca Mario Rostoni dell’università e collaboratrice del Cared (il centro di ateneo per la ricerca educativo-didattica e l’aggiornamento), terrà una serie di incontri pomeridiani per i ragazzi di tutte le scuole superiori che vogliono imparare a impostare un buon lavoro di ricerca. I laboratori, gratuiti e della durata di circa tre ore ciascuno, si svolgeranno negli istituti o presso le biblioteche comunali che hanno aderito insieme alle scuole. Nel 2013 hanno partecipato circa 800 studenti, quest’anno sono già iscritti al progetto più di mille ragazzi provenienti da scuole lombarde ma non solo. «Ormai da una decina di anni alla Liuc organizziamo corsi per insegnare agli studenti dei corsi di economia, giurisprudenza e ingegneria dell’università come si imposta e si fa una tesi di laurea», racconta Laura Ballestra. «Ma nel 2011, parlando con alcuni professori delle scuole superiori, ci siamo accorti che il problema di individuare le fonti corrette c’è, a maggior ragione, anche nei ragazzi più giovani». Non sempre però gli insegnanti sono in grado o hanno tempo per spiegare i rudimenti della ricerca documentale. «La Liuc, invece, si è data l’obiettivo di non rimanere chiusa in se stessa ma di aprirsi al mondo fuori, di essere utile anche alle scuole». Così è nato il progetto «Non solo tesine».

NON SOLO GOOGLE: ANDATE IN BIBLIOTECA! – “Il primo concetto che spiego ai ragazzi è che fare ricerca non significa digitare una parola su Google e mettere insieme in qualche modo tutto il materiale che salta fuori. Vuol dire piuttosto svolgere un lavoro che necessita di tempo», spiega Laura. Non solo. Per ottenere un buon risultato, seppur una tesina di poche pagine, servono metodo e buone fonti: «Si parte dal tema scelto, si individuano alcuni sotto-argomenti, ci si pone una domanda a cui poi si cerca di rispondere argomentando. Per poter sostenere la propria tesi bisogna documentarsi. Ma attenzione: se le fonti sono povere, sarà tale anche il risultato finale». Ecco quindi l’importanza di riuscire a individuare fonti complesse: «Durante il laboratorio spieghiamo come si consulta la biblioteca, anche servendosi dell’aiuto dei bibliotecari o del catalogo online, e come scegliere il testo più autorevole in rete, cercando di capire per esempio chi è l’autore o l’editore. Sembrano banalità ma, in un’epoca in cui tutto sembra facilmente reperibile su internet, diviene sempre più importante saper valutare i materiali». Durante il laboratorio i ragazzi potranno anche – ed è la novità di quest’anno – farsi certificare l’elaborato dalla Liuc attraverso il software antiplagio adottato dall’ateneo per controllare l’originalità delle tesi di laurea degli studenti. Infine l’università di Castellanza ha sviluppato un’app gratuita per smartphone Apple e Android, «Non solo tesine»: qui è possibile recuperare testi e risorse utili a impostare tesina e lavoro di ricerca mentre la collaborazione con la banca dati americana Jstor consentirà di accedere anche a riviste scientifiche in lingua inglese. Scuole e biblioteche interessate a partecipare al progetto della Liuc possono mandare una email a Laura Ballestra (lballestra@liuc.it).

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George Bizet, Carmen, 1875

Arena di Verona 2012: dalla Carmen, l’aria Votre toastje peux vous le rendre…, conosciuta come l’Aria del Toreador ([Atto II, scena 13).

Votre toast, je peux vous le rendre,
señors, señors, car avec les soldats,
oui, les toréros peuvent s’entendre,
pour plaisirs ils ont les combats !
Le cirque est plein, c’est jour de fête,
le cirque est plein du haut en bas.
Les spectateurs perdant la tête.
Les spectateurs s’interpellent à grand fracas !
Apostrophes, cris et tapage
poussés jusques à la fureur !
Car c’est la fête des gens du courage !
c’est la fête des gens de cœur !
Allons ! en garde ! ah !
Toréador, en garde !
Et songe bien, oui, songe en combattant,
qu’un œil noir te regarde
et que l’amour t’attend !
Toréador, l’amour t’attend !

Questa musica è malvagia, raffinata, fatalistica: malgrado ciò essa resta popolare – ha la raffinatezza di una razza, non quella di un individuo. È ricca. È precisa. Costruisce, organizza, porta a compimento […]. Si sono mai uditi sulle scene accenti tragici più dolorosi? E in che modo essi vengono raggiunti! Senza smorfie! Senza battere moneta falsa! Senza la menzogna del grande stile! – Infine questa musica considera intelligente, perfino come musicista, l’ascoltatore […]. Finalmente l’amore, l’amore ritradotto nella natura! […] L’amore come fatum, come fatalità, cinico, innocente, crudele – e appunto in ciò natura!
Friedrich Nietzsche, Il caso Wagner [Der Fall Wagner, 1888], in ID., Opere, ediz. italiana condotta sul testo critico stabilito da Giorgio Colli e Mazzino Montinari, vol. VI, tomo III, Milano, Adelphi, 1970

«Jamais Carmen ne cédera!
libre elle est née et libre elle mourra!»

Maria Callas, L’amour est un oiseau rebelle, 

Habanera [Carmen, atto I] , Musikhalle di Amburgo,

16 marzo 1962.

Symphonieorchester des NDR, diretta da Georges Prêtre

L’amour est enfant de Bohème,
il n’a jamais connu de loi;
si tu ne m’aimes pas, je t’aime;
si je t’aime, prends garde à toi!…

L’amore è zingaro,
non ha mai conosciuto legge,
se tu non m’ami, io ti amo;
e se t’amo, sta’ attento a te!

Libretto e guida all’opera  a cura del Teatro La Fenice.

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Il virtuale: così rivive l’antico

L’ordine e la luce, un viaggio virtuale nell’evoluzione degli spazi interni nella storia dell’architettura: dai Greci al Rinascimento, MANTOVA,  Palazzo Te,  fino al 16 marzo 2014: “un viaggio nelle antiche architetture per vedere, anzi per toccare con mano, cosa di quelle straordinarie testimonianze del passato è stato ereditato dalle costruzioni moderne. Per questo, la mostra parte dall’analisi dei grandi esempi greci come il Partenone ateniese e il Tempio di Apollo Epicurio a Bassae, per poi passare a quelle romane, con le ricostruzioni virtuali da “vivere” in diretta della Domus Aurea e delle Terme di Traiano, esempi straordinari dell’evoluzione delle tecniche costruttive dei romani.” LEGGI TUTTO…

Un’ambizione che potrebbe apparire fin troppo grande, come infatti apparve molti anni fa anche a Raffaello Sanzio, che nel 1514 così scriveva a Baldassarre Castiglione: “ma io mi levo col pensiero più alto. Vorrei trovar le belle forme degli edifici antichi, né so se il volo sarà d’Icaro…”.

I colori dell’Ara Pacis. Tour virtuale.

 

 

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François Rabelais, Gargantua e Pantagruel

Calligramma della Divina Bottiglia,Rabelais Le Cinquiesme Livre (posthume) : édition princeps de 1564 (BNF, Rés. Y2 2168). Bibliothèque municipale de Lyon, éd. Jean Martin, 1567)

Un potente movimento verso il basso, verso le profondità della terra e del corpo umano, pervade, dall’inizio alla fine, tutto il mondo rabelaisiano. Tutte le immagini, tutti gli episodi principali, tutte le metafore e i paragoni, sono segnati da questo movimento verso il basso. Tutto il mondo rabelaisianio nel suo insieme e in ogni dettaglio, è diretto verso l’inferno, corporeo e terrestre […]. L’orientamento verso il basso è proprio di tutte le forme di allegria festiva e popolare e del realismo grottesco. In basso, alla rovescia, all’incontrario: tale è il movimento che caratterizza tutte queste forme, che fanno precipitare tutto verso il basso, capovolgono, mettono a testa in giù, trasferiscono l’alto al posto del basso, il didietro al posto del davanti, sia sul piano dello spazio che su quello metaforico […] l’abbassamento, infine, è il principio artistico fondamentale anche del realismo grottesco: tutte le cose sacre e alte sono reinterpretate sul piano del “basso” materiale e corporeo, o messe in correlazione e mescolate alle immagini di questo “basso”.
M. Bachtin,  L’opera di Rabelais e la cultura popolare, Einaudi, Torino, 1979

“Scrivendo, meglio trattar del riso che delle lacrime, giacché solo dell’uomo è proprio il ridere”.

Ecco una lettera che Rabelais spedì al suo famoso collega Giovanni Mainardi, nella quale confessa di essere stato indotto a scrivere i suoi libri per assecondare l’opera salutare della pratica medica:

“…io ho l’abitudine di rispondere che nel comporre questi miei libri delle mitologie pantagrueliche, non ho mai preteso gloria né lode alcuna, ma ho avuto soltanto l’intenzione di dare con questi scritti un po’ di conforto, per quanto io potevo, a quei sofferenti e malati lontani ai quali ben volentieri quando è necessario e possibile io do in persona l’aiuto della mia arte e del mio servizio la pratica medica è giustamente paragonata a un combattimento e a una commedia a tre personaggi, il malato, il medico e la malattia. Così, se io appaio un medico travestito e mutato nella faccia e negli abiti, non lo faccio per vantarmi e per fare pompa, ma soltanto per il piacere del malato che io visito, al quale solo io voglio piacere evitando di offenderlo in qualsiasi modo…
I medici studiano e si affannano, e si dice che il loro volto, malcontento, severo e noioso, rattristi il malato, mentre la faccia giuliva, serena, graziosa, aperta e piacevole lo rallegra: questi sentimenti derivano dall’apprensione del malato che contempla quelle qualità del medico e da quelle deduce il catastrofico andamento della sua malattia, e lo stesso vale al contrario per l’effetto gioioso e sereno dell’espressione allegra del medico: avviene una specie di trasfusione dello spirito sereno o tenebroso, gaio o melanconico dalla persona del medico alla persona del malato”.

Dal sito RAILibro.

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Archiviato in Letteratura del Cinquecento, Quarta F

C. E. Gadda e il pastiche linguistico

La lettura di A. Baricco e  G. Vacis, ToTeM, 1998

C. E. Gadda, La cognizione del dolore, 1938-1941

Fumavano. Subito dopo la mela. Apprestandosi a scaricare il fascino che da lunga pezza oramai, cioè fin dall’epoca dell’ossobuco, si era andato a mano a mano accumulando nella di loro persona – (come l’elettrico nelle macchine a strofinio) – ecco, ecco, tutti eran certi che un loro impreveduto decreto avrebbe lasciato scoccare sicuramente la importantissima scintilla, folgore e sparo di Signoria su adeguato spinterogeno ambientale, di forchette in travaso. Cascate di posate tintinnanti! Di cucchiaini!
Ed erano appunto in procinto di addivenire a quell’atto imprevisto, e però curiosissimo, ch’era così instantemente evocato dalla tensione delle circostanze. Estraevano, con distratta noncuranza, di tasca, il portasigarette d’argento: poi, dal portasigarette, una sigaretta, piuttosto piena e massiccia, col bocchino di carta d’oro; quella te la picchiettavano leggermente sul portasigarette, richiuso nel frattempo dall’altra mano, con un tatràc; la mettevano ai labbri; e allora, come infastiditi, mentre che una sottil ruga orizzontale si delineava sulla lor fronte, onnubilata di cure altissime, riponevano il trascurabile portasigarette. Passati alla cerimonia dei fiammiferi, ne rinvenivano finalmente, dopo aver cercato in due o tre tasche, una bustina a matrice: ma, apertala, si constatava che n’erano già stati tutti spiccati, per il che, con dispitto, la bustina veniva immantinenti estromessa dai confini dell’Io. E derelitta, ecco giaceva nel piatto, con bucce. Altra, infine, soccorreva, stanata ultimamente dal 123° taschino. Dissigillavano il francobollo-sigillo, ubiqua immagine del Fisco Uno e Trino, fino a denudare in quella pettinetta miracolosa la Urmutter di tutti gli spiritelli con capocchia. Ne spiccavano una unità, strofinavano, accendevano; spianando a serenità nuova la fronte, già così sopraccaricata di pensiero; (ma pensiero fessissimo, riguardante, per lo più, articoli di bigiutteria in celluloide). Riponevano la non più necessaria cartina in una qualche altra tasca: quale? oh! se ne scordano all’atto stesso; per aver motivo di rinnovare (in occasione d’una contigua sigaretta) la importantissima e fruttuosa ricerca.
Dopo di che, oggetto di stupefatta ammirazione da parte degli “altri tavoli”, aspiravano la prima boccata di quel fumo d’eccezione, di Xanthia,  o di Turmac; in una voluttà da sibariti in trentaduesimo, che avrebbe fatto pena a un turco stitico.
E così rimanevano: il gomito appoggiato sul tavolino, la sigaretta fra medio e indice, emanando voluttuosi ghirigori; mescolati di miasmi, questo si sa, dei bronchi e dei polmoni felici, mentre che lo stomaco era tutto messo in giulebbe, e andava dietro come un disperato ameboide a mantrugiare e a peptonizzare l’ossobuco. La peristalsi veniva via con un andazzo trionfale, da parer canto e trionfo, e presagio lontano di tamburo, la marcia trionfale dell’Aida o il toreador della Carmen.
Così rimanevano. A guardare. Chi? Che cosa? Le donne? Ma neanche. Forse rimirare se stessi nello specchio delle pupille altrui. In piena valorizzazione dei loro polsini, e dei loro gemelli da polso. E della loro faccia di manichini ossibuchivori.

Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, 1946. Cap 1:

Tutti ormai lo chiamavano don Ciccio. Era il dottor Francesco Ingravallo comandato alla mobile: uno dei più giovani e, non si sa perché, invidiati funzionari della sezione investigativa: ubiquo ai casi, onnipresente su gli affari tenebrosi. Di statura media, piuttosto rotondo della persona, o forse un po’ tozzo, di capelli neri e folti e cresputi che gli venivan fuori dalla metà della fronte quasi a riparargli i due bernoccoli metafisici dal bel sole d’Italia, aveva un’aria un po’ assonnata, un’andatura greve e dinoccolata, un fare un po’ tonto come di persona che combatte con una laboriosa digestione: vestito come il magro onorario statale gli permetteva di vestirsi, e con una o due macchioline d’olio sul bavero, quasi impercettibili però, quasi un ricordo della collina molisana. Una certa praticaccia del mondo, del nostro mondo detto «latino», benché giovine (trentacinquenne), doveva di certo avercela: una certa conoscenza degli uomini: e anche delle donne. La sua padrona di casa lo venerava, a non dire adorava: in ragione di e nonostante quell’arruffio strano d’ogni trillo e d’ogni busta gialla imprevista, e di chiamate notturne e d’ore senza pace, che formavano il tormentato contesto del di lui tempo. «Non ha orario, non ha orario! Ieri mi è tornato che faceva giorno!» Era, per lei, lo «statale distintissimo» lungamente sognato, preceduto da cinque A sulla inserzione del Messaggero, evocato, pompato fuori dall’assortimento infinito degli statali con quell’esca della «bella assolata affittasi» e non ostante la perentoria intimazione in chiusura: «Escluse donne»: che nel gergo delle inserzioni del Messaggero offre, com’è noto, una duplice possibilità d’interpretazione. E poi era riuscito a far chiudere un occhio alla questura su quella ridicola storia dell’ammenda… sì, della multa per la mancata richiesta della licenza di locazione… che se la dividevano a metà, la multa, tra governatorato e questura. «Una signora come me! Vedova del commendatore Antonini! Che si può dire che tutta Roma lo conosceva: e quanti lo conoscevano, lo portavano tutti in parma de mano, non dico perché fosse mio marito, bon’anima! E mo me prendono per un’affittacamere! Io affittacamere? Madonna santa, piuttosto me butto a fiume.» […]

PER APPROFONDIRE: CLICCA QUI.

Letture da Quer pasticciaccio: l’incipit. CLICCA QUI.

VIDEOLEZIONI di Andrea Cortellessa: Gadda, vita opere e poetica. Quer pasticciaccio…

VideoRAI: Carlo Emilio Gadda: ingegnere e prigioniero. CLICCA QUI.

VIDEOLEZIONI Loescher Bologna-Rocchi: Quer pasticciaccio brutto: CLICCA QUI.

Guido Davico Bonino presenta C. E. GADDA, La cognizione del dolore.

Altre (e più recenti) contaminazioni: A. Camilleri, Il birraio di Preston, 1995. Cap I:

Era una notte che faceva spavento, veramente scantusa. Il non ancora decino Gerd Hoffer, ad una truniata più scatasciante delle altre, che fece trimoliare i vetri delle finestre, si arrisbigliò con un salto, accorgendosi, nello stesso momento, che irresistibilmente gli scappava. Era storia vecchia, questa della scappatina di pipì: i medici avevano diagnosticato che il picciliddro era lento d’incascio, cioè di reni, fin dalla nascita e che quindi era naturale che si liberasse a letto. Ma il padre, l’ingegnere minerario Fridolin Hoffer, da quell’orecchio mai aveva voluto sentirci, non si dava pace d’avere messo al mondo un figlio tedesco di scarto, e quindi sosteneva che non si trattava di cure ma di kantiana educazione della volontà, per cui ogni mattina che Dio mandava in terra si metteva a ispezionare, sollevando coperta o lenzuolo a secondo di stascione, il letto del figlio e, infilata la mano inquisitoria, al subito immancabile vagnaticcio reagiva con una potente timbulata al bambino la cui guancia colpita a vista d’occhio pigliava a gonfiarsi come un muffoletto di pane ad opera di lievito di birra. Per evitare la matutina punizione paterna magari questa volta, Gerd si susì allo scuro illuminato dai lampi e principiò un’incerta camminata verso il retrè mentre il cuore gli ballava per lo scanto dei pericoli e
degli agguati che quel notturno viaggio comportava: una volta una lucertola gli era acchianata su per le gambe e un’altra volta uno scrafaglio si era lasciato schiacciare dal suo piede nudo con un rumore acquoso che ancora al pensiero gli si rivotava lo stomaco.

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Archiviato in Letteratura del Novecento, Lingua italiana

Signore e Signori, il libro!

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10/01/2014 · 15:08