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Basta con la scuola che insegna a tutti le stesse cose

Alessandro Giammei, “Pagina 99”, 19 maggio 2017
Negli istituti irlandesi si alternano Amleto, Macbeth e Re Lear, Emma e Cime tempestose. In quelli tedeschi Il diario di Anna Frank e Profumo di Suskind. Negli Stati Uniti Il buio oltre la siepe, ma non solo. Quasi ovunque si leggono romanzi recenti. Perché l’eccezione italiana?

I promessi sposi  è il romanzo preferito del papa.  Lo ha dichiarato quasi subito ai  giornalisti italiani, e qualcuno  ha pensato si trattasse di una  forma di seduzione facilona, di quelle che fanno urlare il nome  della squadra locale all’inizio di  ogni tappa nelle campagne  elettorali dei telefilm americani.  L’italianità, invece, c’entra  poco, come d’altronde la cristianissima  provvidenza che  domina nelle fitte annotazioni  delle edizioni scolastiche: al papa  piace proprio la storia. Con  disarmante opportunità la consiglia  agli innamorati, alle giovani  coppie, a quelli che, come  si dice, si mettono insieme. Ai  promessi sposi insomma, che  così difficilmente oggi riescono  a trovare il coraggio (e i soldi)  per sposarsi sul serio. Se Borges  e Singleton ci hanno spiegato,  dalle Americhe, che Dante è  l’autore di una storia d’amore on the road, Bergoglio ci ricorda  che Manzoni ha scritto, sostanzialmente,  di fidanzati. Del resto,  pur figlio di migranti piemontesi,  le superiori le ha fatte  in Argentina (perito chimico,  dice Wikipedia), fuori dalle  utopie uniformanti dei nostrani  programmi liceali, cronologici  in tutto tranne che nelle letture  ineludibili.
• Manzoni fuori dalla Storia 
Da noi, nelle aule in cui i ragazzini li leggono a turno ad alta voce, Manzoni e Dante si somministrano infatti fuori dalla Storia e con poco interesse per le storie, come se certi libri fossero lunghissime parole magiche da pronunciare assolutamente in coro prima di raggiungere la maturità. Si leggono in codice, un po’ estranei al proprio stesso testo, come il menzognero giuramento d’Ippocrate alle lauree di Medicina e il latino da sciorinare anche allo scientifico, che “non serve” eppure trasforma: la chiave è la stessa per tutti, l’interpretazione si riceve e si tramanda, come una comunione. Di tutto ciò, più o meno, la scuola dell’obbligo ha convinto i miei nonni, i miei genitori e me, ma non il papa. E tuttavia l’incerta lettura collettiva, incespicando sull’accento di “Carneade” e “stradicciola”, continua tutt’ora anche in posti come il liceo Marconi a New York, il Galilei a Istanbul e l’Amaldi a Barcellona.
• La lista di Ted 
È forse a causa di questa ecumenica e un po’ svogliata esperienza identitaria, anti-classista e intergenerazionale come i rituali della scuola di Harry Potter, che tutti gli italiani con cui ne ho parlato hanno immediatamente creduto alla conturbante ma sostanzialmente sbagliata lista di libri obbligatori nazionali che Daryl Chen e Laura McClure hanno messo insieme qualche mese fa: un post su ideas.ted.com in cui si tenta di elencare i classici più assegnati nelle scuole di ventotto Paesi. Si parte dal Corano in Afghanistan e si chiude con Il racconto di Kieu, un poema epico vietnamita dell’Ottocento in cui, tra le altre cose, la Kieu del titolo non riesce a sposarsi col suo promesso (e la provvidenza non la aiuta granché). In mezzo ci siamo noi, con quel rassicurante ramo del lago di Como al suo posto sotto la ‘I’ di Italy. Da pessimi fidanzati con buon orecchio per gli endecasillabi nascosti nell’Addio ai monti, siamo forse naturalmente portati ad abbracciare l’idea che altrove si consumino analoghe devozioni totemiche per accedere alla slabbrata ma forse ancora fiera schiatta dei cittadini istruiti (o almeno diplomati). E dunque, appurato che altri familiari capolavori nativi campeggiano in effetti alla voce più logica nell’elenco sul sito (Il buio oltre la siepe sotto Stati Uniti per dire, o Guerra e pace in Russia, o Cent’anni di solitudine in Colombia) potremmo rischiosamente metterci a discutere i casi meno automatici. La Germania, ad esempio, che compare con il Diario di Anna Frank, o l’Irlanda, a cui è attribuita l’entusiasmante biografia di un giovanissimo esploratore antartico firmata dal giornalista britannico Micheal Smith nel 2010: Ice Man. Per noialtri, così intimamente legati alla lingua che ha preceduto e al mito di quell’unificazione stessa, trovare un libro scritto in olandese giusto settant’anni fa sui banchi dei ragazzi tedeschi è certo una sorpresa: nemmeno leggere Primo Levi al ginnasio, un’ora alla settimana, reggerebbe il confronto – e Primo Levi si legge appena, a brani, a ridosso della fine dell’ultimo anno scolastico. Assurdo poi pensare ai millennials irlandesi alla prese, da neanche sette anni, con un avventuroso romanzo di stile rasoterra solo perché il protagonista (non l’ambientazione, non la lingua, non l’autore) è, come loro, irlandese. Cosa si leggeva prima? Joyce? E davvero Micheal Smith ha sostituito Joyce come Anna Frank sembra sostituire Goethe? Siamo forse destinati a liberarci di Manzoni, prima o poi? Da secchione quale sono (a me pure piace un sacco I promessi sposi, ma non tanto per la storia di fidanzati) sono andato a guardarmi i dati raccolti da Matthias Schmidt sulle letture scolastiche tedesche del secondo Novecento, scoprendo che il buon Goethe – nominato solo per l’Austria nella lista di Chen e McLure – resiste in realtà al primo e al terzo posto della classifica. È vero però che Anna Frank tallona il Faust al secondo posto, e che ha superato il Werther staccando ampiamente Schiller, Brecht, e la saga dei Nibelunghi. Il politologo tedesco Stefan Eich (classe 1983) mi ha spiegato che la generazione del ’68 in Germania ha rivoluzionato il curriculum liceale, allontanandosi dal Romanticismo e dal culto della lingua nazionale: nel suo Gymnasium si leggevano integralmente, accanto ai classici ottocenteschi, non solo il Diario di Anna Frank, ma anche L’onda di Strasser (1981), Profumo di Suskind (1985) e vari capolavori in traduzione. L’antinazismo laggiù è una cosa seria, diffusa con criterio, e sarebbe impensabile insegnare Dante, per esempio, senza informare gli studenti sugli abusi che il fascismo ha inflitto al suo pensiero e alla sua stessa immagine.
• Irlanda a rotazione 
Per quanto riguarda l’Irlanda, invece, la lista è proprio fuori strada, e la verità si avvicina semmai alla nostra idea di liceo, ma con meno monoteismo. Barry McCrea, che di mestiere dirige l’istituto di Irish Studies all’università di Notre Dame, mi ha illustrato l’intrigante intreccio generazionale che il ministero irlandese va stringendo da quasi un secolo, spiegandomi che Michael Smith è forse assegnato per le vacanze ma certo non attraversato in classe né in programma per l’esame finale. Come da noi l’anno di nascita corrisponde per molti a un preciso autore da tradurre alla maturità o a un’unica funzione da disegnare tra gli assi cartesiani, in Irlanda si alternano cicli shakesperiani uniformi in tutta la nazione: un anno Amleto, un anno Macbeth, un anno Re Lear, e una simile rotazione avviene anche per romanzi fondamentali come Emma e Cime tempestose. Ma il vero libro nazionale è stato a lungo l’autobiografia in lingua irlandese della mitica Peig Sayers (altro che Ice Man) e la letteratura in Irlanda è un pilastro fondamentale dell’istruzione a tutti i gradi. Quando ho chiesto ai miei studenti americani chi fosse il loro Manzoni ho ricevuto almeno dieci risposte diverse, e nessuno ha menzionato Harper Lee (che pure è davvero studiatissima, statisticamente, nei licei degli Stati Uniti). Ripetendo l’esperimento con colleghi diplomatisi in Egitto, in Canada, in Argentina, in India, le alternative ai ventotto titoli univoci della lista del Ted si sono moltiplicate, e in realtà su Reddit (dove il post è stato in prima pagina qualche mese fa) lettori finlandesi, cinesi e australiani avevano già smentito la supremazia di Aleksis Kivi, della regola confuciana e di Il domani che verrà di Marsden.
• Italia: un primato Ocse 
Insomma, il nostro egemonico Manzoni è un caso raro e speciale, per nulla scontato, e gioca probabilmente la sua parte nel primato che l’Ocse ci ha recentemente accordato: abbiamo la scuola più inclusiva del mondo, forse anche perché ci ostiniamo a insegnare a tutti, più o meno, le stesse cose allo stesso modo. Per migliorare un po’ magari varrebbe la pena dare retta al papa, e pensare più spesso, da ragazzini, alla prossimità dei giovanotti lombardi che l’istruzione ci infligge come misteri da accettare senz’altro. Forse Manzoni, ora che Micheal Moore lo sta ritraducendo in inglese per lettori non-studenti, ci tornerà indietro alienato e presente, meno cerimonioso, come l’amichevole Dante della recente edizione Loescher di Bob Hollander, restituita alle scuole italiane da Simone Marchesi. Al papa, forse, farà piacere.

*Alessandro Giammei è ricercatore in Italianistica all’università di Princeton (Usa)

AFGHANISTAN
• Corano (650)
Per i musulmani il Corano è il testo sacro e, così come viene letto oggi, rappresenta il messaggio rivelato quattordici secoli fa da Dio. In alcuni Paesi la sua lettura è anche un modo per apprendere l’arabo.

AUSTRIA
Faust (1787)
Johann Wolfgang Goethe non ha bisogno di presentazioni. E forse neanche la storia di Faust, alchimista sapientissimo pronto a vendere l’anima al diavolo per poter accedere ai segreti più arcani del mondo.

RUSSIA
Guerra e pace (1865-1869) Maestro dell’epica moderna, Lev Tolstoj narra la storia di due famiglie, i Bolkonskij e i Rostov, durante la campagna napoleonica in Russia (1812), costruendo un vivido affresco della nobiltà russa.

FINLANDIA
I sette fratelli (1870) La testardaggine della Finlandia rurale, raccontata in tono moralistico da Aleksis Kivi, il primo autore finlandese a scrivere nella sua lingua. Alcuni considerano i sette fratelli del titolo rozze caricature degli ideali nazionalistici del tempo.

FILIPPINE
Noli me tangere (1887) Jose Rizal, eroe della rivoluzione filippina, racconta la vita all’epoca della dominazione spagnola. E lo fa attraverso il personaggio di un giovane tornato nella sua terra natale dopo sette anni di studi in Europa.

BULGARIA
Sotto il gioco (1894) Ivan Vazov è considerato il padre della letteratura bulgara. Questo suo romanzo descrive l’insurrezione dell’aprile del 1976 contro i turchi-ottomani nella prospettiva degli abitanti di un piccolo villaggio.

INDIA
La mia vita per la libertà (1925-1929) L’autobiografia del profeta della non-violenza. Le pagine che il Mahatma Gandhi scriveva settimanalmente sul suo giornale, raccontando la sua visione del mondo e l’impegno politico e spirituale.

EGITTO
Il libro dei giorni (1935) Autobiografia scritta in terza persona dell’intellettuale Taha Hussein (1889-1973). Cieco dall’età di tre anni, fu così caparbio da iscriversi all’università e arrivò a ricoprire la carica di ministro dell’istruzione.

BOSNIA, SERBIA
•Il ponte sulla Drina (1945) Ivo Andric, premio Nobel per la letteratura nel 1961, evoca le vicende dei Balcani – dall’inizio del XVI secolo fino alla prima guerra mondiale – attraverso la storia del ponte sul confine tra la Bosnia e la Serbia.

GERMANIA
Il diario di Anna Frank (1947) Il celebre “diario” che tenne un’adolescente ebrea che si nascondeva con la sua famiglia in una soffitta di Amsterdam durante l’occupazione nazista. L’originale è in olandese.

BRASILE
Morte e vita Severina (1955) Poeta e diplomatico brasiliano, João Cabral de Melo Neto in questo poema in versi descrive il difficile viaggio di un uomo che lascia le povere e aride regioni del Brasile nordorientale in cerca di una vita migliore.

GHANA, NIGERIA
Il crollo (1958) Nella Nigeria orientale, agli inizi del Novecento, un leader igbo campione di lotta riscatta il rispetto sociale che la sua famiglia non gli ha garantito. Soccomberà però ai missionari inglesi.

STATI UNITI
Il buio oltre la siepe (1960) Nel romanzo di Harper Lee l’onesto avvocato Atticus Finch è incaricato della difesa d’ufficio di un “negro”, accusato di violenza carnale in una cittadina del profondo Sud degli Stati Uniti.

COLOMBIA
Cent ‘anni di solitudine (1967) Il Nobel per la letteratura Gabriel Garcia Marquez utilizza il suo inconfondibile realismo magico per raccontare il Novecento a Macondo, un paesino inventato dove si intrecciano le vicende di cinque generazioni.

ALBANIA
La città di pietra (1971) Lo sguardo di un bambino per raccontare Agirocastro, la città natale dell’autore Ismail Kadare, durante la seconda guerra mondiale e, soprattutto, l’insofferenza del popolo albanese rispetto ogni forma di istituzione politica indotta.

CANADA
Guerre (1977) Basato sulle lettere dal fronte dello zio dell’autore Timothy Irving Frederick Findley, il romanzo narra la storia di un giovane ufficiale canadese spedito a combattere la Grande Guerra.

AUSTRALIA
Il domani che verrà (1993) John Marsden scrive di un gruppo di adolescenti che cerca di sfuggire alla noia della provincia facendo una gita. Al ritorno scopriranno che l’Australia è occupata da forze militari sconosciute e i civili imprigionati.

IRLANDA
L’eroe della frontiera di ghiaccio ( 2003) La storia di un ragazzo irlandese nato in un villaggio di contadini, che arruolato in Marina trascorre quasi nove anni in Antartide, prendendo parte alle spedizioni condotte dai due più celebri esploratori dell’epoca.

INDONESIA
La scuola ai confini del mondo (2005) Una scuola di dieci allievi e una maestra quindicenne ai confini dell’arcipelago indonesiano che lotta per rimanere aperta. La storia è tratta dai ricordi dell’infanzia dello scrittore, Andrea Hirata.

PAKISTAN
Il fondamentalista riluttante (2007) Un giovane pachistano ammesso a Princeton diventa un brillante analista finanziario, sempre in viaggio ai quattro angoli del mondo. Finché arriva l’undici settembre a scuotere le sue certezze. E a trasformarlo.

Liberiamo gli studenti dai Promessi sposi 147 anni di Manzoni obbligatorio.
È arrivato il momento di cambiare la noia di leggere Manzoni a quindici anni
I Promessi sposi sono testo obbligatorio dal 1870.
Ora docenti come Giunta e Gardini, e scrittori come Camilleri, Terranova e Trevi chiedono di cambiare.
Per salvare le prossime generazioni di lettori

Marco Filoni, “Pagina 99”, 22 maggio 2017

Facciamo un esperimento. Provate a immaginare una sensazione, un’immagine che vi torna alla mente dei Promessi sposi. D’accordo, a tutti più o meno risuona il famoso incipit Quel ramo del Lago di Como… Ma provate a far emergere dai vostri ricordi qualcosa che più che a mezzogiorno “volge” alle vostre emozioni. Siate sinceri: pensate a un misto di noia e fastidio? Bene, la cosa non deve preoccuparvi. Fatti salvi gli studiosi, rientrate nella quasi totalità della popolazione italiana che, a scuola, ha letto le pagine dei Promessi sposi. Lo chiamano “effetto-Manzoni” e, secondo molti, sarebbe alla base di una successiva ripulsa verso la letteratura di molti giovani. C’è però una considerazione che forse è arrivato il momento di fare. Ovvero: quanto questo romanzo ottocentesco (la prima versione è del 1827, la sua edizione definitiva uscì fra il 1840 e il 1842) è davvero costitutivo del carattere nazionale dell’Italia? La domanda non suoni peregrina. Se la sono posta allo scoccar d’ogni decennio funzionari ministeriali, scrittori e insegnanti dal 1870 in poi – alternando elogi delle pagine manzoniane a severi giudizi sulla loro utilità, proponendo alternative (le Confessioni di un ottuagenario di Ippolito Nievo nel 1922, fra gli altri) e netti rifiuti (come Giosuè Carducci «perché dalla lingua dei Promessi sposi a certa broda di fagioli non c’è traghetto e dall’ammagliamento logico dello stile e discorso manzoniani alle sfilacciature di calza sfatta di cotesti piccoli bracaloni c’è di mezzo un abisso di ridicolo»). In queste pagine pubblichiamo una lista dei libri che sono le letture obbligatorie in differenti Paesi del mondo (compilata da Daryl Chen e Laura McClure per il sito dei Ted Talks, anche se come spiega Giammei nell’articolo nelle prossime pagine è un elenco in parte carente). Perché sapere cosa un Paese fa leggere ai suoi giovani ci dice qualcosa di quel Paese. Prendiamo la Germania, dove si legge Il diario di Anna Frank (scritto in olandese, non in tedesco). Per non dire dei molti Paesi che fanno leggere romanzi scritti negli ultimi decenni: per esempio il Pakistan che propone Il fondamentalista riluttante di Mohsin Hamid (2007).

• Cos’è oggi un classico? Verrebbe da chiedersi, con Italo Calvino, cos’è oggi un classico…E nel rispondere a questa domanda ci vorrebbe forse un po’ di coraggio per superare un certo familismo culturale che investe la nostra società: i nostri padri vogliono che studiamo le stesse cose che hanno studiato loro, così come noi vogliamo che i nostri figli studino quello su cui siamo incappati noi stessi. Una sorta di immobilismo che ritroviamo esplicitato nelle così dette riforme della scuola italiana, alla cui crisi si accompagna una mancanza di coraggio (ricordate don Abbondio?) forse insita nel nostro patrimonio culturale. Quindi è lecito chiedersi se I promessi sposi dica ancora qualcosa di significativo agli studenti o se sia arrivato il momento di pensionarlo. «Per me va sostituito», dice a pagina99 Claudio Giunta, docente di Letteratura italiana all’università di Trento: «Nessun dubbio sul valore dell’opera, che raccoglie al meglio le varie tipologie dei caratteri nazionali, ma al secondo anno gli studenti non sono ancora preparati a questa lettura, che andrebbe fatta alla fine del liceo. Dovremmo far leggere loro opere che li seducano, facili nella lingua, in grado di divertirli e insegnare loro ad amare la lettura. Direi Brancati, Calvino, Sciascia. O Lessico famigliare di Natalia Ginzburg, La vita agra di Bianciardi, La coscienza di Zeno di Svevo: tutte opere che parlano anche al lettore debole. Questo non significa che Manzoni, come Dante, debba esser buttato al macero: va letto antologicamente, con brani scelti».
• Ferroni si oppone
Giulio Ferroni, grande storico della letteratura e critico, è uno dei pochi (tra quelli che abbiamo consultato) a difendere Manzoni: «Certo, parliamo di un’opera difficile, anche per la complessità del linguaggio (formidabile). Ma se vogliamo riconoscere l’identità italiana in tutte le sue contraddizioni è nelle pagine di Manzoni che dobbiamo guardare. La scuola deve educare, non può limitarsi ad assecondare ciò che i ragazzi vorrebbero consumare». Lo scrittore Andrea Camilleri ha una personale storia con Manzoni: nel 2000 un liceo di Ispica, in provincia di Ragusa, scelse di sostituire i Promessi sposi con il suo Il birraio di Preston. In quell’occasione Camilleri scrisse una lettera aperta al “collega” Don Lisander (così i milanesi chiamavano Manzoni), nella quale lo scrittore siciliano si scusava, ribadiva la grandezza dell’opera aggiungendo però che lui se ne era accorto tardi, e non a scuola: «Se devo essere sincero, a me, dopo che al liceo m’ebbero fatto studiare alcuni capitoli del tuo romanzetto (il diminutivo è del tuo amico Giusti), passò del tutto la voglia di leggerti oltre (non passò, grazie a Dio, la voglia di incontrare altri autori)». Oggi Camilleri ricorda quella storia: «La colpa è degli insegnanti, che non sanno agguantare il valore di quelle pagine. Ti vanno a beccare chissà perché solo il concetto di severità del Manzoni: del resto noi in Italia amiamo la letteratura tanto penitenziale quanto penitenziaria. Una noia mortale». Sul fatto che sia un’opera splendida ed esemplare Camilleri non ha dubbi. Ma che fare per farlo amare dai giovani? «Si potrebbe fare una selezione antologica e accanto mettere la lettura di un contemporaneo. Penso al Barone rampante di Italo Calvino: con lui seduci gli studenti. E questo accostamento svelerebbe il lavoro svolto dalle parole di periferia che arrivano al centro della lingua». All’affiancamento pensano anche altri studiosi: per esempio Nadia Terranova, che oltre agli amati Promessi sposi farebbe leggere un’opera molto recente, Via Gemito di Domenico Starnone: «La renderei lettura obbligatoria, perché è capostipite di una letteratura, prodotta dal 2000, che trasforma l’esperienza familiare in romanzo. Starnone racconta l’Italia di oggi, il Meridione, la generazione di donne e uomini che oggi hanno 60, 70 anni». Anche Nicola Gardini, docente di Letteratura italiana a Oxford, ritiene che Manzoni tocchi tutte la forme dell’esperienza e della referenzialità. «Ai Promessi sposi affiancherei una lettura obbligatoria più moderna: per esempio La tregua di Primo Levi».
• Stendhal, Puskin, Melville
Scrittore e critico letterario, Emanuele Trevi ha pubblicato antologie scolastiche e curato molte edizioni di classici della letteratura italiana. Dice: «Credo che l’impianto umanistico della scuola debba esser ripensato e, con esso, anche Manzoni. La sua lingua è molto distante da noi, e poi il peso dell’educazione linguistica deve esser sottratta alla letteratura: quest’ultima non è un asino su cui caricare educazione civica, educazione linguistica e quant’altro».Ecco perché Trevi guarda anche oltre i confini nazionali, rompendo un tabù: «Io farei leggere La certosa di Parma di Stendhal, oppure Eugenio Onegin di Puskin, o anche antologie con testi di Melville e altri». Insomma, forse un ripensamento s’ha da fare. Ma come spesso accade nel nostro Paese solo provare a proporre un cambiamento scatena gli strali di un invincibile immobilismo, che anche Camilleri individua: «È il tema dello “Stato-padre”che non vuole che i figli si distacchino dalla tradizione». Una società che pensa all’educazione delle nuove generazioni deve avere il coraggio di riformare le proprie letture. Coraggio di ripensare all’educazione rendendola attenta alla realtà sociale ed economica, capace di educare e non solo di istruire. E se per farlo occorrerà sostituire o affiancare ai Promessi sposi anche un classico del Novecento, che sia Calvino o Sciascia, Ginzburg o Primo Levi, poco importa. Altrimenti rischiamo di far avverare la profezia del poeta Umberto Saba: «Può essere – e perché no? – che i Promessi sposi vivano più a lungo di tutti gli altri romanzi ottocenteschi. Ma di quale vita? Artisticamente disinfettati al massimo, e preservati, fino agli ultimi limiti dell’ingegno umano, dai vermi della corruzione; questo sì, sono. Ma la cosa che è conservata! Nell’ipotesi più benigna un attacco di agorafobia».

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Hidden Ambition, Street Art in Mostar

… Ambition, pale of cheek,
And ever watchful with fatigued eye.

John Keats, Ode all’Indolenza, III, vv. 6-7

PAOLA EMILIA CICERONE, Malati di ambizione. Che cosa spinge l’uomo al successo? La genetica ora Io ha scoperto. E detta le regole per conquistare il mondo

“L’Espresso”, 16 ottobre 2006

La mia unica ambizione, sosteneva lo scrittore Charles Bukowsky, è quella di non essere nessuno. Un punto di vista interessante, ma poco condiviso da una società che premia, almeno temporaneamente, il successo e la capacità di arrivare in vetta, costi quel che costi. E la pressione è tale che non poteva che nascere una scienza, dell’ambizione. Per definire quella che per l’umorista americano Jerome K. Jerome era semplicemente “vanità passata di grado”. E individuarne l’origine. Giacché, e su questo gli antropologi concordano, l’ambizione è un tratto evolutivo della nostra specie e, come afferma Edward Lowe della Soka University of America, “in qualunque modo una cultura definisca e valuti lo stato sociale, in ogni comunità ci sono persone che lo perseguono aggressivamente e altre no”.

Cosa ci fa appartenere all’uno o all’altro gruppo umano? Ambiziosi si nasce o si diventa? Esiste un gene dell’ambizione, nasciamo programmati per sfidare il mondo o si tratta di un piacere che scopriamo strada facendo? Uno studio americano realizzato alla Washington University di Saint Louis nel Missouri mostra che gli studenti più dotati di persistenza, ossia della capacità, strettamente connessa all’ambizione, di impegnarsi fino al raggiungimento di un obiettivo, hanno un’attivazione particolarmente spiccata di una specifica zona del cervello, detta area limbica, strettamente collegata all’elaborazione delle emozioni. I ricercatori hanno arruolato un gruppo di studenti e gli hanno sottoposto un questionario appositamente designato non ad attivare l’intelligenza, la cultura o altre attitudini, ma proprio il livello di determinazione dei soggetti. Poi hanno fotografato i cervelli degli studenti in azione e hanno visto, appunto, che ad attivarsi era una specifica area cerebrale. È impossibile dire se a guidare i comportamenti ambiziosi e ad accendere l’area cerebrale siano le differenze del cervello presenti sin dalla nascita o quelle poi generate dal complesso interagire di geni e ambiente. “Dagli studi sui gemelli realizzati negli Stati Uniti, ma anche in Australia, sappiamo che l’ambizione è ereditaria al 50 per cento circa”, afferma uno dei responsabili dello studio, lo psichiatra Robert Cloninger, autore di ‘Sentirsi Bene. La scienza del benessere’ (CIC Edizioni Internazionali 2006): “Insomma, che metà dell’ambizione di una persona deriva dal suo patrimonio genetico, e il rimanente dalle sue esperienze di vita”.

La persistenza però non è tutto: “L’ambizione può essere scissa in almeno tre elementi”, sostiene Dean Simonton, psicologo dell’Università della California, Davis: “Oltre alla capacità di tener testa agli ostacoli e resistere alla delusione, c’è la volontà di raggiungere uno status socio-economico migliore dell’attuale, e un elevato livello di energia finalizzata al raggiungimento di tale obiettivo”. A questo si aggiunge un certo grado di fiducia in se stessi, che tuttavia non è assolutamente indispensabile, così come non lo è l’intelligenza: “A meno che l’obiettivo non sia quello di vincere un premio Nobel”, scherza Simonton: “L’intelligenza può aiutare a realizzare determinate ambizioni, ma non è una componente essenziale dell’ambizione. A volte è solo questione di trovare lo stimolo giusto”. Così può accadere che due individui evidentemente determinati e ambiziosi come Steve Jobs e Steve Wozniak, i fondatori della Apple, abbiano preso strade così diverse pur partendo dallo stesso punto. Oggi, chi più si ricorda del genio Wozniak che a 34 anni si è ritrovato multimiliardario e ha mollato tutto? Mentre il collega Jobs non manca di stupire di anno in anno con continue e ambiziosissime iniziative (dalla riforma della Disney all’ i-Pod fino alla Pixar). È palese che nel cervello dei due ci sono cose diverse. Solo genetica?

Risponde Gian Vittorio Caprara, ordinario di Psicologia della Personalità dell’Università di Roma La Sapienza: “Ad avere origini genetiche è l’energia, la spinta al successo, insomma il materiale grezzo che ci serve a definire gli obiettivi”. E anche la capacità di reggere le sfide, “di gestire bene le situazioni stressanti in cui dall’ambiente arrivano richieste impegnative”, aggiunge Antonella Delle Fave, docente di Psicologia generale all’Università degli studi di Milano.

“L’ambizione ha un ruolo preciso nell’evoluzione, perché contribuisce alla sopravvivenza del più forte, alla propagazione dei geni più efficienti”, spiega Simonton. Anche tra gli animali infatti ci sono leader nati: tra i lupi, i maschi alfa si riconoscono fin dalla cucciolata per la curiosità con la quale esplorano l’ambiente e si battono per il cibo e l’attenzione della mamma, e restano così fino a 10-11 anni, quando muoiono lasciando dietro di sé una numerosa discendenza, mentre i gregari si riproducono meno di frequente e di solito non arrivano ai quattro anni.

Allo stesso modo nelle famiglie umane ci sono vincenti e falliti, e persone che sembrano apparentemente inattaccabili dal fuoco dell’ambizione. Cosa determina il loro destino? E fino a che punto è possibile costruire un vincente? Gli psicologi ritengono che l’ambiente ideale sia quello che pone obiettivi ambiziosi ma realistici, valorizzando i successi senza drammatizzare le sconfitte: “Le persone imparano a impegnarsi per raggiungere un obiettivo se si convincono che il loro sforzo sarà premiato: può essere d’aiuto porsi delle mete non troppo difficili da raggiungere, in modo da acquisire fiducia in se stessi”, osserva Cloninger.

“In una cultura codina l’ambizione può essere valutata negativamente mentre, al contrario, un eccesso di avventurismo vitalistico può portare a esaltarla in modo acritico”, spiega Caprara: “In Italia corriamo il rischio opposto, che si affermi tra le nuove generazioni una cultura della rassegnazione rafforzata da una complicità familiare e sociale”. A dimostrare quanto conti l’ambiente sociale soccorre una ricerca di Marcelo Suarez-Orozco della New York University che ha studiato il comportamento degli ispanici immigrati. Le 400 famiglie da lui esaminate provenivano da piccoli villaggi rurali dell’Asia, dell’America Latina e dei Caraibi in cui è del tutto assente il clima competitivo di New York. Eppure, sbarcati negli Usa, gli immigrati hanno cambiato radicalmente il loro atteggiamento: i bimbi a scuola vanno meglio dei loro compagni americani e anche gli adulti lottano con una determinazione del tutto inedita alle loro latitudini. “Un secolo fa,” ha commentato Orozco, “per acquisire lo status della classe media americana, gli immigrati avevano bisogno di due o tre passaggi generazionali. Adesso basta una generazione”.

Perché chi cresce in una famiglia benestante può ereditare utili strumenti, oppure un atteggiamento di aristocratica indolenza, mentre un’origine modesta può essere la spinta per far meglio o generare una sensazione di impotenza inerte. Secondo gli antropologi, la maggior parte delle persone ambiziose appartiene alla classe media, a famiglie che hanno già raggiunto qualche obiettivo, ma non sono certe di poterlo mantenere: è in questo ambiente che si fa sentire più forte quella che l’antropologo Edward Lowe definisce ‘ansia da status’.

Ed è qui che cominciano i guai: cosa succede quando l’ambizione, spesso sotto la spinta di pressioni sociali, si trasforma in frustrazione? “Una società in cui la maggior parte delle ragazze desidera fare la velina, e non senza qualche motivazione valida, è inevitabilmente destinata a generare frustrazioni”, spiega Caprara: “Il fallimento e la delusione nascono quando l’ambizione è sbilanciata rispetto alle potenzialità. Per questo può essere utile scoraggiare le ambizioni mal riposte, o quanto meno allargare la gamma delle opzioni possibili, per evitare che le sfide proposte dall’ambiente si trasformino in trappole”.

Infatti, a correre i rischi maggiori è proprio chi non si accontenta. “Chi non è gratificato dall’obiettivo in sé ma dallo sforzo per raggiungerlo e continua a porsi traguardi sempre più impegnativi, è a rischio”, spiega Maria Grazia Cassitto, psicologa presso il dipartimento di Medicina del Lavoro del Policlinico Mangiagalli Regina Elena di Milano: ” Più vulnerabile alle cardiopatie, a causa della continua attivazione che non lascia margini di recupero”. Più in generale, tutti gli ambiziosi devono convivere con una certa dose di stress, ma i loro successi contribuiscono a proteggerli. “A essere nocivo è soprattutto il senso di impotenza di chi si sente in trappola, incastrato senza possibilità di progredire”, prosegue Cassitto: “Senza dimenticare le vittime dell’ambizione altrui, ossia quanti subiscono l’aggressività di arrivisti senza scrupoli, che può tradursi in un indebolimento delle difese immunitarie oltre che in disturbi emozionali, neurovegetativi e stress correlati”.

Dominare stressa. Anche tra i lupi e gli scimpanzè i maschi dominanti hanno problemi di ansia e soffrono di ulcere e attacchi di cuore. Forse per questo, sia tra gli animali che tra gli umani, ci sono molti individui che finiscono con l’adattarsi serenamente a svolgere un ruolo da comprimari. Ma anche questo è un problema, il famoso ‘potere che logora chi non ce l’ha’ di andreottiana memoria. Quindi: i genitori che pensano di proteggere i figli creando ambienti ovattati e non chiedendo loro di impegnarsi nel mondo, si ricordino che, come conclude Caprara, “un’ambizione commisurata all’ambiente e alle proprie capacità è una carica positiva ricca di potenzialità e di soddisfazioni”.

Anzi, oggi gli psicologi sono convinti che il potere logora solo chi non ce l’ha. Le vittime dello stress non sono tanto i manager, gratificati dagli stessi impegni che dovrebbero stressarli, ma i subalterni perennemente in balia di decisioni e volontà altrui. È la status sindrome denunciata dall’epidemiologo inglese Michael Marmot, che descrive il benessere come “un rapporto equilibrato tra sforzi e gratificazioni”. La faccenda sta assumendo proporzioni tali che se n’è parlato al 28 congresso mondiale di Medicina del lavoro, da poco concluso a Milano: “Si sta verificando un aumento di patologie croniche stress correlate legate all’attuale ordinamento socio-economico”, spiega Robert Karasek dell’Università del Massachusetts: “È come se la mancanza di controllo sulla propria vita si traducesse in un’alterazione dei sistemi di autoregolazione del nostro organismo”.

Ambiziosi, intelligenti e affermati. Ma a volte infelici, “Corriere della Sera”, 13 marzo 2012

P. Kimpton, Readers recommend: songs about ambition. Hopes, dreams and plans … can they be hardened into action? Whether they stay as fantasy or become reality, suggest songs that capture what we want to become, “The Guardian”, 23 aprile 2015

 

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Se questa è cultura umanistica

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Tomaso Montanari, “La Repubblica”, 23 gennaio 2017

Insieme agli altri decreti attuativi della cosiddetta Buona scuola, è appena arrivato alla Camera anche quello «sulla promozione della cultura umanistica, sulla valorizzazione del patrimonio e delle produzioni culturali e sul sostegno della creatività». Per la redazione di questo testo, la ministra senza laurea né maturità Valeria Fedeli si è avvalsa della collaborazione dell’ex ministro, ex rettore, professore emerito e plurilaureato ad honorem Luigi Berlinguer: e il risultato dimostra che il punto critico non è il possesso di un titolo di studio.

Sul piano pratico, la principale obiezione al decreto (che tra 60 giorni sarà legge) è che si tratta di un provvedimento a costo zero (art. 17, comma 1): e dunque anche a probabile efficacia zero. Ma, una volta che se ne considerino i contenuti, c’è da rallegrarsene. L’articolo 1 chiarisce i principi e le finalità del provvedimento: «il sapere artistico è garantito agli alunni e agli studenti come espressione della cultura umanistica… Per assicurare l’acquisizione delle competenze relative alla conoscenza del patrimonio culturale e del valore del Made in Italy, le istituzioni scolastiche sostengono lo sviluppo della creatività».

Cultura umanistica, creatività e Made in Italy (in inglese) sarebbero dunque sinonimi: per conoscere il patrimonio culturale, la Ferrari e il parmigiano (tutto sullo stesso piano) bisogna essere creativi. Si stenterebbe a credere alla consacrazione scolastica di questo “modello Briatore” se la relazione illustrativa del decreto non fosse ancora più chiara: «Occorre rafforzare… il fare arte, anche quale strumento di coesione e di aggregazione studentesca, che possa contribuire alla scoperta delle radici culturali italiane e del Made in Italy, e alla individuazione delle eccellenze già a partire dalla prima infanzia». Insomma: fin da bambini bisogna saper riconoscere (e, inevitabilmente, desiderare) una giacca di Armani o una Maserati. E visto che si raccomanda «la pratica della scrittura creativa», la via maestra sarebbe fare il copywriter per gli spot, o scrivere concept per reality show, per rimanere alla lingua elettiva del Miur.

Ora, anche ammesso che tra la nostra storia dell’arte e il «Made in Italy» esista un rapporto genetico, ciò non si traduce in un’equivalenza culturale, e tantomeno in un orizzonte formativo. E non è solo un problema di confusione concettuale: la domanda più urgente riguarda il tipo di società prefigurata da questa idea di scuola. Una società in cui non si riesca nemmeno più a distinguere la conoscenza critica dall’intrattenimento, l’essere cittadino dall’essere cliente, il valore delle persone e dei princìpi dal valore delle «eccellenze» commerciali. Una società dello spettacolo a tempo pieno, un enorme reality popolato da «creativi» prigionieri di un eterno presente, senza passato e senza futuro. Già, perché la creatività ha preso il posto della storia dell’arte, che continua a non essere reintrodotta tra le materie curricolari da cui la Gelmini l’aveva espulsa in vari ordini di scuole.

Più in generale, l’identificazione tra cultura umanistica, creatività e mercato nega e soppianta la vera funzione della vera cultura umanistica: che è l’esercizio della critica, la ricerca della verità, la conoscenza della storia. «Il fine delle discipline umanistiche sembra essere qualcosa come la saggezza», scrisse Erwin Panofsky nel 1944. Negli stessi mesi Marc Bloch scriveva, nell’Apologia della storia: «nella nostra epoca, più che mai esposta alle tossine della menzogna e della falsa diceria, che vergogna che il metodo critico della storia non figuri sia pure nel più piccolo cantuccio dei programmi d’insegnamento! ». Di fronte al nazismo e all’Olocausto la cultura umanistica sembrava ancora più necessaria: Bloch — fucilato dalla Gestapo perché membro della Resistenza — la definisce «una nuova via verso il vero e, perciò, verso il giusto».

È su questo fondamento che, nel dopoguerra, sono state ricostruite le democrazie europee. È per questo che la nostra Costituzione impone alla Repubblica di promuovere «lo sviluppo della cultura e la ricerca». La necessaria scommessa di un umanesimo di massa è infatti quella di riuscire a praticare tutti, anche se in dosi omeopatiche, le qualità della ricerca: precisione, desiderio di conoscere e diffondere la verità, onestà intellettuale, apertura mentale. Per secoli si è creduto, a ragione, che queste virtù non servissero solo a sapere più cose, ma anche a diventare più umani: e che dunque non servissero solo agli umanisti, ma a tutti. E oggi sono il presupposto necessario perché le democrazie abbiano un futuro.

Essere umani — ha scritto David Foster Wallace nel 2005 — «richiede attenzione, consapevolezza, disciplina, impegno e la capacità di tenere davvero agli altri… Questa è la vera libertà. Questo è imparare a pensare. L’alternativa è l’inconsapevolezza, la modalità predefinita, la corsa sfrenata al successo». Formare gli italiani del futuro al marketing del «Made in Italy»; indurli a coltivare la scrittura creativa e non la lettura critica di un testo; levar loro di mano i mezzi culturali per distinguere la verità dallo storytelling, o per smontare le bufale che galleggiano in Internet; annegare la conoscenza storica in un mare di dolciastra retorica della bellezza: tutto questo significa scommettere proprio sull’inconsapevolezza, sulla modalità predefinita, sulla corsa sfrenata al successo. La cultura umanistica è un’altra cosa: è la capacità di elaborare una critica del presente, di avere una visione del futuro e di forgiarsi gli strumenti per costruirlo. Siamo sicuri di non averne più bisogno?

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L’insospettabile ingenuità dei nativi digitali

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Federico Rampini, “la Repubblica”, 19 gennaio 2017
Nativi digitali: i ragazzi venuti al mondo quando Internet esisteva già.  Abituati a muoversi nelle nuove tecnologie come pesci nell’acqua, dovrebbero essere i più smaliziati e astuti nel percepire i tranelli della Rete, giusto? Sbagliato.  Al contrario, per la maggior parte non sanno distinguere notizie false o vere, fonti serie o inattendibili, teorie scientifiche o bufale oscurantiste, rivelazioni credibili o leggende metropolitane. Insomma i “nativi” sono di un’ingenuità disarmante. E molto pericolosa: per loro stessi, per la società, per la salute delle nostre democrazie. L’allarme viene dalla Graduate School of Education di Stanford, al termine di una lunga ricerca sul campo, un’indagine che ha coinvolto studenti della secondaria, dei licei, e dell’università. Non è uno studio fatto in fretta e furia per cavalcare il dibattito sul fenomeno Donald Trump, il tema delle “fake-news” e della realtà post-fattuale. No, lo studio condotto dallo Stanford History Education Group (Sheg, consultabile su questo link https://ed.stanford.edu/node/ 10003?newsletter=true) ebbe inizio nel gennaio 2015, prima ancora che Trump si candidasse. Le conclusioni, come spiega il professor Sam Wineburg che ha fondato il centro di ricerca, rivelano «una inquietante incapacità degli studenti di ragionare sull’informazione che vedono in Rete, la difficoltà a distinguere la pubblicità dalle notizie, o a identificare le fonti delle news». Crolla un mito, dunque: «Molti danno per scontato», prosegue lo stesso Wineburg, «che i giovani essendo a loro agio nei social media sono anche sagaci, lucidi nel valutare i contenuti, invece la nostra ricerca dimostra l’esatto contrario».
La celebre denuncia di Umberto Eco sulla «invasione degli imbecilli», assume una gravità superiore. Nel giugno 2015, ricevendo una laurea honoris causa a Torino, Eco disse: «I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano messi subito a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel». Il problema indicato dalla ricerca di Stanford, è che intere generazioni non sanno proprio distinguere tra un Nobel e un imbecille? Lo stesso Eco dalla sua invettiva traeva una conclusione operativa: «I giornali dovrebbero dedicare almeno due pagine all’analisi critica dei siti, così come i professori dovrebbero insegnare ai ragazzi a utilizzare i siti per fare i temi». È proprio quello che si prefiggono gli studiosi di Stanford. Anche loro partono dalla consapevolezza che «l’invasione degli imbecilli» – o peggio ancora dei faziosi, disseminatori di falsità, calunnie – è un problema sociale e politico di massima importanza. «La democrazia», avverte il sito della Stanford Graduate School of Education», è minacciata dalla facilità con cui la disinformazione sui temi civici viene tollerata, si diffonde e fiorisce».
Il direttore dello Sheg, Joel Breakstone, condivide con Eco il richiamo al ruolo della scuola; ma constata che gli stessi prof sono allo sbaraglio, e se cercano dei supporti educativi non li trovano: «Gran parte del materiale sulla credibilità della Rete è fermo allo stato dell’arte sul finire degli anni Novanta. Il mondo è cambiato ma molte scuole sono inchiodate nel passato».
I test usati nelle scuole americane sono rivelatori. «A tutti i livelli», dicono i ricercatori, «siamo rimasti esterrefatti dall’impreparazione degli studenti». Citano l’esempio delle scuole medie dove hanno voluto saggiare capacità di distinguere articoli e tweet affidabili o meno. Un esercizio semplice: ti puoi fidare di un articolo su un tema finanziario, se l’autore è dipendente di una banca o l’articolo è sponsorizzato? Molti ragazzi non esaminano l’autore o la sponsorizzazione prima di capire se crederci o no. L’80 per cento non sa riconoscere la pubblicità redazionale dagli articoli fattuali.
Passando alla politica, e alla secondaria superiore, un test sottoponeva agli studenti diversi annunci sulla candidatura di Trump, segnalati attraverso Facebook. Alcuni venivano dalla Fox News, altri da un account che si spacciava per Fox News: il 30 per cento preferiva quest’ultimo perché presentato in veste più attraente. Idem a livello universitario dove alcuni test vertevano sulla capacità di selezionare i risultati delle ricerche su Google. Su un tema politicamente scottante – la falsa accusa ad una esponente democratica di volere “l’eutanasia di Stato” – anche la generazione che va al college fa molta fatica a distinguere fonti autorevoli, indipendenti, dai disseminatori di bugie interessate. A volte basta arricchire un sito con qualche link che rinvia a fonti serie, per attirarli in trappola.
La ricerca è stata condotta in 12 Stati Usa, sottoponendo ai test 7.800 studenti, con un ventaglio di situazioni socio-economiche e culturali, dai quartieri poveri di Los Angeles ai sobborghi residenziali benestanti di Minneapolis.
Il progetto Stanford non si ferma alla constatazione dell’abisso d’ignoranza e impreparazione. Vuole offrire alle scuole e alle università gli strumenti per ovviare a queste lacune. Lo Sheg ha elaborato una sorta di kit ad uso dei prof che vogliano integrare i loro corsi sui due terreni gemelli: «Digital literacy – Informed citizenship», alfabetizzazione digitale per una cittadinanza informata. Dall’istituto californiano partono regolarmente in missione dei prof che vanno a tenere seminari nelle università e nelle altre scuole, per insegnare come s’insegna questa alfabetizzazione digitale. Una prima versione del loro kit (curriculum, nel senso inglese) è dedicata alla verifica delle fonti d’informazione negli studi di scienze sociali, ed è già stata scaricata 3,5 milioni di volte, viene adottata da diversi provveditorati scolastici. È uno sforzo ancora all’inizio. Una montagna da scalare. In fondo il punto di partenza, lo stato dell’arte, non è molto diverso da quando la prima televisione fece irruzione in paesi ancora poveri, irrorando di informazione e spettacolo vaste sacche di analfabetismo tout court; e per molti valeva il principio «è vero, lo ha detto la tv».

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End of all days

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                                      John Martin, “La fine del mondo”, 1851-1853

A che ora è la fine del mondo?

Si parla di Apocalisse tutte le volte in cui la Storia subisce, come nel tempo che stiamo vivendo, accelerazioni improvvise. Ma se, più che un concetto negativo, fosse da intendersi come la nascita di una nuova consapevolezza?
Ogni singolo individuo, se ripercorre la sua traiettoria e il suo passato, può dire di avere assistito alla scomparsa di un’epoca Ma forse, adesso, con l’evoluzione scientifica e la tecnologia che cambiano di continuo le nostre percezioni, a terminare davvero sarà l’idea di considerarsi ancora i soli protagonisti dell’universo

Marc Augé, in “Repubblica Cult”,  20 novembre 2016

Il tema della fine del mondo ha sempre ossessionato l’universo abramitico, come l’immagine di una seconda morte dopo quella di ciascuno dei miliardi di individui che nel corso del tempo avevano conosciuto, ognuno per proprio conto, la prova della morte e del giudizio di Dio. È il cristianesimo che spinge fino all’estremo questa visione con il dogma della risurrezione della carne: tutti i morti risusciteranno e ritroveranno un involucro corporeo prima del giorno del giudizio. Anche il Cristo ritroverà il suo corpo umano, il suo “corpo glorioso” fornito di poteri speciali; tutti i beati, analogamente, si reincarneranno in un corpo glorioso. Resta nel vago la natura del corpo in cui si reincarneranno i dannati, sottoposti in qualche modo a una pena doppia, considerando che il giorno del giudizio non rappresenta una sentenza d’appello, ma conferma, in linea di principio, quella che è stata pronunciata alla morte di ogni individuo.
Questo giorno del giudizio vedrà riunita un bel po’ di gente, perché già oggi si calcola che siano morti 108 miliardi di esseri umani dall’apparizione dell’uomo sulla Terra. Se pensiamo che per ogni individuo la morte rappresenta la fine del mondo, bisogna ammettere che ogni anno il mondo finisce per 59 milioni di esseri umani.
Oggi possiamo avere la percezione che la fine del mondo nel senso abituale del termine, per lontana che sia, si stia già profilando, per il modo dispendioso e incontrollato con cui l’umanità, in crescita demografica galoppante, tratta o per meglio dire maltratta il pianeta Terra. Proviamo un senso di colpa collettivo per questa situazione, e in un certo senso ci sottoponiamo anticipatamente al giudizio che potrebbe essere pronunciato sull’imprevidenza umana. Ci avvertono continuamente dei rischi che comporta il riscaldamento dell’atmosfera eppure continuiamo a riversare anidride carbonica nell’aria, a prosciugare le ricchezze della terra e a sotterrarci dentro rifiuti di ogni sorta, comprese le scorie nucleari. E vediamo i più previdenti interessarsi alle scialuppe di salvataggio del nuovo Titanic su cui tutti saremo imbarcati: un miliardario progetto di colonizzare Marte, altri pensano alla criogenia per fuggire e rinascere in un mondo migliore, su un altro pianeta, come in 2001 Odissea nello spazio, all’occorrenza con un corpo migliorato e tecnologicamente “glorioso”.
Ma se si eccettuano queste visioni di fuga nell’universo, uno dei grandi paradossi della nostra epoca è piuttosto il seguente: più la scienza appare come il solo ambito dell’attività umana in cui si possa parlare con sicurezza di progresso, meno sembra capace di ispirare a un vasto pubblico un sentimento di adesione spontanea. Forse ci stiamo abituando a non pensare più veramente nel tempo, a pensare il tempo, e le tecnologie della comunicazione ci trasmettono troppo facilmente il sentimento di vivere in un eterno presente. Ogni singolo individuo, se ripercorre la sua traiettoria, il suo passato, può dire di aver vissuto la fine di parecchi mondi, ma al tempo stesso è certo di non avere la minima presa su questa accelerazione della storia, fatica a darle un senso.
Negli anni Quaranta, in Bretagna, ho conosciuto una vita abbastanza vicina a quella che doveva essere la vita nel XIX secolo: le cappelle intorno al villaggio dove viveva la mia famiglia erano consacrate a dei santi guaritori legati a fonti miracolose: una curava le malattie degli occhi, un’altra proteggeva la salute dei cavalli. Oggi l’allevamento intensivo dei maiali deve fare i conti con le difficoltà del mercato mondiale e le pale eoliche sparpagliate per il paesaggio sembrano testimoniare la crisi delle energie di origine fossile: insomma, siamo immersi nei problemi del XXI secolo, come se il XX, malgrado le sue due guerre mondiali, fosse stato aggirato. È una sensazione senza alcun fondamento storico, ma che corrisponde, secondo me, a quello che ci può ispirare lo spettacolo dei cambiamenti in costante accelerazione e lo sgretolamento dei paradigmi che in teoria dovrebbero spiegarlo.
Il tema della fine del mondo emerge quando la storia si accelera e quando scompare il tema del fine (non la fine) della storia. La fine delle grandi narrazioni di cui ha parlato Lyotard può apparirci come una regressione intellettuale, per esempio uno svelamento dei rapporti di forza tra nazioni, senza un’autentica posta in gioco intellettuale e ideologica. Putin non è Lenin. Obama non è Jefferson e nemmeno Newton. Il tenore dei messaggi che fanno più proseliti nel mondo oggi è esplicitamente religioso. Questa constatazione del mondo com’è oggi, con le sue tecnologie di comunicazione indifferenti al tenore dei messaggi, lo spettacolo di una commedia politica che traveste o dissimula gli interessi finanziari dei più ricchi, i calcoli freddi dei pensatori di un certo islam che aspirano a sottomettere il pianeta, tutto questo potrebbe incoraggiare la visione di un mondo allo stremo, destinato alla violenza o all’alienazione.
Ma mi sembra che se prestiamo attenzione al fatto che la storia non è mai stata un lungo fiume tranquillo, i violenti sussulti a cui assistiamo oggi possano essere interpretati come un parto, più che come un’agonia.
Forse c’è un nuovo mondo che sta nascendo nel dolore.
1) La morte delle ideologie e la fine delle grandi narrazioni possono essere considerate come il progresso di un’ottica scientifica. La scienza procede per grandi ipotesi, ma le sottopone a verifica e al bisogno le corregge o le abbandona. Il concetto di “revisionismo” non è scientifico. Forse ben presto impareremo a produrre e sperimentare ipotesi politiche o socioeconomiche.
2) Viviamo un radicale cambiamento di scala, che non si limita al nostro pianeta. Stiamo uscendo pian piano dal geocentrismo: ci sono miliardi di sistemi solari nella nostra galassia, miliardi di galassie nell’universo conosciuto. Questa constatazione conforterebbe l’ipotesi che non è la storia che si conclude, ma la preistoria dell’umanità come società planetaria. La fantascienza si interessava ai marziani. Ora comincia la storia dei terrestri.
3) I progressi della scienza sono anch’essi in accelerazione costante. Oggi sappiamo infinitamente più cose di cinquant’anni fa, e non possiamo immaginare quale sarà lo stato delle nostre conoscenze fra cinquant’anni.
4) Una sola finalità: la conoscenza. L’uomo terrestre nascerà il giorno in cui tutti gli esseri umani saranno interessati a sapere cosa sono. L’utopia dell’istruzione è il futuro dell’umanità.
5) Per diventare dei terrestri, ci rimane solo da riconoscere la tripla dimensione dell’essere umano (individuale, culturale e generica), ogni individuo deve riconoscere in sé e in ognuno degli altri la sua parte di umanità generica, indipendentemente dal sesso e dall’origine. Quando Armstrong ha camminato sulla Luna abbiamo detto: l’uomo ha camminato sulla Luna. Io amo citare la formula di Sartre: «Ciascun uomo è tutto l’uomo».
6) La dimensione generica è transculturale. Oltrepassa l’identità ristretta di ogni cultura; è compito della democrazia sciogliere più che può la tensione tra le costrizioni del “senso sociale” che definisce le relazioni all’interno di una cultura e il bisogno di iniziativa dell’individuo, altrimenti detto libertà individuale.
( Traduzione di Fabio Galimberti)

L’antropologo francese Marc Augé ( nato a Poitiers nel 1935) ha discusso sul tema della fine del mondo in una conferenza al Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci di Prato che ha riaperto sotto la direzione di Fabio Cavallucci.

APOCALISSE: un’antologia

SENECA, Thyestes, vv. 828-883

CHORUS
Sed quidquid id est, utinam nox sit!
trepidant, trepidant pectora magno
percussa metu: ne fatali cuncta ruina               830
quassata labent iterumque deos
hominesque premat deforme chaos,
iterum terras et mare cingens
et uaga picti sidera mundi
natura tegat. Non aeternae
facis exortu dux astrorum
saecula ducens dabit aestatis
brumaeque notas, non Phoebeis
obuia flammis demet nocti
Luna timores uincetque sui                                    840
fratris habenas curuo breuius
limite currens. Ibit in unum
congesta sinum turba deorum.
hic qui sacris peruius astris
secat obliquo tramite zonas,
flectens longos signifer annos,
lapsa uidebit sidera labens;
hic qui nondum uere benigno
reddit Zephyro uela tepenti
Aries praeceps ibit in undas,                                   850
per quas pauidam uexerat Hellen;
hic qui nitido Taurus cornu
praefert Hyadas, secum Geminos
trahet et curui bracchia Cancri;
Leo flammiferis aestibus ardens
iterum e caelo cadet Herculeus,
cadet in terras Virgo relictas
iustaeque cadent pondera Librae
secumque trahent Scorpion acrem.
et qui neruo tenet Haemonio                                   860
pinnata senex spicula Chiron,
rupto perdet spicula neruo;
pigram referens hiemem gelidus
cadet Aegoceros frangetque tuam,
quisquis es, urnam; tecum excedent
ultima caeli sidera Pisces,
monstraque numquam perfusa mari
merget condens omnia gurges;
et qui medias diuidit Vrsas,
fluminis instar lubricus Anguis                                 870
magnoque minor iuncta Draconi
frigida duro Cynosura gelu,
custosque sui tardus plaustri
iam non stabilis ruet Arctophylax.
Nos e tanto uisi populo
digni, premeret quos euerso
cardine mundus? in nos aetas ultima uenit?
o nos dura sorte creatos,
seu perdidimus solem miseri,                                        880
siue expulimus! abeant questus, discede timor!
uitae est auidus quisquis non uult
mundo secum pereunte mori.

Che cos’è tutto questo?
Oh fosse, fosse la notte!
Tremano, i cuori, tremano
percossi da grande paura
che non crolli, squassato, l’universo
nella fatale rovina,
che non ripiombi il Caos, l’informe Caos
sopra uomini e dèi,
che non ricopra Natura,
nel suo abbraccio cingendoli, il mare
e le terre e le vaghe stelle
che dipingono il cielo.
Non sarà più il re degli astri, che, la sua face eterna levando, guida il corso dei secoli, a stabilire il tempo dell’estate, dell’inverno. Non sarà la Luna, che scende incontro ai raggi di Febo, a scacciare i timori della notte, a vincere il cocchio del fratello correndo sull’orbita più breve. A precipizio, insieme, in una massa sola, cadranno tutti gli dèi.
Colui che, dai sacri astri percosso, nella sua ellissi ritaglia le zone del cielo e scandisce le lunghe stagioni, cadendo vedrà cader le stelle – lo Zodiaco; quegli che, a stagione ancor non propizia, affida al tiepido Zefiro le vele, precipiterà nelle acque su cui portò la trepida Elle – l’Ariete; quegli che, con le sue corna lucenti, spinge innanzi le Iadi, seco trarrà i Gemelli e le braccia del Cancro ricurvo – il Toro; ardendo dei fuochi dell’estate, ricadrà dal cielo la fiera di Ercole, il Leone; cadrà sulle terre che ha disertato la Vergine, e cadranno, seco traendo il pungente Scorpione, i giusti pesi della Libra; e quegli che tiene incoccate, sul tessalo arco, le frecce pennute, spezzatosi l’arco perderà le frecce, il vecchio Centauro Chirone; gelido cadrà il Capricorno che riporta il neghittoso inverno e la tua urna infrangerà, Acquario; con te cadranno, ultime stelle in cielo, i Pesci, e saranno sommersi, dal gorgo che accoglie tutte le cose, i Carri dell’Orsa, che mai il mare ha spruzzato; e quegli che sta, come un fiume, tra l’una e l’altra Orsa, precipiterà, il lubrico Serpente, e così l’Orsa minore congiunta, nel suo rigido gelo, al grande Dragone, e così il custode del suo carro, il lento e non più stabile Boote.
Noi, proprio noi,
di tante generazioni,
siamo stati prescelti?
Noi, proprio noi,
saremo travolti dal mondo
che vuol spezzare il suo asse?
Cadrà su di noi l’ultima ora?
A dura sorte
fummo creati, noi miseri. Il Sole
o l’abbiamo perduto
oppure l’abbiamo scacciato.
Basta, non più lamenti,
non più timore. Troppo
è avido di vita
colui che non vuole morire
quando con lui perisce
l’universo.

PER APPROFONDIRE: EMANUELE NARDUCCI,  PROVVIDENZIALISMO E ANTIPROVVIDENZIALISMO IN SENECA E IN LUCANO. CLICCA QUI.

Albrecht Dürer, dalle Illustrazioni dell’Apocalisse di Giovanni di Patmos, 1496-1498

Apocalisse nell’arte: CLICCA QUI per approfondire.

Ogni parte dell’universo si affretta infaticabilmente alla morte, con sollecitudine e celerità mirabile. Solo l’universo medesimo apparisce immune dallo scadere e languire: perocché se nell’autunno e nel verno si dimostra quasi infermo e vecchio, nondimeno sempre alla stagione nuova ringiovanisce. Ma siccome i mortali, se bene in sul primo tempo di ciascun giorno racquistano alcuna parte di giovanezza, pure invecchiano tutto dì, e finalmente si estinguono; così l’universo, benché nel principio degli anni ringiovanisca, nondimeno continuamente invecchia. Tempo verrà, che esso universo, e la natura medesima, sarà spenta. E nel modo che di grandissimi regni ed imperi umani, e loro maravigliosi moti, che furono famosissimi in altre età, non resta oggi segno né fama alcuna; parimente del mondo intero, e delle infinite vicende e calamità delle cose create, non rimarrà pure un vestigio; ma un silenzio nudo, e una quiete altissima, empieranno lo spazio immenso. Così questo arcano mirabile e spaventoso dell’esistenza universale, innanzi di essere dichiarato né inteso, si dileguerà e perderassi.

G. Leopardi, da Cantico del Gallo Silvestre, dalle Operette Morali, 1827

End of the world Party, 2012, Sculptural installation made in collaboration with Scott Andrew.

 “La vita attuale è inquinata alle radici. L’uomo si è messo al posto degli alberi e delle bestie ed ha inquinato l’aria, ha impedito il libero spazio […]. L’occhialuto uomo inventa gli ordigni fuori del suo corpo e se c’è stata salute e nobiltà in chi li inventò, quasi sempre manca in chi li usa. Gli ordigni si comprano, si vendono e si rubano […]. Quando i gas velenosi non basteranno più, un uomo fatto come gli altri, ma degli altri un po’ più ammalato, ruberà tale esplosivo e si arrampicherà al centro della terra per porlo nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo. Ci sarà un’esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie”. Italo Svevo, La coscienza di Zeno, 1923

Tempo ammalato, linguaggio ammalato, libido ammalata, comportamento ammalato, vita ammalata…, è più che evidente che non bisogna scorgere qui una vaga allegoria al peccato originale, o una qualche altra lamentazione metafisica. Si tratta di vita quotidiana e di esperienza diretta del mondo. Con questo Italo Svevo vuol dirci che nella nostra società moderna, più niente è naturale. E non c’è neppure motivo di rammaricarsene. Si potrà senz’altro essere contenti, fare all’amore, fare affari, fare la guerra, scrivere romanzi: ma niente si potrà più fare senza pensarci sopra, nel modo naturale con cui si respira l’aria. Ogni nostra azione si riflette su se stessa e si carica di problemi. Sotto i nostri occhi, il semplice gesto che si fa per stendere la mano, diventa strano e goffo; le parole che ci ascoltiamo pronunciare, mandano d’improvviso un suono falso; le lancette del nostro spirito non corrono più come quelle degli orologi; e l’opera romanzesca, a sua volta, non può più essere innocente.
A. ROBBE-GRILLET, La coscienza ammalata di Zeno (1954), in Il nouveau roman, introduzione di Luciano De Maria, trad. italiana, Milano, Sugar Editore, 1965

Dr. Strangelove or: How I Learned to Stop Worrying and Love the Bomb, di Stanley Kubrick, 1964


Armando Massarenti, Scommesse sulla fine del mondo, “Il Sole 24 Ore”, 16 gennaio 2011

Se volete chiarirvi le idee sul vostro reale tasso di catastrofismo, la cosa migliore è seguire la moda in voga tra scienziati come Stephen Hawking o il suo collega Sir Martin Rees, astronomo della casa reale inglese: tradurre le proprie convinzioni e credenze in termini di scommesse. Quanto sareste disposti a puntare sul fatto che l’acqua alta arriverà al punto di distruggere Venezia entro giugno di quest’anno? Probabilmente neanche un centesimo. E entro il 2030? È un ottimo metodo, utile anche per autodiagnosticare eventuali psicopatologie da fine del mondo, come quelle a loro tempo studiate dall’antropologo Ernesto De Martino e dallo psicologo Giovanni Jervis, distinguendo ciò che di malato c’è in certi nostri modi di vedere le cose da ciò che è fondato razionalmente, ciò che è ascrivibile a paure irrazionali, o a credenze in stile new age, da eventi realmente possibili alcuni dei quali per nostra diretta responsabilità.
Sicuramente tra qualche miliardo di anni la vita della terra conoscerà una sua fine. Avverranno con certezza due processi catastrofici nel vero senso della parola: la turbolenta fase finale del sole e la collisione della nostra galassia con quella di Andromeda. Non sappiamo se l’uomo sarà testimone di questi eventi. La specie umana, pur essendo relativamente giovane, ha avuto un processo evolutivo rapidissimo e potrebbe altrettanto velocemente estinguersi. L’estinzione potrebbe essere causata da una catastrofe naturale di immani proporzioni, come quella che portò all’estinzione dei dinosauri 65 milioni di anni fa. Ma ci sono altre possibilità. Che una tremenda crisi climatica, la fine delle risorse energetiche, una pandemia incontenibile, deflagrazioni nucleari, rivolte di robot divenuti intelligentissimi, cancellino l’essere umano dal pianeta. O altre ipotesi strampalate. Asteroidi killer che si abbattono improvvisamente sulla terra. Esplosioni di particelle del sole che la nostra magnetosfera non riesce a contenere causando l’inversione dei poli magnetici terrestri. Raggi gamma emessi da una supernova vicina. La terra che viene inghiottita da un buco nero di passaggio.
Secondo il celebre Argomento del Giorno del Giudizio di Brandon Carter, è improbabile che l’aumento demografico, che finora ha avuto un avanzamento straordinario, possa avere un ulteriore incremento altrettanto veloce. È più probabile che non si vada oltre l’attuale “picco” demografico di circa 7 miliardi di individui, oltre il quale si innesca il processo di estinzione. Ma i rischi maggiori sono quelli di oggi, presenti nell’era dell’aumento della popolazione. Martin Rees ha scommesso 1.000 sterline – lo so, non è una gran cifra – che un singolo evento, causato da un disastro biotecnologico o bioterroristico, ucciderà un milione di persone prima del 2020. Nel suo libro del 2003 Il secolo finale. Perché l’umanità rischia di autodistruggersi nei prossimi cento anni calcolava anche che le probabilità di distruzione totale entro il 2100 sono circa del 50 per cento. Ha fatto bene i calcoli? Fareste anche voi le stesse scommesse? Il fatto è che i pericoli delle tecnologie più recenti secondo Rees sono meno controllabili di quelli, con cui ci siamo a lungo confrontati, di una catastrofe nucleare. E i nostri attacchi all’ambiente potrebbero generare danni ben maggiori di quanto calamità naturali, eruzioni e impatti di asteroidi siano mai state finora in grado di fare.
Certo è che lo spauracchio della fine del mondo è un magnifico espediente per ottenere un po’ di concentrazione anche dagli individui più distratti. Per quanto fosse importante, nel 2008, la notizia dell’inaugurazione dell’LHC, il nuovo acceleratore di particelle del Cern di Ginevra, riuscì ad attirare l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale non tanto per l’importanza dell’evento in sé, bensì per l’idea che era andata diffondendosi nei mesi precedenti secondo cui, attraverso scontri di particelle, accelerati a energie elevatissime, utili a indagare il fenomeno del Big Bang da cui luce e materia si sono generate, si sarebbe in realtà provocata una esplosione tale da causare una catastrofe planetaria. In altre parole, applicando la sua solita hubrys conoscitiva all’inizio di tutto ciò che esiste, l’uomo avrebbe così causato la propria stessa fine, creando un apocalittico buco nero che avrebbe inghiottito la Terra.
Quanto scommettereste sul fatto che ciò possa avvenire davvero? Se direte ancora «neanche un centesimo» allora vorrà dire che l’informazione scientifica in questi anni ha svolto bene il proprio compito. D’altro canto, non c’è nulla di male nel voler approfittare della naturale credulità umana in tema di catastrofi, a patto di trattare poi questi temi in maniera razionale e informata. Perché di catastrofi reali o del tutto probabili, naturali o causate dall’uomo, è pieno il mondo: guerre nucleari, bioterrorismo, esplosioni demografiche, inquinamento, senza contare tsunami, terremoti, inondazioni, carestie, pandemie. Che fare? Gli abitanti dell’isola di Pasqua adottavano comportamenti autodistruttivi che li portarono all’estinzione. Perché non sono corsi ai ripari? D’altro canto non è difficile enumerare i motivi per cui il genere umano è nella sua interezza destinato a finire, prima o poi, la sua corsa. Ma oggi non si può dire che non si stiano adottando manovre di contenimento dei disastri, naturali e di altro genere. C’è anche chi studia, tra i nuovi 500 pianeti extrasolari appena scoperti, quelli che potrebbero ospitare la vita in un lontano futuro, quando l’esistenza non potrà essere più possibile sulla Terra. Quanto alla fine dell’universo, «quand’anche fosse destinato al collasso – ha detto Stephen Hawking – posso dire con fiducia che non smetterà di espandersi per miliardi di anni. Non mi attendo di vivere abbastanza per vedermi accusare da qualcuno di aver sbagliato».
Per spingerci a ragionare su temi di questo tipo e per proporre un bel po’ di aggiornata informazione scientifica gli organizzatori del Festival delle scienze di Roma hanno voluto persino approfittare della bufala apocalittica del momento, la diceria secondo cui la fine del ciclo cosmico dei Maya, il 21 dicembre 2012, coinciderebbe con il Giorno del Giudizio. D’altro canto anche la Nasa ha dedicato un intero sito alla loro confutazione. I Maya attribuivano un grande valore simbolico all’allineamento del sole con il centro galattico. Ma di recente in più occasioni il sole, la terra e il centro galattico si sono già trovati allineati. Nel 1998 l’allineamento era perfetto, e non si è verificata nessuna catastrofe, dal momento che si tratta di posizionamenti astronomici su linee ideali immaginate dall’uomo quali punti di riferimento nello spazio.
Scommettere sulla catastrofe del 2012, dunque, non è molto intelligente. Eppure, come afferma lo scrittore inglese Ian McEwan, che inaugurerà il Festival, «oggi assistiamo all’imponente risorgere del pensiero apocalittico perché la scienza e la cultura non sono ancora riuscite a trovare una mitologia che possa competere con il fascino della fine». C’è un delightful horror, un orrore dilettevole, sublime, nell’immaginare la fine. E forse per contrastarlo o domarlo il trucco è quello di alimentare da un lato la curiosità umana allo scopo di ottenere una visione esatta, e in qualche modo liberatoria, delle catastrofi che ci colpiranno, e dall’altro la capacità di applicare ad esse una forma di travolgente umorismo, come accade nel suo ultimo romanzo, Solar (Einaudi).
Il fisico Willard Wells (un nome quasi da guerra dei mondi), in Apocalypse When? Calculating How Long the Human Race Will Survive (Springer), di cui parlerà a Roma, ci incita a calcolare meglio il rischio catastrofe. Secondo i suoi rigorosi calcoli matematici «il rischio di un grande cataclisma, un vero e proprio collasso della popolazione mondiale, è già in atto per l’1% all’anno. I bambini di oggi potrebbero arrivare a vederne le conseguenze domani. Questo rischio è direttamente proporzionale alla popolazione mondiale. Se la popolazione raddoppia, il rischio raddoppia. In ogni caso, rientra in quel range che le compagnie di assicurazione normalmente fanno sottoscrivere per contratto: come incendi, terremoti, disabilità». La probabilità che la nostra specie sopravviva a lungo termine è alta, addirittura del 70%, secondo Wells, semplicemente perché, se per caso ci fosse un cataclisma naturale, questo spazzerebbe via i pericoli provenienti dall’attività tecnologica umana e dall’eccesso demografico. C’è una certa dose di ironia e di paradosso in questa conclusione: «Uno scienziato pazzo cerca di sterminare la razza umana, ma l’1% della popolazione sopravvive. In questo modo, egli finisce col preservare involontariamente l’umanità dall’autoestinzione. Al contrario, un grande eroe potrebbe prevenire il collasso della civiltà, ma facendo questo egli favorisce l’autoestinzione». Materia per una magnifica opera di fantascienza, piena di intelligenza e di humour. Potrei scommettere fino a due euro che qualcuno la scriverà entro il 2020.

Shezad Dawood, Until The End Of The World, 2008, neon, timer and aluminium encased mirrors, 1200 x 180 cm. Installation view at The Third Line, Dubai

PER APPROFONDIRE

Enrico Baj, Apocalisse, 1978

Vidi l’Agnello aprire il primo dei sette sigilli. […] Guardai e vidi un cavallo bianco. Il suo cavaliere teneva in mano un arco. Dio gli fece dare una corona, simbolo di trionfo, ed egli passò da una vittoria all’altra, sempre vincitore. […] Quando Dio aprì il secondo sigillo […] si fece avanti un altro cavallo, rosso fiammante; al suo cavaliere Dio diede una grande spada e il potere di far sparire la pace dalla terra. […] Quando l’Agnello aprì il terzo sigillo […] guardai e vidi un cavallo nero. Il suo cavaliere teneva in mano una bilancia”. Infine “guardai e vidi un cavallo color cadavere. Il suo cavaliere si chiamava Morte, ed era accompagnato da un esercito di morti” (Apocalisse, 6, 1-8).

F. La Mantia – S. Ferlita, La fine del tempo. Apocalisse e post-apocalisse nella narrativa novecentesca, Franco Angeli, 2015

Percorsi apocalittici in Italia (luoghi e arte del medioevo italiano): CLICCA QUI.

M. LINO,  PERFORMANCES DELL’APOCALISSE NELLA LETTERATURA E NEL CINEMA DEL POSTMODERNO. CLICCA QUI per accedere alla risorsa online.

Merry Apocalypse! Clicca qui.

L’oscurità in cui si svegliava in quelle notti era cieca e impenetrabile. Un’ oscurità che faceva male alle orecchie a forza di ascoltare. Spesso non poteva fare a meno di alzarsi. Non un suono oltre al vento fra gli alberi nudi e anneriti. Si alzò in piedi e rimase lì, vacillante in quel buio freddo e autistico, le braccia tese per mantenersi in equilibrio mentre i calcoli vestibolari in corso nel suo cervello sfornavano risultati. Una vecchia storia. Inseguire la verticalità. Non c’è caduta che non vada per gradi. Si addentrò nel nulla a lunghi passi di marcia, contandoli per riuscire poi a tornare. Occhi chiusi, remate di braccia. Verticalità rispetto a cosa? Un’entità senza nome nella notte, vena o matrice. Attorno alla quale lui e le stelle giravano come un unico satellite. Come il grande pendolo nella sua rotonda che segna i lunghi moti giornalieri dell’universo di cui sembrerebbe che non sappia nulla e tuttavia non può non sapere.

Cormac McCarthy,  La strada,  traduzione di  Martina Testa, Torino, Einaudi, 2007

Ernesto Cardenal Martínez, Apocalipsis,1965

Y en el cielo vi una gran luz
como la explosion de un millon de megatones
y oì una voz que me dijo: Prende ese radio
y prendi el radio y oì: CAYO BABILONIA
CAYO LA GRAN BABILONIA
Y todos los radios del mundo daban la misma noticia
Y el àngel me dio un cheque del National City Bank
y me dijo: Cambia este cheque
y en ningùn banco lo pude cambiar porque todos los bancos habìan quebrado
Los rascacielos eran como si nunca hubieran existido
Se iniciaron a la vez un milion de incendios y no habia un bombero
y no habia un teléfono para llamar una ambulancia y no habia ambulancias
y para los heridos de una sola ciudad no habia en todo el mundo suficiente plasma
Y oì otra voz del cielo que decia:
Sal de ella pueblo mio
para que no te contamine la Radiactividad
y para que no te alcancen los Microbios
la Bomba de antrax
la Bomba de Còlera
la Bomba de Difteria
la Bomba de Tularemia
Miraràn en la televisiòn el gran desastre
porque a Babilonia ya le cayò la Bomba
y diran: Ay Ay Ay Ay la Ciudad Amada
los pilotos desde sus aviones la miraran y temeran acercarse
los transatlanticos quedaran anclados a distancia
temerosos de que caiga sobre ellos la lepra atòmica
Y en todas las ondas sonoras se oia una voz que decia:
ALELUYA
Y el angel me llevò al desierto
y el desierto estaba florecido de laboratorios
y alli el Demonio hacìa sus pruebas atòmicas
y vi a la Gran Prostituta sentada sobre la Bestia
(la Bestia era una Bestia tecnològica toda cubierta de Slogans)
y la Prostituta empunaba toda clase de cheques Y de bonos y de acciones
y de documentos comerciales
y estaba borracha Y cantaba con su voz de puta como en un night-club
y en la mano izquierda tenia una copa de sangre
y se emborrachaba con la sangre de todos los que ella habia purgado
y de todos los torturados y los condenados en Consejos de Guerra
y todos los enviados al paredòn
y todos los opositores de la tierra
y todos los màrtires de Jesùs
y reìa con sus dientes de oro
y el lipstick de sus labios era sangre
y el angel me dijo: esas cabezas que le ves a la Bestia son dictadores
y sus cuernos son lìderes revolucionarios que aùn no son dictadores
pero lo seràn después
y lucharàn contra el Cordero
y el Cordero los vencera
Me dijo: Las naciones. del mundo estàn divididas en 2 bloques
-Gog y Magog-
pero los  bloques son en realidad un solo bloque
(que està con tra el Cordero)
y caerà fuego del cielo y los devorarà
Y vi en la biologia de la Tierra una nueva Evoluciòn
Era como si hubiera surgido en cl espacio un PIaneta
Nuevo
La muerte y el infierno fueron arrojados en el mar de
fuego nuc1ear
las masas ya no existian màs
y vi una especie nueva que habìa producido la Evoluciòn
la especie no estaba compuesta de individuos
sino que era un solo organismo
compuesto de hombres en vez de células
y todos los biologos estaban asombrados
Pero los hombres eran libres y esa uniòn de hombres era
una Persona
-y no una Màquina-
y los sociòlogos estaban pasmados
Y los hombres que no formaron parte de esta especie quedaron hechos fòsiles
y el Organismo recubria toda la redondez del pIaneta
y era redondo  como una célula (pero sus dimensiones eran planetarias)
y la Célula estaba engalanada como una Esposa esperando al Esposo
y la Tierra estaba de fiesta
(como cuando celebrò la primera célula su Fiesta de Bodas)
y habia un Càntico Nuevo
y todos los demas planetas habitados oyeron cantar a la Tierra
y era un canto de amar.

da Apocalisse

E nel cielo vidi una grande luce
come l’esplosione di un milione di megatoni e udii una voce che mi disse: Accendi quella radio
e accesi la radio e udii: È CADUTA BABILONIA
È CADUTA LA GRANDE BABILONIA
e tutte le radio del mondo davano la stessa notizia
E l’angelo mi diede un assegno della National City Bank e mi disse: Cambia questo assegno
e in nessuna banca potei cambiarIo perché tutte le bannche erano fallite
I grattacieli erano come se mai fossero esistiti
Ebbero inizio contemporaneamente un milione d’incendi e non c’era un pompiere
e non c’era un telefono per chiamare un’ambulanza e non c’erano ambulanze
e per i feriti di una sola città non c’era in tutto il mondo abbastanza plasma
E udii un’altra voce del cielo che diceva:
Esci da lei popolo mio
perché non ti contamini la Radioattività
e non ti raggiungano i Microbi la Bomba di Antrax
la Bomba di Colera la Bomba di Difterite
la Bomba di Tularemia
Guàrderanno alla televisione il grande disastro
e diranno: Ahi Ahi Ahi Ahi la Città Amata
i piloti dagli aerei la guarderanno e avranno paura di avvicinarsi
i transatlantici rimarranno ancorati a distanza timorosi che cada sopra di loro la lebbra atomica
E in tutte le onde sonore si sentiva una voce che diceva: ALLELUIA
E l’angelo mi portò nel deserto
e il deserto era fiorito di laboratori e lì il Demonio faceva le sue prove atomiche
e vidi la Grande Prostituta seduta sulla Bestia
(la Bestia era una Bestia tecnologica tutta coperta di Slogans)
e la Prostituta impugnava ogni sorta di assegni e di buoni e di azioni
e di documenti commerciali
ed era ubriaca e cantava con la sua voce di puttana come in un night-c1ub
e nella mano sinistra aveva una coppa di sangue
e si ubriacava con il sangue di tutti quelli che aveva purgato
e di tutti i torturati e i condannati nei Consigli di Guerra e tutti i mandati al muro
e tutti gli oppositori della terra
e tutti i martiri di Gesu
e rideva con i suoi denti d’oro
e il rossetto delle sue labbra era sangue e l’angelo mi disse: quelle teste che vedi alla Bestia sono dittatori
e le loro corna sono dirigenti rivoluzionari che ancora non sono dittatori
ma lo saranno dopo
e lotteranno contro l’Agnello
e l’Agnello li vincerà
Mi disse: Le nazioni del mondo sono divise in 2 blocchi
– Gog e Magog –
ma i due blocchi sono in realtà un solo blocco (che è contro l’Agnello)
e cadrà fuoco dal cielo e li divorerà
E vidi nella biologia della Terra una nuova Evoluzione
Era come se fosse sorto nello spazio un Pianeta Nuovo

La notte e l’inferno furono buttati nel mare di fuoco nucleare
le masse ormai non esistevano più
e vidi una specie nuova prodotta dall’Evoluzione la specie non era composta d’individui
ma era un solo organismo
composto da uomini invece che da cellule e tutti i biologhi erano stupiti
Ma gli uomini erano liberi e quell’unione di Uomini era Una Persona
– e non una Macchina – e i sociologi erano sbalorditi
E gli uomini che non fecero parte di questa specie rimasero fossili
e l’Organismo copriva tutta la sfericità del pianeta
e era tondo come una cellula (ma le sue dimensioni erano planetarie)
e la Cellula era vestita a festa come una Sposa che attende lo Sposo
e la Terra faceva festa
(come quando celebrò la prima cellula la sua Festa di Nozze)
e c’era un Cantico Nuovo e tutti gli altri pianeti abitati sentirono cantare la Terra ed era un canto d’amore.

Enrico Baj, “La piccola Apocalisse”, Collage, 1978-1979

To be continued…in_fieri

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Donne alla pari

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I diritti delle donne nel mondo: INFOGRAFICA  interattiva del quotidiano “The Guardian”.

 
Elisabetta Tola, Uomini, la parità di genere è anche un vostro problema, in Aula di Lettere, Zanichelli. CLICCA QUI.

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“Nel maggio del 2009 Lorella Zanardo ha messo in rete un documentario (www.ilcorpodelledonne.com), realizzato con Cesare Cantù e Marco Malfi Chindemi, che si proponeva di innalzare il livello di consapevolezza sull’immagine delle donne nella tv italiana. Oggetto e titolo: Il Corpo delle Donne. È stato l’inizio di un cambiamento e di una grande spinta per far riguadagnare centralità alle donne e misurare la loro incidenza sul tessuto sociale e culturale del nostro paese”.

Irene Biemmi,  IL VOCABOLARIO DELLA QUESTIONE DEI GENERI. CLICCA QUI.
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He for She: il discorso di Emma Watson alle Nazioni Unite, luglio 2014

Sophie Germain [1776-1831]

Imparò a leggere leggendo i numeri, giocare con i numeri era ciò che più la divertiva e di notte sognava Archimede. Il padre proibiva: «Non sono cose da donne», diceva. Quando la rivoluzione francese fondò il Politecnico, Sophie Germain aveva diciotto anni. Volle entrare. Le chiusero le porte in faccia: «Non sono cose da donne», dissero. Per conto suo, da sola, studiò, ricercò, inventò. Mandava i suoi lavori, per posta, al professor Lagrange. Sophie si firmava Monsieur Antoine-August Le Blanc, e così evitava che l’illustre maestro rispondesse: «Non sono cose da donne». Si scrivevano da dieci anni, da matematico a matematico, quando il professore seppe che lui era lei. D’allora in poi, Sophie fu l’unica donna accettata nell’Olimpo maschile della scienza europea: nelle matematiche, approfondendo teoremi, e poi nella fisica, dove rivoluzionò lo studio delle superfici elastiche. Un secolo dopo, i suoi contributi concorsero a rendere possibile, fra l’altro, la Tour Eiffel. La torre porta incisi i nomi di vari scienziati. Sophie non c’è. Sul suo certificato di morte, del 1831, figurò come benestante, non come scienziata: «Non sono cose da donne», disse il funzionario.

Eduardo Galeano

Olympia

Son femeninos los símbolos de la revolución francesa, mujeres de mármol o bronce, poderosas tetas desnudas, gorros frigios, banderas al viento.

Pero la revolución proclamó la Declaración de los Derechos del Hombre y del Ciudadano, y cuando la militante revolucionaria Olympia de Gouges propuso la Declaración de los Derechos de la Mujer y de la Ciudadana, la guillotina le cortó la cabeza.

Al pie del cadalso, Olympia preguntó:

Si las mujeres estamos capacitadas para subir a la guillotina, ¿por qué no podemos subir a las tribunas públicas?

No podían. No podían hablar, no podían votar.

Las compañeras de lucha de Olympia de Gouges fueron encerradas en el manicomio. Y poco después de su ejecución, fue el turno de Manon Roland. Manon era la esposa del ministro del Interior, pero ni eso la salvó. La condenaron por su antinatural tendencia a la actividad política. Ella había traicionado su naturaleza femenina, hecha para cuidar el hogar y parir hijos valientes, y había cometido la mortal insolencia de meter la nariz en los masculinos asuntos de estado.

Y la guillotina volvió a caer.

da Espejos/ Una historia casi universal, di Eduardo Galeano, 2008

Risultati immagini per Olympe de Gouges

 

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Il riscatto dell’italiano dai fornelli agli atenei

pisto21

La nostra lingua è un successo all’estero, certifica la Crusca
È la preferita dalla pubblicità e aumentano quelli che la studiano

Valeria Strambi, “La Repubblica”, 19 ottobre 2016

NEL MONDO nel 2014- 2015 2.233.000 persone hanno studiato italiano
Nel 2013- 2014 gli studenti erano 1.7 milioni. L’anno prima 1.5 milioni
“È in gioco la credibilità. Chi si occupa di storia dell’arte o di lirica non può farne a meno”
337mila gli studenti nella sola Germania, il Paese più interessato all’italiano
212 mila negli Stati Uniti, 41 mila in Tunisia e 7 mila in Cina
A Pyongyang gli studenti erano solo tredici, appena 15 in Sri Lanka, Qatar e Bahrein

Una Napoli gustata da “Papa John’s Pizza”, nel Kentucky, promette un sapore più autentico rispetto a quella comprata in un qualsiasi altro fast food americano. Così come l’ultimo film di Steven Spielberg può diventare più avvincente se visto al cinema Caruso, in Thailandia. Oppure i pantaloni acquistati da “Villa Moda”, in Medio Oriente, hanno quel non so che di elegante che manca allo stesso capo presente nel negozio a fianco. A fare sempre più la differenza, nell’immaginario degli stranieri, è il dettaglio italiano. Vero o inventato che sia, un richiamo al Belpaese è garanzia di qualità e basta a far vendere di più. Parola di linguisti, pubblicitari, manager d’azienda ed esponenti del mondo della politica e della cultura che si sono ritrovati per due giorni agli Stati Generali della lingua italiana nel mondo, conclusi ieri a Firenze.
«Vestirsi d’italianità serve a essere più credibili», conferma Paolo D’Achille, professore di Linguistica italiana all’Università di Roma Tre e accademico della Crusca, «abbiamo analizzato le insegne commerciali di 21 paesi del mondo: 339 sono ispirate alla tradizione enogastronomica italiana e altre 214 alla moda. Anche se non sempre le citazioni sono corrette. Non penso solo agli errori di ortografia, ma anche alla scelta delle corrispondenze. Esistono negozi di abbigliamento chiamati “Dolce Vita”, ma il riferimento non è al maglione a collo alto, quanto al film di Fellini che porta con sé tutta la magia di un’epoca e di uno stile di vivere».
Ma l’immagine del nostro paese si ferma a qualche insegna in italiano maccheronico? «Può capitare che da parte di chef o gestori di negozi di moda scatti la curiosità di imparare davvero la lingua», prosegue D’Achille, che insieme a Giuseppe Patota ha curato per l’occasione l’e-book L’italiano e la creatività. Marchi e costumi, moda e design scaricabile gratuitamente fino al 23 ottobre – il fenomeno è ancora piccolo, ma è un canale da non sottovalutare». Ma accanto a un italiano pop, visto e consumato negli spazi di uno slogan, c’è ancora chi si avvicina alla lingua per ragioni culturali: «Chi studia la Storia dell’Arte o la lirica», spiega D’Achille, «non può farlo a prescindere dall’italiano. Mi è capitato di vedere un documentario in inglese in cui una storica dell’arte commentava un manoscritto in italiano: per farlo non basta un’infarinatura. Mai rinunciare all’approfondimento». E anche il governo sembra credere nella promozione della cultura italiana al di fuori dei confini. All’apertura degli Stati Generali lo stesso premier Matteo Renzi ha annunciato che 50 milioni previsti nella Legge di Stabilità sono destinati proprio a rafforzare le scuole d’italiano all’estero. A ribadire il concetto ha pensato ieri il presidente della Repubblica Sergio Mattarella: «Proporre la qualità Italia è la sfida di fronte a noi: proporre cioè l’umanesimo che deriva dalla nostra cultura, dal modo di vivere, di lavorare. L’italianità parla di umanesimo».
Veri cultori della lingua o semplici ammiratori, sono sempre di più gli stranieri che scelgono di studiare l’italiano. Se nel 2012-2013 erano un milione e 522 mila, nel 2014-20105 sono aumentati di più di 700 mila unità raggiungendo quota due milioni e 233 mila. La Germania resta in testa, con 337.553 studenti, seguita da Australia (326.291), Francia (274.582), Stati Uniti ( 212.528) ed Egitto (124.925). In Australia, nel 2016, sono stati inseriti corsi d’italiano nei sistemi scolastici locali e il governo ha riconosciuto la nostra lingua come parte del patrimonio ereditato dall’immigrazione del passato. Agli ultimi posti della lista Bangladesh, Bahrein e Repubblica Popolare Democratica di Corea, con rispettivamente 10, 15 e 13 studenti.
Per chi vive dall’altra parte del mondo, però, non sempre è semplice studiare l’italiano e il rischio di perdersi nei meandri della burocrazia è alto. Dove seguire i corsi? Come procurarsi un visto? Le risposte si trovano sul “Portale della lingua italiana nel mondo” (www.linguaitaliana.esteri.it), un database appena attivato che per la prima volta raccoglie le 1.300 cattedre di italiano che esistono al mondo con relativi indirizzi, oltre al corso di italiano a distanza gratuito del Wellesley College.
Tra le sezioni del sito, c’è anche quella dedicata alla “Formazione artistica e per la creatività”, una lista degli istituti italiani che offrono corsi riconosciuti nei settori della moda, design, musica, cucina. «Gli studenti stranieri che studiano negli istituti italiani sono solo il 4 per cento», commenta il viceministro degli Esteri, Mauro Giro, «entro il 2018 vorremmo raggiungere l’8». E la chiave per attrarre talenti potrebbe essere proprio quella di insegnare loro un mestiere. Chi accede al Portale non deve far altro che inserire la regione e il settore che gli interessa per avere davanti un mondo: dall’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, all’Accademia italiana d’Arte di Roma o il Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano.

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Il latino ci dice che non c’è solo il presente

parmiggiani

Una riflessione su scuola discipline umanistiche e formazione dei cittadini
Ivano Dionigi, “La Repubblica”, 15 settembre 2016

La parola «scuola» evoca una stagione della nostra vita, un titolo di studio, la Cenerentola dei nostri Ministeri, il ricordo di un ottimo insegnante, l’origine dei nostri fallimenti o successi. Non si ricorderà mai abbastanza che «scuola» deriva da «scholé», parola greca che indica il tempo che il cittadino riservava alla propria formazione, quella che i Greci chiamavano «paideía» e che volevano non specialistica e monoculturale, bensì completa e integrale: «enkýklios», «circolare». Secondo questa prospettiva originaria, la scuola è il contrappeso di certa modernità polarizzata sul «presente», sull’«adesso», sull’«ora» (modo, da cui appunto derivano sia «moderno» che «moda»). Essa è il luogo dove si formano i cittadini completi e non semplicemente — direbbe Nietzsche — «utili impiegati ». In un Paese civile e colto, centrale è la figura dell’insegnante, del docente, del maestro (magister), vale a dire «colui che sa di più e vale di più» (magis) e che si mette in relazione con gli altri (- ter); in opposizione a minister, «colui che sa e vale meno». Sono termini del linguaggio religioso: magister era il celebrante principale, minister era il celebrante in seconda, l’assistente, il servitore. Segno dei tempi: noi oggi abbiamo sostituito al rispetto per i Maestri l’ossequio per i Ministri.
Alternativa ciclicamente ricorrente è quella che si chiede se la scuola deve avere lo sguardo rivolto al passato o al futuro, privilegiare la conoscenza o la competenza, mirare alla formazione o alla professione. A chi sostiene che la scienza è destinata a scalzare inesorabilmente le humanities e che i problemi del mondo si risolvono unicamente in termini ingegneristici e orientati al futuro, si dovrà rispondere che, se la scienza e le tecnologie hanno l’onere della risposta ai problemi del momento, il sapere umanistico ha l’onere della domanda; e pertanto tra scienza e humanities ha da essere un’alleanza naturale e necessaria, perché i linguaggi sono molteplici ma la cultura è una. Steve Jobs ci ha ricordato la necessità del ritorno alla figura dell’ingegnere rinascimentale.
Ma cosa rispondere a chi – pur consapevole che la scuola, intesa come scholé, ha il compito di insegnare ciò che non si apprende né dalla famiglia né dalla società né dalle istituzioni – deve fare i conti con la realtà aggressiva e incontrovertibile di un mondo extrascolastico parallelo, di un’altra educazione, di un altro apprendimento? Di fronte a questo nuovo scenario giova continuare a credere che la scuola è l’unico luogo di incontro reale rispetto al mondo immateriale dei nuovi media? Che siamo in presenza di puri strumenti, mentre i valori sono altri? O piuttosto sarà bene riconoscere che con la realtà «fisica» convive la realtà «digitale» e che le tecnologie e i social network creano un nuovo «ambiente», il che significa nuovi pensieri, nuove relazioni, nuovi stili che entrano nella vita di tutti i giorni?
Indubbiamente questa nuova cultura e formazione ha rischi seri: su tutti, quello che Eliot chiamava «il provincialismo di tempo», proprio di chi crede che la vita e il mondo inizino con noi e col nostro presente; e quello che Byung-Chul Han chiama «l’inferno dell’Uguale»: un mondo senza il pathos della distanza e l’esperienza dell’alterità. Cosa sa del presente chi conosce solo il presente? Cosa sa di tecnologia chi conosce soltanto la tecnologia? Cosa sa dell’altro chi con un clic ne vede la faccia ma non il volto?
Solo la scuola può – e, io aggiungo, deve – comporre tale querelle, coniugare il momento «noto» dell’insegnamento dell’aula ( docere) con quello «nuovo» dell’apprendimento della rete (discere), tradurre (trans- ducere) la comunicazione in comunione e fare dei tanti «io» il «noi», che dovrà essere il pronome del terzo millennio. Compito della scuola è insegnare che le scorciatoie tecnologiche uccidono la scrittura; ricordare ai ragazzi che la vita è una cosa seria e non tutto un like; formare cittadini digitali consapevoli, come essa ha fatto con i cittadini agricoli, i cittadini industriali, i cittadini elettronici; convincere che la macchina non può sostituire l’insegnante; dimostrare che libro e tablet non sono alternativi e rivali ma diversi perché il libro racconta, il tablet rendiconta. Una sfida tanto auspicabile quanto utile sarebbe la compresenza del professore di «latino» – e in generale dei professori delle discipline umanistiche – e del professore di «digitale», ora infelicemente denominato dalla burocrazia ministeriale «animatore digitale», come se si trattasse di un ruolo ludico e ricreativo. Da tale confronto i ragazzi capirebbero sia la differenza tra il tempo e lo spazio sia la necessità della coabitazione tra l’hic et nunc («qui e ora») e l’ubique et semper («ovunque e sempre»).
Non ho mai capito la rovinosa alternativa per cui l’inglese o l’informatica debbano sostituire, e non piuttosto integrare, altre discipline come il greco e il latino. Errore ben rappresentato da quanto proponeva l’ex ministro Luigi Berlinguer: «Rendere opzionale il latino, dando così spazio alla necessaria accentuazione scientifica». Ma io dico: cosa di più arricchente e convincente di un liceo classico dove il ventaglio dei saperi umanistici si dispieghi e si coniughi con quelli scientifici? Aumentare e accrescere, non diminuire e sottrarre; et et e non aut aut deve essere la misura della scuola. Questo è possibile con provvedimenti seri e investimenti veri: dilatando gli orari scolastici, abolendo i compiti a casa, pagando adeguatamente gli insegnanti. L’unica riforma degna della scuola: crocevia del futuro.
Il nostro Paese, fino a non molti anni or sono, ha conosciuto – e riconosciuto anche economicamente – l’importanza e la nobiltà della figura dell’insegnante, del docente, del professore: colui che «professa» (dal latino profiteri) la ricerca, il fondamento e la trasmissione del sapere e dei saperi. Figura cardine di un Paese civile che abbia il futuro nel sangue: da riscoprire e riabilitare, perché oggi maldestramente delegittimata da politici e famiglie e sciaguratamente derubricata a dimensioni amministrative e mansioni burocratiche. Peggio: ridotta al ruolo di «facilitatore», una sorta di «super-capoclasse»; e così si fa un torto triplice: agli insegnanti, che sanno che per alcuni traguardi culturali occorre munirsi – avrebbe detto Mandel’stam – di «scarponi chiodati»; agli studenti, che chiedono testimonianze di coerenza e verità; e alla scuola, che non è e non deve essere il luogo dove si attenuano o si occultano le difficoltà; dove, per una malintesa idea di democrazia o egualitarismo, si rendono deboli i saperi anziché forti gli allievi.

L’autore, latinista, è stato rettore dell’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna
IL LIBRO Ivano Dionigi, Il presente non basta (Mondadori, pagg. 112)

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Enciclopedie o del sapere circolare

L’ordine enciclopedico delle nostre conoscenze consiste nel raccoglierle nel minor spazio possibile e nel fare assumere, per così dire, al filosofo un punto di vista assai elevato al di sopra di questo labirinto, in modo da fargli scorgere nel loro insieme le scienze e le arti principali, abbracciare con un unico sguardo gli oggetti delle speculazioni e le operazioni che può compiere su questi oggetti, distinguere le branche generali delle conoscenze umane, i loro punti di contatto e di separazione, e talora intravvedere persino le strade nascoste che le congiungono. […] La società, se rispetta giustamente i grandi geni che la illuminano, non deve avvilire le mani che la servono. La scoperta della bussola è tanto utile al genere umano, quanto lo sarebbe alla fisica la spiegazione delle proprietà dell’ago magnetico.

Baptiste Le Rond d’Alembert, Discorso preliminare dell’Enciclopedia  o dizionario ragionato delle scienze, delle arti e dei mestieri [1753], a c. di P. Casini, Laterza, Bari 1968. LEGGI TUTTO.

Lo scopo di un’enciclopedia è di unificare le conoscenze sparse sulla faccia della terra; di esporre il sistema e di trasmetterlo a quelli che verranno dopo di noi; affinché le opere dei secoli passati non siano state inutili per i secoli successivi, affinché i nostri nipoti, divenendo più istruiti, possano essere nello stesso tempo più virtuosi e più felici, e affinché noi non scompariamo senza aver ben meritato del genere umano […]. Ci siamo resi conto che l’Enciclopedia poteva essere tentata solo in un secolo filosofico, e che questo secolo era giunto. D. Diderot,  VOCE ENCICLOPEDIA, vol. V

Possa la cultura generale progredire in modo così rapido che fra vent’anni, su mille delle nostre pagine, resti impopolare appena un rigo! I padroni del mondo devono affrettare questa felice rivoluzione. Felice il tempo in cui avranno compreso che la loro sicurezza consiste nel comandare uomini istruiti. I grandi attentati sono stati sempre commessi solo da ciechi fanatici. Oseremmo lamentarci delle nostre pene e rimpiangere i nostri anni di fatiche, se potessimo vantarci di aver appena corretto quello smarrimento dell’intelletto che è così contrario alla quiete della società, e di aver spinto i nostri simili ad amarsi, a sopportarsi e infine riconoscere la superiorità della morale universale su tutte le morali particolari che ispirano l’odio e il disordine, e che infrangono o rilassano la solidarietà generale e comune? D. Diderot, Avvertenza, vol. VIII

Il termine enciclopedia viene da enkyklios paideia, che nella tradizione greca significava una educazione completa. Enkyklios non significa tanto “educazione circolare”, nel senso di armonicamente completa, bensì, secondo alcuni, in riferimento alla forma del coro: imparare a cantare certi inni era parte essenziale dell’educazione di un ragazzo, e pertanto enkyklios vorrebbe dire “la forma di educazione che un ragazzo dovrebbe aver ricevuto”. Però nell’antichità classica questo termine non appare; esso fa la sua apparizione nel XVI secolo, prima in Fleming Joachim Stergk, Lucubrationes vel potius absolutissima kuklopaideia, 1529, e poi nel The Boke named The Governour (1531) di Sir Thomas Elyot, dove si cita la totalità del sapere, ovvero “the world of science”, o “the circle of doctrine”. Questa stessa totalità del sapere come educazione completa viene descritta nel libro II del Gargantua et Pantagruel di Rabelais (1532, cap. 20), quando Thaumastes loda la cultura del giovane Pantagruel e dice: “mi ha dischiuso il vero pozzo e l’abisso dell’Enciclopedia”.  […]

L’enciclopedia illuminista si vuole critica e scientifica: non rinuncia a registrare tutte le credenze, anche quelle ritenute erronee, ma le denuncia come tali (si veda per esempio la voce “Licorne”, che sembra descrivere l’animale secondo la tradizione, ma sottolineandone la natura leggendaria), e sul modello di quelle antiche intende rendere ragione di tutti i saperi umani, anche quelli popolari connessi alle arti e ai mestieri. Si regge su una classificazione preliminare dei saperi, ma, essendo in ordine alfabetico, non la rivela, se non in un piano iniziale. In effetti nelle pagine introduttive, dovute a D’Alembert, si dice che “il sistema generale delle scienze e delle arti è una specie di labirinto, di cammino tortuoso che lo spirito affronta senza troppo conoscere la strada da seguire […] Questo disordine, per quanto filosofico per la mente, sfigurerebbe, o almeno annienterebbe del tutto un albero enciclopedico nel quale lo si volesse rappresentare […] Il sistema delle nostre conoscenze è composto di diverse branche, di cui molte hanno uno stesso punto di riunione; e poiché partendo da questo punto non è possibile imboccare contemporaneamente tutte le vie, la determinazione della scelta risale alla natura dei diversi spiriti”. Peraltro l’enciclopedia tende a riunire queste conoscenze nel più breve spazio possibile, e nel porre, per così dire, il filosofo al di sopra di questo vasto labirinto, in un punto di vista molto elevato da dove gli sia possibile scorgere contemporaneamente le scienze e le arti principali; vedere con un sol colpo d’occhio gli oggetti delle sue speculazioni e le operazioni che può fare su questi oggetti; distinguere le branche generali delle conoscenze umane, i punti che le separano o le accomunano, e intravedere persino, a volte, le vie segrete che le riuniscono. Essa è come una specie di mappamondo dove gli oggetti sono più o meno ravvicinati e presentano diversi aspetti secondo la prospettiva scelta dal geografo. Si possono dunque immaginare tanti diversi sistemi della conoscenza umana quanti sono i mappamondi che si possono costruire secondo diverse proiezioni, e “spesso un oggetto, posto in una certa classe a causa di una o più delle sue proprietà, rientra in un’altra classe per certe altre proprietà”. L’immagine del mappamondo, su cui è possibile disegnare diversi percorsi e raccordi, ci farebbe pensare oggi a una rete ferroviaria (che è poi una delle incarnazioni moderne del labirinto), ed è in effetti sul modello della rete che si sono sviluppate le teorie contemporanee del modello enciclopedico.

U. ECO, Enciclopedia: genesi e storia di un’idea, in Umberto Eco, Riccardo Fedriga (a cura di), La filosofia e le sue storie. L’età moderna, Laterza, 2014

SEMBRA TRASCORSO UN EVO E INVECE sono solo quindici anni che esiste. Come i fenomeni legati alla temperatura percepita rispetto a quella reale, anche Wikipedia ha comportato un mutamento irreversibile. La misura di tale rivoluzione, vissuta giorno dopo giorno ma inavvertita nelle conseguenze, è data dal fatto che se oggi non fossimo qui a celebrarne i primi quindici anni pochi si ricorderebbero della data di nascita. Il che prova una cosa, che risale addirittura al di Platone, dove si racconta del dio egizio Theuth che presenta al faraone la sua ultima invenzione: la scrittura, tecnologia che per la prima volta affida le tracce della memoria a un documento come il papiro. Anche Wikipedia è una macchina per produrre memoria.
Oggi non c’è evento, consistente o inconsistente, che non sia rintracciabile — il che non significa attendibile — in pochi secondi, e che con la stessa velocità non venga subito scordato. Il modello verso cui ci ha orientato Wikipedia è la bulimia algoritmica — ben più veloce di qualsiasi mnemotecnica umana — attraverso la quale il tempo di reperimento e accumulo delle informazioni si sostituisce al bisogno di esaustività, completezza e autorevolezza. […] la vera rivoluzione operata da Wikipedia [è] l’avere trasformato i modi attraverso i quali accediamo al sapere in funzione non tanto della completezza delle informazioni quanto in base al parametro della velocità e alla conseguente linearità nel reperirle. Wikipedia ha così operato una sorta di mutazione antropologica, adattandoci a muoversi più velocemente e secondo dinamiche più liquide, reputazionali e fondate sulla testimonianza, di quelle dettate da ogni possibile criterio di autorevolezza scientifica, istituzionale o editoriale. Ciò che non c’è su Wikipedia è ciò che non è velocemente accessibile, e ciò che è tale, dunque, non esiste: l’esistenza o meno di un evento diventa una variabile del fattore tempo.
R. Fedriga, Il dio Theuth nel regno della velocità, “La Repubblica”, 10 gennaio 2016

 

ESISTE un modo per mettere al sicuro, su internet, almeno una porzione della nostra conoscenza? Per avere cioè la sicurezza che ciò che leggiamo sia inoppugnabile e verificato? Oppure il modello Wikipedia, quello dell’enciclopedia a cui chiunque può mettere mano, è destinato a rimanere imbattibile? In realtà, a ben scavare, già prima della creatura lanciata da Jimmy Wales e altri e che ha evidentemente rivoluzionato il modello della conoscenza diffusa, esisteva un’altra enciclopedia online organizzata e gestita in modo diverso. Molto diverso. Orientata alla massima qualità. Anzi, al conseguimento di quella sacra trinità all’apparenza impossibile da ottenere: autorevolezza, completezza e attualità, intesa come massimo aggiornamento possibile dei contenuti.
Si tratta della Stanford Encyclopedia of Philosophy, meglio nota nel mondo accademico con l’acronimo Sep, ed ha una storia molto lunga, risalente al 1995. Ne ha raccontato una parte Quartz, individuando – nel complicato rompicapo della conoscenza su internet – le ragioni per cui il modello portante di quella storica ma ancora poco nota istituzione, fondata dal filosofo Edward Zalta, dovrebbe essere assunto come modello. Se non in tutti, almeno in molti ambiti dello scibile umano.
Per quale ragione? Sottrarre quei campi di sapere ai tanti lati negativi ed effetti collaterali a cui le risorse online più utilizzate, dalla stessa Wikipedia al sito di botta e risposta Quora – che ha appena varcato la soglia dei cento milioni di utenti – sono condannati per la loro stessa logica costitutiva. Quella formula si chiama in inglese “dynamic reference work”, che potremmo tradurre più o meno come lavoro di compilazione dinamica, o qualcosa del genere. Un lavoro che ovviamente non può che far leva su scale piccole – le voci classificate dalla Sep sono appena 1.500 rispetto ai 37 milioni di voci geolocalizzate dell’enciclopedia universale – ma tuttavia può segnare una strada percorribile. Un faro nella scivolosa rete delle bufale.
Le varie tipologie di siti e piattaforme a cui ci rivolgiamo oggi per rispondere ai nostri dubbi (al netto delle ricerche su Google) non riescono infatti a soddisfare tutte e tre le condizioni per un’opera perfetta. A quelle cartacee, sostanzialmente in estinzione (la Britannica non si stampa più da sei anni), gli utenti e i lettori accordano una certa autorevolezza. Sanno che su quelle pagine hanno lavorato autori riconosciuti e redattori competenti. Ma i libri non possono in nessun modo, tranne che per campi ristretti, ambire all’esaustività e men che meno all’aggiornamento.
Dal canto suo, Wikipedia è stata bersagliata negli anni dalle più diverse critiche: i pochi utenti attivi, spesso sotto l’1%, che intervengono nei testi a fronte della spaventosa mole di lettori, lo sbilanciamento in termini di attenzione riservata a certi settori della conoscenza e non ad altri – celebre la polemica sul femminismo o sulle voci matematiche – l’inaffidabilità stessa legata al modello di crowdsourcing, che le garantisce solo la rapidità di aggiornamento. I portali cosiddetti Q&A, di botta e risposta, come Quora – che ha da poco acquistato la piattaforma Parlio – o Stack Exchange non colgono neanche una delle caratteristiche necessarie a un buon prodotto: l’autorevolezza delle fonti non è garantita (chi risponde si autoqualifica in un modo ma non c’è verifica possibile), la completezza non esiste e l’aggiornamento neanche. Insomma, al momento – Google a parte – non esiste una risorsa a prova di errore voluto o colposo, aggiornata in tempo reale e che esaurisca con ordine e logica gli argomenti che affronta, senza perdersi in un continuo richiamo di link e collegamenti.
Zalta e colleghi provano dunque da vent’anni a costruire un modello diverso. Applicato alla filosofia ha dimostrato una sua sostenibilità economica anche se in altri campi non si può dire altrettanto. Non è infatti detto che sia una strada universale ma certo molti ambiti potrebbero essere organizzati con successo secondo lo stesso approccio. Per esempio, per garantirne l’autorevolezza il gruppo di lavoro ha selezionato diverse dozzine di editor per materia. Persone che sono responsabili di una singola branca filosofica anche piuttosto ampia, come la filosofia antica, e che scelgono e coordinano i singoli autori responsabili delle specifiche voci. “Un editor lavora con l’autore per fare il punto prima di dare il via libera alla scrittura – ha spiegato a Quartz Susanna Siegel, responsabile dell’ambito della filosofia della mente – spesso è un passaggio molto lungo”. Una volta partiti, alcuni autori possono impiegare anche molto tempo per concludere il loro lavoro. Fra l’altro non retribuito, visto che si tratta di esperti della materia che già vivono degli studi in un certo ambito e che quindi, col tempo, hanno deciso di partecipare al progetto un po’ con lo spirito con cui danno il loro contributo alle ricerche accademiche.
Risolta l’autorevolezza, alla Sep la completezza delle informazioni viene garantita da un attento lavoro di regia di un gruppo di filosofi capitanati dallo stesso Zalta: “Diciamo ai nostri autori di scrivere voci che si autocompletino” ha spiegato Uri Nodelman, senior editor dell’enciclopedia filosofica di Stanford. Cosa significa? Tentare di evitare il più possibile quello che chiamano “Wikihole”, il buco di Wikipedia. Il fatto, cioè, che spesso per comprendere a pieno una voce sia praticamente obbligatorio passare ad altre e ad altre ancora, perché nella voce di partenza che ci interessava mancavano i presupposti per comprenderla a pieno. Oppure l’assenza di alcune voci troppo complicate o astratte. L’aggiornamento è infine frutto di un’organizzazione molto chiara: se il contenuto di partenza deve ovviamente essere il più “fresco” possibile, dopo quattro anni quel testo dovrà essere aggiornato. Anche se spesso le revisioni vanno in scena molto prima, in base agli avanzamenti scientifici o alle segnalazioni di chi la stessa enciclopedia la usa ogni giorno: studenti, professori, esperti o lettori molto ferrati.
Si tratta di un esperimento, è vero. Tuttavia negli anni ha guadagnato, grazie al soddisfacimento di quei tre parametri-chiave che dovrebbero sovrintendere ogni risorsa dedicata alla conoscenza, un suo equilibrio finanziario e un forte riconoscimento dalla comunità scientifica. Sotto il primo fronte costa poco, impiega solo tre persone più cinque assistenti part-time, è finanziata in parte da Stanford, in parte da un programma di affiliazione premium sottoscritto da numerose biblioteche universitarie, coinvolte anche nella stesura delle voci, che frutta un terzo del budget, in parte da microversamenti ottenuti in cambio della diffusione di alcune di queste voci e articoli impaginati agli “Amici della Sep”: pillole di sapere a buon prezzo, contenuti pronti e soprattutto ipergarantiti per essere stampati in Pdf o utilizzati per altri fini, come lezioni, ricerche o approfondimenti.
Sono molti i settori che potrebbero essere coinvolti da un paradigma simile, che superi la pur imbattibile – nell’uso quotidiano – Wikipedia o i rapidi botta e risposta di Quora e siti del genere. Parecchi di quei settori, come l’informatica o l’economia, sfoggiano grande dinamismo, e dunque sembrerebbero complessi da organizzare secondo la formula Stanford, ma fanno leva su principi essenziali che quasi mai ci si prende il compito di spiegare e approfondire in maniera certificata. Sono ambiti nei quali diverse istituzioni, pubbliche e private, potrebbero avere l’interesse a interpretare il ruolo che Stanford ha avuto per la filosofia: garante e parziale finanziatore di una piattaforma destinata alla tutela dell’informazione di qualità.

SIMONE COSIMI, La formula dell’enciclopedia perfetta, “La Repubblica”, 7 aprile 2016

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“That’s the press, baby”

Deadline /  L’ultima minaccia, con Humphrey Bogart, regia di Richard Brooks, 1952

Gaetano Filangieri [giurista e illuminista napoletano], Scienza della legislazione (1780-5):
“Vi è un tribunale, che esiste in ciascheduna nazione, che è invisibile (…) ma che agisce di continuo, e che è più forte dei magistrati e delle leggi, de’ ministri e dei re (…) Questo tribunale, io dico, è quello della pubblica opinione” […] “La libertà, dunque, della stampa è di sua natura fondata sopra un dritto , che non si può né perdere né alienare finché si appartiene ad una società […], che la violenza distrugge, ma che la ragione e la giustizia difendono”.

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Quello che sono i libri stampati rispetto alla scrittura può quasi dirsi che lo siano i fogli periodici rispetto a’ libri stampati; e come questi tolsero dalle mani di pochi adepti le cognizioni, e le sparsero nel ceto dei coltivatori delle lettere, così i fogli le cognizioni medesime che circolano nel popolo studioso comunicano e diffondono nel popolo o travagliatore od ozioso. […]
Ma un foglio periodico, che ti si presenta come un amico che vuol quasi dirti una sola parola all’orecchio, e che or l’una or l’altra delle utili verità ti suggerisce non in massa, ma in dettaglio, e che or l’ uno or r altro errore della mente ti toglie quasi senza che te ne avveda, è per lo più il più ben accetto, il più ascoltato. La distanza che passa tra l’ autore di un libro, e chi lo legge, mortifica per lo più il nostro amor proprio, poiché il maggior numero non si crede capace di fare un libro; ma per un foglio periodico ognuno si crede abilità sufficiente, essendo poi sempre la mole e il numero i principali motori della stima volgare. Aggiungasi la facilità dell’ acquisto, il comodo trasporto, la brevità del tempo che si consuma nella lettura di esso, e vedrassi quanto maggiori vantaggi abbia con sé questo metodo d’instruire gli uomini, e per conseguenza con quanta attenzione e sollecitudine debba essere adoperato da’ veri filosofi, e quanto meriti di essere incoraggiato e promosso da chi brama il miglioramento della sua specie. Entrate in una adunanza ove siano libri e fogli periodici, troverete che ai primi si dà per lo più un’occhiata sprezzante e sdegnosa, ed ai secondi un’occhiata di curiosità che vi la leggere, e fa legger tutti gli altri; e come la circolazione del denaro è avvantaggiosa perché accresce il numero delle azioni degli uomini sulle cose, cosi la circolazione dei fogli periodici aumenta il numero delle azioni della mente umana, dalle quali dipende la perfezione delle idee e de’ costumi.                C. BECCARIA, De’ fogli periodici, “Il Caffè”, 1764

Ora, quando si pretende libertà di parola e di stampa non si sta chiedendo una libertà assoluta. Un qualche grado di censura deve sempre esistere, o almeno continuerà a esistere fintanto che ci saranno società organizzate. Ma la libertà, come ha detto Rosa Luxemburg, è «libertà per gli altri». È lo stesso principio contenuto nelle celebri parole di Voltaire: «Detesto ciò che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di dirlo». Ammesso che la libertà intellettuale, che è senza dubbio uno dei segni distintivi della civiltà occidentale, abbia un significato, tale significato è che chiunque deve avere il diritto di dire o stampare ciò che ritiene vero, purché così facendo non danneggi inequivocabilmente il resto della comunità. […] Se la libertà significa qualcosa, significa il diritto di dire alla gente ciò che non vuol sentirsi dire.                      George Orwell, La libertà di stampa, 1945

Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, 1948

Art.19: «Everyone has the right to freedom of opinion and expression; this right includes freedom to hold opinions without interference and to seek, receive and impart information and ideas through any media and regardless of frontiers».

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