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L’italiano è diventato una lingua straniera

Melania Mazzucco, “La Repubblica”, 30 luglio 2019

I padri della nazione erano convinti che solo la scolarizzazione avrebbe portato lo sviluppo economico. Ma oggi nessuno lo pensa più

Una decina di anni fa sono stata invitata in un liceo romano a parlare dei classici. Non ricordo se avevo scelto Ovidio o Petronio, ma non è importante. L’incontro – accuratamente preparato dagli insegnanti – fu vivace, la partecipazione degli studenti incoraggiante. Ma è solo alla fine, quando la prossemica si scompiglia e gli studenti si avvicinano all’autore per rivolgergli una domanda che si vergognerebbero di porre ad alta voce davanti ai compagni, che le battute del copione saltano e il dialogo diventa autentico. La sedicenne si china in avanti e mi chiede di firmarle la copia di un mio romanzo, premettendo che è per la madre. Bisbiglia che glielo ha fatto leggere, e le è piaciuto. Però ha dovuto tenere vicino il vocabolario, come quando studia inglese. Perché la metà delle parole non le capiva. Sto firmando la dedica, ma mi interrompo, stupita. La guardo. Quel liceo è frequentato dai figli della borghesia – dirigenti, politici, alti funzionari, avvocati. Non si tratta quindi di svantaggio sociale, carenze formative, marginalità. E nemmeno di distrazione digitale (gli smartphone cominciano appena a diventare dispositivi essenziali). Che genere di parole? chiedo (il romanzo in questione è ambientato ai giorni nostri, a Roma, non mi pare contenga parole “difficili”). Boh, non gliene viene in mente nessuna. Lo sfoglio insieme a lei, incuriosita. Ad apertura di pagina ne trova tre. Epiteto, scherno, ribadire. La lingua italiana è diventata una lingua straniera.

Per questo i risultati dei famigerati test Invalsi mi sono sembrati perfino discreti. Da più di vent’anni frequento le scuole italiane di ogni grado (dalle primarie agli istituti tecnici, allo scientifico) e livello – didattico, culturale, sociale e architettonico: dai casermoni fatiscenti nelle periferie della mia città agli edifici modernissimi nelle province del Veneto. Mi sono seduta in aule abitate da alunni di venti nazionalità diverse e altre nelle quali i cognomi del registro erano tutti noti. Sono quindi una testimone e non una protagonista di questo psicodramma nazionale. Ho la fortuna di vivere ore quasi spensierate coi ragazzi e di non doverli costringere a seguire il programma o interrogarli. L’esperienza personale mi ha edotta sul delirio burocratico, il precariato, le carenze di organico e di risorse, le parole belle e vuote delle carte dei diritti e le sciagurate riforme, ma non mi permetto di esprimere sentenze o vaticini. Ne registro però le conseguenze, anno dopo anno e ormai generazione dopo generazione.

Quando una struttura implode, l’edificio resta in piedi, e può sembrare perfino solido, ma le pareti sono destinate a franare, le fondamenta sono squassate, e ciò che resta è un simulacro. La scuola di oggi ha qualcosa di spettrale, anacronistico e in qualche modo commovente. Un simulacro identico a ciò che fu, nel quale si agitano, con abnegazione e dedizione al martirio, insegnanti di coscienza netta e buona volontà. Circondati però da macerie, fanti nella trincea abbandonati o sabotati dai loro comandi. Il destino dei ragazzi è affidato prima alla casta d’origine della famiglia, come tutti i commentatori hanno già notato, e quindi al caso. Un insegnante valido può infondere in loro una scintilla – di conoscenza, quanto meno – altrimenti saranno stati solo anni di parcheggio. Ma i ragazzi stessi cominciano a non poter più cogliere nemmeno quell’opportunità. La peggiore catastrofe infatti non è che l’italiano sia per loro una lingua straniera (lo è sempre stata), e che la matematica resti un privilegio geografico: è che nessuno – né i ragazzi né i loro genitori – crede più che la scuola serva a qualcosa.

L’Italia è stata una nazione giovane, spinta dalla forza lavoro dei suoi abitanti, poveri e incatenati all’ignoranza: nel 1861, al momento dell’Unità, il 74% della popolazione era analfabeta. I padri della nazione erano convinti che solo la scolarizzazione avrebbe portato sviluppo economico: i dati che decennio dopo decennio confermavano la diminuzione di quella percentuale che ci infamava tra le nazioni civili d’Europa hanno accompagnato l’effettiva modernizzazione del Paese. Ma dietro quei dati statistici c’era una speranza reale. Il mio bisnonno analfabeta spronava il figlio a studiare (benché poi dovette farlo emigrare dopo la seconda elementare) perché sapeva che se avesse saputo leggere e scrivere avrebbe avuto una vita migliore della sua. Questa certezza non era un’opinione, ma un fatto che ha cambiato la storia di milioni di esclusi. Oggi l’Italia non è più una nazione giovane (nemmeno per l’età dei suoi abitanti) ed è rimasta analfabeta. Ma lo studio non offre riscatto: il diploma non certifica niente, e la laurea è solo il passaporto per l’espatrio.

Ho mantenuto i contatti con decine di quei ragazzi incrociati nei miei incontri di un solo giorno. La metà di loro sono all’estero – per studiare, insegnare o fare ricerca nelle università, ma anche impiegati in aziende, ospedali, ristoranti e alberghi. I rimasti cercano lavoro. Pochissimi hanno figli. Il tempo dello studio è finito, quello della vita non è iniziato. Saper comprendere un testo non ha cambiato in meglio la loro esistenza. Non ha permesso nemmeno loro di pretendere – come cittadini consapevoli – più diritti. (Ne abbiamo tutti sempre meno). Piccole silenziose tragedie familiari che hanno spazzato via qualunque fiducia nel futuro. E la scuola che di quel futuro è già l’immagine, non potrebbe oggi essere diversa. Penuria, incompetenza e interessi erodono gli ultimi baluardi. Ma nonostante il potere si illuda del contrario, non giova a nessuno un popolo ignaro.

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Insegnanti non scendete dalla cattedra

Massimo Recalcati, Insegnanti non scendete dalla cattedra, “Repubblica”, 24 luglio 2019

Per educare di nuovo i ragazzi all’ascolto e alla lettura la scuola dovrebbe riadottare un modello di lezione più tradizionale

Non erano necessari i risultati degli ultimi Invalsi per constatare lo stato di declino del livello di apprendimento dei nostri figli. Gli insegnanti se ne lamentano ormai da tempo: non leggono, non studiano, non partecipano, non ascoltano più. I nostri figli fanno fatica a disciplinarsi nella lenta e rigorosa applicazione allo studio. Preferiscono i pensieri twitter, la cultura dei social, lo zapping continuo, la connessione perpetua, lo scivolamento rapido da una informazione all’altra, da un’immagine all’altra. Su questo giornale poco tempo fa si impugnava la giusta causa della difesa della storia come disciplina imprescindibile per comprendere il nostro tempo e allenare il pensiero critico. Il risultato degli Invalsi ci costringe però a fare un drastico passo indietro. Prima dell’insegnamento della storia è essenziale educare i nostri figli a farsi allievi. È questo il passaggio antropologico che oggi sembra mancare. Lo statuto dell’allievo implica lo sforzo di apprendere quello che si ignora. Questo sforzo viene oggi rigettato in nome di un accesso spensierato al mondo. Tuttavia, mentre scrivo avverto che il rischio di una morale paternalista è qui in agguato. Non dovremmo invece vedere in queste forme di disaffezione allo studio una sorta di appello disperato delle nuove generazioni alla generazione degli adulti? Non bisognerebbe sempre provare a ribaltare l’arroganza puberale del rifiuto di condividere la stessa lingua in una domanda di accesso ad un’altra lingua, ad una lingua più viva della lingua morta della Scuola?

L’inciviltà del discorso del capitalista retta sulla diffusione di un godimento immediato e dissipativo sembra dominare incontrastata e rendere il tempo lungo dell’apprendimento insensato. Il punto è che l’educazione alla lettura che dovrebbe essere alla base di ogni didattica e che viene prima del giudizio sull’importanza delle discipline (compresa quella storica) pare oggi un’impresa titanica come quella, per citare una celebre metafora freudiana, della bonifica olandese delle zone paludose dello Zuiderzee. È un altro tema assi noto agli insegnanti: il rifiuto della pratica della lettura. Si tratta a mio giudizio di un sintomo decisivo. Da cosa dipende? È uno dei problemi di fondo di questa nuova generazione. La presenza sempre presente della connessione impedisce l’esperienza dell’assenza e del vuoto che invece è essenziale per la genesi del pensiero. Lo ricorda con efficacia Bion: il pensiero può sorgere solo sull’orizzonte dell’assenza della Cosa, sullo sfondo della non-Cosa. Provate a staccare un ragazzo dal suo Iphone o da un altro dei suoi svariati oggetti tecnologici? Questo distacco viene vissuto come uno svezzamento brutale che suscita una profonda angoscia di separazione e, di conseguenza, un rigetto ostinato. Eppure bisogna forzatamente imboccare questo difficile sentiero per rendere possibile l’esperienza della formazione. L’educazione alla lettura del libro è la pietra angolare di ogni Scuola. La sua morte clinica, annunciata con gioia da certi cantori della cultura digitale sospinta, trascura che senza questa educazione ogni didattica risulterebbe semplicemente impossibile. Questa educazione dovrebbe essere il gesto fondativo di una buona Scuola. Il che comporta l’emancipazione da criteri di valutazione rigidamente quantitativi nei quali ricade fatalmente anche il paradigma degli Invalsi. L’educazione alla lettura è infatti educazione alla singolarizzazione divergente del sapere. È il fondamento umanistico irrinunciabile della nostra cultura che oggi rischiamo di dimenticare attratti dalle illusioni scientiste che hanno sospinto di fatto la Scuola verso l’azienda e l’impresa snaturando la sua vocazione autenticamente formativa. L’importazione di lemmi economicistici (debiti, crediti, assessment, ecc. ) unita alla colonizzazione della lingua inglese, non sono sintomi marginali ma rivelano la nostra subordinazione ad una “neolingua” che ha smarrito ogni spessore enigmatico. Gli insegnanti dovrebbero invece difendere il carattere epico della parola. Rifiutarsi di ridurre la sua dimensione allo scambio comunicativo. L’ampiezza del mio linguaggio, come ricordava Wittgenstein, coincide infatti con l’ampiezza dell’orizzonte del mio mondo. Le parole portano con sé la Legge dell’uomo; sono luce, apertura, orizzonte, casa. Se la scuola non recupererà la forza della parola e la sua Legge, essa resterà mutilata nel suo fondamento. Impresa titanica ma decisiva in un mondo che disprezza sistematicamente questa Legge insabbiando la sua vocazione profetica. Ecco perché io sono — anacronisticamente o, se si preferisce, novecentescamente — tra quelli che credono ancora nel modello tradizionale della lectio ex-cathedra. È solo la testimonianza dell’insegnante e della sua parola che può accendere o spegnare il desiderio di sapere negli allievi. Non c’è educazione alla lettura, non c’è, dunque, educazione in senso ampio, se non c’è la parola di un maestro. Ecco un’altra semplice verità che l’iper-cognitivizzazione attuale del sapere rimuove. Bisognerebbe invece non dimenticarlo mai: «Un maestro, un maestro, il mio regno per un maestro!».

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Naufragio senza spettatore

E. Nolde, Mare in tempesta, 1940

«È dolce, quando i venti sconvolgono le distese del vasto mare, guardare da terra il grande travaglio di altri; non perché l’altrui tormento procuri giocondo diletto, bensì perché t’allieta vedere da quali affanni sei immune».
Lucrezio, De rerum natura, Libro II 1-4, trad. di L. Canali, Bur Rizzoli

Edoardo Albinati, Naufragio senza spettatore, “Il Sole 24 Ore Domenica”, 30 Giugno 2019

Da Lucrezio a noi. Albinati riflette sul millenario tema del naufragio e di chi vi assiste: se sia giusto o ingiusto godere della propria sicurezza comparandola all’insicurezza altrui, arrivando fino a chi nega lo sbarco agli scampati

Sulla terra si fonda l’esistenza, in mare la si comprende. Innumerevoli sono le immagini connesse al naufragio, a chi lo vive in persona, a chi vi assiste (come nella famosa quanto enigmatica massima lucreziana nel secondo libro del De Rerum Natura), a chi lo vede rappresentato.
Del resto, è il naufragio stesso una rappresentazione, perfettamente conclusa in sé: non un emblema dunque o un’allegoria di qualcos’altro, bensì l’essenza e l’esperienza primaria della catastrofe. Forse paragonabile, per chi vi si trova sciaguratamente coinvolto, soltanto al terremoto: vale a dire quell’evento che scuote le fondamenta del proprio stare al mondo, scatenando e rivelando del naturale l’aspetto, per così dire, sovrannaturale e mostruoso.
Eppure il terremoto è un evento eccezionale, o quantomeno raro: il mare in tempesta, invece, uno spettacolo ordinario. Se osservato da terra, genera meditazioni più o meno sagge; se vissuto in mezzo alle muraglie d’acqua, rende manifesta come nessun’altra situazione l’imminenza della morte, o piuttosto, la sua immanenza, il suo incessante incombere su di noi.
Ma non è nemmeno quello della morte il termine più prossimo a quest’immagine. Ve n’è se possibile uno ancora più impressionante, il limine posto all’altro capo della vicenda di ogni essere umano: non la sua fine dunque, bensì il suo inizio. La nascita stessa, il venire alla luce, essere gettati sulla terra, è a tutti gli effetti un naufragio. Il naufragio iniziatico alla vita. Uno shock che ammutolisce o fa gridare aiuto. Scrive sempre Lucrezio mettendo a confronto i corpi indifesi del neonato e quelli del naufrago: «così il bambino, che la natura ha buttato sulle spiagge di luce, espellendolo con dolorose fitte dal grembo materno, proprio come un naufrago sballottato dalle onde furiose giace ignudo, incapace di parlare e bisognoso di soccorso».
Noi tutti dunque siamo naufraghi proprio in quanto venuti al mondo. E l’intero percorso dell’esistenza può essere paragonato a un viaggio per mare. Il medesimo parallelismo funziona invertendone i termini: ogni volta che ci si avventura in mare, è come se ci si avviasse a ricapitolare la precaria interezza della vita, rischiarandola proprio mentre la si mette a rischio. La luce speciale che solo i naviganti conoscono, sia col cielo sereno sia tra i lampi della tempesta, ne illumina la rotta, il passaggio, la strettoia (Francesco Petrarca ne ha descritto i pericoli, con abbondanza di dettagli marineschi, nel sonetto Passa la nave mia, che sarebbe riduttivo interpretare solo come una virtuosistica variazione sul tema dell’amante smarrito nella tempesta dei sentimenti).
Un ulteriore aspetto paradossale del viaggio per mare è che, il più delle volte, è proprio nei pressi del suo termine, quando sembra ormai prossimo a concludersi, a un soffio dalla salvezza, che esso rischia di fallire, e precipita nella sciagura i suoi protagonisti. Nulla vi è di più pericoloso che incontrare quella terraferma che si agognava di raggiungere. Il massimo dell’orrore per i naviganti è la vista della temibile scogliera che torreggia sulla nave, sempre più vicina. Le onde potranno ucciderli annegandoli o scagliandoli contro le rocce a cui intendevano aggrapparsi. Il possibile approdo si tramuta in una maledizione.
Nella versione della nostra attualità politica, il porto che potrebbe accogliere e salvare i naufraghi si rivela illusorio. Avvistare terra non è un sollievo bensì un miraggio. Alla nave con gli scampati viene negato lo sbarco. Si ritrova a galleggiare a poche miglia dalla riva, ancora tra i marosi, in una strana sospensione o rinvio del destino. Il viaggio si allunga e il rischio si riattiva. Chi stava annegando non scenderà a terra, comunque. Rispetto all’inferno dell’affogamento, ecco il purgatorio o forse il limbo del respingimento. Quelli che non sono periti tra le onde, semplicemente, cesseranno di esistere. Sia dal punto fisico sia da quello giuridico. Anche in acque cosiddette territoriali (espressione ossimorica più di ogni altra) il mare rimane “terra di nessuno”. Inabitabile, dunque. La speranza, tema di mille racconti e mille dipinti (esiste un genere pittorico a sé, frequentato dagli artisti sia per il virtuosismo tecnico che permette, sia per la densità di riferimenti simbolici), si spegne giusto a un passo dal traguardo: tenendo conto del fatto che quella via mare era solo l’ultima tappa di un viaggio cominciato, spesso, migliaia di chilometri più indietro, e mesi o addirittura anni prima, proprio come nelle narrazioni antiche degli esodi, delle ritirate e delle peregrinazioni: di eserciti, di interi popoli sconfitti o fuggiaschi, individui perseguitati, eroi condannati a compiere imprese impossibili all’altro capo del mondo.
Una maledizione mitica pesa su chi si avventura in mare come se lo stesse violando, come se il navigare stesso sia blasfemo e delittuoso, contaminante. Tracce di questo interdetto arcaico sono disseminate un po’ ovunque, dall’Iliade alle Argonautiche all’Aminta di Tasso, e oggi riaffiora, in una versione degradata e strumentale, nei discorsi di chi predica che ognuno se stia «a casa sua», e tutti rimangano «al paese loro», che là vi siano guerra o persecuzioni o siccità o carestia (o la mancanza stessa di una casa…) non importa, purché costoro non si mettano in viaggio, come dice Esiodo, «nell’assillo di una vita migliore». La speranza di una «vita migliore» (o semplicemente, di “una vita”, cioè, di conservarsi vivi) viene considerata alla stregua di una smania incomprensibile. Chi si spinge in mare, in effetti, sarà difficile fermarlo, sbarrargli la strada: nel mare non vi sono confini visibili e non si possono erigere muri e srotolare filo spinato. Se verso i popoli che abitano regioni anche lontane, ma di cui possono varcare i confini via terra, si nutrono, eventualmente, diffidenza e paura (eppure li si sente in qualche misura simili, magari pericolosamente simili…), chi invece abita al di là del mare e osa impunemente attraversarlo è visto come totalmente alieno, un mostro, la cui sfrontata pretesa di spingersi verso le nostre rive (che all’improvviso, facendo ricorso a un lessico da tempo dismesso, tornano ad essere “sacre”) non solo va respinta, va punita.
Dunque, affondare le navi degli intrusi prima che queste affondino da sole? Siccome non è lecito, e sarebbe troppo scandaloso (eppure qualcuno è arrivato seriamente a proporlo!), ecco farsi avanti una nuova modalità, quella, potremmo dire, dell’indifferenza attiva, della cecità programmata. Come se si cancellassero dallo schemino con cui si gioca alla battaglia navale, le navi in pericolo spariscono dai radar, si smaterializzano. Finisce la loro problematicità, poiché «la cosa non ci riguarda» o «riguarda altri». Venuto meno lo sguardo, viene meno anche il suo oggetto.
E dunque il «naufragio con spettatore», che ha fatto discutere per secoli i filosofi, si può semplicemente mutare in un «naufragio senza spettatore», un evento a cui è sufficiente non assistere affinché esso cessi di essere, e dunque di generare interrogativi: se sia giusto o ingiusto godere della propria sicurezza comparandola all’insicurezza altrui, se «lo spettacolo dell’altrui rovina» debba farci provare un sentimento confortante, oppure rabbia, o pietà, se il soccorso sia un obbligo, un’opzione, una frastornante seccatura, se alla agitazione delle acque corrisponda un’agitazione dello spirito di chi ha i piedi all’asciutto. Si vuole chiudere in questo modo, alla maniera di un bilancio aziendale stilato in fretta e furia, con corredo di numeri e statistiche, un tragitto di pensiero millenario.

Questo testo di Edoardo Albinati sarà pubblicato, insieme ad altri dedicati al «Naufragio con spettatore», sul numero di luglio della rivista di cultura psicoanalitica «Psiche», diretta da Maurizio Balsamo ed edita da Il Mulino.

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Classici. Perché continuano a meravigliarci

Adam Gopnik, “L’Espresso”, 2 giugno 2019

Grondano sangue. Raccontano guerre. Parlano di vizi più che di virtù. E non ci insegnano a fare le cose giuste. Proprio per questo li amiamo così tanto: è il gusto di andare incontro al pericolo

Perché leggiamo i classici? L’attacco all’idea di un «canone» della letteratura classica – non intendo soltanto i classici dell’antichità, ma anche gli attuali capolavori della letteratura occidentale – è stato vibrante e per molti versi definitivo, almeno nell’ambiente accademico americano. I classici – ci hanno detto – non rappresentano una fonte di verità, ma un muro opprimente fatto per escludere, un muro che estromette le donne e le minoranze, i colonizzati e i perseguitati, chi è ignorato e chi è trattato ingiustamente. Il «canone» della letteratura classica non è altro che una cospirazione di uomini bianchi europei per promuovere altri uomini bianchi europei, e ne facciamo benissimo a meno. Il prestigio è potere, e il potere è tutto quello che vale la pena di studiare – e avere il potere di cambiare il potere è tutto quello che vale la pena di fare.

Questo, però, nessuno lo crede veramente: quale che sia il modello prescelto di attacco al canone, per esempio, nessuno può insegnare questo principio senza riferimenti impliciti o espliciti a Marx o Foucault o Fanon. In effetti, il canone degli anti-classici è solido come lo stesso canone classico – per molti versi anche di più. D’altra parte, l’attacco ai classici nel loro complesso rimane una sfida per lo studioso, e lo è ancor di più per il lettore amatoriale che vuole sapere perché – quando qualcuno gli mette tra le mani l’Odissea, o il Paradiso perduto, o la Divina commedia – valga ancora la pena leggerli come qualcosa di più d’un reperto del passato.

Vi sono, io credo, due risposte distinte a questa sfida, caratterizzate da due diversi livelli di persuasività. La tipica risposta dello studioso di vecchio stampo è che i classici sono depositari di conoscenza e saggezza ai quali è possibile attingere ripetutamente, e che se trascuriamo la saggezza e la conoscenza che essi hanno in serbo, lo facciamo a nostro rischio e pericolo. Leggendo Omero, Dante e gli altri, per non parlare della Bibbia, apprendiamo devozione, eroismo e nobiltà. Abbiamo bisogno dei classici perché senza di essi saremo privati della virtù.

Vi prego di perdonarmi se mi oppongo a questa asserzione. In verità, la maggior parte del tempo che dedichiamo alla lettura dei classici non è impegnata in una lettura diligente alla ricerca di nuove profondità e nuovi significati – di fronte ai quali, invece, passiamo oltre con disinvoltura. Mentre puntiamo verso gli altri piaceri che si suppone il testo abbia da offrire, passiamo oltre su tutto quello che ci sembra palesemente abominevole o esecrabile. Nel Vecchio Testamento, il libro di Ester, per quanto magnifico, è anche la storia del brutale impalamento dei persiani: gente che ci hanno insegnato a non stimare, certo, ma pur sempre esseri umani. (Provate a immaginare un impalamento! E poi rideteci sopra, trovatelo piacevole.) Proprio adesso sto leggendo in inglese moderno, nella splendida traduzione di Richard Fagles, l’Odissea di Omero: nessun libro è più classico di questo, che ne ha ispirati infiniti altri, compreso il classico dei classici del ventesimo secolo: l’Ulisse, la parodia joyceana di Omero (perché, di fatto, è di quello che si tratta).
In verità, però, anche se – un verso dopo l’altro – narrazione e invenzione ci conquistano, è comunque uno shock esser tenuti ad accettare i valori d’un mondo in cui l’eroismo militare è quasi l’unico attributo di virtù, in cui il massacro in massa di sfortunati pretendenti è considerato una vendetta legittima e in cui, sotto molti aspetti fondamentali, è soltanto la forza a dettar legge. (Gli dèi devono essere placati, ma solo perché sono potenti.) È per questo che ci sentiamo pervasi di piacere quando scorgiamo, in mezzo alle differenze, l’amore di Omero per la primaria virtù umana dell’ospitalità: il benvenuto verso chi viene da lontano è un fondamentale atto di reciprocità che tutti devono rispettare. La sua presenza, sorprendente e gradita, ci emoziona e ci commuove.

Avvicinandoci ai nostri tempi e a quella che un anglofono percepisce come la propria cultura, quando leggiamo il Paradiso perduto di Milton, ci viene chiesto di aderire ai valori spaventosi di un culto del sacrificio sostitutivo. Probabilmente quel culto – la religione cristiana – ci è familiare, ma questo non lo rende meno scioccante. Né, e qui forse rischio di offendere il mio amato pubblico italiano, possiamo leggere l’Inferno di Dante senza avere a tratti la sensazione che ci stiano offrendo una visita guidata ad Auschwitz, con quelle moltitudini che soffrono per l’eternità senza avere colpe più gravi delle nostre – eppure non siamo disposti a provare pietà, ma inclini a fare giustizia.
Non possiamo leggere i classici perché ci insegnano a fare le cose nel modo giusto, perché in realtà non lo fanno. E allora perché li leggiamo? Invece di partire dall’idea che contengano verità profonde, muoviamo da una premessa più semplice. Partiamo dal piacere. Combiniamo una prospettiva epicurea e una prospettiva darwiniana. I classici allora sono semplicemente i testi che – passati al vaglio del tempo – sono giunti a noi, e dai quali più lettori hanno tratto piacere: al punto da voler continuare a «copiarli», ripubblicarli, riprodurli, tramandarli affinché li leggano anche le generazioni future. Nel concetto di piacere non è incluso un qualche semplice concetto di virtù: il piacere è molteplice, pericoloso, autocontraddittorio. Quando leggiamo, le nostre fantasie e i nostri valori sono spesso in conflitto: devono esserlo, per poter essere interessanti. Nessuno, ad esempio, legge, o dovrebbe leggere, un fantasy che rappresenti accuratamente la vita di un maschio dodicenne, con l’eroe sprofondato nella lettura. No, quando un dodicenne s’innamora di Tolkien, non gli diamo una spada, né gli mostriamo dove sono gli Orchi. Gli diamo invece un altro libro. Il piacere della lettura non sta nel fatto che ci mostra un comportamento da imitare, ma che ci mostra altri mondi, altre possibilità, altri valori diversi dai nostri. La cosa peggiore che si possa dire di un libro è che è una lettura d’«evasione» – forse però è anche il commento migliore da fare. L’evasione è il nostro tributo più sincero alla realtà.
Noi leggiamo andando in cerca di pericolo, di meraviglia – per usare un’espressione inglese un po’ datata, “for thrills”, in cerca di brividi, di emozioni. Altrimenti dovremmo smettere di leggere. Leggiamo i classici per piacere: un piacere profondo, complesso e complicato, spesso proibito. Mentre scrivo, sulla mia scrivania ho la serie completa di James Bond, la stessa edizione tascabile dei romanzi di Ian Fleming che avevo quand’ero un ragazzino di dieci anni. Nessuno può essere stato Bond-dipendente in modo più totale di come lo ero io: dunque non sono guarito da questa passione? Sì e no. Ho superato i valori offerti da quei romanzi, ma non la dipendenza. La buona letteratura, gli autentici classici, dovrebbero avere qualcosa della pornografia, del suo aroma – dovrebbero colpirci come piaceri proibiti, più che come una fonte di istruzioni morali. Un grande classico inglese, la “Vita di Samuel Johnson” di James Boswell, è pettegolezzo e conversazione – un passato lontano ma ancora attuale. Trollope e Balzac ci offrono titoli politici – un passato lontano e superato. I classici andrebbero letti stando sotto le coperte, o in piedi in librerie male illumina- te, o nascosti fuori in giardino. Per mantenerci fedeli alla nostra effettiva esperienza di lettori, dobbiamo declassicizzare i classici. Proibiamoli, come è accaduto in tanti regimi totalitari, e loro rivivranno. Noi rientriamo in connessione con l’autenticità del nostro passato moralmente diviso solo quando ci riconnettiamo all’autenticità del nostro sé moralmente diviso. Pettegolezzo e conversazione, seduzione ed eccitamento, manovra politica e scontro fazioso – le piccole province della vita sono il vasto impero della letteratura.

Traduzione Isabella Bloom

ADAM GOPNIK leggerà questo inedito giovedì 6 giugno a Roma, sul palco del Festival Letterature di Massenzio al Foro Romano ideato e diretto da Maria Ida Gaeta. Nella stessa serata leggeranno i loro inediti Anthony Cartwright, Jordan Shapiro e Valerio Massimo Manfredi. La rassegna inizierà il 4 giugno e proseguirà tutti i martedì e giovedì fino al 3 luglio con molti protagonisti della scena letteraria. A loro il compito di leggere inediti ispirati al tema dell’edizione, “Il domani dei classici”, accompagnati da musica live. Dopo Antonio Scurati, Manuel Vilas e Andrea Satta nella serata inaugurale, il programma proseguirà l’11 giugno con Scott Spencer, Alicia Giménez Bartlett, Antonio Manzini e Roberto Alajmo. Tra i tanti ospiti, Alberto Manguel, i finalisti Strega, Carlo Lucarelli, Chris Offutt, Chiara Gamberale, Philippe Forest, Michela Marzano, Joe Lansdale, Valeria Parrella e Roberto Saviano.

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La banalità non è banale

Risultati immagini per bartezzaghi banalitàStefano Bartezzaghi, “La Repubblica”, 3 marzo 2019

Visto da vicino, niente è davvero banale, niente è davvero originale. Cosa c’è di meno solenne e più dimesso del saluto “buonasera”? Eppure persino questa formula così quotidiana ha dato qualche brivido.

Il 26 agosto del 1978, il cardinal Albino Luciani era stato eletto Papa e aveva appena scelto il nome di Giovanni Paolo quando si affacciò alla Loggia di San Pietro e pronunciò in latino la sua benedizione alla folla plaudente. Sembrò voler aggiungere qualcosa, ma gli tolsero il microfono perché, gli dissero, “non usava”. Non fu così meno di due mesi dopo, il 16 ottobre, quando il cardinale Karol Wojtyla si affacciò alla stessa Loggia in veste papale e con il nome di Giovanni Paolo II. Rivolse alla folla il saluto “Sia lodato Gesù Cristo”, a cui fece seguire l’apostrofe “Carissimi fratelli e sorelle” e quindi un breve discorso, divenuto celebre per la trovata del “Se mi sbaglio mi corigerete”. Forse la novità di un Papa straniero convinse i cerimonieri della necessità di rassicurare subito i fedeli sulla sua padronanza della lingua italiana. Il successore di Wojtyla, Joseph Ratzinger, scelse il nome di Benedetto XVI e il 19 aprile del 2005 esordì con “Carissimi fratelli e sorelle”. Jorge Mario Bergoglio si presentò come Francesco il 13 marzo del 2013 e disse “Buonasera”. Da una benedizione formale in latino, a una formula liturgica, a un appello discorsivo sino al più ordinario dei saluti, quello che si rivolge in ascensore al vicino incontrato rincasando: vorrà dire che con Francesco persino il papato è diventato “banale”?

Accarezzavo già l’idea di dedicare uno studio particolare alla banalità ma la decisione definitiva arrivò quando lessi un tweet che accusava appunto papa Francesco di aver augurato la pace in Terrasanta in modo assolutamente non originale e di non essersi affatto impegnato per fare meglio. Ho pensato cioè che i social network costituiscono fra le altre cose l’ambiente in cui è possibile ritenere banale il Papa: quindi l’ambiente in cui è più interessante studiare la banalità contemporanea.

Non è molto probabile che a ispirare Bergoglio sia stato il Disperato erotico stomp di Lucio Dalla, che dice che “l’impresa eccezionale, dammi retta, è essere normale”: eppure i paradossi fra norma e eccezione, trasgressione e conformismo, banalità e originalità sono noti da sempre e c’è tutta una letteratura al proposito. Non solo le sintesi esilaranti che Alberto Arbasino ha sempre fatto dei tipici complimenti da recensione amica (“straordinario, come sempre!”): si può arretrare sino a Giacomo Leopardi, che annotava “Quegli uomini che i francesi chiamano originali, non solamente non sono rari, ma sono tanto comuni che sto per dire che la cosa più rara nella società è di trovare un uomo che veramente non sia, come si dice, un originale”. Il fatto è che odiare i luoghi comuni è a sua volta un luogo comune.

La parola “banalità”, nel senso in cui la usiamo oggi, ha la stessa provenienza francese e la stessa età della speculare “originalità”, due gemelle che giocano a scambiarsi di posto per confonderci le idee. Nascono entrambe con la società borghese, crescono assieme a romanticismo, giornalismo, surrealismo e avanguardie varie, rispondono al motto di Arthur Rimbaud su Il faut être absolument moderne puntualizzando, da parte loro, che “moderno” e “moda” hanno lo stesso etimo (da modo, in latino “or ora”). Non si può essere moderni senza aneliti di originalità.

Resta però il fatto che se voglio essere notato dalla vicina di casa devo salutarla in qualsiasi modo che non sia “buonasera” (a meno che non lo pronunci come in un ormai antico spot, dove ” buonasera” diventava una cosa da ridere); se il Papa neoeletto dice “buonasera” è invece tutt’altro che banale. La prima cosa da capire è dunque che la banalità non è mai assoluta, come non lo è l’originalità ( e neppure, Rimbaud ci scuserà, la modernità): è sempre funzione della circostanza e anche di quella che in semiotica si chiama ” enunciazione”, cioè la relazione fra chi parla e chi ascolta.

” Banale” è il contenuto del ” ban”, il ” bando”, la novità che l’araldo rende pubblica a tutti, nel villaggio: ciò che è comune, il sapere condiviso che istituisce una società. Perché, allora, non può essere anche “originale”, legato cioè alle fonti dell’identità comune? Il problema è che noi non diamo valore al risaputo, al già detto, alla verità attestata; perché la accettiamo la verità deve arrivarci da uno svelamento, da una smentita di una verità già nota. Il modello è: ” Tutti dicono che (che Armstrong è stato sulla Luna, che è meglio vaccinare i figli, che la Terra è rotonda), ma a me non la si fa”.

L’originale diventa così l’autentico (in etimo “ciò che è fatto da sé”) e l’autentico coincide con il vero; ciò che sanno tutti è invece svalutato. Per le verità che ci terrebbero a essere oggettive, di conseguenza, sono tempi duri.

Oltre alla diffidenza che ispira ogni presupposto comune c’è anche il dato di fatto per cui nei social network ogni nostro intervento (ogni frase ma anche ogni singolo emoticon o like messo con un clic sull’icona del pollice levato) è inesorabilmente corredato dalle nostre impronte “digitali”, nell’altro senso dell’aggettivo; cioè da nome e immagine dell’account. Potrei essere il massimo costituzionalista italiano e mai potrei dire: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”. Quello che ne esce è sempre, inesorabilmente: “Bartezzaghi dice che: ‘l’Italia’”. L’oggettività è erosa già da principio e viene facile a quel punto confutare non l’enunciato ma l’enunciatore. Perché lo dici? Perché citi solo la prima parte dell’articolo? Perché citi l’articolo 1 e non, per esempio, il 3? Può capitare e capita sulla Costituzione, che è il fondamento della nostra vita sociale; può capitare e capita su tutto, con il corollario che non si riconosce più autorevolezza ad alcuno. Chi ha studiato una materia tutta la vita è un professorone; chi ha lavorato nel ramo è stato prezzolato; chi si oppone ai venti antivaccinisti, terrapiattisti (e prossimamente, chi sa, asinovolisti) difende i privilegi di casta e non c’è verità “ufficiale” che non meriti qualche colpo d’ascia. Persino il Papa può risultarci banale e oggi non chiameremmo Giovanni XXIII “il Papa buono”, ma “buonista”.

Siamo dunque diventati tutti “originali”? Lo si può pensare solo non tenendo conto di ciò che Leopardi aveva già intuito e parodiato: quanto facilmente banalità e distinzione si scambino di posto e quanta forza l’ordinario eserciti sullo straordinario. Se prendiamo a esempio le polemiche filistee contro il “politicamente corretto” ( che in Italia non ha mai costituito quella cappa di conformismo poliziesco che si evoca fantasiosamente) vediamo che in tema di rapporti fra i sessi chi definisce banali e ipocriti gli scrupoli non fa che richiamare in servizio luoghi comuni anteriori e davvero insensati, come “l’uomo è cacciatore” e “la donna deve innanzitutto accudire la prole”. Il discorso pubblico ritorna così alla “natura” (dell’uomo, della donna, del bambino, degli italiani, dei francesi, dei settentrionali, dei meridionali, degli ebrei, dei musulmani, dei migranti, dei comunisti etc.), da dove la critica massmediologica e ideologica l’aveva scacciato, a partire dal primo Roland Barthes negli anni Cinquanta e dal primo Umberto Eco nei Sessanta. Oggi chi si scaglia contro le banalità si trova a rivalutare come originali asserzioni equivalenti ai blasoni popolari, del genere “i liguri sono avari”, “l’arabo è infido”, “torinesi falsi e cortesi”, “vicentini, magnagati”. Grattando la superficie della banalità si precipita negli abissi del sapere tradizionale.

Tra l’ammirazione obbligatoria e rituale per il capolavoro di Sergej Michajlovi? Ejzenštejn e “La corazzata Potëmkin è una cagata pazzesca” di Fantozzi rag. Ugo il luogo comune vigente è il secondo e lo resta ancora, oggi quando certo non ha più alcun potere dissacrante. Il rimedio sarebbe allora quello di non rendere sacra né “La corazzata Potëmkin” né la sua stessa dissacrazione, ma chi ci darà tutta la laica saggezza che sarebbe necessaria a tanto?

Forse era meglio quando si riteneva che la gente fosse ingenua e quindi credulona e si esortava a diffidare. Ora le credenze infondate e stravaganti sono conseguenza non dell’ingenuità ma proprio di una malizia diffidente mal attrezzata. Sulla scena pubblica, neppure tanto nuova, dei social network la competenza dei sapienti (che se ne stanno accorgendo, e a proprie spese) appare nei panni della sufficienza.

Gli hashtag di oggi, gli slogan innovativi invecchieranno presto e mostreranno le corde della loro stessa banalità. Ma i paradossi del senso comune insegnano alla logica che essa non è sufficiente a scongiurarli. Quale fondamento dare a una nuova credibilità del discorso del sapere è la vera questione.

Sarà appunto banale dirlo, ma occorre innanzitutto neutralizzare l’anatema con cui bolliamo come negativa la banalità. Pensiamoci, la prossima volta che qualcuno ci dice “buonasera” pur senza essere papa.

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Scrivere significa capire e amare le vite degli altri

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David Grossman, “La Repubblica”,  23 novembre 2018

David Grossman, che ha ricevuto il Premio per la tolleranza (Preis für Verständigung und Toleranz) del Museo ebraico di Berlino, spiega perché fare letteratura è un atto politico che nasce da un profondo esercizio di comprensione. Anche dei propri “nemici”

David Grossman, che ha ricevuto il Premio per la tolleranza del Museo ebraico di Berlino, spiega perché fare letteratura è un atto politico che nasce da un profondo esercizio di comprensione. Anche dei propri “nemici”
Questo illustre premio per la tolleranza e la comprensione mi viene consegnato esattamente ottant’anni dopo la Notte dei Cristalli in un luogo – il museo ebraico di Berlino – denso di significato e in un contesto in cui quasi ogni parola, e certamente termini come tolleranza, comprensione, pluralismo, umanità, hanno una cassa di risonanza potente e talvolta tragica. Il premio ha anche un significato politico: esprime il sostegno alla volontà e alla lotta per arrivare alla pace tra Israele e i palestinesi. Non posso tuttavia fare una distinzione fra il me politico e il me scrittore, né tra il me scrittore e il me uomo. Dirò qualche parola su un particolare tipo di tolleranza e di accettazione degli altri insito nella letteratura e rilevante anche nella sfera politica. Un tipo di tolleranza e accettazione che consente allo scrittore – e di conseguenza anche al lettore – di sperimentare il mondo tramite la coscienza, l’anima e il corpo di un’altra persona, sconosciuta e talvolta nemica.
Vi racconterò una piccola storia.
Poco più di dieci anni fa ero impegnato nella stesura del romanzo A un cerbiatto somiglia il mio amore la cui protagonista, una donna israeliana di nome Orah, si allontana da casa per sottrarsi alla notizia della morte del figlio in guerra. Dopo avere scritto di Orah per circa due anni e avere lottato con lei, avevo ancora la sensazione di non riuscire a capirla veramente. Di non conoscerla come uno scrittore dovrebbe conoscere il personaggio di cui scrive. Non percepivo in lei quel fremito di autenticità, di verità e di vita senza il quale non posso credere nel personaggio che narro, essere quel personaggio.
Alla fine, non avendo scelta, ho fatto quello che ogni bravo cittadino nella mia situazione avrebbe fatto: mi sono messo a tavolino e ho scritto una lettera a Orah. Una lettera semplice, come si faceva una volta, con carta e penna, dal mio cuore al suo.
E nella lettera le ho chiesto: Orah, che succede? Perché mi respingi in questo modo, perché non ti concedi a me? Ma ancor prima di completare la prima pagina ho capito il mio grande errore: non era Orah che doveva concedersi a me.
Ero io che dovevo concedermi a lei. In altre parole, dovevo smettere di opporre resistenza alla possibilità che Orah esistesse dentro di me.
Lasciarmi andare con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutto il corpo alla possibilità che dentro di me ci fosse una donna. Quella particolare donna. Dovevo lasciare che le particelle del mio spirito fluissero liberamente, senza freni e senza paura, verso la potente calamita di Orah e la femminilità che irradiava. Da quel momento in poi Orah ha quasi scritto se stessa da sola.
La creazione è la possibilità di toccare l’infinito. Non un infinito matematico o filosofico: un infinito umano. Gli infiniti volti dell’uomo, le infinite pieghe della sua anima, i suoi infiniti pareri, opinioni, istinti, abbagli, piccolezze, grandezze, forze creative e distruttive, le sue infinite combinazioni. Quasi ogni mia idea su un personaggio di cui scrivo mi apre innumerevoli possibilità, innumerevoli tratti del suo carattere: un giardino di sentieri che si biforcano. È quasi banale emozionarsi per qualcosa di tanto scontato, ma oggi concedetemi di farlo: noi – noi tutti – siamo pieni di vita. In ognuno di noi ci sono illimitate possibilità e modi di essere, di vivere. Ma forse questa non è affatto una cosa scontata. Forse è qualcosa che dovremmo ricordare continuamente a noi stessi.
Guardate infatti quanto stiamo attenti a non vivere la profusione che è in noi, tutto ciò che le nostre anime, i nostri corpi e le circostanze della nostra vita ci offrono. Molto in fretta, già ai primissimi stadi della vita, ci raggrumiamo, ci riduciamo a essere “uno”: un solo corpo, una sola lingua (o al massimo due) con la quale diamo un nome alle cose, un solo genere. Ognuno di noi racconta una propria “storia ufficiale” tra le tante possibili, che talvolta si trasforma in una prigione. E quello di trasformarci in prigionieri della storia ufficiale che ci raccontiamo è un pericolo, peraltro, in agguato non solo per gli individui ma per intere società, stati e popoli.
Scrivere è un movimento dell’anima contro quella riduzione, contro la rinuncia alla profusione.
La creazione letteraria è il movimento sovversivo dello scrittore, in primo luogo contro se stesso. Più prosaicamente potrebbe essere paragonata a un massaggio che lo scrittore fa di volta in volta, ostinatamente, alla propria cauta, inibita e impaurita coscienza. Per me, scrivere significa essere libero di muovermi con agilità e leggerezza lungo l’asse immaginario tra il bambino che ero e il vecchio che sarò, tra l’uomo e la donna che sono, tra sanità mentale e follia, tra il me israeliano e il palestinese che sarei potuto essere se fossi nato 500 metri più a est. E sono sicuro che dal momento in cui concederemo a noi stessi di percepire questa libertà di movimento (e l’arte è un modo meraviglioso per farlo) toccheremo anche l’essenza della tolleranza politica in tutte le sue declinazioni: nei conflitti tra i popoli come nella sfida posta dai profughi che affluiscono in Europa. La tolleranza nasce dalla disponibilità di sentire e comprendere l’altro dentro di noi, anche quando l’altro ci minaccia perché è diverso, e incomprensibile. Anche quando l’altro è nostro nemico dichiarato.
Vorrei ricordare le parole di un grande filosofo politico del XX secolo, John Rawls, che si ricollegano a quanto detto. Rawls disse che nello stabilire le leggi di uno Stato che vorremmo giusto, dovremmo porci come dietro a un velo d’ignoranza che ci impedisca di sapere cosa saremo quando quel velo sarà sollevato. In altre parole quando ci diamo delle leggi o, in generale, delle regole di condotta tra esseri umani, o decidiamo una linea politica governativa su un tema fondamentale e cruciale, non sappiamo chi saremo quando il velo d’ignoranza sarà sollevato: se osservanti o laici, ricchi o poveri, parte della maggioranza o della minoranza, uomini o donne, gay o etero, cittadini o rifugiati. Provate a fare questo esercizio mentale. È un modo meraviglioso per vedere, d’un tratto, il mondo e la realtà delle nostre vite da una prospettiva diversa.
La tolleranza, in sostanza, è la disponibilità a leggere la realtà (il conflitto tra israeliani e palestinesi, ad esempio, o i cinquantun anni di occupazione dei territori palestinesi da parte di Israele) non solo con gli occhi di noi israeliani ma anche con quelli del nostro nemico. A concederci di sperimentare, anche se per poco, la sua storia, la sua giustizia, la sua sofferenza, gli errori che commette, i punti di cecità nei nostri confronti. Se così faremo il nostro contatto con la realtà sarà molto più profondo e completo. La realtà non sarà soltanto una proiezione delle nostre angosce profonde né dei nostri desideri assurdi. Sarà qualcosa di molto più autentico. E a quel punto potranno nascere comprensione, tolleranza e accettazione dell’altro, della sua diversità, della sua differenza.
E forse, a distanza di anni, dopo che i veleni di una lunga guerra si saranno dissolti dall’apparato circolatorio dei due popoli ostili, potranno emergere curiosità reciproca, apprezzamento e anche una certa empatia.
Più di questo è difficile sperare per ora ma se ciò avverrà, sarà la realizzazione di un sogno.

– © David Grossman Traduzione di Alessandra Shomroni
DAVID HEERDE/ REX/ SHUTTERSTOCK Il discorso è stato tenuto da David Grossman alla cerimonia di consegna del Premio per la tolleranza e la comprensione del Museo ebraico di Berlino

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A libro aperto. Una vita è i suoi libri

Dall’Introduzione a A libro aperto. Una vita è i suoi libri, di Massimo Recalcati (Feltrinelli 2018)

Questo libro non dà per scontato cosa sia un libro. Anzi, si interroga innanzitutto su cosa davvero sia un libro per poter esercitare tutto questo potere sui suoi lettori. È un libro interamente dedicato al mistero del libro. Ma è anche il tentativo di rispondere a domande solo apparentemente semplici: cosa significa leggere? In che cosa consiste l’esperienza della lettura quando accade – e accade di rado – di incontrare un libro degno di questo nome? Perché vi sono libri che, a differenza di altri, non abbiamo dimenticato ma si sono inscritti indelebilmente nella nostra memoria?
In questo testo, propongo tre semplici ma, spero, non scolastiche definizioni del libro: il libro è un coltello, è un corpo, è un mare. Perché un coltello? In un’epoca che rischia di considerare il libro come un oggetto in via di estinzione, come un’ombra del passato, non dovremmo mai dimenticare che la lettura di un libro può avere la natura dell’incontro. Sicché ogni libro che si è rivelato tale ha avuto l’aspetto di un coltello. Un libro è un coltello perché taglia la nostra vita offrendole la possibilità di acquisire una forma nuova, perché distingue la nostra vita com’era prima della lettura da come è diventata dopo. Al punto che si potrebbe dire che una vita è sempre formata dai suoi libri. Il libro è un coltello che taglia la nostra vita e non il burro nel quale la lama della lettura sprofonderebbe senza incontrare resistenze. Nella lettura il padrone del libro non è il lettore. Il libro è il coltello e noi, lettori, casomai, siamo il suo burro. Leggere significa, infatti, incontrare nel libro qualcosa che taglia, non qualcosa da tagliare. Significa innanzitutto disarmarsi di fronte al libro; per entrare in un libro devo essere disposto a farmi raggiungere, toccare, tagliare appunto.
La seconda definizione sostiene che un libro è un corpo. Non solo, dunque, una raccolta di parole e di pensieri, non solo la narrazione di una storia. Il libro, per il lettore, può avere le proprietà di un vero e proprio corpo: un corpo erotico. Il che significa che ogni libro ha un profumo, una carne, uno sguardo, una geografia sensuale, un modo di camminare e di esistere. Quando leggo un libro non lavora solo la mia mente, ma è il mio corpo pulsionale a essere messo in moto. La lettura non esclude il bacio, l’effusione, la penetrazione, non esclude l’amplesso. La trasformazione del libro in corpo erotico dovrebbe essere l’obiettivo di ogni commento, di ogni interpretazione, di ogni lettura del libro. Ne ho scritto a proposito della Scuola: il primo miracolo di un’ora di lezione consiste nella trasfigurazione del libro in un corpo erotico.1 Sicché per leggere davvero non è mai sufficiente la competenza avvertita della nostra mente, ma è necessaria innanzitutto la presenza del cuore. Non c’è lettura del libro elevato alla dignità di un corpo erotico se non c’è cuore in chi legge, se chi legge, legge senza cuore. Per Gesù è ciò che può uccidere il libro: se la verità del libro non è vissuta dal cuore non c’è alcun modo di apprenderla. La lettera separata dal cuore rende la lettera del libro una lettera morta. L’assenza di cuore nel lettore deruba il libro del suo corpo. Il libro è un corpo e non uno sterile “erbario” dove catalogare astrattamente l’evento del mondo.
Se il libro è un coltello e non un burro, dovremmo allora aggiungere che il libro è un corpo e non un erbario. Non è la raccolta sterile di un sapere senza vita, non è – come è ogni erbario – un elenco cimiteriale di foglie morte. Nel suo Le parole Sartre confessa di aver creduto nell’illusione che il libro potesse impadronirsi del mondo; confessa di aver scambiato il linguaggio del libro per l’essere del mondo. In questo caso però il libro tradisce la sua vocazione più alta: quella di non chiudere in sé il mondo ma di mantenerlo sempre aperto.
Ecco allora la mia terza e ultima definizione: il libro è un mare. Un libro non è forse fatto per essere, come un mare, sempre aperto? Non è questo il primo gesto di ogni lettore: aprire il libro, tenerlo aperto sulle ginocchia, sul tavolo, sul letto? Che senso avrebbe un libro che restasse chiuso, che non fosse mai aperto? Un libro chiuso, in fondo, è un controsenso: non è un libro. Come il mare, il libro è una figura straordinaria dell’Aperto. Apre e non chiude il mondo. Un libro è un mare e non un muro. Se il libro è un mare è perché la sua natura è quella di sovvertire la tentazione del muro, di contrapporsi a ogni spinta che vorrebbe segregare, recintare, rinchiudere l’Aperto del mondo. Il libro è un mare perché porta con sé l’inesauribilità della lettura, in quanto ogni libro può essere letto in mille modi diversi e può dar luogo a infiniti altri libri, perché la “proprietà” del libro è quella di rinunciare a ogni proprietà. Il libro, come il mare, non è mai, infatti, una proprietà che si può acquisire o della quale si può disporre in modo esclusivo.
Ho radunato così le mie tre definizioni: un libro è un coltello (e non un burro); è un corpo (e non un erbario); è un mare (e non un muro). E il lettore? Cosa significa per il lettore leggere un libro che è coltello – non burro –, corpo erotico – non erbario –, mare – non muro? Cosa significa aprire un libro? La tesi che sviluppo in questo libro è che leggere significa innanzitutto essere letti dal libro, esporsi alla lettura del libro. Essere esposti come libri aperti alla lettura resa possibile dall’apertura del libro. Prima di essere dei lettori, siamo, infatti, tutti dei libri stampati dall’Altro, siamo libri scritti con le parole dell’Altro. Sartre e Lacan hanno proposto in più occasioni l’immagine della “stampata” – della pagina scritta – per definire la vita umana. Ogni lettore si accosta al libro a partire da questa stampata che lo ha reso a sua volta libro.
Ogni lettura – come ogni incontro d’amore – è sempre l’incontro di più libri. Come minimo, del libro del soggetto che legge e del libro che viene letto dal soggetto. Sicché ogni lettore legge la lingua di cui è fatto un libro attraverso la propria lingua più privata, inconscia, quella che Lacan battezza come lalingua. Impareremo il significato di questa parola che definisce il rapporto singolare che esiste tra le parole e la propria memoria più antica. In ogni lettura abbiamo dunque due memorie, due fantasmi, due storie che si intersecano: quella del lettore e quella dello scrittore. Più precisamente, ogni lettore mentre legge il libro viene letto dal libro, diventa un libro per il libro. Nell’incontro con un libro che diviene indimenticabile, la prima lingua del soggetto (la sua lalingua) è toccata, riavviata, sollecitata a riemergere. Noi, in fondo, non siamo che questo: frammenti di memoria, immagini, affetti, tracce accavallate, stratificate del nostro passato, presenza sempre attraversata da assenze: le bocche di leone arrampicate sui muri di pietra bagnati dalla pioggia d’estate, le nebbie spesse che impediscono di vedere l’altro lato della strada, il profumo della polenta d’inverno, le parole in friulano di mia madre che conversava con i nostri parenti, il mistero della sua bellezza, la ghiaia del piccolo giardino della casa di campagna, le pesche bianche nelle casse di legno, il profumo delle sue piccole mani nelle mie, il dialetto milanese dei miei avi, l’incenso nella chiesa del mio paese, la mano di Gesù sulla mia testa.
Ciascuno legge il libro con la propria lalingua. Ciascuno trova nel libro pezzi di se stesso che aveva dimenticato o che ancora non conosceva. In questo senso nella seconda parte di questo libro il lettore ritroverà le tracce essenziali della mia biografia umana e intellettuale attraverso la rilettura di nove libri dai quali mi sono sentito davvero letto sin nelle viscere. Una vita in fondo è fatta dai libri che l’hanno letta; raccontare i libri che abbiamo amato significa raccontare la nostra vita. Perché una vita è i suoi libri.

1 Cfr. M. Recalcati, L’ora di lezione. Per un’erotica dell’insegnamento, Einaudi, Torino 2014.

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Alexander von Humboldt, il genio che inventò l’arte del viaggio

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Friedrich Georg Weitsch, Ritratto di Alexander von Humboldt, c. 1806

Secondo antiche cronache c’è un canale tra le correnti dell’Orinoco e il Rio delle Amazzoni. I geografi europei lo hanno sempre considerato una leggenda. La scuola di pensiero dominante sostiene che solo le montagne possano fungere da separatori di acque e che nessun sistema fluviale nell’interno possa essere collegato.
Strano, non ci avevo mai riflettuto, disse Bonpland.
È un errore, disse Humboldt. Avrebbe trovato il canale e risolto il mistero.
Ah, disse Bonpland. Un canale.
Humboldt ribatté che non gli piaceva il suo atteggiamento. Si lamentava sempre, gli faceva continue obiezioni. Pretendeva troppo se chiedeva un po’ di entusiasmo?
Bonpland domandò che cosa fosse successo.
A breve sarebbe arrivata un’eclissi solare! Avrebbero potuto determinare l’esatta posizione astronomica della città costiera in cui si trovavano. Poi avrebbero potuto tracciare una rete di rilievi fino alla fine del canale.
Ma era nel profondo della foresta vergine!
Parole grosse, disse Humboldt. Non si sarebbero fatti intimorire. La foresta vergine è pur sempre una foresta. La natura parla ovunque la stessa lingua.

da D. Kehlmann, La misura del mondo, Feltrinelli 2006

Narratore brillante, inaugurò un genere letterario legato al partire: anche Bruce Chatwin gli deve tanto

Marco Belpoliti, “Repubblica”, 12 novembre 2018

Fu esploratore, geografo, botanico, celebrità nei salotti di primo Ottocento, amico di Goethe e ispiratore di Darwin. Ma soprattutto fu un grande scrittore. Come dimostra il suo capolavoro, che ora finalmente torna in libreria
Per i suoi contemporanei era l’uomo più famoso al mondo dopo Napoleone. Nel centenario della sua nascita nel 1869, dieci anni dopo la morte, fu festeggiato in tutto il mondo: Europa, Africa, Australia. In molte città la gente si radunò per ascoltare discorsi su di lui pronunciati dai dotti. A Mosca si svolsero feste in suo onore. Le commemorazioni più importanti si tennero in America: San Francisco, Philadelphia, Chicago.
Oggi Alexander von Humboldt è quasi dimenticato. Gli studenti di scienze, biologia e geologia, salvo rare eccezioni, non conoscono che il suo nome, ben pochi hanno letto i suoi scritti, un monumentale lavoro che consta di decine e decine di opere in molteplici volumi. Eppure il secondogenito del maggior barone Alexander Georg von Humboldt, ufficiale e cortigiano di Federico II di Prussia, e di una ricca borghese ugonotta, Marie Colomba, fratello di un importante linguista, Wilhelm, ambasciatore a Roma e poi ministro, ha dato il suo nome a parchi, contee, fiumi, laghi, ghiacciai, baie, promontori, correnti marine, catene montuose, oltre che a trecento piante e cento animali, e persino a un mare lunare.
Nessuno studioso ha fatto più di lui nell’esplorazione del Pianeta che abitiamo intuendo per primo che la Terra è un unico grande organismo vivente e interconnesso, anticipando le scienze del XX secolo, dall’ambientalismo all’ecologia, che senza Humboldt non ci sarebbero.
Genio multiforme, fu non solo uno straordinario scrittore, come dimostrano i suoi tanti volumi, ma anche un affascinante conversatore.
Ottilia ne Le affinità elettive scrive nel suo diario: «Come mi piacerebbe sentir raccontare Humboldt, anche una sola volta!». Di Goethe il giovane geologo e naturalista fu amico, e il poeta asseriva che parlare con lui nel corso di una passeggiata equivaleva a studiare libri per una settimana. Non c’è solo Goethe. Darwin nel corso del viaggio intorno al mondo sulla Beagle teneva nella mensola vicino alla sua amaca i sette volumi della Personal Narrative of Travels di Humboldt, e poco prima di morire riprese in mano un suo volume e l’annotò.
Quello che colpì i suoi contemporanei fu prima di tutto la sua capacità di attraversare i mari e i fiumi, di approdare in terre semisconosciute portando in Europa erbari e fogli di viaggio, mappe, rilievi, misure di fiumi, montagne, pianure, e descrivendo popolazioni. In Cent’anni di solitudine Aureliano Buendía afferra nell’incomprensibile delirio di Melquíades il nome di Humboldt, insieme alla parola equinozio pronunciata innumerevoli volte.
Il nobile prussiano, che pur coltivando ideali illuministi, per gran parte della sua vita mangiò al tavolo del suo sovrano e abitò nel suo palazzo, è anche il protagonista di un bel libro di Daniel Kehlmann, La misura del mondo (Feltrinelli). E adesso arriva finalmente una nuova, sontuosa ristampa, per Codice, di uno dei suoi libri più noti, Quadri della natura, che s’avvale della introduzione di Franco Farinelli, Telmo Pievani e Elena Canadelli.
Alexander von Humboldt è un magnifico scrittore. Dal 1799 al 1804, usando le risorse lasciate in eredità dalla madre, attraversa il bacino dell’Orinoco, tra Venezuela e Colombia, va a Cuba, entra negli Stati Uniti, e al ritorno redige un’opera composta di trenta volumi e due atlanti, uno geografico e l’altro pittoresco; era il più esteso resoconto di viaggio mai scritto sino ad allora, di cui la prima edizione di Quadri della natura, pubblicata nel 1808, ne è il compendio. Rimaneggiato e ampliato in due successive edizioni, il libro diventò un bestseller dell’epoca, tradotto in undici diverse lingue. Si può dire, come asserisce Andrea Wulf nel suo L’invenzione della natura (Luiss University Press), che Humboldt inaugura un genere nuovo: il libro di viaggio, in cui confluiscono le descrizioni dei luoghi, delle piante, dei minerali, delle popolazioni. Scrittore immaginifico, il nobile prussiano riesce ad appassionare i propri lettori facendogli compiere viaggi da fermi grazie a una prosa letteraria lirica e sublime insieme, così che si può ben asserire che è il padre di tutti i viaggiatori successivi, compreso il supersnob Bruce Chatwin. Wulf sostiene che Quadri mostra come la natura possa avere un’influenza sull’immaginazione delle persone, oltre che a entrare in contatto in modo misterioso con i nostri sentimenti intimi.
Tutto questo è sicuramente parte del Romanticismo. Ma se i poeti già pensavano e scrivevano con questo stato d’animo, questo, gli scienziati ancora no.
Humboldt è stato anche un comparativista straordinario esercitando il pensiero della visione, paragonando paesaggi lontani e diversi, ipotizzando movimenti geologici cui Darwin, geologo lui stesso, darà poi forma in una teoria.
L’arte della descrizione è quella in cui questo scapolo, dedito alle amicizie prettamente maschili, eccelle.
La sua è stata una splendida arte della fuga, com’è per ogni vero viaggiatore.
Viaggiava e scriveva per cercare una realtà che lo coinvolgesse ed emozionasse, che suscitasse pensieri che superassero l’angusta epoca in cui gli era toccato vivere dopo la colossale spallata rivoluzionaria e il nefasto ritorno all’antico regime.
Ritornato a Berlino dopo i suoi viaggi, viveva a corte, seduto al desco del despota prussiano.
Gli ultimi anni furono davvero avvilenti per lui. Inascoltato e deriso, s’era trasformato nella maschera di sé stesso. Lui che aveva scalato il Vesuvio in compagnia del giovane Simón Bolívar, futuro liberatore dell’America del Sud, che aveva conversato con Thomas Jefferson e Goethe, finì i suoi anni ben poco considerato e in stato d’indigenza. Eppure tra gli uomini eccellenti nati su questo Pianeta, da lui misurato con paziente furore, resta ancora oggi uno dei più straordinari.

I contemporanei di Humboldt. Fonte: https://journals.openedition.org/cybergeo/25478

 

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Medico, leggi Dostoevskij.  La letteratura aiuta la scienza

Ad ogni modo, un bravo medico di solida cultura, come il dottor Langhals, tanto per fare un nome, il bel dottor Langhals con le sue piccole mani coperte di peli neri, sarà subito in grado di identificare la malattia, e la comparsa delle fatali macchioline rosse sul petto e sul ventre gli darà la certezza assoluta. Egli non avrà dubbi sulle misure da prendere, i rimedi da applicare.

Thomas Mann, I Buddenbrock, 1901

«A pensarci bene, dovendo scegliere fra due dottori che avessero un’uguale qualificazione medica, credo che preferirei fidarmi di quello che abbia letto Čechov». Simon Leys

“Pensò a se stesso nel 1962, ormai cinquantenne, vecchio, ma non fino al punto di essere inutile. E immaginò il maturo e saggio dottore che sarebbe diventato, con le sue storie segrete, tragedie e successi ammucchiati dietro le spalle.” […]
“Sugli scaffali, manuali di medicina e filosofia, certo, ma anche i testi che attualmente occupavano l’angusto spazio nel sottotetto del villino… Perché il punto era senz’altro questo: lui sarebbe stato un medico migliore per il fatto di aver letto tanta letteratura. […]  La sua sensibilità elaborata gli avrebbe suggerito analisi profonde della sofferenza, della follia autolesionista o della mera sfortuna che conducono gli esseri umani alla malattia! Nascita, morte, e in mezzo un cammino di fragilità. Principio e fine, questi i fenomeni di cui si occupava un dottore, e altrettanto faceva la letteratura.”
I. McEwan, Espiazione, 2001

V. Van Gogh, “Corsia dell’ospedale di Arles”, 1889

Orsola Riva, “Corriere della Sera -La Lettura”, 6 maggio 2018

Il manuale di anatomia o Dostoevskij? I tirocini in ospedale o le Variazioni Goldberg? Che cosa conta di più nella preparazione di un buon medico? La maggior parte delle facoltà di medicina oggi sembrano concepite per fabbricare degli specialisti con una preparazione scientifica solidissima ma privi di cultura umanistica. Errore grave. Perché invece chi coltiva la lettura e ascolta la musica, chi ama andar per musei, al teatro o al cinema, mostra di avere una grana umana più fina di chi non lo fa. O almeno questo è quanto risulta dall’indagine realizzata da due storiche scuole di medicina americane — la Thomas Jefferson University di Filadelfia e la Tulane University di New Orleans — su 739 studenti. Quelli culturalmente più attivi sono anche i più saggi e i meno depressi.
Lo studio ha dimostrato che c’è una correlazione diretta fra fruizione attiva e passiva dell’arte e della letteratura e tre qualità indispensabili per un buon medico: l’empatia, la saggezza e la cosiddetta tolleranza dell’ambiguità, intesa come la capacità di destreggiarsi in situazioni ambigue senza perdere la calma e di elaborare soluzioni creative a situazioni complesse. «Una qualità importantissima che le nostre università purtroppo non coltivano. I test multiple choice — spiega da Filadelfia a “la Lettura” il dottor Salvatore Mangione, che ha diretto le ricerca — insegnano a pensare che una cosa sia nera o bianca. Ma così quando i nostri studenti si trovano finalmente davanti a un letto di ospedale non sanno più cosa fare. E nell’ansia da controllo prescrivono al paziente un esame dopo l’altro. Non solo non fanno il suo bene, ma finiscono anche per costare più del necessario».
Le scuole di medicina sfornano legioni di giovani dottori fabbricati con lo stampino: camici bianchi preparatissimi da un punto di vista disciplinare, ma del tutto inadeguati ad affrontare la condizione umana, dice ancora Mangione. «Il medico non è un meccanico e il paziente non è un carburatore. Un buon dottore deve sapersi connettere con il malato per creare quella fiducia che è una componente essenziale della guarigione. La medicina è un’arte che usa la scienza. Non puoi separare un aspetto dall’altro. Senza la scienza saremmo fermi agli sciamani. Ma senza cultura umanistica ci consegniamo ai tecnici».
Ecco perché nonostante gli straordinari progressi fatti dalla ricerca negli ultimi anni, l’immagine pubblica del medico appare logorata: «Ma come può un medico entrare in contatto con il paziente — aggiunge Mangione — se metà del suo tempo lo passa a immettere dati nel computer? . Lo si vede bene anche nelle serie tv: il George Clooney di ER era molto più simpatico di Dr. House». Non a caso i medici in America sono la categoria professionale con il più alto tasso di suicidi (circa 400 casi l’anno) e una tendenza in crescita ad andare in pensione prima del tempo.
Gli antichi dicevano «medico cura te stesso». Mangione suggerisce di curare i medici con iniezioni di arte, musica e letteratura. «Io insegno semeiotica, la disciplina che studia i sintomi e i segni clinici della malattia. L’esame obiettivo di un paziente è la parte più artistica della medicina. Letteralmente. Diversi studi condotti prima a Yale e poi a Harvard hanno dimostrato che l’esposizione alle arti visive migliora la capacità diagnostica del 40 per cento». Per questo alla Jefferson University organizzano uscite ai musei ma anche corsi di disegno, scrittura e teatro. «Il disegno — dice ancora Mangione — insegna a guardare meglio le cose, mentre scrittura riflessiva e teatro hanno una funzione catartica. Fino a non molto tempo fa in Germania gli aspiranti medici venivano incoraggiati a studiare uno strumento musicale. Ogni scuola di medicina aveva una sua orchestra. Quando negli anni Settanta questa tradizione tramontò, “Die Zeit” pubblicò un articolo allarmato in cui si chiedeva: Che medici avremo d’ora in poi?».
La conclusione della ricerca pubblicata sul «Journal of General Internal Medicine» è che se si vogliono fabbricare dei medici più tolleranti, empatici e resilienti bisogna reintegrare le discipline umanistiche nel curriculum medico, modificando anche i test di accesso che non tengono in alcun conto nessuna di queste qualità umane. Come conclude Mangione: «Negli ultimi cent’anni medicina e arte hanno seguito due strade separate. È ora di riconnettere l’emisfero sinistro del cervello con il destro. Per il bene del paziente. E anche del medico».

Jethro Tull, Doctor to my Disease, 1991

Si mangia troppo! sentenziò il dottore tra sé e sé. Una mezza mela, una fetta di pane integrato, ch’è così saporito sulla lingua e contiene tutte le vitamine dalla A alla H, nessuna esclusa…ecco il pasto ideale dell’ uomo giusto!… che dico… dell’ uomo normale… Il di più non è se non un gravame, per lo stomaco. E per l’organismo. Un nemico introdotto abusivamente nell’organismo, come i Danai nell’arce di Troia… (proprio così pensò)… che il gastrenterico è poi condannato a maciullare, gramolare, espellere…La peptonizzazione degli albuminoidi!… E il fegato… E il pancreas!… L’amidificazione dei grassi!… la saccarificazione degli amidi e dei glucosi!… una parola! … Vorrei vederli loro!… Tutt’al più, nelle stagioni critiche, si può concedere la giunta d’un po’ di legumi di stagione… crudi, o cotti… baccelli, piselli…  C. E. GADDA, La cognizione del dolore, 1963

The Who,  There’s a Doctor, 1990

Ma siccome il malato soffriva tutti i tormenti dell’inferno, nella lusinga che qualcheduno trovasse il rimedio che ci voleva, per non far parlare anche i vicini che li accusavano di avarizia, dovettero chinare il capo a codesto, chinare il capo a medici e medicamenti. Il figlio di Tavuso, Bomma, quanti barbassori c’erano in paese, tutti sfilarono dinanzi al letto di don Gesualdo. […] Essi invece gli badarono appena. Erano tutti orecchi per don Margheritino che narrava la storia della malattia con gran prosopopea; approvavano coi cenni del capo di tanto in tanto; volgevano solo qualche occhiata distratta sull’ammalato che andavasi scomponendo in volto, alla vista di quelle facce serie, al torcer dei musi, alla lunga cicalata del mediconzolo che sembrava recitasse l’orazione funebre. Dopo che colui ebbe terminato di ciarlare s’alzarono l’uno dopo l’altro, e tornarono a palpare e a interrogare il malato, scrollando il capo, con certo ammiccare sentenzioso, certe occhiate fra di loro che vi mozzavano il fiato addirittura. Ce n’era uno specialmente, dei forestieri, che stava accigliato e pensieroso, e faceva a ogni momento uhm! uhm! Senza aprir bocca. I parenti, la gente di casa, dei vicini anche, per curiosità, si affollavano all’uscio, aspettando la sentenza mentre i dottori confabulavano a bassa voce fra di loro in un canto.        G. Verga, Mastro don Gesualdo, 1889

G. Klimt, Igea (Quadri delle facoltà, 1899 -1907, progettati per il soffitto dell’Aula Magna dell’Università di Vienna). Dea della salute, Igea è figlia del primo medico della storia, Esculapio. La dea viene rappresentata con la mano sinistra reggente la coppa di Lete e con un serpente attorcigliato attorno al braccio destro [Fonte Wikipedia]

I medici tutti contenti. – Uh, che bel caso! – se non moriva nel frattempo, potevano provare anche a salvarlo. E gli si misero d’attorno [..] Cucirono, applicarono, impastarono: chi lo sa cosa fecero. Fatto sta che l’indomani mio zio aperse l’unico occhio, la mezza bocca, dilatò la narice e respirò.  Italo Calvino, Il visconte dimezzato, 1952

Alberto Gamba, “Lezioni di Anatomia descrittiva esterna applicata alle Belle Arti” (Torino 1862).

La paura gli stava dentro come un cane arrabbiato: guaiva, ansava, sbavava, improvvisamente urlava nel suo sonno; e mordeva, dentro mordeva, nel fegato, nel cuore. Di quei morsi al fegato che continuamente bruciavano e dell’improvviso doloroso guizzo del cuore, come di un coniglio vivo in bocca al cane, i medici avevano fatto diagnosi, e medicine gli avevano dato da riempire tutto il piano del comò: ma non sapevano niente, i medici, della sua paura. L. Sciascia,  Il giorno della civetta, 1960

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Norman Rockwell Visits a Family Doctor April 12, 1947

Pink Floyd, Comfortably Numb, da The Wall, 1979

Come on now
I hear you’re feeling down
Well I can ease your pain
Get you on your feet again
Relax
I’ll need some information first
Just the basic facts
Can you show me where it hurts?

PER APPROFONDIRE

LIPPI D., Specchi di carta, Percorsi di lettura in tema di Medicina narrativa, Clueb, Bologna, 2010

VIRZI’ -SIGNORELLI, Medicina e narrativa. Un viaggio nella letteratura per comprendere il malato (e il suo medico), Franco Angeli, 2007

L. SERIANNI, Un treno di sintomi.  I medici e le parole: percorsi linguistici nel passato e nel presente, Garzanti, 2005

J. SALINSKY, Medicine and Literature, Volume Two: The Doctor’s Companion to the Classics, CRC Press, 2004

A. SOLOMON, Literature about medicine may be all that can save us, “The Guardian”, 22 aprile 2016

S. HILGER, New Directions in Literature and Medicine Studies, Palgrave Macmillan UK, 2017

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Confini e Conflitti

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Il patriottismo è un prodotto culturale che può diventare un pericoloso veleno se portato all’esasperazione
L’unica nazione è l’umanità
Bisogna opporsi a chi usa le identità particolari per alimentare i conflitti

Carlo Rovelli, “Corriere  della Sera”, 31 luglio 2018

L’unica nazione è l’umanità. Bisogna opporsi a chi usa identità particolari per alimentare i conflitti. Il patriottismo è un prodotto culturale che, esasperato, diventa veleno.
La Gran Bretagna è un vecchio Paese. Il mio Paese, l’Italia, è giovane. Entrambi sono orgogliosi del loro passato. Entrambi sono contrassegnati da marcati caratteri nazionali: è facile identificare gli italiani o gli inglesi, tra la folla di un aeroporto internazionale. Riconosco facilmente l’italiano in me: non riesco a dire nulla senza agitare le mani, ci sono antiche pietre romane nelle cantine della mia casa a Verona, e gli eroi nella mia scuola erano Leonardo e Michelangelo …
Eppure questa identità nazionale è solo uno strato sottile, uno tra tanti altri, assai più importanti. Dante ha segnato la mia educazione, ma ancora più lo hanno fatto Shakespeare e Dostoevskij. Sono nato nella bigotta Verona, e andare a studiare nella libertina Bologna è stato uno shock culturale. Sono cresciuto all’interno di una determinata classe sociale, e condivido abitudini e preoccupazioni con le persone di questa classe in tutto il pianeta più che con i miei connazionali. Sono parte di una generazione: un inglese della mia età è molto più simile a me di un veronese dall’età diversa. La mia identità viene dalla mia famiglia, unica, come è unica ogni famiglia, dal gruppo dei miei amici d’infanzia, dalla tribù culturale della mia giovinezza, dalla rete degli sparsi amici della mia vita adulta. Viene soprattutto dalla costellazione di valori, idee, libri, sogni politici, preoccupazioni culturali, obiettivi comuni, che sono stati condivisi, nutriti, per i quali abbiamo combattuto insieme, e che sono stati trasmessi in comunità che sono più piccole, o più grandi, o completamente trasversali ai confini nazionali. Questo è ciò che siamo tutti noi: una combinazione di strati, incroci, in una rete di scambi che tesse l’umanità intera nella sua multiforme e mutevole cultura.
Non sto dicendo che cose ovvie. Ma allora perché, se questa è la variegata identità di ciascuno di noi, perché organizziamo il nostro comportamento politico collettivo in nazioni e lo fondiamo sul senso di appartenenza a una nazione? Perché l’Italia? Perché il Regno Unito?
La risposta, ancora una volta, è facile: non è il potere che si costruisce attorno a identità nazionali; è viceversa: le identità nazionali sono create dalle strutture di potere. Visto dal mio giovane e ancora un po’ disfunzionale Paese, l’Italia, questo è forse più facile da notare che non dall’interno dell’antico e nobile Regno di sua maestà la regina. Ma è la stessa cosa. Non appena emerso, generalmente con fuoco e furia, la prima preoccupazione di qualsiasi centro di potere — antico re o borghesia liberale del XIX secolo — è promuovere un robusto senso di identità comune. «Abbiamo fatto l’Italia, ora facciamo gli italiani» è la famosa esclamazione di Massimo d’Azeglio, pioniere dell’unità d’Italia, nel 1861.
Sono sempre sorpreso di quanto diversa sia la storia insegnata in Paesi diversi. Per un francese, la storia del mondo è centrata sulla Rivoluzione francese. Per un italiano, eventi di dimensione universale sono il Rinascimento (italiano) e l’Impero romano. Per un americano, l’evento chiave per l’umanità, quello che ha introdotto il mondo moderno, la libertà e la democrazia, è la guerra di Indipendenza americana contro… la Gran Bretagna. Per un indiano, le radici della civiltà si trovano nell’era dei Veda… ciascuno sorride delle distorsioni degli altri, e nessuno riflette sulle proprie…
Leggiamo il mondo in termini di grandi narrazioni discordanti, che abbiamo in comune con i connazionali. Sono narrazioni create consapevolmente per generare un senso di appartenenza a famiglie fittizie, chiamate nazioni. Meno di due secoli fa c’era gente in Calabria che chiamava se stessa «greco», e non molto tempo fa gli abitanti di Costantinopoli chiamavano se stessi «romano»… e non tutti in Scozia o Galles hanno tifato Inghilterra nella coppa del mondo… Le identità nazionali non sono altro che teatro politico.
Non fraintendetemi. Non voglio suggerire che ci sia qualcosa di male in tutto questo. Al contrario: unificare popolazioni diverse — veneziani e siciliani, o diverse tribù anglosassoni — perché collaborino a un bene comune, è saggia e lungimirante politica. Se lottiamo tra noi stiamo ovviamente molto peggio che se lavoriamo insieme. È la cooperazione, non il conflitto, che giova a tutti. L’intera civiltà umana è il risultato della collaborazione. Qualunque sia la differenza tra Napoli e Verona, le cose vanno meglio per tutti senza frontiere fra l’una e l’altra. Lo scambio di idee e merci, sguardi e sorrisi, i fili che tessono la nostra civiltà, ci arricchisce tutti, in beni, intelligenza e spirito. Fare convergere persone diverse in uno spazio politico comune è vantaggio per tutti. Rafforzare poi questo processo con un po’ di ideologia e teatro politico, per tenere a bada i conflitti istintivi, montare la farsa di una Sacra Identità Nazionale, per quanto sia operazione fasulla, è comunque operazione utile. È prendere il giro le persone, ma chi può negare che la cooperazione è meglio del conflitto?
Ma è proprio qui che l’identità nazionale diventa un veleno. Creata per favorire la solidarietà, può finire per diventare l’ostacolo alla cooperazione su scala più larga. Creata per ridurre conflitti interni, può finire per generare conflitti esterni ancora più dannosi. Le intenzioni dei padri fondatori del mio Paese erano buone nel promuovere un’identità nazionale italiana, ma solo pochi decenni dopo questa è sfociata nel fascismo, estrema glorificazione di identità nazionale. Il fascismo ha ispirato il nazismo di Hitler. La passionale identificazione emotiva dei tedeschi in un singolo Volk ha finito per devastare la Germania e il mondo. Quando l’interesse nazionale promuove il conflitto invece che la cooperazione, quando alla ricerca di compromessi e regole comuni si preferisce mettere la propria nazione davanti a tutto, l’identità nazionale diventa tossica.
Politiche nazionaliste o sovraniste stanno dilagando nel mondo, aumentando tensioni, seminando conflitto, minacciando tutti e ciascuno di noi. Il mio Paese è appena ricaduto preda di questa insensatezza. Penso che la risposta sia dire forte e chiaro che l’identità nazionale è falsa. È buona se aiuta a superare interessi locali per il bene comune, è miope e controproducente quando promuove l’interesse di un gruppo artificiale, «la nostra nazione», invece che un più ampio bene comune.
Ma localismo e nazionalismo non sono solo errori di calcolo; traggono forza dal loro appello emotivo: l’offerta di una identità. La politica gioca con il nostro istintivo insaziabile desiderio di appartenenza. «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo hanno i loro nidi, ma il Figlio dell’Uomo non ha dove posare il suo capo…» offrire una casa fittizia, la nazione, è risposta fasulla, ma costa poco e paga politicamente. Per questo la risposta alla perniciosa ideologia nazionale non può essere solo un appello alla ragionevolezza, ma deve trovare l’anelito morale e ideologico che merita: glorificare identità locali o nazionali e usarle per ridurre la cooperazione su scala più ampia non è solo un calcolo sbagliato, è anche miserabile, degradante, e moralmente riprovevole.
Non perché non abbiamo identità nazionali — le abbiamo. Ma perché ognuno di noi è un crocevia di identità molteplici e stratificate. Mettere la nazione in primo luogo significa tradire tutte le altre. Non perché siamo tutti eguali nel mondo, ma perché siamo diversi all’interno di ciascuna nazione. Non perché non abbiamo bisogno di una casa, ma perché abbiamo case migliori e più nobili che non il grottesco teatro della nazione: la nostra famiglia, i nostri compagni di strada, le comunità di cui condividiamo i valori, che sono diffuse nel mondo; chiunque siamo, non siamo soli, siamo in tanti. E abbiamo un posto meraviglioso da chiamare «casa»: la Terra, e una meravigliosa, variegata tribù di fratelli e sorelle con i quali sentirci a casa e con i quali identificarci: l’umanità.

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