Archivi categoria: Attualità culturale

Medico, leggi Dostoevskij.  La letteratura aiuta la scienza

Ad ogni modo, un bravo medico di solida cultura, come il dottor Langhals, tanto per fare un nome, il bel dottor Langhals con le sue piccole mani coperte di peli neri, sarà subito in grado di identificare la malattia, e la comparsa delle fatali macchioline rosse sul petto e sul ventre gli darà la certezza assoluta. Egli non avrà dubbi sulle misure da prendere, i rimedi da applicare.

Thomas Mann, I Buddenbrock, 1901

«A pensarci bene, dovendo scegliere fra due dottori che avessero un’uguale qualificazione medica, credo che preferirei fidarmi di quello che abbia letto Čechov». Simon Leys

“Pensò a se stesso nel 1962, ormai cinquantenne, vecchio, ma non fino al punto di essere inutile. E immaginò il maturo e saggio dottore che sarebbe diventato, con le sue storie segrete, tragedie e successi ammucchiati dietro le spalle.” […]
“Sugli scaffali, manuali di medicina e filosofia, certo, ma anche i testi che attualmente occupavano l’angusto spazio nel sottotetto del villino… Perché il punto era senz’altro questo: lui sarebbe stato un medico migliore per il fatto di aver letto tanta letteratura. […]  La sua sensibilità elaborata gli avrebbe suggerito analisi profonde della sofferenza, della follia autolesionista o della mera sfortuna che conducono gli esseri umani alla malattia! Nascita, morte, e in mezzo un cammino di fragilità. Principio e fine, questi i fenomeni di cui si occupava un dottore, e altrettanto faceva la letteratura.”
I. McEwan, Espiazione, 2001

V. Van Gogh, “Corsia dell’ospedale di Arles”, 1889

Orsola Riva, “Corriere della Sera -La Lettura”, 6 maggio 2018

Il manuale di anatomia o Dostoevskij? I tirocini in ospedale o le Variazioni Goldberg? Che cosa conta di più nella preparazione di un buon medico? La maggior parte delle facoltà di medicina oggi sembrano concepite per fabbricare degli specialisti con una preparazione scientifica solidissima ma privi di cultura umanistica. Errore grave. Perché invece chi coltiva la lettura e ascolta la musica, chi ama andar per musei, al teatro o al cinema, mostra di avere una grana umana più fina di chi non lo fa. O almeno questo è quanto risulta dall’indagine realizzata da due storiche scuole di medicina americane — la Thomas Jefferson University di Filadelfia e la Tulane University di New Orleans — su 739 studenti. Quelli culturalmente più attivi sono anche i più saggi e i meno depressi.
Lo studio ha dimostrato che c’è una correlazione diretta fra fruizione attiva e passiva dell’arte e della letteratura e tre qualità indispensabili per un buon medico: l’empatia, la saggezza e la cosiddetta tolleranza dell’ambiguità, intesa come la capacità di destreggiarsi in situazioni ambigue senza perdere la calma e di elaborare soluzioni creative a situazioni complesse. «Una qualità importantissima che le nostre università purtroppo non coltivano. I test multiple choice — spiega da Filadelfia a “la Lettura” il dottor Salvatore Mangione, che ha diretto le ricerca — insegnano a pensare che una cosa sia nera o bianca. Ma così quando i nostri studenti si trovano finalmente davanti a un letto di ospedale non sanno più cosa fare. E nell’ansia da controllo prescrivono al paziente un esame dopo l’altro. Non solo non fanno il suo bene, ma finiscono anche per costare più del necessario».
Le scuole di medicina sfornano legioni di giovani dottori fabbricati con lo stampino: camici bianchi preparatissimi da un punto di vista disciplinare, ma del tutto inadeguati ad affrontare la condizione umana, dice ancora Mangione. «Il medico non è un meccanico e il paziente non è un carburatore. Un buon dottore deve sapersi connettere con il malato per creare quella fiducia che è una componente essenziale della guarigione. La medicina è un’arte che usa la scienza. Non puoi separare un aspetto dall’altro. Senza la scienza saremmo fermi agli sciamani. Ma senza cultura umanistica ci consegniamo ai tecnici».
Ecco perché nonostante gli straordinari progressi fatti dalla ricerca negli ultimi anni, l’immagine pubblica del medico appare logorata: «Ma come può un medico entrare in contatto con il paziente — aggiunge Mangione — se metà del suo tempo lo passa a immettere dati nel computer? . Lo si vede bene anche nelle serie tv: il George Clooney di ER era molto più simpatico di Dr. House». Non a caso i medici in America sono la categoria professionale con il più alto tasso di suicidi (circa 400 casi l’anno) e una tendenza in crescita ad andare in pensione prima del tempo.
Gli antichi dicevano «medico cura te stesso». Mangione suggerisce di curare i medici con iniezioni di arte, musica e letteratura. «Io insegno semeiotica, la disciplina che studia i sintomi e i segni clinici della malattia. L’esame obiettivo di un paziente è la parte più artistica della medicina. Letteralmente. Diversi studi condotti prima a Yale e poi a Harvard hanno dimostrato che l’esposizione alle arti visive migliora la capacità diagnostica del 40 per cento». Per questo alla Jefferson University organizzano uscite ai musei ma anche corsi di disegno, scrittura e teatro. «Il disegno — dice ancora Mangione — insegna a guardare meglio le cose, mentre scrittura riflessiva e teatro hanno una funzione catartica. Fino a non molto tempo fa in Germania gli aspiranti medici venivano incoraggiati a studiare uno strumento musicale. Ogni scuola di medicina aveva una sua orchestra. Quando negli anni Settanta questa tradizione tramontò, “Die Zeit” pubblicò un articolo allarmato in cui si chiedeva: Che medici avremo d’ora in poi?».
La conclusione della ricerca pubblicata sul «Journal of General Internal Medicine» è che se si vogliono fabbricare dei medici più tolleranti, empatici e resilienti bisogna reintegrare le discipline umanistiche nel curriculum medico, modificando anche i test di accesso che non tengono in alcun conto nessuna di queste qualità umane. Come conclude Mangione: «Negli ultimi cent’anni medicina e arte hanno seguito due strade separate. È ora di riconnettere l’emisfero sinistro del cervello con il destro. Per il bene del paziente. E anche del medico».

Jethro Tull, Doctor to my Disease, 1991

Si mangia troppo! sentenziò il dottore tra sé e sé. Una mezza mela, una fetta di pane integrato, ch’è così saporito sulla lingua e contiene tutte le vitamine dalla A alla H, nessuna esclusa…ecco il pasto ideale dell’ uomo giusto!… che dico… dell’ uomo normale… Il di più non è se non un gravame, per lo stomaco. E per l’organismo. Un nemico introdotto abusivamente nell’organismo, come i Danai nell’arce di Troia… (proprio così pensò)… che il gastrenterico è poi condannato a maciullare, gramolare, espellere…La peptonizzazione degli albuminoidi!… E il fegato… E il pancreas!… L’amidificazione dei grassi!… la saccarificazione degli amidi e dei glucosi!… una parola! … Vorrei vederli loro!… Tutt’al più, nelle stagioni critiche, si può concedere la giunta d’un po’ di legumi di stagione… crudi, o cotti… baccelli, piselli…  C. E. GADDA, La cognizione del dolore, 1963

The Who,  There’s a Doctor, 1990

Ma siccome il malato soffriva tutti i tormenti dell’inferno, nella lusinga che qualcheduno trovasse il rimedio che ci voleva, per non far parlare anche i vicini che li accusavano di avarizia, dovettero chinare il capo a codesto, chinare il capo a medici e medicamenti. Il figlio di Tavuso, Bomma, quanti barbassori c’erano in paese, tutti sfilarono dinanzi al letto di don Gesualdo. […] Essi invece gli badarono appena. Erano tutti orecchi per don Margheritino che narrava la storia della malattia con gran prosopopea; approvavano coi cenni del capo di tanto in tanto; volgevano solo qualche occhiata distratta sull’ammalato che andavasi scomponendo in volto, alla vista di quelle facce serie, al torcer dei musi, alla lunga cicalata del mediconzolo che sembrava recitasse l’orazione funebre. Dopo che colui ebbe terminato di ciarlare s’alzarono l’uno dopo l’altro, e tornarono a palpare e a interrogare il malato, scrollando il capo, con certo ammiccare sentenzioso, certe occhiate fra di loro che vi mozzavano il fiato addirittura. Ce n’era uno specialmente, dei forestieri, che stava accigliato e pensieroso, e faceva a ogni momento uhm! uhm! Senza aprir bocca. I parenti, la gente di casa, dei vicini anche, per curiosità, si affollavano all’uscio, aspettando la sentenza mentre i dottori confabulavano a bassa voce fra di loro in un canto.        G. Verga, Mastro don Gesualdo, 1889

G. Klimt, Igea (Quadri delle facoltà, 1899 -1907, progettati per il soffitto dell’Aula Magna dell’Università di Vienna). Dea della salute, Igea è figlia del primo medico della storia, Esculapio. La dea viene rappresentata con la mano sinistra reggente la coppa di Lete e con un serpente attorcigliato attorno al braccio destro [Fonte Wikipedia]

I medici tutti contenti. – Uh, che bel caso! – se non moriva nel frattempo, potevano provare anche a salvarlo. E gli si misero d’attorno [..] Cucirono, applicarono, impastarono: chi lo sa cosa fecero. Fatto sta che l’indomani mio zio aperse l’unico occhio, la mezza bocca, dilatò la narice e respirò.  Italo Calvino, Il visconte dimezzato, 1952

Alberto Gamba, “Lezioni di Anatomia descrittiva esterna applicata alle Belle Arti” (Torino 1862).

La paura gli stava dentro come un cane arrabbiato: guaiva, ansava, sbavava, improvvisamente urlava nel suo sonno; e mordeva, dentro mordeva, nel fegato, nel cuore. Di quei morsi al fegato che continuamente bruciavano e dell’improvviso doloroso guizzo del cuore, come di un coniglio vivo in bocca al cane, i medici avevano fatto diagnosi, e medicine gli avevano dato da riempire tutto il piano del comò: ma non sapevano niente, i medici, della sua paura. L. Sciascia,  Il giorno della civetta, 1960

Immagine correlata

Norman Rockwell Visits a Family Doctor April 12, 1947

Pink Floyd, Comfortably Numb, da The Wall, 1979

Come on now
I hear you’re feeling down
Well I can ease your pain
Get you on your feet again
Relax
I’ll need some information first
Just the basic facts
Can you show me where it hurts?

PER APPROFONDIRE

LIPPI D., Specchi di carta, Percorsi di lettura in tema di Medicina narrativa, Clueb, Bologna, 2010

VIRZI’ -SIGNORELLI, Medicina e narrativa. Un viaggio nella letteratura per comprendere il malato (e il suo medico), Franco Angeli, 2007

L. SERIANNI, Un treno di sintomi.  I medici e le parole: percorsi linguistici nel passato e nel presente, Garzanti, 2005

J. SALINSKY, Medicine and Literature, Volume Two: The Doctor’s Companion to the Classics, CRC Press, 2004

A. SOLOMON, Literature about medicine may be all that can save us, “The Guardian”, 22 aprile 2016

S. HILGER, New Directions in Literature and Medicine Studies, Palgrave Macmillan UK, 2017

Lascia un commento

Archiviato in Arte, Attualità culturale, Temi letterari

Confini e Conflitti

Risultati immagini per matisse dance

Il patriottismo è un prodotto culturale che può diventare un pericoloso veleno se portato all’esasperazione
L’unica nazione è l’umanità
Bisogna opporsi a chi usa le identità particolari per alimentare i conflitti

Carlo Rovelli, “Corriere  della Sera”, 31 luglio 2018

L’unica nazione è l’umanità. Bisogna opporsi a chi usa identità particolari per alimentare i conflitti. Il patriottismo è un prodotto culturale che, esasperato, diventa veleno.
La Gran Bretagna è un vecchio Paese. Il mio Paese, l’Italia, è giovane. Entrambi sono orgogliosi del loro passato. Entrambi sono contrassegnati da marcati caratteri nazionali: è facile identificare gli italiani o gli inglesi, tra la folla di un aeroporto internazionale. Riconosco facilmente l’italiano in me: non riesco a dire nulla senza agitare le mani, ci sono antiche pietre romane nelle cantine della mia casa a Verona, e gli eroi nella mia scuola erano Leonardo e Michelangelo …
Eppure questa identità nazionale è solo uno strato sottile, uno tra tanti altri, assai più importanti. Dante ha segnato la mia educazione, ma ancora più lo hanno fatto Shakespeare e Dostoevskij. Sono nato nella bigotta Verona, e andare a studiare nella libertina Bologna è stato uno shock culturale. Sono cresciuto all’interno di una determinata classe sociale, e condivido abitudini e preoccupazioni con le persone di questa classe in tutto il pianeta più che con i miei connazionali. Sono parte di una generazione: un inglese della mia età è molto più simile a me di un veronese dall’età diversa. La mia identità viene dalla mia famiglia, unica, come è unica ogni famiglia, dal gruppo dei miei amici d’infanzia, dalla tribù culturale della mia giovinezza, dalla rete degli sparsi amici della mia vita adulta. Viene soprattutto dalla costellazione di valori, idee, libri, sogni politici, preoccupazioni culturali, obiettivi comuni, che sono stati condivisi, nutriti, per i quali abbiamo combattuto insieme, e che sono stati trasmessi in comunità che sono più piccole, o più grandi, o completamente trasversali ai confini nazionali. Questo è ciò che siamo tutti noi: una combinazione di strati, incroci, in una rete di scambi che tesse l’umanità intera nella sua multiforme e mutevole cultura.
Non sto dicendo che cose ovvie. Ma allora perché, se questa è la variegata identità di ciascuno di noi, perché organizziamo il nostro comportamento politico collettivo in nazioni e lo fondiamo sul senso di appartenenza a una nazione? Perché l’Italia? Perché il Regno Unito?
La risposta, ancora una volta, è facile: non è il potere che si costruisce attorno a identità nazionali; è viceversa: le identità nazionali sono create dalle strutture di potere. Visto dal mio giovane e ancora un po’ disfunzionale Paese, l’Italia, questo è forse più facile da notare che non dall’interno dell’antico e nobile Regno di sua maestà la regina. Ma è la stessa cosa. Non appena emerso, generalmente con fuoco e furia, la prima preoccupazione di qualsiasi centro di potere — antico re o borghesia liberale del XIX secolo — è promuovere un robusto senso di identità comune. «Abbiamo fatto l’Italia, ora facciamo gli italiani» è la famosa esclamazione di Massimo d’Azeglio, pioniere dell’unità d’Italia, nel 1861.
Sono sempre sorpreso di quanto diversa sia la storia insegnata in Paesi diversi. Per un francese, la storia del mondo è centrata sulla Rivoluzione francese. Per un italiano, eventi di dimensione universale sono il Rinascimento (italiano) e l’Impero romano. Per un americano, l’evento chiave per l’umanità, quello che ha introdotto il mondo moderno, la libertà e la democrazia, è la guerra di Indipendenza americana contro… la Gran Bretagna. Per un indiano, le radici della civiltà si trovano nell’era dei Veda… ciascuno sorride delle distorsioni degli altri, e nessuno riflette sulle proprie…
Leggiamo il mondo in termini di grandi narrazioni discordanti, che abbiamo in comune con i connazionali. Sono narrazioni create consapevolmente per generare un senso di appartenenza a famiglie fittizie, chiamate nazioni. Meno di due secoli fa c’era gente in Calabria che chiamava se stessa «greco», e non molto tempo fa gli abitanti di Costantinopoli chiamavano se stessi «romano»… e non tutti in Scozia o Galles hanno tifato Inghilterra nella coppa del mondo… Le identità nazionali non sono altro che teatro politico.
Non fraintendetemi. Non voglio suggerire che ci sia qualcosa di male in tutto questo. Al contrario: unificare popolazioni diverse — veneziani e siciliani, o diverse tribù anglosassoni — perché collaborino a un bene comune, è saggia e lungimirante politica. Se lottiamo tra noi stiamo ovviamente molto peggio che se lavoriamo insieme. È la cooperazione, non il conflitto, che giova a tutti. L’intera civiltà umana è il risultato della collaborazione. Qualunque sia la differenza tra Napoli e Verona, le cose vanno meglio per tutti senza frontiere fra l’una e l’altra. Lo scambio di idee e merci, sguardi e sorrisi, i fili che tessono la nostra civiltà, ci arricchisce tutti, in beni, intelligenza e spirito. Fare convergere persone diverse in uno spazio politico comune è vantaggio per tutti. Rafforzare poi questo processo con un po’ di ideologia e teatro politico, per tenere a bada i conflitti istintivi, montare la farsa di una Sacra Identità Nazionale, per quanto sia operazione fasulla, è comunque operazione utile. È prendere il giro le persone, ma chi può negare che la cooperazione è meglio del conflitto?
Ma è proprio qui che l’identità nazionale diventa un veleno. Creata per favorire la solidarietà, può finire per diventare l’ostacolo alla cooperazione su scala più larga. Creata per ridurre conflitti interni, può finire per generare conflitti esterni ancora più dannosi. Le intenzioni dei padri fondatori del mio Paese erano buone nel promuovere un’identità nazionale italiana, ma solo pochi decenni dopo questa è sfociata nel fascismo, estrema glorificazione di identità nazionale. Il fascismo ha ispirato il nazismo di Hitler. La passionale identificazione emotiva dei tedeschi in un singolo Volk ha finito per devastare la Germania e il mondo. Quando l’interesse nazionale promuove il conflitto invece che la cooperazione, quando alla ricerca di compromessi e regole comuni si preferisce mettere la propria nazione davanti a tutto, l’identità nazionale diventa tossica.
Politiche nazionaliste o sovraniste stanno dilagando nel mondo, aumentando tensioni, seminando conflitto, minacciando tutti e ciascuno di noi. Il mio Paese è appena ricaduto preda di questa insensatezza. Penso che la risposta sia dire forte e chiaro che l’identità nazionale è falsa. È buona se aiuta a superare interessi locali per il bene comune, è miope e controproducente quando promuove l’interesse di un gruppo artificiale, «la nostra nazione», invece che un più ampio bene comune.
Ma localismo e nazionalismo non sono solo errori di calcolo; traggono forza dal loro appello emotivo: l’offerta di una identità. La politica gioca con il nostro istintivo insaziabile desiderio di appartenenza. «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo hanno i loro nidi, ma il Figlio dell’Uomo non ha dove posare il suo capo…» offrire una casa fittizia, la nazione, è risposta fasulla, ma costa poco e paga politicamente. Per questo la risposta alla perniciosa ideologia nazionale non può essere solo un appello alla ragionevolezza, ma deve trovare l’anelito morale e ideologico che merita: glorificare identità locali o nazionali e usarle per ridurre la cooperazione su scala più ampia non è solo un calcolo sbagliato, è anche miserabile, degradante, e moralmente riprovevole.
Non perché non abbiamo identità nazionali — le abbiamo. Ma perché ognuno di noi è un crocevia di identità molteplici e stratificate. Mettere la nazione in primo luogo significa tradire tutte le altre. Non perché siamo tutti eguali nel mondo, ma perché siamo diversi all’interno di ciascuna nazione. Non perché non abbiamo bisogno di una casa, ma perché abbiamo case migliori e più nobili che non il grottesco teatro della nazione: la nostra famiglia, i nostri compagni di strada, le comunità di cui condividiamo i valori, che sono diffuse nel mondo; chiunque siamo, non siamo soli, siamo in tanti. E abbiamo un posto meraviglioso da chiamare «casa»: la Terra, e una meravigliosa, variegata tribù di fratelli e sorelle con i quali sentirci a casa e con i quali identificarci: l’umanità.

Lascia un commento

Archiviato in Attualità culturale

Transumanesimo

Risultati immagini per transhumanism

Dottor Gall: I Robot quasi non avvertono i dolori fisici. Ciò non ha dato buoni risultati. Dobbiamo introdurre la sofferenza.
Helena: E sono più felici se sentono il dolore?
Dottor Gall: Al contrario. Però sono tecnicamente più perfetti.
Karel Čapek, R.U.R. [R.U.R.,sigla di Rossumovi univerzální roboti, traducibile come “I robot universali di Rossum”, è un dramma utopico fantascientifico in tre atti del ceco Karel Čapek, 1890-1938]

Documentario curato da Rai per la trasmissione “C’era una volta”. Cosa è il transumanesimo? Secondo il creatore delletimo, il biologo genetista Julian Huxley il transumano è luomo che rimane umano, ma che trascende se stesso, realizzando le nuove potenzialità della sua natura umana, per la sua natura umana. Fu solo, con la definizione di Max More, successivamente che al transumanesimo fu assegnata quel suo carattere di transitività che la contraddistingue, definendo il primo come una classe di filosofie che cercano di guidarci verso una condizione postumana.

Marco Pacini, Se l’uomo si fa Dio. Le frontiere della tecnoscienza, “L’Espresso”, 1 aprile 2018

Intelligenza artificiale, bioingegneria, robot sono la nuova frontiera. E tornano a dividere i filosofi tra apocalittici e visionari. Che ne sarà della specie umana?

Una delle fotografie più nitide di questo primo tratto di strada che abbiamo imboccato verso il “salto antropologico” l’ha scattata il sociologo e filosofo Edgar Morin all’alba del millennio: «L’umanità è ancora in rodaggio e siamo già nelle vicinanze della post-umanità. L’avventura è più che mai ignota». Come spettatori un po’ attoniti, sospesi tra l’ammirazione e l’inquietudine, assistiamo alla grande partita della tecnoscienza, dove la posta in palio è il futuro di una specie, la nostra. Lo chiamano post-human, senza nemmeno un accordo su un significato univoco. Ma la partita è iniziata da tempo e non può attardarsi in sottigliezze semantiche. Nella squadra A giocano i tecno-umanisti (o transumanisti), evangelisti di una religione che potremmo chiamare datismo: non siamo altro che sistemi di elaborazione dati e in quanto tali possiamo migliorare, cambiare la nostra natura senza porre limiti alle acquisizioni e applicazioni delle due discipline madri, informatica e biologia (intelligenza artificiale e ingegneria genetica). La squadra B schiera i postumanisti che anche quando salutano con favore la fine del dualismo natura-cultura, mettono in guardia sugli sviluppi “fuori controllo” della tecnoscienza e sul nuovo capitalismo cognitivo e genetico che potrebbe generare scenari distopici. E vorrebbero almeno aspettare l’arbitro, prima di iniziare la partita. Ma dell’arbitro sembra non esserci bisogno. Perché «tutto funziona, e questo è appunto l’inquietante», come disse allo Spiegel nell’ultima intervista postuma Martin Heidegger, antesignano del pensiero della (o sulla) tecnica. Quell’intervista diventò un libro intitolato “Solo un dio ci può salvare”. E forse nemmeno di quel dio c’è più la necessità, dato che saremo noi stessi come specie, o una parte di noi, potenziati da dispositivi frutto della santa alleanza tra bioingegneria e informatica, a trasformarci in “Homo deus”, come ha suggerito lo storico del futuro Yuval Noah Harari. L’intelligenza si sta separando dalla coscienza, avvertono alcuni degli analisti del futuro postumano come Harari; e una volta liberata dalla coscienza l’intelligenza sviluppa una velocità vertiginosa. Quella dei postumani immaginati nei templi dello “human+” come Google e dei suoi sacerdoti come Ray Kurzweil. Gli esseri umani – assicurano – non sono più in grado di gestire gli immensi lussi di dati, sono arrivati al capolinea e ora potrebbero passare il testimone a entità di un tipo del tutto nuovo. Scenario entusiasmante. O apocalittico, come pensa il filosofo Michel Onfray, che conclude il suo ultimo lavoro, “Decadenza”, con una diagnosi senza speranza: «Un pugno di postumani riuscirà a sopravvivere al prezzo di un’inaudita schiavitù delle masse, cresciute come bestiame (…) Le dittature di questi tempi funesti faranno passare quelle del Novecento per inezie. Google lavora oggi a questo programma transumanista. Il nulla è sempre certo». Meno catastrofista, ma “in allerta”, Adam Greenfield, che in “Tecnologie radicali” rilette: «Non so cosa significherà essere umani nell’era della post-umanità (…). Capisco perfettamente perché chi crede, per quanto incautamente, che da queste circostanze (la post-umanità frutto del matrimonio tra I.A. e bioingegneria ndr) trarrà il massimo beneficio e un potere inattaccabile voglia arrivarci così in fretta. Quello che non capisco è perché lo vogliano anche gli altri». Ma forse è inutile preoccuparsi di un futuro postumano alla Onfray, se dovesse realizzarsi la situazione in cui per la parola “umano” non ci sarebbe semplicemente più posto, con o senza prefisso. Lo ipotizza il filosofo Nick Bostrom (fautore del potenziamento umano e studioso dell’Intelligenza artificiale tra i più accreditati) nel suo ultimo saggio “Superintelligenza”: quando l’I.A. supererà quella umana potrebbe sterminare l’umanità intera. Sulla base di queste previsioni, nel gennaio 2015 Bostrom firmò una lettera aperta, sottoscritta da molti altri scienziati, tra cui Stephen Hawking, per mettere in guardia sui potenziali pericoli di uno sviluppo eccessivo dell’I.A. Nel frattempo, finché con o senza “post” ci saremo, le frontiere continuamente superate dall’intelligenza artificiale e dall’ingegneria genetica (ne parlano negli articoli che seguono Nicoletta Iacobacci e Gianna Milano) pongono con sempre maggiore forza un problema. Anzi, il problema: ci spingeremo in dove si “può”, o in dove si “vuole”? È vero, l’ibridazione è già avviata da tempo. Siamo già in parte nel postumano.  «La nostra seconda vita negli universi digitali, il cibo geneticamente modificato, le protesi di nuova generazione, le tecnologie riproduttive sono gli aspetti ormai familiari di una condizione postumana. Tutto questo ha cancellato le frontiere tra ciò che è umano e ciò che non lo è, rivelando le fondamenta non naturalistiche dell’umanità contemporanea», ha scritto la filosofa del posthuman Rosi Braidotti. Ma forse una parte di  ciò che la migliore fantascienza ci ha fatto intravedere e che si presenta ormai sotto forma di possibilità ulteriore, esponenziale, rappresenta un “salto” più che una continuità di questa condizione postumana. Ed è di fronte a quel salto che il “postumanesimo critico” rivolge interrogazioni sempre più pressanti alla tecnoscienza che “funziona” e procede. Segnalandole l’incrocio tra il si può e il si vuole. Il soggetto di quel volere dovrebbe essere un noi che si interroga ed è interrogato. Ma che per ora sembra assistere attonito alla partita senza arbitro. Ed è quasi inutile ricordare che l’arbitro assente è la politica, ormai da qualche decennio costretta ad arrancare dietro alla tecnoscienza e all’economia o al loro sodalizio (basti pensare agli algoritmi che ogni giorno sui mercati decidono autonomamente di spostare miliardi in nanosecondi). Quel noi ha il volto, per esempio, di chi si vede uscire  dalla mostra  “Human+” (viaggio tecnoartistico sul futuro della specie, in corso a Roma al Palazzo delle esposizioni). E la cui espressione sembra dire: lo voglio o non lo voglio quel “più” per i miei figli e nipoti? Ma soprattutto: potranno deciderlo?

Laurie Anderson, O Superman (for Massenet), 1981

 Stefano Rodotà, Così l’umano può difendersi dal postumano, “La Repubblica”, 28 aprile 2015

Verrà il giorno, si dice, in cui ci libereremo del corpo e saremo tutt’uno con il computer. Perché, allora, molti scienziati chiedono di valutare criticamente tecnoscienza e robotica? Pubblichiamo una sintesi della lezione tenuta il 23 aprile da Stefano Rodotà all’università di Perugia.

“Una nuova forma sociale si manifesta. Una società liberata dal lavoro o insidiata da più profonde servitù? Trasformazioni guidate dal profitto o dall’interesse per le persone? […] La diffusione della robotica, come già per l’elettronica, concentra potere nelle mani di chi
controlla la dimensione tecnica. Con l’esasperata enfasi sul potere individuale il progetto transumanista finisce con l’incarnare la logica di una competitività senza confini. Se qualcuno soccombe, è solo perché non è stato capace di cogliere le opportunità offerte dalla tecnoscienza”. LEGGI TUTTO…

 Daft Punk , Technologic, 2005

Lascia un commento

Archiviato in Attualità culturale, Scienza

Pagine d’ombra

V. Van Gogh, Autoritratto sulla strada di Tarascon, 1888 (distrutto durante la seconda Guerra Mondiale)

“…e io facea con l’ombra più rovente
parer la fiamma; e pur a tanto indizio
vidi molt’ombre, andando, poner mente.
Questa fu la cagion che diede inizio
loro a parlar di me: e cominciarsi
a dir: ‘Colui non par corpo fittizio’.”
Dante, Purgatorio, XXVI,   vv.7-13

Non rifugiarti nell’ombra
di quel folto di verzura
come il falchetto che strapiomba
fumineo nella caldura.
È ora di lasciare il canneto
stento che pare s’addorma
e di guardare le forme
della vita che si sgretola.
Ci muoviamo in un pulviscolo
madreperlaceo che vibra
in un barbaglio che invischia
gli occhi e un poco ci sfibra.
Pure, lo senti, nel gioco d’aride onde
che impigra in quest’ora di disagio
non buttiamo già in un gorgo senza fondo
le nostre vite randage.
Come quella chiostra di rupi
che sembra sfilacciarsi
in ragnatele di nubi
tali i nostri animi arsi
in cui l’illusione brucia
un fuoco pieno di cenere
si perdono nel sereno
di una certezza: la luce.

E. Montale, Non rifugiarti nell’ombra, in Ossi di seppia, 1925

Glenn Ligon, Untitled (I Sell the Shadow to Support the Substance) 2005, neon sign and paint, Courtesy of Rubell Family Collection, Miami

Maurizio Ferraris, Ogni ombra è illuminata, “La Repubblica”, 25 novembre 2017

Cercare un po’ d’ombra in una giornata calda sembra uno dei pochi valori positivi di questa compagna che non ci abbandona mai, almeno fino a che c’è un po’ di luce. Per il resto, è illusione, come nelle ombre cinesi che rappresentano gli inganni cui sono soggetti gli umani nella Repubblica di Platone, mancanza (della luce, e della cosa che proietta l’ombra), difetto: «siamo un’ombra profonda», diceva Giordano Bruno, e non era un complimento. La presenza dell’ombra in pittura, tuttavia, non è ovvia. Per quanto il termine skiagraphia, pittura con l’ombra, sia greco e si trovi, per esempio, in Platone, non si è riusciti mai a capire che cosa designasse esattamente: un chiaroscuro, una pittura fortemente effettistica, una sorta di stile divisionistico. Sta di fatto che la pittura greca, e in generale quella antica, usa l’ombra con parsimonia, soprattutto quando si tratta dell’ombra portata, quella che una cosa proietta fuori di sé.
Senza dimenticare poi che, in tutte le tradizioni pittoriche in cui prevale la bidimensionalità (la pittura vascolare greca, la pittura egizia, quella cinese, i fumetti), non c’è traccia neppure dell’ombra propria, quella che una cosa proietta su di sé. Però, imparare a guardare le opere partendo dall’ombra è un consiglio che mi sentirei di dare a chiunque. Avremmo infatti non dico un mondo capovolto, ma uno sguardo straniato e illuminante.
Di qui l’importanza del saggio di Ernst Gombrich Ombre. La rappresentazione dell’ombra portata nell’arte occidentale (Einaudi, con una introduzione di John Penny) che accompagnava una mostra alla National Gallery di Londra del 1995, è circoscritta al patrimonio del museo, eppure basta a illustrare le potenzialità e i capovolgimenti che vengono apportati dall’ombra. Le ombre naturali dell’alba e del tramonto nei paesaggi, quelle soprannaturali di Goya, quelle surreali di Pontormo e di de Chirico, quelle indisciplinate di Picasso. E ovviamente le ombre che prevalgono sulla luce, come avviene nei notturni, e nell’esperienza umana ordinaria sino all’invenzione della luce elettrica. Tra le funzioni essenziali dell’ombra, osserva Gombrich, la principale è proprio quella di valorizzare la luce. Restringendosi al patrimonio della National Gallery, l’analisi di Gombrich non può includere il quadro in cui questo principio è realizzato nella forma più alta, La veduta di Delft di Vermeer. Il cielo irregolarmente rannuvolato (una materia affine all’ombra) lascia passare la luce selettivamente. La città si riflette (altra quasi-ombra) nell’acqua, ed è immersa nella penombra. Su questo sfondo opaco si stagliano pochi edifici che sono colpiti in pieno dal sole e, su tutti, a destra, una piccola ala di muro giallo.
Sappiamo l’importanza che questo petit pan de mur jaune riveste nella Recherche di Proust, visto che rappresenta l’azione salvifica dell’arte. Bergotte, lo scrittore, uno dei tanti alter ego del Narratore, che muore felice notando per la prima volta quel giallo emergente dall’ombra.
L’episodio proustiano ci porta a un secondo significato dell’ombra, non solo come mancanza della luce, ma come mancanza della vita, che sta al centro dei poemi in prosa e in poesia di Jorge Luis Borges, l’Elogio dell’ombra (a cura di Tommaso Scarano, Adelphi), pubblicato a settant’anni. Borges vivrà quasi altri due decenni, ma l’ombra attraversa questi scritti in almeno due sensi. Il primo è quello della cecità: Borges era cieco in modo definitivo dal 1955.
Il possibile sottotitolo sarebbe “memorie di un cieco”, il titolo che Derrida diede al suo libro sull’autoritratto. Il cieco a cui Dio (scrive Borges in una poesia non compresa in questa raccolta) ha fatto il dono ambiguo di una massa sterminata di libri e della cecità. Dunque il cieco che tocca e annusa i libri, che li ricorda, che se li fa leggere, ma che non potrà mai più leggerseli da sé. Il secondo è quello della morte. Una lunga tradizione stoica, che si ritrova in Montaigne e a cui aderisce Borges, vuole che imparare a vivere consista nell’imparare a morire.
Ma non sfugge a nessuno l’intrinseca difficoltà di una simile impresa. Ora, Borges suggerisce che l’ombra ci insegni cosa sia la morte, e che proprio per questo va elogiata. Come spesso avviene in Borges, l’elogio sfiora a volte il concettismo, come nel ricordo di Ricardo Güiraldes, morto poco più che quarantenne nel 1927, e autore di Don Secundo Sombra (dunque l’ombra sta, per così dire, in ombra). Altre volte è del tutto esplicito, come in A un’ombra, 1940, in cui Borges prega per l’Inghilterra assediata e invoca l’ombra di De Quincey («mi senti, amico mio non visto, mi senti attraverso quelle cose insondabili che sono i mari e la morte?»).
Tutte le volte che un’ombra si allunga sulla terra, abbiamo un occasione per imparare, se non a morire, a capire che cosa significa, ed è per questo che nel poema conclusivo, che intitola la raccolta, Borges considera la cecità un addestramento alla morte: «Vivo tra forme luminose e vaghe che ancora non sono tenebra». Ed è così che, in una biblioteca illeggibile, Borges propone, attraverso l’esperienza dell’ombra, la versione civile dello stoicismo militare che gli è accaduto spesso di cantare, come negli indimenticabili versi in memoria di Carlo XII di Svezia: «più solo del deserto ardi glaciale; non amasti nessuno e ora sei morto».

                                                                Peter Pan, Disney Studios, 1953

WILLIAM CHAPMAN SHARPE, What’s going on in the shadows? A visual arts timeline, 9 novembre 2017. CLICCA QUI.

Presentazione del saggio dello stesso autore  Grasping Shadows. The Dark Side of Literature, Painting, Photography, and Film, Oxford University Press, 2017

Whats in a shadow? Menace, seduction, or salvation? Immaterial but profound, shadows lurk everywhere in literature and the visual arts, signifying everything from the treachery of appearances to the unfathomable power of God. From Plato to Picasso, from Rembrandt to Welles and Warhol, from Lord of the Rings to the latest video game, shadows act as central players in the drama of Western culture.
Yet because they work silently, artistic shadows often slip unnoticed past audiences and critics. Conceived as an accessible introduction to this elusive phenomenon, Grasping Shadows is the first book that offers a general theory of how all shadows function in texts and visual media. Arguing that shadow images take shape within a common cultural field where visual and verbal meanings overlap, William Sharpe ranges widely among classic and modern works, revealing the key motifs that link apparently disparate works such as those by Fra Angelico and James Joyce, Clementina Hawarden and Kara Walker, Charles Dickens and Kumi Yamashita.
Showing how real-world shadows have shaped the meanings of shadow imagery, Grasping Shadows guides the reader through the techniques used by writers and artists to represent shadows from the Renaissance onward. The last chapter traces how shadows impact the art of the modern city, from Renoir and Zola to film noir and projection systems that capture the shadows of passers-by on streets around the globe. Extending his analysis to contemporary street art, popular songs, billboards, and shadow-theatre, Sharpe demonstrates a practical way to grasp the dark side that looms all around us.

Frank Sinatra and Sammy Davis Jr, Me and My Shadow, 1962

 «Le ombre sono misteriose e inquietanti, e al tempo stesso sono un ausilio prezioso alla conoscenza. Questo libro vi mostrerà che l’ombra non è affatto una cattiva compagna di viaggio, sebbene a prima vista non ispiri molta fiducia. Ho scelto di raccontare una storia che descrive il dialogo ininterrotto che i terrestri hanno da millenni con il cielo. Mi sono stupito nel vedere quanti personaggi, noti e meno noti, da Eratostene a Galileo, dagli astronomi arabi ai matematici moderni, dai pittori greci a Leonardo, hanno fatto dell’ombra un’amica della conoscenza. Mi sono stupito nell’osservare come un concetto a prima vista senza grandi ambizioni potesse venir sfruttato in maniera tanto astuta. Le ombre sono meraviglie della mente. Si pensa di poter dire tutto quel che le riguarda in poche righe, ma a scrutarle attentamente, guardando dritto nel loro cuore di tenebra, si rivelano infinitamente complesse.»
Risultati immagini per plinio butade

Jean-Baptiste Regnault, L’origine della pittura, 1785, Olio su tela, Musée National du Château, Versailles

Butade era un vasaio di Corinto. La figlia di Butade era innamorata di un giovane, che però doveva partire e lasciarla. Per perpetuare la sua presenza, la fanciulla, di notte, mentre lui dormiva, tratteggiò il contorno della sua ombra proiettata sul muro al lume di una lanterna. Su queste linee il padre impresse l’argilla, riproducendo i tratti del volto. Nacque il primo ritratto della storia.

Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, XXXV, 151 

Roberto Casati, L’ombra. Conferenza – Associazione Nel

Lascia un commento

Archiviato in Arte, Attualità culturale, Cinema, Dante, Temi letterari

Ma quanto Machiavelli c’è nel populismo 3.0

Da Kim Jong-un a Putin, ecco perché i leader carismatici o i despoti di oggi somigliano tanto ai protagonisti dei grandi classici letterari sul potere
Stefano Massini, “La Repubblica”, 1 novembre 2017

L’AMORE “Il Principe” spiega come gli autocrati si facciano invocare a gran voce dalle masse
LA PAURA Sofocle racconta l’angoscia del capo, Alfieri il terrore collettivo da cui nasce

C’è tutto Trump nel “Principe” di Machiavelli. E c’è anche molto su Kim Jong-un. Eppure non credo — fino a prova contraria — che né il paffuto coreano né The Donald abbiano mai sfogliato l’acuto libello del Segretario fiorentino. Peccato per loro: vi troverebbero più di una dritta sull’ingrato mestiere che gli è toccato in sorte, quello del leader carismatico. Dal rischio di congiure interne al volubile mutar del popolo, non c’è in fondo niente che non sia stato messo già per iscritto da messer Niccolò e non solo da lui, in duemilacinquecento anni di trattati sull’uomo solo al comando.
Ve n’è abbastanza per ricavarne insomma un ritratto a tutto tondo di quello che potremmo definire il leader populista 3.0: erede di altri leader più antichi, quasi sempre tiranni, spesso coronati da epiloghi infausti. Perché in fondo l’equilibrio che sostiene un personaggio di questo tipo è sempre precario, affidato a quel fattore del tutto irrazionale che è la paura. Ed è un dato di fatto, lucidamente delineato da Vittorio Alfieri nel 1777, nel suo Della tirannide: il supremo capo è un’entità che prende forma dal terrore collettivo (dettato da qualsiasi minaccia, militare, sociale, politica) per poi stabilizzarsi in un’aura di angoscia da cui egli stesso è logorato.
Già all’alba del I secolo dopo Cristo, il latino Valerio Massimo ci racconta che il tiranno greco di Siracusa viveva talmente ossessionato dall’essere ucciso che permetteva solo alle figlie di radergli il viso (fino a che non cominciò a nutrire dubbi perfino su di loro, e gli proibì l’uso dei rasoi facendosi bruciare la barba con gusci di noce incandescenti). Come a dire che l’esercizio accentrato del potere comporta di fatto una convivenza con la paura di perderlo: Erdogan ha comminato ergastoli anche ai morti, Kim Jong-un è perfino accusato di aver ucciso fratello e zio pur di sedare cospirazioni al vertice, mentre il dittatore peruviano Fujimori arrivò a dilapidare capitali immani per tirare a sé i suoi sobillatori. Anche qui: Machiavelli scripsit. Ed ecco profilarsi l’inattesa contraddizione di cui già diceva Platone: il tiranno è solo all’apparenza un vincente («io sono uno che nella vita non ha mai perso», copyright Mr. Trump),e dietro la sua fierezza si nasconde un essere infelice, dilaniato dalla continua percezione della propria precarietà.
Il drammaturgo Sofocle ci consegna non per nulla in Edipo e Creonte due ritratti di tiranni fragili, maldestri, esposti all’errore, pieni di zone d’ombra e di proverbiali scheletri nell’armadio. Va da sé che proprio la consapevolezza di questi limiti si traduca poi in maggiore arroganza, per disperato bisogno di nascondersi in una corazza, senza la quale il despota è nudo (ricordo un bel racconto di Dino Buzzati, tutto ambientato fra cani, dal titolo Il tiranno malato). Da Hitler a Saddam, da Gheddafi a Napoleone, il leader celebra da sempre nel corpo il mito della sua infallibilità, ostentando la propria prestanza in una narrazione quasi mitologica. «Il tuo potere è provvisorio!» tuonava Savonarola contro Lorenzo de’ Medici, e dunque cosa di meglio se non celare questa provvisorietà dietro un vigore leggendario?
Infatti: Stalin impose agli scultori di aumentargli la statura di almeno venti centimetri, e fece sì che negli asili ogni mattina i bambini lo chiamassero papà. Quanto alla retorica fascista, imperversavano achillei filmati in cui Mussolini scandiva i giorni della settimana con indefesse attività sportive (lunedì marcia, martedì nuoto, sabato scherma e via dicendo).
Nasce così insomma — come un formidabile paravento — il grande connubio fra il despota e lo sport, in cui naturalmente egli non si limita a competere ma come minimo primeggia: basta sfogliare le pagine dei nostri quotidiani per ammirare Putin judoka o il sanguinario dittatore ceceno Ramzan Kadyrov immortalato mentre dribbla Ronaldinho su un campo da calcio di Grozny. Non fa anche qui eccezione l’atomico Kim, di cui è nota la passione per il basket, al punto tale da imporre uno strappo al suo fervido antiamericanismo: Dennis Rodman campione dell’Nba non solo viene e va da Pyongyang, ma ha avuto il privilegio di comunicare lui al mondo la nascita della prima figlia del sommo leader.
Si dirà che tutto questo amore per lo sport è anche un vettore di consenso. E in effetti è sacrosanto che perfino nel regime più despotico non c’è tiranno senza un volgo che sotto sotto lo acclami, come scrisse Coluccio Salutati nel De Tyranno. È innegabile che l’assolutismo sia una patologia da cui il corpo democratico si lascia volutamente contagiare, alla dannata ricerca di una protezione da chissà quali insidie: come scrive caustico Giacomo Leopardi, il popolo inneggia alla dittatura mentre è ancora caldo il sangue del tiranno ucciso. Ma perché? Niente è più feroce e volubile delle masse, ci suggerisce Alexis de Tocqueville nel suo illuminante La democrazia in America, ed è un’amara verità: il Leviatano di Hobbes prende forma da un istinto cieco, che assoggetta il branco all’autorità di un padre di famiglia, cui ci si rimette con una delega prima affettiva che politica. Fra il popolo e il suo capo si tratta dunque in origine di un amorevole abbraccio, che tutto sembra fuorché la rottura drammatica di quel patto di eguaglianza che sta alla base degli stati democratici, e non per nulla il tiranno — alla ricerca di una sintonia di carne più che di cervello — ama sempre presentarsi come un essere istintivo, antipolitico, anticonformista, talvolta addirittura iconoclasta ed eccentrico fino all’eccesso (si pensi a Caligola, a Nerone, a Domiziano, il cui sfarzo davvero ricorda i leoni d’oro massiccio dei resort trumpiani in Florida). È dunque una questione anche di linguaggio: più sarà concreto — ai limiti del triviale — e più si avrà la sensazione di una dimestichezza familiare, senza cerimonie, garanzia quasi di una intesa amicale (Vladimir Putin ha buon gioco allora a dire che «stanerà i terroristi anche nelle tazze dei cessi»).
Torniamo così ancora una volta a Machiavelli, ai ritratti fulminanti e modernissimi dei suoi Agatocle, Oliverotto da Fermo o del duca Valentino: essi ebbero la forza non di sovrastare, ma di farsi chiedere dal popolo stesso di sopraffarlo, sorvolando sui metodi abietti della loro ascesa e sugli abomini della giungla cortigiana. Poterono farlo perché al di là di tutto il popolo li amava, vedendo magari in loro il simbolo di un’identità collettiva di cui riappropriarsi (il terribile Mobutu nel Congo si spacciò per anni come il padre che riportava tutti alle perdute radici di un’età dell’oro: make Zaire great again…). È il profondo insegnamento di secoli e secoli di trattati: la tirannia non è un virus, non è un’infezione. È molto peggio: una malattia autoimmune.

Lascia un commento

Archiviato in Attualità culturale, Storia

Ecco perché i telefonini faranno sparire anche i docenti

Risultati immagini per street art smartphone

Marco Lodoli, “La Repubblica”, 13 settembre 2017

BISOGNA essere assolutamente moderni, diceva Rimbaud, e dunque non dovremmo mai temere le novità, non dovremmo farci prendere dalla nostalgia per il tempi andati, perché la vita è comunque rognosa e nessuna epoca è mai stata rose e fiori. Dovremmo cedere serenamente alle nuove tecnologie, perché ogni forma di resistenza sembrerebbe solo polverosa, passatista, conservatrice: e nonostante mi ripeta tutto questo, faccio una certa fatica a immaginare una classe con trenta ragazzi che con il ditino frenetico lavorano sul loro smartphone, cercando poesie, formule matematiche, immagini artistiche, vicende storiche e ogni luminosa schermata dello scibile umano. In realtà, se dobbiamo essere assolutamente sinceri, molti studenti già sono incantati da quel bagliore ipnotico. Tengono il loro smartphone sulle ginocchia, tra le pagine del libro, nella manica del maglione, proprio non riescono a spegnerlo neppure per mezz’ora. Sta lì, acceso, come una possibilità sempre aperta, come un ponticello teso verso l’universo, come una bellissima distrazione. Il professore parla, spiega roba morta e sepolta, scrive con l’antichissimo gessetto sull’antidiluviana lavagna, ma i suoi studenti sono altrove, proiettati attraverso le loro seducenti finestrelle verso mondi lontanissimi, miliardi di volte più interessanti delle povere ciance che arrivano dalla cattedra tarlata. Ora bisognerebbe fare il passo definitivo. Abolire i libri, carta malinconica, pronta a ingiallire, faticosa da portare sulla schiena, e sostituire queste anticaglie con la leggerezza e la rapidità e la modernità dello smartphone. Ricordo quando dieci anni fa una mia studentessa, con una smorfia di disgusto in faccia, mi disse: “Prof, i libri sono vecchi”, e non intendeva sputare sui contenuti dei libri, ma proprio su loro, su quei mucchi di fogli rilegati. E ormai ci siamo. Anche il ministro è d’accordo a staccare la spina, a finirla con l’accanimento terapeutico, a introdurre una pietosa eutanasia: il libro agonizza, lo smartphone riluce trionfante; il libro è un reperto, un coccio etrusco, un capitello scheggiato dai secoli, lo smartphone è fico, è una fontana che zampilla immagini, suoni, parole. Ma mi si stringe il cuore a pensare a una classe senza libri, senza la quiete profonda che deriva dalla lettura, senza il fruscio delle pagine girate. Temo che il passo seguente sarà l’accantonamento degli insegnanti: si premerà un tasto e apparirà un prof virtuale che reciterà la sua splendida lezione su Dante o sull’area del trapezio. E forse poi non serviranno più nemmeno gli studenti, basterà che lascino sul banco il loro smartphone acceso e collegato.

Lascia un commento

Archiviato in Attualità culturale, Scuola

Cancellare è plagio?

All writing is in fact cut ups. A collage of words read heard overheard. What else?
[Ogni scrittura è di fatto un’operazione di ritaglio. Un collage di parole lette sentite risentite. Cos’altro?]
William Burroughs, in The Cut-Up Method of Brion Gysin, 1961

“Stop alla vendita del disco Is This the Life We Really Want? dell’ex leader dei Pink Floyd Roger Waters. Il giudice Silvia Giani della sezione specializzata del Tribunale di Milano ha confermato nel merito la decisione con cui il 16 giugno aveva inibito la commercializzazione, la diffusione e la distribuzione dell’involucro, della copertina, del libretto illustrativo e delle etichette dell’album per un’ipotesi di plagio delle celebri Cancellature, del 1964, dell’artista concettuale siciliano Emilio Isgrò“. FONTE repubblica.it

Risultati immagini per isgrò

La notizia porta a riflettere sul principio di imitazione, emulazione, originalità, plagio nell’arte. Il fatto, poi, che le “Cancellature” di Isgrò accostino l’ambito dell’arte visiva a quello della parola, il testo e l’immagine, permette di intersecare e contaminare i due ambiti e di moltiplicare, dunque, riferimenti e citazioni.

L’atto del cancellare in un contesto artistico può essere considerato un tratto unico, distintivo, identificativo e “originale”? E se fosse il tempo il grande, inimitabile cancellatore, sottrattore di senso, censore?

Questo è ciò che resta dell’iscrizione della Coppa di Nestore, ritrovata nella tomba di un giovane dell’antica colonia greca di Pithekoussai, sull’isola d’Ischia. Risale al 740-720 a C. e rappresenta uno dei primi esempi di scrittura nell’alfabeto greco (stile eubeo antico, da destra a sinistra in tre linee separate).

Risultati immagini per iscrizione coppa nestore

 “Io sono la bella coppa di Nestore, chi berrà da questa coppa subito lo prenderà il desiderio di Afrodite dalla bella corona”.

Il “mistero” e il fascino di questa coppa? La possibile allusione presente nel lacunoso testo dell’iscrizione al re di Pilo Nestore, personaggio dell‘Iliade omerica.

Papiro di Ossirinco, Medio Egitto, II sec. d. C.: versi di Archiloco (VII sec. a.C.)

La cancellazione come damnatio memoriae

Egitto, tempio di Deir el-Bahari: la damnatio memoriae di Hatshepsut

Iscrizione erasa, Pozzuoli, Napoli, I sec. d. C. University of Pennsylvania Museum of Archaeology and Anthropology, Philadelphia.

Altare dedicato  a Helios/Sole e Domiziano, il cui nome è cancellato. Munich, Staatliche Antikensammlungen und Glyptothek

Immagine correlata

Iscrizione cancellata, Palmanova (Udine)

Labor limae. Cancellare per correggere

Cancellare, correggere, riscrivere se stessi. Alla ricerca della perfezione dal manoscritto alla stampa.

 “Io procedo a righe lentissime e tutte cancellature in un racconto faticosissimo e difficile, ma quando riesco finalmente a dipanarne qualche centimetro dalla densa matassa, mi diverte perché mette in scena esseri umani veri, ritratti a tutto tondo, anzi visi con la lente d’ingrandimento, e sfaccettature minime della vita. […] Il racconto mi viene sempre più lungo; chissà come faccio a finirlo. Non tutti i giorni uno si sente di scrivere. […] Questo racconto mi è venuto prolisso. Lunghissimo, prolisso. Non si capisce come mai, una volta ero uno stringatissimo, adesso la tiro in lungo, la tiro in lungo. Che barba, fare lo scrittore”.

Italo CALVINO a Maria Corti, in M. CORTI, Un eccezionale epistolario d’amore di Italo Calvino, in AA. VV., Italo Calvino. A writer for the next millenium, a cura di G. BERTONE, Edizioni dell’orso, Torino 1998

G. Leopardi, L’infinito, 1819

Immagine correlata

Honoré de Balzac, Les Employés ou la Femme supérieure, 1837-38

Honoré de Balzac - 1837 www.artexperiencenyc.com

Gustave Flaubert, Madame Bovary (1857): manoscritto autografo

Gustave Flaubert, manuscrit de Madame Bovary

M. Proust, bozze di stampa con correzioni autografe del romanzo Dalla parte di Swann, 1913

J. Joyce, Finnegans Wake, 1939: manoscritto autografo

Finnegans Wake - for any writer who has ever struggled to get it right first time, take solace from the pen of the great james joyce

J. L. Borges, L’Aleph, manoscritto autografo, 1945

ARRIVANO LE AVANGUARDIE!

Tra Futurismo, Dada e Surrealismo, testo, immagine, grafica si fondono e confondono. E si inizia a cancellare per nascondere, negare e insieme far emergere altro.

F. T. Marinetti, Parole in libertà, Irredentismo, 1914, Lugano, collezione privata

Immagine correlata

Man Ray, Poema ottico,  Paris, mai 1924

Poem, Paris, mai (may), 1924

Man Ray disse di essersi ispirato a CHRISTIAN MORGENSTERN  (1871 – 1914), Canto notturno del pesce, 1905

Immagine correlata

Un esempio di dipinto cancellato: Robert RauschenbergErased de Kooning Drawing, 1953. Sotto la tela è scritto:

 “Disegno di de Kooning cancellato / Robert Rauschenberg / 1953”

kuning

La testimonianza filmata di Rauschenberg (QUI una breve sintesi in lingua italiana)

Eugenio Miccini, Algebra, 1962

Joseph Beuys (1921-1986), Tunnel (Cathode Ray) Felt Room Action, 1964, Tate Gallery, London. ”

Joseph Beuys (1921-1986), Tunnel (Cathode Ray), Felt Room Action, 1964, Tate Gallery, London

idhangthatonmywall: “ Joseph Beuys (1921-1986), Tunnel (Cathode Ray) Felt Room Action, 1964, Tate Gallery, London. ”

 

Joseph Beuys, Drawing

Jean-Marie Gustave Le Clézio, Le procès-verbal, 1963

1964: le prime cancellature di Emilio Isgrò

 Emilio Isgrò, Libro cancellato, 1964, Museo del Novecento, Milano

Un esponente della poesia visual spagnola: Fernando Millán, “Progresión negativa /2” (1967

Risultati immagini per fernando Millan

Emilio Isgrò, Libro cancellato, 1969

Emilio Isgrò, Libro cancellato,1969

Marcel Broodthaers, Illustrated book with twenty photolithographs based on the poem by Stéphane Mallarmé, 1969

1969, Marcel Broodthaers, Illustrated book with twenty photolithographs based on the poem by Stéphane Mallarmé

 Jasper Johns, Untitled (Skull), 1973, Dallas Museum of Art: l’artista cancella la propria firma.

Immagine correlata

Jean Michel Basquiat (1960-1988)

I cross out words so you will see them more: the fact that they are obscured makes you want to read them.

«Cancello le parole in modo che le si possano notare. Il fatto che siano oscure spinge a volerle leggere ancora di più».

Immagine correlata

Basquiat, 1983. Acrylic, oil paintstick and paper collage on canvas mounted on wood supports. Schorr Family Collection, Princeton University Art Museum

Nota di Basquiat, Brooklyn Museum, New York

[…] Io sono Jean Michel Basquiat
quello che sulle sue tele prendeva il caffè,
pranzava, si infuriava, gioiva e si disperava
e quando glielo permettevano dormiva
quello che sulle sue tele scriveva
i numeri di telefono delle sue amanti
e li cancellava quando litigava con loro
perché per evidenziare le cose
e fare in modo che la gente le noti
cancellarle completamente è l’unico e il miglior metodo.

da Harkaitz Cano, Basquiat, 2001

Joseph Kosuth, “Zero & Not” (1985-1986): le pareti sono ricoperte da testi di Freud cancellati.

"Zero & Not" (1985-1986), Joseph Kosuth (Toledo, EE. UU., 1945) es un artista estadounidense. Estudia en Toledo (1965) y completa su formación en la School of Visual Arts de Nueva York. Pronto se convierte en importante líder del arte conceptual, llegando al rechazo absoluto de cualquier tipo de producción de obras, debido a su carácter ornamental.

Joseph Kosuth, Zero and Not, Sigmund Freud Museum, Vienna, 2014-15

Immagine correlata

1975: William Xerra, Vive

Vive Man Ray e Isgro

Anna Rosa Faina Gavazzi, “Expédition Nocturne autour De Ma Chambre” (2006)

« je dois apprendre aux curieux » (Xavier de Maistre, 1763 - 1852) Credits: Anna Rosa Faina Gavazzi, “Expédition Nocturne autour De Ma Chambre” (2006)

Risultati immagini per Anna Rosa Faina Gavazzi

L’opera “Expédition nocturne n° 1” è l’iconico sfondo di Philippe Daverio nella trasmissione  Passepartout su Rai 3.

Immagine correlata

Banksy e la street art

Banksy, Chinatown, Boston, Massachusetts, 2011

Immagine correlata

68th Street and 38th Avenue in Queens, New York

Banksy, Woodside, NYC

Banksy, Los Angeles, California

Risultati immagini per banksy parking

«Il mito dell’originalità nell’arte e nel design ha un considerevole valore commerciale come strumento per vendere, ma la realtà è che copiare sostiene l’economia del commercio. Senza copiare, produrremmo, faremmo e consumeremmo di meno. E ci sarebbero meno opere d’arte in giro». Penelope Alfrey, storica dell’arte, Università di Edimburgo.

Sul fronte poetico (e visivo…)

Si chiama erasure poetry o blackout poetry. Consiste nel ricavare un nuovo testo poetico cancellando parte di un testo preesistente, cui viene dato nuovo significato, senso e lettura  in accordo o in contrasto con l’originale.

All poetry is fragment: it is shaped by its breakages at every turn. It is the very art of turnings, toward the white frame of the page, toward the unsung, toward the vacancy made visible, that wordlessness in which our words are couched.
Heather McHugh, Broken English: What We Make of Fragments, in Broken English: Poetry and Partiality, Wesleyan University Press, 1993

Ronald Johnson (USA, 1935-1998), Radi os, 1977: uno dei primi esempi di erasure poetry, che cancella e “riscrive” il poema di Milton Paradise Lost.

Risultati immagini per Ronald Johnson’s Radi os

Queste immagini, invece, sono parte del progetto A Humument: A treated Victorian novel  dell’artista visuale britannico  Tom Phillips. Iniziato nel 1966A Human document venne pubblicato per la prima volta nel 1970.

Risultati immagini per Tom Phillips’ A Humument

 The O Mission Repo di Travis Macdonald (2008) cancella e “riscrive” il 9/11 Commission Report del 2004 (ovvero il rapporto della Commissione d’inchiesta incaricata  dalla Presidenza  e dal Congresso degli Stati Uniti di far luce sugli eventi dell’11 settembre 2001).

Risultati immagini per Travis Macdonald’s The O Mission Repo

Travis Macdonald è anche autore di un saggio del 2009  intitolato A Brief History of Erasure Poetics, in cui si legge:

Over the past fifty years, spurred in no small part by similar gestures in the visual arts (see Robert Rauschenberg’s “Erased de Kooning Drawing”) a new form of reductive poetics has emerged, concerning itself with the deliberate removal (or covering over) of words on the page rather than their traditionally direct application thereto. The practitioners of this relatively new form are scattered widely across disparate schools, lineages, methods and styles might not consider themselves members of any sort of literary movement, let alone this one in particular. They are, nevertheless, connected by a common intent: to fully enact and embody the naturally evolving processes of erasure in their work and to thereby assist in the reclamation of our language and culture one text at a time.

Live Now,  Blackout Poem by Kevin Harrell, agosto 2012

Live Now - Blackout Poem by Kevin Harrell (see more at www.blackoutpoetry.net)

 

Un altro esempio di  blackout poem (FONTE http://www.northbynorthwestern.com/story/blackout-poetry-recipes/): 2014

Una variante di erasure poetry: Tree of Codes dello scrittore americano Jonathan Safran Foer (2010)

Risultati immagini per Tree of Codes

J.  Vanasco, Absent things as if they are present. A history of literature created by erasure, collage, omission, and wite-out, in “The Believer“, gennaio 2012

Why erase the works of other writers? The philosophical answer is that poets, as Wordsworth defines them, are “affected more than other men by absent things as if they were present.” The More practical answer: compared to writing, erasing feels easy. But I am here to convince you: to erase is to write, style is the consequence of the writer’s omissions, and the writer is always plural. To erase is to leave something else behind.

Un sito dedicato alla blackout poetryhttp://newspaperblackout.com/

In Italia viene anche usata la definizione di CAVIARDAGE, ovvero “Metodo didattico di scrittura creativa poetica che può essere usato sia personalmente, che come strumento di lavoro da diversi professionisti (insegnanti, maestre, psicologi, psicoterapeuti, arteterapeuti, counsellor…)
Il Metodo è stato creato da Tina Festa e racchiude diverse tecniche di scrittura creativa poetica che aiutano a scrivere poesie e pensieri non partendo da una pagina bianca ma da testi già scritti: pagine strappate da libri da macero, articoli di giornali e riviste, ma anche testi in formato digitale. la tecnica di base si contamina con svariate tecniche artistiche espressive (quali il collage, la pittura, l’acquarello, etc.) per dar vita a poesie visive: piccoli capolavori che attraverso parole, segni e colori danno voce a emozioni difficili da esprimere nel quotidiano”. FONTE: https://www.caviardage.it/ufaqs/che-cose-il-caviardage/

La parola francese caviardage (derivata da caviar, caviale, di colore nero), significa sopprimere, cancellare, censurare. Indica comunemente un metodo di scrittura creativa di derivazione oulipiana.

Tra i consigli dello scrittore americano AUSTIN KLEON, autore di Steal like an artist (trad. it. Ruba come un artista, Vallardi, 2013) e di Newspaper Blackout, c’è quello di superare il blocco della pagina bianca con il metodo della blackout poetry. Basta prendere un giornale e…

Ecco un esempio di blackout poem che enuncia un fondamentale principio di Kleon (e non solo):

art is 99 percent robbery

Per tornare al punto di partenza

Sean Evans, Danny Kamhaji e Dan Ichimoto sono i grafici che hanno curato la copertina del disco di Roger Waters Is this the life you really want?

Risultati immagini per man ray poema ottico 1924

I grafici di Roger Waters si sono davvero ispirati a Isgrò e alle sue cancellature? O si può considerare un esempio di erasure poetry o caviardage che dir si voglia, ampiamente diffuso e sperimentato da decenni?

Immagine correlatahttps://cdnrockol-rockolcomsrl.netdna-ssl.com/lZzKCvJMVDZ8oEId4nJy3B1C5LQ=/700x0/smart/rockol-img/img/foto/upload/rogerwaters4.png

The poetry of erasure is taking place all around us. Underneath the pavement, behind newspaper headlines, on paste-layered billboards and graffiti-laden walls, our communal landscape is continuously peeling away and papering over itself. Its very surface is a living thing in flux between dueling processes of decay and renewal, driven in the name of progress to adapt to the shifting contextual demands of culture or be replaced, removed, re-imagined.
Travis McDonald, A Brief History of Erasure Poetics, 2009

L’immagine è tratta dal libro “Steal like an artist”, di Austin Kleon, 2012

… la creatività è remix-“rimescolamento”:

I poeti immaturi imitano; i maturi rubano; i cattivi poeti svisano ciò che prendono e i buoni lo trasformano in qualcosa di migliore o almeno diverso. Il buon poeta salda il suo furto in un complesso di sensi che è unico, interamente diverso da ciò da cui è avulso; il cattivo lo getta in qualcosa che non ha coesione.  T. S. Eliot

PER APPROFONDIRE

Brian Dillon, The revelation of erasure,  September 2006, Tate articles 

The eloquence of absence: omission, extraction and invisibility in contemporary art

Luigi Mascheroni, ELOGIO DEL PLAGIO. Storia, tra scandali e processi, della sottile arte di copiare da Marziale al web, Aragno2015

Jeannie Vanasco, Absent Things As If They Are Present, in “The Believer”, January 2012 (a proposito dell’originalità della erasure poetry e del concetto di plagio)

C. Arienti, Caso Waters: Isgrò cancella la sua arte, umanistranieri.it, 26 luglio 2017

Un recente intervento su  diritti d’autore e arte: http://www.bugnion.it

Cancellare per censurare: anche questa è arte?

In inglese data sanitization è il processo di rimozione di dati sensibili da un documento, allo scopo di rendere leggibile il documento stesso a più persone, proteggendo informazioni segretate o dati sensibili.

 

TROVATI IN RETE

Feltre (BL), 1797.  Scalpellini al seguito dell’esercito rivoluzionario francese cancellano le iscrizioni sulle lapidi dei palazzi nobiliari e ogni traccia scritta del dominio veneziano. 

Risultati immagini per Damnatio memoriae

 

2009: la copertina del romanzo Censoring an Iranian Love Story dello scrittore iraniano Shahriar Mandanipour (Knopf)

Risultati immagini per Censoring an Iranian Love Story

Una pagina del romanzo:

iranian love story

agosto 2009: pubblicità della rivista musicale “Rolling Stone” (Art Director Federico Pepe, copywriter Lorenzo Crespi

Risultati immagini per rolling stone magazine advertising

2009: campagna pubblicitaria Volkswagen (Agenzia DDB)

Volkswagen Print Ad - Money

2010: la copertina del libro di Paolo Di Stefano Potresti anche dirmi grazie (Francesca Leoneschi, Art Director Rizzoli editore) 

2013: Cancellare dai quotidiani l’informazione (campagna pubblicitaria Lorenzo Marini Group per FCP Assoquotidiani)

Risultati immagini per lorenzo marini fcp 2013

 Risultati immagini per lorenzo marini fcp 2013

 

2014: Susan Philipsz, Part File Score, Installation, 1 Februar – 4 Mai 2014, Hamburger Bahnhof, Staatliche Museen zu Berlin

2015: la campagna dedicata al World Press Freedom Day Censorship (Sanjeev Saikia)

image

La copertina del libro autobiografico di Mohamedou Ould Slahi Guantánamo Diary, Little, Brown and Company, 2015

Risultati immagini per guantanamo diary by mohamedou ould slahi

The Drone Memos, ACLU, 2016

Risultati immagini per The Drone Memos

La copertina dell’album del gruppo indie rock Guster Live With The Redacted Symphony (2013):

Risultati immagini per guster live with the redacted symphony

La cancellatura manifesto: CancellAzioni, Mantova, Festival della Letteratura, 2013, MorsoCollettivo

Fearless, serie televisiva ITV, 2017

Immagine correlata

Tanti piccoli “imitatori” o plagiatori di Isgrò: la tecnica didattica del CAVIARDAGE è illustrata da Tina Festa QUI.

Cancellature di moda

 Risultati immagini per cancellature

Erasure poetry merchandising

Immagine correlata

Immagine correlata

Autore non identificato: immagine pubblicata su http://sdfla.blogspot.it/2013/06/government-files-two-responses-to-dore.html (giugno 2013)

E per finire… anche questo è caviardage:

Risultati immagini per caviardage oulipo

Lascia un commento

Archiviato in Arte, Attualità culturale, Poesia

Basta con la scuola che insegna a tutti le stesse cose

Alessandro Giammei, “Pagina 99”, 19 maggio 2017
Negli istituti irlandesi si alternano Amleto, Macbeth e Re Lear, Emma e Cime tempestose. In quelli tedeschi Il diario di Anna Frank e Profumo di Suskind. Negli Stati Uniti Il buio oltre la siepe, ma non solo. Quasi ovunque si leggono romanzi recenti. Perché l’eccezione italiana?

I promessi sposi  è il romanzo preferito del papa.  Lo ha dichiarato quasi subito ai  giornalisti italiani, e qualcuno  ha pensato si trattasse di una  forma di seduzione facilona, di quelle che fanno urlare il nome  della squadra locale all’inizio di  ogni tappa nelle campagne  elettorali dei telefilm americani.  L’italianità, invece, c’entra  poco, come d’altronde la cristianissima  provvidenza che  domina nelle fitte annotazioni  delle edizioni scolastiche: al papa  piace proprio la storia. Con  disarmante opportunità la consiglia  agli innamorati, alle giovani  coppie, a quelli che, come  si dice, si mettono insieme. Ai  promessi sposi insomma, che  così difficilmente oggi riescono  a trovare il coraggio (e i soldi)  per sposarsi sul serio. Se Borges  e Singleton ci hanno spiegato,  dalle Americhe, che Dante è  l’autore di una storia d’amore on the road, Bergoglio ci ricorda  che Manzoni ha scritto, sostanzialmente,  di fidanzati. Del resto,  pur figlio di migranti piemontesi,  le superiori le ha fatte  in Argentina (perito chimico,  dice Wikipedia), fuori dalle  utopie uniformanti dei nostrani  programmi liceali, cronologici  in tutto tranne che nelle letture  ineludibili.
• Manzoni fuori dalla Storia 
Da noi, nelle aule in cui i ragazzini li leggono a turno ad alta voce, Manzoni e Dante si somministrano infatti fuori dalla Storia e con poco interesse per le storie, come se certi libri fossero lunghissime parole magiche da pronunciare assolutamente in coro prima di raggiungere la maturità. Si leggono in codice, un po’ estranei al proprio stesso testo, come il menzognero giuramento d’Ippocrate alle lauree di Medicina e il latino da sciorinare anche allo scientifico, che “non serve” eppure trasforma: la chiave è la stessa per tutti, l’interpretazione si riceve e si tramanda, come una comunione. Di tutto ciò, più o meno, la scuola dell’obbligo ha convinto i miei nonni, i miei genitori e me, ma non il papa. E tuttavia l’incerta lettura collettiva, incespicando sull’accento di “Carneade” e “stradicciola”, continua tutt’ora anche in posti come il liceo Marconi a New York, il Galilei a Istanbul e l’Amaldi a Barcellona.
• La lista di Ted 
È forse a causa di questa ecumenica e un po’ svogliata esperienza identitaria, anti-classista e intergenerazionale come i rituali della scuola di Harry Potter, che tutti gli italiani con cui ne ho parlato hanno immediatamente creduto alla conturbante ma sostanzialmente sbagliata lista di libri obbligatori nazionali che Daryl Chen e Laura McClure hanno messo insieme qualche mese fa: un post su ideas.ted.com in cui si tenta di elencare i classici più assegnati nelle scuole di ventotto Paesi. Si parte dal Corano in Afghanistan e si chiude con Il racconto di Kieu, un poema epico vietnamita dell’Ottocento in cui, tra le altre cose, la Kieu del titolo non riesce a sposarsi col suo promesso (e la provvidenza non la aiuta granché). In mezzo ci siamo noi, con quel rassicurante ramo del lago di Como al suo posto sotto la ‘I’ di Italy. Da pessimi fidanzati con buon orecchio per gli endecasillabi nascosti nell’Addio ai monti, siamo forse naturalmente portati ad abbracciare l’idea che altrove si consumino analoghe devozioni totemiche per accedere alla slabbrata ma forse ancora fiera schiatta dei cittadini istruiti (o almeno diplomati). E dunque, appurato che altri familiari capolavori nativi campeggiano in effetti alla voce più logica nell’elenco sul sito (Il buio oltre la siepe sotto Stati Uniti per dire, o Guerra e pace in Russia, o Cent’anni di solitudine in Colombia) potremmo rischiosamente metterci a discutere i casi meno automatici. La Germania, ad esempio, che compare con il Diario di Anna Frank, o l’Irlanda, a cui è attribuita l’entusiasmante biografia di un giovanissimo esploratore antartico firmata dal giornalista britannico Micheal Smith nel 2010: Ice Man. Per noialtri, così intimamente legati alla lingua che ha preceduto e al mito di quell’unificazione stessa, trovare un libro scritto in olandese giusto settant’anni fa sui banchi dei ragazzi tedeschi è certo una sorpresa: nemmeno leggere Primo Levi al ginnasio, un’ora alla settimana, reggerebbe il confronto – e Primo Levi si legge appena, a brani, a ridosso della fine dell’ultimo anno scolastico. Assurdo poi pensare ai millennials irlandesi alla prese, da neanche sette anni, con un avventuroso romanzo di stile rasoterra solo perché il protagonista (non l’ambientazione, non la lingua, non l’autore) è, come loro, irlandese. Cosa si leggeva prima? Joyce? E davvero Micheal Smith ha sostituito Joyce come Anna Frank sembra sostituire Goethe? Siamo forse destinati a liberarci di Manzoni, prima o poi? Da secchione quale sono (a me pure piace un sacco I promessi sposi, ma non tanto per la storia di fidanzati) sono andato a guardarmi i dati raccolti da Matthias Schmidt sulle letture scolastiche tedesche del secondo Novecento, scoprendo che il buon Goethe – nominato solo per l’Austria nella lista di Chen e McLure – resiste in realtà al primo e al terzo posto della classifica. È vero però che Anna Frank tallona il Faust al secondo posto, e che ha superato il Werther staccando ampiamente Schiller, Brecht, e la saga dei Nibelunghi. Il politologo tedesco Stefan Eich (classe 1983) mi ha spiegato che la generazione del ’68 in Germania ha rivoluzionato il curriculum liceale, allontanandosi dal Romanticismo e dal culto della lingua nazionale: nel suo Gymnasium si leggevano integralmente, accanto ai classici ottocenteschi, non solo il Diario di Anna Frank, ma anche L’onda di Strasser (1981), Profumo di Suskind (1985) e vari capolavori in traduzione. L’antinazismo laggiù è una cosa seria, diffusa con criterio, e sarebbe impensabile insegnare Dante, per esempio, senza informare gli studenti sugli abusi che il fascismo ha inflitto al suo pensiero e alla sua stessa immagine.
• Irlanda a rotazione 
Per quanto riguarda l’Irlanda, invece, la lista è proprio fuori strada, e la verità si avvicina semmai alla nostra idea di liceo, ma con meno monoteismo. Barry McCrea, che di mestiere dirige l’istituto di Irish Studies all’università di Notre Dame, mi ha illustrato l’intrigante intreccio generazionale che il ministero irlandese va stringendo da quasi un secolo, spiegandomi che Michael Smith è forse assegnato per le vacanze ma certo non attraversato in classe né in programma per l’esame finale. Come da noi l’anno di nascita corrisponde per molti a un preciso autore da tradurre alla maturità o a un’unica funzione da disegnare tra gli assi cartesiani, in Irlanda si alternano cicli shakesperiani uniformi in tutta la nazione: un anno Amleto, un anno Macbeth, un anno Re Lear, e una simile rotazione avviene anche per romanzi fondamentali come Emma e Cime tempestose. Ma il vero libro nazionale è stato a lungo l’autobiografia in lingua irlandese della mitica Peig Sayers (altro che Ice Man) e la letteratura in Irlanda è un pilastro fondamentale dell’istruzione a tutti i gradi. Quando ho chiesto ai miei studenti americani chi fosse il loro Manzoni ho ricevuto almeno dieci risposte diverse, e nessuno ha menzionato Harper Lee (che pure è davvero studiatissima, statisticamente, nei licei degli Stati Uniti). Ripetendo l’esperimento con colleghi diplomatisi in Egitto, in Canada, in Argentina, in India, le alternative ai ventotto titoli univoci della lista del Ted si sono moltiplicate, e in realtà su Reddit (dove il post è stato in prima pagina qualche mese fa) lettori finlandesi, cinesi e australiani avevano già smentito la supremazia di Aleksis Kivi, della regola confuciana e di Il domani che verrà di Marsden.
• Italia: un primato Ocse 
Insomma, il nostro egemonico Manzoni è un caso raro e speciale, per nulla scontato, e gioca probabilmente la sua parte nel primato che l’Ocse ci ha recentemente accordato: abbiamo la scuola più inclusiva del mondo, forse anche perché ci ostiniamo a insegnare a tutti, più o meno, le stesse cose allo stesso modo. Per migliorare un po’ magari varrebbe la pena dare retta al papa, e pensare più spesso, da ragazzini, alla prossimità dei giovanotti lombardi che l’istruzione ci infligge come misteri da accettare senz’altro. Forse Manzoni, ora che Micheal Moore lo sta ritraducendo in inglese per lettori non-studenti, ci tornerà indietro alienato e presente, meno cerimonioso, come l’amichevole Dante della recente edizione Loescher di Bob Hollander, restituita alle scuole italiane da Simone Marchesi. Al papa, forse, farà piacere.

*Alessandro Giammei è ricercatore in Italianistica all’università di Princeton (Usa)

AFGHANISTAN
• Corano (650)
Per i musulmani il Corano è il testo sacro e, così come viene letto oggi, rappresenta il messaggio rivelato quattordici secoli fa da Dio. In alcuni Paesi la sua lettura è anche un modo per apprendere l’arabo.

AUSTRIA
Faust (1787)
Johann Wolfgang Goethe non ha bisogno di presentazioni. E forse neanche la storia di Faust, alchimista sapientissimo pronto a vendere l’anima al diavolo per poter accedere ai segreti più arcani del mondo.

RUSSIA
Guerra e pace (1865-1869) Maestro dell’epica moderna, Lev Tolstoj narra la storia di due famiglie, i Bolkonskij e i Rostov, durante la campagna napoleonica in Russia (1812), costruendo un vivido affresco della nobiltà russa.

FINLANDIA
I sette fratelli (1870) La testardaggine della Finlandia rurale, raccontata in tono moralistico da Aleksis Kivi, il primo autore finlandese a scrivere nella sua lingua. Alcuni considerano i sette fratelli del titolo rozze caricature degli ideali nazionalistici del tempo.

FILIPPINE
Noli me tangere (1887) Jose Rizal, eroe della rivoluzione filippina, racconta la vita all’epoca della dominazione spagnola. E lo fa attraverso il personaggio di un giovane tornato nella sua terra natale dopo sette anni di studi in Europa.

BULGARIA
Sotto il gioco (1894) Ivan Vazov è considerato il padre della letteratura bulgara. Questo suo romanzo descrive l’insurrezione dell’aprile del 1976 contro i turchi-ottomani nella prospettiva degli abitanti di un piccolo villaggio.

INDIA
La mia vita per la libertà (1925-1929) L’autobiografia del profeta della non-violenza. Le pagine che il Mahatma Gandhi scriveva settimanalmente sul suo giornale, raccontando la sua visione del mondo e l’impegno politico e spirituale.

EGITTO
Il libro dei giorni (1935) Autobiografia scritta in terza persona dell’intellettuale Taha Hussein (1889-1973). Cieco dall’età di tre anni, fu così caparbio da iscriversi all’università e arrivò a ricoprire la carica di ministro dell’istruzione.

BOSNIA, SERBIA
•Il ponte sulla Drina (1945) Ivo Andric, premio Nobel per la letteratura nel 1961, evoca le vicende dei Balcani – dall’inizio del XVI secolo fino alla prima guerra mondiale – attraverso la storia del ponte sul confine tra la Bosnia e la Serbia.

GERMANIA
Il diario di Anna Frank (1947) Il celebre “diario” che tenne un’adolescente ebrea che si nascondeva con la sua famiglia in una soffitta di Amsterdam durante l’occupazione nazista. L’originale è in olandese.

BRASILE
Morte e vita Severina (1955) Poeta e diplomatico brasiliano, João Cabral de Melo Neto in questo poema in versi descrive il difficile viaggio di un uomo che lascia le povere e aride regioni del Brasile nordorientale in cerca di una vita migliore.

GHANA, NIGERIA
Il crollo (1958) Nella Nigeria orientale, agli inizi del Novecento, un leader igbo campione di lotta riscatta il rispetto sociale che la sua famiglia non gli ha garantito. Soccomberà però ai missionari inglesi.

STATI UNITI
Il buio oltre la siepe (1960) Nel romanzo di Harper Lee l’onesto avvocato Atticus Finch è incaricato della difesa d’ufficio di un “negro”, accusato di violenza carnale in una cittadina del profondo Sud degli Stati Uniti.

COLOMBIA
Cent ‘anni di solitudine (1967) Il Nobel per la letteratura Gabriel Garcia Marquez utilizza il suo inconfondibile realismo magico per raccontare il Novecento a Macondo, un paesino inventato dove si intrecciano le vicende di cinque generazioni.

ALBANIA
La città di pietra (1971) Lo sguardo di un bambino per raccontare Agirocastro, la città natale dell’autore Ismail Kadare, durante la seconda guerra mondiale e, soprattutto, l’insofferenza del popolo albanese rispetto ogni forma di istituzione politica indotta.

CANADA
Guerre (1977) Basato sulle lettere dal fronte dello zio dell’autore Timothy Irving Frederick Findley, il romanzo narra la storia di un giovane ufficiale canadese spedito a combattere la Grande Guerra.

AUSTRALIA
Il domani che verrà (1993) John Marsden scrive di un gruppo di adolescenti che cerca di sfuggire alla noia della provincia facendo una gita. Al ritorno scopriranno che l’Australia è occupata da forze militari sconosciute e i civili imprigionati.

IRLANDA
L’eroe della frontiera di ghiaccio ( 2003) La storia di un ragazzo irlandese nato in un villaggio di contadini, che arruolato in Marina trascorre quasi nove anni in Antartide, prendendo parte alle spedizioni condotte dai due più celebri esploratori dell’epoca.

INDONESIA
La scuola ai confini del mondo (2005) Una scuola di dieci allievi e una maestra quindicenne ai confini dell’arcipelago indonesiano che lotta per rimanere aperta. La storia è tratta dai ricordi dell’infanzia dello scrittore, Andrea Hirata.

PAKISTAN
Il fondamentalista riluttante (2007) Un giovane pachistano ammesso a Princeton diventa un brillante analista finanziario, sempre in viaggio ai quattro angoli del mondo. Finché arriva l’undici settembre a scuotere le sue certezze. E a trasformarlo.

Liberiamo gli studenti dai Promessi sposi 147 anni di Manzoni obbligatorio.
È arrivato il momento di cambiare la noia di leggere Manzoni a quindici anni
I Promessi sposi sono testo obbligatorio dal 1870.
Ora docenti come Giunta e Gardini, e scrittori come Camilleri, Terranova e Trevi chiedono di cambiare.
Per salvare le prossime generazioni di lettori

Marco Filoni, “Pagina 99”, 22 maggio 2017

Facciamo un esperimento. Provate a immaginare una sensazione, un’immagine che vi torna alla mente dei Promessi sposi. D’accordo, a tutti più o meno risuona il famoso incipit Quel ramo del Lago di Como… Ma provate a far emergere dai vostri ricordi qualcosa che più che a mezzogiorno “volge” alle vostre emozioni. Siate sinceri: pensate a un misto di noia e fastidio? Bene, la cosa non deve preoccuparvi. Fatti salvi gli studiosi, rientrate nella quasi totalità della popolazione italiana che, a scuola, ha letto le pagine dei Promessi sposi. Lo chiamano “effetto-Manzoni” e, secondo molti, sarebbe alla base di una successiva ripulsa verso la letteratura di molti giovani. C’è però una considerazione che forse è arrivato il momento di fare. Ovvero: quanto questo romanzo ottocentesco (la prima versione è del 1827, la sua edizione definitiva uscì fra il 1840 e il 1842) è davvero costitutivo del carattere nazionale dell’Italia? La domanda non suoni peregrina. Se la sono posta allo scoccar d’ogni decennio funzionari ministeriali, scrittori e insegnanti dal 1870 in poi – alternando elogi delle pagine manzoniane a severi giudizi sulla loro utilità, proponendo alternative (le Confessioni di un ottuagenario di Ippolito Nievo nel 1922, fra gli altri) e netti rifiuti (come Giosuè Carducci «perché dalla lingua dei Promessi sposi a certa broda di fagioli non c’è traghetto e dall’ammagliamento logico dello stile e discorso manzoniani alle sfilacciature di calza sfatta di cotesti piccoli bracaloni c’è di mezzo un abisso di ridicolo»). In queste pagine pubblichiamo una lista dei libri che sono le letture obbligatorie in differenti Paesi del mondo (compilata da Daryl Chen e Laura McClure per il sito dei Ted Talks, anche se come spiega Giammei nell’articolo nelle prossime pagine è un elenco in parte carente). Perché sapere cosa un Paese fa leggere ai suoi giovani ci dice qualcosa di quel Paese. Prendiamo la Germania, dove si legge Il diario di Anna Frank (scritto in olandese, non in tedesco). Per non dire dei molti Paesi che fanno leggere romanzi scritti negli ultimi decenni: per esempio il Pakistan che propone Il fondamentalista riluttante di Mohsin Hamid (2007).

• Cos’è oggi un classico? Verrebbe da chiedersi, con Italo Calvino, cos’è oggi un classico…E nel rispondere a questa domanda ci vorrebbe forse un po’ di coraggio per superare un certo familismo culturale che investe la nostra società: i nostri padri vogliono che studiamo le stesse cose che hanno studiato loro, così come noi vogliamo che i nostri figli studino quello su cui siamo incappati noi stessi. Una sorta di immobilismo che ritroviamo esplicitato nelle così dette riforme della scuola italiana, alla cui crisi si accompagna una mancanza di coraggio (ricordate don Abbondio?) forse insita nel nostro patrimonio culturale. Quindi è lecito chiedersi se I promessi sposi dica ancora qualcosa di significativo agli studenti o se sia arrivato il momento di pensionarlo. «Per me va sostituito», dice a pagina99 Claudio Giunta, docente di Letteratura italiana all’università di Trento: «Nessun dubbio sul valore dell’opera, che raccoglie al meglio le varie tipologie dei caratteri nazionali, ma al secondo anno gli studenti non sono ancora preparati a questa lettura, che andrebbe fatta alla fine del liceo. Dovremmo far leggere loro opere che li seducano, facili nella lingua, in grado di divertirli e insegnare loro ad amare la lettura. Direi Brancati, Calvino, Sciascia. O Lessico famigliare di Natalia Ginzburg, La vita agra di Bianciardi, La coscienza di Zeno di Svevo: tutte opere che parlano anche al lettore debole. Questo non significa che Manzoni, come Dante, debba esser buttato al macero: va letto antologicamente, con brani scelti».
• Ferroni si oppone
Giulio Ferroni, grande storico della letteratura e critico, è uno dei pochi (tra quelli che abbiamo consultato) a difendere Manzoni: «Certo, parliamo di un’opera difficile, anche per la complessità del linguaggio (formidabile). Ma se vogliamo riconoscere l’identità italiana in tutte le sue contraddizioni è nelle pagine di Manzoni che dobbiamo guardare. La scuola deve educare, non può limitarsi ad assecondare ciò che i ragazzi vorrebbero consumare». Lo scrittore Andrea Camilleri ha una personale storia con Manzoni: nel 2000 un liceo di Ispica, in provincia di Ragusa, scelse di sostituire i Promessi sposi con il suo Il birraio di Preston. In quell’occasione Camilleri scrisse una lettera aperta al “collega” Don Lisander (così i milanesi chiamavano Manzoni), nella quale lo scrittore siciliano si scusava, ribadiva la grandezza dell’opera aggiungendo però che lui se ne era accorto tardi, e non a scuola: «Se devo essere sincero, a me, dopo che al liceo m’ebbero fatto studiare alcuni capitoli del tuo romanzetto (il diminutivo è del tuo amico Giusti), passò del tutto la voglia di leggerti oltre (non passò, grazie a Dio, la voglia di incontrare altri autori)». Oggi Camilleri ricorda quella storia: «La colpa è degli insegnanti, che non sanno agguantare il valore di quelle pagine. Ti vanno a beccare chissà perché solo il concetto di severità del Manzoni: del resto noi in Italia amiamo la letteratura tanto penitenziale quanto penitenziaria. Una noia mortale». Sul fatto che sia un’opera splendida ed esemplare Camilleri non ha dubbi. Ma che fare per farlo amare dai giovani? «Si potrebbe fare una selezione antologica e accanto mettere la lettura di un contemporaneo. Penso al Barone rampante di Italo Calvino: con lui seduci gli studenti. E questo accostamento svelerebbe il lavoro svolto dalle parole di periferia che arrivano al centro della lingua». All’affiancamento pensano anche altri studiosi: per esempio Nadia Terranova, che oltre agli amati Promessi sposi farebbe leggere un’opera molto recente, Via Gemito di Domenico Starnone: «La renderei lettura obbligatoria, perché è capostipite di una letteratura, prodotta dal 2000, che trasforma l’esperienza familiare in romanzo. Starnone racconta l’Italia di oggi, il Meridione, la generazione di donne e uomini che oggi hanno 60, 70 anni». Anche Nicola Gardini, docente di Letteratura italiana a Oxford, ritiene che Manzoni tocchi tutte la forme dell’esperienza e della referenzialità. «Ai Promessi sposi affiancherei una lettura obbligatoria più moderna: per esempio La tregua di Primo Levi».
• Stendhal, Puskin, Melville
Scrittore e critico letterario, Emanuele Trevi ha pubblicato antologie scolastiche e curato molte edizioni di classici della letteratura italiana. Dice: «Credo che l’impianto umanistico della scuola debba esser ripensato e, con esso, anche Manzoni. La sua lingua è molto distante da noi, e poi il peso dell’educazione linguistica deve esser sottratta alla letteratura: quest’ultima non è un asino su cui caricare educazione civica, educazione linguistica e quant’altro».Ecco perché Trevi guarda anche oltre i confini nazionali, rompendo un tabù: «Io farei leggere La certosa di Parma di Stendhal, oppure Eugenio Onegin di Puskin, o anche antologie con testi di Melville e altri». Insomma, forse un ripensamento s’ha da fare. Ma come spesso accade nel nostro Paese solo provare a proporre un cambiamento scatena gli strali di un invincibile immobilismo, che anche Camilleri individua: «È il tema dello “Stato-padre”che non vuole che i figli si distacchino dalla tradizione». Una società che pensa all’educazione delle nuove generazioni deve avere il coraggio di riformare le proprie letture. Coraggio di ripensare all’educazione rendendola attenta alla realtà sociale ed economica, capace di educare e non solo di istruire. E se per farlo occorrerà sostituire o affiancare ai Promessi sposi anche un classico del Novecento, che sia Calvino o Sciascia, Ginzburg o Primo Levi, poco importa. Altrimenti rischiamo di far avverare la profezia del poeta Umberto Saba: «Può essere – e perché no? – che i Promessi sposi vivano più a lungo di tutti gli altri romanzi ottocenteschi. Ma di quale vita? Artisticamente disinfettati al massimo, e preservati, fino agli ultimi limiti dell’ingegno umano, dai vermi della corruzione; questo sì, sono. Ma la cosa che è conservata! Nell’ipotesi più benigna un attacco di agorafobia».

Lascia un commento

Archiviato in Attualità culturale, Leggere, Scuola

Hidden Ambition, Street Art in Mostar

… Ambition, pale of cheek,
And ever watchful with fatigued eye.

John Keats, Ode all’Indolenza, III, vv. 6-7

PAOLA EMILIA CICERONE, Malati di ambizione. Che cosa spinge l’uomo al successo? La genetica ora Io ha scoperto. E detta le regole per conquistare il mondo

“L’Espresso”, 16 ottobre 2006

La mia unica ambizione, sosteneva lo scrittore Charles Bukowsky, è quella di non essere nessuno. Un punto di vista interessante, ma poco condiviso da una società che premia, almeno temporaneamente, il successo e la capacità di arrivare in vetta, costi quel che costi. E la pressione è tale che non poteva che nascere una scienza, dell’ambizione. Per definire quella che per l’umorista americano Jerome K. Jerome era semplicemente “vanità passata di grado”. E individuarne l’origine. Giacché, e su questo gli antropologi concordano, l’ambizione è un tratto evolutivo della nostra specie e, come afferma Edward Lowe della Soka University of America, “in qualunque modo una cultura definisca e valuti lo stato sociale, in ogni comunità ci sono persone che lo perseguono aggressivamente e altre no”.

Cosa ci fa appartenere all’uno o all’altro gruppo umano? Ambiziosi si nasce o si diventa? Esiste un gene dell’ambizione, nasciamo programmati per sfidare il mondo o si tratta di un piacere che scopriamo strada facendo? Uno studio americano realizzato alla Washington University di Saint Louis nel Missouri mostra che gli studenti più dotati di persistenza, ossia della capacità, strettamente connessa all’ambizione, di impegnarsi fino al raggiungimento di un obiettivo, hanno un’attivazione particolarmente spiccata di una specifica zona del cervello, detta area limbica, strettamente collegata all’elaborazione delle emozioni. I ricercatori hanno arruolato un gruppo di studenti e gli hanno sottoposto un questionario appositamente designato non ad attivare l’intelligenza, la cultura o altre attitudini, ma proprio il livello di determinazione dei soggetti. Poi hanno fotografato i cervelli degli studenti in azione e hanno visto, appunto, che ad attivarsi era una specifica area cerebrale. È impossibile dire se a guidare i comportamenti ambiziosi e ad accendere l’area cerebrale siano le differenze del cervello presenti sin dalla nascita o quelle poi generate dal complesso interagire di geni e ambiente. “Dagli studi sui gemelli realizzati negli Stati Uniti, ma anche in Australia, sappiamo che l’ambizione è ereditaria al 50 per cento circa”, afferma uno dei responsabili dello studio, lo psichiatra Robert Cloninger, autore di ‘Sentirsi Bene. La scienza del benessere’ (CIC Edizioni Internazionali 2006): “Insomma, che metà dell’ambizione di una persona deriva dal suo patrimonio genetico, e il rimanente dalle sue esperienze di vita”.

La persistenza però non è tutto: “L’ambizione può essere scissa in almeno tre elementi”, sostiene Dean Simonton, psicologo dell’Università della California, Davis: “Oltre alla capacità di tener testa agli ostacoli e resistere alla delusione, c’è la volontà di raggiungere uno status socio-economico migliore dell’attuale, e un elevato livello di energia finalizzata al raggiungimento di tale obiettivo”. A questo si aggiunge un certo grado di fiducia in se stessi, che tuttavia non è assolutamente indispensabile, così come non lo è l’intelligenza: “A meno che l’obiettivo non sia quello di vincere un premio Nobel”, scherza Simonton: “L’intelligenza può aiutare a realizzare determinate ambizioni, ma non è una componente essenziale dell’ambizione. A volte è solo questione di trovare lo stimolo giusto”. Così può accadere che due individui evidentemente determinati e ambiziosi come Steve Jobs e Steve Wozniak, i fondatori della Apple, abbiano preso strade così diverse pur partendo dallo stesso punto. Oggi, chi più si ricorda del genio Wozniak che a 34 anni si è ritrovato multimiliardario e ha mollato tutto? Mentre il collega Jobs non manca di stupire di anno in anno con continue e ambiziosissime iniziative (dalla riforma della Disney all’ i-Pod fino alla Pixar). È palese che nel cervello dei due ci sono cose diverse. Solo genetica?

Risponde Gian Vittorio Caprara, ordinario di Psicologia della Personalità dell’Università di Roma La Sapienza: “Ad avere origini genetiche è l’energia, la spinta al successo, insomma il materiale grezzo che ci serve a definire gli obiettivi”. E anche la capacità di reggere le sfide, “di gestire bene le situazioni stressanti in cui dall’ambiente arrivano richieste impegnative”, aggiunge Antonella Delle Fave, docente di Psicologia generale all’Università degli studi di Milano.

“L’ambizione ha un ruolo preciso nell’evoluzione, perché contribuisce alla sopravvivenza del più forte, alla propagazione dei geni più efficienti”, spiega Simonton. Anche tra gli animali infatti ci sono leader nati: tra i lupi, i maschi alfa si riconoscono fin dalla cucciolata per la curiosità con la quale esplorano l’ambiente e si battono per il cibo e l’attenzione della mamma, e restano così fino a 10-11 anni, quando muoiono lasciando dietro di sé una numerosa discendenza, mentre i gregari si riproducono meno di frequente e di solito non arrivano ai quattro anni.

Allo stesso modo nelle famiglie umane ci sono vincenti e falliti, e persone che sembrano apparentemente inattaccabili dal fuoco dell’ambizione. Cosa determina il loro destino? E fino a che punto è possibile costruire un vincente? Gli psicologi ritengono che l’ambiente ideale sia quello che pone obiettivi ambiziosi ma realistici, valorizzando i successi senza drammatizzare le sconfitte: “Le persone imparano a impegnarsi per raggiungere un obiettivo se si convincono che il loro sforzo sarà premiato: può essere d’aiuto porsi delle mete non troppo difficili da raggiungere, in modo da acquisire fiducia in se stessi”, osserva Cloninger.

“In una cultura codina l’ambizione può essere valutata negativamente mentre, al contrario, un eccesso di avventurismo vitalistico può portare a esaltarla in modo acritico”, spiega Caprara: “In Italia corriamo il rischio opposto, che si affermi tra le nuove generazioni una cultura della rassegnazione rafforzata da una complicità familiare e sociale”. A dimostrare quanto conti l’ambiente sociale soccorre una ricerca di Marcelo Suarez-Orozco della New York University che ha studiato il comportamento degli ispanici immigrati. Le 400 famiglie da lui esaminate provenivano da piccoli villaggi rurali dell’Asia, dell’America Latina e dei Caraibi in cui è del tutto assente il clima competitivo di New York. Eppure, sbarcati negli Usa, gli immigrati hanno cambiato radicalmente il loro atteggiamento: i bimbi a scuola vanno meglio dei loro compagni americani e anche gli adulti lottano con una determinazione del tutto inedita alle loro latitudini. “Un secolo fa,” ha commentato Orozco, “per acquisire lo status della classe media americana, gli immigrati avevano bisogno di due o tre passaggi generazionali. Adesso basta una generazione”.

Perché chi cresce in una famiglia benestante può ereditare utili strumenti, oppure un atteggiamento di aristocratica indolenza, mentre un’origine modesta può essere la spinta per far meglio o generare una sensazione di impotenza inerte. Secondo gli antropologi, la maggior parte delle persone ambiziose appartiene alla classe media, a famiglie che hanno già raggiunto qualche obiettivo, ma non sono certe di poterlo mantenere: è in questo ambiente che si fa sentire più forte quella che l’antropologo Edward Lowe definisce ‘ansia da status’.

Ed è qui che cominciano i guai: cosa succede quando l’ambizione, spesso sotto la spinta di pressioni sociali, si trasforma in frustrazione? “Una società in cui la maggior parte delle ragazze desidera fare la velina, e non senza qualche motivazione valida, è inevitabilmente destinata a generare frustrazioni”, spiega Caprara: “Il fallimento e la delusione nascono quando l’ambizione è sbilanciata rispetto alle potenzialità. Per questo può essere utile scoraggiare le ambizioni mal riposte, o quanto meno allargare la gamma delle opzioni possibili, per evitare che le sfide proposte dall’ambiente si trasformino in trappole”.

Infatti, a correre i rischi maggiori è proprio chi non si accontenta. “Chi non è gratificato dall’obiettivo in sé ma dallo sforzo per raggiungerlo e continua a porsi traguardi sempre più impegnativi, è a rischio”, spiega Maria Grazia Cassitto, psicologa presso il dipartimento di Medicina del Lavoro del Policlinico Mangiagalli Regina Elena di Milano: ” Più vulnerabile alle cardiopatie, a causa della continua attivazione che non lascia margini di recupero”. Più in generale, tutti gli ambiziosi devono convivere con una certa dose di stress, ma i loro successi contribuiscono a proteggerli. “A essere nocivo è soprattutto il senso di impotenza di chi si sente in trappola, incastrato senza possibilità di progredire”, prosegue Cassitto: “Senza dimenticare le vittime dell’ambizione altrui, ossia quanti subiscono l’aggressività di arrivisti senza scrupoli, che può tradursi in un indebolimento delle difese immunitarie oltre che in disturbi emozionali, neurovegetativi e stress correlati”.

Dominare stressa. Anche tra i lupi e gli scimpanzè i maschi dominanti hanno problemi di ansia e soffrono di ulcere e attacchi di cuore. Forse per questo, sia tra gli animali che tra gli umani, ci sono molti individui che finiscono con l’adattarsi serenamente a svolgere un ruolo da comprimari. Ma anche questo è un problema, il famoso ‘potere che logora chi non ce l’ha’ di andreottiana memoria. Quindi: i genitori che pensano di proteggere i figli creando ambienti ovattati e non chiedendo loro di impegnarsi nel mondo, si ricordino che, come conclude Caprara, “un’ambizione commisurata all’ambiente e alle proprie capacità è una carica positiva ricca di potenzialità e di soddisfazioni”.

Anzi, oggi gli psicologi sono convinti che il potere logora solo chi non ce l’ha. Le vittime dello stress non sono tanto i manager, gratificati dagli stessi impegni che dovrebbero stressarli, ma i subalterni perennemente in balia di decisioni e volontà altrui. È la status sindrome denunciata dall’epidemiologo inglese Michael Marmot, che descrive il benessere come “un rapporto equilibrato tra sforzi e gratificazioni”. La faccenda sta assumendo proporzioni tali che se n’è parlato al 28 congresso mondiale di Medicina del lavoro, da poco concluso a Milano: “Si sta verificando un aumento di patologie croniche stress correlate legate all’attuale ordinamento socio-economico”, spiega Robert Karasek dell’Università del Massachusetts: “È come se la mancanza di controllo sulla propria vita si traducesse in un’alterazione dei sistemi di autoregolazione del nostro organismo”.

Ambiziosi, intelligenti e affermati. Ma a volte infelici, “Corriere della Sera”, 13 marzo 2012

P. Kimpton, Readers recommend: songs about ambition. Hopes, dreams and plans … can they be hardened into action? Whether they stay as fantasy or become reality, suggest songs that capture what we want to become, “The Guardian”, 23 aprile 2015

 

Lascia un commento

Archiviato in Attualità culturale

Se questa è cultura umanistica

17bibliobook-lead-mysterious

Tomaso Montanari, “La Repubblica”, 23 gennaio 2017

Insieme agli altri decreti attuativi della cosiddetta Buona scuola, è appena arrivato alla Camera anche quello «sulla promozione della cultura umanistica, sulla valorizzazione del patrimonio e delle produzioni culturali e sul sostegno della creatività». Per la redazione di questo testo, la ministra senza laurea né maturità Valeria Fedeli si è avvalsa della collaborazione dell’ex ministro, ex rettore, professore emerito e plurilaureato ad honorem Luigi Berlinguer: e il risultato dimostra che il punto critico non è il possesso di un titolo di studio.

Sul piano pratico, la principale obiezione al decreto (che tra 60 giorni sarà legge) è che si tratta di un provvedimento a costo zero (art. 17, comma 1): e dunque anche a probabile efficacia zero. Ma, una volta che se ne considerino i contenuti, c’è da rallegrarsene. L’articolo 1 chiarisce i principi e le finalità del provvedimento: «il sapere artistico è garantito agli alunni e agli studenti come espressione della cultura umanistica… Per assicurare l’acquisizione delle competenze relative alla conoscenza del patrimonio culturale e del valore del Made in Italy, le istituzioni scolastiche sostengono lo sviluppo della creatività».

Cultura umanistica, creatività e Made in Italy (in inglese) sarebbero dunque sinonimi: per conoscere il patrimonio culturale, la Ferrari e il parmigiano (tutto sullo stesso piano) bisogna essere creativi. Si stenterebbe a credere alla consacrazione scolastica di questo “modello Briatore” se la relazione illustrativa del decreto non fosse ancora più chiara: «Occorre rafforzare… il fare arte, anche quale strumento di coesione e di aggregazione studentesca, che possa contribuire alla scoperta delle radici culturali italiane e del Made in Italy, e alla individuazione delle eccellenze già a partire dalla prima infanzia». Insomma: fin da bambini bisogna saper riconoscere (e, inevitabilmente, desiderare) una giacca di Armani o una Maserati. E visto che si raccomanda «la pratica della scrittura creativa», la via maestra sarebbe fare il copywriter per gli spot, o scrivere concept per reality show, per rimanere alla lingua elettiva del Miur.

Ora, anche ammesso che tra la nostra storia dell’arte e il «Made in Italy» esista un rapporto genetico, ciò non si traduce in un’equivalenza culturale, e tantomeno in un orizzonte formativo. E non è solo un problema di confusione concettuale: la domanda più urgente riguarda il tipo di società prefigurata da questa idea di scuola. Una società in cui non si riesca nemmeno più a distinguere la conoscenza critica dall’intrattenimento, l’essere cittadino dall’essere cliente, il valore delle persone e dei princìpi dal valore delle «eccellenze» commerciali. Una società dello spettacolo a tempo pieno, un enorme reality popolato da «creativi» prigionieri di un eterno presente, senza passato e senza futuro. Già, perché la creatività ha preso il posto della storia dell’arte, che continua a non essere reintrodotta tra le materie curricolari da cui la Gelmini l’aveva espulsa in vari ordini di scuole.

Più in generale, l’identificazione tra cultura umanistica, creatività e mercato nega e soppianta la vera funzione della vera cultura umanistica: che è l’esercizio della critica, la ricerca della verità, la conoscenza della storia. «Il fine delle discipline umanistiche sembra essere qualcosa come la saggezza», scrisse Erwin Panofsky nel 1944. Negli stessi mesi Marc Bloch scriveva, nell’Apologia della storia: «nella nostra epoca, più che mai esposta alle tossine della menzogna e della falsa diceria, che vergogna che il metodo critico della storia non figuri sia pure nel più piccolo cantuccio dei programmi d’insegnamento! ». Di fronte al nazismo e all’Olocausto la cultura umanistica sembrava ancora più necessaria: Bloch — fucilato dalla Gestapo perché membro della Resistenza — la definisce «una nuova via verso il vero e, perciò, verso il giusto».

È su questo fondamento che, nel dopoguerra, sono state ricostruite le democrazie europee. È per questo che la nostra Costituzione impone alla Repubblica di promuovere «lo sviluppo della cultura e la ricerca». La necessaria scommessa di un umanesimo di massa è infatti quella di riuscire a praticare tutti, anche se in dosi omeopatiche, le qualità della ricerca: precisione, desiderio di conoscere e diffondere la verità, onestà intellettuale, apertura mentale. Per secoli si è creduto, a ragione, che queste virtù non servissero solo a sapere più cose, ma anche a diventare più umani: e che dunque non servissero solo agli umanisti, ma a tutti. E oggi sono il presupposto necessario perché le democrazie abbiano un futuro.

Essere umani — ha scritto David Foster Wallace nel 2005 — «richiede attenzione, consapevolezza, disciplina, impegno e la capacità di tenere davvero agli altri… Questa è la vera libertà. Questo è imparare a pensare. L’alternativa è l’inconsapevolezza, la modalità predefinita, la corsa sfrenata al successo». Formare gli italiani del futuro al marketing del «Made in Italy»; indurli a coltivare la scrittura creativa e non la lettura critica di un testo; levar loro di mano i mezzi culturali per distinguere la verità dallo storytelling, o per smontare le bufale che galleggiano in Internet; annegare la conoscenza storica in un mare di dolciastra retorica della bellezza: tutto questo significa scommettere proprio sull’inconsapevolezza, sulla modalità predefinita, sulla corsa sfrenata al successo. La cultura umanistica è un’altra cosa: è la capacità di elaborare una critica del presente, di avere una visione del futuro e di forgiarsi gli strumenti per costruirlo. Siamo sicuri di non averne più bisogno?

Lascia un commento

Archiviato in Attualità culturale, Scuola