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Umanesimo e Rinascimento

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A. PROSPERI, L’Umanesimo, la stampa, le nuove geografie mentali, in Storia moderna e contemporanea,Torino, Einaudi, 2000, I, pp. 102-120

“Lo spirito di avventura, la fiducia nelle proprie forze, la curiosità e l’apertura intellettuale che si percepiscono nelle relazioni dei viaggiatori e dei conquistatori europei ci parlano di una cultura nuova, ottimista, fiduciosa nella leggibilità del mondo e nel valore delle azioni umane. Né la cupa minaccia delle epidemie di peste né il pericolo imminente dell’avanzata turca sembrano capaci di alterare questa disposizione generale del modo di pensare. Per indicare il valore umano, l’italiano dell’epoca usava il termine «virtù» (latino virtus) e lo immaginava in perenne e contrastato legame con la cieca sorte, il caso, indicati anche qui dal termine latino «fortuna». Da Dante a Machiavelli, la «virtù» umana individuale è una grande protagonista dei pensieri di questa cultura. Già l’Ulisse dantesco richiamava ai suoi compagni un’idea alta della natura umana:

Fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza.

L’uomo ha una dignità superiore a quella di ogni altro essere, può spingere il suo valore fino a superare non solo gli animali bruti ma perfino le creature celesti, gli angeli; cosi il filosofò Pico della Mirandola spiegava ed esaltava la «dignitas hominis». Questo atteggiamento fiducioso e creativo portava a rifiutare l’immobilità della tradizione, sul piano della conoscenza, ma anche su quello degli assetti costituiti della società. La nobiltà non era una condizione data dalla natura ed ereditata per via di sangue da un gruppo sociale chiuso, ma era un dono dato a ogni uomo che doveva e poteva conquistarselo col suo valore. Tanta fiducia era alimentata anche dall’espansione del mondo conosciuto e dal mutamento sociale che portava le fortune accumulate col rifiorente commercio a intaccare l’ordine tradizionale del potere e della ricchezza fondato sulla terra e sulla nobiltà di sangue. LEGGI TUTTO…

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De Humani Corporis Fabrica

Carlo Mariani, Storia della medicina (Slideshare)

Andrea Vesalio, De humani corporis fabrica, 1543

Anatomia, arte e scienza

Giorgio Cosmacini, Quando l’ anatomia era rivoluzionaria, Corriere della Sera, 30 dicembre 2001

Nel riservato dominio delle scienze mediche la nascita del libro a stampa ha dietro di sé un cumulo multisecolare di incisioni e di papiri, di pergamene e di codici manoscritti: dalla stele di Diorite con graffite le norme deontologiche del re babilonese Hammurabi, ai papiri Ebers e Smith recanti la casistica clinica degli Egizi del Regno Medio; dai superstiti di «biblia» alessandrini del Corpus hippocraticum e agli «opera» di Galeno, agli «scripta naturalis philosophiae» trascritti dai monaci amanuensi di Montecassino e di Bobbio o tradotti dai siriani di Edessa e dagli arabi di Bagdad, Cordova e Toledo. A voler generalizzare ancora di più, si ricorda che i libri della rivelazione biblica e coranica sono comprensivi di passi il cui assemblaggio potrebbe dar luogo a due distinti compendi di medicina pratica. Non a caso si parla di «medicina della Bibbia» e di «medicina del Profeta»; e in tal senso si può dire che il primo libro a stampa, la Bibbia di Gutenberg (Magonza 1455), è anche un «libro di medicina». Ma il primo vero libro di medicina dato alle stampe in Italia fu il De medicina di Aulo Cornelio Celso, edito a Firenze nel 1478 per i tipi dei Giunta.
Lo scorcio del Quattrocento e la prima metà del Cinquecento vedevano fiorire con la stampa anche la letteratura medica. Alla fioritura contribuiva soprattutto Venezia, con le molte stamperie, alla quale la vicina Padova forniva sia la manodopera intellettuale in grado di produrre testi autorevoli, ben tradotti e ben chiosati, sia il pubblico universitario in grado di assicurarne un largo consumo. A Padova, dal 1537, era explicator chirurgiae il ventitreenne medico fiammingo Andreas van Wesel – Andrea Vesalio (1514-1564) – che nell’università aveva anche l’ incarico di leggere anatomia e di praticare sezioni cadaveriche. Con un lavoro assiduo, protrattosi per un quinquennio, Vesalio fece emergere dalla sua pratica di chirurgo la sua teoria di anatomista, usando nell’una il coltello di dissezione, nell’altra la forbice logica della verificazione-falsificazione. Confutandola in oltre duecento punti, dimostrò falsa l’ anatomia di Galeno. Al tavolo anatomico scoprì fatti inconfutabili che non corrispondevano affatto a quanto detto negli scritti galenici.
Dalle proprie osservazioni e descrizioni vide profilarsi la scoperta di un corpo nuovo. Si trattò di una vera «rivoluzione scientifica» che venne a trasformare una «scienza naturale». La vista e la visione del corpo nuovo, cioè l’ osservazione e la concezione dell’ oggetto dell’ anatomia umana «moderna», furono da Vesalio consegnate alle 663 pagine «in folio» componenti i sette libri De humani corporis fabrica (Basilea 1543), manifesto del nuovo metodo anatomico e primo fondamento teorico-pratico della medicina di oggi. «È, in effetti, uno dei più bei libri del mondo». Con questa frase, che possiamo pienamente sottoscrivere, Jackie Pigeaud apre la sua prefazione alla sontuosa ristampa anastatica dell’ opera di Vesalio pubblicata da «Les Belles Lettres», per i tipi di Nino Aragno editore (Torino 2001), nella collana «Theatrum Sapientiae».
La sua bellezza iconografica è dovuta al fatto che i sette libri dell’ opera furono (e sono) mirabilmente corredati da oltre trecento illustrazioni dell’ incisore-pittore fiammingo Jan Stephan van Calcar, contemporaneo e amico dell’ autore, nonché frequentatore a Venezia di Tiziano Vecellio. Accanto alla bellezza figurativa, è grande la bellezza scientifica, cioè l’ importanza del contenuto, che Vesalio esprime con esemplare chiarezza ricavandolo dalla propria esperienza e dallo studio accurato del «numero, posizione, forma, grandezza, sostanza, connessione» di ogni parte anatomica e della sua «connessione con le altre parti, utilità, funzione e moltissime altre qualità». Vesalio riscattò l’ anatomia dai dogmi di Galeno e dalle mani degli «ignorantissimi barbieri». L’ anatomia, scrive, «è pertinente ad medicinae chirurgicae professionem», è finalizzata all’esercizio della clinica.
Quel che oggi è ovvio, quattrocentocinquant’ anni fa non lo era affatto. Come medico «devo», scrive ancora, «non staccarmi dal resto della medicina», poiché «ritengo non piccolo danno la divisione particolareggiata delle discipline». Quando si delineava all’ orizzonte l’ incipiente specializzazione della medicina e della scienza, la voce di Vesalio richiamava all’ unità del sapere. Anche per questo l’ opera di Vesalio «è uno dei più bei libri del mondo». La data della sua pubblicazione coincide con la data di pubblicazione dell’ opera di un altro ex studente o ex studioso di Padova, Niccolò Copernico, autore dei sei libri De revolutionibus orbium coelestium (Norimberga 1543), nei quali non la terra, ma il sole è posto al centro dell’ universo. All’ anagrafe dei grandi eventi scientifici la «rivoluzione anatomica» antigalenica di Vesalio è registrata in significativa sincronia con la «rivoluzione astronomica» antitolemaica di Copernico. La rivoluzione macrocosmica, o della fabbrica dell’ universo, coincise con la rivoluzione microcosmica, o della fabbrica del corpo umano.

Carlo CarenaMedicina del Rinascimento. Per curarsi bisogna capire, “Il Sole 24 Ore”, Domenica 5.1.2014

Un saggio a più voci (curato da Maria Conforti, Andrea Carlino e Antonio Clericuzio) discute le pratiche mediche del Rinascimento quando la specializzazione inizia ad essere concreta

Il Rinascimento di molte lettere e arti lo fu anche dell’arte medica. Essa si libera a poco a poco delle spurie e fantastiche incrostazioni recenti, attingendo ancora all’immenso e pur farraginoso deposito dell’antichità con spirito nuovo. E così si merita encomia di Erasmo, di Cardano, di Melantone, anche se, scrive uno di loro, «non ne ha bisogno affatto, raccomandandosi abbondantemente da sé agli uomini mortali per la sua utilità, anzi necessità».
Le tappe di questo processo sono analizzate nelle ricerche del volume a più voci Interpretare e curare allestito da Maria Conforti, Andrea Carlino e Antonio Clericuzio per l’editore Carocci.
Ancora qualche confusione ovviamente rimane negli stessi umanisti, ma la miscela di medicina, filosofia e astrologia, tre materie professate tutte assieme dai docenti, è più una ricchezza che un’aberrazione, sviluppa le tre discipline con maggiore spirito critico e argomentazione logica, chiede e mostra competenze bibliografiche, storiche, antiquarie e di filosofia naturale, oltreché mediche. E invero la problematica medica, ampliandosi e approfondendosi, risultava non così semplice e isolata da non introdurne altre. Se allungo la vita di un uomo, come cerco di fare e ottengo, non mando all’aria la volontà e la prescienza divina? e tutti i miei sforzi non si scontrano con la determinazione astrale ora e al momento della nascita del paziente? Nel primo Seicento Gabriel Naudé conclude le sue dotte e critiche Questioni iatrofilogiche con una Sul fato e sulla fine prestabilita della vita, in cui ripercorre tutte le credenze nelle età antiche e moderne, concludendo sulla scia già di Pico della Mirandola che esse sono soltanto frutto e campo dell’antica idolatria, delle credenze popolari, delle menzogne dei poeti e degli errori dei filosofi. Ma per il medico e astronomo Pietro d’Abano a inizio Trecento l’astrologia fa prevedere quei mutamenti nella qualità dell’aria che sono fondamentali per stabilire i regimi dietetici e le terapie dei pazienti, oltreché per pronosticare l’evoluzione della malattia e i suoi giorni critici – normalmente il ventesimo e ventunesimo – determinati dai “moti lunari”.
Le congiunzioni astrali sono un fattore decisivo per la salute assieme alla dieta. Ippocrate e Galeno, tendenzialmente antivegetariani, predicavano l’importanza della dietetica per la conservatio sanitatis in ogni stadio della vita, già per l’uomo sano ancora prima che per l’ammalato, unitamente ad altri fattori quali lo stile di vita, le abitudini corporali e mentali e l’ambiente. Fra quelli esterni al corpo Galeno ne precisava sei: aria, alimenti, esercizio e riposo, sonno e veglia, sazietà ed evacuazione, e le passioni dell’anima. La malattia è rispetto a questo stato armonioso, una res non naturalis.
Questa tematica costituì il vero e proprio genere letterario già medievale dei Regimina sanitatis, manuali pratici di prescrizioni scientifiche e divulgative insieme, in latino o in volgare, rivolti al popolino o indirizzati a principi e prelati, addirittura a papi, con liste di cibi e di piante benefiche secondo le stagioni e i mesi dell’anno, come nel Libreto de tutte le cosse che se magnano redatto in pieno Quattrocento per Borso d’Este dall’esimio professore padovano Michele Savonarola. A volte anche specifici, come qualche Regimen iter agentium et peregrinantium, per i viaggiatori e i pellegrini; o destinati più propriamente ai vecchi o ai bambini, le due età più a rischio per la salute. Ma il tentativo più nobile in questo campo rimane quello del Platina, che nel De honesta voluptate et valetudine (edizione nelle NUE Einaudi curata da Emilio Faccioli nell’85) cerca di risolvere l’ardua e fondamentale conciliazione di salute e piacere, connubio agognato in ogni tempo di vita elevata, sana e gradevole.
Quanto agli “operatori sanitari” nel volume in parola essi spaziano dal ciarlatano al farmacista, dal chirurgo al barbiere, anzi semplicemente il barbiere-chirurgo, che tagliava i capelli corti e le unghie, curava e tingeva le barbe o praticava salassi ed estrazioni dentarie, e frattanto attraverso i “segni” corporei, pelle, respiro, odore e stato della capigliatura emanava sentenze e interveniva richiamandosi alla tradizione ippocratica. Quanto alle farmacie, oltre ad essere un antro sacro di alambicchi e di barattoli, erano un luogo di convegni e conversazioni dotte e spaccio, oltreché di medicamenti, di confetture e di mieli, di cosmetici, di saponi e tessuti e, a partire dal Seicento, anche di tabacco e caffè.
Tutta una civiltà passa e si evolve attraverso queste pratiche e queste figure. A completare l’affresco non mancano i ciarlatani, un vero “gruppo professionale”, a cui nel volume è dedicato uno studio di David Gentilcore: ossia «persone che compariscano in piazza e vendono alcune cose con trattenimenti e buffoniane», come si legge in una licenza all’esercizio della professione a Roma; ovvero «zarlatani che mettano banchi per le piazze per vendere ogli, unguenti, pomate, controveleni, acque muschiate, zibetto, istorie et altre cose stampate, et che mettano cartelli per medicare». Veri attori, dottori Dulcamara, che fanno parte del folklore e della letteratura e della musica, ma anche dello sforzo complesso per aggiornare un’arte così antica e difficile, se deve tener conto di tutto l’uomo.
Interpretare e curare, Medicina e salute nel Rinascimento, a cura di M. Conforti, A. Carlino e A. Clericuzio, Carocci, Roma

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Il teatro rinascimentale

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POLONIUS: The best actors in the world, either for tragedy, comedy, history, pastoral, pastorical-comical, historical-pastoral, tragical-historical, tragicalcomical-historical-pastoral, scene individable or poem unlimited. Seneca cannot be too heavy, nor Plautus too light. For the law of writ and the liberty, these are the only men.
W. Shakespeare, Hamlet, II, 2, 398-403
I migliori attori del mondo, per la tragedia, la commedia, il dramma storico, il pastorale, il comico-pastorale, lo storico-pastorale, il tragico-storico, il tragi-comico-storico-pastorale, scena fissa o poesia illimitata. Seneca non sarà troppo grave né Plauto troppo leggero per loro. Per drammi secondo le regole, e drammi fuori regola, sono proprio gli unici.

Bernardo Dovizi da Bibbiena, Prologo de La Calandria (1513)
PROLOGO Voi sarete oggi spettatori d’una nova commedia intitulata Calandria: in prosa, non in versi; moderna, non antiqua; vulgare, non latina. Calandria detta è da Calandro, el quale voi troverrete sì sciocco che forse difficil vi fia di credere che Natura omo sì sciocco creasse già mai. […] Rappresentandovi la commedia cose familiarmente fatte e dette, non parse allo autore usare il verso, considerato che e’ si parla in prosa, con parole sciolte e non ligate. Che antiqua non sia dispiacer non vi dee, se di sano gusto vi trovate: per ciò che le cose moderne e nove delettano sempre e piacciono più che le antique e vecchie, le quale, per longo uso, sogliano sapere di vieto. Non è latina: però che, dovendosi recitare ad infiniti, che tutti dotti non sono, lo autore, che di piacervi sommamente cerca, ha voluto farla vulgare; a fine che, da ognuno intesa, parimenti a ciascuno diletti. Oltre che, la lingua che Dio e Natura ci ha data non deve, appresso di noi, essere di manco estimazione né di minor grazia che la latina, la greca e la ebraica: alle quali la nostra non saria forse punto inferiore se noi medesimi la esaltassimo, la osservassimo, la polissimo con quella diligente cura che li Greci e altri ferno la loro. Bene è di sé inimico chi l’altrui lingua stima più che la sua propria; so io bene che la mia mi è sì cara che non la darei per quante lingue oggi si trovano: così credo intervenga a voi. Però grato esser vi deve sentire la commedia nella lingua vostra. Avevo errato: nella nostra, udirete la commedia; ché a parlare aviamo noi, voi a tacere. De’ quali se fia chi dirà lo autore essere gran ladro di Plauto, […] a Plauto non è suto rubbato nulla del suo. […]Ma ecco qua chi vi porta lo Argumento. Preparatevi a pigliarlo bene, aprendo ben ciascuno il buco dell’orecchio.

N. Machiavelli, Clizia, Prologo

Sono trovate le commedie, per giovare e per dilettare alli spettatori. Giova veramente assai a qualunque uomo, e massimamente a’ giovanetti, cognoscere la avarizia d’uno vecchio, il furore d’uno innamorato, l’inganni d’uno servo, la gola d’uno parassito, la miseria d’uno povero, l’ambizione d’uno ricco, le lusinghe d’una meretrice, la poca fede di tutti gli uomini. De’ quali essempli le commedie sono piene, e possonsi tutte queste cose con onestà grandissima rappresentare. Ma, volendo dilettare, è necessario muovere gli spettatori a riso: il che non si può fare mantenendo il parlare grave e severo, perché le parole, che fanno ridere, sono o sciocche, o iniuriose, o amorose; è necessario, pertanto, rappresentare persone sciocche, malediche, o innamorate: e perciò quelle commedie, che sono piene di queste tre qualità di parole, sono piene di risa; quelle che ne mancano, non truovano chi con il ridere le accompagni.

Teatro Olimpico

Franco Fido, Lo spazio teatrale, dal sito www.italica.it

La mandragola, interpretata da Giuseppe Pambieri, Valentino Macchi, Alfredo Bianchini, Elsa Merlini, Duilio Del Prete, Rosita Toros.  (Parte prima; parte seconda)

“La tortura fece bene alla fantasia, all’ humour, alla voglia di vivere di Machiavelli. Dopo i tratti di corda subiti perché accusato di avere complottato contro i Medici (fu tirato su per le braccia legate alla schiena e lasciato cadere per sei volte), Machiavelli fu mandato in esilio in un suo podere presso San Casciano di val Pesa. Era il 1513 e, senza lavoro (era stato per quindici anni funzionario e diplomatico di rango nel governo repubblicano antimediceo di Firenze) e senza soldi, e con ancora i dolori alle braccia, Machiavelli diede l’ inizio al suo rinascimento privato. Cominciò nello stesso anno a scrivere il Principe e da qui germinarono le opere teoriche più importanti: I Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio, Dell’ arte della guerra, il Discursus florentinarum rerum, le Istorie fiorentine. Fiorì anche il Machiavelli più divertito e divertente, il poeta satirico e erotico, il raccontatore di favole, lo scrittore di commedie. Dodici anni di creatività che non incontrarono ostilità da parte dei Medici al potere. Anzi, i Signori preferirono questo Machiavelli leggero al pericoloso politico e fine diplomatico (e infatti Il Principe e i Discorsi rimasero inediti); una leggerezza apprezzata soprattutto in teatro.

Così, ad esempio, La Mandragola (terminata probabilmente nel 1519) fu messa in scena con successo l’ anno dopo a Firenze e a Roma, alla sorridente presenza di un Medici illustre, il papa Leone X. E fino al 1525, quando sempre a Firenze fu rappresentata tra gli applausi la Clizia, non fu per Niccolò che un succedersi di eventi teatrali, di messe in scena delle sue commedie in varie città dell’ Italia centrale (con la collaborazione attivissima e allegra di Francesco Guicciardini), di intrecci amorosi tra l’autore cinquantenne e le attrici e cantanti (la prediletta fu Barbara Raffacani che Giorgio Vasari descrisse come «famosa, bellissima cortigiana, molto amata da molti, non meno che per la bellezza, per le sue buone creanze e particolarmente per essere bonissima musica e per cantare divinamente»).
L’ allenamento all’arte della commedia Machiavelli lo fece, tra il 1518 e il 1520, con la versione dell’ Andria di Terenzio, immediata premessa dello scarto inventivo della Mandragola; uno scarto rispetto al teatro del primo Cinquecento, allora una macchina lenta e poco intrigante, se si esclude il lampo sensuale della Calandria, opera unica del cardinale Dovizi da Bibbiena. Ebbene, della sensualità e del libertinismo della Mandragola, portati all’alto livello di una «macchina» culturalmente insinuante e dissacratoria, sappiamo tutto. Tra l’ altro è uno dei tre scritti che, soli, Machiavelli volle pubblicare in vita. Infatti, se le altre opere non fossero state pubblicate dal nipote e fossero andate disperse, Machiavelli sarebbe forse passato alla storia soltanto come il creatore del moderno teatro di parola. Non a caso il giovane Goldoni sarà sedotto e conquistato al teatro leggendo di nascosto dal padre, e per sette volte di seguito, La Mandragola.”

Lucio Villari, Tutto l’eros della Mandragola, “La Repubblica”, 1 agosto 2001

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Francesco Guicciardini

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Massimo Firpo, Guicciardini, memorie e profezie “Il Sole 24 ore,  10 marzo 2013

 Guicciardini lasciò senza titolo la sua celebre raccolta di massime politiche, di riflessioni sul presente e sul passato, di osservazioni sui comportamenti umani, di bilanci di sé e delle proprie scelte. Testi di poche righe, in cui compendiava e distillava l’eccezionale esperienza di vita cui il suo rango sociale e la sua straordinaria intelligenza lo avevano destinato. Faceva parte di una tradizione tipicamente fiorentina, del resto, l’uso di trasmettere ai propri discendenti quei Libri di famiglia Ricordi in cui l’orgoglio patrizio del casato o quello mercantile della ricchezza si coniugavano con la consapevolezza di quanto fosse stato difficile navigare nei flutti sempre agitati della politica cittadina e delle sue inestinguibili rivalità fazionarie o districarsi tra i rischiosi azzardi del credito e del commercio. A ispirarne la stesura, quindi, non era tanto il desiderio di lasciare memoria di sé, quanto la volontà di consegnare ai posteri l’eredità immateriale di ciò che si era imparato perché continuasse a essere utile, come un elemento del patrimonio e una garanzia della sua durata nel tempo.

Guicciardini lavorò in vari momenti e con lunghi intervalli alle quattro stesure del testo, tra il 1512 e il 1530, sullo sfondo delle «guerre horrende» che videro la fine delle piccole corti rinascimentali e della “libertà” d’Italia, trasformata in un campo di battaglia dallo scontro fra le poderose monarchie di Francia e di Spagna, come egli avrebbe narrato da par suo nella Storia d’Italia, apparsa postuma nel 1561. Furono decenni di sangue, di carestie, di pestilenze, di saccheggi, sotto il segno di una continua instabilità, di repentini mutamenti, di battaglie che da un giorno all’altro sconvolgevano equilibri sempre precari, mentre anche al di qua delle Alpi cominciavano a sentirsi gli echi della Riforma protestante che dal 1517 dilagava nel mondo tedesco.

Guicciardini era nato nel 1483 e nella sua infanzia aveva visto la sua Firenze passare dall’età di Lorenzo il Magnifico a quella di Savonarola, dal «chi vuol esser lieto sia» al «rogo delle vanità», fino alla condanna a morte del frate ferrarese; aveva poi assistito al ritorno dei Medici, alla restaurazione della repubblica con Pier Soderini e alla sua caduta, all’elezione papale in rapida successione di due rampolli medicei quali Leone X (1513-1521) e Clemente VII (1523-1534), al tremendo sacco di Roma del ’27, che per Firenze significò l’instaurazione dell’ultima repubblica, e infine al ritorno dei Medici con le armi di Carlo V nel ’30. Insomma, di cose e di cambiamenti messer Francesco ne aveva visti: nel 1512 era ambasciatore in Spagna e nel 1530 era bandito da Firenze e condannato a morte. E ancora ne avrebbe visti, con il trasformarsi dell’antico comune in ducato nel ’32, con l’assassinio di Alessandro de’ Medici nel ’37, con l’inarrestabile ascesa del “principe nuovo” Cosimo, l’ultimo discendente di un ramo cadetto e squattrinato della famiglia, l’imberbe giovanotto cui egli stesso si era permesso di rifiutare in sposa la figlia Lisabetta, ora diventato signore della città e pronto a trasformare un dominio cittadino in uno Stato regionale, a conquistare Siena, a diventare granduca di Toscana.

Quegli anni segnarono dunque il fallimento politico del ceto cui Guicciardini apparteneva e del quale per un certo tempo fu il leader, i cosiddetti grandi, gli ottimati, che un repubblicano duro e puro come Donato Giannotti avrebbe bollato come lupi, dandosi del «coglionazzo» per aver creduto di condividere con loro il senso della parola libertà. Molti di quei ricchi patrizi, infatti, avevano avversato come un’odiosa tirannide il governo mediceo, nel quale tuttavia avevano trovato anche uno scudo contro il temuto governo popolare.

Alcuni, quelli che potevano in virtù della natura finanziaria più che terriera della loro ricchezza, avevano lasciato Firenze e dato vita a trame politiche e militari destinate a concludersi nel ’37, con la cattura di Filippo Strozzi, che dal carcere in cui aspettava la morte continuò a teorizzare una libertà come sinonimo di aristocrazia. Gli altri, quelli che preferirono piegarsi al potere di Alessandro e poi di Cosimo de’ Medici, cercando di limitarlo e condizionarlo, come Francesco Guicciardini, furono definitivamente estromessi dal potere (altri avrebbe detto dal «popparsi e succiarsi lo Stato»). Con tutta la sua sagacia, la sua amara lucidità, il suo sguardo smagato su uomini e cose, insomma, Guicciardini fu tra gli sconfitti di quella tumultuosa stagione, che pure visse da protagonista, da uomo che poteva guardare negli occhi papi e imperatori, al governo di Firenze e al servizio della Chiesa.

A quest’ultima guardò come a un’istituzione politica, anche se seppe indignarsi con parole memorabili della sua corruzione morale, alla quale nella Storia d’Italia addebitò la tempesta della Riforma protestante e dalla quale trasse alimento il suo violento anticlericalismo. Tra i più celebri di questi Ricordi è senza dubbio quello in cui egli lo esplicitava in tutta chiarezza, con toni aspri, nutriti di personale risentimento: «Io non so a chi dispiaccia più che ame la ambizione, la avarizia e la mollizie de’ preti: sì perché ognuno di questi vizi in sé è odioso, sì perché ciascuno e tutti insieme si convengono poco a chi fa professione di vita dependente da Dio, e ancora perché sono vizi sì contrari che non possono stare insieme se non in uno subietto molto strano». Ma ancor più celebre è l’amara conclusione sul piano personale di questo sferzante giudizio: «Nondimento el grado che ho avuto con più pontefici m’ha necessitato a amare per el particulare mio la grandezza loro; e se non fussi questo rispetto, arei amato Martino Luther quanto me medesimo: non per liberarmi dalle leggi indotte dalla religione cristiana nel modo che è interpretata e intesa communemente, ma per vedere ridurre questa caterva di scelerati a’ termini debiti, cioè a restare o sanza vizi o sanza autorità».

Ma proprio per questo consapevole piegarsi al primato del personale tornaconto, nella sua immagine tutta risorgimentale della letteratura cinquecentesca Francesco De Sanctis lo avrebbe presentato come una sorta di archetipo del fallimento storico dell’Italia, diventata dominio di corone straniere anche a causa del gretto cinismo con cui uomini della statura di Guicciardini avevano sacrificato l’interesse generale al proprio «particulare», finendo con l’esserne essi stessi travolti, mentre era stato Machiavelli a indicare la via dell’iniziativa, del riscatto d’Italia, del principe demiurgo capace di imporsi a colpi di virtù e fortuna. In realtà, scrive il curatore, «la redazione definitiva dei Ricordi raccoglierà l’esito di un ripensamento complessivo, in cui la meditazione sulla condizione esistenziale dell’uomo e sul mondo oscuro delle sue passioni trovano accenti di inusitata potenza». La «malinconia pensosa e disillusa» di Guicciardini approda in essi a una sostanziale scetticismo sulla possibilità di conoscere le leggi della politica, a un’antropologia negativa in cui svanisce ogni fiduciosa prospettiva umanistica, a un pessimismo radicale in cui si incaglia ogni progettualità per il futuro. Quei 221 Ricordi o «ghiribizzi», come egli stesso ebbe a definirli, in parte editi nel 1576 («il primo grande libro europeo di aforismi»), avrebbero inaugurato un nuovo genere letterario, che dalla precettistica del tacitismo barocco sarebbe giunta fino alle Maximes di La Rochefoucauld e ai Pensieri di Leopardi.

Incentrate su storia e politica e scritte sul registro variabile del sarcasmo e dell’amarezza, dell’ironia e del disincanto, quelle «concentrate geometrie dell’esperienza» (una splendida definizione) erano «il punto d’arrivo di un ragionamento riassunto nei suoi termini essenziali». Ed erano anche un contrappunto a Machiavelli («quanto si ingannono coloro che a ogni parola allegano e’ Romani »), al risvolto utopistico del suo realismo, sul quale si incentrano le Considerazioni sui “Discorsi” di Machiavelli, scritte nel 1529-30 da un Guicciardini sempre più diffidente di astratte generalizzazioni, sempre più convinto che l’arte della politica non è fatta di norme ma di flessibile «prudenza», sempre più consapevole che la storia è il regno del «particulare», irriducibile a ogni regola, sempre dominata dal caso, dalla fortuna, dall’irrazionalità degli uomini. «È grande errore parlare delle cose del mondo indistintamente e assolutamente e, per dire così, per regola; perché quasi tutte hanno distinzione e eccezione per la varietà delle circunstanze», delle quali occorre sempre tener conto per imparare a navigare tra gli scogli. Anche a questo i Ricordi dovevano servire.

«Che cosa sono i Ricordi? Dei punti fermi che il Guicciardini volle fissare per chiarire a sé stesso un pensiero, una situazione, momenti di riflessione necessari nell’opera di un uomo di azione. […] Quel che ci si impone è la mente dello scrittore, la sua volontà di chiarezza, la chiarificazione di ogni atto attraverso il suo ragionamento, che nulla lascia in ombra […]. Il suo pensiero riesce frammentario, ma egli non può pensare che attraverso questi frammenti, queste note che si legano per una certa affinità di concetto, ma rifiutano di essere sistemati in un discorso coerente. Eppure questa stessa frammentarietà ha un suo proprio significato e valore: è l’espressione necessaria dell’empirismo guicciardiniano» (Mario Fubini 1977, pp. 41-42).

«Quel che è del tutto nuovo [in Guicciardini] è la decisa prevalenza dell’accidentalità dell’esperienza sulla regolarità del sistema: e qui, veramente, Guicciardini si allontana, fino a presentarsi come figura intellettuale del tutto nuova, dallo spirito e dai caratteri dei suoi maestri, e del suo maggior sodale, Niccolò Machiavelli»
«Ricordi» di Francesco Guicciardini, in A.  Asor Rosa 1997, p. 288

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G. TELLINI, La letteratura italiana, due itinerari di lettura, Le Monnier
Parole folgoranti. L’aforisma

L’aforisma, genere letterario di origine classica, è una proposizione breve e concisa, una massima, una sentenza, che condensa in poche parole un’esperienza pratica o una riflessione concettuale. Peculiarità distintiva è la misura breve, lo stile asciutto, icastico, tagliente, folgorante. La forma aforistica si differenzia sia dalla forma sistematico-dimostrativa, sia dalla forma narrativa. Il genere ha avuto origine in ambito medico e la più antica raccolta aforistica è attribuita a Ippocrate (460-380 a.C.), come testimonianza del raffinato sviluppo della medicina greca. All’esempio di Ippocrate, si richiamano gli aforismi in esametri latini della scuola salernitana, la più importante scuola medica in Occidente dal secolo VIII al XIV. Tale genesi empirica e sperimentale aiuta a capire la caratteristica dell’aforisma, che non è frutto di fantasia né d’immaginazione inventiva, bensì discende dall’osservazione attenta della realtà, dalla cognizione tangibile delle cose, dalla riflessione che nasce da un’esperienza concreta.
Non per nulla molti autori di aforismi non sono scrittori di professione, ma politici, medici, scienziati, architetti, ingegneri, militari (famosi i tre libri degli Aforismi dell’arte bellica del geniale modenese Raimondo Montecuccoli [1609-1680], generalissimo degli eserciti imperiali, che nell’agosto 1664, con la vittoria sul fiume Raab, al confine tra Austria e Ungheria, ferma l’invasione turca dell’Europa, sbaragliando con 20.000 soldati un esercito nemico tre volte superiore).
Nell’antichità, poi anche in epoca medievale e umanistica, l’aforisma si presenta come sentenza che per la sua concisione è più facile da ricordare, più agevole da tramandare per tradizione orale. La brevitas garantisce la memorabilità. È il distillato di una sapienza che appartiene a una visione sistematica, a una concezione organica della conoscenza pratica e concettuale. Con il passare del tempo, specie dal secondo Cinquecento e dal Seicento, la saggezza compendiata nell’aforisma diventa espressione d’un sapere frammentato e discontinuo, incline alle variazioni prospettiche, propenso all’adattamento in contesti diversi, anche con possibili contraddizioni. La sistematicità è tramontata, in nome del dubbio, della perplessità, dell’investigazione interrogativa (si pensi ai magistrali Ricordi di Guicciardini e, fuori d’Italia, a taluni classici emblematici come Montaigne, La Rochefoucauld, Pascal). Nell’Ottocento e nel Novecento, l’aforisma conosce un’affermazione particolarmente rigogliosa, specie con il tramonto dei sistemi totalizzanti e l’affermazione di un pensiero critico asistematico (in autori come Nietzsche, Karl Kraus, Theodor Adorno). Quanto alle componenti espressive, quando si accentua, dal Seicento, la frammentarietà della scrittura aforistica, si afferma anche la sua coloritura stilisticamente ironica, comica, umoristica, che da ora s’intreccia o convive con il tono della riflessione seria, peculiare del genere fino dalle origini.
«Medicina dell’uomo, questa è l’essenza dell’aforisma. Noi la scopriamo nell’eredità di Ippocrate, che alla indagine sulle cause naturali della malattia univa una partecipazione umana di straordinaria intensità. E la ritroviamo non solo nella rinascita medioevale del genere aforistico, ma anche nel corso sinuoso e sorprendente della sua storia, fino a trasformarsi, nel nostro secolo, in un delta dalle sterminate ramificazioni. Però sempre, pur nelle sue imprevedibili metamorfosi, l’aforisma resta un aiuto che l’uomo offre a un altro uomo, una guida per evitare l’errore o porvi rimedio, il conforto che l’esperienza può dare a chi deve ancora affrontarla»
(Scrittori italiani di aforismi, prefazione di Giuseppe Pontiggia, a cura di Gino Ruozzi, Milano, Mondadori, 2 voll., 1994

PER APPROFONDIRE: Machiavelli e Guicciardini: il mestiere delle armi. Videolezione a c. di C. Bologna, Loescher Ed. CLICCA QUI.

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