Archivi del mese: marzo 2014

Invito a teatro: “Gli studenti di fisica”

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“Ogni forma di conoscenza è preziosa, che abbia
o meno una qualche utilità per l’essere umano”.
Alfred Edward Houseman [1859–1936]

Un gruppo di liceali neodiplomati che ambiscono ad entrare nelle più prestigiose università torna sui banchi di scuola per preparare gli esami di ammissione. Il loro professore di fisica, che tutti chiamano Frank, è un insegnante atipico, che ricerca “il sapere per il sapere in sé”: è eclettico, anticonformista, a volte cialtronesco e cinico, e ha dei comportamenti deontologicamente incompatibili con il suo ruolo di educatore. Insomma, è una versione non edulcorata del professor Keating, reso famoso dal film L’Attimo fuggente. Frank viene a scuola in motocicletta, insegna il tedesco improvvisando un dialogo “in einem Bordell”, rievoca vecchi film a colpi di scommesse, cita e fa imparare versi e opere a memoria (col cuore, però, by heart). Mentre fa lezione chiude la porta a chiave per separare il mondo dell’utile e dell’avere da quello ben più autentico dell’inutile e dell’essere, per erigere “una barriera contro la dittatura dei fatti”. Nella sua aula non si impara a superare un esame, ma a vivere, a resistere alla vita e ai suoi dolori grazie alla matematica, alla poesia, alla letteratura. Frank è però un uomo debole, esagera, rivolge troppe attenzioni alle studentesse, sbaglia, piange, urla, si arrende. Il suo comportamento controcorrente gli costerà la carriera e non solo.
Il successo ed il prestigio sociale sono invece le strade che la società vuole percorra “la meglio gioventù”, divisa tra ambizioni – l’università migliore, la carriera – e fragilità: gli amori, i desideri. Non può essere l’inaffidabile Frank a guidare i giovani a superare brillantemente gli esami: per volontà del preside è affiancato da una giovane, pragmatica professoressa di fisica, la Barbato, che ha il compito di preparare i ragazzi a vincere nella scuola e nella vita con la scaltra furbizia di chi sa apparire e stupire, di chi sa sembrare “originale”. Anche la fisica è per lei “performance, spettacolo. E quando non lo è”, bisogna “fare in modo che lo diventi”: per l’antagonista di Frank, il sapere è una “chicca” che può spalancare la strada del successo.
Chi dei due vincerà la sfida educativa? Il mondo degli adulti è infatti altrettanto fragile e vulnerabile di quello giovanile, è toccato dall’amore, da pulsioni e frustrazioni, dal coinvolgimento emotivo. Come afferma l’ironica e disincantata professoressa Liverani, “per gli allievi la cosa più difficile è capire che il professore è un essere umano. E per il professore la cosa più difficile è non andare subito a dirglielo”.
Cosa, chi diventeranno i protagonisti di questa storia, che ne sarà degli studenti qui còlti nel loro difficile e rituale passaggio alla vita adulta? Che ne sarà di Frank, della Barbato, di giovani come Dallara, il seduttore, o Peretti, l’innamorato? Le loro storie si proiettano ora nel passato, ora nel futuro, in un andirivieni temporale ora illuminato ora oscurato dai riflettori della finzione teatrale.
Ovviamente non è rappresentata la nostra scuola: il testo di Bennett è stato nello stesso tempo tradito (non la storia, ma la fisica e la scienza sono al centro del dibattito e dei dialoghi) e seguito fedelmente, sia pure moltiplicando le parti, invertendo ruoli e inventando nomi. Resta intatta, ci auguriamo, la forza comica e dolente, graffiante, provocatoria e talora sopra le righe, di uno dei testi teatrali di maggiore incisività del nostro presente.
s.f.

Alan Bennett, nato a Leeds nel 1934, è uno degli scrittori e drammaturghi britannici oggi più apprezzati e tradotti nel mondo. Dopo aver frequentato la Modern School di Leeds, venne ammesso prima al Sidney Sussex College di Cambridge e poi ad Oxford, dove si laureò in storia. Tra le sue opere più note ricordiamo La pazzia di re Giorgio (The Madness of King George, 1994) e La sovrana lettrice (The Uncommon Reader, 2007), pubblicate in Italia da AdelphiIl pluripremiato testo teatrale The history boys (Gli studenti di storia, traduzione di Maria Grazia Gini, Adelphi, 2012), da cui è tratto questo adattamento, è stato rappresentato per la prima volta nel 2004. La versione cinematografica è del 2006. 

Si ringraziano in ordine di apparizione/citazione:

P. P. Pasolini, Le ceneri di Gramsci, Il pianto della scavatrice
La Bibbia, Deuteronomio
W. Shakespeare, Re Lear; Amleto; Pene d’amore perdute
A mula de Parenzo
Wystan Hugh Auden , Letter to Lord Byron; Musée des beaux artsLullaby
Wislawa Szymborska, Amore a prima vista
T. S. Eliot, Gerontion
Alfred Edward Houseman, Shropshire Lad; Last poems
Blaise Pascal,  Les pensées
Ludwig Wittgenstein, Tractatus Logico-Philosophicus
Frances Cornford, On Rupert Brooke

… e inoltre, in ordine sparso, Einstein, Bohr, Maxwell, Schrödinger , Newton, Heisenberg, Young, Turing, Rutherford, Thelma e Louise, Feyerabend, Woody Allen, Alan Bennett…

La versione teatrale italiana del testo originale di Bennett. Il video:

“Magnificamente impreparati / alla lunga piccolezza della vita”.

Frances Cornford, On Rupert Brooke

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Rimbaud, Voyelles

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26/03/2014 · 00:00

Carlo Goldoni: Teatro e Mondo

“Tra commedie, tragedie, tragicommedie, intermezzi, azioni sacre, drammi musicali, drammi giocosi e scenari, Goldoni scrisse circa trecento testi teatrali. Moltiplicateli per una decina di personaggi ciascuno, e avrete l’idea della folla di fantasmi da cui fu abitata la sua vita. Riuscite a immaginarli, riuniti tutti insieme? Riuscite a vederli? Riempirebbero una piazza, una platea enorme,  un centro congressi, un palazzetto dello sport. […] Carlo Goldoni è stato assalito da migliaia di personaggi, di caratteri, di mentalità, di inflessioni: un mostro dalle mille voci che avrebbe potuto far perdere la testa a chiunque. Questa bestia a mille teste ha un nome: si chiama Gli Altri. Goldoni ha affrontato Gli Altri uno per uno, entrando nel carattere di ciascuno, diventando tutti e il loro contrario: il vecchio parsimonioso e il giovane scapestrato, la vedova passionale e la ragazza cinica, il professionista assennato e il truffatore sovversivo… Immaginate Goldoni che cerca di respingere l’assalto di Tutti Quanti. I fantasmi si sprigionano nella sua mente, nella sua stanza, nella sua pagina, lui li combatte singolarmente, a gruppi di due, tre, quattro, scena dopo scena, li ascolta, li inchiostra, li assorbe, li sgomina. […]

I dipinti di scuola longhiana mostrano alcuni possibili equivalenti pittorici del teatro goldoniano. Non certo per la loro staticità. I personaggi di Goldoni non sono così rigidi. Animosi, ciarlieri, scomposti, conflittuali, infuriati, sono lontani parenti di queste figurine paralizzate sulla tela. Ma c’è una cosa che Goldoni e i longhiani hanno in comune: la situazione, il vincolo fortissimo fra le persone e il loro posto. Carlo Goldoni situa: non perché prende i personaggi e li colloca in un luogo, ma, al contrario, perché prende un luogo e ne fa sbocciare dei personaggi. Guarda le caratteristiche di un luogo, le ascolta, ne vede scaturire dei fantasmi: da una cucina, da una camera, da un tavolo, come in questi dipinti. I personaggi sono conficcati, radicati nel loro luogo, come piante. Sono condannati a esso. Sono perfettamente pertinenti a quella stanza, a quel campiello, a quella locanda. Finché non arriva qualcuno che non combacia più con il posto che gli era stato assegnato, e smania, sovverte, porta in sé il vento dell’altrove, facendo irrompere la prossima generazione, l’autonomia femminile, il futuro“.

Tiziano Scarpa, Sette esercizi di meditazione per la Casa di Carlo Goldoni, MUVE, Casa di C. Goldoni

Casa di Carlo Goldoni: sito web. CLICCA QUI.

Venezia nel Settecento: Museo del Settecento Veneziano Ca’ Rezzonico.

“L’opera teatrale goldoniana consta di cinque tragedie, sedici tragicommedie, centotrentasette commedie, cui sono da aggiungere, a servizio della musica, due azioni sacre, venti intermezzi, tredici drammi, quarantanove drammi giocosi, tre farse e cinquantasette scenari”.

“La mercatura è una professione industriosa, che è sempre stata ed è anche al di d’oggi esercitata da cavalieri di rango molto più di lei. La mercatura è utile al mondo, necessaria al commercio delle nazioni, e a chi l’esercita onoratamente, come fo io, non si dice uomo plebeo; ma più plebeo è quegli che per aver ereditato un titolo e poche terre, consuma i giorni nell’ozio, e crede che gli sia lecito di calpestare tutti e di viver di prepotenza. L’uomo vile è quello che non sa conoscere i suoi doveri, e che volendo a forza d’ingiustizie incensata la sua superbia, fa altrui conoscere che è nato nobile per accidente, e meritava di nascer plebeo”. C. Goldoni, Il cavaliere e la dama, 1749

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La Locandiera, con Carla Gravina, Giancarlo Cobelli, Pino Micol. Regia di  Giancarlo Cobelli, 1979

I rusteghi, allestimento per la RAI con la regia di Cesco Baseggio e Italo Alfaro, 1964
Commedia in tre atti in prosa rappresentata per la prima volta in Venezia nel carnevale dell’anno 1760.
NB: le note al testo sono dell’autore

L’AUTORE A CHI LEGGE
Noi intendiamo in Venezia per uomo Rustego un uomo aspro, zottico, nemico della civiltà, della cultura, del conversare. Si scorge dal titolo della Commedia non essere un solo il Protagonista, ma varii insieme, e in fatti sono eglino quattro, tutti dello stesso carattere, ma con varie tinte delineati, cosa per dire il vero dificilissima, sembrando che più caratteri eguali in una stessa Commedia possano più annoiare che dilettare.

Personaggi

Canciano, cittadino
Felice, moglie di Canciano
Il conte Riccardo
Lunardo, mercante
Margarita, moglie di Lunardo in seconde nozze
Lucietta, figliuola di Lunardo del primo letto
Simon, mercante
Marina, moglie di Simon
Maurizio, cognato di Marina
Filippetto, figliuolo di Maurizio
La scena si rappresenta in Venezia

La commedia si apre con Lucietta, figlia di Lunardo, uno dei quattro rusteghi, e Margarita, moglie di quest’ultimo e matrigna di Lucietta, che si lamentano di non poter mai uscire di casa. Vengono interrotte da Lunardo che dice che avrebbero avuto ospiti quella sera stessa (gli altri tre rusteghi con le rispettive mogli) e spiega velocemente alla moglie, dopo aver mandato via in malo modo la figlia, l’accordo che ha fatto con Maurizio, un altro rustego, per farla sposare con il figlio di questo, Felippetto. Maurizio giunge proprio in quel momento e parla del prossimo matrimonio a Lunardo, dicendogli che suo figlio Felippetto vorrebbe vedere la figlia prima, il che viene fermamente negato da Lunardo.

VERSIONE INTEGRALE dell’opera

I rusteghi e la visione della vita
La visione del mondo dei rusteghi è tutta espressa nei loro dialoghi: guardano al passato e odiano il nuovo che avanza. Rimpiangono i tempi andati, quando i genitori decidevano per i figli e tra loro non c’era nessuna intimità. Ricordano con nostalgia quando i giovani erano economi e previdenti, conoscevano il valore del denaro e non lo spendevano in frivolezze. ora, invece, questi sciocchi (martuffi) non rinunciano a nulla, vogliono divertirsi, andare a teatro, decidere della loro vita (no ghe ne xè più de quei zoveni del nostro tempo, rr. 182-183). I rusteghi, pur accomunati da un’etica severa, presentano tinte psicologiche diverse: Maurizio e Simon appaiono più ossessivamente attaccati al denaro dello stesso Lunardo, il quale lascia trasparire il proprio affetto paterno nei confronti della figlia, ma lo nasconde dietro un modo di fare aspro e autoritario (Vedeu? vu no savè gnente. Ghe voggio ben, ma la tegno in timor, r. 5).

Mentalità a confronto
Nel descrivere la vita della borghesia veneziana, nel momento di crisi morale ed economica e di trapasso di mentalità fra le generazioni, la posizione dell’autore è chiara: condanna la visione della vita di questi rusteghi, dei quali sottolinea l’ignoranza (Mi i m’ha menà una sera per forza a l’opera, e ho sempre dormio, r. 189), la chiusura d’orizzonti e la grettezza (Vustu véder el Mondo niovo? …Mi me taccava ai do soldi, rr. 190-191), e il parlare per sentenze proverbiali (chi no sa tàser, no gh’ha prudenza; li buta via… a palae, rr. 180; 197-198). Goldoni sta con le donne e con i giovani, più aperti al nuovo, certamente più liberi e disposti al dialogo. Non a caso Filippetto è andato a confidarsi con la zia, suscitando la rabbia di Lunardo (So pare ghe l’ha confidà, e lu subito el lo xè andà a squaquarar, rr. 175-176; Mi no parlava squasi mai gnanca co mia siora mare, r. 187).

Uno splendido veneziano cittadino e “civile”
Lo strumento di questa rappresentazione è il veneziano cittadino e “civile”, privo di volgarità. La commedia sottolinea anche l’abilità con cui Goldoni maneggia il dialogo, ricco di espressioni gergali e di intercalari che, oltre a comunicare l’idea di un ambiente sociale reale, si adattano bene alle caratteristiche dei personaggi e ai loro valori. Per esempio, il vegnimo a dir el merito di Lunardo, che tanto fa arrabbiare la moglie (el me stuffa con quel so «vegnimo a dir el merito»… no lo posso più soportar), traduce in pieno la mentalità del mercante, abituato a concludere concretamente gli affari con il conto, ovvero con il «merito».
B. Panebianco, M. Gineprini, S. Seminara, LETTERAUTORI, Zanichelli, 2011

I teatri a Venezia e Carlo Goldoni

Teatro San Samuele (1738-1741)

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Teatro San samuele, edificato nel 1656 e demolito nel 1894

Venezia, Teatro San Samuele, edificato nel 1656 e demolito nel 1894

Teatro Sant’Angelo (1748-1753)

Teatro Sant’Angelo, prospettiva dal Canal Grande, incisione di A. Quadri, 1828, Museo Correr, Venezia

Teatro di San Luca, oggi Teatro “Goldoni” (1753-1762). CLICCA QUI.

Francesco Guardi, Piazza San Marco a Venezia (circa 1776), Vienna, Kunsthistorisches Museum

da Carlo Goldoni, Mémoirs, 1. XXXV

Si trovano a Venezia, a mezzanotte come a mezzogiorno, i commestibili esposti in vendita, tutte le osterie aperte, e cene belle e preparate negli alberghi e nei quartieri a dozzina; poiché non son troppo comuni a Venezia i desinari e le cene di società; ma le conversazioni e i ritrovi di lire o soldi mettono insieme compagnie di maggior brio e libertà.

Nell’estate la piazza San Marco e i suoi dintorni sono frequentati la notte come il giorno; e i caffè sono sempre pieni di persone allegre, e di uomini e donne di ogni sorta. Si canta per le piazze, per le strade, nei canali; cantano i mercanti smerciando le loro mercanzie, cantano i lavoranti nell’uscire dal lavoro, canta il gondoliere mentre aspetta il suo padrone. Il carattere della nazione è l’allegria, e quello della lingua veneziana la scherzosità.

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Meraviglie della fisica

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Meraviglie della fisica. La felice fatica di capire il mondo

Franco Lorenzoni, “Il Sole 24 Ore – Domenica”, 23 marzo 2014
Le tracce di onde gravitazionali captate oggi, intuite da Einstein 98 anni fa, confermano che la scienza è un’attività visionaria. Carlo Rovelli lo dimostra in maniera esemplare.

 

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Cyrano de Bergerac

Savinien Cyrano de Bergerac (Parigi, 6 marzo 1619 – Sannois, 28 luglio 1655): LEGGI la biografia.

“Cyrano si chiamava in realtà Savinien de Cyrano; Bergerac era una piccola tenuta di famiglia, e lui si era aggiunto quel nome per sembrare nobile. Amava le rodomontate e gli scherzi monumentali, perciò Rostand dice che era guascone; ma in realtà era nato, nel 1619, a Parigi. Era spavaldo anche in guerra, e, di fatto, una specie di eroe; e così fu ferito più volte, e a un assedio a Arras così gravemente, che abbandonò le armi e si diede alla letteratura. Anche qui fece guai; una sua tragedia fu proibita per un verso blasfemo; e il suo capolavoro, un viaggio sulla luna, “L’Altro mondo” (la luna, questa “palla di zafferano”, “è un mondo come questo, a cui il nostro serve da luna”), fu pubblicato postumo, tagliato e espurgato da un amico sacerdote. Erano gli anni in cui Galileo si scontrava col Sant’Uffizio. L’altro mondo presentava un sistema eliocentrico (“L’universo è fatto come una cipolla. L’embrione, nella cipolla, è il piccolo Sole di questo piccolo mondo”), anticipando materialismo, evoluzionismo, e la fantascienza.
Soprattutto, era divertentissimo, Cyrano fu definito un “libertino fiammeggiante”, cioè un ateo che scrive cose empie ma di grande comicità. Molière gli copiò due scene, e Pascal se ne ispirò per la scommessa su Dio e per il bellissimo brano dei due infiniti. Cyrano morì a 36 anni, non si sa se di sifilide o per i postumi di una trave che gli era caduta in testa.
Cyrano non poteva sopportare che gli guardassero il naso, che era “ragguardevole”; metteva subito mano alla spada. Così, gli abitanti della sua Luna, i Seleniti, hanno un lungo naso: lo usano come meridiana per sapere, dall’ombra che proietta il sole, che ore sono. Anzi, sulla Luna chi ha il naso camuso viene castrato. Si capisce che il naso lungo è il sogno di un’estesa virilità; Rostand giocò con leggerezza su questo sottinteso. Ma il pubblico in delirio della prima intravvide l’avvertimento alle donne, che si innamorano dei belli: un uomo brutto può avere molti argomenti. A teatro Rostand aveva collezionato una serie di fallimenti, e era diventato “nevrastenico”, quando creò Cyrano. L’attacco all’attore Montfleury, il pasticciere generoso Ragueneau, la trave assassina, tutto è vero. Rostand aggiunge i versi e inventa, soprattutto, la storia d’amore: l’incantevole Roxane è invaghita del belloccio, e stupido, Christian; Cyrano, a sua volta gonfio d’amore, gli presta la sua voce e la sua penna per irretire la ragazza. La storia, diventata un mito senza tempo, passerà al cinema”. D.  Galateria 

Alessandro Baricco racconta Cyrano (da Totem, 1998)

Dall’Auditorium Parco della Musica di Roma, Stefano Benni legge Cyrano. CLICCA QUI.

Esercizi di stile: il naso di Cyrano, ovvero, come rispondere alle offese e duellare con le parole:

VALVERT: (…) Voi… voi avete un naso… ecco… un naso… molto grande.
CIRANO (con aria grave): Sì, molto.
VALVERT (ridendo): Ecco!
CIRANO (imperturbabile): Tutto qui?
VALVERT: Ma…
CIRANO: Eh, no! E’ un po’ poco, ragazzo mio! Ce n’erano di cose da dire sul mio naso – diamine! – e di toni da sfoggiare! Per esempio, vediamo:
Aggressivo: “Io, signore, se avessi un naso simile, me lo farei tagliare!”.
Amichevole: “Certo che quando bevete vi si immerge nel bicchiere! Fatevene fabbricare uno su misura!”.
Descrittivo: “E’ una montagna, un picco, un promontorio!… Ma che dico, un promontorio? E’ una penisola!”.
Curioso: “A che vi serve questo affare smisurato? Da scrittoio signore, o da scatola da lavoro?”.
Grazioso: “Amate a tal punto gli uccelli che paternamente voleste preoccuparvi di offrire un trespolo alle loro zampette?”.
Truculento: “Ditemi, signore, quando fumate, il naso vi fa da cappa del camino? E i vicini non gridano al fuoco?”.
Previdente: “Fate attenzione, con tutto questo peso voi potreste cadere faccia per terra!”.
Tenero: “Metteteci sopra un parasole che gli preservi quel suo bel colore!”.
Pedante: “Pare che l’animale che Aristotele chiama ippocampelefantocammello pesasse quanto il vostro naso!”.
Cavalleresco: “Cos’è quest’uncino, una nuova moda? Comodo per appenderci il cappello!”.
Enfatico: “Che naso! Nessun vento può fargli venire il raffreddore ad eccezione del maestrale!”.
Drammatico: “Quando sanguina, sembra il Mar Rosso!”.
Ammirato: “Che splendida insegna per un profumiere!”.
Lirico: “E’ una conca. Potreste farci il bagno!”.
Semplice: “Quando si può visitare il monumento?”.
Rispettoso: “Certo che voi ne possedete di beni al sole!”.
Ruspante: “E che è un naso questo? Andiamo! O è un rafano gigante o un melone nano!”.
Militare: “Puntate!”.
Pratico: “Giocatevelo al lotto. E’ una bella puntata!”.
Oppure, facendo il verso alla tragedia greca, piangendo: “Ecco il naso che ha distrutto l’armonia di questo viso! Guardatelo, il traditore! Ne arrossisce di vergogna!”.
Ecco quante cose, mio caro, avresti potuto dirmi se solo avessi un briciolo di cultura o di spirito. Ma di spirito, tristissimo individuo, tu non ne possiedi un atomo. Quanto alla cultura, poi non ne hai abbastanza da mettere insieme più di sette lettere quelle che formano la parola cretino!

Da Cyrano de Bergerac, di Edmond Rostand, Atto I, scena 4. Tutto il testo si può leggere QUI.

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Maledetto sia Copernico! Nuova scienza e barocco

“Copernico, Copernico, don Eligio mio, ha rovinato l’umanità, irrimediabilmente. Ormai noi tutti ci siamo a poco a poco adattati alla nuova concezione dell’infinita nostra piccolezza, a considerarci anzi men che niente nell’Universo… Storie di vermucci ormai, le nostre”. L. PIRANDELLO, Il Fu Mattia Pascal, 1904

Il Sidereus Nuncius notificava la fine del vecchio ordine del mondo e la conseguente instaurazione di un disordine che minacciava di investire anche il mondo dei valori morali e religiosi.
A turbare gli animi era la malinconica sensazione che la terra venisse spodestata della sua antica centralità, sperduta negli spazi infiniti privi ormai di sicuri punti di riferimento una volta che non esisteva più nulla di immobile nell’universo. Se si volesse spiegare meglio questo disegno con la scrittura novecentesca di Pirandello, calato ormai in ambito einsteiniano, è la sindrome di chi si trova a vivere, per dirla con le parole di Mattia Pascal su «un’invisibile trottolina, cui fa da ferza un fil di sole, su un granellino di sabbia impazzito che gira e gira e gira senza sapere il perché, senza pervenire mai a un destino».
Andrea Battistini, Galileo e i Gesuiti. Miti letterari e retorica della scienza, Vita e Pensiero, Milano 2000

Adam Elsheimer (Frankfurt am Main, 1578 – Roma, 1610), “Fuga in Egitto”, Monaco, Alte Pinakothek, olio su rame, 31 x´ 41 cm.

L’iscrizione nella parte posteriore del quadro: “Adam Elsheimer fecit Romae 1609”, ci informa sul luogo e la data in cui venne eseguita l’opera. In un articolo del “Suddeutsche Zeitung Magazin” si sostiene che la rappresentazione del cielo sia esattamente quella visibile a Roma il 16 giugno 1609 e che l’autore abbia fatto uso di un telescopio. Il particolare più impressionante è, dopo la luna, la Via lattea. […]Elsheimer ha dipinto uno sciame di piccoli astri non visibili al naturale, richiamando alla mente lo stupore provato dallo stesso Galileo per la via lattea quando la osservò al telescopio e la fissò come un’immensa formazione di stelle, tanto piccole e vicine l’una all’altra, da essere visibili solo con un telescopio. L’orsa maggiore è la costellazione meglio visibile nel cielo di Elsheimer, in alto a destra del quadro. CFR. www.liceoagnoletti.it/documenti_pdf/Elsheimer%20e%20Galileo.pdf

John Donne (1572-1631), An Anatomy of the World: the First Anniversary, 1611, vv. 209-213:
E liberamente gli uomini confessano
che questo mondo è consumato,
mentre nei pianeti e nel firmamento
cercano tante cose nuove; vedono che esso
è nuovamente sbriciolato nei suoi atomi.
È tutto in pezzi, svanita ogni coerenza.

“L’elemento del fuoco è spento, l’aria non è che acqua rarefatta, la terra, hanno scoperto, si muove e non è più il centro dell’universo, è diventata un magnete. Le stelle non sono fisse, ma nuotano negli spazi eterei, le comete sono issate sopra i pianeti. Alcuni dicono che c’è un altro mondo di uomini e animali sulla luna, con città e palazzi. Il sole è smarrito, poiché non è altro che una luce prodotta dalla congiunzione di molti corpi splendenti, una fessura nei cieli inferiori attraverso cui si diffondono i raggi di quelli più alti; e si è osservato che ha delle macchie. Così, per i moti svariati di questo globo ch’è il cervello dell’uomo, le scienze son diventate opinioni, anzi errori e lasciano l’immaginazione in mille labirinti. Che cos’è tutto ciò che sappiamo a confronto di ciò che non sappiamo?”.

William Drummond [1585-1649], A Cypress Grove [Il bosco dei cipressi], 1623

LE PENSÉES DI BLAISE PASCAL: IL “PENSIERO FRAMMENTARIO”
Vastità, molteplicità e mutevolezza del reale mettono in crisi la possibilità stessa di raggiungere la verità e di accedere quindi alla conoscenza. Questo tratto, già presente in Montaigne, raggiunge le estreme conseguenze, in pieno Seicento, con il pensiero di Blaise Pascal (1623-62), nel quale si fa vivida la sensazione di dispersione che investe l’essere umano, “sporporzionato” alla vastità dell’universo in espansione. Già convertito al giansenismo, nel 1646, e prima di entrare nel convento di Port-Royal (1654), Pascal si dedicò intensamente agli studi scientifici, che non entrarono mai, per lui, in conflitto con gli aspetti religiosi. Per questa via egli approfondì le scoperte di Torricelli e giunse alla conclusione dell’esistenza del vuoto, con cui si sovvertiva la secolare credenza dell’horror vacui (“terrore del vuoto”) della natura. E anche con la consapevolezza dello scienziato, quindi, ch’egli comunicò la vertigine dell’uomo, il quale, senza il soccorso divino, si trova solo davanti all’abisso, smarrito in un spazio infinito dove la moltiplicazione dei centri determina la perdita dei punti di riferimento.
Il Barocco: forma fluens l’instabilità del reale, in C. Bologna – P. Rocchi, Rosa fresca aulentissima, vol. 3 (dal Barocco all’Età dei Lumi)

 “Noi vaghiamo in un vasto mare, sospinti da un estremo all’altro, sempre incerti e fluttuanti. Ogni termine a cui pensiamo di ormeggiarci e di fissarci, vacilla e ci lascia; e, se lo seguiamo, ci elude, scivola via e fugge in un’eterna fuga. Nulla si ferma per noi. È questo lo stato che ci è naturale, e che tuttavia è il più contrario alle nostre inclinazioni. Noi bruciamo dal desiderio di trovare alcunché di stabile, e un’ultima base costante per edificarci una torre che s’innalzi all’infinito; ma ogni nostro fondamento vien meno, e la terra si apre sino agli abissi.” Blaise Pascal (1623-62), Pensieri, 72

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“Dapprima, all’inizio delle sue indagini, l’uomo riteneva che la sua sede, la terra, se ne stesse immobile al centro dell’universo, mentre il sole, la luna e i suoi pianeti si muovevano attorno ad essa con traiettorie circolari. L’uomo seguiva in ciò, in maniera ingenua, l’impressione ricavata dalle sue percezioni sensoriali: non avvertiva infatti un movimento della terra, e dovunque volgesse liberamente lo sguardo, si trovava sempre al centro di un cerchio che racchiudeva il mondo esterno. La posizione centrale della terra era comunque una garanzia per il ruolo dominante che egli esercitava nell’universo, e gli appariva ben concordare con la sua propensione a sentirsi il signore di questo mondo. La distruzione di questa illusione narcisistica si collega per noi al nome e all’opera di Niccolò Copernico nel sedicesimo secolo. […] Quando essa fu universalmente riconosciuta, l’amor proprio umano subì la sua prima umiliazione, quella cosmologica.
Sigmund Freud, Una difficoltà della psicoanalisi (1916)

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Time is the same in a relative way…

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No, Tempo, tu non ti vanterai che io muti!
Le tue piramidi costruite con rinnovata potenza
non sono per me nulla di nuovo, nulla di strano:
soltanto rivestimenti di uno spettacolo già visto.
I nostri giorni sono brevi, e perciò guardiamo stupiti
quello che ci propini di già vecchio,
e lo crediamo nato per il nostro desiderio
invece di pensare d ’averlo già udito raccontare.
W. Shakespeare, Sonetto 123, w. 1-8

Riflessioni sul tempo:

FALSTAFF
Now, Hal, what time of day is it, lad?
PRINCE HENRY
Thou art so fat-witted, with drinking of old sack
and unbuttoning thee after supper and sleeping upon
benches after noon, that thou hast forgotten to
demand that truly which thou wouldst truly know.
What a devil hast thou to do with the time of the
day? Unless hours were cups of sack and minutes
capons and clocks the tongues of bawds and dials the
signs of leaping-houses and the blessed sun himself
a fair hot wench in flame-coloured taffeta, I see no
reason why thou shouldst be so superfluous to demand
the time of the day.

W. Shakespeare, Henry IV, atto I, scena 2

Charles Baudelaire, Les Fleurs du malSpleen e ideale, L’horloge (traduzione di Claudio Rendina)

L’orologio, il dio sinistro, spaventoso e impassibile,
ci minaccia col dito e dice: Ricordati!
I Dolori vibranti si pianteranno nel tuo cuore
pieno di sgomento come in un bersaglio;

il Piacere vaporoso fuggirà nell’orizzonte
come silfide in fondo al retroscena;
ogni istante ti divora un pezzo di letizia
concessa ad ogni uomo per tutta la sua vita.

Tremilaseicento volte l’ora, il Secondo
mormora: Ricordati! – Rapido con voce
da insetto, l’Adesso dice: Sono l’Allora
e ho succhiato la tua vita con l’immondo succhiatoio!

Prodigo! Ricordati! Remember! Esto memor!
(La mia gola di metallo parla tutte le lingue).
I minuti, mortale pazzerello, sono ganghe
da non farsi sfuggire senza estrarne oro!

Ricordati che il tempo è giocatore avido:
guadagna senza barare, ad ogni colpo! È legge.
Il giorno declina, la notte cresce; ricordati!
L’abisso ha sempre sete; la clessidra si vuota.

Presto suonerà l’ora in cui il divino Caso,
l’augusta Virtù, la tua sposa ancora vergine,
lo stesso Pentimento (oh, l’ultima locanda!),
ti diranno: Muori, vecchio vile! È troppo tardi!

Horloge! dieu sinistre, effrayant, impassible,
dont le doigt menace et nous dit: Souviens-toi!
Les vibrantes Douleurs dans ton coeur plein d’effroi
se planteront bientôt comme dans une cible;

ainsi qu’une sylphide au fond de la coulisse;
chaque instant te dévore un morceau du délice
à chaque homme accordé pour toute sa saison.

Trois mille six cents fois par heure, la Seconde
chuchote: Souviens-toi! – Rapide, avec sa voix
d’insecte, Maintenant dit: le suis Autrefois,
et fai pompé ta vie avec ma trompe immonde!

Remember! Souveniens-toi! prodigue! Esto memor!
(Mon gosier de métal parte toutes les langues).
Les minutes, mortel folâtre, sont des gangues
qu’il ne faut pas lâcher sans en extraire l’or!

Souviens-toi que le Temps est un joueur avide
qui gagne sans tricher, à tout coup! c’est la loi.
Le jour décrôit; la nuit augmente; souviens-toi!
Le gouffre a toujours soif; la clepsydre se vide.

Tantôt sonnera l’heure où le divin Hasard,
où l’auguste Vertu, ton épouse encor vierge,
où le Repentir même (oh! la dernière auberge!),
où tout te dira: Meurs, vieux lâche! il est trop tard.


Ch. Baudelaire, Le Spleen de Paris, Petits poèmes en prose, 1864

XVI • L’OROLOGIO

I Cinesi leggono l’ora nell’occhio dei gatti.
Un giorno un missionario passeggiando nei sobborghi di Nanchino si accorse di aver dimenticato l’orologio e chiese a un ragazzino che ora fosse.
Il monello del celeste impero dapprima esitò; poi ci ripensò e rispose:«Ve lo dico subito». Qualche istante più tardi ricomparve tenendo in braccio un bel gattone e guardandolo come si dice nel bianco degli occhi affermò senza esitare: «Manca poco a mezzogiorno». Il che era assolutamente vero.
Quanto a mese mi chino sulla bella Felina che ben merita un tal nome pur essendo nello stesso tempo l’onore del suo sesso l’orgoglio del mio cuore e l’aroma del mio spirito –allora sia giorno oppure notte in piena luce o nell’ombra opaca io leggo distintamente nei suoi occhi adorabili sempre la stessa ora un’ora grande vasta e solenne come lo spazio non divisa in minuti né in secondi un’ora immobile che gli orologi non segnano e che tuttavia è leggera come un sospiro veloce come uno sguardo.
E se qualche importuno venisse a disturbarmi mentre i miei occhi riposano su questo delizioso quadrante se qualche Genio intollerante e villanose qualche Demonio intempestivo venisse a dirmi: «Che cosa stai fissando là con tanta attenzione? Che cosa cerchi negli occhi di questa creatura? Stai forse guardando che ora è o mortale prodigo e infingardo?». Allora io risponderei senza esitare: «Sì sto guardando che ora è: ed è l’Eternità!».
Non vi pare signora che questo sia un madrigale davvero meritorio e per di più enfatico proprio come voi? In verità ho ricamato con un tale piacere questa pretenziosa galanteria che in cambio non vi chiederò nulla.

Les Chinois voient l’heure dans l’oeil des chats.
Un jour un missionnaire, se promenant dans la banlieue de Nankin, s’aperçut qu’il avait oublié sa montre, et demanda à un petit garçon quelle heure il était.
Le gamin du céleste Empire hésita d’abord; puis, se ravisant, il répondit: “Je vais vous le dire.” Peu d’instants après, il reparut, tenant dans ses bras un fort gros chat, et le regardant, comme on dit, dans le blanc des yeux, il affirma sans hésiter: “Il n’est pas encore tout à fait midi.” Ce qui était vrai.
Pour moi, si je me penche vers la belle Féline, la si bien nommée, qui est à la fois l’honneur de son sexe, l’orgueil de mon coeur et le parfum de mon esprit, que ce soit la nuit, que ce soit le jour, dans la pleine lumière ou dans l’ombre opaque, au fond de ses yeux adorables je vois toujours l’heure distinctement, toujours la même, une heure vaste, solennelle, grande comme l’espace, sans divisions de minutes ni de secondes, – une heure immobile qui n’est pas marquée sur les horloges, et cependant légère comme un soupir, rapide comme un coup d’oeil.
Et si quelque importun venait me déranger pendant que mon regard repose sur ce délicieux cadran, si quelque Génie malhonnête et intolérant, quelque Démon du contretemps venait me dire: “Que regardes-tu là avec tant de soin? Que cherches-tu dans les yeux de cet être? Y vois-tu l’heure, mortel prodigue et fainéant?” je répondrais sans hésiter: “Oui, je vois l’heure; il est l’Eternité!”

Horloge_baudelaire

Io constato anzitutto che passo di stato in stato. Ho caldo ed ho freddo, sono lieto o triste, lavoro o non faccio nulla, guardo ciò che mi circonda o penso ad altro. Sensazioni, sentimenti, volizioni, rappresentazioni: ecco le modificazioni tra cui si divide la mia esistenza e che di volta in volta la colorano di sé. Io cambio, dunque, incessantemente. Ma non basta dir questo: il cambiamento è più radicale di quanto non sembri a prima vista. Di ciascuno dei miei stati psichici parlo, infatti, come se esso costituisse un blocco: dico sì che cambio, ma concepisco il cambiamento come un passaggio da uno stato al successivo e amo credere che ogni stato, considerato per se stesso, rimanga immutato per tutto il tempo durante il quale si produce. Eppure, un piccolo sforzo di attenzione basterebbe a rivelarmi che non c’è affezione, rappresentazione o volizione che non si modifichi di continuo: se uno stato di coscienza cessasse di cambiare, la sua durata cesserebbe di fluire. Il mio stato d’animo, avanzando sulla via del tempo, si arricchisce continuamente della propria durata: forma, per così dire, valanga con se medesimo. Se la nostra esistenza fosse costituita di stati separati, di cui un Io impassibile dovesse far la sintesi, non ci sarebbe per noi durata: poiché un Io che non muti non si svolge, come non si svolge uno stato psichico che resti identico a se stesso finchè non venga sostituito dallo stato successivo. Infatti, la nostra durata non è il susseguirsi di un istante ad un altro istante: in tal caso esisterebbe solo il presente, il passato non si perpetuerebbe nel presente e non ci sarebbe evoluzione né durata concreta. La durata è l’incessante progredire del passato che intacca l’avvenire e che, progredendo, si accresce. E poichè si accresce continuamente, il passato si conserva indefinitamente. La memoria non è la facoltà di classificar ricordi in un cassetto o di scriverli su di un registro. Non c’è registro, non c’è cassetto; anzi, a rigor di termini, non si può parlare di essa come di una “facoltà”: giacchè una facoltà funziona in modo intermittente, quando vuole o quando può, mentre l’accumularsi del passato su se stesso continua senza tregua. In realtà, il passato si conserva da se stesso, automaticamente. Esso ci segue, tutt’intero, in ogni momento: ciò che abbiamo sentito, pensato, voluto sin dalla prima infanzia è là, chino sul presente che esso sta per assorbire in sé, incalzante alla porta della coscienza, che vorrebbe lasciarlo fuori. La funzione del meccanismo cerebrale è appunto quella di ricacciare la massima parte del passato nell’incosciente per introdurre nella coscienza solo ciò che può illuminare la situazione attuale, agevolare l’azione che si prepara, compiere un lavoro utile. Talvolta qualche ricordo non necessario riesce a passar di contrabbando per la porta socchiusa; e questi messaggeri dell’inconscio ci avvertono del carico che trasciniamo dietro a noi senza averne consapevolezza. Ma, se anche non ne avessimo chiara coscienza, sentiremmo vagamente che il passato è sempre presente in noi. Che cosa siamo, infatti, che cos’è il nostro carattere se non la sintesi della storia da noi vissuta sin dalla nascita, prima anzi di essa, poiché portiamo con noi disposizioni prenatali? Certo noi pensiamo solo con una piccola parte del nostro passato; ma desideriamo, vogliamo, agiamo con tutto il nostro passato, comprese le nostre tendenze congenite.

 Henri Bergson, L’evoluzione creatrice, 1907

Quando avete agito così? Ieri, oggi, un minuto fa? E ora? Ah, ora voi stesso siete disposto ad ammettere che forse avreste agito altrimenti. E perché?  Riconoscete forse anche voi ora, che un minuto fa voi eravate un altro? Ma sì, ma sì, mio caro, pensateci bene: un minuto fa, prima che vi capitasse questo caso, voi eravate un altro; non solo, ma voi eravate anche cento altri, centomila altri. E non c’è da farne, credete a me, nessuna maraviglia. Vedete piuttosto se vi sembra di poter essere così sicuro che di qui a domani sarete quel che assumete di essere oggi. Caro mio, la verità è questa: che sono tutte fissazioni. Oggi vi fissate in un modo e domani in un altro.

L. PIRANDELLO, Uno, nessuno e centomila, 1926

Il passato è sempre nuovo: come la vita procede esso si muta perché risalgono a galla delle parti che parevano sprofondate nell’oblio mentre altre scompaiono perché ormai poco importanti. Il presente dirige il passato come un direttore d’orchestra i suoi suonatori. Gli occorrono questi o quei suoni, non altri. E perciò il passato sembra ora tanto lungo ed ora tanto breve. Risuona o ammutolisce. Nel presente riverbera solo quella parte ch’è richiamata per illuminarlo o per offuscarlo. Poi si ricorderà con intensità piuttosto il ricordo dolce e il rimpianto che il nuovo avvenimento.
Italo Svevo, La morte. Il testo, inedito alla morte di Svevo, è stato pubblicato per la prima volta in Corto viaggio sentimentale ed altri racconti inediti, Mondadori, Milano 1949

Christian Marclay, The clock, Leone d’oro alla Biennale di Venezia, 2010. “Si tratta di un colossale montaggio di spezzoni tratti da un imprecisato numero di film, in ognuno dei quali compare un orologio o un riferimento all’orario che coincide con il momento in cui esso viene proiettato”. LEGGI TUTTO…

I
Time present and time past
Are both perhaps present in time future,
And time future contained in time past.
If all time is eternally present
All time is unredeemable.
What might have been is an abstraction
Remaining a perpetual possibility
Only in a world of speculation.
What might have been and what has been
Point to one end, which is always present.
Footfalls echo in the memory
Down the passage which we did not take
Towards the door we never opened
Into the rose-garden. My words echo
Thus, in your mind.

I

Tempo presente e tempo passato
sono forse presenti nel tempo futuro,
il tempo futuro è contenuto nel tempo passato.
Se tutto il tempo è eternamente presente
tutto il tempo non è riscattabile.
Quanto poteva essere è un’astrazione
che rimane come perpetua possibilità
soltanto in un mondo d’indagini.
Quanto poteva essere e quanto è stato
puntano a un intento, sempre presente.
Eco di passi nella memoria
nei passaggi dove non c’incamminammo
verso la non spalancata porta
sul roseto. L’eco delle mie
parole, nei tuoi pensieri.
Per quale scopo
sollevino polvere da una coppa di foglie di rosa
io non so.
Altri echi
abitano il giardino. Vogliamo seguirli?
Presto, disse un uccello, trovateli, trovateli,
oltre l’angolo. Attraverso il primo cancello,
nel nostro primo mondo, seguiremo
il tranello del tordo? Nel nostro primo mondo.
Erano là, degni, invisibili,
passavano leggeri sulle foglie morte,
nel tiepido autunno, nell’aria vibrante,
e l’uccello chiamava, rispondeva
a una musica mai sentita e nascosta nel bosco,
attraversava uno sguardo mai visto, poiché le rose
avevano l’aspetto di fiori ben studiati.
Erano là come nostri ospiti, accolti e accoglienti.
Così andammo con loro, solennemente,
per il viale deserto, fino alla rotonda,
a guardare lo stagno prosciugato.
Dapprima arido, solido e bordato di scuro,
lo stagno sotto il sole si riempì d’acqua,
lentamente spuntarono i fiori di loto,
la superficie brillò sotto il cuore luminoso,
ed essi, dietro di noi, vi si rispecchiarono.
Passò una nuvola, e lo stagno si svuotò.
Andiamo, disse l’uccello, tra le foglie frotte di bimbi
si nascondevano eccitati, tenendosi dal ridere.
Andiamo via, andiamo via, disse l’uccello: gli uomini
non sopportano troppa realtà.
Tempo passato e tempo futuro
quanto poteva essere e quanto è stato
puntano a un intento, sempre presente.

Thomas S. Eliot, Quattro quartetti, traduzione e cura di Elio Grasso, Palomar, 2000

English poems about time. CLICCA QUI.


Giorgio de Chirico, «L’enigma dell’ora», 1911

Eugenio Montale, Tempo e tempi, in Satura (2.XII.68)
Non c’è un unico tempo: ci sono molti nastri
che paralleli slittano
spesso in senso contrario e raramente
s’intersecano. È quando si palesa
la sola verità che, disvelata,
viene subito espunta da chi sorveglia
i congegni e gli scambi. E si ripiomba
poi nell’unico tempo. Ma in quell’attimo
solo i pochi viventi si sono riconosciuti
per dirsi addio, non arrivederci.

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Et in Arcadia ego

Nicolas Poussin, Et in Arcadia Ego, 1637-38, 87 x 120 cm (Museo del Louvre)

”Lontano nel tempo e nello spazio, il paesaggio arcadico, esemplato nell’età moderna da Sannazaro è, in primo luogo, il simbolo di una condizione primigenia dell’uomo: evoca, infatti, la mitologica età dell’oro, una realtà edenica di un mondo immerso in una natura senza tempo. L’Arcadia, che corrisponde solo nominalmente all’antica regione del Peloponneso, è una terra idillica popolata da pastori intenti a gareggiare l’uno con l’altro in un canto dove trovano voce i lamenti e le gioie degli amori bucolici. Il paesaggio arcadico è popolato di divinità e di uomini che sembrano vivere la propria immutabile storia in una dimensione onirica che esclude lo spazio del quotidiano. L’universo agreste è stilizzato e i personaggi che lo animano, impegnati nell’agone poetico , sono del tutto avulsi dalle fatiche del lavoro pastorale: la tradizione classica vi si rifà come ad un mondo mitico e favoloso di cui vengono esaltati i piaceri legati ad un’esistenza libera ed incondizionata, completamente dedita all’otium (“ozio“). In Arcadia, il tempo segue un movimento ciclico: il passato torna a ripetersi, il lutto è sempre accostato al riso, la morte alla vita. La tradizione dell’idillio pastorale fa riferimento a tale mondo mitologico ed innaturale: muovendo da Teocrito e dalle egloghe virgiliane, questo genere letterario si tramanda fino all’Umanesimo. L’invenzione dell’Arcadia come topos letterario, ovvero come “paesaggio dello spirito”, è da attribuirsi a Virgilio: lo spunto gli deriva da Polibio, il quale, nelle Storie, racconta delle attitudini musicali dei rozzi pastori abitatori della regione. L’Arcadia costituisce lo sfondo paesaggistico immaginario di componimenti in versi, di natura monologica o dialogica, in cui vengono messi in scena gli amori idealizzati dei pastori: la letteratura pastorale quattro-cinquecentesca riprende fedelmente questo sistema codificato di situazioni e di temi, all’interno del quale vengono poi convogliati nuovi elementi che rimandano alla realtà contemporanea”. 

Paola Cosentino, dal sito http://www.italica.rai.it

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Apollo e Dafne reloaded

“Bernini’s Apollo e Daphne reloaded in the 4th dimension” è il titolo del cortometraggio concepito e diretto da  Mojmir Ježek, architetto, pittore e illustratore. Il tragico gioco del giovane dio Apollo che insegue la bella ninfa Dafne, raccontato in maniera viva e palpitante da Gian Lorenzo Bernini in quel marmo che è uno dei simboli dell’estetica barocca, viene ripercorso, attraverso le immagini di Stefano Fontebasso, in questo video, accompagnato da brani musicali e dalla lettura di alcuni passi del libro I delle Metamorfosi di Ovidio recitati da Luigi Diberti. FONTE: ”La Stampa”.

Il testo ovidiano: Metamorfosi,  I, vv 452-567:   CLICCA QUI.

Hanc quoque Phoebus amat positaque in stipite dextra
sentit adhuc trepidare novo sub cortice pectus
conplexusque suis ramos ut membra lacertis
oscula dat ligno; refugit tamen oscula lignum.
cui deus ‘at, quoniam coniunx mea non potes esse,
arbor eris certe’ dixit ‘mea! semper habebunt
te coma, te citharae, te nostrae, laure, pharetrae;
tu ducibus Latiis aderis, cum laeta Triumphum
vox canet et visent longas Capitolia pompas;
postibus Augustis eadem fidissima custos
ante fores stabis mediamque tuebere quercum,
utque meum intonsis caput est iuvenale capillis,
tu quoque perpetuos semper gere frondis honores!‘
finierat Paean: factis modo laurea ramis
adnuit utque caput visa est agitasse cacumen.

Aiutami, padre, – dice. – Se voi fi umi avete qualche potere, dissolvi, trasformandola, questa figura per la quale sono troppo piaciuta!». Ha appena fi nito questa preghiera, che un pesante torpore le pervade le membra, il tenero petto si fascia di una fi bra sottile, i capelli si allungano in fronde, le braccia in rami; il piede, poco prima così veloce, resta inchiodato da pigre radici, il volto svanisce in una cima. Conserva solo la lucentezza. Anche così Febo la ama, e poggiata la mano sul tronco sente il petto trepidare ancora sotto la corteccia fresca, e stringe fra le sue braccia i rami, come fossero membra, e bacia il legno, ma il legno si sottrae ai suoi baci. E allora dice: «Poiché non puoi essere moglie mia, sarai almeno il mio albero. O alloro, sempre io ti porterò sulla mia chioma, sulla mia cetra, sulla mia faretra. Tu sarai con i condottieri latini quando  liete voci intoneranno il canto del trionfo e il Campidoglio vedrà lunghi cortei. Tu starai pure, fedelissimo custode, ai lati della porta della dimora di Augusto, a guardia della corona di foglie di quercia. E come il mio capo è sempre giovanile con la chioma intonsa, anche tu porta sempre, senza mai perderlo, l’ornamento delle fronde!»
Qui Febo tacque. L’alloro annuì con i rami appena formati, e agitò la cima, quasi assentisse col capo.

Trad. P. Bernardini Marzolla, Torino, Einaudi, 1979

REPERTORIO ICONOGRAFICO: dalla parola all’immagine. SLIDESHARE.

 

 

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