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Antologia viennese

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“Ogni viennese è un monumento, ogni berlinese un mezzo di trasporto. A Vienna le strade sono lastricate con la cultura. Nelle altre città sono lastricate con l’asfalto […]. Qui da noi non facciamo che sbattere la testa sulle meraviglie dell’autenticità, in questo luogo creato una volta per sempre. E’ un’ingiustizia parlar male di Vienna sempre per i suoi difetti, quando anche nei suoi pregi val la pena di parlare male […] Perché il mondo viennese non è stato creato dallo spirito ma dal manzo bollito. Questa solidità che valuta al chilo, manda in rovina tutta quella fantasia che avrebbe potuto creare un qualche mondo.” Karl Kraus (1874-1936),  Sprüche und Widersprüche [Detti e contraddetti, 1909], Adelphi, 1992

Johann Strauss II (1825-1899), Kaiser-Walzer op.437, Wiener Philharmoniker, direttore Claudio Abbado

CLAUDIO MAGRIS, Il mito absburgico nella letteratura austriaca moderna [1963], Torino, Einaudi, 2009 

Sul bel Danubio blu

Si narra che un anziano impiegato di corte dicesse: «Rigorosamente parlando, l’imperatore Francesco Giuseppe regnò fino alla morte di Johann Strauss» . L’ultima fase della civiltà absburgica appare infatti compresa tra due poli opposti, tra una malinconica consapevolezza del declino, sopportato con tacita dignità, e una leggerezza spensierata e operettistica. Due poli che sono le due facce di una stessa medaglia, due volti dell’ultima illusione mitteleuropea. La vecchiezza dell’imperatore monotono e puntuale riverbera di un tono da leggenda il tramonto austroungarico, e personifica la vana e patetica fermezza contro i colpi che sgretolavano, uno dopo l’altro, la monarchia danubiana. «Mir bleibt doch nichts erspart» [«Proprio nulla mi è risparmiato»]: la frase tante volte ripetuta da Francesco Giuseppe di fronte alle sciagure familiari e politiche riassume il passivo dramma della finis Austriae e suggerisce subito la trasfigurazione mitica di questo crepuscolo, ammantandolo di dignitoso e burocratico senso del dovere. Contemporaneamente questo mondo morente si mette in maschera, vela il proprio declino di una spumeggiante gioia di vivere, evade in una superficiale e dimentica sensualità. Il Danubio giallastro e fangoso diviene azzurro, e dal disfacimento storico-politico si evade in un fugace, sentimentale e godereccio paradiso terrestre. Se la laboriosa pedanteria dell’imperatore suggerisce il mito del burocratico e silenzioso riserbo, la sua uniforme gallonata e la rigida etichetta aprono la strada alla celebrazione dei balli di corte, delle carrozze fastose e dei brillanti ufficiali. La narrativa, il teatro, la poesia e la musica creano il volto sfumato e inconfondibile della Vienna dei valzer, degli amori facili e sentimentali, e del piacere di esistere: una belle époque meno sfrenata ma più danzante e sorridente di quella parigina.
L’operetta è l’idillio di questa sera dell’impero, e molti fili sotterranei legano la frivola banalità dei libretti e le gaie o nostalgiche melodie alle opere dei più maturi scrittori di questa stagione letteraria, come Schnitzler e Hofmannsthal. Man mano si avvicina la fine e le difficoltà dell’impero s’ingigantiscono, l’evasione dalla realtà sociale si accentua, e riveste di uno spensierato edonismo la vita. In questo senso Johann Strauss, il Nervendämon, è la più tipica voce dell’età francogiuseppina, uno dei più validi sostegni dell’alienazione godereccia e musicale del suddito absburgico. La musica, l’arte piú apolitica, era sempre stata la liberazione e la catarsi dell’anima austriaca. «L’Austria è diventata dapprima spirito nella sua musica» , dirà Hofmannsthal quando già infuriava la guerra mondiale. Negli ultimi anni dell’imperialregia monarchia questo tentativo di alienazione, di appagamento estetico diventa piú intenso e pressante, assume delle proporzioni piú vaste e scende a un livello piú popolare; la dolce medicina si fa piú superficiale e accessibile. Dalla serenità di Mozart e dall’idillio di Schubert si giunge a Strauss e a Lehàr. Vienna capitale del piacere sarà anche capitale della musica, creando una notevole civiltà culturale per quanto riguarda il legame e l’affiatamento tra arte e pubblico. Anche i grandi musicisti come Gustav Mahler e Richard Strauss collaborano, a loro modo, allo splendore raffinato dell’età di Francesco Giuseppe. Gli anni che vedono Mahler alla direzione dell’Opera di Stato (1897-1907) segnano l’apogeo di questa festa culturale.

Stefan Zweig, Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo, 1942

«Fra tutte le città europee, Vienna era sicuramente quella in cui questa aspirazione alla cultura era più appassionata. Poiché l’Austria e la sua monarchia avevano da secoli perduto ogni ambizione politica e non avevano conosciuto particolari vittorie nelle loro imprese militari, l’orgoglio patriottico aveva cominciato a manifestarsi nel desiderio di una supremazia in campo artistico. […] Di qui erano passati i Nibelunghi, qui gli immortali sette astri della musica – Gluck, Haydn e Mozart, Beethoven, Schubert, Brahms e Johann Strauss – avevano illuminato il mondo con il loro fulgore, qui erano confluiti tutti i movimenti e le correnti della cultura europea. A corte, tra i ranghi dell’aristocrazia e in seno al popolo al sangue tedesco si univano quello slavo, ungherese, spagnolo, italiano, francese e fiammingo; saper fondere armonicamente questi contrasti in una nuova e peculiare realtà – quella dello spirito austriaco, della “viennesità” – fu l’elemento di vera genialità proprio di questa città musicale. Accogliente e dotata di una sensibilità particolare, questa città sapeva attrarre a sé, conciliandole, mitigandole e addolcendole, le forse più disparate. Era dolce vivere in una simile atmosfera di intesa e di accordo spirituale in cui ciascun cittadino riceveva quasi senza rendersene conto un’educazione cosmopolita e internazionale. Quest’arte dell’assimilazione, questa capacità di cambiare e adattarsi in modo armonico e impercettibile, si manifestava già nell’aspetto esteriore della città.»

Planimetria di Vienna, fine XIX secolo

Robert Musil (1880-1942), L’uomo senza qualità [1930 -1942], Einaudi, Torino, 1970

Là, in Cacania – quella nazione incompresa e ormai scomparsa che in tante cose fu un modello non ab-bastanza apprezzato — c’era anche velocità, ma non troppa. Se trovandosi all’estero si pensava al paese, ecco fluttuava davanti agli occhi il ricordo di quelle strade bianche, larghe e comode del tempo delle marce a piedi e delle diligenze a cavalli, che si snodavano in tutte le direzioni come canali di un ordine stabilito, come nastri di quel tra-liccio chiaro usato per le uniformi, e cingevano le province col braccio cartaceo dell’amministrazione. E quali contrade! C’eran mari e ghiacciai, il Carso e i campi di grano della Boemia, notti sull’Adriatico con stridio di grilli inquieti, e villaggi slovacchi dove il fumo usciva dai camini come dalle narici di un naso camuso e il villaggio stava accovacciato fra due piccole colline come se la terra avesse dischiuso un poco le labbra per riscaldare la sua creatura. Naturalmente su quelle strade viaggiavano anche automobili; ma non troppe! Si preparava anche là la conquista dell’aria; ma non troppo assiduamente. Ogni tanto si faceva partire una nave per l’America Latina o per l’Asia Orientale; ma non troppo spesso. Non si avevano ambizioni imperialistiche; si era nel punto centrale dell’Europa, dove s’intersecano gli antichi assi del mondo; le parole «colonia» e «oltremare» giungevano all’orecchio come cose lontane e non sperimentate. Si faceva lusso; ma non così raffinato come in Francia. Si face-va sport; ma non così accanito come in Inghilterra. Si spendevano somme enormi per l’esercito; ma solo quanto bastava per rimanere la penultima delle grandi potenze. Anche la capitale era un po’ più piccola di tutte le altre metropoli del mondo, ma un po’ più grande di quel che non fossero di solito le grandi città. E il paese era amministrato — con oculatezza, discrezione e abilità a smussare cautamente ogni punta — dalla migliore burocrazia d’Europa, alla quale si poteva rimproverare un solo difetto: per essa genio e spirito d’iniziativa nelle persone non autorizzate a ciò da alti natali o da incarico governativo erano impertinenza e presunzione. A nessuno del resto piace farsi dettar legge da chi non vi è autorizzato! E poi in Cacania un genio era sempre scambiato per un babbeo, mai però, come succedeva altrove, un babbeo per un genio.
In verità, quante cose curiose ci sarebbero da dire sul tramontato impero di Cacania! Per esempio, esso era imperial-regio, ed era imperiale e regio; uno dei due segni «i.r.» oppure «i. e r.» era impresso su ogni cosa e su ogni persona, tutta-via occorreva una scienza segreta e occulta per poter distinguere con sicurezza quali istituzioni e individui fossero da considerarsi imperial-regi e quali imperiali e regi.
Per iscritto si chiamava Monarchia Austro-Ungarica, ma a voce si chiamava Austria, termine a cui il paese aveva abdicato con solenne giuramento statale ma che conservava in tutte le questioni sentimentali, a prova che i sentimenti sono importanti quanto il diritto costituzionale e che i decreti non sono la cosa più seria del mondo. Secondo la costituzione era uno stato liberale, ma aveva un governo clericale. Il governo era clericale, ma lo spirito liberale regnava nel paese. Da-vanti alla legge tutti i cittadini erano uguali, non tutti però erano cittadini. C’era un Parlamento, il quale faceva un uso così eccessivo della propria libertà che lo si teneva quasi sempre chiuso; ma c’era anche un paragrafo per gli stati di emergenza che serviva a far senza del Parlamento, e ogni volta che tutti si rallegravano per il ritorno dell’assolutismo la corona ordinava che si ricominciasse a governare democraticamente. Di tali vicende ne capitavano molte in Cacania, e fra le altre vi furono anche quei conflitti nazionali che attirarono giustamente la curiosità dell’Europa e oggi son presentati in modo del tutto falso. Furono così violenti che per cagion loro la macchina dello stato s’inceppava e s’arrestava parecchie volte all’anno, ma nei periodi intermedi e nel-le pause di governo l’armonia era mirabile e tutti facevan vista di nulla. E infatti non c’era stato nulla di reale. Soltanto l’ostilità di ogni uomo contro le aspirazioni d’ogni altro uomo, che oggi ci trova tutti unanimi, nello stato di Cacania aveva precorso i tempi e s’era perfezionato in un raffinatissimo cerimoniale, che avrebbe potuto ancora avere grandi conseguenze se il suo sviluppo non fosse stato troncato anzitempo da una catastrofe.
Infatti non soltanto l’avversione per il concittadino s’era accresciuta fino a diventare un sentimento collettivo, ma anche la diffidenza verso se stessi e il proprio destino aveva preso un carattere di profonda protervia. Si agiva in quel paese – e talvolta fino ai supremi gradi della passione e alle sue conseguenze – sempre diversamente da quel che si pensava, oppure si pensava in un modo e si agiva in un altro. […] Così era accaduto in Cacania, per quel che può apparir visibile agli occhi di tutti, e in questo la Cacania era lo stato più progredito del mondo, benché il mondo non lo sapesse ancora; era lo stato che ormai si limitava a seguire se stesso, vi si viveva in una libertà negativa, sempre con la sensazione che la propria esistenza non ha ragioni sufficienti, e cinti dalla grande fantasia del non avvenuto o almeno del non irrevocabilmente avvenuto, come dall’umido soffio degli oceani onde l’umanità è sorta. «E capitato che…» si diceva in Cacania, mentre l’altra gente in altri luoghi credeva che si fosse prodotto un avvenimento mirabolante; era un’espressione alla buona per cui eventi e colpi del destino diventavano lievi come piume e pensieri. Sì; benché molte cose sembrino indicare il contrario, la Cacania era forse un paese di geni; e probabilmente fu questa la causa della sua rovina.

Notti viennesi

J. Roth, La cripta dei Cappuccini [Die Kapuzinergruft, 1938], Milano, Adelphi, 1988

Le notti di Vienna erano piene di rughe e avvizzite. Sere frettolose e quasi intimorite, bisognava cercare di afferrarle prima che si accingessero a scomparire e iole raggiungevo di preferenza nei parchi, nel Volksgarten o al Prater, e il loro ultimo, più dolce residuo in un certo caffè ove usavano insinuarsi,  morbide e lievi come un profumo.

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Stephan Zweig, Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo, 1942

Si viveva bene, si viveva con facilità e spensieratezza in quella vecchia Vienna e i tedeschi del nord guardavano noi vicini del Danubio con un poco d’irritazione e di disprezzo, perché invece di essere «attivi» e di tenere un rigido ordine, godevamo la vita, mangiavamo bene, ci divertivamo a feste e teatri e per di più facevamo ottima musica. Invece della famosa abilità ed attività tedesca, che ha finito per amareggiare e per turbare l’esistenza di tutti gli altri paesi, invece di questa cupida smania di sorpassare tutti gli altri e di correre avanti, a Vienna si amavano le placide chiacchierate, i comodi incontri, lasciando che ognuno vivesse a modo suo, con indulgenza bonaria e forse un po’ pigra. «Vivere e lasciar vivere» era il celebre motto viennese, una massima che ancor oggi mi sembra più umana di tutti gli imperativi categorici e che si diffuse irresistibilmente in tutti gli ambienti. Poveri e ricchi, slavi e tedeschi, ebrei e cristiani vivevano insieme, pur punzecchiandosi all’occasione, in buona pace e persino i movimenti politici e sociali erano privi di quell’animosità crudele che è penetrata nella circolazione sanguigna del mondo come un sedimento velenoso rimasto dalla prima guerra mondiale. Nella vecchia Austria ci si combatteva ancora cavallerescamente, ci si insultava nei giornali o alla Camera, ma dopo le concioni ciceroniane gli stessi deputati sedevano in compagnia bevendo la birra o il caffè e dandosi del tu. Persino quando Lueger, capo del partito antisemita, divenne borgomastro di Vienna, nulla si mutò nei rapporti privati e io personalmente debbo dichiarare di non aver mai come ebreo incontrato il più piccolo ostacolo o segno di dispregio, né nella scuola né all’università né nella mia vita letteraria. L’odio da paese a paese, da popolo a popolo, da tavola a tavola non balzava fuori ogni giorno da ogni giornale, non staccava uomo da uomo e nazione da nazione. Il senso di massa e di gregge non aveva raggiunto nella vita pubblica la ripugnante potenza che ha oggi; la libertà dell’agire privato era considerata – cosa oggi appena concepibile legittima e sottintesa; la tolleranza non veniva come oggi disprezzata e ritenuta debolezza, ma esaltata quale energia morale.

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Hugo von Hofmannsthal,  L’Austria e l’Europa: saggi 1914-1928, Marietti, Casale Monferrato 1983

E neppure posso definire in altro modo che assai congruente, molto giusto, il fatto che le teorie del dottor Freud si siano fatte strada nel mondo a partire da qui – proprio come le melodie leggere, un po’ banali, ma duttili e accattivanti, delle operette, con cui esse hanno così poco in comune. Vienna è la città della musica europea: essa è la porta Orientis anche per quel misterioso Oriente che è il regno dell’inconscio. Le interpretazioni e le ipotesi del dottor Freud sono le escursioni di un consapevole spirito del tempo verso i lidi di quel regno.

Berggasse 19, Wien: lo studio di Sigmund Freud

Gilberto Forti, Il piccolo almanacco di Radetzky, Adelphi, 1983

Nel ’16, una sera di dicembre, Sigmund Freud, professore straordinario all’Università di Vienna, tiene la sua ventunesima lezione nell’aula della clinica psichiatrica.
Diceva all’inizio della guerra: «Tutta la mia libido ora è per l’Austria, non sono mai stato tanto austriaco» ; ma ha visto cadere le illusioni, e gli è rimasta l’ansia per i figli, Martin ed Ernst, entrambi combattenti, uno a sud, l’altro a nord, sottotenente l’uno, cadetto l’altro, mentre un terzo, Oliver, l’ingegnere, è occupato nei Carpazi a scavare gallerie, a costruire strade e ricoveri per i soldati. Nella sua lezione di questa sera Herr Professor Freud disserta di libido e perversioni, ma racconta anche un piccolo incidente avvenuto durante questa guerra a un cultore della psicoanalisi : «Era costui un medico, aggregato a un reparto tedesco in Polonia, e aveva attirato l’attenzione dei suoi colleghi per l’inaspettato ascendente che aveva sui pazienti. Quando lo interrogavano, ammetteva che talvolta adottava con profitto proprio i metodi della psicoanalisi; e quando lo invitarono, accettò volentieri di esporre ai superiori e ai suoi colleghi la nuova dottrina. Così ogni sera tutti gli ufficiali del corpo sanitario si riunivano per essere iniziati ai misteri della scienza chiamata psicoanalisi. Per qualche tempo tutto andò liscio, ma quando il nostro medico illustrò il complesso di Edipo all’uditorio, si levò un ufficiale superiore a protestare: non poteva credere a una tale ignominia, non poteva tollerare che simili sconcezze venissero applicate a valorosi soldati, a bravi padri di famiglia che davano la vita per la patria; e ordinò che quello svergognato, quella canaglia sospendesse subito le sue prediche intrise di lordure. Così fu fatto, e lo psicoanalista chiese ed ottenne il trasferimento a un altro reparto. «Se mi è lecito» dice con un sorriso Sigmund Freud «esprimere un parere personale, questo mi sembra un pessimo presagio, se la vittoria delle armi germaniche dipende da una tale concezione e organizzazione della scienza; né la scienza germanica potrà prosperare con simili premesse».
Nel ’17, in estate, è ucciso sul fronte italiano suo nipote Hermann Graf, anni 20: era figlio di Rosa, la sorella prediletta, e si era arruolato volontario. Poi, nel ’18, mancano notizie di Martin Freud per molte settimane. Ucciso o disperso? Si saprà che l’hanno catturato gli italiani, con tutto il suo reparto, e resterà per mesi in Italia, all’ospedale.
Solo nel ’19, in agosto, il prigioniero sarà liberato e tornerà a Vienna, nella casa paterna di Berggasse. Sigmund Freud, mentre l’Austria è prostrata e affamata, dirà: «I lunghi anni della guerra sono stati uno scherzo, solamente uno scherzo, in confronto alla miseria di questi mesi e certo anche dei prossimi».

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H. Broch, Hofmannsthal e il suo tempo, Roma, Editori Riuniti, 1981

Il fenomeno della copertura della miseria con una vernice di ricchezza si presentò a Vienna, specie durante la sua ultima spettrale fioritura, con maggiore chiarezza che in qualsiasi altro luogo e in qualsiasi altro momento. Un minimo di valori etici doveva essere ricoperto con un massimo di valori estetici, i quali non erano più e non potevano più essere tali perché un valore estetico che non si sviluppi su una base etica è esattamente il proprio contrario e cioè artificio, paccottiglia, sofisticazione: in una parola Kitsch. Come capitale del Kitsch, Vienna divenne anche la capitale del vuoto-di-valori dell’epoca.

Johann Strauss Sr., Op. 228, La marcia di Radetsky [ 1848], esecuzione Vienna Philharmonic,  Neujahrs Konzert, 1987. Dirige Herbert von Karajan. CLICCA QUI.

Finis Austriae, ovvero quando tutto finì

Gilberto Forti, Il piccolo almanacco di Radetzky, Adelphi, 1983

Prologo

Nell’aprile del ’12, una sera, scrive Hugo von Hofmannsthal da Rodaun: «La nostra vecchia Austria è assediata da ombre nere, da torbidi presagi. A volte mi domando con angoscia verso quali decenni sono avviati i nostri figli, a quale avvenire. Se fossimo uno Stato come gli altri, noi potremmo agire o rimandare l’azione ad altri tempi. Ma per l’Austria – è la mia sensazione – può venire soltanto il peggio. Nella monarchia, quanti problemi, un problema immenso. Quasi in rivolta gli slavi del Sud, non solo i serbi, ma i croati stessi (c’è la legge marziale, e gli arresti e le fucilazioni si susseguono, ma nessuno ne parla). In agguato i boemi, con gli occhi bene aperti, pronti ad approfittare e ad azzannare. In Galizia i ruteni sobillati da mestatori russi. In Italia un odio forte più dell’alleanza. E i russi che fremono, impazienti di saltarci alla gola. All’interno, metà indolenza e metà incoscienza, e problemi ormai troppo aggrovigliati, troppi nodi gordiani. Noi andiamo verso un tempo di tenebre. Ognuno, dentro di sé, lo sente. Noi possiamo perdere tutto da un momento all’altro. E, quello ch’è più grave, anche vincendo in realtà non conquistiamo nulla se non problemi e perplessità ».
Nel gennaio del ’13, una sera, scrive Hugo von Hofmannsthal da Rodaun: «Mi sento addosso, tutti questi giorni, una pena, un’ansia, in questa Austria confusa, vagamente atterrita, in questa Austria, figliastra della storia, così strana e diversa, così piena di affanni e di tormenti, così sola nel mondo – come siamo soli noi».
Nel ’14, l’11 di giugno, scrive Hugo von Hofmannsthal da Rodaun: «Quando tutto si annuvola e si oscura dentro di me, non trovo più la forza di liberarmi e resto nelle tenebre per settimane intere. Spesso, poi, anche quando mi credo più sereno, sono preso da un’ansia che mi stringe tenacemente – ed è ansia per l’Austria, per l’avvenire, per i nostri figli».
È il giugno del ’14. A Vienna si fanno al ministero della Guerra i piani per il viaggio che Sua Altezza Francesco Ferdinando, l’arciduca ereditario, compirà in Bosnia alla fine del mese. È deciso, nonostante minacce e avvertimenti, che l’arciduca assumerà il comando delle grandi manovre che le truppe imperial-regie tengono quest’anno tra gli slavi del Sud. L’itinerario sarà questo: Francesco Ferdinando salperà da Trieste il 24, farà una crociera tra le isole della Dalmazia, sbarcherà a Metkovic, proseguirà per Mostar e per Tercin. È deciso che vada a Sarajevo.

Merry-Go-Round (Donne viennesi, 1923), regia di Rupert Julian e Erich Von Stroheim

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Grande Guerra: il film di Ermanno Olmi

Ermanno Olmi scende in trincea: il grande regista bergamasco, classe 1931, ha scelto di raccontare gli orrori della Prima guerra mondiale in «Torneranno i prati», la sua ultima pellicola in uscita giovedì 6 novembre nelle nostre sale.
Il film è dedicato al padre («che quand’ero bambino mi raccontava della guerra dov’era stato soldato») e si basa proprio sui ricordi di quest’ultimo, come dichiarato dallo stesso Olmi. La vicenda si svolge nell’arco di una sola nottata, sul fronte Nord-Est, dopo gli ultimi sanguinosi scontri del 1917 sugli Altipiani.I soldati, la cui postazione è sommersa dalle neve, sono spaventati e ormai privi di speranza: il prossimo attimo potrebbe essere il loro mentre i bombardamenti si susseguono senza tregua. Il senso dell’attesa, la paura di quanto potrà accadere da un momento all’altro, rende la pellicola ancor più straziante e drammatica: il nemico non ha volto, ma la minaccia è palpabile e incombente dal primo all’ultimo minuto.  In mezzo a spari, feriti e morti, rimane la bellezza del paesaggio montano circostante, la cui pace si pone in evidente contrasto con la guerra che la sta attraversando.
Girato sull’Altopiano di Asiago, «Torneranno i prati» è un lungometraggio per non dimenticare coloro che sono caduti durante il conflitto: una pellicola in cui il regista mostra la terribile fine di quei soldati di cui si è persa, colpevolmente, memoria. FONTE: “Il Sole 24 Ore”.

La pagina FACEBOOK dedicata al film: CLICCA qui.

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La Grande Guerra: in memoriam.

Tanti eroi senza fanfare alla prova delle trincee
Con la Grande guerra l’Italia dimostrò di essere una nazione

Aldo Cazzullo, “Corriere della Sera”,  7 ottobre 2014

Il nonno della guerra non parlava mai. In casa non c’erano diplomi da cavaliere di Vittorio Veneto, medaglie, cimeli. È rimasta la foto in divisa da bersagliere, con le piume di struzzo sul cappello. I ragazzi sloveni che videro arrivare i primi bersaglieri sull’Isonzo, venuti a «liberarli», corsero a chiamare i padri dicendo: «Ci sono le ballerine!». 
Il nonno era un ragazzo del ’99. Fu richiamato dopo Caporetto.  Salì su uno dei treni di cui si cantava: «La tradotta che parte da Torino/ a Milano non si ferma più/ perché va diritta al Piave/ cimitero della gioventù». Qualcosa però era cambiato, rispetto alle stragi dei primi anni di guerra. Non si doveva più avanzare sotto il fuoco nemico in terra slava, per conquistare città in cui nessuno era mai stato e montagne che nessuno aveva mai sentito nominare. C’era da difendere terra italiana, palmo a palmo, per impedire che gli austriaci se la riprendessero tutta. Era un’operazione che ai contadini com’era il nonno, com’erano quasi tutti i soldati italiani, risultava familiare. Non a caso, fu la cosa che fecero meglio in tutta la guerra: difendere la loro, la nostra terra.
Oggi i fanti non ci sono più. La memoria diretta della Grande guerra si è spenta per sempre. Adesso è affidata a noi. Sta a noi figli, nipoti, pronipoti recuperare le loro storie, e raccontarle ai nostri ragazzi. Forse può essere utile a loro e a tutti noi italiani, ora che abbiamo sempre meno fiducia in noi stessi e nel nostro futuro, ricordare che un secolo fa l’Italia fu sottoposta alla prima grande prova della sua giovane storia. Poteva essere spazzata via; invece resistette. Dimostrò di non essere soltanto «un nome geografico», come credevano gli austriaci, ma una nazione. Questo non toglie nulla alle gravissime responsabilità di una classe politica, intellettuale e affaristica che trascinò in guerra un Paese che nella grande maggioranza voleva la pace. Ma aiuta a ricordarci chi siamo, su quali sofferenze si fondano la nostra indipendenza e la nostra libertà; e può essere utile ad alzare lo sguardo su un avvenire che non è segnato né nel bene né nel male, ma dipende soprattutto da noi.
Questo non vale solo per gli uomini. Vale anche, se non soprattutto, per le donne. Di solito la guerra è considerata una roba da maschi. Ma non la Grande guerra. E non soltanto perché sul fronte ci furono crocerossine, portatrici, prostitute, spie, giornaliste, persino soldatesse in incognito. Le donne rimaste a casa dimostrarono di saper fare i lavori «da uomo»: tenere il ritmo alla catena di montaggio, guidare i tram, saldare il metallo, caricare i camion, e anche frequentare l’università, scioperare, reclamare i propri diritti. Al di là della gelata del fascismo, la Prima guerra mondiale dimostrò in tutta Europa che la donna era pronta a uscire di casa per lavorare, rendersi indipendente, costruirsi il proprio destino e contribuire a decidere il destino della nazione. Forse si deve anche a questo imponente fenomeno storico, oltre che all’amore per l’Italia e per la propria famiglia, se la memoria della Grande guerra — come confermano i racconti che mi sono arrivati via Facebook e che pubblico in fondo al libro — è custodita soprattutto dalle donne. Per questo i capitoli alternano storie di uomini e di donne.

La Grande guerra non ha eroi. Non c’è un Annibale, un Cesare, un Alessandro Magno. Altre guerre, per esempio quelle napoleoniche, portano il protagonista nel nome. Il secondo conflitto mondiale è legato al ricordo dei vincitori – Roosevelt, Churchill, Stalin – e dei vinti: Mussolini e Hitler. Oggi nessuno, tranne gli storici, si ricorda di Cadorna o di Hindenburg. Gli eroi, o meglio i protagonisti della Grande guerra, sono i nostri nonni. È la grande massa dei corpi sacrificati alle atrocità della guerra industriale. Sono i feriti, i mutilati, gli esseri rimasti senza volto, talora non in senso metaforico: le gueules cassées , le facce deformate dalle schegge e dalle esplosioni.
Raccontare la guerra con gli occhi di chi l’ha vissuta è una discesa agli inferi. I diari, le lettere, le cartoline restituiscono una sofferenza che oggi non riusciamo neanche a immaginare. Gli assalti inutili. Le decimazioni. I fanti divenuti folli. Rileggere le loro cartelle cliniche è terrificante. In manicomio c’era un soldato che passava le giornate a contare: contare i morti era l’incarico che aveva ricevuto in trincea. Altri chiamavano di continuo la mamma o il papà, vedevano austriaci dappertutto, piangevano nel timore di essere fucilati. Gli stupri: migliaia di donne nel Friuli e nel Veneto al di là del Piave furono violentate, nell’anno in cui un milione di italiani rimase in balia dell’esercito asburgico. Nove mesi dopo Caporetto cominciarono a nascere i primi bambini; e non si sapeva dove metterli. Gli orfanotrofi li rifiutavano, perché non erano orfani. Ma i maschi di casa non volevano tenere «il piccolo tedesco». Si dovette aprire un istituto, a Portogruaro, per i figli della guerra. Cinquantanove donne convinsero i mariti a riprendere il piccolo: «Lo alleveremo come se fosse nostro». Molti di più furono i neonati che morirono per mancanza di latte. Centinaia di madri andavano di nascosto dagli uomini all’istituto, per nutrire o rivedere i figli; fino a quando il direttore non scrisse una lettera straziante: «Non venite più, perché i bambini vogliono venire via con le mamme, e noi cosa gli diciamo?».
Poi ci sono le storie a lieto fine. Che, paradossalmente, sono la maggioranza. Perché i sopravvissuti hanno avuto qualcuno a cui tramandare la loro vicenda. I morti spesso erano ragazzi che non hanno avuto figli e nipoti cui affidare il loro ricordo. Il recupero della memoria della Grande guerra, cent’anni dopo, è un dovere nei confronti dei salvati e più ancora dei sommersi. Perché il mare grande dell’oblio talora restituisce un frammento del grande naufragio — uno scheletro, una fotografia, un racconto di famiglia, un diario di guerra — da cui si indovina la storia di un giovane che cent’anni fa era «alto, bello e ben fatto» come sono oggi i nostri ragazzi.

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“You know Caporetto?”

Ritornavo d’autunno, gli alberi erano spogli e le strade fangose. Da Udine andai a Gorizia su un camion sorpassando altri camion mentre guardavo la campagna. I gelsi erano nudi sulla distesa bruna dei Campi, foglie morte e bagnate stavano sulla strada dove uomini lavoravano a spianare le carreggiate con pietre tolte da mucchi di brecciame, ai lati, fra gli alberi. Vidi apparire Gorizia nella nebbia che nascondeva i corpi delle montagne, attraversammo il fiume e vidi che era alto per la pioggia caduta sui monti. Passammo i cascinali e poi vennero le case e le ville, molte altre case in città erano state colpite. In una via stretta sorpassammo un’ambulanza della Croce Rossa inglese. Il viso del conducente era sottile e abbronzato sotto il berretto. Non lo conoscevo. Smontai dal camion nella grande piazza del Municipio, il conducente mi porse lo zaino e lo misi in ispalla, presi le due valige e mi avviai alla villa. Non era tornare a casa. 
Lungo il viale umido, camminando sulla ghiaia, guardai la villa. Tutte le finestre erano chiuse ma la porta era aperta. Entrai e trovai il maggiore seduto al tavolo, nella stanza nuda, decorata solo di carte topografiche e fogli dattilografati alle pareti. – Oh, buon giorno! – disse. – Come sta? – Era dimagrito e pareva invecchiato. – Bene – risposi. – E qui come vanno le cose? – E’ finito tutto – disse. – Metta giù il bagaglio, si sieda. –
Posai lo zaino e le valige sul pavimento e il berretto sullo zaino, presi la seggiola che restava e sedetti vicino al tavolo. – E’ stata una brutta estate – disse il maggiore. – Lei ora si sente in forze? – Sì. – Avrà ricevuto, spero, i suoi nastrini. – Sì, molto belli. La ringrazio molto. –
Aprendo il cappotto gli mostrai i due nastrini. – E le scatolette con le medaglie? – Quelle no, solo i certificati. – Le medaglie arriveranno dopo. Ci vuole più tempo per le medaglie. – – Ha ordini per me? – Le ambulanze sono tutte fuori. Ce ne sono sei a Caporetto. Conosce Caporetto? – Sì – dissi. Me ne ricordavo come d’una cittadina bianca e d’un campanile in una valle: una cittadina pulita con una bella fontana nella piazza.
– Lavorano lì, ci sono molti ammalati adesso. I combattimenti sono finiti.
[…]
Non risposi, rimanevo sempre imbarazzato dalle parole «sacro, glorioso, sacrificio» e dall’espressione «invano». Le avevo udite anche in piedi sotto la pioggia e quasi fuori di portata dalle mie orecchie, quando solo le parole strillate forte riuscivano ad arrivare, e le avevo lette in proclami incollati ai muri sopra altri proclami, molte volte oramai, e non avevo trovato niente di sacro e le cose gloriose non portavano nessuna gloria, e i sacrifici in realtà avvenivano come nei mattatoi di Chicago: con la differenza che qui la carne andava in sepoltura. Erano molte le parole che non sopportavo più di sentire, e solo i nomi dei paesi avevano ancora dignità, e certi numeri, certe date. Rappresentavano tutto quanto aveva ancora un significato. Le parole astratte: gloria, onore, coraggio o santità sonavano come oscene rispetto ai nomi dei paesi, di numeri delle strade e ai nomi dei fiumi, ai numeri dei reggimenti, alle date.
[…]
Domandai cosa si sapeva della rottura del fronte e rispose d’aver sentito dalla Brigata che gli austriaci avevano sfondato dove stava il ventisettesimo corpo d’armata, più in su, verso Caporetto. Tutto il giorno a nord era infuriata la battaglia. – Se quei bastardi li lasciano passare siamo fritti – disse. – Sono i tedeschi che attaccano – disse un ufficiale medico. La parola «tedeschi» metteva sempre paura. Non volevamo aver a che fare coi tedeschi. – Ci sono quindici divisioni tedesche – continuò l’ufficiale medico. – Hanno sfondato. E ci taglieranno fuori. – La Brigata dice che si deve tenere su questa linea. Dice che la penetrazione non è seria, si potrà resistere su un fronte di montagna dal Monte Maggiore. – Da chi l’hanno saputo? – Dalla Divisione. – Anche la notizia della ritirata veniva dalla Divisione.

E. Hemingway, A farewell to arms [Addio alle armi], 1929

 

A. BARICCO, da MEMORIALE DI CAPORETTO, in Questa storia, Fandango, 2005

Fronte italiano, settembre 1917. Erano in tre. Tornavano alla trincea, ma allargarono un po’ verso il fondovalle perché gli andava di vedere il fiume – l’acqua pulita, e della gente, forse. Ragazze.
C’era il sole.
Cabiria, che aveva gli occhi buoni, vide il corpo affiorare a pelo d’acqua, fare un giro su se stesso e poi incastrarsi in un gorgo di rami e pietre. Veniva giù, il morto, con la nuca e il culo verso il cielo blu – gli occhi a guardare sott’acqua come a cercare qualcosa. Di dimenticato.
Poi lo videro anche gli altri due.
Gente intorno, niente.
Quello che si chiamava Ultimo lasciò cadere lo zaino e disse qualcosa sulle sue scarpe — queste maledette scarpe. Poi tirò fuori della roba dalle tasche, e si mise a masticare. L’altro, che era il più giovane, andò ad accovacciarsi sul greto del fiume. Da lì si mise a tirar sassi verso il morto, e ogni tanto lo prendeva.
— Piantala lì —, disse Cabiria.
Ultimo guardava le montagne indifferenti. Sempre era difficile spiegarsi il mistero di quella silenziosa mansuetudine da animale domestico che non reagiva allo sconcio che gli uomini facevano di lui, piagandolo di guerra bombardata e reticolati, senza rispetto e senza requie. Per quanto ci si dannasse a farne un cimitero, la montagna ristava, incurante dei morti, ricucendo ad ogni ora il dettato delle stagioni, e mantenendo l’impegno a tramandare la terra. Crescevano i funghi, e si spaccavano le gemme. C’erano pesci, nei fiumi, e deponevano uova. Nidi tra i rami. Rumori nella notte. Rimaneva inspiegato quale lezione ci fosse da imparare in quel messaggio muto di inattaccabile indifferenza. Se il verdetto dell’irrilevanza umana, o l’eco di una resa definitiva all’umana follia.
– E piantala lì -, ripeté Cabiria.
– È un tedesco —, disse il piccolo, come se fosse una scusante. Ma aveva ragione. La divisa si vedeva bene, e quello non era un morto austriaco.
Cabiria disse che non c’erano tedeschi da quelle parti, ma lo disse senza convinzione. Guardò meglio, e la divisa era proprio quella dei tedeschi. Ogni tanto una delle scarpe affiorava, e poi se ne tornava sotto.
– Ehi, Ultimo, quello è un tedesco.
Ultimo neanche si voltò. Però fece un gesto che voleva dire Fate silenzio. Gli altri due alzarono gli occhi verso il cielo. Con la mano contro il sole, socchiudevano gli occhi e cercavano.
L’aereo arrivò da dietro il Monte Nero. Sfiorò la cima e scese di quota, imboccando la valle. Era poco più che un ronzio – una mosca lontana.
– Chi si gioca la razione? —, chiese il piccolo.
Cabiria disse che a lui stava bene.
– Austriaco -, disse il piccolo.
– Italiano -, disse Cabiria.
Solitario, là in aria, poteva essere effettivamente l’uno o l’altro. Gli veniva proprio dritto in bocca, e c’era solo da aspettare.
Quando si abbassò ancora di quota, il piccolo si tolse dal greto e fece qualche passo verso gli alberi. Aveva ancora addosso il sorriso della scommessa, ma l’occhio guardava vigile in aria, e controllava distanza e intenzioni.
– Ti pisci addosso, eh, piccolo? -, disse Cabiria. E rise grasso.
Il piccolo gli fece un gesto che non voleva dire niente. Si fermò a metà strada tra il fiume e gli alberi.
E che la paura degli aerei non la conoscevano ancora. Erano gli occhi dal cielo, per spiare trincee e postazioni di artiglieria.
Erano astuzia, ma ancora non erano forza. Non portavano morte, se mai presagi. Insetti svolazzanti intorno alla carogna poco più che un fastidio.
Un colpo di vento scosse il trabiccolo di legno e lo fece un po’ sghembare. Nello sghembare mostrò il fianco, e allora si lesse la croce nera dell’imperial-regio esercito nemico.
– Molla la razione -, disse il piccolo.
Cabiria sputò per terra. Poi imbracciò il moschetto.
Per capire: solo nel 1915 i tedeschi avevano messo a punto un sistema per sincronizzare lo sparo di una mitragliatrice, sistemata a prua, e l’elica che le ruotava davanti. Il marchingegno aveva del miracoloso. I proiettili invece di sforacchiare l’elica e far precipitare tutto quanto, sgusciavano in mezzo a quel gran roteare e andavano a colpire lontano. Avresti detto che era la pala di legno, a sparare, in un qualche modo che non sapevi. E invece c’era il trucco. Francesi e inglesi ci misero un po’ a impararlo.
Sincronizzare mitragliatrice ed elica: a voler evitare guai, si dovrebbe avere una cosa del genere per tenere insieme uccello e cuore, dissero. Perché la guerra ancora non li aveva ammutoliti.
Quando l’aereo gli passò sopra, a bassa quota, Cabiria sollevò il moschetto e sparò due volte, e poi una terza, quando ormai se n’era andato.
– Crepa! -, gli gridò dietro. E si immaginò i due proiettili entrare nel legno secco della fiancata, come viti luccicanti nella nervatura di una cassa di violino. E il terzo perdere spinta nell’aria blu dell’alta quota, fino a diventare leggero come un respiro, e infine immobile, per una frazione di secondo, stupefatto dalla perdita di qualsiasi peso.
L’aereo piegò a sinistra e iniziò a disegnare senza fretta una larga virata di ritorno.
— Che diavolo fa? —, disse Cabiria.
— Quello torna -, disse il piccolo, che non rideva più.
L’aereo si lasciò scivolare sotto la pancia il fianco della montagna e si raddrizzò solo quando li ebbe giusto davanti a sé, come un bersaglio. Il vento lo scuoteva, ma erano aggiustamenti di una calma senza rimedio. Iniziò ad abbassarsi.
Cabiria e il piccolo presero a bestemmiare e corsero verso gli alberi.
– Ultimo! vieni via da lì! Ma Ultimo se ne stava in piedi, immobile, con gli occhi fissi all’aereo. Continuava a masticare, e intanto riepilogava a bassa voce: — Fokker Eindecker E. 1, motorizzato con un nove cilindri da 100 cavalli.
– Ultimo! la madonna, vieni via! Quando volano in pattuglia sono in genere armati di piccola bocca da fuoco a prua. Ma l’aereo solitario indica fuori da ogni dubbio un volo di ricognizione. Probabilmente equipaggiato con un apparecchio Kodak per fotografìe da alta quota. Poi alzò un po’  la voce: – Datti una pettinata, Cabiria, che c’è il fotografo.
Cabiria aveva gli occhi buoni, guardò verso l’aereo e vide uscire un braccio dalla carlinga. Poi vide spuntare la testa del pilota. Sporgersi di fianco, per mirare. Alla fine vide anche la pistola, stretta in pugno.
Corse allo scoperto, e si gettò su Ultimo. Finirono a terra e lui se lo tenne sotto mentre il motore dell’aereo, a volo radente, gli raschiava l’aria sopra la schiena. Aveva gli occhi chiusi quando gli parve di sentire gli scatti metallici di tre spari, e forse il sibilo di un proiettile, a una spanna dalla testa.
Rimasero un po’ così. Poi Cabiria aprì gli occhi. L’aereo ronzava lontano. Ultimo stava ridendo.
– Non farlo più, stronzo -, disse Cabiria senza muoversi.
Ultimo continuava a ridere.
– Stronzo -, disse Cabiria.
Se ne andarono quasi subito, perché la storia dell’aereo gli aveva rovinato il gusto per il fiume, la luce, e tutto quanto.
Camminavano uno dietro l’altro, con il piccolo che faceva strada. Il morto era ancora là, impigliato tra la corrente e quel groviglio di rami e pietre. Continuava a cercare sott’acqua qualcosa, ma proprio non c’era verso. Non era giornata, per il tedesco.
– Che ci fa da ‘ste parti? -, chiese a un certo punto Ultimo.
– Un tedesco non dovrebbe essere qui.
– Neanch’io dovrei essere qui -, disse Cabiria.
Ma quella fratellanza di uomini in guerra non l’avrebbero trovata mai più. Era come se remote ragioni del cuore si fossero schiuse per loro sotto la cova della sofferenza, scoprendoli capaci di sentimenti miracolosi. Senza dirlo, si amavano, e questa gli sembrava, semplicemente, la parte migliore di sé: la guerra l’aveva liberata. Era d’altronde proprio ciò che erano andati a cercarsi, ognuno a modo suo, compiendo quel gesto oggi incomprensibile che era stato volere la guerra, e, in molti casi, andare volontariamente alla guerra. Tutti avevano risposto, d’istinto, a una precisa volontà di fuga dall’anemia della loro gioventù volevano che gli si restituisse la parte migliore di sé. Erano convinti che esistesse, ma che fosse ostaggio di tempi senza poesia.
Tempi di mercanti, di capitalismo, di burocrazia – alcuni iniziavano già a dire: di giudei. Loro avevano in mente qualcosa di eroico, e comunque di intenso, e in ogni caso di speciale: ma seduti pigramente al caffè vedevano passare i giorni senza altro obbligo che quello di essere disciplinate macchine tra le nuove macchine, in vista di un comune progresso economico e civile.
Per questo noi oggi possiamo guardare increduli le foto di quegli uomini che si alzano dal tavolino e abbandonando bicchierini di blandi alcolici corrono all’ufficio di leva, sorridendo all’obbiettivo, con la sigaretta ai labbri, e nelle mani, sventolata, la prima pagina di giornali che annunciavano la guerra – una guerra che poi li avrebbe maciullati, nel più orribile e metodico dei modi, con una pazienza che nessuna ferocia bellica, prima, aveva uguagliato. In un certo senso, cercavano l’infinito. Volendo riassumere la tragedia di quegli anni, si potrebbe dire che fu la mancanza di fantasia a distruggerli – non si era immaginato niente di meglio che la guerra, per accelerare il battito dei cuori.
Era tutto quel che c’era. […]

Carlo Fruttero e Massimo Gramellini, LA PATRIA, BENE O MALE. Almanacco essenziale dell’Italia Unita (in 150 date), Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 2010

24 ottobre 1917

Una caporetto

Il maresciallo Erwin Rommel, che nella seconda guerra mondiale sarà la «Volpe del deserto», nella prima è il giovane capitano di un battaglione di alpini tedeschi incaricato di attraversare la linea del fronte e penetrare il più possibile nelle retrovie nemiche. I suoi uomini affondano per trenta chilometri in territorio italiano e si ritrovano a Caporetto, alle spalle di un esercito in fuga. Il nostro. Sono testimoni di uno spettacolo imbarazzante persino per loro: soldati che intasano le strade, che gettano le armi, che si arrendono al primo tedesco di passaggio. Lo stesso Rommel viene portato in trionfo da chi avrebbe dovuto sparargli addosso, al grido di «Viva l’Austria e la Germania!». Più che una ritirata, sembra una sfilata pacifista.
Il fascismo se ne servirà per avvalorare una delle dietrologie in cui siamo maestri: Caporetto andrebbe imputata ai «disfattisti» cattolici e socialisti, che hanno contaminato il morale delle truppe, altrimenti eroiche fino al fanatismo. Secondo questa teoria assai ardita, lo spirito della trincea sarebbe fedelmente illustrato dalle gesta di Enrico Toti, il bersagliere ciclista che nella patria degli imboscati è riuscito a farsi mandare in guerra nonostante avesse una gamba sola ed è morto in un assalto al monte Sei Busi, lanciando la sua stampella contro il nemico. Per fortuna il tempo farà giustizia di certe ricostruzioni di comodo. Se Caporetto è una caporetto, lo si deve anzitutto ai comandi militari, che non credono a un’offensiva austrotedesca nemmeno quando ne vengono a conoscenza dagli interrogatori di alcuni prigionieri. E non vi credono perché l’idea di uno sfondamento concentrico in uno spazio ristretto cozza con la loro visione elefantiaca della guerra, fatta di trincee disseminate lungo un fronte sterminato (settecento chilometri dalle Dolomiti alla foce dell’Isonzo!) e di assedi estenuanti alle cime dei monti, quelle pietraie che ricopriamo per anni con centinaia di migliaia di cadaveri.
La breccia in cui si infilano gli alpini di Rommel è anche e soprattutto una breccia
morale. Ma a crearla non è il «disfattismo» della politica, bensì quello della trincea. Con l’eccezione degli alpini, i soldati italiani non sono abituati ai ritmi sfiancanti della guerra di posizione. L’unico generale capace di portarli alla vittoria era stato Garibaldi, che andava all’assalto di slancio come un pirata. Il fante della prima guerra mondiale ha visto spegnere il suo entusiasmo iniziale nei lunghi inverni di guerra e nelle dodici inutili carneficine dell’Isonzo (dal Carso a Sabotino, fino all’ultima sulla Bainsizza, costata centomila vite) in cui lo ha scaraventato il generalissimo Cadorna, piemontese tutto d’un pezzo col culto della disciplina e l’elasticità di un obelisco.
È, il nostro, un soldato-contadino, annoiato dalla vita di trincea e gonfio di rancore verso l’operaio rimasto in fabbrica per produrre armi, che a lui sembra più che altro un imboscato. Quando arriva Caporetto, non pensa sia una caporetto, ma una licenza-premio per tornare finalmente a casa.

Battle_of_Caporetto


Per non dimenticare. E perché non accada mai più

Ungaretti&Rommel. I due sentieri


È il centenario del primo conflitto mondiale e il 24 ottobre la ricorrenza della sconfitta di Caporetto
Il Friuli Venezia Giulia offre visite nei luoghi dello scontro e itinerari sulle tracce dei personaggi che hanno combattuto, anche su fronti opposti

Andrea Selva, “La Repubblica”,  7 ottobre 2014

Il tenente Erwin Rommel e il fante Giuseppe Ungaretti. Avevano 26 e 29 anni nel 1917, quando furono protagonisti senza mai incontrarsi – delle battaglie sul fronte italo-austriaco della Grande Guerra. Rommel cercava la gloria, Ungaretti la patria a cui – nato in Egitto – voleva dimostrare di appartenere. Quella di Rommel è una storia di azione: 150 chilometri in due settimane, combattendo dai confini italiani fino a Longarone, attraverso il Friuli. Quella di Ungaretti fu una lunga attesa nelle trincee del Carso.
Era l’autunno di Caporetto. In Germania lo chiamano “il miracolo” e lo studiano sui libri di scuola, in Italia si chiama “la disfatta” e per anni nessuno ne ha parlato volentieri. Ci ha pensato Alessandro Baricco a raccontare nel Memoriale di Caporetto questa storia che dice molto dell’Italia e degli italiani. È la storia di migliaia di soldati come Ungaretti che fronteggiarono il nemico per anni e quando lo videro arrivare alle spalle (Rommel) gettarono il fucile pensando che la guerra fosse finita. Può capitare – di gettare il fucile – quando combatti una guerra che non senti tua, perché sei nato in Sicilia (e l’Austria nemmeno sai dov’è) e sei agli ordini di superiori a cui non riconosci (più) autorità.
Una storia che si può leggere sul territorio, paesi, corsi d’acqua, strade e sentieri. Oppure partecipando alle iniziative del Friuli per i cent’anni e scoprire l’archeologia di guerra a Redipuglia, la galleria dei cannoni nel monte Brestovec, le trincee di Monfalcone e sul monte San Michele. In inverno partiranno le escursioni storiche notturne. Oppure si possono utilizzare le memorie di Rommel come guida. Si parte dalla Slovenia, dove Caporetto si chiama Kobarid. Si sale sul monte Mrzli Vrh, vicino al Matajur, dove il tenente tedesco ricorda: “Dal nemico ci separano ormai solo centocinquanta metri. I soldati (italiani) si precipitano verso di me sul pendio trascinando con loro gli ufficiali che vorrebbero opporsi. Gettano quasi tutti le armi. In un baleno sono circondato e issato sulle spalle italiane. “Viva la Germania”, gridano mille bocche. Un ufficiale italiano che esita ad arrendersi viene ucciso a fucilate dalla propria truppa. Per gli italiani la guerra è finita”.

Dai monti, il percorso di Rommel scende in pianura, lungo la valle del Natisone fino a Cividale, quindi attraverso i torrenti friulani che visti d’estate sembrano larghissime pietraie, ma in quell’autunno piovoso erano ribollenti d’acqua e difficili da attraversare. Il torrente Torre e il fiume Tagliamento. E poi Ragogna, il Ponte di Cornino, Travesio e Meduno. Di nuovo in montagna in quello che ora è il parco naturale delle Dolomiti friulane, lungo la strada costruita dagli alpini attraverso forcella Clautana, Erto e infine giù in discesa, correndo sulle biciclette pieghevoli abbandonate dai bersaglieri, fino a Longarone.
Nella gola del Vajont c’era il ponte più alto d’Italia: 134 metri d’altezza, il ponte di Colomber. Ora non c’è più, venne sommerso dall’acqua del grande bacino che il 9 ottobre del 1963 precipitò a valle seminando la morte. Ma questa è un’altra storia. Rommel passò su quel ponte con i suoi uomini per scendere a Longarone e fermare le truppe italiane che scendevano dal Cadore: “Pochi soldati”, si legge nel suo diario, “si sono visti offrire durante la Guerra mondiale quanto ora a noi si offre nella valle del Piave: migliaia di nemici che si ritirano in una valle non troppo larga, ignari del pericolo che li minaccia sul fianco. I nostri fucilieri non stanno nella pelle”. Ecco la guerra.
La stessa che Ungaretti, stanziale nelle trincee del Monte di San Michele, nel Carso, più a sud, descriveva così: “Un’intera nottata / buttato vicino / a un compagno / massacrato / con la sua bocca / digrignata / volta al plenilunio / con la congestione / delle sue mani / penetrata / nel mio silenzio / ho scritto / lettere piene d’amore / non sono mai stato / tanto /attaccato alla vita”.
Ecco cosa pensava il fante-poeta dell’esercito italiano: “Arrivato al mio 19° Fanteria m’accorsi che nell’esercito non c’era coesione: tra i diversi gradi della gerarchia e soprattutto fra truppa e ufficiali c’era un abisso”. Arriverà la riscossa del Piave a restituire l’onore agli italiani.

I luoghi. Udine, dove nel 1916 fu stampato Il porto sepolto: 80 copie di una raccolta dei versi di Ungaretti, oggi rarissima. Il Carso, questo altopiano roccioso spazzato dalla Bora d’inverno e arso dal sole in estate. Il poeta ci tornò una volta sola, nel 1966. Aveva 78 anni e scrisse: “Ho ripercorso qualche luogo del Carso, quella pietraia a quei tempi resa, dalle spalmature bavose di fanga colore del sangue già spento, infida a chi, tra l’incrocio fitto delle pallottole, l’attraversa smarrito nella notte. Oggi il rigoglio dei fogliami la riveste. È incredibile, oggi il Carso appare quasi ridente. Pensavo: il Carso non è più un inferno, è il verde della speranza”.

ALTRE LETTURE e APPROFONDIMENTI:

Antonio Franchini, Gli ultimi due italiani di Kobarid, in La storia siamo noi, Neri Pozza, 2008

P. RUMIZ, Il nemico a passo di valzer, “La Repubblica”, 13 agosto 2013

“Il tempo e la storia”, un programma a cura di RAISTORIA: Caporetto. CLICCA QUI.

Caporetto e l’Isonzo, Reparto fotocinematografico dell’Esercito

 

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Grande guerra. Scrittori sotto le bombe.

Mario Isnenghi, Viaggio nella letteratura di guerra. Cronaca, inquietudini e aneddotica da D’Annunzio a Gadda, passando per Ungaretti e Comisso, “Corriere della Sera”, 28 giugno 2014

Pesiamo la letteratura di guerra. Dimostriamoci volonterosi, rispettosi della leggerezza dell’essere. Dunque, in termini di categorie, quali e quanti pesi massimi? Pochi dubbi: per la prosa, due: Gabriele D’Annunzio per il Notturno (non tutto D’Annunzio, il Notturno, scritto nel 1916 e pubblicato nel ’21) e Carlo Emilio Gadda, per Il Castello di Udine (1934) e il Giornale di guerra e di prigionia, più tardo. Resisto alla voglia – faziosa , troppo personale – di metterci anche Un anno sull’Altipiano, di Emilio Lussu (1938), ma è un capolavoro anche questo, diciamo da medio-massimo, continuando a sfumare e a scherzare. Qui sul confine piazzerei anche l’arioso e diversissimo Giorni di guerra, del trevisano Giovanni Comisso, coevo di Gadda, Stuparich, Alvaro. Ma dove rubricare Rubé e Guerra del ’15? Sono opere di spicco il romanzo del siciliano G. A. Borgese (1921) e il diario del triestino Giani Stuparich, irredento volontario di guerra e medaglia d’oro (1931). Non vorrei precipitare fra i pesi leggeri, mettiamo fra i medi il mio amato Con me e con gli alpini, del «valdese» Piero Jahier.

È buttato giù, fra pamphlet e denuncia, l’instant book Viva Caporetto! di Kurt Suckert, poi Curzio Malaparte, come anche il libro s’è furbescamente ridenominato La rivolta dei santi maledetti, al suono delle vetrine di libraio infrante dai nazionalisti incapaci di andare al di là dei titoli, benché l’autore sia stato un volontario giovanissimo (e del resto, fascistone lui pure, e di quelli tosti: perché far fuori solo Matteotti e non anche Benedetto Croce, visto che ci siamo?). Anche Ardengo Soffici, con Kobilek –il monte attorno a cui incentra il suo Giornale di una battaglia (1918)– non meriterebbe di finire confuso nel gruppone;  Soffici è un «dono» – proclama Renato Serra, che di stile se ne intende; e che ha dato – prima di morire sul Podgora, già nel ’15 – un capolavoro di introspezione psicologica dell’andare in guerra, fra inquietudini e dilemmi esistenziali, con l’Esame di coscienza di un letterato, uscito su La Voce, la rivista fiorentina di Giuseppe Prezzolini a cui rimandano tanti dei nomi (perché lì son nati sia i futuri fascisti che i futuri antifascisti – si gloria Prezzolini – da Amendola allo stesso Mussolini). Ma la voglia di dar forma alla grande esperienza della guerra non viene solo dagli ambienti dei giovani intellettuali vociani – che sono in effetti un cantiere diaristico, dove si apprende a dire «io», guardarsi attorno e giudicare di uomini e cose -, ma anche da altri ambienti di scrittura più andante. Un piccolo classico è per esempio Le scarpe al sole, il prontuario narrativo di vita degli Alpini – tipizzati, immessi nella aneddotica e nella affabulazione di una affettuosa ed umile epica popolare – procurato nel 1921 dal giornalista Paolo Monelli. È lui – con il più appartato Jahier di Con me e con gli alpini e con il «barba Piero», ancora Jahier, su L’Astico. Giornale delle trincee diffuso nel 1918 nella Prima Armata – uno degli inventori e propagatori della «alpinità»: il tipo di soldato, l’Alpino, che è maggiormente presente nel canone grigio-verde sia della prima che della seconda guerra, dove eccelle con Rigoni Stern e Nuto Revelli.

Tralasciamo i termini da palestra, dopo aver constatato la fatica di stipare in categorie gerarchiche una tipologia di testi che hanno moventi e intenti vari, e anche extra-letterari. Perché, in effetti, si scrive alla guerra? Mica scrivono solo gli scrittori o gli aspiranti scrittori, anzi i non -scrittori – gli autori di un solo libro, o neppure quello perché rimane manoscritto – sono la costante di una mobilitazione scrittoria dell’uomo comune propiziata dalla rottura della normalità in cui consiste lo stare alla guerra. Si scrivono – lettere, tutti, ma anche diari, in molti – per non morire, per non perder pezzi di sé, per campare e sopravvivere come «io» nella macchina spersonalizzatrice della guerra e nel tedio infinito della trincea. L’arte? L’arte è un optional, ce la vedranno dopo – o non ce la vedranno – i critici. Per ora la parola scritta ha funzioni pratiche, tiene insieme l’io di chi scrive, ma prova anche a dare un «morale» ai reparti, visto che molte parole – scritte o parlate – nascono dagli ufficiali del Servizio «P», che si sforzano di comunicare la volontà di resistere e di vincere ai contadini soldati.

G. D’Annunzio a Grado

Per ogni testo giunto alla stampa, infiniti altri rimangono affidati a fogli compilati a matita o a penna, chi ce l’aveva, e ora riemergono, all’insegna di quella che trent’anni fa è stata chiamata la scrittura popolare, comprensiva di uomini e donne, la figura del combattente e i civili che lo circondano. Dicono gli studiosi di sociologia militare che, per ogni soldato che combatte armi alla mano, servano non meno di altre sette persone che lo mettano in condizione di combattere. Aggiungiamo allora l’humus, il passato e l’indotto civile che tiene su il combattente: le donne di casa, magari il parroco o il cappellano militare, le crocerossine incontrate negli ospedaletti che ha frequentato da ferito, le madrine di guerra che gli hanno scritto mandandogli parole di conforto e indumenti di lana. Di una di queste è stato appena ricuperato un buon romanzo:Vigilie (1914- 1918) (1919) della trevisana-roveretana Antonietta Giacomelli, personaggio di autonomo spessore, già vicina al modernismo e alla prima democrazia cristiana, per la disperazione di Pio X. Non è detto che il relazionarsi di questo mondo variegato della guerra non possa anche offrire contenuti in una dimensione d’arte, ma certo prevale la dimensione esistenziale o civile. Ecco perché – reso omaggio ai grandi testi letterari, in prosa o in versi, da D’Annunzio e Gadda a Ungaretti e Rebora – sottolineiamo, nel brulicante repertorio di cioè che chiamiamo letteratura e memorialistica di guerra, le virtù terapeutiche della scrittura: e sia nel senso, primario, di arginare il rischio dell’io di franare nel non-io, sia nel senso utilitario di fare «assistenza» alle truppe, in quel Servizio «P» in cui lavorano nell’ultimo anno della guerra i professionisti della parola, scritta e parlata. È proprio un’altra stagione, perché gli intellettuali di riferimento di Cadorna, nella prima stagione della guerra, sono i cappellani, fra cui p. Agostino Gemelli – medico – frate – psicologo – teorizza una terapia contraria: i suoi studi sul contadino-soldato lo portano infatti ad argomentare che, meno si è in grado di pensare, e più si sopravvive nella vita degradata della trincea: l’analfabetismo sarebbe paradossalmente un bene, l’apatia, lo spossessamento di sé, l’alienazione il frutto naturale dello stato in guerra; e quelli che meno vi si adeguano sono i più acculturati e consapevoli fra i militari. L’incoscienza è risorsa. Questa cruda visione da Ancien Régime nega in radice le ragioni per cui, invece, in tanti – neo-illuministi – cercano invece di opporre un senso al non-senso. Come il doverista Jahier, in servizio di istruzione non solo militare, e persuaso di imparare, da questi uomini della montagna, almeno quanto gli sta insegnando lui.

I singoli autori possono scrivere in qualunque data; ma è fra Caporetto e Vittorio Veneto che la scrittura si moltiplica e trova spinte e concause sociali. Intanto, c’è da capire che cosa sia veramente avvenuto; nessuno lo sa, ma in molti si provano a raccontarlo costruendo scenari ideologici e sociali (fra i più intuitivi Comisso, con le sue pagine su Caporetto vacanza in Giorni di guerra); e poi parte integrante di ciò che accompagna la resistenza al Piave è la ripresa di protagonismo dei professionisti della parola, della pedagogia, del giornalismo, della storia. L’esercito di Diaz vive una rinnovata stagione di «pensiero e azione». Ecco perché – tirando le fila del discorso – si può ritenere che un punto alto della letteratura di guerra sia un volume a molte voci allestito da Prezzolini già alla fine del ‘17 – guerra durante – e alimentato sino alla conclusione per uscirne immediatamente a ridosso, nel ’19. È un diario collettivo, il diario del popolo italiano alla guerra . L’ex-factotum della Voce si sentiva mezzo imboscato nel compiere il suo servizio militare –a poco più di trent’anni, che è l’età dei Vociani – in una preziosa struttura di servizio, che è lo «Storiografico»: si trattava di fare storia dell’immediato lavorando a futura memoria, raccogliendo subito, dal vivo, con intraprendenza e fantasia, i documenti più vari dell’essere in guerra. Anche il grande storico nazional-fascista Gioacchino Volpe ci lavora e quei materiali gli consentiranno poi di scrivere i suoi libri sul popolo italiano in guerra, in chiave di storia sociale e culturale. Moderno ci appare anche il rispecchiamento messo insieme da Prezzolini: ci sono , con documenti e testimonianze, i soggetti più vari, molti intellettuali, certo, ma anche qualche voce meno acculturata, le donne oltre che gli uomini, i civili oltre che i militari, le prose, i versi, i canti, la propaganda.

Bambini giocano ai soldati

E’ «letteratura di guerra» anche questa, se accettiamo che le siano connaturate spinte e valenze extra-artistiche. Non è «letteratura pura», anzi è «impura» per definizione. Gadda, che rimugina e scrive e riscrive i suoi verbalmente calcolatissimi testi, manda fuori il primo in piena prosa d’arte, quando domina la scena il formalismo del frammento ben tornito. Il gusto dell’epoca c’è anche per lui, ma gli sta stretto , vuole esprimere le sue nevrosi e frenesie di interventista intervenuto e profondamente deluso dall’ambiente, tanto inferiore alle attese del suo rigorismo,che aspirerebbe a vedere tutto e tutti in tensione. Nel Giornale di guerra e di prigionia la feconda infelicità dell’ingegnere si sposa alla amarezza di essere finito tra i vinti di Caporetto: lui amante della patria, lui intemerato uomo d’ordine, confuso e svilito fra gli accidiosi e ambigui figuri sospettati di aver gettato le armi senza opporre resistenza, nell’ora suprema della prova, quando la tensione di tutto l’essere dovrebbe innalzare l’uomo dabbene al di sopra di se stesso. Anche il vitalissimo D’Annunzio – l’altro polo rispetto all’abulia che insidia a tratti Gadda – è spento e recluso, prigioniero non degli Austriaci, ma dei medici, che lo inchiodano al suo letto-bara nell’intento di salvargli almeno un occhio, dopo che uno lo ha perso in un incidente aereo. Notturno è questo: un diario scritto al buio, sulle strisce di carta preparate, srotolate e rese decifrabili da Renata, affettuosa e silente presenza filiale. Siamo nella Casetta Rossa sul Canal Grande. La vita piena è prima e – noi lo sappiamo – dopo quella sosta angosciosa popolata di fantasmi e di gesta.

 

Il modo d’essere del mio sistema cerebro-spinale durante e dentro la guerra fu cosa a tal segno lontana dalle comuni, che credo possa giustificare il tentativo d’un breve resoconto materiato di fatti, i quali appariranno essere verità strane ed orride: e cionondimeno verità.

C. E. Gadda, Impossibilità di un diario di guerra, in Il castello di Udine, 1934

PER APPROFONDIRE: http://www.itinerarigrandeguerra.it/

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Come nasce una guerra?

FranzAssassinationLoop

Alessandro Barbero, Quasi quasi ti faccio una guerra, “La Stampa”,  28 agosto 2014

Dal primo al secondo conflitto mondiale, a quello delle Falkland. I documenti declassificati consentono di capire come sono scoppiati. E saperlo può essere scioccante

Secondo il rapporto di un centro studi americano, in questo momento solo undici paesi al mondo sono completamente estranei a qualunque coinvolgimento bellico. La frequenza delle insurrezioni e delle operazioni di peace-keeping spiega l’allarme di papa Francesco, secondo cui la terza guerra mondiale è già cominciata. In questo mondo che ogni giorno guarda alle ultime notizie dall’Ucraina o dall’Iraq chiedendosi quali saranno le conseguenze, è interessante osservare il comportamento dei politici nelle grandi crisi del passato; in particolare di quei politici che nell’ultimo secolo hanno davvero portato i loro paesi in guerra.
Studiare i giorni convulsi che precedettero lo scoppio delle due guerre mondiali, nel 1914 e nel 1939, e anche dell’unica guerra combattuta dopo di allora fra due paesi occidentali, la guerra delle Falkland del 1982, è un’esperienza molto istruttiva. Perché col passare degli anni i documenti riservati, e anche molti che all’epoca erano considerati segretissimi, sono stati messi a disposizione degli storici. Noi oggi possiamo leggere i commenti personali scarabocchiati dal kaiser Guglielmo II sui telegrammi da Londra («Gli inglesi sono dei farabutti!»), la reazione del ministro degli esteri Galeazzo Ciano alla scoperta che i tedeschi avevano già deciso di fare la guerra senza dirlo a Mussolini («Ci hanno ingannato e mentito»), il diario del principale consigliere di Ronald Reagan durante la crisi delle Falkland («Le isole Falkland! Mai sentite, vero? Neanch’io, fino a ieri sera»).
Quando dico che i documenti sono a disposizione degli storici, intendo dire che sono a disposizione di tutti. Si trovano su Internet, a patto di cavarsela coll’inglese, già ordinati in ricchissimi dossier; anche quelli della guerra delle Falkland, che sembra ieri, e invece sono passati più di trent’anni e il governo britannico ha declassificato, come si dice, i documenti segreti. E così oggi sullo straordinario sito della Fondazione Margaret Thatcher si trova tutto, dalle trascrizioni delle telefonate con Reagan fino ai verbali scarabocchiati a matita delle riunioni dei deputati conservatori (Lord Onslow: «Affondiamogli tutta la flotta!»). In altre parole, noi sappiamo del kaiser e dello zar, di Hitler e di Mussolini, di Reagan e della Thatcher quello che non sappiamo, per ora, di Obama e di Putin: come parlavano davvero, cosa si dicevano in privato, cosa annotavano nei loro diari. L’esperienza, a seconda del punto di vista, può essere rassicurante o scioccante: i padroni del mondo sono persone qualunque, perdono la testa e si arrabbiano, decidono sull’impulso del momento, poi ci ripensano, si preoccupano di cosa penserà la gente, hanno paura di perdere la faccia, sperano che gli altri siano ragionevoli, sperano che succeda qualcosa a tirarli fuori dai guai, e quando tutto va a finire male dichiarano che loro non c’entrano, è colpa della fatalità (il cancelliere tedesco, Bethmann-Hollweg, il giorno prima di dichiarare guerra alla Russia nel 1914: «Tutti i governi, compreso quello russo, e la grande maggioranza dei popoli erano per sé stessi pacifici; ma il sasso ha cominciato a rotolare…»).
Ma una cosa li accomuna tutti: non vorrebbero la guerra, però sono disposti a correre il rischio. Bisogna punire uno Stato canaglia che fomenta il terrorismo: è l’opinione diffusa in Austria dopo l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo per mano di terroristi serbi, e qui sarà il caso di ricordare che se a noi l’assassinio di un arciduca può sembrare meno grave che non l’abbattimento di due grattacieli e la morte di tremila persone, per i politici del 1914 era enormemente più grave. Bisogna punire lo Stato canaglia per difendere la civiltà e perché l’opinione pubblica lo pretende (Sigmund Freud, a Vienna, alla notizia della dichiarazione di guerra alla Serbia: «Tutta la mia libido è rivolta all’Austria-Ungheria»), e si è disposti a correre il rischio che la guerra si allarghi e diventi mortale, anche perché sotto sotto non ci si crede. Oppure: bisogna mostrare che la Germania è forte e risolvere con la forza il litigio con la Polonia, e si è disposti (almeno Hitler lo era, nel 1939) a correre il rischio che la guerra si allarghi e diventi mondiale, anche perché sotto sotto si è convinti di farla franca un’altra volta: dopo tutto, le potenze democratiche hanno permesso alla Germania nazista di mangiarsi l’Austria e la Cecoslovacchia, perché dovrebbe essere diverso stavolta?
E infine: bisogna salvare il regime e compattare un popolo scontento, schiantato da un’inflazione al 600%, invadendo le Falkland, anzi le Malvinas, come le chiamano in Argentina, quelle Malvinas che da centocinquant’anni tutti gli scolaretti argentini imparano a desiderare come gli italiani desideravano Trento e Trieste. In quel caso non si può neppure parlare di un rischio calcolato: i generali argentini erano sicuri che la Gran Bretagna non avrebbe reagito, e che il loro buon amico Ronald Reagan li avrebbe protetti. Dopo tutto, solo pochi mesi prima il presidente americano aveva accolto alla Casa Bianca il dittatore argentino Galtieri, e lo aveva chiamato «un magnifico generale» per il suo zelo anticomunista. Non sapevano, come sappiamo noi, che «Ron» aveva già scritto alla «dear Margaret» garantendole che se le cose si mettevano male gli Stati Uniti l’avrebbero sostenuta. Non lo sapevano, però avrebbero potuto immaginarlo: come scrisse poi impietosamente l’Economist nel necrologio del generale Galtieri, «forse qualcuno dei suoi compatrioti poteva perdonarlo per la sua spietatezza, ma non per la sua stupidità». E dunque è così che scoppiano le guerre: quando qualcuno decide di correre un rischio. Finché la terza guerra mondiale non è ancora scoppiata, è sui rischi impliciti in ogni mossa dei leader che l’opinione pubblica dovrebbe meditare, se vuole provare a capire qualcosa.

Paul KrugmanQuei calcoli sbagliati alle origini dei conflitti, “La Repubblica”, 28 agosto 2014

È PASSATO un secolo dall’inizio della prima guerra mondiale, quelli che molti all’epoca definivano «la guerra che avrebbe messo fine a tutte le guerre». Sfortunatamente, le guerre hanno continuato a scoppiare. E con le notizie dall’Ucraina che diventano più preoccupanti ogni giorno che passa, sembra il momento giusto per chiedersi perché.
Un tempo le guerre venivano combattute per divertimento e per profitto: quando Roma invase l’Asia Minore, o quando la Spagna conquistò il Perù, l’obiettivo era solo mettere le mani su oro e argento. E succede ancora adesso. In una famosa ricerca finanziata dalla Banca mondiale, l’economista di Oxford Paul Collier ha dimostrato che il miglior indicatore di rischio di una guerra civile, evento fin troppo comune nei Paesi poveri, è la presenza di risorse saccheggiabili come i diamanti. Tutte le altre ragioni che i ribelli adducono per le loro azioni sembrano essere più che altro razionalizzazioni a posteriori. Nel mondo preindustriale la guerra era, ed è ancora, una contesa tra famiglie criminali per il controllo del racket più che una battaglia per i principi.
Se invece siete una nazione ricca e moderna, la guerra — anche quando è facile e vittoriosa – non paga. E questo ormai da parecchio tempo. Nel suo famoso libro del 1910, La grande illusione , il giornalista inglese Norman Angell sosteneva che «la potenza militare è irrilevante sul piano sociale e sul piano economico». Come faceva notare, in un mondo interdipendente (che già esisteva all’epoca delle navi a vapore, delle ferrovie e del telegrafo), la guerra infligge inevitabilmente pesanti danni economici anche al vincitore. Senza contare che è molto difficile estrarre uova d’oro da economie avanzate senza finire per ammazzare la gallina.
Potremmo aggiungere che la guerra moderna è costosa, costosissima. Per esempio, secondo le stime, i costi finali (includendo cose come l’assistenza ai veterani) della guerra in Iraq finiranno per superare largamente i mille miliardi di dollari, molte volte di più dell’intero Pil iracheno.
Insomma, la tesi della Grande illusione era vera: le nazioni moderne non possono arricchirsi con la guerra. Eppure le guerre continuano a scoppiare. Perché?
Una risposta è che i leader forse non sanno far di conto. Angell, tra l’altro, spesso è stigmatizzato (ingiustamente) da gente convinta che con il suo libro avesse previsto la fine della guerra. In realtà lo scopo del giornalista inglese era, al contrario, quello di sfatare i concetti atavici, ancora molto diffusi ai suoi tempi, sulla ricchezza apportata dalle conquiste militari. E le illusioni di vittorie facili sono un fenomeno che vediamo all’opera ancora oggi. È solo una supposizione, ma mi sembra verosimile che Vladimir Putin avesse pensato di poter rovesciare facilmente il governo ucraino, o almeno impadronirsi di una grossa fetta del suo territorio, con poca spesa: un po’ di aiuti sottobanco ai ribelli e il bottino gli sarebbe caduto in grembo. E già che ci siamo, vi ricordate quando l’amministrazione Bush prevedeva che rovesciare Saddam Hussein e installare un nuovo governo sarebbe costato solo 50-60 miliardi di dollari?
Il problema maggiore, tuttavia, è che i governi spesso e volentieri ricavano un guadagno politico da una guerra, anche quando la guerra in questione non ha alcuna logica dal punto di vista degli interessi nazionali.
Recentemente Justin Fox, della Harvard Business Review, ha detto che la crisi ucraina forse affonda le sue radici nelle difficoltà dell’economia russa. Come sottolinea Fox, la prolungata fase di crescita economica è stata uno dei fattori che hanno consentito a Putin di rimanere saldamente al potere in Russia. Ma ora il motore della crescita ha cominciato a perdere colpi ed è verosimile che il regime putiniano avesse bisogno di sviare l’attenzione.
Tesi simili sono state avanzate per altri conflitti apparentemente insensati, come l’invasione delle Falkland da parte dell’Argentina nel 1982, da molti attribuita al desiderio della giunta militare al potere all’epoca a Buenos Aires di distrarre l’opinione pubblica dalla disastrosa situazione economica. (Per essere onesti, alcuni studiosi contestano con vigore questa tesi.) Ed è un fatto che quasi sempre una nazione si stringe intorno ai suoi leader in tempo di guerra, indipendentemente dall’assurdità della medesima o dall’impresentabilità dei leader. La giunta militare argentina godette per breve tempo di una forte popolarità durante la guerra delle Falkland. Per un certo periodo, la “guerra al terrore” portò l’indice di approvazione del presidente George W. Bush a livelli stratosferici, e la guerra in Iraq probabilmente gli fece vincere le elezioni del 2004. Conformemente alla tradizione, l’indice di gradimento di Putin è schizzato alle stelle da quando è scoppiata la crisi ucraina.
Senza dubbio è una semplificazione eccessiva dire che lo scontro in atto in Ucraina nasca unicamente dalla necessità di puntellare un regime autoritario in seria difficoltà su altri fronti. Ma una parte di verità in questa storia c’è di sicuro, e solleva prospettive inquietanti per il futuro.
Più nell’immediato, dobbiamo preoccuparci dell’ escalation in corso nel Paese dell’Europa orientale. Una guerra a tutto campo sarebbe un disastro per gli interessi della Russia, ma Putin potrebbe valutare che una disfatta degli insorti gli farebbe perdere la faccia in modo irrimediabile.
E se regimi autoritari senza una solida legittimazione possono lasciarsi tentare dal tintinnio di sciabole quando non riescono più a garantire prosperità, pensate agli incentivi che avranno i governanti cinesi se e quando il miracolo economico di quella nazione dovesse finire (cosa che secondo molti economisti avverrà presto).
Cominciare una guerra è una pessima idea. Ma le guerre continuano a scoppiare.
© 2-014 New York Times News Service

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E. Lussu, Un anno sull’altipiano

“È un anno di vita al fronte che, attraverso queste pagine, si è costretti a vivere con Lussu, con i suoi compagni, con i suoi soldati. Tutto si anima di un colpo per prodigio, attorno a noi, di quel lontano ma non irreale né fantastico teatro di guerra appena la lettura si inizia. La trincea è là, davanti ai nostri occhi, sotto i nostri piedi”.
Silvio Trentin. Da “Giustizia e Libertà”, anno V, numero 20, Parigi 20 maggio 1938

APPROFONDIMENTO a cura di www.centoannigrandeguerra.it

MEMORIE DI GUERRA: EMILIO LUSSU E UN ANNO SULL’ALTIPIANO

Vent’anni dopo aver combattuto sull’Altipiano di Asiago con la Brigata Sassari, Emilio Lussu scrisse Un anno sull’Altipiano, il suo”libro sulla guerra”.
La mattina del 13 maggio 1915, pochi giorni prima della dichiarazione di guerra dell’Italia all’Austria-Ungheria,  salpava dal porto di Cagliari il transatlantico America, destinato a trasportare in terraferma le prime unità di una  brigata di nuova formazione, la “Sassari”, costituita ai primi dell’anno in Sardegna. Tra gli ufficiali, Emilio  Lussu, sottotenente della 10ª compagnia, 3° battaglione, 151° reggimento, laurea in Legge appena conseguita in  un clima segnato dalle manifestazioni interventiste degli studenti universitari.
La brigata, mostrine biancorosse sulla divisa grigio-verde, fu inizialmente impegnata sulla linea del Carso, tra  l’estate e l’inverno del 1915-16. Nel maggio del 1916, a seguito della Strafe-Expedition, la grande offensiva  austroungarica sugli altipiani trentini e veneti, i suoi due reggimenti (151° e 152°) furono inviati su quel fronte,  dislocati sul margine dell’Altipiano di Asiago tra i monti Fior e Castelgomberto. E su quel fronte combatterono dal  giugno del 1916 al luglio del 1917, in un anno segnato da sanguinosi attacchi, arretramenti ed azioni di
controffensiva.
Tornando con la memoria alle vicende di quell’anno di guerra, Emilio Lussu – figura della Sassari divenuta  leggendaria per coraggio, capacità di comando e un profondo senso di umanità – avrebbe scritto molti anni più  tardi Un anno sull’Altipiano.
La genesi dell’opera si colloca negli anni dell’esilio, tra il 1935 e il 1937. Con la fine del conflitto, Lussu aveva  fatto ritorno in Sardegna, divenendo leader degli ex combattenti e del Partito Sardo d’Azione. Deputato nel 1921  e nel 1924, era stato imprigionato e poi condannato al confino a Lipari nel 1927, riuscendo avventurosamente a  fuggirne per riparare in Francia (estate del 1929). Qui, insieme all’amico Carlo Rosselli e ad altri, aveva dato vita  al movimento antifascista “Giustizia e Libertà”. Le precarie condizioni di salute, dovute alla malattia polmonare  contratta in carcere, lo avevano tuttavia costretto ad allontanarsi sempre più dall’impegno politico. E lo  costrinsero infine, nell’autunno del 1935, al ricovero nel sanatorio svizzero di Clavadel, sopra Davos, nel Cantone  dei Grigioni.
E proprio lì, nei mesi della guarigione, decise finalmente di dedicarsi alla scrittura di Un anno sull’Altipiano. “Il  fatto poi che io, che ho fatto tutta la guerra, non parlo né del Carso, né della Bainsizza, né del Piave, ma mi limito  solo ad un settore dove sono stato pochi mesi, mi pare possa dare al lettore l’impressione esatta del fenomeno  durata immensa della guerra, che è stato l’incubo più tragico per tutti i combattenti”. Nel maggio del ’37 l’opera  era conclusa. Nel 1938 comparve a Parigi, con le Edizioni Italiane di Cultura, e nel 1945 Einaudi ne pubblicò la  prima edizione italiana. Le numerose traduzioni e pubblicazioni apparse negli anni testimoniano di un successo editoriale giunto a suggellarne il valore universale.
Il giovane studente interventista, mosso alla guerra contro l’autoritarismo degli imperi centrali da “uno  sconfinato senso di libertà e giustizia”, aveva visto i suoi ideali scontrarsi contro le spaventose carneficine e il  dramma collettivo vissuto da interi reparti di fanti. Misurandosi a distanza di anni con i suoi ricordi personali,  restituì un’immagine viva di quel dramma, rievocando con forza l’umanità e i sentimenti dei soldati di fronte  all’assurdità dei comandi e all’inutile crudeltà della disciplina militare. Ne sortì una riflessione autobiografica  inedita, opposta rispetto al racconto mitizzato ed esaltato che intorno alla guerra aveva costruito il regime
fascista.

Su Radio3, per il ciclo Ad alta voce, l’attore e regista Marco Paolini legge Un anno sull’Altipiano di Emilio Lussu. CLICCA QUI per ascoltare tutte le puntate in podcast.

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Autori e Storie

Venerdì 28 febbraio 2014, alle ore 18.00, presso la Sala conferenze del Centro Culturale “Leonardo da Vinci”, si terrà un incontro con Andrea Molesini, autore del libro “Non tutti i bastardi sono di Vienna”, premio Campiello 2011, per riflettere sulla Grande Guerra in occasione del suo centesimo anniversario.

L’inizio del romanzo:  Preludio

Venerdì 9 novembre 1917

Si staccò dalla notte. E dalla notte, per qualche istante, niente lo distinse. Poi una scintilla, riflesso della lanterna che la donna teneva alta davanti al muso del cavallo, rivelò un monocolo. L’uomo si rivolse alla donna in un italiano impeccabile, appena incrinato da dissonanze metalliche, spie della madrelingua tedesca. C’era qualcosa di splendido e di truce in quella faccia unta dalla luce oscillante, come se le stelle e la polvere lì si fossero date appuntamento.
«Ciàmo la paróna» disse Teresa, nascondendo la paura nel suo animo avvezzo al fare dei signori. Abbassò la lanterna, e il buio si riprese il capitano e il cavallo del capitano.
Una, due, tre torce gettarono ombre sotto le volte del portico. Teresa si chiuse lo scialle sul petto per scacciare un brivido. Sulla strada davanti al cancello altre torce, cigolare di carri, vocio di soldati, il faro di un camion, e il duro silenzio dei muli nel piovischio ghiacciato. Richiudendo il battente di quercia dietro di sé, Teresa si accorse che la spiavo, appollaiato accanto alla finestra dell’androne. Si portò il dito alle labbra e mi grugnì in faccia il suo disappunto.
Zia Maria era ancora in piedi, vestita di nero, il colletto sigillato da una spilla d’avorio. Dalla finestra scrutava l’esercito che andava riempiendo la piazza, dove la luce dei fuochi inghiottiva quella dei fari. Quando entrammo si girò verso la porta. «Paróna, paróna, pa…».
«Calma, Teresa, calma, ci penso io. Va’ a dire a quello sul cavallo che scendo subito».
La cuoca uscì con gli occhi bassi, la lanterna accanto al ginocchio, i piedi pesanti. Con un cenno degli occhi la zia mi comandò di seguirla. Saldo in sella, il capitano osservava il fluire dei soldati senza muovere una palpebra, attento a tenere il cavallo sotto la pietra del portico: la sua distante immobilità emanava ordini muti che tutti – ufficiali, muli, soldati – sembravano intendere senza incertezza.
«La paróna» un colpo di tosse «la paróna gà dito che vién». Teresa fece un passo indietro per scansare il puzzo del cavallo. I soldati scaricavano i muli e mettevano le mitragliatrici al riparo delle arcate, prendendo a calci i badili e i rastrelli appoggiati al muro. La cuoca emise un rantolo a cui affidò il suo disprezzo: quegli strumenti erano umili e cari, cani fedeli scacciati dai lupi. Le vanghette militari aprivano una porta dopo l’altra e i soldati entravano con gli zaini pesanti, svuotavano mobili, rompevano cose, e le loro voci erano sguaiate, un impasto di sillabe secche. Uno, con l’elmo coperto di foglie fradicie, entrò nella sala con la motocicletta scoppiettante e inchiodò a un passo dal tavolo di rovere.
Zia Maria uscì.
«Herr Capitan».
Il capitano salutò da soldato, senza un sorriso. «Capitan Korpium» disse. «Siamo diciotto fra ufficiali e attendenti, ci sistemiamo qui». Sfilò il monocolo dal taschino. «Se credete di non poterci accogliere» aggiunse, incastrando la lente fra il sopracciglio e lo zigomo, «dovrete sloggiare dalla casa». La sua voce era calma, fredda. Ogni sillaba suonava staccata dall’altra, come se il pensiero avesse bisogno di tutte quelle minuscole pause per organizzarsi.
Una mezza dozzina di biciclette varcò il cancello. Il cavallo del capitano scosse la testa.
«Sarete anche un grande guerriero» disse la zia «ma certo non siete un gentiluomo».
«I miei sottufficiali dormiranno nella locanda della piazza, gli ufficiali nella villa, i soldati nelle case qui intorno. Alzeremo tende nel vostro parco, e la cucina da campo». Riassestò il monocolo fra l’arco del sopracciglio e lo zigomo marcato. «Forse domani passeremo il Piave e niente, qui, sarà più come prima».
«Forse» disse la zia. «O forse la guerra vi strapperà la carne di dosso» aggiunse, piano, per non essere udita.
Il capitano piantò i talloni nella pancia del cavallo, si girò verso i muli che continuavano a entrare, verso i soldati illuminati dalle lanterne dei sottufficiali, che sbraitavano.
Sentii l’abbaiare di un cane, distante. E di un secondo dalla voce cava. Poi un colpo di fucile, un altro, e più lontano un altro ancora. Il tanfo dei muli era entrato nella sala. I soldati facevano a pezzi tavoli e sedie per accendere i camini. Si scansarono, però, al passare delle due donne che camminavano ritte davanti a me e uno di loro, biondo fieno, con gli occhi in fuori di un rospo, si mise sull’attenti.
«In questa tragedia» mormorò la zia «c’è qualcosa di ridicolo».
«Il cul d’un mus gà più creanza de lori» disse Teresa. «La mare, sti tosi, gnanca la gà».
«Domani se li riprende la guerra. Di’ a Renato di fare buona guardia. Tu e Loretta dormite su da me, due stramazzi per terra, ci barrichiamo in camera. Tu Paolo stai col nonno». Guardò la cuoca negli occhi: «Hai nascosto il rame?».
«Come gavé ordina, paróna».
«Bene». Non c’era traccia di emozione nella voce della zia, era salda di nervi e di mente: la cuoca doveva sapere a chi obbedire. «Le armi sono poca cosa, ma questa marmaglia non lo sa». Tacque un momento, per dare a Teresa il tempo di decifrare e digerire. «La spunteremo noi».
La cuoca alzò la lanterna sui gradini consunti.

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C. E. Gadda e il pastiche linguistico

La lettura di A. Baricco e  G. Vacis, ToTeM, 1998

C. E. Gadda, La cognizione del dolore, 1938-1941

Fumavano. Subito dopo la mela. Apprestandosi a scaricare il fascino che da lunga pezza oramai, cioè fin dall’epoca dell’ossobuco, si era andato a mano a mano accumulando nella di loro persona – (come l’elettrico nelle macchine a strofinio) – ecco, ecco, tutti eran certi che un loro impreveduto decreto avrebbe lasciato scoccare sicuramente la importantissima scintilla, folgore e sparo di Signoria su adeguato spinterogeno ambientale, di forchette in travaso. Cascate di posate tintinnanti! Di cucchiaini!
Ed erano appunto in procinto di addivenire a quell’atto imprevisto, e però curiosissimo, ch’era così instantemente evocato dalla tensione delle circostanze. Estraevano, con distratta noncuranza, di tasca, il portasigarette d’argento: poi, dal portasigarette, una sigaretta, piuttosto piena e massiccia, col bocchino di carta d’oro; quella te la picchiettavano leggermente sul portasigarette, richiuso nel frattempo dall’altra mano, con un tatràc; la mettevano ai labbri; e allora, come infastiditi, mentre che una sottil ruga orizzontale si delineava sulla lor fronte, onnubilata di cure altissime, riponevano il trascurabile portasigarette. Passati alla cerimonia dei fiammiferi, ne rinvenivano finalmente, dopo aver cercato in due o tre tasche, una bustina a matrice: ma, apertala, si constatava che n’erano già stati tutti spiccati, per il che, con dispitto, la bustina veniva immantinenti estromessa dai confini dell’Io. E derelitta, ecco giaceva nel piatto, con bucce. Altra, infine, soccorreva, stanata ultimamente dal 123° taschino. Dissigillavano il francobollo-sigillo, ubiqua immagine del Fisco Uno e Trino, fino a denudare in quella pettinetta miracolosa la Urmutter di tutti gli spiritelli con capocchia. Ne spiccavano una unità, strofinavano, accendevano; spianando a serenità nuova la fronte, già così sopraccaricata di pensiero; (ma pensiero fessissimo, riguardante, per lo più, articoli di bigiutteria in celluloide). Riponevano la non più necessaria cartina in una qualche altra tasca: quale? oh! se ne scordano all’atto stesso; per aver motivo di rinnovare (in occasione d’una contigua sigaretta) la importantissima e fruttuosa ricerca.
Dopo di che, oggetto di stupefatta ammirazione da parte degli “altri tavoli”, aspiravano la prima boccata di quel fumo d’eccezione, di Xanthia,  o di Turmac; in una voluttà da sibariti in trentaduesimo, che avrebbe fatto pena a un turco stitico.
E così rimanevano: il gomito appoggiato sul tavolino, la sigaretta fra medio e indice, emanando voluttuosi ghirigori; mescolati di miasmi, questo si sa, dei bronchi e dei polmoni felici, mentre che lo stomaco era tutto messo in giulebbe, e andava dietro come un disperato ameboide a mantrugiare e a peptonizzare l’ossobuco. La peristalsi veniva via con un andazzo trionfale, da parer canto e trionfo, e presagio lontano di tamburo, la marcia trionfale dell’Aida o il toreador della Carmen.
Così rimanevano. A guardare. Chi? Che cosa? Le donne? Ma neanche. Forse rimirare se stessi nello specchio delle pupille altrui. In piena valorizzazione dei loro polsini, e dei loro gemelli da polso. E della loro faccia di manichini ossibuchivori.

Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, 1946. Cap 1:

Tutti ormai lo chiamavano don Ciccio. Era il dottor Francesco Ingravallo comandato alla mobile: uno dei più giovani e, non si sa perché, invidiati funzionari della sezione investigativa: ubiquo ai casi, onnipresente su gli affari tenebrosi. Di statura media, piuttosto rotondo della persona, o forse un po’ tozzo, di capelli neri e folti e cresputi che gli venivan fuori dalla metà della fronte quasi a riparargli i due bernoccoli metafisici dal bel sole d’Italia, aveva un’aria un po’ assonnata, un’andatura greve e dinoccolata, un fare un po’ tonto come di persona che combatte con una laboriosa digestione: vestito come il magro onorario statale gli permetteva di vestirsi, e con una o due macchioline d’olio sul bavero, quasi impercettibili però, quasi un ricordo della collina molisana. Una certa praticaccia del mondo, del nostro mondo detto «latino», benché giovine (trentacinquenne), doveva di certo avercela: una certa conoscenza degli uomini: e anche delle donne. La sua padrona di casa lo venerava, a non dire adorava: in ragione di e nonostante quell’arruffio strano d’ogni trillo e d’ogni busta gialla imprevista, e di chiamate notturne e d’ore senza pace, che formavano il tormentato contesto del di lui tempo. «Non ha orario, non ha orario! Ieri mi è tornato che faceva giorno!» Era, per lei, lo «statale distintissimo» lungamente sognato, preceduto da cinque A sulla inserzione del Messaggero, evocato, pompato fuori dall’assortimento infinito degli statali con quell’esca della «bella assolata affittasi» e non ostante la perentoria intimazione in chiusura: «Escluse donne»: che nel gergo delle inserzioni del Messaggero offre, com’è noto, una duplice possibilità d’interpretazione. E poi era riuscito a far chiudere un occhio alla questura su quella ridicola storia dell’ammenda… sì, della multa per la mancata richiesta della licenza di locazione… che se la dividevano a metà, la multa, tra governatorato e questura. «Una signora come me! Vedova del commendatore Antonini! Che si può dire che tutta Roma lo conosceva: e quanti lo conoscevano, lo portavano tutti in parma de mano, non dico perché fosse mio marito, bon’anima! E mo me prendono per un’affittacamere! Io affittacamere? Madonna santa, piuttosto me butto a fiume.» […]

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Letture da Quer pasticciaccio: l’incipit. CLICCA QUI.

VIDEOLEZIONI di Andrea Cortellessa: Gadda, vita opere e poetica. Quer pasticciaccio…

VideoRAI: Carlo Emilio Gadda: ingegnere e prigioniero. CLICCA QUI.

VIDEOLEZIONI Loescher Bologna-Rocchi: Quer pasticciaccio brutto: CLICCA QUI.

Guido Davico Bonino presenta C. E. GADDA, La cognizione del dolore.

Altre (e più recenti) contaminazioni: A. Camilleri, Il birraio di Preston, 1995. Cap I:

Era una notte che faceva spavento, veramente scantusa. Il non ancora decino Gerd Hoffer, ad una truniata più scatasciante delle altre, che fece trimoliare i vetri delle finestre, si arrisbigliò con un salto, accorgendosi, nello stesso momento, che irresistibilmente gli scappava. Era storia vecchia, questa della scappatina di pipì: i medici avevano diagnosticato che il picciliddro era lento d’incascio, cioè di reni, fin dalla nascita e che quindi era naturale che si liberasse a letto. Ma il padre, l’ingegnere minerario Fridolin Hoffer, da quell’orecchio mai aveva voluto sentirci, non si dava pace d’avere messo al mondo un figlio tedesco di scarto, e quindi sosteneva che non si trattava di cure ma di kantiana educazione della volontà, per cui ogni mattina che Dio mandava in terra si metteva a ispezionare, sollevando coperta o lenzuolo a secondo di stascione, il letto del figlio e, infilata la mano inquisitoria, al subito immancabile vagnaticcio reagiva con una potente timbulata al bambino la cui guancia colpita a vista d’occhio pigliava a gonfiarsi come un muffoletto di pane ad opera di lievito di birra. Per evitare la matutina punizione paterna magari questa volta, Gerd si susì allo scuro illuminato dai lampi e principiò un’incerta camminata verso il retrè mentre il cuore gli ballava per lo scanto dei pericoli e
degli agguati che quel notturno viaggio comportava: una volta una lucertola gli era acchianata su per le gambe e un’altra volta uno scrafaglio si era lasciato schiacciare dal suo piede nudo con un rumore acquoso che ancora al pensiero gli si rivotava lo stomaco.

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La Grande guerra: 1914 – 1918

Alla vigilia del centenario, un viaggio a puntate di Paolo Rumiz sul fronte italo-austriaco. Tutte le tappe: CLICCA QUI.

ALTOPIANO DI ASIAGO – Falde del Monte Ortigara, ore 22, un giorno di luglio. Tende sparse di penne nere su terreno irregolare segnato da crateri di bombe. Canti un po’ stonati, poche stelle e lampi lontani.
Una voce nel buio: “Altolà chi va là?”.
“Alpini”, rispondo.
“Alpini no basta. Parola d’ordine!”.
“Traminer, Malvasia e Vitovska”.
“Vito cossa?”
“Xe vin de Trieste”.
“Alora passa, can de l’ostia”.
Passo. Ho tre bottiglie nello zaino e cerco nel semibuio la tenda buona per barattarle con cibo. Nella radura risate sommesse di retrovia e fumo di luganighe alla brace. Accenti veneti e lombardi. Con gli alpini, il diaframma fra sagra e commemorazione è sottile. Ci sono decine di migliaia di morti là sotto, ma loro mangiano e bevono lo stesso. In fondo, in mezzo mondo si fa picnic sulla tomba di santi e poeti. E poi la morte è un antico esaltatore di sapidità. Tenente Paolo Monelli ne Le scarpe al sole, pagina 156: la vita è “una cosa buona che si sgranocchia in silenzio con i denti sani” e i morti, in fondo, sono solo “compagni impazienti che si avviarono in fretta a loro faccende ignote”. CLICCA QUI per proseguire la lettura.

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Si segnala il progetto interregionale Itinerari della Grande Guerra – Un viaggio nella storia  che coinvolge le regioni Friuli Venezia Giulia (capofila del progetto), Veneto, Lombardia e le province autonome di Trento e Bolzano. Il suo obiettivo è la valorizzazione in chiave turistica di questo straordinario patrimonio storico e culturale in modo da renderlo fruibile a tutti gli appassionati e a chiunque voglia conoscere un’importante parte del passato non solo italiano ma europeo.   Il portale “Itinerari della Grande Guerra” è stato sviluppato nell’ambito dell’omonimo progetto con l’obiettivo di offrire uno strumento utile ed interessante per tutti coloro che desiderano scoprire i luoghi, gli itinerari e un po’ di storia della Prima Guerra Mondiale nelle aree coinvolte. 

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