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Mourir de rire

“In fine il semplice rider alto vi dà una decisa superiorità sopra tutti gli astanti o circostanti, senza eccezione. Terribile ed awful è la potenza del riso: chi ha il coraggio di ridere, è padrone degli altri, come chi ha il coraggio di morire”.  G. Leopardi, Zibaldone, 4391

Armando Torno, La satira, le religioni e il lato sacro del profano. Perché in principio era il ridere, il ridere era presso Dio, “Il Sole 24 ore”,  8 gennaio 2015

È possibile ancora ridere trattando temi religiosi? Dopo l’attentato di ieri a Parigi, al settimanale satirico Charlie Hebdo con morti e feriti come in un’azione di guerra, la risposta diventa difficile. O meglio, è ritornato il tempo delle incomprensioni e quanto è lecito per taluni diventa un crimine per altri. La violenza, che mai è stata cacciata dalla storia, gioca la sua parte ancora una volta. Eppure nella Bibbia non è vietato il sorriso, anzi sovente è incoraggiato. Come possiamo immaginare gli innamorati del Cantico dei Cantici, che si inseguono in tutto il piccolo libricino del Primo Testamento, senza pensare ai loro risolini?
Gesù è descritto sovente dai Vangeli in ambiti conviviali: nessuno potrà sostenere che vi partecipasse tenendo il broncio, anche se la questione del “riso di Cristo” è stata argomento di dibattito dei teologi medievali. Lo stesso profeta dell’Islam, Muhammad, o Maometto come si usa dire a causa di una tradizione medievale, manifesta nella letteratura islamica un senso dell’umorismo. Basterà ricordare un passo da Vite e Detti di Maometto (Meridiani Mondadori 2014) per rendersene conto: «Una vecchietta si avvicina a Muhammad e gli chiede se mai troverà posto in Paradiso: “No”, risponde il Profeta con tono aspro, “nel Cielo di Allah non entrano le vecchie”. La donna resta raggelata dalla risposta, ma Muhammad sorride, le porge una rosa e sussurra: ”Quando sarai in Paradiso, tornerai a essere la fanciulla bella e sana che fosti ”».
Poter sorridere di talune questioni religiose non significa irriderle o farsene beffa: è semplicemente concedersi uno spazio di libertà per esercitare una delle facoltà donate all’uomo dal Creatore. Henri Bergson, che ben aveva studiato l’argomento in un libro edito nel 1901 e tuttora fondamentale, Il riso. Saggio sul significato del comico, stabilì che la differenza tra l’uomo e la bestia risiede nella capacità di ridere. Intuizione che porterà taluni esponenti della psicologia delle folle, come Gustave Le Bon, a credere che si diventa criminali quando si smarrisce il senso dell’umorismo. La qual cosa è successa all’Inquisizione o alle dittature, allorché giunsero al punto di non riuscire più a sopportare anche lievi forme di ironia. D’altra parte, ne Il nome della rosa di Umberto Eco il venerabile Jorge è disposto a uccidere pur di non far conoscere il secondo libro della Poetica di Aristotele che tratta del comico, convinto nella sua intransigenza che il riso può distruggere il dogma. I morti e i feriti del Charlie Hebdo ricordano che le lancette dell’orologio della ragione umana sono tornate indietro di alcuni secoli.
Sovente si ride di talune interpretazioni di altri uomini e non certo di Dio: i fondamentalismi, quasi sempre, dimenticano di distinguere i due aspetti. Ci confidava Gianantonio Borgonovo, esegeta biblico e arciprete del Duomo di Milano: «Una religione che pensa di agire in nome di Dio è falsa per sua natura, perché è Dio che muove all’azione l’uomo. Un Dio che uccide l’altro non può essere il vero Dio ma è una creazione della nostra mente. Dio fa vivere, non vuole la morte dell’altro». Prova ne è che l’episodio di Isacco (in ebraico codesto nome significa “Dio sorrida” o “Dio sorride”), nel capitolo 22 della Genesi: il Signore mette alla prova Abramo chiedendogli di sacrificare suo figlio ma poi un angelo lo ferma. Dio non vuole la morte del giovane ma desidera che egli continui a vivere; insomma, il primo libro della Bibbia evidenzia che non ci sono giustificazioni per uccidere in nome dell’Altissimo. E Paolo nella Lettera ai Filippesi scrive quasi a conclusione dell’argomento in questione: «Rallegratevi nel Signore, sempre; ve lo ripeto ancora, rallegratevi» (4,4).
Tra l’altro, la critica occidentale alle istituzioni religiose o a talune condotte dei loro rappresentanti, da almeno tre secoli a questa parte, si è coniugata attraverso ogni mezzo di comunicazione con il liberalismo e la democrazia. Le osservazioni potevano essere o no condivise, ma si è almeno imparato che esse non si risolvono con la violenza. La Chiesa è più credibile (e ha maggior forza morale) da quando l’Inquisizione ha smesso di accendere roghi. Si potrà non condividere l’attacco che Voltaire fa al Corano nel Dizionario filosofico, ma se ne bruciassimo le copie faremmo un favore al celebre illuminista. E così va detto delle dure parole scritte da Arthur Schopenhauer ne Il mondo come volontà e rappresentazione sul medesimo argomento. L’Islam fu criticato da personaggi quali George Bernard Shaw o Rabindranath Tagore, da politici come Theodore Roosevelt o Winston Churchill o dal padre della patria turco Mustafa Kemal Atatürk (tra l’altro, depenalizzò le bevande alcoliche), da pensatori notissimi quali Bertrand Russell o Carl Gustav Jung. La miglior risposta che ad essi è possibile dare passa dalle argomentazioni, non certo ricorrendo a censure e violenza.

 

Marco Belpoliti, Pensiero critico per andare contro gli estremismi, “La Stampa”, 9 gennaio 2015

Alla fine degli Anni Ottanta Salman Rushdie, scrittore angloindiano, riceve la fatwa, una condanna a morte, per via del suo romanzo «I versi satanici». La decreta Khomeini, leader religioso iraniano, per il trattamento irriguardoso nel romanzo riservato a suo dire al profeta Maometto. Rushdie, che nel libro ha fornito del capo spirituale e politico dell’Iran un ritratto ben poco lusinghiero, è costretto a nascondersi per due decenni protetto dai servizi segreti britannici. Quasi ventisei anni dopo un altro scrittore, il francese Michel Houellebecq, pubblica alla vigilia del sanguinoso massacro di Rue Nicolas Appert, un romanzo, «Sottomissione» (Bompiani), in cui descrive uno scenario completamente opposto. Non ci sono più due attori indiani che precipitano dal cielo, dopo un attentato terroristico all’aereo su cui volavano, bensì un raffinato intellettuale parigino che discetta di simbolismo e autori cattolici, e si dedica al sesso. Decide di convertirsi, ovvero di arrendersi all’Islam trionfante. Nella distopia architettata da Houellebecq la Francia è ora dominata dal partito della Fratellanza islamica, che ha vinto le elezioni, e il suo leader, Mohammed Ben Abbes, ha avuto i voti degli avversari del Front National ed ha istituito una repubblica islamica. Nella provocazione, intelligente e letterariamente accattivante dello scrittore francese, tutto si è rovesciato. Come si sa il suo romanzo ha anticipato di un giorno o poco più la vicenda dell’assalto al giornale satirico. Si tratta di qualcosa che con Jung si può chiamare «sincronicità»; qui la coincidenza tra l’immaginazione dell’arte e i fatti della vita. Il romanzo, pur non parlando di attentati a giornalisti e disegnatori, ha indicato uno dei temi che si celano dentro le ultime vicende che stanno insanguinando il Pianeta: l’eccesso. Da qualche tempo il fanatismo ha fatto ritorno sulla scena. Fanatico è uno che è ispirato, che è posseduto da una divinità o da un demone, che è colto da entusiasmi e compie atti eccessivi, fuori luogo. L’eccesso domina oggi molti campi. Uno psicoanalista inglese di grande talento, Adam Philipps, ha tenuto qualche anno fa alla Bbc cinque conversazioni sul tema dell’eccesso, in cui ha spiegato come abbracci diverse esperienze umane, dall’anoressia ai kamikaze, dal giocatore compulsivo al bambino che reclama attenzioni. Segna soprattutto i principali conflitti politici e religiosi oggi in atto, ed anche eccessive sono le sproporzioni economiche tra singoli individui, classi sociali e nazioni; ma anche sesso e violenza ne mostrano sempre nuove facce. Discorso difficile quello sull’eccesso, che Houellebecq condensa nel suo romanzo, perché, come dice Philipps, «niente è più eccessivo dei discorsi sull’eccesso». Quello che colpisce nella coincidenza di romanzo e attentato è questa comune radice, che in un caso, nello scrittore, assume le forme della distopia politico-sociale, e nell’assalto dei terroristi quella della ben più terribile e reale della strage di vite umane. L’eccesso è la libertà di uscire, dice Phillips. Da cosa? Dalle regole, prima di tutto, dalle giuste misure stabilite attraverso patti più o meno scritti in ogni società. L’eccesso è contagioso e permette di essere eccessivi a propria volta. Ogni eccesso rivela i desideri e le convinzioni che vi si occultano in modo più o meno palese. Il protagonista del romanzo di Houellebecq rinuncia a ciò che è il valore per eccellenza della cultura dei Lumi, la libertà, per sottomettersi – questo il significato della parola Islam – a un regime religioso in forte contrasto con il suo passato d’intellettuale. Compie un eccesso, così come eccessivo è in fondo tutto il suo estetismo e la sua sessualità di maschio occidentale dedito al godimento. Pasolini ha ben descritto nel suo nerissimo «Salò Sade» l’arbitrio che si cela nella libertà. Nell’eccesso della nuova fede cui si converte, il protagonista trova ragioni per suo sadomasochismo. Cosa ha in comune questo personaggio di carta con i giovani che armati di mitragliatori hanno fatto strage nella sede di Charlie Hebdo? Nulla, se non l’eccesso che connota oggi la realtà contemporanea e ne fa senza dubbio un’età dell’estremismo. La convinzione di Hoellebecq è che l’Occidente sia perso, che non abbia più futuro e la depressione sia il nostro unico destino. Allora perché resistere? Perché tutto ciò non risolve il problema dell’eccesso, quello degli altri, come il nostro. «Ogni nostro eccesso è il segno di una privazione ignota», conclude Philipps. Davanti all’attacco assassino alla rivista satirica francese non è tanto la bandiera della libertà che bisogna issare, bensì il vessillo del nostro pensiero critico, che non deve indietreggiare nell’indagare anche quanto di oscuro c’è in noi. Solo così l’eccesso non l’avrà vinta.

A. Melloni, I filosofi del dialogo, “Corriere della Sera”, 8 gennaio 2015

La cultura europea è profondamente segnata dagli orrori di cui si è resa responsabile: si è abbandonata alla violenza religiosa, all’interno e fra le Chiese; ha inventato una macchina di sfruttamento bestiale basata sullo schiavismo e sul colonialismo; ha costruito l’inferno totalitario e il genocidio come soluzione «finale», che non ha avuto pietà di nessuno. Ma quella stessa cultura ha sviluppato idee che costituiscono un anticorpo agli orrori. Non un antidoto, giacché quel veleno — lo dimostra l’islamofobia contro la quale i berlinesi in questi giorni si sono schierati come un muro, davanti alla porta di Brandeburgo oscurata per marcare il lutto della ragione — può sempre tornare: ma un anticorpo che combatte l’orrore, fatto di concezione dei diritti, di aspirazioni democratiche, di una visione pluralistica dell’uomo e della società, di una teologia.
Quell’anticorpo di cui sono privi coloro che, ingannando se stessi, si credono titolati a uccidere in nome di un Dio di cui bestemmiano il nome di Clemente e Misericordioso; coloro che fanno coraggio alla propria codardia con quel grido «Dio è grande», che è il grido dei redenti e non degli assassini di inermi.
Di questi assassini se ne sono visti in giro parecchi, in Europa: quelli che sparavano in testa ai bambini ebrei di Tolosa, che mitragliavano i visitatori del museo ebraico di Bruxelles e che ieri sono andati a sparare alla cosa più ebraica che ci sia — il gusto dissacrante dell’ironia.
Può darsi che questi macellai abbiano studiato in un’Europa che insegna poco e male le due radici della propria convivenza. Le misure antiterrorismo possono difendere, finché riescono, capi di Stato, autorità religiose, obiettivi «sensibili». Ma l’unica cosa che può proteggere una società è la confluenza di due movimenti.
Uno viene dalla teologia medievale. Nel 1141-1142, Pietro Abelardo scrive il suo ultimo Dialogo tra un filosofo, un giudeo e un cristiano, nel quale l’arbitro è un filosofo, secondo alcuni lettori portatore di un aristotelismo islamico: e davanti all’ebreo che vanta il dono della legge e la pazienza del popolo scelto da Dio, davanti al cristiano che vanta la capacità della morale cristiana di portare l’uomo ai limiti della sua perfettibilità, deduce che — in sostanza — è «una cosa buona, quella che porta vantaggio a uno, senza andare necessariamente contro l’utile o la dignità di un altro» e, viceversa, si deve chiamare male quello che si oppone necessariamente al vantaggio o al decoro di un altro».
L’altra radice viene dalla filosofia illuminista. Gotthold Ephraim Lessing scrive il dramma Nathan il saggio nel 1779.
Il protagonista racconta al Saladino la famosa parabola dei tre anelli, già nota al Boccaccio: il padre, che non vuole «sopportare la tirannia di un solo anello in casa sua», consegna ai tre figli tre anelli identici, pegno del suo amore e promessa di virtù in chi li porta.
Davanti a quest’idea — l’idea cioè che sia identica la verità di ciascuno dei tre grandi monoteismi abramitici — il Saladino reagisce, osservando che le differenze fra le manifestazioni di fede sono vistose. Ma, come spiega Nathan: posso io credere ai miei padri meno che tu ai tuoi? O viceversa? Posso forse pretendere che tu, per non contraddire i miei padri, accusi i tuoi di menzogna? O viceversa?
Parole, si dirà: irrilevanti per chi oggi dà la caccia agli stragisti di Parigi o per chi deve pensare rapidissimamente e con una qualche esperienza a come liquidare le decine di giovani che, espatriati per essere formati come tagliagole, sono pronti a tornare avendo perso anima, fede e cervello.
Ma se non ci si appella a queste parole, se non si torna a pensare che la cultura è questa, perderemo il nostro anticorpo civile: diventeremo senza accorgercene i teorici di una discriminazione religiosa che ci perderà, i pantofolai sostenitori di una crociata di cui pagheranno altri il prezzo.
E prima o poi anche nelle nostre orecchie, come in quelle di una quota piccola ma sanguinaria di musulmani, tornerà a farsi sentire il diabolico sussurro che dice «Dio lo vuole», e con la sua seduzione ruba le anime alla redenzione, perverte la fede di un Abramo sempre più sconsolato nel vedere i suoi nipoti ridotti così, a manovalanza della morte, a fattorini della paura.

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Ragazzi e privacy in rete

Marta Serafini“Corriere della Sera”, 24 agosto 2013

«LaBig Data è lieta di presentarvi Face Hawk». Inizia così un video che sta girando in queste ore sulle bacheche statunitensi, in polemica con il Datagate e con l’uso che le grandi star del tech fanno dei nostri dati sensibili. Tutte le nostre foto, i nostri status, i nostri pensieri più intimi e le nostre informazioni personali vanno a formare il disegno di un uccello che spicca il volo. E se hawk è il falco che vola via (e che magari prima o poi andrà down, giù, come si dice in gergo militare quando viene abbattuto un elicottero), il problema è che siamo noi stessi a non preoccuparci più di tanto della nostra privacy. Tra gli scatti delle cosce e dei piedi al mare e il selfie, l’autoscatto selvaggio su Instagram e l’annuncio dell’inizio delle nostre ferie, ci dimentichiamo che ciò che pubblichiamo rimarrà lì per sempre.

C’è chi dice che noi italiani in rete siamo particolarmente esibizionisti. A sostenerlo è uno che i social network ci lavora:«Siete un popolo spensierato, non vi curate della vostra immagine e la spontaneità fa parte del vostro Dna», avverte Damien Patton, a.d. di Banjo, che il 26 e 27 settembre sarà a Roma per TechCrunch Italy.

Un problema etnico dunque? «No, forse è più una questione di altitudine. I tedeschi sono infatti più rigidi degli spagnoli. Negli Usa si discute da tempo del problema, mentre in Sud America alla maggioranza non sembra importare più di tanto se intere vite finiscono online».

In realtà — avverte il Garante delle Privacy — la questione è un po’ più complicata di così. «Da parte degli utenti c’è un atteggiamento contradditorio: vengono avvertiti i rischi della condivisione sfrenata, ma poi c’è disimpegno sul fronte dei comportamenti quotidiani», sottolinea Antonello Soro. Le cose, però, sono migliorate: «Rispetto agli albori dei social network, quando tutti condividevano tutto senza freni, c’è maggiore consapevolezza. Piuttosto ciò che dovrebbe preoccuparci è l’uso dell’anonimato per dare libero sfogo alla tracotanza e all’insulto».

Già. Ma se hatespeech e cyberbullismo sono problemi tipici soprattutto degli adolescenti (quest’estate in Gran Bretagna sono stati tre i suicidi in seguito ai ricatti e insulti sfrenati su social network e videochat), le statistiche mostrano uno spaccato inquietante. Secondo una ricerca del sito statunitense Mashable, il 55 per cento dei ragazzi americani fornisce agli sconosciuti informazioni personali. Il 71 per cento poi non ha alcun problema a mettere nelle impostazioni del proprio profilo Facebook l’indirizzo di casa e quello di scuola. E solo sei su dieci chiudono la propria pagina. Comportamenti tipici dei nativi digitali (Qui trovate un’infografica) di tutto il mondo che troppo spesso usano questi mezzi di comunicazione senza alcun controllo. Sui social network, infatti, ci stanno soprattutto loro, i ragazzi. Degli oltre 22 milioni di utenti italiani di Facebook, più di 3 milioni sono minorenni (il 15 per cento, secondo l’Osservatorio social media di Vincenzo Cosenza). Non stupisce dunque che il Garante della Privacy abbia lanciato una campagna per un uso consapevole dei social. Ma è sufficiente informare? «Siamo consapevoli che non basta. E vogliamo avviare con il ministro dell’Istruzione progetti di educazione digitale».

«Attenzione, però — avverte Luca Mazzucchelli, psicologo esperto di comportamenti digital — introdurre ore di media education è un’ottima idea. Sicuramente più intelligente degli sceriffi del web o di leggi contro l’anonimato. Ma purtroppo c’è un fattore difficile da combattere». Ossia?

«Il progresso tecnologico ha azzerato lo spazio tra il pensiero e l’agito, rielaboriamo meno quello che viviamo. E pensiamo poco alla conseguenza delle nostre azioni».

Una faccenda che riguarda anche noi adulti. Che troppo agiamo (e parliamo) e poco pensiamo alla soluzione dei problemi.

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La privacy è (quasi) un’utopia

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Helen Nissenbaum, la«filosofa di Obama»,spiega come si tutelano i diritti dei netizen: sbagliato fare guerra alle aziende

«Online c’è un enorme flusso di dati, personali e commerciali. Fermarli è impossibile: servono regole per un nuovo codice»

 

Quando l’amministrazione di Barack Obama ha deciso di inserire la tutela della privacy dei cittadini in agenda, ha avviato una caccia alle migliori menti al lavoro sul tema. E ha trovato lei: Helen Nissenbaum, filosofa dell’informazione, a capo dell’Istituto di Information Law della New York University. A dettare la linea guida del «Bill of Rights», il regolamento che fissa i principi-base per la tutela dei netizen, è stata proprio la filosofa americana.

Dietro la sua scrivania della Nyu, Nissenbaum — capelli cortissimi, sguardo fermo — ha l’aria dell’insegnante che tutti avremmo voluto incontrare: alla mano ma rigorosa, all’avanguardia ma con ingombranti studi classici, visionaria e allo stesso tempo severa. Il suo pc è a prova di tracciamento: la docente ha installato Ghostery, il software che consente di vedere con quali aziende i siti commerciano i dati degli utenti. Alcuni esempi? Twitter vende — con finalità statistiche — informazioni sulla navigazione dei suoi lettori a Google Analytics; il sito della University of California di Los Angeles a tre aziende diverse; quello della catena di supermercati Walmart a cinque.

Lei ha partecipato alla stesura della «carta dei diritti» dell’amministrazione Obama, che sancisce la tutela della privacy dei cittadini tra le priorità dell’agenda di governo. Nello stesso periodo la squadra tecnologica del presidente effettuava la più grande operazione di data-mining (estrazione e analisi dei dati sugli utenti) della storia, per convincere gli elettori a rieleggere Obama. Non sente una contraddizione nell’operato del presidente?
«Ho trovato disgustosa l’operazione di Obama. Da americana che ha avuto l’onore di lavorare per la sua amministrazione, mi sono vergognata di quello che hanno fatto. Hanno preso in giro gli elettori usando trucchi da prestigiatori per ottenere informazioni su di loro e si sono nascosti dietro alla volontarietà, dicendo che la maggior parte degli utenti sapeva di rilasciare dati personali. Vede, se io dico “mangiare” so esattamente cosa significa e dove andrà a finire il cibo. Ma se io acconsento a “fornire i dati”, non ho la minima idea di che fine faranno quelle informazioni. Sono operazioni come queste che mi spaventano, molto di più di quelle commerciali. Tanti miei colleghi giustificano il progetto con la scusa della “causa nobile”, la rielezione di Obama, ma commettono un errore colossale».

Come si possono rendere i cittadini più consapevoli dei loro rischi?
«Non bisogna porre la questione in astratto. Anche la parola privacy è sbagliata perché sembra un’entità misteriosa. Quando Facebook ha lanciato il referendum per cambiare le impostazioni non ne ha mostrato le conseguenze pratiche. Così gli iscritti, pensando a modifiche “tecniche”,non hanno votato. Adesso però c’è un altro punto in gioco: dimostrare che la rinuncia alla privacy non è la moneta di scambio per la gratuità dei contenuti online né tanto meno per la vittoria di Obama. Si possono avere entrambi».

Cominciamo dunque dal principio: cosa si intende per privacy?
«Per troppo tempo il diritto alla privacy si è giocato all’interno di due definizioni: la segretezza e il controllo delle proprie informazioni personali. Entrambe si sono rivelate sbagliate: il diritto alla privacy implica che il flusso di dati sul nostro conto sia appropriato. La questione nasce con la tecnologia: dagli anni Sessanta — con l’introduzione di video, computer, telecamere — si discute di come conciliare sorveglianza e intimità dei cittadini. Non c’è dubbio che la Rete abbia portato a uno stravolgimento, rendendo disponibile una quantità enorme di dati, impossibile da controllare».

Perché non ha senso parlare di «privacy online»?
«La nostra attività online è integrata con quella offline e riflette l’eterogeneità della nostra vita sociale. Proprio da questo presupposto nasce la teoria “dell’integrità contestuale” basata sull’idea che nella società dell’informazione non esiste una sfera privata e una pubblica, ma una pluralità di spazi, ciascuno con le sue regole. Un flusso appropriato di informazioni dipende, dunque, dal contesto sociale, dal tipo di informazione, da chi la riceve e dai limiti a cui è sottoposta. In un negozio la relazione (consumatore-venditore) e le dinamiche sono chiare: non è il consumatore che decide il prezzo e certo non può uscire senza pagare. Il successo dell’operazione dipende dal fatto di possedere denaro e di spenderlo. Essere perquisiti in aeroporto non lede la nostra intimità, a differenza di una perquisizione al supermercato. Su Internet è più difficile stabilire l’appropriatezza del flusso di informazioni».

Perché?
«Anche se volontariamente forniamo dati a Facebook quando ci consente di accedere gratuitamente a un contenuto con un semplice login, non sappiamo che fine faranno quelle informazioni. In un contesto di Big Data la volontarietà si perde: il flusso è talmente ampio che finisce per andare anche in direzioni inaspettate».

Ritiene inadeguati gli approcci teorici e normativi che fino a oggi hanno dominato il tema della privacy?
«Di base il modello con cui è stato affrontato il tema della privacy è quello della notifica-consenso. Si è pensato che la soluzione fosse chiedere alle aziende di rendere evidenti le opzioni sulla navigazione online dei cittadini, lasciando a loro la scelta. Ma questo approccio ha due problemi di fondo: il primo è che in un contesto enorme di dati è impossibile per chiunque avere piena padronanza del processo. La trasparenza è un’utopia…

In secondo luogo, implica pensare alla privacy solo in termini di business. Che è solo una parte del problema. Mi spiego: la pubblicità comportamentale, quella disegnata sulle nostre abitudini di navigazione online, è un piccolissimo prodotto del commercio di dati. E non è detto che sia unmale. Mi preoccupano molto di più quelle informazioni che possono portare a casi di discriminazione».

Per esempio?
«Che i dati sulla mia situazione professionale, personale, bancaria possano spingere qualcuno a non darmi un impiego o a non affittarmi una casa. Il punto è che queste situazioni non vanno regolate creando una legge ad hoc per Internet, che andrebbe solo a definire una piccolissima parte del sistema. Faccio un esempio: la tutela dei dati finanziari deve rientrare nei regolamenti emanati dalla Federal Reserve, come le discriminazioni tramite web di qualsiasi tipo devono essere vietate da leggi sui diritti civili. L’idea di una “privacy online” rischia di creare un leggero miglioramento nella libertà di navigazione del consumatore ma non la rivoluzione auspicabile».

Gli Stati Uniti e l’Unione Europa, spesso in maniera conflittuale, stanno lavorando sul tema. Lei ha contribuito alla stesura del «Bill of Rights», un vademecum per i diritti di cittadini che puntualizza alcuni principi base per la tutela della privacy (rispetto per il contesto, precisione, focalizzazione). Mentre l’obiettivo della Ue è forzare le aziende a tutelare di più gli utenti.
«L’Europa vede la tecnologia sotto la lente dei diritti: quello all’informazione e quello alla privacy. Gli Stati Uniti come un mezzo per aumentare la libertà di espressione e le potenzialità di impresa. Entrambi vogliono sancire la parità tra chi vuole difendere l’intimità e chi vuole violarla. Ma non si può dare per scontato che da una parte ci siano i buoni, i cittadini, e dall’altra i cattivi, le imprese. La disponibilità di informazioni può aiutarci a vivere meglio, vietare un tracciamento tout court sarebbe sbagliato. Piuttosto tocca chiedersi: qual è la quantità appropriata di informazioni? E quali sono quelle da proteggere? Non possono essere le aziende a deciderlo ma, in base ai diversi contesti, potremo decidere di volta in volta. Un approccio impostato sull’illusione della trasparenza, come quello europeo, è sbagliato. Anche perché identifica l’utente con il consumatore e negli Usa nessuno farà passare leggi anti- business. Qualsiasi norma europea si scontrerà con quelle internazionali e si ricomincerà daccapo».

Serena Danna, “Corriere della Sera – La Lettura”, 10 marzo 2013

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Tre prove che dimostrano che la Rete non è perfetta

Cosa ne pensate? L’articolo qui proposto è stato pubblicato su “Tuttoscienze – La stampa”, il 20 febbraio 2013.

In questi ultimi mesi in Italia si parla continuamente del Web come chiave per aprire – quasi scardinare – la porta della società verso un nuovo processo di elaborazione della democrazia. Pensiamo al Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, pensiamo ai cosiddetti «guru dell’informazione» o a tutti coloro che si affrettano a definire la Rete come strumento perfetto per la definizione di una democrazia partecipata, costruita dal basso, dove l’accesso all’informazione non è più monopolizzato da oligarchie economiche e politiche. E’ un pensiero stupendo, che scalda il cuore e le menti e sembra realizzarsi concretamente in casi come quello islandese, dove la nuova Costituzione del Paese viene scritta in Rete dall’intera popolazione. Eppure in tutto ciò io vedo un rischio: la tendenza a dimenticarsi dei pericoli che si annidano in ogni strumento di comunicazione e connessione sociale.

Non vorrei essere frainteso: sono il primo a pensare che la Rete – o, meglio, il sistema di reti definito dal Web, dai social network e dalle piattaforme di microblogging come Twitter – sia una delle più grandi invenzioni e rivoluzioni della storia dell’uomo. Il nostro modo di vivere quotidiano, di accedere all’informazione, di guardare e partecipare ai sistemi sociali sono stati letteralmente sconvolti dall’avvento dei «social media». Ma è sbagliato, nonché estremamente pericoloso, deificare questi strumenti: considerarli il bene assoluto, la panacea a tutti i nostri mali. In passato anche la stampa e la televisione furono straordinarie rivoluzioni nel modo di condividere l’informazione e di far comunicare gli individui. Eppure siamo tutti consapevoli dei rischi di manipolazione che coinvolgono questi strumenti ed è proprio l’esercizio critico nei loro confronti che ci permette di usarli in maniera efficiente e positiva.

Lo stesso dovrebbe accadere con la Rete. Che è uno strumento nuovo, senza dubbio. Ma, sotto molti aspetti, è lontana da quell’ideale paradiso di democrazia di cui spesso si sente parlare. Mi rendo conto che non tutti accoglieranno con molta simpatia questa affermazione, ma non è mia intenzione cimentarmi in un esercizio dialettico o aprire una di quelle interminabili polemiche che proprio in Rete trovano il loro habitat ideale. Non cerco di convincervi con delle opinioni, ma voglio presentare delle evidenze scientifiche.

1. La Rete ha per sua natura una struttura capitalistica e oligarchica.  

Tutte le reti – che si chiamino Internet o Twitter – sono dominate da un’ oligarchia di individui, che accumulano e controllano la maggior parte della capacità connettiva e di comunicazione della Rete stessa. E’ verificato, da ormai oltre 10 anni, che nelle strutture sociali definite dalle nuove reti digitali la centralità e l’influenza degli individui sono determinate da quella stessa legge che Pareto scoprì ai primi del Novecento, studiando la distribuzione della ricchezza economica. Pareto dimostrò che nelle società capitaliste meno del 20% della popolazione possiede più dell’80% della ricchezza totale. Questa legge non è solo alla base di qualsiasi oligarchia economica, ma oggi la vediamo rispecchiare i rapporti di potere, influenza e connettività sulle nuove reti sociali. Meno del 20% degli utenti controlla e attira più dell’80% dell’attività comunicativa. E’ un’oligarchia della comunicazione, non certo una Rete democratica – orizzontale – in cui tutti hanno la stessa voce.

2. Nella Rete la trasmissione e la prevalenza di una data informazione possono essere indipendenti dal valore/verità dell’informazione stessa.  

Uno degli effetti negativi più evidenti di questa oligarchia della comunicazione, dimostrato da leggi matematiche, è il potere degli oligarchi stessi di far penetrare e diffondere nella Rete informazioni che altrimenti non sopravviverebbero in sistemi basati su una vera struttura democratica.

Gli oligarchi agiscono come dei «superdiffusori», riuscendo a generare delle epidemie che sono capaci di invadere il sistema-Rete anche se l’informazione che viene diffusa ha un basso potere di contagio. In altre parole le idee o l’informazione che troviamo più comunemente in Rete non necessariamente devono considerarsi veritiere o tantomeno validate dalla loro pervasività.

3. La Rete non vive in una bolla del cyberspazio.  

Soprattutto dopo l’avvento della tecnologia mobile, con una connettività sempre più diffusa e l’esplosione tecnologica e commerciale di apparecchi sofisticati come smartphone e tablet, la Rete ha iniziato a caratterizzare ogni momento della nostra giornata. Non è più un mondo virtuale, isolato: è diventata parte del mondo fisico, ne è influenzata e lo influenza. Ciò che accade nel mondo fisico riverbera nella Rete e nella maggior parte dei casi riflette – nel bene e nel male – gli avvenimenti, la credibilità e l’informazione elaborata nei media tradizionali. Questo è esemplificato dalla convergenza tra Rete e media tradizionali. Ogni giornale ha una pagina Facebook e orami è comune vedere i programmi televisivi iniettare nella Rete gli argomenti di conversazione attraverso il suggerimento degli hashtag di Twitter. Queste osservazioni aprono diversi scenari, nei quali è fondamentale valutare la possibilità di distorcere, dominare e inquinare le informazioni che si diffondono in Rete. Negli ultimi anni sono stati numerosi gli studi e le analisi scientifiche che hanno mostrato i pericoli di manipolazione delle reti sociali. Per esempio, si è parlato spesso di un fenomeno come l’«astroturfing», che permette di simulare l’emergenza spontanea di movimenti sociali o politici che, in realtà, non esistono. Oppure, nell’ambito del cosiddetto «crowdsourcing» e della partecipazione diretta degli utenti, è stata mostrata l’evidenza che una buona parte – fino a un terzo! – delle recensioni dei consumatori sui siti Web – pensiamo ai libri su Amazon, alle applicazioni per iPhone o agli alberghi su TripAdvisor – siano in realtà dei «fake», strumenti creati per orientare il pubblico in maniera artificiale. Le agenzie di ricerca internazionali hanno promosso numerosi progetti scientifici proprio con l’obiettivo di studiare, comprendere e valutare con cognizione di causa tutti gli scenari – positivi e negativi – che potremmo dover affrontare nel prossimo futuro, sia a medio che a lungo termine.

E’ ingenuo pensare che la Rete sia il paradiso dove saremo tutti uguali, dove le informazioni saranno sempre pure e tutti i contenuti accessibili. Come ogni luogo sociale, anch’essa è animata da angeli e demoni. Non la si può conoscere davvero, se non si prendono in considerazione entrambi. Troppo spesso in Italia se ne esalta il lato luminoso, dimenticando quello oscuro. Forse dovremmo iniziare a chiederci il perché: conviene a qualcuno che non se ne parli?

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Fresco di stampa

A proposito dell’argomento affrontato da molti di voi nell’ultimo compito in classe, propongo una breve lettura “a tema” appena pubblicata.

Fuori mercato. L’ultimo libro di Joseph Stiglitz affronta i danni provocati dalla disuguaglianza, una piaga delle società contemporanee che mette a rischio la democrazia.
Perché l’economia ha bisogno della politica, di Joseph E. Stiglitz

“La Repubblica”,  5 marzo 2013
Anticipiamo un brano della prefazione del libro Il prezzo della disuguaglianza di Joseph E. Stiglitz (Einaudi, pagg. 474) in uscita oggi:

Vi sono momenti, nella storia, in cui sembra che tutti i cittadini del mondo insorgano per dire che c’è qualcosa di sbagliato, per chiedere un cambiamento. È accaduto con i tumulti del 1848 e del 1968, quando la sollevazione segnò l’inizio di una nuova era. E il 2011 potrebbe rivelarsi un altro di tali momenti. Una rivolta giovanile iniziata in Tunisia, piccolo paese sulla costa del Nord Africa, si è estesa al vicino Egitto e poi ad altri paesi del Medio Oriente. Nel giro di breve tempo i popoli di Spagna e Grecia, Regno Unito e Stati Uniti, come quelli di altri paesi del mondo, hanno avuto anch’essi i loro motivi per scendere nelle strade. I manifestanti avevano ragione nel sostenere che c’era qualcosa di sbagliato. Il divario tra ciò che i nostri sistemi economici e politici dovrebbero fare — e che ci avevano fatto credere facessero — e ciò che effettivamente fanno è diventato troppo ampio per poterlo ignorare. I governi del mondo non stavano affrontando problemi economici cruciali come la persistente disoccupazione e, mentre i valori universali dell’equità venivano sacrificati all’avidità di pochi, nonostante la retorica del contrario, il senso di ingiustizia si è trasformato nella sensazione di essere stati traditi.
È evidente che i mercati non hanno funzionato nel modo previsto dai loro fautori. I mercati dovrebbero essere stabili, ma la crisi finanziaria globale ha mostrato che possono essere molto instabili e scatenare conseguenze drammatiche. I banchieri, infatti, avevano azzardato scommesse da cui, se non fosse stato per l’assistenza del governo, sarebbero stati travolti insieme all’intera economia. Ma uno sguardo più ravvicinato al sistema ha rivelato che non si trattò di un incidente: i banchieri erano incentivati a comportarsi in quel modo. La virtù del mercato dovrebbe essere l’efficienza. Ma chiaramente il mercato non è efficiente. La prima legge della teoria economica — necessaria perché l’economia sia efficiente — è che la domanda sia pari all’offerta. Ma viviamo in un mondo in cui enormi bisogni rimangono insoddisfatti: mancano investimenti che facciano uscire i poveri dalla povertà, che promuovano lo sviluppo nei paesi meno sviluppati dell’Africa e degli altri continenti del mondo, che adeguino l’economia globale alle sfide poste dal riscaldamento della Terra. Contemporaneamente abbiamo ampie risorse inutilizzate, come lavoratori e macchinari improduttivi o impiegati al di sotto delle loro capacità. E la disoccupazione — l’incapacità del mercato di generare posti di lavoro per tanti cittadini — è il fallimento peggiore, la fonte di inefficienza più grave, oltre che una delle cause principali della disuguaglianza.
Nel marzo 2012, circa 24 milioni di americani che avrebbero voluto un lavoro full-time non riuscivano a trovarlo. Negli Stati Uniti, stiamo privando milioni di persone della loro casa. Abbiamo abitazioni vuote e gente che vive per la strada. Ma anche prima della crisi, l’economia americana non stava facendo quello che era stato promesso: nonostante la crescita del Pil, la maggior parte dei cittadini assisteva all’erosione del proprio tenore di vita. Per la maggior parte delle famiglie americane, anche prima dell’inizio della recessione i redditi, tenuto conto dell’inflazione, erano più bassi di quelli di un decennio prima. L’America aveva creato una macchina economica meravigliosa, ma che palesemente aveva lavorato soltanto per chi stava molto in alto.
Stiamo pagando assai cara la nostra disuguaglianza e il prezzo è un sistema economico meno stabile e meno efficiente, con meno crescita, nonché una democrazia che è stata messa in pericolo. Ma la posta in gioco è anche più alta: dal momento che il nostro sistema economico sembra aver fallito rispetto al benessere di moltissimi cittadini, e dal momento che il nostro sistema politico sembra ormai preda degli interessi del denaro, la fiducia nella nostra democrazia e nella nostra economia di mercato ne usciranno sminuite insieme alla nostra influenza a livello globale.
Nella misura in cui non siamo più percepiti come un paese di opportunità e il nostro tanto decantato Stato di diritto, insieme a un sistema giudiziario di cui siamo sempre andati fieri, appaiono compromessi, anche il nostro senso di identità nazionale potrebbe uscirne minacciato.
In alcuni paesi, il movimento Occupy Wall Street è diventato stretto alleato del movimento contro la globalizzazione. In effetti i due hanno qualcosa in comune: la convinzione non soltanto che ci sia qualcosa di sbagliato, ma anche che un cambiamento sia possibile. Il problema tuttavia non è se la globalizzazione sia buona o cattiva, ma che i governi la stanno gestendo molto male, per lo più a beneficio di interessi particolari. L’interconnessione tra i popoli, i paesi e le economie del pianeta è uno sviluppo che può essere usato in modo efficace tanto per promuovere la prosperità quanto per diffondere avidità e sofferenza. Lo stesso vale per l’economia di mercato: il potere dei mercati è enorme, ma essi non hanno alcuna caratteristica morale intrinseca. Dobbiamo decidere noi come gestirli.
Nei loro momenti migliori, i mercati hanno avuto un ruolo cruciale, per gli straordinari aumenti di produttività e la crescita del tenore di vita degli ultimi due secoli, incrementi di gran lunga superiori a quelli dei precedenti duemila anni. Ma anche i governi hanno avuto un ruolo importante in questi avanzamenti, un fatto che i sostenitori del libero
mercato solitamente mancano di riconoscere. D’altra parte, i mercati possono lavorare altrettanto bene a favore della concentrazione di ricchezza, possono trasferire i costi ambientali sulla società e abusare dei lavoratori e consumatori. Per tutte queste ragioni è chiaro che i mercati vanno domati e temperati, se si vuole essere sicuri che lavorino a beneficio della maggioranza dei cittadini. E occorre ripetere tali interventi più volte, per garantire la continuità dei risultati. L’abbiamo fatto negli Stati Uniti durante l’“era progressista” quando furono promulgate per la prima volta le leggi sulla concorrenza. L’abbiamo fatto anche con il New Deal, quando vennero varate le leggi sul sistema pensionistico previdenziale (Social Security), l’occupazione e il minimo salariale. Il messaggio di Occupy Wall Street, e di tanti altri dimostranti nel mondo, è che i mercati devono essere domati e temperati ancora una volta. Le conseguenze, altrimenti, saranno serie: in una democrazia che voglia essere tale, dove le voci dei comuni cittadini vengono ascoltate, non possiamo mantenere un sistema di mercato aperto e globalizzato, per lo meno non nella forma che conosciamo, se anno per anno quegli stessi cittadini si impoveriscono. Una delle due, la politica o l’economia, dovrà dare qualcosa.
Traduzione di Maria Lorenza Chiesara © 2012 . All rights reserved © 2013 Giulio Einaudi editore Spa, Torino

Per gentile concessione di Roberto Sanchiara Literary Agency

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… bene conscius ponderis huius actus plena libertate declaro…

BOLLETTINO N. 0089 – 11.02.2013 

Fratres carissimi
Non solum propter tres canonizationes ad hoc Consistorium vos convocavi, sed etiam ut vobis decisionem magni momenti pro Ecclesiae vitae communicem. Conscientia mea iterum atque iterum coram Deo explorata ad cognitionem certam perveni vires meas ingravescente aetate non iam aptas esse ad munus Petrinum aeque administrandum. Bene conscius sum hoc munus secundum suam essentiam spiritualem non solum agendo et loquendo exsequi debere, sed non minus patiendo et orando. Attamen in mundo nostri temporis rapidis mutationibus subiecto et quaestionibus magni ponderis pro vita fidei perturbato ad navem Sancti Petri gubernandam et ad annuntiandum Evangelium etiam vigor quidam corporis et animae necessarius est, qui ultimis mensibus in me modo tali minuitur, ut incapacitatem meam ad ministerium mihi commissum bene administrandum agnoscere debeam. Quapropter bene conscius ponderis huius actus plena libertate declaro me ministerio Episcopi Romae, successoris Sancti Petri, mihi per manus Cardinalium die 19 aprilis MMV commissum renuntiare ita ut a die 28 februarii MMXIII, hora 29, sedes Romae, sedes Sancti Petri vacet et Conclave ad eligendum novum Summum Pontificem ab his quibus competit convocandum esse.
Fratres carissimi, ex toto corde gratias ago vobis pro omni amore et labore, quo mecum pondus ministerii mei portastis et veniam peto pro omnibus defectibus meis. Nunc autem Sanctam Dei Ecclesiam curae Summi eius Pastoris, Domini nostri Iesu Christi confidimus sanctamque eius Matrem Mariam imploramus, ut patribus Cardinalibus in eligendo novo Summo Pontifice materna sua bonitate assistat. Quod ad me attinet etiam in futuro vita orationi dedicata Sanctae Ecclesiae Dei toto ex corde servire velim.

Ex Aedibus Vaticanis, die 10 mensis februarii MMXIII

BENEDICTUS PP XVI

13 dicembre 1294:

“Ego Caelestinus Papa Quintus motus ex legittimis causis, idest causa humilitatis, et melioris vitae, et coscientiae illesae, debilitate corporis, defectu scientiae, et malignitate Plebis, infirmitate personae, et ut praeteritae consolationis possim reparare quietem; sponte, ac libere cedo Papatui, et expresse renuncio loco, et Dignitati, oneri, et honori, et do plenam, et liberam ex nunc sacro coetui Cardinalium facultatem eligendi, et providendi duntaxat Canonice universali Ecclesiae de Pastore”.

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Libro inchiesta

(c) The Bowes Museum; Supplied by The Public Catalogue Foundation

Tomaso Montanari, Un popolo così ignorante che non sa di esserlo,
“Il Fatto”,  7 febbraio 2013

“Ho visto la scuola pubblica smantellata pezzo per pezzo, la ricerca agonizzare, l’università annichilirsi anno dopo anno. E, in parallelo, questo paese perdere grinta, ambizione, ridursi a una cartolina del passato in cui la cultura viene messa da parte in favore di non si sa bene quale scorciatoia… A una scuola pubblica peggiore può corrispondere solo un paese peggiore”. È intorno a questa lucidissima, terribile pagina di Silvia Avallone che Roberto Ippolito costruisce Ignoranti (Chiarelettere).
Ignoranti non è un lamento, e non è stato scritto da un intellettuale fuori dal mondo: Ippolito è un giornalista economico ed un esperto in comunicazione, e il suo libro dimostra con i numeri e i dati di fatto quanto la constatazione della Avallone sia aderente alla realtà.
L’ITALIA è un paese di ignoranti. “Il 71 per cento della popolazione – scrive il linguista Tullio De Mauro, citato da Ippolito – si trova al di sotto del livello minimo di lettura e comprensione di un testo scritto in italiano di media difficoltà; il 5 per cento non è neppure in grado di decifrare lettere e cifre, un altro 33 per cento sa leggere ma riesce a decifrare solo testi di primo livello su una scala di cinque ed è a forte rischio di regressione nell’analfabetismo, un ulteriore 33 per cento si ferma a testi di secondo livello”. […]
Il nesso tra corruzione della politica e ignoranza è fortissimo: “Nel parlamento italiano la percentuale di laureati è scesa dal 91,4 per cento della prima legislatura al 64,8 della quindicesima. Una flessione di 27 punti percentuali, in controtendenza con le altre democrazie: negli Stati Uniti i laureati al Congresso superano il 94 per cento”. E una politica analfabeta impone al Paese un futuro di analfabetismo: l’“attacco continuo alla scuola pubblica” (è il titolo di un paragrafo del libro) ha prodotto la scuola con l’età media degli insegnanti più alta d’Europa. L’89,3% ha più di quarant’anni, e i precari che li dovrebbero sostituire hanno esattamente quell’età media.
ANZIANI, dunque, e drammaticamente sottopagati: “gli stipendi dei docenti italiani sono diminuiti dell’1% tra 2000 e 2009” mentre “nel resto dei paesi Ocse sono aumentati mediamente del 7%”. Per non parlare delle scuole: edifici sporchi, inadeguati, pieni di topi: e nel paese con la retorica dell’infanzia più melensa e irritante del mondo, il 47,5 per cento delle scuole non ha un certificato di idoneità statica, e solo il 24,8 è stato sottoposto a verifica di vulnerabilità sismica. E gli stessi ministri e presidenti del Consiglio che non hanno fatto assolutamente niente per migliorare la situazione, e anzi l’hanno aggravata con i dissennati tagli lineari (Francesco Profumo e Mario Monti in testa) saranno in prima linea ai funerali delle vittime del prossimo crollo scolastico.
Ma – fa notare Ippolito contro ogni retorica dell’antipolitica – la cultura non è solo “calpestata dalle istituzioni” (così si intitola un altro paragrafo), ma è come rigettata dalla stessa società. A partire dalla classe dirigente in senso più ampio: e Ippolito mette in fila alcuni degli strafalcioni dei giornalisti, della comunicazione ufficiale di Trenitalia, degli idolatrati giocatori di calcio (come non citare il “Rispetto l’omofobia” di Francesco Totti?). E non c’è da stupirsi: “il numero di lettori fra i dirigenti, gli imprenditori e i professionisti in Germania e Francia è grosso modo il doppio” che in Italia (i dati sono di Giovanni Solimine, L’Italia che legge, Laterza 2010).
Ed è devastante dover ammettere che l’intesa tra la politica e i cittadini è spesso giocata proprio sul condiviso sospetto per la cultura. Alessandra Mussolini ringhia che “il nonno ha fatto opere, mica libri”. Rispondendo a Massimo Giletti, Berlusconi ha detto che “Mario Monti è umanamente gradevole, ma è un professore”: una colpa irredimibile. E Matteo Renzi è ben avviato sulla stessa strada. Se deve spiegare che Dante è vivo, specifica che non è “noioso come la spiegazione di un professore arrugginito”.
UN PAESE che accetta e favorisce le differenze basate sul censo e sullo status ereditario, e dunque differenze contro il merito, ma mal sopporta invece l’idea che esista un’élite fondata sulla conoscenza e lo studio: “si è verificato uno scadimento complessivo, un inebetimento”, dice lo scrittore e insegnante Marco Lodoli.  Il quale, tuttavia, sente che il vento sta cambiando: “Credo si apra una nuova stagione. Si avverte una diversa atmosfera culturale dopo che i ragazzi e gli adulti hanno vissuto in una specie di circo”. È da qui che può innescarsi “la scossa possibile” che dà il titolo all’ultimo capitolo del bel libro di Ippolito: “L’Italia ignorante non è l’Italia che può prendere slancio. Non contrasta le diseguaglianze, non favorisce l’avanzamento sociale. Ma i tanti fermenti esistenti, i successi dei talenti italiani… dicono che il sapere può dare la scossa”.
E per invertire la rotta basterebbe ricordare che  “tagliare il deficit riducendo gli investimenti nell’innovazione e nell’istruzione è come alleggerire un aereo troppo carico togliendo il motore”. In campagna elettorale tutti i nostri politici sarebbero pronti a sottoscrivere questa frase: per rimangiarsela, come sempre, nei fatti, già un minuto dopo la presa del potere.
Chi l’ha detta, invece, l’ha anche messa in pratica: ma si chiama Barack Obama.

Roberto Ippolito, IGNORANTI,  Chiarelettere, pag. 192

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