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Roman Britain: i romani in Britannia

Tabula Peutingeriana: la Britannia romana

Per primo tra tutti i Romani il divino Giulio entrò con un esercito in Britannia; ma, per quanto abbia atterrito gli abitanti con uno scontro fortunato, si può pensare che egli abbia indicato, più che consegnato, l’isola ai posteri.
Tacito, Agricola,13, 2

Britanniae pars interior ab iis incolitur quos natos  in insula ipsi memoria prodī́tum  dicunt, maritima pars ab iis qui praedae ac belli inferendi causa ex Belgio transierunt – qui omnes fere iis nominibus civitatum appellantur, quibus orti ex civitatibus eo pervenerunt – et bello inlato ibi remanserunt atque agros colere coeperunt.
Hominum est infinita multitudo creberrrimaque aedificia fere Gallicis consimilia, pecorum numerus ingens. Utuntur aut aere aut nummo aureo aut taleis ferreis ad certum pondus examinatis pro nummo. Nascitur ibi plumbum album in mediterraneis regionibus, in maritimis ferrum, sed eius exigua est copia; aere utuntur importato. Materia cuiusque generis ut in Gallia est, praeter fagum et abietem. Leporem et gallinam et anserem gustare fas non putant; haec tamen alunt animi voluptatis causa. Loca sunt temperatiora quam in Gallia remissioribus frigoribus. 
Caesar, De bello Gallico, V, 14

History of Britain: BBC documentary series, written and presented by Simon Schama. Part one: beginnings.

I Romani in Britannia: VIDEO (in inglese, con didascalie; durata 5’…).

L’Europa secondo Strabone (Geografia, 7 d. C. circa)

Le strade romane in Britannia : fonte WIKIPEDIA.

Sulle campagne di guerra di Cesare in Britannia LEGGI QUILo sbarco di Cesare (pagina in lingua inglese).

Siân Echard, University of British Columbia: Roman Britain.

Encyclopedia Romana:  sito dell’Università di Chicago dedicato alla storia ed alla cultura romana. Vedi in particolare la sezione Roman Britain.

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VINDOLANDA

Vindolanda Tablets online. CLICCA QUI

Claudia Severa invita Sulpicia Lepidina a raggiungerla in occasione del suo compleanno (Tab. Vindol. II, 291)

A. K. BOWMAN, J. D. THOMAS, The Vindolanda Writing–Tablets (Tabulae Vindolanenses, II), London 1994, pp. 256–259 nr. 291, fine I–inizi II sec. d.C.:

Cl(audia) Severa Lepidinae [suae] / [sa]l[u]tem. / III idus Septembr[e]s soror ad diem / sollemnem natalem meum rogo / libenter facias ut venias / ad nos iucundiorem mihi / [diem] interventu tuo factura, si / [–]+[–c. 3–]s. / Cerial[em t]uum saluta; Aelius meus / 10 et filiolus salutant. / Sperabo te, soror! Vale, soror, anima mea, ita valeam / karissima et have. / Sulpiciae Lepidinae / Cerialis (scil. uxori), / a Severa.

«Claudia Severa saluta la sua Lepidina. Ti invito calorosamente, sorella mia, a venire il terzo giorno prima delle Idi di Settembre (l’11 settembre), per festeggiare il mio compleanno, per rendere quel giorno più felice con il tuo arrivo, se vieni. Salutami il tuo Cerialis. Il mio Aelius e il mio figlioletto ti mandano i loro saluti». Nell’aggiunta di una seconda mano «Ti aspetterò, sorella. Addio, sorella, anima mia carissima, così spero di star bene e ciao».

«A Sulpicia Lepidina, moglie di Flavius Cerialis, da parte di Severa»

Compiti per casa: un esercizio scolastico.

A.K. Bowman – J.D. Thomas, The Vindolanda Writing Tablets (Tabulae Vindolandenses II), London 1994, pp. 65-67, n°118.

—- / interea pavidam volitans pinna/ta ubem seg / ——
(Esercizio di trascrizione di Virgilio, Eneide, IX, 473: interea pavidam volitans pinnata per urbem).

Maggiori informazioni http://viaggioneltempodellascrittura.webnode.it/i-romani/la-scrittura-manuale-dei-romani/

La misteriosa scomparsa della IX legione.

Una delle leggende più durature della Britannia romana riguarda la scomparsa della Nona Legione. La teoria che 5.000 dei migliori soldati di Roma si persero tra le nebbie della Caledonia mentre marciavano a nord per sedare una ribellione, costituisce la trama di un nuovo film, “The Eagle” (L’Aquila). Ma quanto di questa storia è vera? LEGGI QUI (versione inglese, fonte BBC).

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Ecco dove fu assassinato Cesare

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24/01/2013 · 06:01

Giulio Cesare… besame mucho

Per concludere il nostro percorso cesariano…

… e per conoscere la civiltà romana da un altro punto di vista:

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Giudizi su Cesare

Franco Cardini, Cesare: processo a un dittatore, «Avvenire», 17 settembre 2009

Non è per nulla strano che a Caio Giulio Cesare, oltre duemila anni dopo la sua morte, si continui a dedicare un’attenzione che a pochi altri grandissimi della storia è accordata. E perché? E, soprattutto, fu davvero grandissimo? In che senso, fino a che punto? Qualcuno ha provato a contestarne la figura. Fu un tiranno, è il protagonista di modi di vedere la storia fondati sulla retorica e sul «culto della personalità», è stato il modello di troppi dittatori moderni eccetera. Si è tirata in ballo perfino la sua omosessualità, come se non si trattasse di un costume sessuale che, nell’antica Grecia come a Roma, era almeno in una certa misura considerato un «naturale» aspetto specie della fase adolescenziale dei giovani maschi. Ma il fatto è che si continua a parlare di lui […]. In che cosa consisté il suo genio? Per rispondere, sarebbe necessario anzitutto tracciare la storia della sua fortuna dopo la morte fino ad oggi. Gli imperatori assunsero il suo nome a titolo onorifico. E non furono solo quelli romani a farlo: sul loro esempio, attraverso una pratica politica bizantina, la parola Caesar divenne sinonimo di sovrano nelle lingue slave, sotto la forma di czar (zar), e addirittura nella lontana Persia, sotto quella di shah (scià). Nel Medioevo, in quanto fondatore dell’impero Cesare divenne un modello sacro:  Dante condannò i suoi assassini, nell’Inferno, alla stessa suprema pena del traditore Giuda. Egli entrò anche, insieme con Ettore e Alessandro Magno, nella triade dei Preux (i «valorosi») considerati il paradigma dei sovrani perfetti dell’età antica. Umanesimo prima, illuminismo poi, insorsero contro questa cesarolatria proponendo al contrario i modelli eroici dei «tirannicidi» Bruto e Cassio; ma all’immagine di Cesare legislatore equo e severo si tornò con l’impero napoleonico: e il nipote del Bonaparte, quel principe Luigi Napoleone poi divenuto a sua volta imperatore col nome di Napoleone III, a Giulio Cesare dedicò una biografia molto attenta, informata e attendibile. […]
Recentemente, un libro come al solito lucido e provocatorio di Luciano Canfora lo ha definito «un dittatore democratico». Ossimoro? Paradosso? Diciamo subito che le pagine di Canfora sono tra le più limpide che negli ultimi tempi si siano mai scritte sul grande romano. Ma aggiungiamo che Cesare seppe davvero sintetizzare mirabilmente il senso profondo della storia romana e proiettarla in quella universale. E vediamo in che modo. Tutta la storia della Roma repubblicana si svolge all’insegna della contesa tra un’aristocrazia di proprietari terrieri conservatori e un proletariato di soldati­-contadini. Cesare, aristocratico di altissimi natali, seppe interpretare splendidamente le ragioni e i bisogni delle folle proletarie.
Ma c’è di più. Mentre la repubblica proseguiva sulla strada delle sue vicende, Roma stava conquistando il «mondo» di allora, cioè il bacino mediterraneo, e si apriva non solo alla Grecia – come troppo spesso si ripete – ma anche e soprattutto all’Oriente con le sue antiche civiltà e le sue istituzioni monarchiche e «dispotiche», ma in grado d’inquadrare politicamente enormi masse umane. Cesare non si assunse soltanto, come cittadino «democratico» – nobile di nascita, ma ostile all’oligarchia senatoriale – l’eredità dei Gracchi e di Caio Mario (e perfino di Catilina).
Egli seppe comprendere appieno le potenzialità dell’incontro tra Roma e l’Oriente, su una via politica e culturale battuta già dal cosiddetto «circolo degli Scipioni»: e alla gens Cornelia, la famiglia degli Scipioni, apparteneva appunto e non a caso la madre dei Gracchi.
Politica democratica, conquiste militari (il nerbo delle quali era la forza proletaria dell’esercito legionario) e apertura alle culture dell’Oriente – specie quella egizia – che si erano già incontrate con quella greca al tempo dei successori di Alessandro dando vita alla cosiddetta civiltà ellenistica, furono i capisaldi della visione politica cesariana fondata sulla sintesi tra le culture e sulla prospettiva universalistica del governo di Roma. In ciò il vero erede di Cesare non fu Ottaviano, bensì Antonio. Cesare fu il fondatore dell’impero in quanto prospettiva di monarchia sacra e in quanto visione di superiore giustizia tra le genti. Un messaggio politico esaurito? A quanto pare, non proprio: anzi, sembra che esso si rinnovi di continuo, sia pure con tutti i rischi di caduta nella retorico o nell’utopia. Cesare rimane un modello unico e ineguagliato.
Non è affatto strano che tutte le generazioni sentano il bisogno di misurarsi sulla sua figura e la sua opera.

Intervista impossibile a Giulio Cesare: il file è reperibile all’indirizzo http://www.illuminations.tk (area riservata).

La fortuna fumettistica di Cesare: guida ad Asterix (ricco repertorio di citazioni artistico-culturali presenti nei fumetti di Uderzo e Goscinny). CLICCA QUI.

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Cesare, versione di esercizio

La battaglia della Sabis

Per la classe III F. Trovate qui in allegato la versione di esercizio da svolgere per MARTEDI’:

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Si tratta di un passo tratto dal II libro del De bello Gallico; protagonisti Cesare, Labieno (proprio ille Labienus, il perfuga del Bellum civile), la X legio e i poveri Belgi. Buon lavoro.

 

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Cesare: la battaglia di Alesia

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Caesar, De bello Gallico, VII, 69

Ipsum erat oppidum Alesia, in colle summo admodum edito loco, ut nisi obsidione expugnari non posse videretur. Cuius collis radices duo duabus ex partibus flumina subluebant. Ante id oppidum planities circiter milia passuum III in longitudinem patebat; reliquis ex omnibus partibus colles mediocri interiecto spatio pari altitudinis fastigio oppidum cingebant. Sub muro quae pars collis ad orientem solem spectabant, hunc omnem locum copiae Gallorum compleuerant fossamque et maceriam in altitudinem VI pedum praeduxerant. Eius munitionis quae ab Romanis instituebatur circuitus X milia passuum tenebat. Castra opportunis locis erant posita ibique castella XXIII facta; quibus in castellis interdiu stationes ponebantur, ne qua subito eruptio fieret: haec eadem noctu excubitoribus ac firmis praesidiis tenebantur.

ALESIA: documentario in lingua francese (immagini del sito di Alesia e ricostruzione animata degli eventi). CLICCA QUI.

L’assedio di Alesia: documentario da “Atlantide” (LA7).

La resa di Vercingetorige (De Bello gallico, 89 1)

Postero die Vercingetorix, concilio convocato, id bellum suscepisse se non suarum necessitatum,  sed communis libertatis causa demonstrat, et quoniam sit Fortunae cedendum, ad utramque rem se illis offerre, seu morte sua Romanis satisfacere seu vivum tradere velint. Mittuntur de his rebus ad Caesarem legati.  Iubet arma tradi, principes produci. Ipse in munitione pro castris consedit; eo duces producuntur. Vercingetorix deditur, arma proiciuntur.  Reservatis Haeduis atque Arvernis, si per eos civitates recuperare posset, ex reliquis captivis toti exercitui capita singula praedae nomine distribuit

Dal film Vercingetorix (2001).

Dal film  The siege of Alesia.

Per la classe terza E:  nell’area riservata del sito  www.illuminations.tk  (Sezione Classi terze – Latino)  è disponibile la guida per lo studio degli ultimi capitoli del libro VII del De bello Gallico.

De bello gallico: quale giudizio?

“Una campagna provocata a freddo, senza un vero pericolo, una vera minaccia; la distruzione della precedente civiltà lentamente soppiantata dalla romanizzazione; un genocidio di impressionanti proporzioni secondo la convergente testimonianza di Plinio e di Plutarco. Il tutto per una finalità che, nel principale protagonista e motore dell’impresa, è chiaramente la cinica utilizzazione di un siffatto genocidio per la lotta politica interna. […] La concezione estatica, perciò, così frequente al cospetto della conquista cesariana della Gallia, vista come un’altra delle “orme” che una sorta di provvidenza della storia avrebbe voluto lasciare sul terreno per il suo tramite, rischia di essere davvero fuorviante. Essa fu fatta propria da grandi interpreti, come Mommsen e numerosi altri dopo di lui, i quali non solo hanno nobilitato quella feroce conquista ponendola sullo stesso piano della ellenizzazione dell’Oriente per opera di Alessandro, ma soprattutto hanno accreditato a Cesare una intenzione weltgeschichtliche (‘storica di portata universale’), che forse non albergava nella mente del proconsole delle Gallie, e certo non fa neanche lontanamente capolino dai suoi pur forbiti e finemente elaborati commentarii su quella quasi decennale impresa guerresca. […]

Il “libro nero” della conquista romana della Gallia lo scrisse Plinio il Vecchio, nel settimo libro della Storia naturale (91-99). È un “libro nero” – per usare un’espressione ora in voga – di straordinaria durezza. Vengono lì messi a paragone i crimini di Cesare con il ben diverso bilancio della lunga carriera politico-militare di Pompeo. Senza contare i moltissimi morti causati dalla guerra civile, provocata da Cesare col passaggio del Rubicone, quattro anni di efferata guerra fratricida dovuta all’ambizione di un uomo, senza procedere dunque a questa contabilità relativa al conflitto civile, bisogna ricordare – scrive Plinio – il 1200000 morti massacrati da Cesare al solo fine di conquistare la Gallia. “Io non posso porre – dice Plinio – tra i suoi titoli di gloria un così grave oltraggio da lui arrecato al genere umano”. E accusa Cesare di avere per giunta occultato le cifre del grande massacro: “non rivelando l’entità del massacro causato dalle guerre civili, Cesare ha riconosciuto l’enormità del suo crimine” (VIII, 92).  Storici più compiacenti, come Velleio Patercolo, parlano di 400000 morti in Gallia e altrettanti e più prigionieri (II, 47, 1). Plutarco conosce la cifra «tonda» di un milione di vittime e un milione di prigionieri (Pompeo 67, 10; Cesare 15, 5). E nella vita di Catone minore parla di 300000 Germani uccisi (51, 1). Appiano, nei frammenti del Libro celtico (1, 12), racconta di 400000 morti soltanto nella campagna contro gli Usipeti e i Tenderli (55 a.C.).
In Plutarco non vi è peraltro alcun accento critico quando vengono fornite quelle cifre. Al contrario esse sono parte essenziale di un raffronto tra Cesare e tutti gli altri condottieri romani, a tutto vantaggio di Cesare. E quei massacri e quelle masse sterminate di prigionieri sono – per il biografo greco – indizio di maggiore grandezza. È in Plinio che si manifesta, con toni di forte indignazione, la condanna morale nei confronti del crimine cesariano, dell’offesa – come egli dice – all’umanità. Cesare stesso peraltro non aveva avuto, su questo punto, un atteggiamento occultatore.  Ecco, per fare un solo esempio, come narra la carneficina dei Belgi in fuga: “Fu massacrata tanta moltitudine di nemici quanta fu la durata del giorno. Al tramonto del sole i soldati smisero d’inseguire e si ritirarono, sì come era l’ordine, negli accampamenti”. […] Naturalmente la romanizzazione della Gallia è fenomeno di tali proporzioni storiche da imporre la domanda se la contabilità dei morti proposta da Plinio con estrema chiarezza (e con l’accusa bruciante a Cesare di aver nascosto le cifre) non debba tuttavia cedere il passo, in sede di bilancio storico, a quello che può considerarsi l’evento cruciale nella formazione dell’Europa medievale e poi moderna: la romanizzazione dei Celti, dovuta appunto alla conquista cesariana.
L. Canfora, Giulio Cesare. Il dittatore democratico, Laterza, Bari-Roma 2006, 132 e ss.

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10-11 gennaio 49 a.C.: Alea iacta est

Gian Enrico Manzoni, Quando Cesare varcò il Rubicone, “Giornale di Brescia”, 8 e 9 gennaio 2005

Nella notte tra il 10 e l’11 gennaio del 49 a.C. Cesare attraversava il Rubicone, un fiumiciattolo dell’attuale Romagna, dando così avvio alla guerra civile che l’avrebbe contrapposto al Senato e a Pompeo. Sono trascorsi dunque 2055 anni da quella notte, quando cinque sole coorti, cioè un nucleo ridotto delle legioni di cui Cesare disponeva, entravano illegalmente nel pomerium, cioè all’interno dello Stato romano vero e proprio, dove non era consentito portare truppe in armi. Il celebre grido del comandante che dava inizio all’operazione, Alea iacta est, il dado è tratto, significava l’avvio di un processo che poneva Cesare fuori dalla legalità e lo portava allo scontro con le istituzioni, sulle quali solo con la forza delle armi si sarebbe imposto. In realtà, scrive lo storico Luciano Canfora ne Il dittatore democratico, una monografia dedicata a Cesare, la frase probabilmente fu Alea iacta esto, cioè con l’imperativo futuro con valore esortativo: Il dado sia tratto, lanciamo il dado! Ci conferma questa dizione il confronto col racconto greco di quegli avvenimenti, così come lo possiamo leggere in Plutarco, nella Vita di Cesare e in quella di Pompeo. Nella forma greca quelle parole costituivano una frase proverbiale, che possiamo trovare anche nei frammenti delle commedie di Menandro: la si pronunciava, quando ci si metteva in gioco per un’azione rischiosa, rompendo gli indugi precedenti.
Proviamo ora a spiegare gli antefatti di quella notte, per capire il significato politico e giuridico del gesto compiuto. Cesare avrebbe dovuto licenziare l’esercito di cui disponeva, e che era reduce dalla campagna di Gallia, perché era vietato entrare con l’esercito all’interno dell’Italia: i confini settentrionali erano segnati dal Rubicone verso l’Adriatico e dall’Arno verso il Tirreno. A nord dell’Italia vera e propria di allora c’erano le province, come la Gallia Cisalpina, dove noi ora viviamo: cioè zone al di fuori del pomerium. Il fatto è che Cesare non aveva alcuna intenzione di congedare le sue truppe, delle quali aveva bisogno come base del potere personale che stava costituendo: però aveva anche bisogno di presentarsi candidato alla carica di console per l’anno successivo, cioè per il 48. E per questo occorreva recarsi personalmente a Roma, in base a una legge varata nel 63 da Cicerone console; legge che poi era stata ribadita da una legge di Pompeo del 51, che comportava la necessità della presenza dei candidati a Roma, nel periodo preelettorale.  Ma Cesare nell’anno precedente, cioè nel 52 a.C., aveva ottenuto un successo giuridico di segno opposto: era accaduto infatti che i tribuni della plebe fossero riusciti ad approvare un plebiscito che autorizzava nominalmente proprio Cesare a presentare la sua candidatura anche se assente.  Il vincitore della guerra gallica aveva fatto bene i suoi conti, con una strategia che muoveva a partire dall’anno 55, quando, ancora impegnato oltre le Alpi, si era fatto prorogare il potere da proconsole per altri cinque anni, a partire dal successivo. L’aveva fatto solo per allungare il periodo di detenzione di una carica, o per garantirsi politicamente da qualche insidia? La risposta degli storici è priva di dubbi: il potere proconsolare serviva a renderlo inattaccabile in tribunale, dove i suoi avversari da anni cercavano di portarlo per le irregolarità commesse durante il primo consolato, quello del 59. In quell’anno, varie e ripetute erano state le violazioni del diritto compiute da Cesare, ormai forte del potere di cui disponeva e delle ricchezze familiari e personali accumulate. Perciò Catone e altri senatori avversari aspettavano il giorno in cui fosse scaduto di carica per citarlo in giudizio.  Cesare era coperto dall’immunità, come abbiamo visto, valevole fino all’inizio dell’anno 49;  contemporaneamente egli aspettava che trascorressero i dieci anni previsti dalla legge,  prima di ripresentarsi candidato al consolato; e, visto che era stato console nel 59, i dieci anni scadevano appunto col 49.  Dunque egli poteva candidarsi a console per l’anno 48, ma la sua presenza a Roma da privato cittadino l’avrebbe esposto al rischio di essere processato proprio durante quell’anno 49. Mantenere le truppe, evidentemente, lo salvaguardava dal rischio di un arresto; perciò Cesare decise di porsi fuori della legalità: copriva, col potere che gli derivava dalle cariche, le illegalità precedenti.

Jean Fouquet, Cesare attraversa il Rubicone, XV secolo

II – Uno squillo di tromba al Rubicone
Abbiamo visto che la decisione di Cesare  di entrare con le truppe in armi nei confini dell’antica Italia equivaleva a una clamorosa uscita dalla legalità repubblicana. Tuttavia il futuro dittatore tentò nell’inverno tra il 50 e il 49 di non giungere a questo passo: la condizione era di trovare adeguata risposta dall’altra parte, ove però Pompeo non rappresentava il più ostinato dei suoi avversari. I nemici veri di Cesare, in un Senato che in maggioranza gli era ostile, si trovavano in Catone, Cecilio Metello Scipione, nuovo suocero di Pompeo dopo la morte di Giulia figlia di Cesare,  e nei nuovi consoli eletti per il 49, cioè Claudio Marcello e Lentulo Crure. All’inizio dell’anno 49 Cesare scrisse da Ravenna (a nord del Rubicone, quindi fuori dal pomerium), ove si trovava in attesa degli eventi, una lettera al Senato di Roma, nella quale chiedeva che gli fosse mantenuto il privilegio di presentarsi candidato al consolato, anche se assente da Roma. Sappiamo che si trattava di un’eccezione, accordatagli grazie agli amici tribuni della plebe, perché la legge vietava le candidature in absentia. Se il Senato avesse accettato la sua proposta, probabilmente la guerra civile non sarebbe scoppiata. Invece, in una drammatica seduta del 7 gennaio,  la lettera di Cesare non venne neppure tenuta in considerazione. Cicerone era da poco rientrato a Roma dalla Cilicia e non ebbe parte di rilievo nella seduta; ebbero il sopravvento invece i nemici giurati di Cesare, i quali impedirono ai tribuni come Antonio e Cassio Longino, amici di Cesare, di intercedere in suo favore. Alla fine della giornata del 7 gennaio il Senato emanò un decreto di emergenza, quello che si chiamava un senatus consultum ultimum: una decisione, cioè, che affidava ai consoli ogni potere straordinario per combattere un nemico pubblico, quale ormai Cesare appariva agli occhi del Senato. La sera di quel 7 gennaio i tribuni Antonio e Longino, sentendosi in pericolo per la loro incolumità personale, abbandonarono di nascosto Roma e risalirono la Penisola, per congiungersi con Cesare a Ravenna. Ma il vincitore della Gallia non stava attendendo inerte gli avvenimenti. Prima ancora di incontrare i tribuni suoi fedeli, Cesare aveva saputo della seduta del Senato e della fuga dei tribuni da Roma. Decise così di interpretare l’episodio come una loro cacciata: cioè come un atto di violenza politica nei confronti di uomini delle istituzioni, insigniti di una carica pubblica. Perciò aveva deciso di muoversi, sfruttando le minacce ai tribuni come pretesto per dimostrare che l’illegalità non era dalla sua, ma dall’altra parte: la violenza politica contro Antonio e Longino era solo l’ultimo atto di un più generale accanimento nei suoi confronti, che conosceva manifestazioni diverse. Quando calò il buio della sera tra il 10 e l’11 gennaio, Cesare si avvicinò con un carro alla linea del Rubicone, dove cinque coorti lo attendevano per il passaggio. Le altre legioni rimanevano per il momento ferme, in attesa degli ordini. Ma sbagliò strada nell’avvicinamento al fiume: errò tutta la notte, finché faticosamente ritrovò le truppe appostate; ma era dubbioso, insieme a quelle,  sul da farsi. Un episodio imprevisto avrebbe però sbloccato gli eventi. Mentre regnava l’incertezza generale, si fece avanti un uomo di statura imponente, un gigantesco Gallo che prestava servizio nell’esercito. Plutarco racconta che quello si sedette accanto ai capi perplessi e incominciò a suonare il flauto, mentre si radunavano intorno persone ad ascoltarlo. Tra questi c’erano anche alcuni trombettieri, a uno dei quali il Gallo improvvisamente strappò la tromba e, suonando a pieni polmoni, diede il segnale di battaglia: contemporaneamente si lanciò di corsa verso l’altra riva del Rubicone, incitando gli altri a seguirlo. Fu a questo punto che Cesare si risolse dopo i tentennamenti precedenti e, sfruttando il momento di eccitazione collettiva, pronunciò la famosa frase  Alea iacta esto, con la quale dava il via al passaggio e, insieme, alla guerra civile.

SVETONI TRANQVILII

VITA DIVI IVLI

[31] Cum ergo sublatam tribunorum intercessionem ipsosque urbe cessisse nuntiatum esset, praemissis confestim clam cohortibus, ne qua suspicio moueretur, et spectaculo publico per dissimulationem interfuit et formam, qua ludum gladiatorium erat aedificaturus, considerauit et ex consuetudine conuiuio se frequenti dedit.  Dein post solis occasum mulis e proximo pistrino ad uehiculum iunctis occultissimum iter modico comitatu ingressus est; et cum luminibus extinctis decessisset uia, diu errabundus tandem ad lucem duce reperto per angustissimos tramites pedibus euasit.  Consecutusque cohortis ad Rubiconem flumen, qui prouinciae eius finis erat,  paulum constitit, ac reputans quantum moliretur, conuersus ad proximos: ‘Etiam nunc,’ inquit, ‘regredi possumus; quod si ponticulum transierimus, omnia armis agenda erunt.’
[32] Cunctanti ostentum tale factum est.  Quidam eximia magnitudine et forma in proximo sedens repente apparuit harundine canens; ad quem audiendum cum praeter pastores plurimi etiam ex stationibus milites concurrissent interque eos et aeneatores, rapta ab uno tuba prosiliuit ad flumen et ingenti spiritu classicum exorsus pertendit ad alteram ripam. Tunc Caesar: ‘Eatur,’ inquit, ‘quo deorum ostenta et inimicorum iniquitas vocat.
[33] Iacta alea est,’ inquit. atque ita traiecto exercitu, adhibitis tribunis plebis, qui pulsi superuenerant, pro contione fidem militum flens ac ueste a pectore discissa inuocauit. existimatur etiam equestres census pollicitus singulis; quod accidit opinione falsa. nam cum in adloquendo adhortandoque saepius digitum laeuae manus ostentans adfirmaret se ad satis faciendum omnibus, per quos dignitatem suam defensurus esset, anulum quoque aequo animo detracturum sibi, extrema contio, cui facilius erat uidere contionantem quam audire, pro dicto accepit, quod uisu suspicabatur; promissumque ius anulorum cum milibus quadringenis fama distulit.

PLUTARCO, Vita di Cesare (Vite parallele, Alessandro e Cesare, Rizzoli, Milano 1987), capitolo 32, 4-9:

Quando giunse al fiume che segna il confine tra la Cisalpina e il resto d’Italia (si tratta  del Rubicone) e gli venne fatto di riflettere, dato che era più vicino al pericolo ed era  turbato dalla grandezza dell’impresa che stava per compiere, moderò la corsa (si trovava  su un carro preso a nolo); poi si fermò, e in silenzio, a lungo, tra sé e sé meditò il pro e il  contro. In quel momento mutò spessissimo parere ed esaminò molti problemi con gli  amici presenti, tra i quali era anche Asinio Pollione: rifletteva sull’entità dei mali cui  avrebbe dato origine per tutti gli uomini quel passaggio, e quanta fama ne avrebbe  lasciato ai posteri. Alla fine, con impulso, come se muovendo dal ragionamento si lanciasse verso il futuro, pronunciando questo che è un detto comune a chi si accinge a  un’impresa difficile e audace: «si getti il dado», si accinse ad attraversare il fiume e di lì in seguito, procedendo con grande velocità, prima di giorno si buttò su Rimini e la  conquistò.

Svetonio e Plutarco a confronto. CLICCA QUI.

Lucano,  Pharsalia, I, v.185-194

Ut ventum est parvi Rubiconis ad undas,
ingens visa duci patriae trepidantis imago
clara per obscuram voltu maestissima noctem
turrigero canos effundens vertice crines
caesarie lacera nudisque adstare lacertis
et gemitu permixta loqui: «Quo tenditis ultra?
Quo fertis mea signa, viri? Si iure venitis,
si cives, huc usque licet.» Tum perculit horror
membra ducis, riguere comae gressumque coercens
languor in extrema tenuit vestigia ripa.

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Where is the Rubicon? Three rivers in north-east Italy each claim to be the historical Rubicon
by HUGO GYE, The Daily Mail ,  8 August 2013

The Rubicon has been one of the world’s most famous rivers ever since Julius Caesar crossed it with his army in 49 BC and triggered a Roman civil war. But despite its prominent place in history, no one is actually sure where the river is, with three waterways each suggested as a possible candidate for the ancient Rubicon. Now the long-running historical battle is due to be settled for good, as three local historians present their cases at a mock trial in front of a judge. It is not disputed that the river runs from the Apennine mountains down to the Adriatic sea in the Emilia-Romagna region in north-east Italy.

‘Crossing the Rubicon’ has been a metaphor for an important and irreversible decision ever since Caesar took his army over the river from Gaul, starting a war against Pompey which would leave him victorious and pave the way for the Roman Empire. In recent years the phrase has been used by figures as diverse as David Cameron, who deployed it last year to warn of the dangers of Press regulation, and Mick Jagger, who sang it in the Rolling Stones’ 2005 single Streets of Love.

However, the river itself lost its political importance in the reign of Emperor Augustus, who abolished its status as Italy’s northern frontier, and for centuries it faded into relative obscurity. Due to frequent flooding of the plains around the Rubicon, the river frequently changed its course and it became unclear which of three waterways it was.

 Is this it? This bridge over the River Fiumicino is believed by some to have been the crossing used by Caesar

Is this it? This bridge over the River Fiumicino is believed by some to have been the crossing used by Caesar

 Renaissance historians considered the claims of the Pisciatello, Fiumicino and Uso rivers, and an ancient map called the Tabula Peutingeriana convinced many that the Fiumicino was the true Rubicon. 

In 1933, fascist dictator Benito Mussolini, who was intent on harnessing the country’s Roman legacy to bolster his own power, made this judgment official, issuing a decree which changed the name of the Fiumicino to the Rubicone.

 But on Saturday the debate start up again in the town of San Mauro Pascoli as three historians each press the case for their own local river, according to the Guardian. Journalist and former MP Giancarlo Mazzuca will insist that the question has already been answered, and that historians have long regarded the Fiumicino as the right answer. ‘This history is often overlooked due to the fact that the person who gave this order was Benito Mussolini,’ he wrote in a preview for the event.
Mystery: There are three main candidates for the location of the historical Rubicon
However, teacher Paolo Turroni will claim that the Pisciatello is the real Rubicon, pointing out that evidence from official maps and the works of the author Giovanni Boccaccio point towards it. ‘There was no definitive proof,’ he said. ‘The debate, which had been going on for centuries, was still open. ‘In reality, Mussolini had political reasons for doing what he did.’ The case for the Uso will be presented by archaeologist Cristina Ravara Montebelli, who plans to rely on the presence of Roman ruins in the area as proof. The debate will be judge by Gianfranco Miro Gori, president of the local business association, who insists that the fiery arguments are all good-natured and have never undermined relations between neighbours.

You’re awful bright, you’re awful smart 
I must admit you broke my heart 
The awful truth is really sad 
I must admit I was awful bad 

While lovers laugh and music plays 
I stumble by and I hide my pain 
The lights are lit, the moon is gone 
I think I’ve crossed the Rubicon 

I walk the streets of love and they’re full of tears 
And I walk the streets of love and they’re full of fears […]

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Cesare contro Ariovisto

Nell’area riservata del sito  www.illuminations.tk  (Sezione Classi terze – Latino)  è disponibile una guida per lo studio del capitolo I, 52 del De bello Gallico (la verifica orale è mercoledì).

Per capire la strategia cesariana e per comprendere meglio la dinamica degli eventi, guarda le immagini:

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Giulio Cesare

Vincenzo Camuccini, La morte di Cesare, 1798

La trasmissione televisiva della RAI  “Correva l’anno”, a cura di Paolo Mieli:  video parte prima

Video parte seconda

Tutte le battaglie di Cesare: le mappe dell’Accademia militare di Westpoint. CLICCA QUI.

Paolo Brogi, Nuove scoperte sulla morte di Giulio Cesare, “Corriere della Sera”, 11 ottobre 2012 

Nel cerchio l’area di largo Argentina dove venne ucciso Giulio Cesare (foto Jpeg)

ROMA – Giulio Cesare è morto nel cuore di Roma antica. Dove, per la precisione, è ancora difficile stabilirlo anche     se gli ultimi scavi archeologici indicherebbero come luogo del decesso largo Argentina. Di sicuro, lo scranno su cui era seduto in quelle idi di marzo del 44 a.C. non è stato ancora trovato, come spiega l’archeologa Marina Mattei della sovrintendenza comunale di Roma. Tuttavia è stato rinvenuto il muro cementizio in cui sarebbe stato collocato quello scranno… Il quotidiano spagnolo El Pais nei giorni scorsi è corso un po’ avanti – con una notizia infondata – affidando la scoperta del sedile (non ancora trovato) a uno studioso spagnolo del Csic (Consejo Superior de Investigaciones Cientificas), Antonio Monterroso, ma è stata una forzatura. Eppure Cesare morì da queste parti, in una delle aree monumentali più note della moderna Capitale.

 NON-LUOGO ARCHEOLOGICO – E’ certo che nell’area archeologica di Largo Argentina sono stati identificati la sede della Curia di Pompeo e il muro di tamponatura con cui Augusto poi procedette a chiudere il primo Senato romano. La Curia al Foro Romano ha accolto il Senato venuto dopo. Ed è sicuro, infine, che tutta questa area sacra dell’Argentina, in cui si scava e si studia ormai da sei anni, scoperta nel 1926 da Giuseppe Marchetti Longhi e divenuta nel tempo un non-luogo archeologico lasciato abbastanza a se stesso e ai gatti, ora – con la scoperta dell’area in cui morì Cesare – è candidata finalmente a voltare pagina trasformandosi in un vero sito archeologico monumentale visitabile.

L’area degli scavi condotti negli ultimi sei anni (Jpeg)

L’area degli scavi condotti negli ultimi sei anni (Jpeg)

«APRIRE AL PUBBLICO» – «Tutti i miei sforzi – dice Marina Mattei che lavora in questa area da sei anni – sono tesi ad aprire ai visitatori questo che è il cuore della Roma repubblicana». Umberto Broccoli, sovrintendente comunale, aggiunge: «Il cantiere archeologico chiuderà entro il 2013…».
Il giallo del luogo in cui sarebbe morto Giulio Cesare è legato all’area adiacente al lato del Teatro Argentina. Si tratta di un muro di tamponatura sovrastato da un pino secolare che svetta alto. E’ ciò che resta del primo Senato romano, quello della Curia di Pompeo. E’ volto in direzione di Campo de’ Fiori dove all’altezza di piazza dei Satiri è stato rinvenuto il Teatro di Pompeo.

Una statua di Giulio Cesare (Wikipedia)

UCCISO SOTTO LA STATUA DI POMPEO – Sulla sommità del teatro c’era il tempio di Venere Genitrice. Tutta lo spazio è dunque frutto dell’urbanizzazione di Pompeo a metà del primo secolo a.C. nell’area di Campo Marzio. Fonti come Svetonio dicono che Augusto lo chiuse. Dunque, il muro ritrovato è quello fatto costruire da Augusto. Svetonio dice anche che la statua di Pompeo fu trasferita, Cicerone aggiunge che sotto quella statua è morto Giulio Cesare.

«Stiamo analizzando tutti questi elementi – spiega Marina Mattei -. Siamo partiti dalla pianta della Curia e stiamo indagando sulla struttura e questo lavoro è condiviso con gli spagnoli che hanno investito in questa area…».

Il muro fatto costruire da Augusto sul luogo dove forse si trovava lo scranno di Cesare (foto Jpeg)

SEI TEMPLI NELLA STESSA AREA – Su un punto la Mattei è categorica: «Questa area è la più importante comunque di tutta la Roma repubblicana». Non è semplice identificare i passaggi che dal IV secolo portano ai giorni di Giulio Cesare ed Augusto., a cavallo del passaggio nell’era volgare. «Qui ci sono almeno sei templi – spiega Marina Mattei -, sotto ci sono le fondamenta in peperino che poggiano sull’argilla a sette metri di profondità».

Sono quattro i resti di tempio oggi visibili, sono indicati da lettere che vanno dalla a alla d. Difficili le attribuzioni. Al centro dell’area si erge il tempio più conservato, a pianta rotonda, del II secolo, dedicato alla Fortuna huiusce diei. Ai suoi due lati altri due templi di epoca precedente: quello forse di Giuturna e l’altro dedicato a Feronia.

L’area archeologica di Largo Argentina a Roma

LA CHIESA BIZANTINA – Il quarto edificio (quello verso Corso Vittorio) poi ospitante una chiesa bizantina dell’alto medioevo (di cui si ammirano ancora affreschi e mosaici) è quello dedicato ai Lari Permarini protettori dei naviganti. Tutte attribuzioni da verificare ancora. «Abbiamo lavorato e scavato in tutto questo complesso grazie a un paio di milioni di euro derivati da fondi Arcus – spiega l’archeologa -. Con noi collaborano cattedre universitarie come quella di Patrizio Pensabene, topografi, epigrafisti, geologi con cui abbiamo fatto carotaggi. Il tutto per ottenere in primo luogo i rilievi e la verifica dei documenti e delle fonti antiche. La Spagna ha inoltre finanziato le indagini al laser scanner del Csic, utili soprattutto per le ricostruzioni topografiche».

FONTI DI RILETTURA STORICA – Insomma verifica attenta di tutte le fonti e rilettura di questa complessa struttura organizzata su oltre quattro secoli di vita, in cui si nasconde l’epicentro della storia repubblicana romana. Un posto dove, questo è certo, il 15 marzo del ’44 è morto Giulio Cesare. A sorvegliare il luogo si erge la torre medievale che dà nome allo slargo. E’ chiusa, c’è il progetto di aprirla e farla diventare il centro visitatori. Intanto sui muri dell’angusto luogo scorrazzano indisturbati (e fotografatissimi) i gatti romani di tutti i colori.

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Cesare, De bello gallico

A map animation for Julius Caesar, Gallic War 1.1, made by Alice Ettling using Google Earth.

Mappe per lo studio del De bello Gallico. CLICCA QUI.

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