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“Non omnis moriar”: cosa resta di noi (1)

Iliade, VI, vv. 344-358 (Elena ad Ettore):

Così disse, non gli rispose Ettore dall’elmo splendente. A lui si rivolse allora Elena con dolci parole:

«Cognato mio – di me che sono una cagna odiosa, tremenda – come vorrei che il giorno in cui mia madre mi diede alla luce una tempesta di vento mi avesse portato lontano, sulla cima di una montagna o fra le onde del mare sonoro e le onde mi avessero trascinato via prima che tutto questo accadesse… Ma poiché gli dei ordirono tali sciagure, avrei voluto essere sposa di un uomo migliore, che sapesse cosa sono il biasimo e il disprezzo degli uomini. Ma costui non ha l’animo fermo, non lo avrà mai; e penso che ne raccoglierà i frutti. Vieni qui ora, cognato, e siedi su questo seggio; molti sono gli affanni che ti opprimono il cuore, per causa mia e per la follia di Alessandro: a noi Zeus diede un triste destino, ma per questo saremo cantati in futuro, dagli uomini che verranno». (Trad. M.G. Ciani)

Pindaro, Pitiche VI, 10 ss.:

Ho innalzato un tesoro di inni nella valle di Apollo, splendida di ricchezze, che né la pioggia tempestosa, esercito spietato di tuonanti nubi che su di esso si abbatta, né il vento che lo colpisca con frammenti di ogni genere, potranno trascinare nei recessi del mare.

Simonide (V a.C.): Threnos commemorativo per i caduti alle Termopili contro i Persiani:

Di coloro che morirono alle Termopili la sorte è gloriosa, bello il destino, e un altare è la tomba; al posto dei gemiti il ricordo, e il compianto è lode. Una tale veste funebre la ruggine non oscurerà, o il tempo che tutto doma. Questo sacro recinto d’eroi scelse ad abitare con sé la gloria della Grecia. Testimone è Leonida, il re di Sparta, che un grande ornamento di valore ha lasciato, e una fama perenne.

Orazio, Carmina, III, 30

Exegi monumentum aere perennius
regalique situ pyramidum altius,
quod non imber edax, non aquilo impotens
possit diruere aut innumerabilis
annorum series et fuga temporum.
non omnis moriar multaque pars mei
vitabit Libitinam; usque ego postera
crescam laude recens, dum Capitolium
scandet cum tacita virgine pontifex.
dicar, qua violens obstrepit Aufidus
et qua pauper aquae Daunus agrestium
regnavit populorum, ex humili potens,
princeps Aeolium carmen ad Italos
deduxisse modos. sume superbiam
quaesitam meritis et mihi Delphica
lauro cinge volens, Melpomene, comam.

Ho innalzato un monumento più duraturo del bronzo\ e più alto della regale maestà delle piramidi\, che né la pioggia che corrode, né il vento impetuoso\ potrà abbattere né l’interminabile corso degli anni e la fuga del tempo.\ Non morirò del tutto, anzi una gran parte di me\ eviterà la morte; per sempre\ io crescerò rinnovato dalla lode dei posteri\ finché il pontefice salirà in Campidoglio\ con la processione silenziosa delle vergini.\ Si dirà che io, dove strepita scrosciante l’Ofanto\ e dove Dauno povero d’acque regnò su popoli agresti\ da umili origini fatto potente, per primo\ ho portato a ritmi italiani la poesia eolica.\ Assumiti questo traguardo\ conquistato per tuo merito e con l’alloro di Delfi,\ Melpomene, di buon grado cingimi i capelli.

Lucano, Pharsalia, IX 980 ss.:

O sacer et magnus vatum labor! omnia fato
Eripis et populis donas mortalibus aevum.
Invidia sacrae, Caesar, ne tangere famae;
Nam, si quid Latiis fas est promittere Musis,
Quantum Zmyrnaei durabunt vatis honores,
Venturi me teque legent; Pharsalia nostra
Vivet, et a nullo tenebris damnabimur aevo.

O sacra e grande fatica dei poeti, che tutto sottrai alla morte e doni vita perenne alle genti mortali! Non provare invidia per questa gloria sacra, o Cesare. Se qualcosa possono promettere le Muse del Lazio, me e te leggeranno i posteri, finché durerà la gloria del vate
di Smirne: la nostra Farsaglia vivrà e da nessuna epoca saremo condannati alle tenebre.(Traduzione L. Griffa)

W. SHAKESPEARE, SONNET 15

When I consider every thing that grows
Holds in perfection but a little moment,
That this huge stage presenteth nought but shows
Whereon the stars in secret influence comment;

When I perceive that men as plants increase,
Cheered and cheque’d even by the self-same sky,
Vaunt in their youthful sap, at height decrease,
And wear their brave state out of memory;

Then the conceit of this inconstant stay
Sets you most rich in youth before my sight,
Where wasteful Time debateth with Decay,
To change your day of youth to sullied night;

And all in war with Time for love of you,
As he takes from you, I engraft you new.

Sonetto 15
Quando considero che tutto ciò che cresce
resta perfetto solo per un breve momento;
che questo immenso palcoscenico offre solo illusioni,
su cui le stelle esercitano la loro segreta regia;

quando vedo che gli uomini crescono come le piante,
sostenuti e ostacolati sempre dallo stesso cielo:
si vantano della loro giovinezza e questa è già sfiorita,
e non rimane che il ricordo della vigoria giovanile;

allora il pensiero di questo stato incostante
mi fa immaginare te, così ricco di giovinezza,,
mentre il tempo distruttore si adopera
per trasformare il tuo giorno di oggi nella notte di domani.

e dichiarando guerra al tempo per amore tuo,
quello che egli ti toglie, io ti creo di nuovo.

W. SHAKESPEARE, SONNET 55

Not marble, not the gilded monuments
Of princes, shall outlive this powerful rhyme;
But you shall shine more bright in these contents
Than unswept stone, besmeared with sluttish time.

When wasteful war shall statues overturn,
And broils root out the work of masonry,
Nor Mars’s sword nor war’s quick fire shall burn
The living record of yourb memory.

‘Gainst death and all-oblivious enmity
Shall you pace forth: your praise shall still find room
Even in the eyes of all posterity
That wear this world out to the ending doom.

So, till the judgment that yourself arise,
You live in this, and dwell in lovers’ eyes.

Né marmo, né aurei monumenti di principi
sopravviveranno a questi possenti versi;
tu brillerai più luminoso in queste rime
che in polverosa pietra consunta dal lordo tempo.

Quando la distruttiva guerra travolgerà le statue
e ogni opera d’arte sarà rasa al suolo da sommosse,
né la spada di Marte, né il suo divampante fuoco
cancelleranno il ricordo eterno della tua memoria.

Contro la morte ed ogni forza ostile dell’oblio
tu vivrai ancora: la tua gloria troverà sempre asilo
proprio negli occhi di ogni età futura
che trascinerà questo mondo alla condanna estrema.

Così, sino al giudizio che ti farà risorgere,
vivrai in questi versi e dimorerai in occhi amanti.

Ugo Foscolo, Ode all’amica risanata (vv.91-96)
[…] del nativo / aer sacro, su l’itala / grave cetra derivo / per te le corde eolie, / e avrai divina i voti / fra gl’inni miei delle insubri nepoti.

U. Foscolo, Dei Sepolcri, vv. 279-295

[…]  Un dì vedrete
mendico un cieco errar sotto le vostre
antichissime ombre, e brancolando
penetrar negli avelli, e abbracciar l’urne,
e interrogarle. Gemeranno gli antri
secreti, e tutta narrerà la tomba
Ilio raso due volte e due risorto
splendidamente su le mute vie
per far più bello l’ultimo trofeo
ai fatati Pelìdi. Il sacro vate,
placando quelle afflitte alme col canto,
i prenci argivi eternerà per quante
abbraccia terre il gran padre Oceàno.
E tu, onore di pianti, Ettore, avrai,
ove fia santo e lagrimato il sangue
per la patria versato, e finchè il Sole
risplenderà su le sciagure umane.

S. Freud, Caducità (1915), vol. 8, OSF, Boringhieri, Torino, 1989

[…] Ma questa esigenza di eternità è troppo chiaramente un risultato del nostro desiderio per poter pretendere a un valore di realtà: ciò che è doloroso può pur essere vero. Io non sapevo decidermi a contestare la caducità del tutto e nemmeno a strappare un’eccezione per ciò che è bello e perfetto. Contestai però al poeta pessimista che la caducità del bello implichi un suo svilimento.
Al contrario, ne aumenta il valore! Il valore della caducità è un valore di rarità nel tempo. La limitazione della possibilità di godimento aumenta il suo pregio. Era incomprensibile, dissi, che il pensiero della caducità del bello dovesse turbare la nostra gioia al riguardo. Quanto alla bellezza della natura, essa ritorna, dopo la distruzione dell’inverno, nell’anno nuovo, e questo ritorno, in rapporto alla
durata della nostra vita, lo si può dire un ritorno eterno. Nel corso della nostra esistenza, vediamo svanire per sempre la bellezza del corpo e del volto umano, ma questa breve durata aggiunge a tali attrattive un nuovo incanto. Se un fiore fiorisce una sola notte, non perciò la sua fioritura ci appare meno splendida. E così pure non riuscivo a vedere come la bellezza e la perfezione dell’opera d’arte o
della creazione intellettuale dovessero essere svilite dalla loro limitazione temporale. Potrà venire un tempo in cui i quadri e le statue che oggi ammiriamo saranno caduti in pezzi, o una razza umana dopo di noi che non comprenderà più le opere dei nostri poeti e dei nostri pensatori, o addirittura un’epoca geologica in cui ogni forma di vita sulla terra sarà scomparsa: il valore di tutta questa bellezza e perfezione è determinato soltanto dal suo significato per la nostra sensibilità viva, non ha bisogno di sopravviverle e per questo è indipendente dalla durata temporale assoluta.

E. MONTALE, da Mediterraneo, in Ossi di seppia, 1925

Noi non sappiamo quale sortiremo
domani, oscuro o lieto;
forse il nostro cammino
a non tòcche radure ci addurrà
dove mormoni eterna l’acqua di giovinezza;
o sarà forse un discendere
fino al vallo estremo,
nel buio, perso il ricordo del mattino.
Ancora terre straniere
forse ci accoglieranno; smarriremo
la memoria del sole, dalla mente
ci cadrà il tintinnare delle rime.
Oh la favola onde s’esprime
la nostra vita, repente
si cangerà nella cupa storia che non si racconta!

Bertolt Brecht (1898-1956), Contro la seduzione, da Libro di devozioni domestiche (1927)

Non lasciatevi sedurre!
Non c’è nessun ritorno.
Il giorno sta alle porte;
potete già sentire vento di notte
non verrà più nessun mattino.
Non lasciatevi ingannare!
Che è poca la vita.
Bevetela a rapide sorsate!
Non vi sarà bastata
quando dovrete abbandonarla.
Non lasciatevi consolare!
Non avete molto tempo!
Lasciate il marciume a chi è redento!
La vita è il bene più grande:
dopo, non sarà più vostra.
Non lasciatevi sedurre
da fatica e logoramento.
Che cosa vi può ancora spaventare?
Morite con tutte le bestie
e non viene niente dopo.

PER APPROFONDIRE:

E. R. Curtius, Letteratura europea e Medio Evo latino, La Nuova Italia, Firenze 1992

Pearl Jam, Immortality, 1994

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“Ognuno sta solo…”

U. Boccioni, Beata solitudo sola beatitudo (1907-08, particolare)

La solitudine è una condizione psicologica e umana nella quale ci si separa temporaneamente dal mondo delle persone e delle cose, dalle quotidiane occupazioni, per rientrare in noi stessi: nella nostra interiorità e nella nostra immaginazione; e questo senza smarrire mai il desiderio e la nostalgia delle relazioni con gli altri, con le persone che ci sono vicine, e con i compiti che la vita ci consegna. Certo, ci si può sentire, ed essere soli, non solo nel deserto ma anche in una grande folla. L’isolamento è invece una condizione psicologica e sociale nella quali si è chiusi, e talora quasi imprigionati, in se stessi; sia perché ci si vuole allontanare da ogni contatto con gli altri sia perché la malattia ci induce a farlo sia perché sono gli altri ad allontanarsi da noi. C’è, cosí, un isolamento imposto, e non voluto, doloroso e nostalgico, un isolamento sociale, e c’è un isolamento che si sceglie sulla scia della propria indifferenza e del proprio egoismo, della propria aridità di cuore. […]

In un mondo collegato costantemente con tutto e con tutti, in un mondo in cui tutto si crea e nulla si distrugge, come è possibile recuperare la solitudine che è premessa a ogni riflessione critica e a ogni esperienza creatrice? La solitudine è una esperienza interiore che non si chiude in se stessa, nelle barriere del proprio io, e che è aperta alla vita esteriore, alle sollecitazioni e alle influenze, che sgorgano dal mondo-ambiente con le loro luci e le loro ombre. Ma la solitudine è oggi sempre piú difficile da salvare, e da vivere, perché siamo ogni giorno trascinati in un vortice di sensazioni che non ci dànno il tempo di pensare a noi stessi, di scendere lungo il cammino che porta verso l’interno, e di ascoltare le ragioni del cuore e le ragioni della immaginazione.
Cose, queste, possibili solo quando la solitudine rinasca in noi, e ci consenta di ritrovare le sorgenti dei pensieri e delle emozioni che rendono una vita degna di essere vissuta, e aperta alla comunicazione verbale e non-verbale con gli altri.

E. Borgna, Parlarsi. La comunicazione perduta, Einaudi, 2015

Sculptures imbedded in the building that was featured on Led Zeppelin’s ‘Physical Graffiti’ album, St. Mark’s Avenue, East Village, New York

Francesco Petrarca, Canzoniere, 35

 Solo e pensoso i più deserti campi
vo mesurando a passi tardi et lenti,
et gli occhi porto per fuggire intenti
ove vestigio human l’arena stampi.

Altro schermo non trovo che mi scampi
dal manifesto accorger de le genti,
perché negli atti d’alegrezza spenti
di fuor si legge com’io dentro avampi:

sì ch’io mi credo omai che monti et piagge
et fiumi et selve sappian di che tempre
sia la mia vita, ch’è celata altrui.

Ma pur sì aspre vie né sì selvagge
cercar non so, ch’Amor non venga sempre
ragionando con meco, et io co•llui.

F. Petrarca, Canzoniere, 176

Per mezz’i boschi inhospiti et selvaggi,
onde vanno a gran rischio uomini et arme,
vo securo io, ché non pò spaventarme
altri che ’l sol ch’à d’amor vivo i raggi;

et vo cantando (o penser’ miei non saggi!)
lei che ’l ciel non poria lontana farme,
ch’i’ l’ò negli occhi, et veder seco parme
donne et donzelle, et son abeti et faggi.

Parme d’udirla, udendo i rami et l’òre
et le frondi, et gli augei lagnarsi, et l’acque
mormorando fuggir per l’erba verde.

Raro un silentio, un solitario horrore
d’ombrosa selva mai tanto mi piacque:
se non che dal mio sol troppo si perde.

V. Alfieri (1749-1803), Rime, 173

Tacito orror di solitaria selva
di sì dolce tristezza il cor mi bea,
che in essa al par di me non si ricrea
tra’ figli suoi nessuna orrida belva.

E quanto addentro più il mio piè s’inselva,
tanto più calma e gioia in me si crea;
onde membrando com’io là godea,
spesso mia mente poscia si rinselva.

Non ch’io gli uomini aborra, e che in me stesso
mende non vegga, e più che in altri assai;
né ch’io mi creda al buon sentier più appresso:

ma, non mi piacque il vil mio secol mai:
e dal pesante regal giogo oppresso,
sol nei deserti tacciono i miei guai.

Ryuichi Sakamoto, Solitude, Tony Takitani, 2004

G. LEOPARDI, Dialogo di Torquato Tasso e del suo genio familiare, Operette morali, 1827

Genio. Cotesto abito te lo vedrai confermare e accrescere di giorno in giorno per modo, che quando poi ti si renda la facoltà di usare cogli altri uomini, ti parrà essere più disoccupato stando in compagnia loro, che in solitudine. E quest’assuefazione in sì fatto tenore di vita, non credere che intervenga solo a’ tuoi simili, già consueti a meditare; ma ella interviene in più o men tempo a chicchessia. Di più, l’essere diviso dagli uomini e, per dir così, dalla vita stessa, porta seco questa utilità; che l’uomo, eziandio sazio, chiarito e disamorato delle cose umane per l’esperienza; a poco a poco assuefacendosi di nuovo a mirarle da lungi, donde elle paiono molto più belle e più degne che da vicino, si dimentica della loro vanità e miseria; torna a formarsi e quasi crearsi il mondo a suo modo; apprezzare, amare e desiderare la vita; delle cui speranze, se non gli è tolto o il potere o il confidare di restituirsi alla società degli uomini, si va nutrendo e dilettando, come egli soleva a’ suoi primi anni. Di modo che la solitudine fa quasi l’ufficio della gioventù; o certo ringiovanisce l’animo, ravvalora e rimette in opera l’immaginazione, e rinnuova nell’uomo esperimentato i beneficii di quella prima inesperienza che tu sospiri. Io ti lascio; che veggo che il sonno ti viene entrando; e me ne vo ad apparecchiare il bel sogno che ti ho promesso. Così, tra sognare e fantasticare, andrai consumando la vita; non con altra utilità che di consumarla; che questo e l’unico frutto che al mondo se ne può avere, e l’unico intento che voi vi dovete proporre ogni mattina in sullo svegliarvi. Spessissimo ve la conviene strascinare co’ tarla in sul dosso. Ma, in fine, il tuo tempo non è più lento a correre in questa carcere, che sia nelle sale e negli orti quello di chi ti opprime.

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G. PASCOLI, SOLITUDINE, in Myricae, 1891

 I

Da questo greppo solitario io miro
passare un nero stormo, un aureo sciame;
mentre sul capo al soffio d’un sospiro
ronzano i fili tremuli di rame.

È sul mio capo un’eco di pensiero
lunga, né so se gioia o se martoro;
e passa l’ombra dello stormo nero,
e passa l’ombra dello sciame d’oro.

II

Sono città che parlano tra loro,
città nell’aria cerula lontane;
tumultuanti d’un vocìo sonoro,
di rote ferree e querule campane.

Là genti vanno irrequïete e stanche,
cui falla il tempo, cui l’amore avanza
per lungi, e l’odio. Qui, quell’eco, ed anche
quel polverìo di ditteri, che danza.

III

Parlano dall’azzurra lontananza
nei giorni afosi, nelle vitree sere;
e sono mute grida di speranza
e di dolore, e gemiti e preghiere…

Qui quel ronzìo. Le cavallette sole
stridono in mezzo alla gramigna gialla;
i moscerini danzano nel sole;
trema uno stelo sotto una farfalla.

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Fabrizio De André, in Ed avevamo gli occhi troppo belli (2001) da Anime salve, 1996

Si sa, non tutti se la possono permettere: non se la possono permettere i vecchi, non se la possono permettere i malati. Non se la può permettere il politico […].
Però, sostanzialmente quando si può rimanere soli con sé stessi, io credo che si riesca ad avere più facilmente contatto con il circostante, e il circostante non è fatto soltanto di nostri simili, direi che è fatto di tutto l’universo: dalla foglia che spunta di notte in un campo fino alle stelle. E ci si riesce ad accordare meglio con questo circostante, si riesce a pensare meglio ai propri problemi, credo addirittura che si riescano a trovare anche delle migliori soluzioni, e, siccome siamo simili ai nostri simili credo che si possano trovare soluzioni anche per gli altri.
Con questo non voglio fare nessun panegirico né dell’anacoretismo né dell’eremitaggio, non è che si debba fare gli eremiti, o gli anacoreti; è che ho constatato attraverso la mia esperienza di vita, ed è stata una vita (non è che dimostro di avere la mia età attraverso la carta d’identità), credo di averla vissuta; mi sono reso conto che un uomo solo non mi ha mai fatto paura, invece l’uomo organizzato mi ha sempre fatto molta paura.

P. P. Pasolini, «Senza di te tornavo, come ebbro», in Raccolte minori e inedite, in Tutte le poesie, Milano, Mondadori, 2003

Senza di te tornavo, come ebbro,
non più capace d’esser solo, a sera
quando le stanche nuvole dileguano
nel buio incerto.
Mille volte son stato così solo
dacché son vivo, e mille uguali sere
m’hanno oscurato agli occhi l’erba, i monti
le campagne, le nuvole.
Solo nel giorno, e poi dentro il silenzio
della fatale sera. Ed ora, ebbro,
torno senza di te, e al mio fianco
c’è solo l’ombra.
E mi sarai lontano mille volte,
e poi, per sempre. Io non so frenare
quest’angoscia che monta dentro al seno;
essere solo.

Billie Holiday, Solitude, 1956

In my solitude
You haunt me
With dreadful ease
Of days gone by
In my solitude
You taunt me
With memories
That never die…

Paolo Giordano, La solitudine dei numeri primi, 2008

“I numeri primi sono divisibili soltanto per 1 e per se stessi. Se ne stanno al loro posto nell’infinita serie dei numeri naturali, schiacciati come tutti fra due, ma un passo più in là rispetto agli altri. Sono numeri sospettosi e solitari e per questo Mattia li trovava meravigliosi. Certe volte pensava che in quella sequenza ci fossero finiti per sbaglio, che vi fossero rimasti intrappolati come perline infilate in una collana. Altre volte, invece, sospettava che anche a loro sarebbe piaciuto essere come tutti, solo dei numeri qualunque, ma che per qualche motivo non ne fossero capaci” […] In un corso del primo anno Mattia aveva studiato che tra i numeri primi ce ne sono alcuni ancora più speciali. I matematici li chiamano numeri gemelli: sono coppie di numeri primi che se ne stanno vicini, anzi quasi vicini, perché fra di loro vi è sempre un numero pari che gli impedisce di toccarsi per davvero. Numeri come l’11 e il 13, come il 17 e il 19, il 41 e il 43. Se si ha pazienza di andare avanti a contare, si scopre che queste coppie via via si diradano. Ci si imbatte in numeri primi sempre più isolati, smarriti in quello spazio silenzioso e cadenzato fatto solo di cifre e si avverte il presentimento angosciante che le coppie incontrate fino a lì fossero un fatto accidentale , che il vero destino sia quello di rimanere soli. Poi, proprio quando ci si sta per arrendere, quando non si ha più voglia di contare, ecco che ci si imbatte in altri due gemelli, avvinghiati e stretti uno all’altro. Tra i matematici è convinzione comune che per quanto si possa andare avanti,
ve ne saranno sempre altri due, anche se nessuno può dire dove, finché non li si scopre.
Mattia pensava che lui e Alice erano così, due primi gemelli, soli e perduti, vicini ma non abbastanza per sfiorarsi davvero. A lei non l’aveva mai detto.”

Pink Floyd, Nobody home, 1979

Armando TornoPiccolo elogio della solitudine nella stagione dei social network, “Corriere della Sera”, 23 luglio 2012

La popolazione della Terra ha superato i sette miliardi e la solitudine è in aumento. Ci si sente soli anche quando si è prigionieri del traffico o mentre si passeggia in una via affollatissima di una metropoli. I social network hanno moltiplicato i contatti tra le persone, ma non sostituiscono la presenza umana. Si avverte l’isolamento se manca lo sguardo, un gesto, l’odore dell’altro. O se non si è capiti. O per altri milioni di motivi che tendono sempre a crescere.

Gli esempi? Sono numerosissimi. E l’estate, tra spiagge affollate e sentieri perduti, li mette in evidenza. Ieri sulla prima pagina online del New York Times Cara Buckley raccontava la domenica di luglio di una persona nella Grande Mela: la passa isolata, ora dopo ora, lontana da tutto. E sul Guardian di sabato scorso Marion McGilvary rifletteva sulla sua solitudine, anche se temporanea, pur avendo quattro figli. Una strana condizione, ma il telefono non squilla, la casa è vuota, nessuno ti attende. Comunque, basta aprire il Grande dizionario della lingua italiana di Salvatore Battaglia, pubblicato in 21 volumi dalla Utet, per accorgersi che nella storia del nostro idioma i termini «solitario» o «solitudine» hanno avuto più fortuna che non «solidarietà». Anche l’editoria nostrana, che rappresenta un mercatino rispetto ai numeri inglesi, tra testi originali e traduzioni offre circa trecentocinquanta titoli con la parola «solitudine». Ce n’è di ogni genere. Un’affollata solitudine, per esempio, indica nella Bur le «poesie eteronime» di Fernando Pessoa; Eugenio Borgna, invece, ha titolato un suo recente saggio La solitudine dell’anima (Feltrinelli), proprio per ricordare che essa è «una condizione ineliminabile della vita». Ma si trova anche, a seconda dei bisogni, qualcosa sulla solitudine del manager, delle madri, del cittadino globale, del maratoneta, dei numeri primi e dei numeri uno, della ragione, del morente, dell’America latina, della destra, dell’Occidente, di Elena (quella che ha causato la rovina di Troia), della tecnologica, dell’animale, del satiro (è in un titolo di Ennio Flaiano, ora edito da Adelphi). Non possiamo fornirvi l’elenco completo, ma non è esagerato scrivere che la solitudine gode di credito. O, se si volessero utilizzare le parole dei direttori commerciali, che «tira».

Il periodo estivo, dicevamo, mette in luce meglio di altri le solitudini. Il caldo, chissà perché, oltre a stanare quelle vecchie induce taluni a crearne di nuove. Le fa confondere con il riposo. Sovente però diventano disperazione. Il tempo libero delle ferie, insomma, le chiama a raccolta. E questo anche se non stiamo parlando di un fenomeno stagionale.

Nicola Abbagnano ci confidò il giorno in cui riabbracciava Ludovico Geymonat, dopo anni di reciproco silenzio, che alcune solitudini si scelgono e altre invece ce le troviamo addosso. Si può, per esempio, condurre una vita casta per motivi religiosi o perché è preferibile ai guai che prima o poi causa l’amore; in tal caso ci rifugiamo in una solitudine sessuale, utile per evitare quei tormentoni di coppia che sono la parte più cupa dell’esistenza. Sant’Agostino che fu un maestro di solitudine, così come molti filosofi, la riteneva indispensabile per avviare un rapporto con Dio. Ma non è esagerato credere che anche il motto degli antichi Stoici, «vivi nascosto», nacque per motivi spirituali più che sociali. I seguaci di Epicuro, invece, sceglievano un’«autarchia» per essere più liberi. Il sommo Michel de Montaigne sommò l’una e l’altra. Fece della solitudine un capolavoro: si ritirò nella torre del suo castello a scrivere gli Essais, in compagnia dei soli classici. Ogni giorno si allenava a sorridere del mondo e degli uomini, a non credere a quanto veniva strillato. Si limitò a ricordare la vanità di tante fatiche, l’inutilità di troppi progetti. Una frase gliela prendiamo in prestito per rammentare quanto sia attuale la sua filosofia: «Quando gli uomini si riuniscono le loro teste si restringono».
I credenti trovano grandi solitudini nella Bibbia: Mosè, per esempio, è solo per incontrare Dio sul Sinai; Gesù si prepara alla vita pubblica con quaranta giorni nel deserto, anzi sovente si ritira a pregare in luoghi isolati. I monaci parlarono ben presto dell’habitare secum, dell’abitare con se stessi; o anche di «cella interiore», luogo di intimità con l’Altissimo che portiamo con noi. Giacomo Leopardi inserisce fra gli Idilli il componimento poetico La vita solitaria, una delle tante testimonianze che riflettono la sua vita isolata. E Friedrich Nietzsche? Altro campione del genere che cercava di socializzare il meno possibile, lasciando frammenti come questo: «Lontano dal mercato e dalla gloria nacquero da che è mondo gli inventori dei nuovi valori». Beethoven diventò sordo: il suo udito costrinse la musica ad abbandonarlo.

Le solitudini più fascinose? Sono forse state quelle degli anacoreti della Tebaide. Credevano, celati nelle loro grotte, nell’austerità della vita eterna. Per questo, sentendo venir meno le forze, cominciavano a ridere e proseguivano per giorni, sospirando e sghignazzando. Volevano esaurire, prima del grande passo, le scorte di comicità a disposizione della carne.

 

Lettori e scrittori sono uniti dal bisogno di solitudine, dalla ricerca di essenzialità in un’epoca sempre piú evanescente: dalla spinta a cercare dentro di sé, tramite la carta stampata, una via d’uscita dall’isolamento.

J. FRANZEN, Come stare soli. Lo scrittore, il lettore e la cultura di massa, Einaudi, 2003

Pink Floyd, Goodbye cruel world, The wall, 1979

In progress…

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Il “Canzoniere” delle donne

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Sebastiano del Piombo, Vittoria Colonna (?), 1520-25

Vittoria Colonna [1490-1547], Sonetto LXXXII

Quando ‘l gran lume appar nell’oriente,
che ‘l negro manto della notte sgombra,
e dalla terra il gelo e la fredd’ombra
dissolve e scaccia col suo raggio ardente:

de’ primi affanni, ch’ avea dolcemente
il sonno mitigati, allor m’ ingombra,
ond’ ogni mio piacer dispiega in ombra,
quando da ciascun lato ha l’altre spente.

Così mi sforza la nimica sorte
le tenebre cercar, fuggir la luce,
odiar la vita e desiar la morte.

Quel che gli altri occhi appanna a’ miei riluce,
perché, chiudendo lor, s’ apron le porte
alla cagion ch’ al mio sol mi conduce.

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Michelangelo, Vittoria Colonna, 1550 circa

SONETTO XLIII

Parmi, che ’l Sol non porga il lume usato,
Nè che lo dia sì chiaro a sua sorella,
Nè veggio almo pianeta, o vaga stella
Rotar lieto i be’ rai nel cerchio ornato.

Non veggio cor più di valore armato:
Fuggito è il vero onor, la gloria bella,
Nascosa è la virtù giunta con ella,
Né vive in arbor fronda, o fiore in prato:

Veggio torbide l’ acque, e l’ aer nero,
Non scalda il fuoco, né rinfresca il vento,
Tutti an smarrito la lor propria cura.

D’ allor che ’l mio bel Sol fu in terra spento:
O che confuso è l’ ordin di Natura,
O il duol agli occhi miei nasconde il vero.

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A. Bronzino, Ritratto della poetessa Laura Battiferri (1555-1560), Firenze

Gaspara Stampa [1523-1554], Voi ch’ascoltate…

Voi, ch’ascoltate in queste meste rime,
in questi mesti, in questi oscuri accenti
il suon degli amorosi miei lamenti
e de le pene mie tra l’altre prime,

ove fia chi valor apprezzi e stime,
gloria, non che perdon, de’ miei lamenti
spero trovar fra le ben nate genti,
poi che la lor cagione è sì sublime.

E spero ancor che debba dir qualcuna:
– Felicissima lei, da che sostenne
per sì chiara cagion danno sì chiaro!

Deh, perché tant’amor, tanta fortuna
per sì nobil signor a me non venne,
ch’anch’io n’andrei con tanta donna a paro?

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Amor m’ha fatto tal ch’io vivo in foco,
qual nova salamandra al mondo, e quale
l’altro di lei non men strano animale,
che vive e spira nel medesimo loco.

Le mie delizie son tutte e il mio gioco
vivere ardendo e non sentire il male,
e non curar ch’ei che m’induce a tale
abbia di me pietà molto né poco.

A pena era anche estinto il primo ardore,
che accese l’altro Amore, a quel ch’io sento
fin qui per prova, più vivo e maggiore.

Ed io d’arder amando non mi pento,
purché chi m’ha di nuovo tolto il core
resti de l’arder mio pago e contento.

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A. MELDOLESI, Amor m’ha fatto tal…, “Corriere della Sera”, 1 marzo 2014

Quanto ha amato Gaspara Stampa, e quanto ha scritto. Oltre duecento poesie dedicate allo stesso uomo, il conte Collaltino di Collalto, che troppo tiepidamente la ricambiava. Poetessa, cantatrice, donna ribelle alle convenzioni del tempo, in bilico tra successo e scandalo come una cortigiana. Con una franchezza e una modernità inaspettate per il Rinascimento, nelle sue “Rime” ha cantato i brevissimi diletti e lunghe doglie dell’amore, il desiderio femminile soddisfatto e insoddisfatto. Quando’l disio m’assale, ch’è si spesso / Non essendo qui meco chi l’appaga / La vita mia è un morir’ espresso. Non era aristocratica, non era sposata, non era neppure una vera veneziana. Gaspara nasce a Padova, probabilmente nel 1523, da un mercante di gioielli che vuole per lei una buona educazione letteraria e musicale. Dopo la morte del padre si trasferisce a Venezia con madre, fratello e sorella. Si esibisce nei salotti e nelle feste con un’arte che incanta molti e una condotta morale che scandalizza altri. Morirà a soli 31 anni, avvelenata secondo un resoconto settecentesco, più probabilmente uccisa dall’influenza. Novella Saffo, gli estimatori la chiamavano “divina”, i detrattori “landra” (meretrice).

Il suo canzoniere riprende il modello petrarchesco e inverte i ruoli. Il poeta che si strugge d’amore questa volta è una donna, l’amata che ispira quei versi è un uomo. Petrarca è lei, mentre lui è Laura. Lo fa negli stessi anni anche l’aristocratica romana Vittoria Colonna ma Gaspara ne è l’antitesi. Quella canta l’amore perfetto, coniugale, di una sposa-vedova fedele e casta, per un marito carico di virtù morali con cui è stata felice. Gaspara arde di un amore imperfetto e doloroso, acceso dai sensi oltre che dai sentimenti, per un amante socialmente superiore a lei, che l’abbandona. Un uomo che nella sua vita e nella sua opera non resterà neppure l’unico. Una dozzina di poesie, tra le più irriverenti, sono dedicate a un altro, Bartolomeo Zen. La fedeltà di Gaspara non è per l’amato ma per le leggi dell’amore, nota Marina Zancan (Il doppio itinerario della scrittura, Einaudi). Si rivolge all’“illustre mio Signore”, ma a Collaltino rimprovera di avere un cuore d’orsa o di tigre, scrive che Venere gli ha donato la bellezza e Mercurio l’eloquenza, ma ha ricevuto la freddezza dalla luna. L’empio è lui perché non onora l’amore. La virtuosa è lei, perché sa amare. Oltre duecento poesie per un uomo, anzi no: oltre duecento poesie su se stessa che ama. La protagonista è lei. Non si uccide come una Didone abbandonata, non vuole la pietà dei posteri ma la gloria, si augura l’invidia delle donne che verranno. Soffia su quel fuoco che ha nel petto e grazie a quello si afferma, per mezzo della scrittura poetica, in un’epoca in cui non era affatto scontato. Si racconta capace di attraversare le fiamme come la salamandra della leggenda e risorgere come la fenice. Amor m’ha fatto tal, ch’io vivo in foco / Qual nova Salamandra al mondo, e quale / l’altro di lei non men stranio animale / Che vive, e spira nel medesmo loco. Benedetto Croce le riconosceva versi, immagini, sonetti interi di bellezza e gentilezza mirabili, anche se pensava che la sua poesia rischiasse di diventare quasi un diario. L’opera di Stampa si alimenta di vita vissuta, la sovrasta e ne è schiacciata. E’ un peccato che la sua reputazione ne abbia a lungo oscurato l’arte. Le “Rime” sono uscite postume, per iniziativa della sorella Cassandra, e la vera fama è arrivata con qualche secolo di ritardo. Ma è bello pensare che Gaspara alla fine vendichi tutte le donne colpevoli di aver troppo amato. L’uomo di lettere e d’armi che tanto bramava oggi è considerato solo un “modesto poeta”. Lei è diventata cara ai romantici e ai neoromantici come Rainer Maria Rilke, Jane Tylus ne ha tradotto i versi per la University of Chicago Press e molti la considerano una delle figure femminili più luminose e originali della letteratura italiana.

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Gaspara Stampa, Amor m’ha fatto tal ch’io vivo in foco…

Amor m’ha fatto tal ch’io vivo in foco,
qual nova salamandra al mondo, e quale
l’altro di lei non men strano animale,
che vive e spira nel medesimo loco.

Le mie delizie son tutte e il mio gioco
vivere ardendo e non sentire il male,
e non curar ch’ei che m’induce a tale
abbia di me pietà molto né poco.

A pena era anche estinto il primo ardore,
che accese l’altro Amore, a quel ch’io sento
fin qui per prova, più vivo e maggiore.

Ed io d’arder amando non mi pento,
purché chi m’ha di nuovo tolto il core
resti de l’arder mio pago e contento.

Il Ritratto di ignota col “Petrarchino” di Andrea del Sarto in alta definizione:

Isabella di Morra [1520-1546], Rime

D’un alto monte onde si scorge il mare
miro sovente io, tua figlia Isabella,
s’alcun legno spalmato in quello appare,
che di te, padre, a me doni novella.

Ma la mia adversa e dispietata stella
non vuol ch’alcun conforto possa entrare
nel tristo cor, ma, di pietà rubella,
la calda speme in pianto fa mutare.

Ch’io non veggo nel mar remo né vela
(così deserto è lo infelice lito)
che l’onde fenda o che la gonfi il vento.

Contra Fortuna alor spargo querela
ed ho in odio il denigrato sito,
come sola cagion del mio tormento.

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“…ma in attendere è gioia più compìta”: il tema dell’attesa.

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Gustav Klimt, Fregio Stoclet: L’attesa, 1905-09

“Noi aspettiamo questo e siamo sorpresi da quello…”
L. Wittgenstein, Ricerche filosofiche, 1953

L’ATTESA DEL FUTURO

G. Leopardi, Dialogo di un Venditore di almanacchi e di un Passeggere

Il cortometraggio di E. Olmi, 1954

E. MONTALE, Gloria del disteso mezzogiorno, in Ossi di seppia, 1925

Gloria del disteso mezzogiorno
quand’ombra non rendono gli alberi,
e più e più si mostrano d’attorno
per troppa luce, le parvenze, falbe.

Il sole, in alto, – e un secco greto.
Il mio giorno non è dunque passato:
l’ora piú bella è di là dal muretto
che rinchiude in un occaso scialbato.

L’arsura, in giro; un martin pescatore
volteggia s’una reliquia di vita.
La buona pioggia è di là dallo squallore,
ma in attendere è gioia più compita.

E. Montale, Il sogno del prigioniero, da La bufera e altro, 1956

Albe e notti qui variano per pochi segni.

Il zigzag degli storni sui battifredi
nei giorni di battaglia, mie sole ali,
un filo d’aria polare,
l’occhio del capoguardia dello spioncino,
crac di noci schiacciate, un oleoso
sfrigolio dalle cave, girarrosti
veri o supposti – ma la paglia è oro,
la lanterna vinosa è focolare
se dormendo mi credo ai tuoi piedi.

La purga dura da sempre, senza un perché.
Dicono che chi abiura e sottoscrive
può salvarsi da questo sterminio d’oche ;
che chi obiurga se stesso, ma tradisce
e vende carne d’altri, afferra il mestolo
anzi che terminare nel paté
destinato agl’Iddii pestilenziali.

Tardo di mente, piagato
dal pungente giaciglio mi sono fuso
col volo della tarma che la mia suola
sfarina sull’impiantito,
coi kimoni cangianti delle luci
scironate all’aurora dai torrioni,
ho annusato nel vento il bruciaticcio
dei buccellati dai forni,
mi son guardato attorno, ho suscitato
iridi su orizzonti di ragnateli
e petali sui tralicci delle inferriate,
mi sono alzato, sono ricaduto
nel fondo dove il secolo e il minuto –

e i colpi si ripetono ed i passi,
e ancora ignoro se sarò al festino
farcitore o farcito. L’attesa è lunga,
il mio sogno di te non e finito.

C. Confalonieri, L’apertura di un a-venire tra  Leopardi, Montale e Zanzotto, in academia.edu

L’ATTESA DEL RITORNO

penelope

L. Pirandello, La camera in attesa [1916], da Novelle per un anno, a cura di Mario Costanzo, Premessa di Giovanni Macchia, I Meridiani vol. III, Arnoldo Mondadori editore, Milano 1990 

[…] Quanto alla candela confitta lì sul trifoglio della bugia, oh essa è così diritta e assorta nella sua gialla rigidità, che non si cura del dileggio di quelle due figurine smorfiose e del riso della panciuta boccetta, sapendo bene che cosa sta ad attendere lì, ancora intatta, così ingiallita.

Che cosa?

Il fatto è che da quattordici mesi quelle tre sorelle e la loro madre inferma credono di potere e di dovere aspettare così il probabile ritorno del fratello e figliuolo Cesarino, sottotenente di complemento nel 25° fanteria, partito (ormai son piú di due anni) per la Tripolitania e colà distaccato nel Fezzan. […]

L’attesa, di Piero Messina, 2015, liberamente tratto dalle novelle pirandelliane I pensionati della memoria (1914) e La camera in attesa (1916), a loro volta all’origine del dramma La vita che ti diedi (1923).

L’ATTESA METAFISICA

Estragone: Andiamocene.
Vladimiro: Non si può.
Estragone: Perché.
Vladimiro: Aspettiamo Godot.
Estragone: Già, è vero.
Samuel Beckett, Aspettando Godot (Atto I e passim)

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F. Casorati, L’attesa, 1918

A. Stara, «Non resta che aspettare». L’attesa nella letteratura del Novecento, in Le parole e le cose, 20 aprile 2016

D. BUZZATI, Il deserto dei Tartari, 1940

«Un presentimento – o era solo speranza – di cose nobili e grandi lo aveva fatto rimanere lassù, ma poteva essere anche soltanto un rinvio, nulla in fondo restava pregiudicato. Egli aveva tanto tempo davanti. Tutto il buono della vita pareva aspettarlo. […] Quanto tempo davanti! Lunghissimo gli pareva anche un solo anno e gli anni buoni erano appena cominciati; sembravano formare una serie lunghissima, di cui era impossibile scorgere il fondo, un tesoro ancora intatto e così grande da potersi annoiare. Nessuno che gli dicesse: “Attento, Giovanni Drogo!”. La vita gli pareva inesauribile, ostinata illusione, benché la giovinezza fosse già cominciata a sfiorire. Ma Drogo non conosceva il tempo. Anche se avesse avuto dinanzi a sé una giovinezza di cento e cento anni come gli dei. Anche questo sarebbe stata una povera cosa. […] Quanto tempo dinanzi, pensava. Eppure esistevano uomini – aveva sentito dire – che a un certo punto (strano a dirsi) si mettevano ad aspettare la morte, questa cosa nota e assurda che non lo poteva riguardare».

La strada e l’attesa nel Deserto dei Tartari di Buzzati, RAILetteratura. CLICCA QUI.

C. REBORA, Dall’immagine tesa, in Canti anonimi, 1920

Dall’immagine tesa
vigilo l’istante
con imminenza di attesa –
e non aspetto nessuno:
nell’ombra accesa
spio il campanello
che impercettibile spande
 un polline di suono –
e non aspetto nessuno:
fra quattro mura
stupefatte di spazio
più che un deserto
non aspetto nessuno:
ma deve venire;
verrà, se resisto,
a sbocciare non visto,
verrà d’improvviso,
quando meno l’avverto:
verrà quasi perdono
di quanto fa morire,
verrà a farmi certo
del suo e mio tesoro,
verrà come ristoro
delle mie e sue pene,
verrà, forse già viene
il suo bisbiglio.

T.S. Eliot, da Quattro Quartetti, East Coker, 1939

 […]
O buio buio buio. Tutti vanno nel buio.
Nei vuoti spazi interstellari, il vuoto va nel vuoto.
I capitani, gli uomini d’affari, gli eminenti letterati,
I generosi patroni dell’arte, gli uomini di stato e i governanti,
Gli esimi funzionari, i presidenti di molti comitati,
I capitani d’industria e i piccoli imprenditori, tutti vanno nel buio,
E bui il Sole e la Luna, e l’Alamanacco del Gotha
E la Gazzetta della Borsa, l’Annuario delle Società Anonime,
E freddo il senso e perduto il motivo dell’azione.
E tutti noi andiamo con loro, nel funerale silenzioso,
Funerale di nessuno, perché non c’è nessuno da seppellire.
Ho detto alla mia anima: taci, e lascia che scenda su di te il buio.
Che sarà l’oscurità di Dio. Come, in un teatro,
Si spengono le luci, per poter cambiare la scena
Con un cupo rombo d’ali, con un moto del buio sul buio,
E noi sappiamo che le colline e gli alberi, il panorama lontano
E l’ardita facciata imponente, tutto viene arrotolato e messo via…
O come quando un treno della ferrovia sotterranea si ferma troppo a lungo tra due stazioni
E s’ode la conversazione, poi un po’ per volta svanisce nel silenzio
E si vede che dietro ogni faccia si spalanca il vuoto mentale
E non resta che il crescente terrore di non aver nulla a cui pensare;
O quando, sotto l’etere, la mente è cosciente, ma cosciente di nulla…
Ho detto alla mia anima: taci, e attendi senza speranza
Perché la speranza sarebbe speranza mal collocata: attendi senza amore.
Perché l’amore sarebbe amore mal collocato; rimane la fede
Ma la fede e l’amore e la speranza stanno tutti nell’attesa.
Attendi senza pensiero perché non sei pronta al pensiero:
Così il buio sarà la luce, e la quiete la danza.
Mormorio di correnti ruscelli, e lampi d’inverno.
Il timo selvatico non visto, e la fragola dei boschi,
Le risa nel giardino, eco di un’estasi
Non perduta, ma che richiede, che tende all’agonia
Della nascita e della morte.
[…]
http://www.youtube.com/watch?v=Ga8tQrG4ZSw

L’ATTESA AMOROSA

La fatale identità dell’innamorato non è altro che: io sono quello che aspetta. […] Fare aspettare: prerogativa costante di qualsiasi potere, «passatempo millenario dell’umanità».
Roland Barthes, Frammenti di un discorso amoroso, 1977

Elisabetta Abignente, L’attesa amorosa, in “Le parole e le cose”, Quando il tempo si fa lento. L’attesa amorosa nel romanzo del Novecento: M. Proust, Th. Mann, G. García Márquez, Carocci, 2014)

Cesare Pavese, Wind of march, da  Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, Einaudi, Torino, 1951

Sei la vita e la morte.
Sei venuta di marzo
sulla terra nuda –
il tuo brivido dura.
Sangue di primavera
– anemone o nube –
il tuo passo leggero
ha violato la terra.
Ricomincia il dolore.

Il tuo passo leggero
ha riaperto il dolore.
Era fredda la terra
sotto povero cielo,
era immobile e chiusa
in un torpido sogno,
come chi piú non soffre.
Anche il gelo era dolce
dentro il cuore profondo.
Tra la vita e la morte
la speranza taceva.

Ora ha una voce e un sangue
ogni cosa che vive.
Ora la terra e il cielo
sono un brivido forte,
la speranza li torce,
li sconvolge il mattino,
li sommerge il tuo passo,
il tuo fiato d’aurora.
Sangue di primavera,
tutta la terra trema
di un antico tremore.

Hai riaperto il dolore.
Sei la vita e la morte.
Sopra la terra nuda
sei passata leggera
come rondine o nube,
e il torrente del cuore
si è ridestato e irrompe
e si specchia nel cielo
e rispecchia le cose –
e le cose, nel cielo e nel cuore
soffrono e si contorcono
nell’attesa di te.
È il mattino, è l’aurora,
sangue di primavera,
tu hai violato la terra.

La speranza si torce,
e ti attende ti chiama.
Sei la vita e la morte.
Il tuo passo è leggero.

25 marzo 1950

Vincenzo Cardarelli, Oggi che t’aspettavo, da Giorni in piena, 1935

Oggi che t’aspettavo
non sei venuta.
E la tua assenza so quel che mi dice,
la tua assenza che tumultuava,
nel vuoto che tu hai lasciato,
come una stella.
Dice che non vuoi amarmi.
Quale un estivo temporale
s’annuncia e poi s’allontana,
così ti sei negata alla mia sete.

L’amore, sul nascere,
ha di questi improvvisi pentimenti.
Silenziosamente
ci siamo intesi.

Amore, amore, come sempre,
vorrei coprirti di fiori e d’insulti.

 

 

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Lucio Fontana, Concetto Spaziale, Attese, 1968

Velvet Underground, Waiting for the man. Filmings of Andy Warhol,1966 (band in a rehearsal)

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Work in progress… Please wait…

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“Entrate in un giardino…”

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G. Leopardi,  Zibaldone, 19 – 22 aprile 1826 

Non gli uomini solamente, ma il genere umano fu e sarà sempre infelice di necessità. Non il genere umano solamente ma tutti gli animali. Non gli animali soltanto ma tutti gli altri esseri al loro modo. Non gl’individui, ma le specie, i generi, i regni, i globi, i sistemi, i mondi.
Entrate in un giardino di piante, d’erbe, di fiori. Sia pur quanto volete ridente. Sia nella più mite stagione dell’anno. Voi non potete volger lo sguardo in nessuna parte che non vi troviate del patimento. Tutta quella famiglia di vegetali è in istato di souffrance, qual individuo più, qual meno. Là quella rosa è offesa dal sole, che gli ha dato la vita; si corruga, langue, appassisce. Là quel giglio è succhiato crudelmente da un’ape, nelle sue parti più sensibili, più vitali. Il dolce mele non si fabbrica dalle industriose, pazienti, buone, virtuose api senza indicibili tormenti di quelle fibre delicatissime, senza strage spietata di teneri fiorellini. Quell’albero è infestato da un formicaio, quell’altro da bruchi, da mosche, da lumache, da zanzare; questo è ferito nella scorza e cruciato dall’aria o dal sole che penetra nella piaga; quello è offeso nel tronco, o nelle radici; quell’altro ha più foglie secche; quest’altro è roso, morsicato nei fiori; quello trafitto, punzecchiato nei frutti. Quella pianta ha troppo caldo, questa troppo fresco; troppa luce, troppa ombra; troppo umido, troppo secco. L’una patisce incomodo e trova ostacolo e ingombro nel crescere, nello stendersi; l’altra non trova dove appoggiarsi, o si affatica e stenta per arrivarvi. In tutto il giardino tu non trovi una pianticella sola in istato di sanità perfetta. Qua un ramicello è rotto o dal vento o dal suo proprio peso; là un zeffiretto va stracciando un fiore, vola con un brano, un filamento, una foglia, una parte viva di questa o quella pianta, staccata e strappata via. Intanto tu strazi le erbe co’ tuoi passi; le stritoli, le ammacchi, ne spremi il sangue, le rompi, le uccidi. Quella donzelletta sensibile e gentile, va dolcemente sterpando e infrangendo steli. Il giardiniere va saggiamente troncando, tagliando membra sensibili, colle unghie, col ferro. (Bologna, 19 Aprile 1826).
Certamente queste piante vivono; alcune perché le loro infermità non sono mortali, altre perché ancora con malattie mortali, le piante, e gli animali altresì, possono durare a vivere qualche poco di tempo. Lo spettacolo di tanta copia di vita all’entrare in questo giardino ci rallegra 1’anima, e di qui è che questo ci pare essere un soggiorno di gioia. Ma in verità questa vita è trista e infelice, ogni giardino è quasi un vasto ospitale (luogo ben più deplorabile che un cemeterio), e se questi esseri sentono o, vogliamo dire, sentissero, certo è che il non essere sarebbe per loro assai meglio che l’essere.

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                            Francesco Lojacono, L’Orto botanico di Palermo (XIX secolo)

G. Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo, Feltrinelli, 1958

Preceduto da un Bendicò eccitatissimo discese la breve scala che conduceva al giardino. Racchiuso come era questo fra tre mura e un lato della villa, la reclusione gli conferiva un aspetto cimiteriale accentuato dai monticciuoli paralleli delimitanti i canaletti d’irrigazione e che sembravano tumuli di smilzi giganti. Sull’argilla rossiccia le piante crescevano in fitto disordine: i fiori spuntavano dove Dio voleva e le siepi di mortella sembravano poste lì più per impedire che per dirigere i passi. Nel fondo una Flora chiazzata di lichene giallo-nero esibiva rassegnata i suoi vezzi più che secolari; dai lati due panche sostenevano cuscini trapunti ravvoltolati, anch’essi di marmo grigio; ed in un angolo l’oro di un albero di gaggìa intrometteva la propria allegria intempestiva. Da ogni zolla emanava la sensazione di un desiderio di bellezza presto fiaccato dalla pigrizia. LEGGI TUTTO…

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Dino Buzzati nel giardino di Villa San Pellegrino (Belluno)

Dino Buzzati, Dolce notte, da Il colombre e altri cinquanta racconti, Milano, Mondadori, 1966

Lei nel sonno mandò un debole lamento.
A capo dell’altro letto, lui, seduto sul divano, stava leggendo al raccolto lume di una lampada. Alzò gli sguardi. Lei ebbe un lieve fremito, agitò la testa come per liberarsi di qualcosa, aprì gli occhi e fissò l’uomo con espressione di stupore, quasi lo vedesse per la prima volta. Poi ebbe un lieve sorriso.

« Cosa c’è, cara? »
« Niente, non so perché sento una specie di inquietudine, di affanno.»
« Sei un po’ stanca del viaggio, ogni volta è cosi, e poi hai qualche linea di febbre, non farci caso, domattina sarà tutto passato. »
Lei tacque per qualche secondo, sempre fissandolo con gli occhi spalancati. Per loro, che venivano dalla città, il silenzio della vecchia casa di campagna era addirittura esagerato. Un tale blocco ermetico di silenzio che sembrava ci fosse nascosta dentro un’attesa, come se i muri, le travi, i mobili, tutto, trattenessero il respiro.
Poi disse, quieta:
«Carlo, che cosa c’è in giardino? »
« In giardino? »
« Carlo, ti prego, già che sei ancora alzato, ti prego, da’ un’occhiata fuori, ho come la sensazione che…»
«Che ci sia qualcuno? Che idea. Chi vuoi che ci sia in giardino adesso? I ladri? » e rise. «Hanno di meglio i ladri che ronzare intorno a vecchie bicocche come questa. »
« Ti prego, Carlo, da’ un’occhiata. »
Egli si alzò, apri vetri e persiane, guardò fuori, restò attonito. Nel pomeriggio c’era stato un temporale ed ora, in un’atmosfera di quasi incredibile purezza, la luna di tre quarti illuminava straordinariamente il giardino, immobile, deserto, e silenzioso perché i grilli e le rane fanno parte appunto del silenzio.

Era un giardino molto semplice, fatto di un prato liscio con un vialetto di ghiaia bianca che formava anello, irraggiandosi in varie diramazioni: e solo intorno c’era una bordatura di fiori. Ma era pure il giardino della sua infanzia, un dolente pezzo della sua vita, un simbolo di perdute felicità, e sempre, nelle notti di luna, sembrava parlare a lui con appassionate e indecifrabili allusioni. A levante, controluce e perciò nera, una barriera di carpini traforata ad archi, a sud una bassa siepe di bosso, a nord la scala che menava all’orto e il romantico edificio del granaio, a occidente la casa. Tutto riposava in quel modo ispirato e meraviglioso con cui la natura dorme sotto la luna e che nessuno è mai riuscito a spiegare. Tuttavia, come sempre, lo spettacolo gli dava uno struggimento profondo, quasi per una bellezza espressiva ch’egli poteva si contemplare, ma non avrebbe mai potuto fare sua.
« Carlo » chiamò Maria dal letto, inquieta, vedendo che lui stava là immobile a guardare. «Chi c’è? »
Egli chiuse la finestra lasciando aperte le persiane e si volse:
« Nessuno, cara. C’è una luna stupenda. Non ho mai visto una simile pace. » Riprese il libro e tornò a sedersi sul divano.
Erano le undici e dieci.
In quel momento preciso, all’estremità sud-est del giardino, nell’ombra proiettata dai carpini, il coperchio di una botola dissimulata fra l’erba cominciò a sollevarsi a scatti, spostandosi da un lato e liberando l’apertura di un cunicolo che si perdeva sottoterra. D’impeto, un essere tozzo e nerastro ne sbucò, si mise a correre con rapidità frenetica a zig-zag.
Aggrappata a uno stelo una cavalletta bambina riposava, beata, il tenero addome verde palpitando con grazia al ritmo della respirazione. Gli uncini del ragno-botola le si affondarono con rabbia nel torace, squarciandolo. Il corpicino si divincolò facendo scattare le lunghe gambe posteriori, una volta sola però. Già gli orridi rampini avevano divelto il capo e ora si immergevano nel ventre. Dagli squarci sgorgò il succo addominale che il carnefice si mise a succhiare avidamente.
Assorbito dalla demoniaca voluttà del pasto, non si accorse in tempo di una gigantesca sagoma scura che si avvicinava alle spalle. Slac. Stringendo ancora la sua vittima fra le zampe, il ragno scomparve per sempre nelle fauci del rospo.
Ma tutto, nel giardino, era divina quiete e poesia.
Una siringa velenosa sprofondò nella soffice polpa di una chiocciola che si stava spostando verso l’orto. Riuscì a percorrere ancora due centimetri, con la testa che girava, poi si accorse che il piede non le obbediva più e capì di essere perduta. Benché le si stesse annebbiando la coscienza, senti le mandibole della larva assalitrice che le scardinavano via furiosamente blocchi di carne, scavando caverne atroci nel suo bel corpo grasso ed elastico di cui era così orgogliosa.
Nell’ultimo palpito della obbrobriosa agonia fece ancora in tempo a notare, con un barlume di conforto, che la larva maledetta era stata arpionata da un ragno-lupo e dilaniata in un baleno.
Poco più in là, tenero idillio. Con la sua lanterna a intermittenza accesa al massimo, un lucciolone girava intorno al fisso lume di una appetitosa femminuccia, languidamente distesa su una foglia. Sì o no? Sì o no? Le si portò accanto, tentò una carezza, lei lasciava fare. L’orgasmo dell’amore gli fece dimenticare quale inferno fosse un prato in una notte di luna. Nell’atto che abbracciava la sua donna un carabo dorato con un solo colpo lo sventrò definitivamente, spalancandolo da qui fin qui. Il suo fanalino continuava a palpitare chiedendo sì o no, e il predone l’aveva già mezzo ingoiato.
In quel mentre ci fu un selvaggio tramestio a distanza di neppure mezzo metro. Ma fu questione di secondi. Qualcosa di enorme calò fulmineo e soffice dall’alto. Il rospo di prima sentì un fatale spasimo nel dorso, cercò di voltarsi. Già si librava nell’aria, tra le grinfie di un barbagianni veterano.
Ma a guardare, non si vedeva niente. Tutto, nel giardino, era poesia e quiete divina.
La kermesse della morte era cominciata al calare delle tenebre. Adesso era al colmo della frenesia. E sarebbe continuata fino all’alba. Dovunque era massacro, carneficina, supplizio. Scalpelli che sfondavano crani, uncini che scavezzavano gambe, scoperchiavano squame e rimestavano nelle viscere, tenaglie che schiantavano scaglie, punteruoli che infilzavano, denti che trituravano, aghi che inoculavano veleni e anestetici, fili che imprigionavano, succhi erosivi che liquefacevano gli schiavi ancora vivi. Dai più minuscoli abitatori dei muschi, i rotiferi, i tardigradi, le amebe, le tecamebe, alle larve, ai ragni, ai carabidi, ai centopiedi, su, su, fino agli orbettini, agli scorpioni, ai rospi, alle talpe, ai gufi, lo sterminato esercito degli assassini di strada si scatenava al macello, trucidando, torturando, dilaniando, squartando, divorando. Come se, in una grande città, ogni notte decine di migliaia di manigoldi assetati di sangue e armati fino ai denti uscissero dalle tane, penetrassero nelle case e sgozzassero la gente nel sonno.
Tace all’improvviso laggiù in fondo il Caruso dei grilli accoppato malamente da una talpa. Si spegne, appo la siepe, la lampadina della lucciola fracassata da un morso di carabide. Svanisce in un singulto il canto della rana, avvinghiata da una biscia. E la farfallina non torna più a battere contro i vetri della finestra illuminata; con le ali sconciate brutalmente essa si contorce imprigionata nello stomaco del pipistrello. Terrore, angoscia, strazio, agonia, morte, per mille e mille altre creature di Dio è il sonno notturno di un giardino di trenta metri per venti. E lo stesso avviene nelle campagne intorno, e lo stesso è di là dalle montagne che risplendono di vitrei riflessi alla luna, pallide e misteriose. E per l’intera superfìcie del mondo è lo stesso dovunque, appena scende la notte: sterminio, annientamento e carnaio.
E quando la notte dilegua e il sole compare, un’altra carneficina comincia, con altri assassini di strada, con uguale ferocia. Cosi è stato dal tempo dei tempi e cosi sarà per i secoli dei secoli, fino alla consumazione del mondo.
Maria si agita sul letto, con rotte incomprensibili voci. Poi di nuovo spalanca gli occhi, spaventata.
« Carlo, se tu sapessi che terribile sogno ho fatto, ho sognato che qua fuori in giardino stavano uccidendo uno. »
« Be’, cerca di metterti quieta, cara, adesso, vengo a dormire anch’io. »
«Carlo, non arrabbiarti, ho ancora quella strana sensazione, non so, come se fuori in giardino stesse succedendo qualcosa. »
« Che ti metti in mente? »
« Non dirmi di no, Carlo, ti prego, vorrei proprio che tu dessi un’occhiata fuori. »
Lui scuote la testa e sorride. Si alza, apre i vetri e guarda.
Il mondo giace in una. quiete immensa, inondato dalla luce di luna. Ancora quel senso di incantesimo, ancora quell’ arcano struggimento.
« Dormi tranquilla, cara, non c’è anima viva, non ho mai visto tanta pace.»

ANDREA ZANZOTTO, Kēpos, da Sovrimpressioni, 2001

Qual è, dimmi, il tuo più riposto kēpos,
l’orto in cui divini
brillano in rari scintilli; rare ombricole
i tuoi semplici
che nessuno ha mai immaginato abbastanza…
Non indagabili nella loro essenza
nella loro radente carezza-eleganza
nel loro alitare
col Tutto tra dolci-brevi salvezze
oscillare fino in fondo alle pozze più amare?
O era il tuo kēpos, Matrità remota

……………………………………………..

quella dispersa aiola di spine
e implacabili bacche rosse
come fuoco che mai s’estingua
nell’estremo del dire del sentire
sentinella ferita?
Giardini-diamanti
giardini-fonti
loci amoeni
cui non riguardano i nostri veleni-
loci a cui vanamente mi protendo
ceu fumus in aera anelando?

Note

Semplici: piante medicamentose.
Ceu fumus in aera: come fumo nell’aria (di ascendenza virgiliana)

Lirica composta per il Giardino Storico dell’Università di Padova.

PER APPROFONDIRE

http://illuminations.jimdo.com/bibliografia/: sito in progress  dedicato a giardini e fiori letterari.

GIARDINI LETTERARI: un’antologia online. CLICCA QUI.

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Ad scholam reditus 2016 – Back to school

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«… no, la scuola non offriva soltanto un’evasione dalla vita in famiglia. Almeno nella classe del signor Bernard, appagava una sete ancor più essenziale per il ragazzo che per l’adulto, la sete della scoperta. Certo, anche nelle altre classi si insegnavano molte cose, ma un po’ come si ingozzavano le oche. Si presentava un cibo preconfezionato e si invitavano i ragazzi ad inghiottirlo. Nella classe del sig. Bernard, per la prima volta in vita loro, sentivano, invece, di esistere e di essere oggetto della più alta  considerazione: li si giudicava degni di scoprire il mondo». A. CAMUS, Il primo uomo, 1994 (p. m.)

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Desinas ineptire: quando finisce un amore

CATULLUS, Liber, VIII. Ad se ipsum

MISER Catulle, desinas ineptire,
et quod uides perisse perditum ducas.
Fulsere quondam candidi tibi soles,
cum uentitabas quo puella ducebat
amata nobis quantum amabitur nulla.
Ibi illa multa cum iocosa fiebant,
quae tu uolebas nec puella nolebat,
fulsere uere candidi tibi soles.
Nunc iam illa non uult: tu quoque impotens noli,
nec quae fugit sectare, nec miser uiue,
sed obstinata mente perfer, obdura.
Vale puella, iam Catullus obdurat,
nec te requiret nec rogabit inuitam.
at tu dolebis, cum rogaberis nulla.
Scelesta, uae te, quae tibi manet uita?
quis nunc te adibit? cui uideberis bella?
quem nunc amabis? cuius esse diceris?
quem basiabis? cui labella mordebis?
At tu, Catulle, destinatus obdura.

CATULLUS, Liber, XI. ad Furium et Aurelium

FVRI et Aureli comites Catulli,
siue in extremos penetrabit Indos,
litus ut longe resonante Eoa
tunditur unda,
siue in Hyrcanos Arabesue molles,
seu Sagas sagittiferosue Parthos,
siue quae septemgeminus colorat
aequora Nilus,
siue trans altas gradietur Alpes,
Caesaris uisens monimenta magni,
Gallicum Rhenum horribile aequor ulti-
mosque Britannos,
omnia haec, quaecumque feret uoluntas
caelitum, temptare simul parati,
pauca nuntiate meae puellae
non bona dicta.
Cum suis uiuat ualeatque moechis,
quos simul complexa tenet trecentos,
nullum amans uere, sed identidem omnium
ilia rumpens;
nec meum respectet, ut ante, amorem,
qui illius culpa cecidit uelut prati
ultimi flos, praetereunte postquam
tactus aratro est.

LXXVI. Ad deos

SIQVA recordanti benefacta priora uoluptas
est homini, cum se cogitat esse pium,
nec sanctam uiolasse fidem, nec foedere nullo
diuum ad fallendos numine abusum homines,
multa parata manent in longa aetate, Catulle,
ex hoc ingrato gaudia amore tibi.
Nam quaecumque homines bene cuiquam aut dicere possunt
aut facere, haec a te dictaque factaque sunt.
Omnia quae ingratae perierunt credita menti.
Quare iam te cur amplius excrucies?
Quin tu animo offirmas atque istinc teque reducis,
et dis inuitis desinis esse miser?
Difficile est longum subito deponere amorem,
difficile est, uerum hoc qua lubet efficias:
una salus haec est. hoc est tibi peruincendum,
hoc facias, siue id non pote siue pote.
O di, si uestrum est misereri, aut si quibus umquam
extremam iam ipsa in morte tulistis opem,
me miserum aspicite et, si uitam puriter egi,
eripite hanc pestem perniciemque mihi,
quae mihi subrepens imos ut torpor in artus
expulit ex omni pectore laetitias.
Non iam illud quaero, contra me ut diligat illa,
aut, quod non potis est, esse pudica uelit:
ipse ualere opto et taetrum hunc deponere morbum.
o di, reddite mi hoc pro pietate mea.

Propertius, Elegiae, II, 5

Hoc verum est, tota te ferri, Cynthia, Roma,
et non ignota vivere nequitia?
haec merui sperare? dabis mihi, perfida, poenas;
et nobis aliquo, Cynthia, ventus erit.
inveniam tamen e multis fallacibus unam,
quae fieri nostro carmine nota velit,
nec mihi tam duris insultet moribus et te
vellicet: heu sero flebis amata diu.
nunc est ira recens, nunc est discedere tempus:
si dolor afuerit, crede, redibit amor. […]

What obtains? Your name has become a watchword. All Rome
is telling Cynthia jokes with dirty punchlines.
What have I done to deserve such a vile thing? Your betrayal
will cost you. I’ll be revenged. I’ll sail away
to a safe haven and find myself some girl
who’ll appreciate me and is eager to be immortal
in these verses of mine. And she will be better tempered, too,
and won’t kick me around the way you do,
and then you’ll know how it feels to be jilted, jealous, a joke.
It’s what you deserve for taking my love for granted. 10
And this is the time to do it: I must leave when my anger is hot. […]

Tu non ricordi
ma in un tempo
così lontano che non sembra stato
ci siamo dondolati su un’altalena sola

Che non finisse mai quel dondolìo
fu l’unica preghiera in senso stretto
che in tutta la mia vita io abbia mai levato al cielo.

Per essere un borderline
ho fatto miracoli
di eleganza e d’ironia
ma ugualmente
è venuto il giorno
in cui per la tua vita
son diventato un mostro

Ho messo quel che resta
del nostro fidanzamento
in una piccola bara bianca
che ho interrato al campo

Mentre mi allontanavo
con la vanga in spalla
ho udito dalle zolle
una vocina
ma mi avevi proibito di voltarmi
e non mi sono voltato.

Passaci tu però
così impazzisci.

Michele Mari, Cento poesie d’amore a Ladyhawke, Einaudi, 2007

Vladimir Majakovskij,  Lilicka

(Al posto di una lettera)

Il fumo del tabacco ha mangiato l’aria.
La stanza é un capitolo dell’inferno di Krucènych.
Accanto a questa finestra
per la prima volta,
in estasi, carezzai le tue mani.
Oggi ti vedo seduta,
il cuore in un’armatura di ferro.
Ancora un giorno,
e mi scaccerai,
coprendomi forse di ingiurie.
Nella buia anticamera la mia mano, scossa dal tremito,
nella manica a lungo tenterà di infilarsi.
Balzerò fuori,
lancerò per strada il mio corpo.
Selvaggio,
diventerò pazzo,
trafitto dalla disperazione.
Non si deve giungere a questo:
cara,
buona,
diciamoci adesso addio.
Nonostante questo,
il mio amore,
pesante come un macigno,
resta appeso al tuo collo,
dovunque tu fugga.
Lasciami in un estremo grido urlare
l’amarezza di offesi lamenti.
Se lo sfiancano di lavoro, un bue,
andrà
a stendersi in gelide acque.
Ma al di là dell’amore per te,
per me
non c’è mare,
e a questo amore neanche col pianto darai una tregua.
Se anela il riposo lo stanco elefante
regalmente si sdraierà sulla rena infocata.
Ma al di là dell’amore per te,
per me
non c’è sole,
e io non so neppure dove sei e con chi.
Se l’amata avesse in tal modo torturato il poeta,
egli per la gloria e il denaro l’avrebbe lasciata,
ma per me
non c’è un solo suono di festa
oltre al suono del tuo amato nome.
Non mi butterò nella tromba delle scale,
non berrò del veleno,
non oserò premere il grilletto contro la tempia.
Su di me,
al di fuori del tuo sguardo,
non ha potere la lama d’alcun coltello.
Domani scorderai
che ti avevo fatto regina,
che l’anima in fiore s’era bruciata d’amore,
e lo sfrenato carnevale dei futili giorni
disperderà le pagine dei miei libri…
Le foglie secche delle mie parole
potranno mai fermarti
per un sospiro?
……………………………………………………………
Lascia almeno
ch’io copra con un’ultima tenerezza
il tuo passo che si allontana.

Pietrogrado, 26 maggio 1916

http://www.youtube.com/watch?v=bC5_gJXUh-I

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Enciclopedie o del sapere circolare

L’ordine enciclopedico delle nostre conoscenze consiste nel raccoglierle nel minor spazio possibile e nel fare assumere, per così dire, al filosofo un punto di vista assai elevato al di sopra di questo labirinto, in modo da fargli scorgere nel loro insieme le scienze e le arti principali, abbracciare con un unico sguardo gli oggetti delle speculazioni e le operazioni che può compiere su questi oggetti, distinguere le branche generali delle conoscenze umane, i loro punti di contatto e di separazione, e talora intravvedere persino le strade nascoste che le congiungono. […] La società, se rispetta giustamente i grandi geni che la illuminano, non deve avvilire le mani che la servono. La scoperta della bussola è tanto utile al genere umano, quanto lo sarebbe alla fisica la spiegazione delle proprietà dell’ago magnetico.

Baptiste Le Rond d’Alembert, Discorso preliminare dell’Enciclopedia  o dizionario ragionato delle scienze, delle arti e dei mestieri [1753], a c. di P. Casini, Laterza, Bari 1968. LEGGI TUTTO.

Lo scopo di un’enciclopedia è di unificare le conoscenze sparse sulla faccia della terra; di esporre il sistema e di trasmetterlo a quelli che verranno dopo di noi; affinché le opere dei secoli passati non siano state inutili per i secoli successivi, affinché i nostri nipoti, divenendo più istruiti, possano essere nello stesso tempo più virtuosi e più felici, e affinché noi non scompariamo senza aver ben meritato del genere umano […]. Ci siamo resi conto che l’Enciclopedia poteva essere tentata solo in un secolo filosofico, e che questo secolo era giunto. D. Diderot,  VOCE ENCICLOPEDIA, vol. V

Possa la cultura generale progredire in modo così rapido che fra vent’anni, su mille delle nostre pagine, resti impopolare appena un rigo! I padroni del mondo devono affrettare questa felice rivoluzione. Felice il tempo in cui avranno compreso che la loro sicurezza consiste nel comandare uomini istruiti. I grandi attentati sono stati sempre commessi solo da ciechi fanatici. Oseremmo lamentarci delle nostre pene e rimpiangere i nostri anni di fatiche, se potessimo vantarci di aver appena corretto quello smarrimento dell’intelletto che è così contrario alla quiete della società, e di aver spinto i nostri simili ad amarsi, a sopportarsi e infine riconoscere la superiorità della morale universale su tutte le morali particolari che ispirano l’odio e il disordine, e che infrangono o rilassano la solidarietà generale e comune? D. Diderot, Avvertenza, vol. VIII

Il termine enciclopedia viene da enkyklios paideia, che nella tradizione greca significava una educazione completa. Enkyklios non significa tanto “educazione circolare”, nel senso di armonicamente completa, bensì, secondo alcuni, in riferimento alla forma del coro: imparare a cantare certi inni era parte essenziale dell’educazione di un ragazzo, e pertanto enkyklios vorrebbe dire “la forma di educazione che un ragazzo dovrebbe aver ricevuto”. Però nell’antichità classica questo termine non appare; esso fa la sua apparizione nel XVI secolo, prima in Fleming Joachim Stergk, Lucubrationes vel potius absolutissima kuklopaideia, 1529, e poi nel The Boke named The Governour (1531) di Sir Thomas Elyot, dove si cita la totalità del sapere, ovvero “the world of science”, o “the circle of doctrine”. Questa stessa totalità del sapere come educazione completa viene descritta nel libro II del Gargantua et Pantagruel di Rabelais (1532, cap. 20), quando Thaumastes loda la cultura del giovane Pantagruel e dice: “mi ha dischiuso il vero pozzo e l’abisso dell’Enciclopedia”.  […]

L’enciclopedia illuminista si vuole critica e scientifica: non rinuncia a registrare tutte le credenze, anche quelle ritenute erronee, ma le denuncia come tali (si veda per esempio la voce “Licorne”, che sembra descrivere l’animale secondo la tradizione, ma sottolineandone la natura leggendaria), e sul modello di quelle antiche intende rendere ragione di tutti i saperi umani, anche quelli popolari connessi alle arti e ai mestieri. Si regge su una classificazione preliminare dei saperi, ma, essendo in ordine alfabetico, non la rivela, se non in un piano iniziale. In effetti nelle pagine introduttive, dovute a D’Alembert, si dice che “il sistema generale delle scienze e delle arti è una specie di labirinto, di cammino tortuoso che lo spirito affronta senza troppo conoscere la strada da seguire […] Questo disordine, per quanto filosofico per la mente, sfigurerebbe, o almeno annienterebbe del tutto un albero enciclopedico nel quale lo si volesse rappresentare […] Il sistema delle nostre conoscenze è composto di diverse branche, di cui molte hanno uno stesso punto di riunione; e poiché partendo da questo punto non è possibile imboccare contemporaneamente tutte le vie, la determinazione della scelta risale alla natura dei diversi spiriti”. Peraltro l’enciclopedia tende a riunire queste conoscenze nel più breve spazio possibile, e nel porre, per così dire, il filosofo al di sopra di questo vasto labirinto, in un punto di vista molto elevato da dove gli sia possibile scorgere contemporaneamente le scienze e le arti principali; vedere con un sol colpo d’occhio gli oggetti delle sue speculazioni e le operazioni che può fare su questi oggetti; distinguere le branche generali delle conoscenze umane, i punti che le separano o le accomunano, e intravedere persino, a volte, le vie segrete che le riuniscono. Essa è come una specie di mappamondo dove gli oggetti sono più o meno ravvicinati e presentano diversi aspetti secondo la prospettiva scelta dal geografo. Si possono dunque immaginare tanti diversi sistemi della conoscenza umana quanti sono i mappamondi che si possono costruire secondo diverse proiezioni, e “spesso un oggetto, posto in una certa classe a causa di una o più delle sue proprietà, rientra in un’altra classe per certe altre proprietà”. L’immagine del mappamondo, su cui è possibile disegnare diversi percorsi e raccordi, ci farebbe pensare oggi a una rete ferroviaria (che è poi una delle incarnazioni moderne del labirinto), ed è in effetti sul modello della rete che si sono sviluppate le teorie contemporanee del modello enciclopedico.

U. ECO, Enciclopedia: genesi e storia di un’idea, in Umberto Eco, Riccardo Fedriga (a cura di), La filosofia e le sue storie. L’età moderna, Laterza, 2014

SEMBRA TRASCORSO UN EVO E INVECE sono solo quindici anni che esiste. Come i fenomeni legati alla temperatura percepita rispetto a quella reale, anche Wikipedia ha comportato un mutamento irreversibile. La misura di tale rivoluzione, vissuta giorno dopo giorno ma inavvertita nelle conseguenze, è data dal fatto che se oggi non fossimo qui a celebrarne i primi quindici anni pochi si ricorderebbero della data di nascita. Il che prova una cosa, che risale addirittura al di Platone, dove si racconta del dio egizio Theuth che presenta al faraone la sua ultima invenzione: la scrittura, tecnologia che per la prima volta affida le tracce della memoria a un documento come il papiro. Anche Wikipedia è una macchina per produrre memoria.
Oggi non c’è evento, consistente o inconsistente, che non sia rintracciabile — il che non significa attendibile — in pochi secondi, e che con la stessa velocità non venga subito scordato. Il modello verso cui ci ha orientato Wikipedia è la bulimia algoritmica — ben più veloce di qualsiasi mnemotecnica umana — attraverso la quale il tempo di reperimento e accumulo delle informazioni si sostituisce al bisogno di esaustività, completezza e autorevolezza. […] la vera rivoluzione operata da Wikipedia [è] l’avere trasformato i modi attraverso i quali accediamo al sapere in funzione non tanto della completezza delle informazioni quanto in base al parametro della velocità e alla conseguente linearità nel reperirle. Wikipedia ha così operato una sorta di mutazione antropologica, adattandoci a muoversi più velocemente e secondo dinamiche più liquide, reputazionali e fondate sulla testimonianza, di quelle dettate da ogni possibile criterio di autorevolezza scientifica, istituzionale o editoriale. Ciò che non c’è su Wikipedia è ciò che non è velocemente accessibile, e ciò che è tale, dunque, non esiste: l’esistenza o meno di un evento diventa una variabile del fattore tempo.
R. Fedriga, Il dio Theuth nel regno della velocità, “La Repubblica”, 10 gennaio 2016

 

ESISTE un modo per mettere al sicuro, su internet, almeno una porzione della nostra conoscenza? Per avere cioè la sicurezza che ciò che leggiamo sia inoppugnabile e verificato? Oppure il modello Wikipedia, quello dell’enciclopedia a cui chiunque può mettere mano, è destinato a rimanere imbattibile? In realtà, a ben scavare, già prima della creatura lanciata da Jimmy Wales e altri e che ha evidentemente rivoluzionato il modello della conoscenza diffusa, esisteva un’altra enciclopedia online organizzata e gestita in modo diverso. Molto diverso. Orientata alla massima qualità. Anzi, al conseguimento di quella sacra trinità all’apparenza impossibile da ottenere: autorevolezza, completezza e attualità, intesa come massimo aggiornamento possibile dei contenuti.
Si tratta della Stanford Encyclopedia of Philosophy, meglio nota nel mondo accademico con l’acronimo Sep, ed ha una storia molto lunga, risalente al 1995. Ne ha raccontato una parte Quartz, individuando – nel complicato rompicapo della conoscenza su internet – le ragioni per cui il modello portante di quella storica ma ancora poco nota istituzione, fondata dal filosofo Edward Zalta, dovrebbe essere assunto come modello. Se non in tutti, almeno in molti ambiti dello scibile umano.
Per quale ragione? Sottrarre quei campi di sapere ai tanti lati negativi ed effetti collaterali a cui le risorse online più utilizzate, dalla stessa Wikipedia al sito di botta e risposta Quora – che ha appena varcato la soglia dei cento milioni di utenti – sono condannati per la loro stessa logica costitutiva. Quella formula si chiama in inglese “dynamic reference work”, che potremmo tradurre più o meno come lavoro di compilazione dinamica, o qualcosa del genere. Un lavoro che ovviamente non può che far leva su scale piccole – le voci classificate dalla Sep sono appena 1.500 rispetto ai 37 milioni di voci geolocalizzate dell’enciclopedia universale – ma tuttavia può segnare una strada percorribile. Un faro nella scivolosa rete delle bufale.
Le varie tipologie di siti e piattaforme a cui ci rivolgiamo oggi per rispondere ai nostri dubbi (al netto delle ricerche su Google) non riescono infatti a soddisfare tutte e tre le condizioni per un’opera perfetta. A quelle cartacee, sostanzialmente in estinzione (la Britannica non si stampa più da sei anni), gli utenti e i lettori accordano una certa autorevolezza. Sanno che su quelle pagine hanno lavorato autori riconosciuti e redattori competenti. Ma i libri non possono in nessun modo, tranne che per campi ristretti, ambire all’esaustività e men che meno all’aggiornamento.
Dal canto suo, Wikipedia è stata bersagliata negli anni dalle più diverse critiche: i pochi utenti attivi, spesso sotto l’1%, che intervengono nei testi a fronte della spaventosa mole di lettori, lo sbilanciamento in termini di attenzione riservata a certi settori della conoscenza e non ad altri – celebre la polemica sul femminismo o sulle voci matematiche – l’inaffidabilità stessa legata al modello di crowdsourcing, che le garantisce solo la rapidità di aggiornamento. I portali cosiddetti Q&A, di botta e risposta, come Quora – che ha da poco acquistato la piattaforma Parlio – o Stack Exchange non colgono neanche una delle caratteristiche necessarie a un buon prodotto: l’autorevolezza delle fonti non è garantita (chi risponde si autoqualifica in un modo ma non c’è verifica possibile), la completezza non esiste e l’aggiornamento neanche. Insomma, al momento – Google a parte – non esiste una risorsa a prova di errore voluto o colposo, aggiornata in tempo reale e che esaurisca con ordine e logica gli argomenti che affronta, senza perdersi in un continuo richiamo di link e collegamenti.
Zalta e colleghi provano dunque da vent’anni a costruire un modello diverso. Applicato alla filosofia ha dimostrato una sua sostenibilità economica anche se in altri campi non si può dire altrettanto. Non è infatti detto che sia una strada universale ma certo molti ambiti potrebbero essere organizzati con successo secondo lo stesso approccio. Per esempio, per garantirne l’autorevolezza il gruppo di lavoro ha selezionato diverse dozzine di editor per materia. Persone che sono responsabili di una singola branca filosofica anche piuttosto ampia, come la filosofia antica, e che scelgono e coordinano i singoli autori responsabili delle specifiche voci. “Un editor lavora con l’autore per fare il punto prima di dare il via libera alla scrittura – ha spiegato a Quartz Susanna Siegel, responsabile dell’ambito della filosofia della mente – spesso è un passaggio molto lungo”. Una volta partiti, alcuni autori possono impiegare anche molto tempo per concludere il loro lavoro. Fra l’altro non retribuito, visto che si tratta di esperti della materia che già vivono degli studi in un certo ambito e che quindi, col tempo, hanno deciso di partecipare al progetto un po’ con lo spirito con cui danno il loro contributo alle ricerche accademiche.
Risolta l’autorevolezza, alla Sep la completezza delle informazioni viene garantita da un attento lavoro di regia di un gruppo di filosofi capitanati dallo stesso Zalta: “Diciamo ai nostri autori di scrivere voci che si autocompletino” ha spiegato Uri Nodelman, senior editor dell’enciclopedia filosofica di Stanford. Cosa significa? Tentare di evitare il più possibile quello che chiamano “Wikihole”, il buco di Wikipedia. Il fatto, cioè, che spesso per comprendere a pieno una voce sia praticamente obbligatorio passare ad altre e ad altre ancora, perché nella voce di partenza che ci interessava mancavano i presupposti per comprenderla a pieno. Oppure l’assenza di alcune voci troppo complicate o astratte. L’aggiornamento è infine frutto di un’organizzazione molto chiara: se il contenuto di partenza deve ovviamente essere il più “fresco” possibile, dopo quattro anni quel testo dovrà essere aggiornato. Anche se spesso le revisioni vanno in scena molto prima, in base agli avanzamenti scientifici o alle segnalazioni di chi la stessa enciclopedia la usa ogni giorno: studenti, professori, esperti o lettori molto ferrati.
Si tratta di un esperimento, è vero. Tuttavia negli anni ha guadagnato, grazie al soddisfacimento di quei tre parametri-chiave che dovrebbero sovrintendere ogni risorsa dedicata alla conoscenza, un suo equilibrio finanziario e un forte riconoscimento dalla comunità scientifica. Sotto il primo fronte costa poco, impiega solo tre persone più cinque assistenti part-time, è finanziata in parte da Stanford, in parte da un programma di affiliazione premium sottoscritto da numerose biblioteche universitarie, coinvolte anche nella stesura delle voci, che frutta un terzo del budget, in parte da microversamenti ottenuti in cambio della diffusione di alcune di queste voci e articoli impaginati agli “Amici della Sep”: pillole di sapere a buon prezzo, contenuti pronti e soprattutto ipergarantiti per essere stampati in Pdf o utilizzati per altri fini, come lezioni, ricerche o approfondimenti.
Sono molti i settori che potrebbero essere coinvolti da un paradigma simile, che superi la pur imbattibile – nell’uso quotidiano – Wikipedia o i rapidi botta e risposta di Quora e siti del genere. Parecchi di quei settori, come l’informatica o l’economia, sfoggiano grande dinamismo, e dunque sembrerebbero complessi da organizzare secondo la formula Stanford, ma fanno leva su principi essenziali che quasi mai ci si prende il compito di spiegare e approfondire in maniera certificata. Sono ambiti nei quali diverse istituzioni, pubbliche e private, potrebbero avere l’interesse a interpretare il ruolo che Stanford ha avuto per la filosofia: garante e parziale finanziatore di una piattaforma destinata alla tutela dell’informazione di qualità.

SIMONE COSIMI, La formula dell’enciclopedia perfetta, “La Repubblica”, 7 aprile 2016

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“To strive, to seek, to find, and not to yield…”: Tennyson e Pascoli

“Pare a me, o Socrate, che la verità sicura in queste cose nella vita presente non si possa raggiungere in alcun modo, o per lo meno con grandissima difficoltà. Però io penso che sia una viltà il non studiare sotto ogni rispetto le cose che sono state dette in proposito, e lo smettere le ricerche prima di aver esaminato ogni mezzo. Perché in queste cose, una delle due: o venire a capo di conoscere come stanno; o se a questo non si riesce, appigliarsi al migliore e al più sicuro tra gli argomenti umani e con questo, come sopra una barca, tentare la traversata del pelago. A meno che non si possa con maggiore agio e minore pericolo fare il passaggio con qualche più solido trasporto, con l’aiuto cioè della rivelata parola di un dio”.
Platone, Fedone, XXXV

A. Tennyson, Ulysses, 1842

Alfred Tennyson, Ulisse,  traduzione di  G. Pascoli, in  Traduzioni e riduzioni, 1913

ULISSE
Re neghittoso alla vampa del mio focolare tranquillo
star, con antica consorte, tra sterili rocce, non giova:
e misurare e pesare le leggi ineguali a selvaggia
gente che ammucchia, che dorme, che mangia e che non mi conosce.
Starmi non posso dall’errar mio: vuo’ bere la vita
sino alla feccia. Per tutto il mio tempo ho molto gioito,
molto sofferto, e con quelli che in cuor mi amarono, e solo;
tanto sull’arida terra, che quando tra rapidi nembi
l’Iadi pioverne travagliano il mare velato di brume.
Nome acquistai, chè sempre errando con avido cuore
molte città vidi io, molti uomini, e seppi la mente
loro, e la mia non il meno; ond’ero nel cuore di tutti:
e di lontane battaglie coi pari io bevvi la gioia,
là nel pianoro sonoro di Troia battuta dal vento.
Ciò che incontrai nella mia strada, ora ne sono una parte.
Pur, ciò ch’io vidi è l’arcata che s’apre sul nuovo:
sempre ne fuggono i margini via, man mano che inoltro.
Stupida cosa il fermarsi, il conoscersi un fine il restare
sotto la ruggine opachi né splendere più nell’attrito.
Come se il vivere sia quest’alito! Vita su vita
poco sarebbe, ed a me d’una, ora, un attimo resta.
Pure, è un attimo tolto all’eterno silenzio, ed ancora
porta con sé nuove opere, e indegno sarebbe, per qualche
due o tre anni, riporre me stesso con l’anima esperta
ch’arde e desìa di seguir conoscenza: la stella che cade
oltre il confine del cielo, di là dell’umano pensiero.
Ecco mio figlio, Telemaco mio, cui ed isola e scettro
lascio; che molto io amo; che sa quest’opera, accorto,
compiere; Mansuefare una gente selvatica, adagio,
dolce, e così via via sottometterla all’utile e al bene.
Irreprensibile egli è, ben fermo nel mezzo ai doveri,
pio, che non mai mancherà nelle tenere usanze, e nel dare
il convenevole culto agli dei della nostra famiglia,
quando non sia qui io: il suo compito è compie; io, il mio.
Eccolo il porto, laggiù: nel vascello si gonfia la vela:
ampio nell’oscurità si rammarica il mare. Compagni,
cuori ch’avete con me tollerato, penato, pensato,
voi che accoglieste, ogni ora, con gaio ed uguale saluto
tanto la folgore, quanto il sereno, che liberi cuori,
libere fronti opponeste: oh! Noi siam vecchi, compagni;
pur la vecchiezza anch’ella ha il pregio, ha il compito: tutto
chiude la Morte; ma può qualche opera compiersi prima
d’uomini degna che già combatterono a prova coi Numi!
Già da’ tuguri sui picchi le luci balenano: il lungo
giorno dilegua, la luna insensibile monta; l’abisso
geme e sussurra all’intorno le mille sue voci. Venite:
tardi non è per coloro che cercano un mondo novello.
Uomini, al largo, e sedendovi in ordine, i solchi sonori
via percotete: ho fermo nel cuore passare il tramonto
ed il lavacro degli astri di là; fin ch’abbia la morte.
Forse è destino che i gorghi del mare ci affondino; forse,
nostro destino è toccar quelle isole della Fortuna,
dove vedremo l’a noi già noto, magnanimo Achille.
Molto perdemmo, ma molto ci resta: non siamo la forza
più che nei giorni lontani moveva la terra ed il cielo:
noi, s’è quello che s’è: una tempra d’eroici cuori,
sempre la stessa: affraliti dal tempo e dal fato, ma duri
sempre in lottare e cercare e trovare né cedere mai.

PER APPROFONDIRE: M.G. CIANI, Il volo di Ulisse, Marsilio, 2014

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Tennyson al cinema: OO7 Skyfall, 2012

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Il bersaglio perfetto del culto della morte

In memoria delle vittime degli attacchi di Parigi

Ian McEwan, “La Repubblica”, 16 novembre 2015

Sono armati di feroce nichilismo e odio oltre ogni comprensione

Il culto della morte ha scelto bene la sua città — Parigi, capitale laica del mondo, metropoli tra le più ospitali, eterogenee e affascinanti mai concepite. Il culto della morte ha scelto i suoi bersagli in questa città con accuratezza macabra e che si condanna da sola — tutto ciò che esecravano si trovava proprio lì davanti ai loro occhi in quella lieta serata di venerdì: uomini e donne tranquillamente insieme, vino, libero pensiero, risate, tolleranza, musica scatenata e satirica — rock and blues.
I seguaci del culto della morte sono arrivati armati di feroce nichilismo e di un odio che va al di là della nostra comprensione. Come corazza di protezione una cintura esplosiva, la loro idea di nascondiglio definitivo un aldilà virtuoso, dove la polizia non può arrivare. (Il paradiso dei jihadisti si sta rivelando una delle peggiori idee mai concepite dal genere umano; massacrare e bruciare in questa vita, l’eterno riposo in mezzo alla pacchianeria in quella successiva).
Parigi, frastornata e sommessa, si è svegliata e ha riflettuto sulle sue mutate circostanze. Quelli tra noi che l’altra sera erano fuori in città non hanno potuto che stupirsi dei capricci del caso, che lascia noi vivi e morti gli altri. Quando è iniziata la carneficina, mia moglie e io ci trovavamo in una veneranda istituzione parigina, lo stereotipo della bella vita senza pretese fin dal 1845. In quell’affascinante ristorante del Sesto arrondissement, ci si siede a tavole gremite di persone, in compagnia di estranei benintenzionati, visitatori e residenti locali in amichevole fusione. Con i nostri pouilly- fumé e filets d’hareng saremmo stati bersagli buoni come qualsiasi altro. Il culto della morte ha preferito l’Undicesimo e il Decimo arrondissement, appena un chilometro e mezzo più in là, e non ci siamo accorti di niente.
Oggi sappiamo. Quali sono adesso le mutate circostanze? La sicurezza sarà inasprita e Parigi dovrà diventare un po’ meno affascinante. La tensione cruciale tra sicurezza e libertà resterà una sfida. Le pallottole e le bombe del culto della morte torneranno, qui o da qualche altra parte, possiamo esserne certi. Gli abitanti di Londra, New York e Berlino vi prestano grande e inquieta attenzione. A gennaio eravamo tutti Charlie Hebdo. Oggi siamo tutti parigini e in un momento così cupo questo, quanto meno, è motivo d’orgoglio.
Traduzione di Anna Bissa

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