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Alexander von Humboldt, il genio che inventò l’arte del viaggio

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Friedrich Georg Weitsch, Ritratto di Alexander von Humboldt, c. 1806

Secondo antiche cronache c’è un canale tra le correnti dell’Orinoco e il Rio delle Amazzoni. I geografi europei lo hanno sempre considerato una leggenda. La scuola di pensiero dominante sostiene che solo le montagne possano fungere da separatori di acque e che nessun sistema fluviale nell’interno possa essere collegato.
Strano, non ci avevo mai riflettuto, disse Bonpland.
È un errore, disse Humboldt. Avrebbe trovato il canale e risolto il mistero.
Ah, disse Bonpland. Un canale.
Humboldt ribatté che non gli piaceva il suo atteggiamento. Si lamentava sempre, gli faceva continue obiezioni. Pretendeva troppo se chiedeva un po’ di entusiasmo?
Bonpland domandò che cosa fosse successo.
A breve sarebbe arrivata un’eclissi solare! Avrebbero potuto determinare l’esatta posizione astronomica della città costiera in cui si trovavano. Poi avrebbero potuto tracciare una rete di rilievi fino alla fine del canale.
Ma era nel profondo della foresta vergine!
Parole grosse, disse Humboldt. Non si sarebbero fatti intimorire. La foresta vergine è pur sempre una foresta. La natura parla ovunque la stessa lingua.

da D. Kehlmann, La misura del mondo, Feltrinelli 2006

Narratore brillante, inaugurò un genere letterario legato al partire: anche Bruce Chatwin gli deve tanto

Marco Belpoliti, “Repubblica”, 12 novembre 2018

Fu esploratore, geografo, botanico, celebrità nei salotti di primo Ottocento, amico di Goethe e ispiratore di Darwin. Ma soprattutto fu un grande scrittore. Come dimostra il suo capolavoro, che ora finalmente torna in libreria
Per i suoi contemporanei era l’uomo più famoso al mondo dopo Napoleone. Nel centenario della sua nascita nel 1869, dieci anni dopo la morte, fu festeggiato in tutto il mondo: Europa, Africa, Australia. In molte città la gente si radunò per ascoltare discorsi su di lui pronunciati dai dotti. A Mosca si svolsero feste in suo onore. Le commemorazioni più importanti si tennero in America: San Francisco, Philadelphia, Chicago.
Oggi Alexander von Humboldt è quasi dimenticato. Gli studenti di scienze, biologia e geologia, salvo rare eccezioni, non conoscono che il suo nome, ben pochi hanno letto i suoi scritti, un monumentale lavoro che consta di decine e decine di opere in molteplici volumi. Eppure il secondogenito del maggior barone Alexander Georg von Humboldt, ufficiale e cortigiano di Federico II di Prussia, e di una ricca borghese ugonotta, Marie Colomba, fratello di un importante linguista, Wilhelm, ambasciatore a Roma e poi ministro, ha dato il suo nome a parchi, contee, fiumi, laghi, ghiacciai, baie, promontori, correnti marine, catene montuose, oltre che a trecento piante e cento animali, e persino a un mare lunare.
Nessuno studioso ha fatto più di lui nell’esplorazione del Pianeta che abitiamo intuendo per primo che la Terra è un unico grande organismo vivente e interconnesso, anticipando le scienze del XX secolo, dall’ambientalismo all’ecologia, che senza Humboldt non ci sarebbero.
Genio multiforme, fu non solo uno straordinario scrittore, come dimostrano i suoi tanti volumi, ma anche un affascinante conversatore.
Ottilia ne Le affinità elettive scrive nel suo diario: «Come mi piacerebbe sentir raccontare Humboldt, anche una sola volta!». Di Goethe il giovane geologo e naturalista fu amico, e il poeta asseriva che parlare con lui nel corso di una passeggiata equivaleva a studiare libri per una settimana. Non c’è solo Goethe. Darwin nel corso del viaggio intorno al mondo sulla Beagle teneva nella mensola vicino alla sua amaca i sette volumi della Personal Narrative of Travels di Humboldt, e poco prima di morire riprese in mano un suo volume e l’annotò.
Quello che colpì i suoi contemporanei fu prima di tutto la sua capacità di attraversare i mari e i fiumi, di approdare in terre semisconosciute portando in Europa erbari e fogli di viaggio, mappe, rilievi, misure di fiumi, montagne, pianure, e descrivendo popolazioni. In Cent’anni di solitudine Aureliano Buendía afferra nell’incomprensibile delirio di Melquíades il nome di Humboldt, insieme alla parola equinozio pronunciata innumerevoli volte.
Il nobile prussiano, che pur coltivando ideali illuministi, per gran parte della sua vita mangiò al tavolo del suo sovrano e abitò nel suo palazzo, è anche il protagonista di un bel libro di Daniel Kehlmann, La misura del mondo (Feltrinelli). E adesso arriva finalmente una nuova, sontuosa ristampa, per Codice, di uno dei suoi libri più noti, Quadri della natura, che s’avvale della introduzione di Franco Farinelli, Telmo Pievani e Elena Canadelli.
Alexander von Humboldt è un magnifico scrittore. Dal 1799 al 1804, usando le risorse lasciate in eredità dalla madre, attraversa il bacino dell’Orinoco, tra Venezuela e Colombia, va a Cuba, entra negli Stati Uniti, e al ritorno redige un’opera composta di trenta volumi e due atlanti, uno geografico e l’altro pittoresco; era il più esteso resoconto di viaggio mai scritto sino ad allora, di cui la prima edizione di Quadri della natura, pubblicata nel 1808, ne è il compendio. Rimaneggiato e ampliato in due successive edizioni, il libro diventò un bestseller dell’epoca, tradotto in undici diverse lingue. Si può dire, come asserisce Andrea Wulf nel suo L’invenzione della natura (Luiss University Press), che Humboldt inaugura un genere nuovo: il libro di viaggio, in cui confluiscono le descrizioni dei luoghi, delle piante, dei minerali, delle popolazioni. Scrittore immaginifico, il nobile prussiano riesce ad appassionare i propri lettori facendogli compiere viaggi da fermi grazie a una prosa letteraria lirica e sublime insieme, così che si può ben asserire che è il padre di tutti i viaggiatori successivi, compreso il supersnob Bruce Chatwin. Wulf sostiene che Quadri mostra come la natura possa avere un’influenza sull’immaginazione delle persone, oltre che a entrare in contatto in modo misterioso con i nostri sentimenti intimi.
Tutto questo è sicuramente parte del Romanticismo. Ma se i poeti già pensavano e scrivevano con questo stato d’animo, questo, gli scienziati ancora no.
Humboldt è stato anche un comparativista straordinario esercitando il pensiero della visione, paragonando paesaggi lontani e diversi, ipotizzando movimenti geologici cui Darwin, geologo lui stesso, darà poi forma in una teoria.
L’arte della descrizione è quella in cui questo scapolo, dedito alle amicizie prettamente maschili, eccelle.
La sua è stata una splendida arte della fuga, com’è per ogni vero viaggiatore.
Viaggiava e scriveva per cercare una realtà che lo coinvolgesse ed emozionasse, che suscitasse pensieri che superassero l’angusta epoca in cui gli era toccato vivere dopo la colossale spallata rivoluzionaria e il nefasto ritorno all’antico regime.
Ritornato a Berlino dopo i suoi viaggi, viveva a corte, seduto al desco del despota prussiano.
Gli ultimi anni furono davvero avvilenti per lui. Inascoltato e deriso, s’era trasformato nella maschera di sé stesso. Lui che aveva scalato il Vesuvio in compagnia del giovane Simón Bolívar, futuro liberatore dell’America del Sud, che aveva conversato con Thomas Jefferson e Goethe, finì i suoi anni ben poco considerato e in stato d’indigenza. Eppure tra gli uomini eccellenti nati su questo Pianeta, da lui misurato con paziente furore, resta ancora oggi uno dei più straordinari.

I contemporanei di Humboldt. Fonte: https://journals.openedition.org/cybergeo/25478

 

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Noi come Ulisse viaggiatori senza ritorno

Giorgio De Chirico, Il ritorno di Ulisse, 1968

Dagli antichi popoli nomadi al turismo di massa: Augé svela i paradossi della nostalgia di casa

Marc Augé, “La Repubblica”,  26 giugno 2015

LE compagnie aeree emettono preferibilmente biglietti di “andata e ritorno” piuttosto che di “sola andata”. Come se ci fosse qualcosa di sospetto nella nozione di andata senza ritorno, qualcosa che evoca il desiderio di rottura, di fuga dal luogo che abitualmente ci definisce. L’espressione “andata e ritorno” sembra sottintendere già di per sé una certa idea di rapidità: l’assenza sarà breve e si ritornerà presto. Utilizzato da solo, il termine “ritorno” dà libero sfogo alla nostra immaginazione, e non allude a un itinerario preciso. La sua carica poetica (del termine “ritorno”) dipende dal doppio registro che esso mette in gioco: il tempo e lo spazio. E proprio questo doppio registro è all’origine della sua ambivalenza che può esprimere una semplice ripetizione ma anche una novità radicale, una routine o un’esperienza.
Le società nomadi in linea di massima seguono sempre lo stesso itinerario con delle tappe che generalmente coincidono con le condizioni climatiche più favorevoli, ad esempio, per l’alimentazione delle loro greggi. Le società nomadi sono società dell’eterno ritorno.
La ripetizione è una caratteristica di numerosi gruppi sociali, siano essi sedentari o nomadi. Ogni attacco all’ordine del mondo può costituire dunque una minaccia all’ordine sociale. L’attaccamento al luogo di nascita o al luogo d’origine della famiglia corrisponde a una forma di nomadismo familiare che rientra in parte nello stesso ordine di cose. Le vacanze per molte persone che abitano in città sono state e sono ancora un’occasione per ritrovare il loro ambiente d’origine, le loro “radici”, e questo “ritorno alle origini”, se è regolare, assomiglia molto a una forma di nomadismo. Il nomadismo abituale può suscitare forme di nostalgia, un desiderio di ritorno che è espressione di una mancanza e di un’attesa, che si complica per il fatto che i ricordi legati al luogo d’origine sono dei ricordi d’infanzia: il ritorno a cui aspiriamo allora è un ritorno spaziale e insieme un ritorno temporale; il primo può essere soddisfatto, il secondo no. Da qui la natura ambivalente della nostalgia, di questa sofferenza che è un piacere e viceversa.
In genere, la vita è occasione di andate e ritorni che non sempre comportano delle reazioni affettive, quanto meno in un primo tempo. Tuttavia alcuni momenti a volte sono particolarmente intensi, i momenti dell’incontro amoroso o con un amico (pensiamo al lago del Bourget per Lamartine o al lago di Bienne per Rousseau). Questi momenti possono essere la materia prima di un’espressione letteraria perché esaltano la tensione tra lo spazio e il tempo. Questa tensione può assumere poi diverse apparenze: nel paesaggio di cui parla Lamartine non è cambiato nulla; è passato solo del tempo. Ma succede che il tempo agisca sulla percezione dello spazio. Proust, di ritorno a Iliers, troverà un paesaggio rimpicciolito, che non ha più la dimensione del paesaggio che esplorava con i suoi occhi di bambino. È solo la scrittura che gli permetterà di restituirne le dimensioni ormai scomparse.
Infine succede che dei luoghi cambino obiettivamente; le trasformazioni accelerate del mondo urbanizzato e rurale ci conducono oggi a vivere esperienze del tempo e dello spazio molto diverse, che coinvolgono tutte le dimensioni simultaneamente. Forse è una caratteristica propria della società dei consumi quella di produrre, e vendere, potenti strumenti di registrazione che forniscono a chi li utilizza la prova che sono stati effettivamente dove sono stati. Le folle di turisti che si mettono in posa davanti alla torre di Pisa o a Notre-Dame de Paris “immortalano”, come si suol dire, questo momento della loro esistenza; potranno rivederlo, se non riviverlo, a volontà, e facilmente grazie alla registrazione che ne ha fissato il momento culminante, l’unico probabilmente che lascerà un ricordo. Allora è il ritorno dall’esperienza che conta, indipendentemente dal luogo in cui la si vive. Nel mondo globalizzato con cui i turisti entrano in contatto, è utile ritornare? La nozione di ritorno ha ancora senso? Pensiamo alle forme estreme del turismo futuro: molte persone facoltose hanno già prenotato un viaggio sulle navicelle spaziali che le porteranno in orbita a un centinaio di chilometri di quota: scopriranno così l’immagine intera del pianeta Terra. Sarà sicuramente difficile per loro, come lo è stato per gli astronauti di professione, rimettere piede sulla terra.
Istantaneità e ubiquità faranno parte ben presto del quotidiano più ordinario di una parte dell’umanità. Resta il fatto che il tempo e lo spazio sono i costituenti simbolici essenziali delle relazioni che intercorrono tra gli esseri umani. Qualunque siano le modalità che caratterizzano il turismo attuale, ogni individuo ha bisogno dell’incontro con l’altro per realizzarsi. Allora c’è da scommettere che in ogni turista-consumatore c’è un viaggiatore che sonnecchia, ma con un occhio aperto. Un viaggiatore, cioè un essere curioso degli altri perché lo è di se stesso e dove il desiderio di partire predomina sulla soddisfazione e sull’illusione di essere arrivato.
Ogni itinerario umano è un’Odissea. Ma il ritorno non ha fine perché non si ritrova mai il passato perduto: il gioco dello spazio e del tempo è crudele. Ulisse, alla fine del suo viaggio che lo aveva portato all’altro capo del mondo conosciuto a quell’epoca, è ripartito, secondo alcuni racconti. Alla ricerca di se stesso probabilmente. E quindi incontro ad altri. Baudelaire, fa da eco a Omero: «In fondo all’Ignoto per trovare il Nuovo!».

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