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16 giugno 1904 – 2017: Happy Bloomsday

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Imponente e grassoccio, Buck Mulligan stava sbucando dal caposcala con in mano una tazza piena di schiuma, su cui s’incrociavano uno specchio e un rasoio. La sua vestaglia gialla, priva di cintura, era lievemente sollevata sul retro da una dolce arietta mattutina. Tenendo alta la tazza, intonò:
– Introibo ad altare Dei.
Fermatosi, scrutò giú nel buio della scala a chiocciola con un richiamo sguaiato.
– Vieni su, Kinch, disgustoso d’un gesuita.

Miss Dunne picchiettò sulla tastiera:
– 16 giugno 1904.

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…  chiedo con gli occhi di chiedermi ancora sí e lui chiede se voglio sí dire sí mio Fiore di Montagna e io gli ho messo le braccia al collo sí e l’ho tirato a me per fargli sentire il mio seno profumato sí e il suo cuore batteva all’impazzata e sí ho detto sí voglio Sí.

J. Joyce, Ulisse, trad. di G. Celati

In Irlanda e nel mondo il 16 giugno si celebra il Bloomsday, in onore dello scrittore James Joyce. Il nome della festa deriva da Leopold Bloom, protagonista del capolavoro di Joyce Ulysses, mentre la data è significativa tanto nella vita dello scrittore quanto nel romanzo. Il 16 giugno 1904, infatti, Joyce ebbe il suo primo appuntamento con Nora Barnacle, poi divenuta sua moglie, e in seguito scelse questa data per ambientare l’avventura di un’ordinaria giornata dublinese di Leopold Bloom, “moderno Ulisse”, di sua moglie Molly e di Stephen Dedalus.
Il 16 giugno 1924 Joyce scrisse nel suo diario: “Today 16 of June 1924 twenty years after. Will anybody remember this date?”. L’appuntamento è festeggiato più di un secolo dopo da milioni di persone in tutto il mondo.

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“To strive, to seek, to find, and not to yield…”: Tennyson e Pascoli

“Pare a me, o Socrate, che la verità sicura in queste cose nella vita presente non si possa raggiungere in alcun modo, o per lo meno con grandissima difficoltà. Però io penso che sia una viltà il non studiare sotto ogni rispetto le cose che sono state dette in proposito, e lo smettere le ricerche prima di aver esaminato ogni mezzo. Perché in queste cose, una delle due: o venire a capo di conoscere come stanno; o se a questo non si riesce, appigliarsi al migliore e al più sicuro tra gli argomenti umani e con questo, come sopra una barca, tentare la traversata del pelago. A meno che non si possa con maggiore agio e minore pericolo fare il passaggio con qualche più solido trasporto, con l’aiuto cioè della rivelata parola di un dio”.
Platone, Fedone, XXXV

A. Tennyson, Ulysses, 1842

Alfred Tennyson, Ulisse,  traduzione di  G. Pascoli, in  Traduzioni e riduzioni, 1913

ULISSE
Re neghittoso alla vampa del mio focolare tranquillo
star, con antica consorte, tra sterili rocce, non giova:
e misurare e pesare le leggi ineguali a selvaggia
gente che ammucchia, che dorme, che mangia e che non mi conosce.
Starmi non posso dall’errar mio: vuo’ bere la vita
sino alla feccia. Per tutto il mio tempo ho molto gioito,
molto sofferto, e con quelli che in cuor mi amarono, e solo;
tanto sull’arida terra, che quando tra rapidi nembi
l’Iadi pioverne travagliano il mare velato di brume.
Nome acquistai, chè sempre errando con avido cuore
molte città vidi io, molti uomini, e seppi la mente
loro, e la mia non il meno; ond’ero nel cuore di tutti:
e di lontane battaglie coi pari io bevvi la gioia,
là nel pianoro sonoro di Troia battuta dal vento.
Ciò che incontrai nella mia strada, ora ne sono una parte.
Pur, ciò ch’io vidi è l’arcata che s’apre sul nuovo:
sempre ne fuggono i margini via, man mano che inoltro.
Stupida cosa il fermarsi, il conoscersi un fine il restare
sotto la ruggine opachi né splendere più nell’attrito.
Come se il vivere sia quest’alito! Vita su vita
poco sarebbe, ed a me d’una, ora, un attimo resta.
Pure, è un attimo tolto all’eterno silenzio, ed ancora
porta con sé nuove opere, e indegno sarebbe, per qualche
due o tre anni, riporre me stesso con l’anima esperta
ch’arde e desìa di seguir conoscenza: la stella che cade
oltre il confine del cielo, di là dell’umano pensiero.
Ecco mio figlio, Telemaco mio, cui ed isola e scettro
lascio; che molto io amo; che sa quest’opera, accorto,
compiere; Mansuefare una gente selvatica, adagio,
dolce, e così via via sottometterla all’utile e al bene.
Irreprensibile egli è, ben fermo nel mezzo ai doveri,
pio, che non mai mancherà nelle tenere usanze, e nel dare
il convenevole culto agli dei della nostra famiglia,
quando non sia qui io: il suo compito è compie; io, il mio.
Eccolo il porto, laggiù: nel vascello si gonfia la vela:
ampio nell’oscurità si rammarica il mare. Compagni,
cuori ch’avete con me tollerato, penato, pensato,
voi che accoglieste, ogni ora, con gaio ed uguale saluto
tanto la folgore, quanto il sereno, che liberi cuori,
libere fronti opponeste: oh! Noi siam vecchi, compagni;
pur la vecchiezza anch’ella ha il pregio, ha il compito: tutto
chiude la Morte; ma può qualche opera compiersi prima
d’uomini degna che già combatterono a prova coi Numi!
Già da’ tuguri sui picchi le luci balenano: il lungo
giorno dilegua, la luna insensibile monta; l’abisso
geme e sussurra all’intorno le mille sue voci. Venite:
tardi non è per coloro che cercano un mondo novello.
Uomini, al largo, e sedendovi in ordine, i solchi sonori
via percotete: ho fermo nel cuore passare il tramonto
ed il lavacro degli astri di là; fin ch’abbia la morte.
Forse è destino che i gorghi del mare ci affondino; forse,
nostro destino è toccar quelle isole della Fortuna,
dove vedremo l’a noi già noto, magnanimo Achille.
Molto perdemmo, ma molto ci resta: non siamo la forza
più che nei giorni lontani moveva la terra ed il cielo:
noi, s’è quello che s’è: una tempra d’eroici cuori,
sempre la stessa: affraliti dal tempo e dal fato, ma duri
sempre in lottare e cercare e trovare né cedere mai.

PER APPROFONDIRE: M.G. CIANI, Il volo di Ulisse, Marsilio, 2014

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Tennyson al cinema: OO7 Skyfall, 2012

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Noi come Ulisse viaggiatori senza ritorno

Giorgio De Chirico, Il ritorno di Ulisse, 1968

Dagli antichi popoli nomadi al turismo di massa: Augé svela i paradossi della nostalgia di casa

Marc Augé, “La Repubblica”,  26 giugno 2015

LE compagnie aeree emettono preferibilmente biglietti di “andata e ritorno” piuttosto che di “sola andata”. Come se ci fosse qualcosa di sospetto nella nozione di andata senza ritorno, qualcosa che evoca il desiderio di rottura, di fuga dal luogo che abitualmente ci definisce. L’espressione “andata e ritorno” sembra sottintendere già di per sé una certa idea di rapidità: l’assenza sarà breve e si ritornerà presto. Utilizzato da solo, il termine “ritorno” dà libero sfogo alla nostra immaginazione, e non allude a un itinerario preciso. La sua carica poetica (del termine “ritorno”) dipende dal doppio registro che esso mette in gioco: il tempo e lo spazio. E proprio questo doppio registro è all’origine della sua ambivalenza che può esprimere una semplice ripetizione ma anche una novità radicale, una routine o un’esperienza.
Le società nomadi in linea di massima seguono sempre lo stesso itinerario con delle tappe che generalmente coincidono con le condizioni climatiche più favorevoli, ad esempio, per l’alimentazione delle loro greggi. Le società nomadi sono società dell’eterno ritorno.
La ripetizione è una caratteristica di numerosi gruppi sociali, siano essi sedentari o nomadi. Ogni attacco all’ordine del mondo può costituire dunque una minaccia all’ordine sociale. L’attaccamento al luogo di nascita o al luogo d’origine della famiglia corrisponde a una forma di nomadismo familiare che rientra in parte nello stesso ordine di cose. Le vacanze per molte persone che abitano in città sono state e sono ancora un’occasione per ritrovare il loro ambiente d’origine, le loro “radici”, e questo “ritorno alle origini”, se è regolare, assomiglia molto a una forma di nomadismo. Il nomadismo abituale può suscitare forme di nostalgia, un desiderio di ritorno che è espressione di una mancanza e di un’attesa, che si complica per il fatto che i ricordi legati al luogo d’origine sono dei ricordi d’infanzia: il ritorno a cui aspiriamo allora è un ritorno spaziale e insieme un ritorno temporale; il primo può essere soddisfatto, il secondo no. Da qui la natura ambivalente della nostalgia, di questa sofferenza che è un piacere e viceversa.
In genere, la vita è occasione di andate e ritorni che non sempre comportano delle reazioni affettive, quanto meno in un primo tempo. Tuttavia alcuni momenti a volte sono particolarmente intensi, i momenti dell’incontro amoroso o con un amico (pensiamo al lago del Bourget per Lamartine o al lago di Bienne per Rousseau). Questi momenti possono essere la materia prima di un’espressione letteraria perché esaltano la tensione tra lo spazio e il tempo. Questa tensione può assumere poi diverse apparenze: nel paesaggio di cui parla Lamartine non è cambiato nulla; è passato solo del tempo. Ma succede che il tempo agisca sulla percezione dello spazio. Proust, di ritorno a Iliers, troverà un paesaggio rimpicciolito, che non ha più la dimensione del paesaggio che esplorava con i suoi occhi di bambino. È solo la scrittura che gli permetterà di restituirne le dimensioni ormai scomparse.
Infine succede che dei luoghi cambino obiettivamente; le trasformazioni accelerate del mondo urbanizzato e rurale ci conducono oggi a vivere esperienze del tempo e dello spazio molto diverse, che coinvolgono tutte le dimensioni simultaneamente. Forse è una caratteristica propria della società dei consumi quella di produrre, e vendere, potenti strumenti di registrazione che forniscono a chi li utilizza la prova che sono stati effettivamente dove sono stati. Le folle di turisti che si mettono in posa davanti alla torre di Pisa o a Notre-Dame de Paris “immortalano”, come si suol dire, questo momento della loro esistenza; potranno rivederlo, se non riviverlo, a volontà, e facilmente grazie alla registrazione che ne ha fissato il momento culminante, l’unico probabilmente che lascerà un ricordo. Allora è il ritorno dall’esperienza che conta, indipendentemente dal luogo in cui la si vive. Nel mondo globalizzato con cui i turisti entrano in contatto, è utile ritornare? La nozione di ritorno ha ancora senso? Pensiamo alle forme estreme del turismo futuro: molte persone facoltose hanno già prenotato un viaggio sulle navicelle spaziali che le porteranno in orbita a un centinaio di chilometri di quota: scopriranno così l’immagine intera del pianeta Terra. Sarà sicuramente difficile per loro, come lo è stato per gli astronauti di professione, rimettere piede sulla terra.
Istantaneità e ubiquità faranno parte ben presto del quotidiano più ordinario di una parte dell’umanità. Resta il fatto che il tempo e lo spazio sono i costituenti simbolici essenziali delle relazioni che intercorrono tra gli esseri umani. Qualunque siano le modalità che caratterizzano il turismo attuale, ogni individuo ha bisogno dell’incontro con l’altro per realizzarsi. Allora c’è da scommettere che in ogni turista-consumatore c’è un viaggiatore che sonnecchia, ma con un occhio aperto. Un viaggiatore, cioè un essere curioso degli altri perché lo è di se stesso e dove il desiderio di partire predomina sulla soddisfazione e sull’illusione di essere arrivato.
Ogni itinerario umano è un’Odissea. Ma il ritorno non ha fine perché non si ritrova mai il passato perduto: il gioco dello spazio e del tempo è crudele. Ulisse, alla fine del suo viaggio che lo aveva portato all’altro capo del mondo conosciuto a quell’epoca, è ripartito, secondo alcuni racconti. Alla ricerca di se stesso probabilmente. E quindi incontro ad altri. Baudelaire, fa da eco a Omero: «In fondo all’Ignoto per trovare il Nuovo!».

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