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“Fu vera gloria?”: cosa resta di noi (2)

Nike offering laurel wreaths to the winners of the games and a sash for the winner, engraving by Benedict Piringer (1780-1826) from a Greek original, from Collection de Vases Grecs de Ms le Comte de Lamberg, by Alexandre de Laborde, 1813-1824, Paris. (Photo by DeAgostini/Getty Images)

La vera ragione della prodezza eroica è altrove; non dipende da calcoli utilitaristici, né dal bisogno di prestigio sociale, ma è di ordine, si potrebbe dire, metafisico: è cioè legata alla condizione umana, che gli dei hanno fatto non soltanto mortale, ma anche soggetta, come per tutte le creature di quaggiù, dopo il fiorire della giovinezza, al declino delle forze e all’invecchiamento. L’impresa eroica si radica nella volontà di sfuggire alla vecchiaia e alla morte, per quanto “inevitabili” esse siano, e di superare entrambe. Si va oltre la morte se la si accetta invece di subirla, facendone la posta in gioco costante di una vita che assume così valore esemplare e che gli uomini celebreranno come un modello di “gloria imperitura”. Gli onori resi alla sua persona vivente, che l’eroe perde quando rinuncia alla lunga vita per scegliere la rapida morte, li riacquista centuplicati nella gloria che circonderà il suo personaggio di defunto per tutti i tempi a venire.
J.P. Vernant, La morte eroica in L’individuo, la morte, l’amore, Raffaello Cortina, Milano 2000

Apollo

Iliade, IX, trad. di M.G. Ciani, Marsilio, 2001

Gli rispose Achille dai piedi veloci:

«Figlio di Laerte, divino Odisseo dalla mente accorta, è necessario che io parli chiaramente e dica quello che penso, e come andranno le cose, perché non continuiate a chiacchierare qui, seduti accanto a me; odio, come odio le porte di Ade, colui che altro dice e altro cela nell’animo; io parlerò come mi sembra meglio. Non riuscirà a persuadermi il figlio di Atreo, Agamennone, né nessun altro dei Danai – non c’è vantaggio alcuno a battersi col nemico senza mai tregua; per chi combatte da prode e per chi resta indietro, uguale è il destino; per il valoroso e per il vile, uguale è l’onore; muore ugualmente chi non fa nulla e chi si dà molto da fare; niente mi resta dopo aver patito tanti dolori rischiando sempre la vita in battaglia. […]
Niente, per me, vale la vita: non i tesori che la città di Ilio fiorente possedeva prima, in tempo di pace, prima che giungessero i figli dei Danai; non le ricchezze che, dietro la soglia di pietra, racchiude il tempio di Apollo signore dei dardi, a Pito rocciosa; si possono rubare buoi, e pecore pingui, si possono acquistare tripodi e cavalli dalle fulve criniere; ma la vita dell’uomo non ritorna indietro, non si può rapire o riprendere, quando ha passato la barriera dei denti.
Mia madre, Teti dai piedi d’argento, mi parla di due destini che mi conducono a morte: se resto qui a battermi intorno alle mura di Troia, non farò più ritorno ma eterna sarà la mia gloria; se invece torno a casa, nella patria terra, per me non vi sarà gloria, ma avrò lunga vita, non mi raggiungerà presto il destino di morte. Ed anche a tutti gli altri io vorrei dire: prendete il mare, tornate a casa: mai vedrete la fine dell’alta città di Ilio, su di essa Zeus dalla voce tonante ha steso la mano, i guerrieri han ripreso coraggio. Ora voi ritornate e riferite ai principi achei il mio messaggio – è compito, questo, dei capi – affinché meditino un altro piano, un piano migliore, per salvare le navi e con le navi tutto l’esercito acheo; a nulla serve quello cui hanno pensato: io persisto nell’ira. Fenice rimanga a dormire con me: domani potrà seguirmi sulle navi in patria, se lo vorrà: non lo porterò via con la forza».

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Odissea, XI, vv. 467-49, trad. di M.G. Ciani, Marsilio, 2001

Così noi scambiavamo tristi parole, con l’animo afflitto, versando molte lacrime.
E venne l’anima di Achille figlio di Peleo, e quella di Patroclo e del valoroso Antiloco e di Aiace, che nel volto e nella figura era il più bello fra tutti gli Achei dopo il nobile figlio di Peleo. Mi riconobbe l’anima del discendente di Eaco e sospirando mi disse queste parole:
“Divino figlio di Laerte, Odisseo dal grande ingegno, quale impresa ancora più grande concepirai nel tuo animo audace? Come hai osato discendere all’Ade dove dimorano, privi della parola, i fantasmi degli uomini morti?”.
Disse così, e io così gli risposi:
“O Achille, figlio di Peleo, di tutti gli Achei il più forte, per Tiresia sono venuto, perché mi consigli come giungere a Itaca irta di rocce; ancora non sono giunto vicino all’Acaia, ancora non ho toccato la mia terra, ma sempre continuo a soffrire. Di te invece, Achille, nessuno fu più felice, quando eri vivo, e ora che sei qui, hai grande potere tra i morti: non dolerti perciò di essere morto, Achille”.
Dissi così, e lui così mi rispose:
“Della morte non parlarmi, glorioso Odisseo. Vorrei essere il servo di un padrone povero che pochi mezzi possiede, piuttosto che regnare su tutte le ombre dei morti…”.

Statua di atleta che indossa la corona della vittoria, 340-330 a. C., Museo Archeologico Nazionale, Atene

Platone, Apologia di Socrate, 28 B-D

Qualcuno potrebbe forse dirmi: «Allora, o Socrate, non ti vergogni di esserti dedicato a questa attività, per la quale sei in pericolo di morire?»
A questi potrei rispondere con un giusto ragionamento: «Non dici bene, o amico, se tu ritieni che un uomo che possa essere di qualche giovamento anche piccolo, debba tener conto altresì anche del pericolo della vita o del morire e non debba, invece, quando agisce, guardare solo a questo, ossia se possa fare cose giuste o ingiuste, e se le sue azioni sono azioni di un uomo buono, oppure di un uomo cattivo. Se si sta al tuo ragionamento, sarebbero state persone di poco valore tutti quei semidei che sono morti a Troia. E come gli altri anche il figlio di Tetide, il quale, invece di sopportare l’infamia, disprezzò il pericolo a tal punto che, allorché la madre, che era dea, disse a lui che desiderava ardentemente di uccidere Ettore, all’incirca così: “O figlio, se tu vendicherai la morte del tuo amico Patroclo e ucciderai Ettore, morirai anche tu, perché a quello di Ettore subito segue già pronto il tuo destino”, nell’ascoltare queste parole non si diede pensiero del pericolo e della morte. E invece, temendo molto di più il vivere da codardo e il non vendicare l’amico, disse: “Che io muoia subito, non appena abbia punito chi ha commesso la colpa, e che non rimanga qui deriso presso le curve navi, e inutile peso della terra”. E allora, o amico, pensi che egli si sia preoccupato per la morte e per il pericolo?»
Così stanno le cose, o cittadini ateniesi, secondo la verità: al posto in cui uno collochi se medesimo, considerandolo il migliore, o in cui sia stato collocato da chi ha il comando, proprio qui io penso debba restare e affrontare i pericoli, e non tener conto della morte né di nessun altra cosa piuttosto che del disonore.

Nerone incoronato dalla madre Agrippina Minor, Pannello del Sebasteion di Afrodisia

Cicerone, Somnium Scipionis, 12 (VI, 20)

Haec ego admirans referebam tamen oculos ad terram identidem. Tum Africanus: ‘Sentio’ inquit ‘te sedem etiam nunc hominum ac domum contemplari; quae si tibi parva, ut est, ita videtur, haec caelestia semper spectato, illa humana contemnito. Tu enim quam celebritatem sermonis hominum aut quam expetendam consequi gloriam potes? Vides habitari in terra raris et angustis in locis et in ipsis quasi maculis, ubi habitatur, vastas solitudines interiectas, eosque, qui incolunt terram, non modo interruptos ita esse, ut nihil inter ipsos ab aliis ad alios manare possit, sed partim obliquos, partim transversos, partim etiam adversos stare vobis; a quibus exspectare gloriam certe nullam potestis.

Io, pur osservando stupito tali meraviglie, volgevo tuttavia a più riprese gli occhi verso la terra. Allora l’Africano disse: «Mi accorgo che contempli ancora la sede e la dimora degli uomini; ma se davvero ti sembra così piccola, quale in effetti è, non smettere mai di tenere il tuo sguardo fisso sul mondo celeste e non dar conto alle vicende umane. Tu infatti quale celebrità puoi mai raggiungere nei discorsi della gente, quale gloria che valga la pena di essere ricercata? Vedi che sulla terra si abita in zone sparse e ristrette e che questa sorta di macchie in cui si risiede è inframmezzata da enormi deserti; inoltre, gli abitanti della terra non solo sono separati al punto che, tra di loro, nulla può diffondersi dagli uni agli altri, ma alcuni sono disposti, rispetto a voi, in senso obliquo, altri
trasversalmente, altri ancora si trovano addirittura agli antipodi. Da essi, gloria non potete di certo attendervene.

You believed in their stories of fame, fortune and glory…

Pink Floyd, Paranoid Eyes, The final cut, 1983

Dante, Purgatorio, XI, vv. 91 – 108

Oh vana gloria de l’umane posse!
com’poco verde in su la cima dura,
se non è giunta da l’etati grosse!                                   93

Credette Cimabue ne la pittura
tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,
sì che la fama di colui è scura:                                       96

così ha tolto l’uno a l’altro Guido
la gloria de la lingua; e forse è nato
chi l’uno e l’altro caccerà del nido.                                 99

Non è il mondan romore altro ch’un fiato
di vento, ch’or vien quinci e or vien quindi,
e muta nome perché muta lato.                                    102

Che voce avrai tu più, se vecchia scindi
da te la carne, che se fossi morto
anzi che tu lasciassi il ‘pappo’ e ‘l ‘dindi’,                   105

pria che passin mill’anni? ch’è più corto
spazio a l’etterno, ch’un muover di ciglia
al cerchio che più tardi in cielo è torto.                         108

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Petrarca, Canzoniere 326

Or hai fatto l’estremo di tua possa,
o crudel Morte; or hai ’l regno d’Amore
impoverito; or di bellezza il fiore
4  e ’l lume hai spento, e chiuso in poca fossa;

or hai spogliata nostra vita e scossa
d’ogni ornamento e del sovran suo onore:
ma la fama e ’l valor che mai non more
8  non è in tua forza; abbiti ignude l’ossa:

ché l’altro ha ’l cielo, e di sua chiaritate,
quasi d’un più bel sol, s’allegra e gloria,
11  e fi’ al mondo de’ buon sempre in memoria.

Vinca ’l cor vostro, in sua tanta victoria,
angel novo, lassù, di me pietate,
come vinse qui ’l mio vostra beltate.

Petrarca, “Trionfi”, codice risalente al 1465-1470 circa

Francesco Petrarca, Secretum, III

Aug. Restat ultimum malum quod in te curare nunc aggrediar.
Fr. Age, pater mitissime, nam reliquis etsi nondum plene liberatum, magna tamen ex parte me levatum sentio.
Aug. Gloriam hominum et immortalitatem nominis plus debito cupis.
Fr. Fateor plane, neque hunc appetitum ullis remediis frenare queo.
Aug. At valde metuendum est, ne optata nimium hec inanis immortalitas vere immortalitatis iter obstruxerit.
Fr. Timeo equidem hoc unum inter cetera; sed quibus artibus tutus sim a te potissimum expecto, a quo maiorum michi morborum remedia suppeditata sunt.
Aug. Nullum profecto maiorem tibi morbum inesse noveris, etsi quidam forte fediores sunt. Verum quid esse gloriam reris quam tantopere expetis? Edixere.
Fr. Nescio an diffinitionem exigas. At ea cui notior est quam tibi?
Aug. Tibi vero nomen glorie notum, res ipsa, ut ex actibus colligitur, esse videtur incognita; nunquam enim tam ardenter, si nosses, optares. Certe, sive «illustrem et pervagatam vel in suos cives vel in patriam vel in omne genus hominum meritorum famam» quod uno in loco M. Tullio visum est; sive «frequentem de aliquo famam cum laude» quod alio loco ait idem; utrobique gloriam famam esse reperies. Scis autem quid sit fama?
Fr. Non occurrit id quidem ad presens et ignota in medium proferre metuo. Ideoque, quod esse verius opinor, siluisse maluerim.
Aug. Prudenter hoc unum et modeste. Nam in omni sermone, gravi presertim et ambiguo, non tam quid dicatur, quam quid non dicatur attendendum est. Neque enim par ex bene dictis laus et ex male dictis reprehensio est. Scito igitur famam nichil esse aliud quam sermonem de aliquo vulgatum ac sparsum per ora multorum.
Fr. Laudo seu diffinitionem, seu descriptionem dici mavis.
Aug. Est igitur flatus quidam atque aura volubilis et, quod egrius feras, flatus est hominum plurimorum. Scio cui loquor; nulli usquam odiosiores esse vulgi mores ac gesta perpendi. Vide nunc quanta iudiciorum perversitas: quorum enim facta condemnas, eorum sermunculis delectaris. Atque utinam delectareris duntaxat, nec in eis tue felicitatis apicem collocasses! Quo enim spectat labor iste perpetuus continueque vigilie ac vehemens impetus studiorum? Respondebis forsitan, ut vite tue profutura condiscas. At vero iam pridem vite simul et morti necessaria didicisti. Erat igitur potius quemadmodum in actum illa produceres experiendo tentandum, quam in laboriosa cognitione procedendum, ubi novi semper recessus et inaccesse latebre et inquisitionum nullus est terminus. Adde quod in his, que populo placerent, studiosius elaborasti, his ipsis placere satagens, qui tibi pre omnibus displicebant; hinc poematum, illinc historiarum, denique omnis eloquentie flosculos carpens, quibus aures audientium demulceres.

Testo latino integrale: CLICCA QUI. 

Traduzione in lingua italiana: CLICCA QUI.

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Raffaello, Il Parnaso, Stanza della Segnatura, Musei Vaticani, Roma

Alessandro Manzoni, Adelchi,  Atto III, scena I, vv. 43 sgg.

ADELCHI
La gloria? il mio
Destino è d’agognarla, e di morire
Senza averla gustata. Ah no! codesta                             45
Non è ancor gloria, Anfrido. Il mio nemico
Parte impunito; a nuove imprese ei corre:
Vinto in un lato, ei di vittoria altrove
Andar può in cerca; ei che su un popol regna
D’un sol voler, saldo, gittato7 in uno,                             50
Siccome il ferro del suo brando; e in pugno
Come il brando lo tiensi. Ed io sull’empio
Che m’offese nel cor, che per ammenda8,
Il mio regno assalì, compier non posso
La mia vendetta! Un’altra impresa, Anfrido,               55
Che sempre increbbe al mio pensier, né giusta
Né gloriosa, si presenta: e questa
Certa ed agevol fia.

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J. A. D. Ingres, Napoleone Bonaparte imperatore, 1806

Alessandro Manzoni, Il cinque maggio, 1821

[…] E ripensò le mobili
tende, e i percossi valli,
e il lampo de’ manipoli,
e l’onda dei cavalli,
e il concitato imperio
e il celere ubbidir.

Ahi! forse a tanto strazio
cadde lo spirto anelo,
e disperò; ma valida
venne una man dal cielo,
e in più spirabil aere
pietosa il trasportò;

e l’avvïò, pei floridi
sentier della speranza,
ai campi eterni, al premio
che i desideri avanza,
dov’è silenzio e tenebre
la gloria che passò.

S. Botticelli, La primavera. Pianta di alloro (particolare), Uffizi, Firenze

Giacomo  Leopardi, Zibaldone 826, 20 marzo 1821

L’uomo da principio desidera il piacer della gloria nella sua vita, cioè presso a’ contemporanei. Ottenutala, anche interissima e somma, sperimentato che questo che si credeva piacere, non solo è inferiore alla speranza (quando anche la gloria in effetto fosse stata maggiore della speranza), ma non piacere, e trovatosi non solo non soddisfatto, ma come non avendo ottenuto nulla, e come se il suo fine restasse ancora da conseguire(cioè il piacere, infatti non ottenuto, perché non è mai se non futuro, non mai presente); allora l’animo suo… quasi fuori di questa vita, posteritatem respicit (si rivolge alla posterità) come se dopo morte … debba conseguire il fine, il complemento essenziale della vita, che è la felicità, vale a dire il piacere non conseguito ancora,… allora la speranza del piacere, non avendo più luogo dove posarsi, né oggetto al quale indirizzarsi dentro a’ confini di questa vita, passa finalmente al di là, e si ferma ne’ posteri, sperando l’uomo da loro e dopo morte quel piacere che vede sempre fuggire, sempre ritrarsi, sempre impossibile e disperato di seguire, di afferrare in questa vita”.

Nicolas Poussin (1594-1665), L’ispirazione del poeta. Particolare (1630 c.a), olio su tela, cm 182,5 x 213 – Musée du Louvre, Parigi

Giacomo Leopardi, Bruto minore, vv.101-120, Canti

Oh casi! oh gener vano! abbietta parte
siam delle cose; e non le tinte glebe,
non gli ululati spechi
turbò nostra sciagura,
105né scolorò le stelle umana cura.

Non io d’Olimpo o di Cocito i sordi
regi, o la terra indegna,
e non la notte moribondo appello;
non te, dell’atra morte ultimo raggio,
110conscia futura etá. Sdegnoso avello
placâr singulti, ornâr parole e doni
di vil caterva? In peggio
precipitano i tempi; e mal s’affida
a putridi nepoti
115l’onor d’egregie menti e la suprema
de’ miseri vendetta. A me d’intorno
le penne il bruno augello avido roti;
prema la fèra, e il nembo
tratti l’ignota spoglia;
e l’aura il nome e la memoria accoglia.

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Collier, Edward (1640 c.-1710), Vanitas, 1704, Göteborgs Konstmuseum

Giacomo  Leopardi, Il Parini, ovvero Della Gloria cap. XII, Operette morali, 1827

Ma in fine, che è questo ricorrere che facciamo alla posterità? Certo la natura dell’immaginazione umana porta che si faccia dei posteri maggior concetto e migliore, che non si fa dei presenti, né dei passati eziandio; solo perché degli uomini che ancora non sono, non possiamo avere alcuna contezza, né per pratica né per fama. Ma riguardando alla ragione, e non all’immaginazione, crediamo noi che in effetto quelli che verranno, abbiano a essere migliori dei presenti? Io credo piuttosto il contrario, ed ho per veridico il proverbio, che il mondo invecchia peggiorando. […]

Veramente la stessa forza d’ingegno, la stessa industria e fatica, che i filosofi e gli scienziati usano a procurare la propria gloria, coll’andar del tempo sono causa o di spegnerla o di oscurarla. Perocché dall’aumento che essi recano ciascuno alla loro scienza, e per cui vengono in grido, nascono altri aumenti, per li quali il nome e gli scritti loro vanno a poco a poco in disuso. E certo è difficile ai più degli uomini l’ammirare e venerare in altri una scienza molto inferiore alla propria. Ora chi può dubitare che l’età prossima non abbia a conoscere la falsità di moltissime cose affermate oggi o credute da quelli che nel sapere sono primi, e a superare di non piccolo tratto nella notizia del vero l’età presente?

Leonardo Da Vinci, Ramo d’alloro e palma con iscrizione

Giacomo  Leopardi, Comparazione delle sentenze di Bruto Minore e di Teofrasto vicini a morte, Operette morali, 1827

[Diogene Laerzio] dice dunque che Teofrasto, venuto a morte e domandato da’ suoi discepoli se lasciasse loro nessun ricordo o comandamento, rispose: Niuno; salvo che l’uomo disprezza e gitta molti piaceri a causa della gloria. Ma non così tosto incomincia a vivere, che la morte gli sopravviene. Perciò l’amore della gloria è così svantaggioso come che che sia. Vivete felici, e lasciate gli studi, che vogliono gran fatica; o coltivategli a dovere, che portano gran fama. Se non che la vanità della vita è maggiore che l’utilità. Per me non è più tempo a deliberare: voi altri considerate quello che sia più spediente. E così dicendo spirò.

Alphonse Mucha, Alloro

Guido Gozzano (1883-1916), Il viale delle Statue, in Poesie sparse

…le bianche antiche statue
acefale o camuse,
di mistero soffuse
nelle pupille vacue:

Stagioni che le copie
dei fiori e delle ariste
arrecano commiste
entro le cornucopie,

Diane reggenti l’arco
e le braccia protese
e le pupille intese
verso le prede al varco,

Leda che si rimira
nell’acque con il reo
candido cigno, Orfeo
che accorda la sua lira,

Giunone, Ganimede,
Mercurio, Deucalione
e tutta la legione
di un’altra morta fede:

erme tutelatrici
di un bello antico mito,
del mio tedio infinito
sole consolatrici,

creature sublimi
di marmo, care antiche
compagne e sole amiche
dei miei dolci anni primi;

ecco: ritorno a Voi
dopo una lunga assenza
senza più vita, senza
illusïoni, poi

che tutto m’ha tentato,
tutto: anche l’immortale
Gloria, e il Bene ed il Male,
e tutto m’ha tediato. […]

J. Vermeer, Allegoria della Pittura, 1666-1668, Kunsthistorisches Museum, Vienna

da La Signorina Felicita, da I colloqui, 1911

[…] Tra i materassi logori e le ceste
v’erano stampe di persone egregie;
incoronato delle frondi regie
v’era Torquato nei giardini d’Este.
«Avvocato, perchè su quelle teste
buffe si vede un ramo di ciliegie?»

Io risi, tanto che fermammo il passo,
e ridendo pensai questo pensiero:
Oimè! La Gloria! un corridoio basso,
tre ceste, un canterano dell’Impero,
la brutta effigie incorniciata in nero
e sotto il nome di Torquato Tasso! […]

Paul Grabwinkler (Austria, 1880–1946), Roman Beauty with Golden Laurel Wreath, 1918. Particolare

E. Hemingway, Addio alle armi, 1929

I was always embarrassed by the words sacred, glorious, and sacrifice and the expression in vain. We had heard them, sometimes standing in the rain almost out of earshot, so that only the shouted words came through, and had read them, on proclamations that were slapped up by billposters over other proclamations, now for a long time, and I had seen nothing sacred, and the things that were glorious had no glory and the sacrifices were like the stockyards at Chicago if nothing was done with the meat except to bury it. There were many words that you could not stand to hear and finally only the names of places had dignity. Certain numbers were the same way and certain dates and these with the names of the places were all you could say and have them mean anything. Abstract words such as glory, honor, courage, or hallow were obscene beside the concrete names of villages, the numbers of roads, the names of rivers, the numbers of regiments and the dates.

Rimanevo sempre imbarazzato dalle parole sacro, glorioso, sacrificio e dall’espressione invano. Le avevo udite anche in piedi sotto la pioggia e quasi fuori di portata dalle mie orecchie, quando solo le parole strillate forte riuscivano ad arrivare, e le avevo lette in proclami incollati ai muri sopra altri proclami, molte volte ormai, e non avevo trovato niente di sacro e le cose gloriose non portavano nessuna gloria, e i sacrifici in realtà avvenivano come nei mattatoi di Chicago: con la differenza che qui la carne andava in sepoltura. Erano molte le parole che non sopportavo più di sentire, e solo i nomi dei Paesi avevano ancora dignità, e certi numeri e certe date. Rappresentavano tutto quanto aveva ancora un significato. Le parole astratte, gloria, onore, coraggio o santità sonavano come oscene rispetto ai nomi dei paesi, ai numeri delle strade e ai nomi dei fiumi, ai numeri dei reggimenti, alle date.

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Vienna, Casa della Secessione [1898-99], Cupola, particolare

CESARE PAVESE, Dialoghi con Leucò, 1947

Superfluo rifare Omero. Noi abbiamo voluto semplicemente riferire un colloquio che ebbe luogo la vigilia della morte di Patroclo.

(Parlano Achille e Patroclo)

ACHILLE: Patroclo, perchè noi uomini diciamo sempre per farci coraggio: “Ne ho viste di peggio” quando dovremmo dire: “Il peggio verrà. Verrà un giorno che saremo cadaveri”?

PATROCLO: Achille, non ti conosco più.

ACHILLE: Ma io sì ti conosco. Non basta un po’ di vino per uccidere Patroclo. Stasera so che dopotutto non c’è differenza tra noialtri e gli uomini vili. Per tutti c’è un peggio.
E questo peggio vien per ultimo, viene dopo ogni cosa, e ti tappa la bocca come un pugno di terra. È sempre bello ricordarsi: “Ho visto questo, ho patito quest’altro” – ma non è iniquo che proprio la cosa più dura non la potremo ricordare?

PATROCLO: Almeno, uno di noi la potrà ricordare per l’altro. Speriamolo. Così giocheremo il destino.

ACHILLE: Per questo, la notte, si beve. Hai mai pensato che un bambino non beve, perché per lui non esiste la morte? Tu, Patroclo, hai bevuto da ragazzo?

PATROCLO: Non ho mai fatto nulla che non fosse con te o come te.

ACHILLE: Voglio dire, quando stavamo sempre insieme e giocavamo e cacciavamo, e la giornata era breve ma gli anni non passavano mai, tu sapevi cos’era la morte, la tua morte? Perché da ragazzi si uccide, ma non si sa cos’è la morte. Poi viene il giorno che d’un tratto si capisce, si è dentro la morte, e da allora si è uomini fatti. Si combatte e si gioca, si beve, si passa la notte impazienti. Ma hai mai veduto un ragazzo ubriaco?

PATROCLO: Mi chiedo quando fu la prima volta. Non lo so. Non ricordo. Mi pare di aver sempre bevuto, e ignorato la morte.

ACHILLE: Tu sei come un ragazzo, Patroclo.

PATROCLO: Chiedilo ai tuoi nemici, Achille.

ACHILLE: Lo farò. Ma la morte per te non esiste. E non è buon guerriero chi non teme la morte.

PATROCLO: Pure bevo con te, questa notte.

ACHILLE: E non hai ricordi, Patroclo? Non dici mai: “Quest’ho fatto. Quest’ho veduto” chiedendoti che cos’hai fatto veramente, che cos’è stata la tua vita, cos’è che hai lasciato di te sulla terra e nel mare? A che serve passare dei giorni se non si ricordano?

PATROCLO: Quand’eravamo due ragazzi, Achille, niente ricordavamo. Ci bastava essere insieme tutto il tempo.

ACHILLE: Io mi chiedo se ancora qualcuno in Tessaglia si ricorda d’allora. E quando da questa guerra torneranno i compagni laggiù, chi passerà su quelle strade, chi saprà che una volta ci fummo anche noi – ed eravamo due ragazzi come adesso ce n’è certo degli altri. Lo sapranno i ragazzi che crescono adesso, che cosa li attende?

PATROCLO: Non ci si pensa da ragazzi.

ACHILLE: Ci sono giorni che dovranno nascere noi non vedremo.

PATROCLO: Non ne abbiamo veduti già molti?

ACHILLE: No, Patroclo, non molti. Verrà il giorno che saremo cadaveri. Che avremo tappata la bocca con un pugno di terra. E nemmeno sapremo quel che abbiamo veduto.

PATROCLO: Non serve pensarci.

ACHILLE: Non si può non pensarci. Da ragazzi si è come immortali, si guarda e si ride. Non si sa quello che costa. Non si sa la fatica e il rimpianto. Si combatte per gioco e ci si butta a terra morti. Poi si ride e si torna a giocare.

PATROCLO: Noi abbiamo altri giochi. Il letto e il bottino. I nemici. E questo bere di stanotte. Achille, quando torneremo in campo?

ACHILLE: Torneremo, sta’ certo. Un destino ci aspetta. Quando vedrai le navi in fiamme, sarà l’ora.

PATROCLO: A questo punto?

ACHILLE: Perché? Ti spaventa? Non ne hai viste di peggio?

PATROCLO: Mi mette la smania. Siamo qui per finirla. Magari domani.

ACHILLE: Non avere fretta, Patroclo. Lascia dire “domani” agli dèi. Solamente per loro quel che è stato sarà.

PATROCLO: Ma vederne di peggio dipende da noi. Fino all’ultimo. Bevi, Achille. Alla lancia e allo scudo. Quel che è stato sarà ancora. Torneremo a rischiare.

ACHILLE: Bevo ai mortali e agli immortali, Patroclo. A mio padre e a mia madre. A quel che è stato, nel ricordo. E a noi due.

PATROCLO: Tante cose ricordi?

ACHILLE: Non più di una donnetta o un pezzente. Anche loro sono stati ragazzi.

PATROCLO: Tu sei ricco, Achille, e per te la ricchezza è uno straccio che si butta.
Tu solo puoi dire di essere come un pezzente. Tu che hai preso d’assalto lo scoglio del Ténedo, tu che hai spezzato la cintura dell’amazzone, e lottato con gli orsi sulla montagna. Quale altro bimbo la madre ha temprato nel fuoco come te? Tu sei spada e sei lancia, Achille.

ACHILLE: Tranne nel fuoco, tu sei stato con me sempre.

PATROCLO: Come l’ombra accompagna la nube. Come Teseo con Piritoo. Forse un giorno ti aspetta, Achille, che anche tu verrai nell’Ade a liberarmi. E vedremo anche questa.

ACHILLE: Meglio quel tempo in cui non c’era l’Ade. Allora andavamo tra boschi e torrenti e, lavato il sudore, eravamo ragazzi. Allora ogni gesto, ogni cenno era un gioco. Eravamo ricordo e nessuno sapeva. Avevamo del coraggio? Non so. Non importa. So che sul monte del centauro era l’estate, era l’inverno, era tutta la vita. Eravamo immortali.

PATROCLO: Ma poi venne il peggio. Venne il rischio e la morte. E allora noi fummo guerrieri.

ACHILLE: Non si sfugge alla sorte. E non vidi mio figlio. Anche Deidamia è morta. Oh perchè non rimasi sull’isola in mezzo alle donne?

PATROCLO: Avresti poveri ricordi, Achille. Saresti un ragazzo. Meglio soffrire che non essere esistito.

ACHILLE: Ma chi ti dice che la vita fosse questa?…Oh Patroclo, è questa. Dovevamo vedere il peggio.

PATROCLO: Io domani scendo in campo. Con te.

ACHILLE: Non è ancora il mio giorno.

PATROCLO: E allora andrò da solo. E per farti vergogna prenderò la tua lancia.

ACHILLE: Io non ero ancora nato, che abbatterono il frassino. Vorrei vedere la radura che ne resta.

PATROCLO: Scendi in campo e la vedrai degna di te. Tanti nemici, tanti ceppi.

ACHILLE: Le navi ardono ancora.

PATROCLO: Prenderò i tuoi schinieri e il tuo scudo. Sarai tu nel mio braccio. Nulla potrà sfiorarmi. Mi parrà di giocare.

ACHILLE: Sei davvero il bambino che beve.

PATROCLO: Quando correvi col centauro, Achille, non pensavi ai ricordi. E non eri più immortale che stanotte.

ACHILLE: Solamente gli dèi sanno il destino e vivono. Ma tu giochi col destino.

PATROCLO: Bevi ancora con me. Poi domani, magari nell’Ade, diremo anche questa.

And oh, how our glory may fade
Fade, well, at least we’ve learned
Some tricks of the trade…

 

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…e avrà i tuoi occhi.

Poesie dello sguardo: un’antologia in progress.

Ch. Baudelaire, Les Fleurs du mal, A une passante, 1861

La rue assourdissante autour de moi hurlait.
Longue, mince, en grand deuil, douleur majestueuse,
Une femme passa, d’une main fastueuse
Soulevant, balançant le feston et l’ourlet;

Agile et noble, avec sa jambe de statue.
Moi, je buvais, crispé comme un extravagant,
Dans son œil, ciel livide où germe l’ouragan,
La douceur qui fascine et le plaisir qui tue.

Un éclair… puis la nuit! – Fugitive beauté
Dont le regard m’a fait soudainement renaître,
Ne te verrai-je plus que dans l’éternité?

Ailleurs, bien loin d’ici ! trop tard ! jamais peut-être!
Car j’ignore où tu fuis, tu ne sais où je vais,
O toi que j’eusse aimée, ô toi qui le savais!

Ero per strada, in mezzo al suo clamore.
Esile e alta, in lutto, maestà di dolore,
una donna è passata. Con un gesto sovrano
l’orlo della sua veste sollevò con la mano.

Era agile e fiera, le sue gambe eran quelle
d’una scultura antica. Ossesso, istupidito,
bevevo nei suoi occhi vividi di tempesta
la dolcezza che incanta e il piacere che uccide.

Un lampo… e poi il buio! – Bellezza fuggitiva
che con un solo sguardo m’hai chiamato da morte,
non ti vedrò più dunque che al di là della vita,

che altrove, là, lontano – e tardi, e forse mai ?
Tu ignori dove vado, io dove sei sparita;
so che t’avrei amata, e so che tu lo sai!

Traduzione di G. Raboni

PER APPROFONDIRE: CLICCA QUI.

Cesare Pavese, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, Einaudi , Torino 1951

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla.
Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.

22 marzo ’50

I mattini passano chiari
e deserti. Cosí i tuoi occhi
s’aprivano un tempo. Il mattino
trascorreva lento, era un gorgo
d’immobile luce. Taceva.
Tu viva tacevi; le cose
vivevano sotto i tuoi occhi
(non pena non febbre non ombra)
come un mare al mattino, chiaro.
Dove sei tu, luce, è il mattino.
Tu eri la vita e le cose.
In te desti respiravamo
sotto il cielo che ancora è in noi.
Non pena non febbre allora,
non quest’ombra greve del giorno
affollato e diverso. O luce,
chiarezza lontana, respiro
affannoso, rivolgi gli occhi
immobili e chiari su noi.
È buio il mattino che passa
senza la luce dei tuoi occhi.

30 marzo ’50

VINCENZO CARDARELLI, Amore

Come chi gioia e angoscia provi insieme
gli occhi di lei così m’hanno lasciato.
Non so pensarci. Eppure mi ritorna
più e più insistente all’anima
quel suo fugace sguardo di commiato.
E un dolce tormento mi trattiene
dal prender sonno, ora ch’è notte e s’agita
nell’aria un che di nuovo.
Occhi di lei, vago tumulto. Amore,
pigro, incredulo amore, più per tedio
che per gioco intrapreso, ora ti sento
attaccato al mio cuore (debol ramo)
come frutto che geme.
Amore e primavera vanno insieme.
Quel fatale e prescritto momento
che ci diremo addio
è già in ogni distacco
del tuo volto dal mio.
Cosa lieve è il tuo corpo!
Basta ch’io l’abbandoni per sentirti
crudelmente lontana.
Il più corto saluto è fra noi due
un commiato finale.
Ogni giorno ti perdo e ti ritrovo
così, senza speranza.
Se tu sapessi com’è già remoto
il ricordo dei baci
che poco fa mi davi,
di quel caro abbandono,
di quel folle tuo amore ov’io non mordo
che sapore di morte.

W. Szymborska, Prospettiva, da Due punti, 2005

Si sono incrociati come estranei,
senza un gesto o una parola,
lei diretta al negozio,
lui alla sua auto.

Forse smarriti
O distratti
O immemori
Di essersi, per un breve attimo,
amati per sempre.

D’altronde nessuna garanzia
Che fossero loro.
Sì, forse, da lontano,
ma da vicino niente affatto.

Li ho visti dalla finestra
E chi guarda dall’alto
Sbaglia più facilmente.

Lei è sparita dietro la porta a vetri,
lui si è messo al volante
ed è partito in fretta.
Cioè, come se nulla fosse accaduto,
anche se è accaduto.

E io, solo per un istante
Certa di quel che ho visto,
cerco di persuadere Voi, Lettori,
con brevi versi occasionali
quanto triste è stato.

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R. Maria Rilke

Sono nelle tenebre e come cieco,
perché il mio sguardo più non ti ritrova.
Un velario è per me il folle tumulto
dei giorni, e tu sei là dietro.
Lo fisso con occhi sbarrati sperando che s’alzi,
il velario, là dietro la mia vita vive,
il suo valore, la sua norma –
e insieme la mia morte – .

 WORK IN PROGRESS…

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