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Da Aristotele a Orwell: tutta la nostra parte bestiale

Se per la concezione cristiana siamo agnelli, secondo Hobbes diventiamo lupi 

e solo una belva più feroce riesce a proteggerci

Perché, tra filosofia e letteratura, non possiamo ancora fare a meno di paragonarci agli animali

Roberto Esposito, “La Repubblica”,  10 novembre 2014

SE C’È una questione della quale non siamo mai venuti a capo è quella dell’animale. Eppure è quella che forse più di ogni altra dovrebbe riguardarci, dal momento che noi stessi siamo animali. Per giunta politici, come ha per primo spiegato Aristotele. Ciò su cui abbiamo invece centrato l’attenzione è la nostra superiorità di specie. Chiederci se l’animale parla, pensa o soffre, lo pone nella nostra prospettiva, fissandolo alla sua mancanza rispetto a quanto noi invece abbiamo. Mentre noi siamo nella storia, che possiamo mutare, egli resta inchiodato ad un ambiente naturale che non può eccedere. Perciò l’animale vive, ma non esiste; crepa, ma non muore,  come ritiene Heidegger affermando che è “povero di mondo”, rispetto a noi che, soli tra le specie viventi, ne siamo costruttori.
Questi interrogativi, già posti in un memorabile libro di Derrida, L’animale che dunque sono, curato da Gianfranco Dalmasso per Jaca Book, tornano adesso in tre saggi recenti. Il primo è di Felice Cimatti, Filosofia dell’animalità (Laterza), dove tale genitivo è situato sul margine che allo stesso tempo ci assimila e ci distingue dalla nostra alterità. La cecità sull’animale è una cecità su noi stessi. Mentre lo imprigiona nel nostro sguardo, ci impedisce di cogliere ciò che davvero siamo, la nostra medesima forma di vita. La distanza metafisica che poniamo tra noi e lui è la stessa che incidiamo in noi stessi, separandoci dalla nostra parte corporea. L’esito di questa “macchina antropogenica” è l’abisso scavato nei confronti del mondo animale. Ma anche la rinuncia alla corporeità, relegata in una condizione inferiore e sottomessa alla nostra parte propriamente personale. Tale esclusione non ha solo un rilievo filosofico ed etico. Essa ha sempre esercitato un potente effetto biopolitico, o zoopolitico, come lo definisce Bruno Accarino in Zoologia politica. Favole, mostri, macchine (Mimesis). L’infinita differenza di rango tra uomo ed animale è sempre servita a discriminare alcune tipologie umane, assimilate ad animali, per schiacciarle in una condizione subalterna. Di procedure di bestializzazione dell’uomo ne abbiamo conosciute tante. Schiavi, barbari, selvaggi, sono tutte stazioni di un unico percorso che ha costruito il potere di alcuni uomini su altri, ridotti a oggetto di asservimento, deportazione, sterminio. Le stesse metafore animali, di cui è piena la nostra tradizione culturale, sono state usate, e rovesciate, in relazione agli scopi di volta in volta prefissi. Così la favola di La Fontaine del lupo e dell’agnello è stata di continuo riscritta spostando la linea di separazione tra i due protagonisti. Se per la concezione cristiana gli uomini possono diventare tutti agnelli, sottomessi alla cura del pastore di anime, per Hobbes, sono tutti lupi, tanto che, per proteggerli, è necessario convocare un altro, più minaccioso, animale, il mitico Leviatano.
Se la tradizione umanistica istituisce un limite insuperabile tra storia umana e natura animale, già con Cartesio le bestie vengono considerate macchine viventi, destinate al servizio dell’uomo. Ma tale prospettiva escludente sul mondo animale non ha mai potuto del tutto cancellare un altro sguardo, più profondo, capace di cogliere nella differenza un elemento comune. Ciò consente non solo un’animalizzazione dell’uomo, ma anche un’umanizzazione dell’animale. Basti pensare al Centauro di Machiavelli, ai cavalli di Leonardo o, in ambito letterario, all’assimilazione fatale che unisce il destino di Achab a quello della balena in Moby Dick.
L’immagine dell’animale, insomma, volta a definire la nostra identità per contrasto, non ha mai cessato di insidiarla. Tanto più quando non corrisponde a una singola bestia, ma a un insieme indistinto come una mandria, un branco, uno sciame. Allora l’animale, più che rassicurarci con la sua diversità, c’inquieta ed ossessiona. Si pensi al film Gli uccelli di Hitchcock, quando il loro improvviso e malefico turbinio invade lo schermo, lacerando la visione. Esso, prima ancora che impaurirci, crea un disturbo nel nostro apparato percettivo, mettendolo a contatto con qualcosa d’incomprensibile. È un’esperienza non lontana dall’inquietudine che l’avvento della società di massa ha prodotto in un mondo politico ancora governato da logiche elitarie. E del resto non corre un rischio del genere perfino la democrazia, quando prevale un’indifferenziata spinta populista? Era quanto sosteneva Nietzsche paragonando, da un punto di vista aristocratico, la democrazia a un gregge che richiede di essere guidato da capi superiori. Anche se La fattoria degli animali di Orwell rappresenta, più giustamente, una metafora del mondo totalitario.
Ma se non possiamo disfarci della nostra parte animale, se perfino la nostra organizzazione politica ne risulta coinvolta, tanto vale assumerne, oltre i rischi, anche le potenziali risorse. È quanto appunto ci suggerisce nel suo libro, Epifania animale. L’oltreuomo come rivelazione  (Mimesis), Roberto Marchesini. Egli auspica un doppio movimento. Di immedesimazione, in ragione della radice comune che ci lega all’animale. E di distanziamento, quale riconoscimento della sua specifica identità. L’animale non è l’abisso ancestrale da cui proveniamo e da cui dobbiamo violentemente strapparci, ma ciò che anche, da sempre, siamo. Non la sagoma minacciosa che ci guarda dal fondo del passato, ma il profilo imprevedibile che si delinea nel nostro futuro. Oggi, nel regime biopolitico che tutti viviamo, l’antica formula aristotelica va ripensata in senso postmetafisico. Essere animali politici significa che ciò che è in gioco nella politica è la stessa vita biologica: la nascita, la morte, la salute, il lavoro, la migrazione saranno sempre più al centro di ogni relazione e di ogni conflitto politico.

Federico Condello, Fra nomos e physis, in Animalia, Centro Studi “La permanenza del Classico”, 2010
Nella celebre definizione di Aristotele – l’uomo «animale politico» – «animale» è il termine comune, «politico» la differenza specifica: in essa dovrebbe riassumersi la più esclusiva caratteristica dell’uomo. Eppure, dagli uccelli di Aristofane ai porci di Orwell, dalle api di Virgilio alle «arnie ronzanti» di Mandeville, dalla Batracomiomachia pseudo-omerica ai Paralipomeni di Leopardi – per tacere delle similitudini epiche o della tradizione favolistica – animali di ogni specie o sotto-specie si sono prestati a esprimere, elettivamente, i vizi e le virtù politiche dell’uomo. E anche al di là di sistematiche utopie o derisorie parodie, il ricorso al traslato zoologico è una costante della teoria etico-politica occidentale, dalla tradizione dei bestiari alle allegorie dantesche, da «la golpe» e «il lione» di Machiavelli (che dipende da Plutarco) all’«animale senza artigli e senza zanne» di Manzoni. Ben prima che l’antropocentrismo classico e cristiano subisse colpi micidiali – con l’antropologia e con il sensismo del Settecento, con Darwin, con Freud e infine con quella «morte dell’uomo» che è divenuta slogan del postmoderno – un tenace impulso spinge l’«animale politico» a cercare analogie nel mondo degli aloga zoa, degli «animali senza ragione» e «senza parola». Eterno “ritorno del rimosso”, che rivela la precarietà di ogni identità rivendicata dall’uomo? Effetto di quel “pensiero totemico” che – suggerisce Lévi-Strauss ne Il pensiero selvaggio – classifica e specifica, ma finisce sempre per assimilare e identificare, alla ricerca di un posto per quell’ente inafferrabile che è l’«uomo»?
Ancor più radicale e drasticamente anti-aristotelica la risposta di Hobbes, che nel Leviatano (parte 2, cap. 17) negava all’uomo quelle virtù «naturalmente politiche» che sono tipiche di tante specie animali; l’uomo, per il suo istinto competitivo, per il suo individualismo, per la sua stessa razionalità, è il meno «naturalmente politico» degli animali: e proprio perciò crea quel maestoso ma innaturale artificio che è «il dio mortale» dello Stato. E proprio perciò, forse, cerca il suo analogo negli impolitici – o politicissimi – animali, in un protratto tentativo di colmare la distanza fra nomos e physis, fra «convenzione umana» e «natura», secondo il dissidio che già lacerò il pensiero politico del V sec. a.C.

Franz Marc, Volpe blu, 1911

VALERIO MAGRELLI, Dai serpenti mitologici a Paperino. Il nostro bestiario interiore, “La Repubblica”, 28 luglio 2013

Prima dei cartoni animati sono venuti Fedro, Esopo, La Fontaine e Perrault. Ecco perché da sempre li consideriamo simboli e attribuiamo loro forme umane

Se durante un’esplorazione spaziale incontrassimo una creatura che possiede il 98 % del nostro patrimonio genetico, pensate alla quantità di denaro che saremmo pronti a investire per studiarla! Queste creature esistono sulla terra, e noi stiamo permettendone l’estinzione». Così Irven de Vore, antropologo e biologo di Harvard, ha riassunto l’insensatezza del rapporto fra uomo e animali. D’altronde, è stata proprio la nostra cecità, a provocare le reazioni degli ultimi anni. Dalla filosofia fino all’alimentazione, il movimento animalista è stato alla base di una metamorfosi che ha investito l’intera civiltà occidentale.
Temi del genere attraversano l’opera del sudafricano John Maxwell Coetzee, Premio Nobel nel 2003, che ha assunto posizioni assai critiche contro le moderne tecniche di allevamento. Restano memorabili in tal senso libri quali Elisabeth Costello (Einaudi) e La vita degli animali (Adelphi), dove i mattatoi sono paragonati a lager nazisti: «Ogni giorno ha luogo un nuovo olocausto, e tuttavia, a quanto vedo, il nostro essere morale non ne viene neppure scalfito». Il testo arriva addirittura a suggerire che i campi di concentramento si sarebbero ispirati ai macelli americani, in particolare di Chicago: «È stato lì che i nazisti hanno imparato a lavorare industrialmente i corpi».
Eppure sarebbe limitativo ridurre l’attuale interesse per il mondo animale ai problemi dell’etica vegetariana. Esiste infatti un bestiario interiore che ispira tutta la nostra educazione, dalla proliferazione iconografica dei cartoni animati, alla diffusione di giocattoli zoomorfi. Totale e immediato, il connubio fra industria dell’intrattenimento e immaginario animale rivela un profondo legame con le nostre radici storiche, artistiche, antropologiche. In altri termini, come dubitare che Pippo, Pluto, Paperino, per non dire di Godzilla, di Alien o dei dinosauri “sdoganati” da Steven Spielberg, non vengano dritti dritti dalle favole di La Fontaine o Perrault, di Fedro o Esopo?
Altre sono, però, le vere origini di queste figure, le quali, sia pure stilizzate, affondano nel patrimonio religioso, giuridico, politico. Basti ad esempio considerare come il sistema cattolico delle virtù, cardinali e teologali, poggi su di un marcato zoomorfismo. Così, se la Prudenza viene espressa da una giovane con un serpente (emblema del sapere) o da tre teste che indicano passato, presente e futuro (cane, leone e volpe), la Fortezza sarà effigiata da un uomo su un cammello (o in alternativa, da un cinghiale o un leone). Del pari, se la Temperanza si rispecchierà nell’agnello biblico o nella locusta, cibo del deserto, la Carità, passando alle virtù teologali, avrà come testimonial la colomba. Ma c’è ancora ancora un’altra sfera da indagare, come ha spiegato uno fra i più originali allievi di Carl Gustav Jung. In uno saggio di qualche anno fa, James Hillman ha indagato quei misteriosi visitatori della notte che sono, come recita il titolo del suo testo, gli Animali del sogno (Raffaello Cortina): «Perché gli animali che compaiono nei nostri sogni vengono a noi, proprio a noi che abbiamo trascorso gli ultimi due secoli a sterminarli regolarmente, a un ritmo sempre più rapido, senza pietà, specie per specie, in ogni parte del mondo?».
Protagonisti del massimo sistema rappresentativo della coscienza umana, almeno dai tempi delle grotte di Altamira, gli animali, autentici simulacri del divino, chiedono d’essere ascoltati in modo partecipe e pieno. Da qui l’illuminante conclusione dello studioso. Nelle culture arcaiche, il sacrificio delle bestie sull’altare serviva a immobilizzare il Dio, concentrando il suo potere pauroso in un unico luogo: «L’altare è una gabbia, ogni cattedrale un grande zoo». Oggi, invece, dimenticato l’antico politeismo pagano, assistiamo alla perdita di ogni connessione fra noi e i nostri compagni di viaggio sulla Terra.
Condivisibili o meno, simili idee confinano con molte di quelle formulate nel Novecento da scrittori o filosofi. Basti citare il poeta  francese Paul Valéry, secondo cui lo sguardo della bestia diventa un dono capace di dischiudere nuovi spazi alla conoscenza umana, o a Piero Martinetti, che affidò la sua riflessione al volume Pietà verso gli animali (Melangolo). Secondo un approccio che potrebbe ricordare la zoosemiotica cognitiva, il pensatore italiano imposta con decisione la questione dell’altro biologico, tanto da osservare: «Vi è nello sguardo d’ogni animale morente qualche cosa d’umano». Nulla rivela meglio il triste destino di queste creature che condividono il 98 % del nostro patrimonio genetico. Se un tempo esse comparivano nei Bestiari, per servire da esempio morale, ora le ritroviamo nei laboratori, adibite a semplice materia da esperimento. Tristissima evoluzione, quella che va dal simbolo alla cavia.

Franz Marc, Cavallo nel paesaggio, 1910

Walt Whitman, I Think I Could Turn And Live With Animals…, Song of Myself, 1891-1892

I think I could turn and live with animals,
they are so placid and self-contain’d,
I stand and look at them long and long.

They do not sweat and whine about their condition,
They do not lie awake in the dark and weep for their sins,
They do not make me sick discussing their duty to God,
Not one is dissatisfied, not one is demented with the mania of owning things,
Not one kneels to another, nor to his kind that lived thousands of years ago,
Not one is respectable or unhappy over the whole earth.

So they show their relations to me and I accept them,
They bring me tokens of myself, they evince them plainly in their possession.

I wonder where they get those tokens,
Did I pass that way huge times ago and negligently drop them?

Myself moving forward then and now and forever,
Gathering and showing more always and with velocity,
Infinite and omnigenous, and the like of these among them,
Not too exclusive toward the reachers of my remembrancers,
Picking out here one that I love, and now go with him on brotherly terms.

A gigantic beauty of a stallion, fresh and responsive to my caresses,
Head high in the forehead, wide between the ears,
Limbs glossy and supple, tail dusting the ground,
Eyes full of sparkling wickedness, ears finely cut, flexibly moving.

His nostrils dilate as my heels embrace him,
His well-built limbs tremble with pleasure as we race around and return.

I but use you a minute, then I resign you, stallion,
Why do I need your paces when I myself out-gallop them?
Even as I stand or sit passing faster than you.

Credo ch’io potrei vivere tra gli animali,
che sono così placidi e pieni di decoro.
Io li ho osservati tante volte e a lungo;
Non s’affannano, non gemono sulle loro condizioni,
Non stanno svegli al buio, per piangere sopra i loro peccati,
Non m’indignano discutendo i loro doveri verso Dio,
Nessuno è insoddisfatto, nessuno ha la mania infausta di possedere cose,
Nessuno si inginocchia innanzi all’altro, né ai suoi simili vissuti migliaia d’anni fa,
Nessuno è rispettabile tra loro, od infelice,
sulla terra intiera.

PER APPROFONDIRE: Animali nella storia dell’arte. RAI SCUOLA – ZETTEL. CLICCA QUI.

Franz Marc, Scimmie, 1911

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Herman Melville

Moby Dick or the Whale
Call me Ishmael. Some years ago – never mind how long precisely – having little or no money in my purse, and nothing particular to interest me on shore, I thought I would sail about a little and see the watery part of the world. It is a way I have of driving off the spleen, and regulating the circulation. Whenever I find myself growing grim about the mouth; whenever it is a damp, drizzly November in my soul; whenever I find myself involuntarily pausing before coffin warehouses, and bringing up the rear of every funeral I meet; and especially whenever my hypos get such an upper hand of me, that it requires a strong moral principle to prevent me from deliberately stepping into the street, and methodically knocking people’s hats off-then, I account it high time to get to sea as soon as I can.
Moby Dick o la balena
Chiamatemi Ismaele. Alcuni anni fa – non importa quanti esattamente – avendo pochi o punti denari in tasca e nulla di particolare che m’interessasse a terra, pensai di darmi alla navigazione e vedere la parte acquea del mondo. È un modo che ho io di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione. Ogni volta che m’accorgo di atteggiare le labbra al torvo, ogni volta che nell’anima mi scende come un novembre umido e piovviginoso, ogni volta che mi accorgo di fermarmi involontariamente dinanzi alle agenzie di pompe funebri e di andar dietro a tutti i funerali che incontro, e specialmente ogni volta che il malumore si fa tanto forte in me che mi occorre un robusto principio morale per impedirmi di scendere risoluto in istrada e gettare metodicamente per terra il cappello alla gente, allora decido che è tempo di mettermi in mare al più presto.

(Traduzione: Cesare Pavese)

 

Moby Dick (Moby-Dick or The Whale), conosciuto anche come La balena, è un romanzo pubblicato nel 1851 dallo scrittore statunitense Herman Melville. È stato tradotto in italiano per la prima volta dallo scrittore Cesare Pavese nel 1932.

PROTAGONISTI

Il narratore, Ismaele.
…as for me, I am tormented with an everlasting itch for things remote. I love to sail forbidden seas, and land on barbarous coasts…

Queequeg, il nobile selvaggio: Better sleep with a sober cannibal than a drunken Christian.

Il capitano Achab«roso di dentro e arso di fuori dagli artigli fissi e inesorabili di un’idea incurabile».

” Ma ti sembro vecchio, davvero così tanto, tanto vecchio, Starbuck? Mi sento mortalmente stanco, prostrato e ricurvo, come fossi Adamo che vacilla sotto il cumulo dei secoli dai tempi del Paradiso. Dio! Dio! Dio! Spaccami il cuore! Sfondami il cervello! Inganno! Amaro inganno dei miei capelli grigi dov’è la gioia che per anni avrei dovuto vivere per portarvi, e sembrare e sentirmi così spaventosamente vecchio? Stammi accanto, stammi vicino, Starbuck, lasciami guardare negli occhi di un uomo; è meglio che guardare il mare, o il cielo; è meglio che guardare Dio.”

La nave Pequod, «un veliero cannibale, che si ornava delle ossa cesellate dei suoi nemici».

Starbuck,  il primo ufficiale del “Pequod”:

” Oh Starbuck, è dolce, dolce il vento, dolce a vedersi il cielo. In un giorno così, clemente proprio come questo, ho colpito la mia prima balena, giovane ramponiere diciottenne! Quaranta, quaranta, quarant’anni fa! Quarant’anni di caccia ininterrotta, quarant’anni di privazione, di pericolo, e di tempesta! Quarant’anni in questo mare senza pietà! per quarant’anni Ahab ha lasciato la docile terra, per quarant’anni ha combattuto questa guerra sugli orrori dell’abisso!”

Moby Dick, la balena.

It was the whiteness of the whale that above all things appalled me.

Il capitano del Pequod non è solo il più faustiano degli eroi ottocenteschi, ma è in effetti più faustiano dello stesso Faust. «I lack the low enjoying power», mi manca la bassa capacità di godere, mormora Ahab al tramonto […]. Eccole, le parole che Faust dovrebbe dire, e invece non pronuncia mai:

Che cos’è mai, quale cosa senza nome, imperscrutabile e ultraterrena è mai; quale signore e padrone nascosto e ingannatore, quale tiranno spietato mi comanda, contro tutti gli affetti e i desideri umani? […] E Ahab, Ahab? Sono io, Signore, che sollevo questo braccio, o chi è? (Moby Dick, 132).

Ingannatore ultraterreno, tiranno imperscrutabile.., È il diavolo, anche qui: però dentro Ahab, non fuori di lui…

Franco Moretti, Opere mondo. Saggio sulla forma epica dal Faust a Cent’anni di solitudine, Torino, Einaudi, 1994

PER APPROFONDIRE

Orson Welles legge Moby Dick. CLICCA QUI.

Alessandro Baricco legge Moby Dick. Il VIDEO.

Per approfondire: CLICCA QUI.

La nuova traduzione di Ottavio Fatica: Einaudi, 2015

TRE SCENE DA MOBY DICK tradotte e commentate da Alessandro Baricco, Feltrinelli, 2009

 Moby Dick in musica

Led Zeppelin, Moby Dick, da Led Zeppelin II, 1969

Laurie Anderson, Songs and Stories from Moby Dick (1998 – 2001), McFarlin Auditorium, Southern Methodist University, Dallas, TX

Al cinema

Moby Dick. La balena bianca, regia di John Huston, 1956. Sceneggiatura di Ray Bradbury.

Luigi Sanpietro, La sensibilità della balena, “Domenica – Il Sole 24 ore”, 28 luglio 2019

Herman Melville. Lo scrittore nacque duecento anni fa. Ma il suo capolavoro, «Moby Dick», ne ha fatto un autore del Novecento. Non piacque ai contemporanei per l’inaudita potenza e per la complessa impalcatura metafisica

Era nato duecento anni fa, il 1° agosto 1819, ma il suo capolavoro, Moby Dick, ne ha fatto un autore del Novecento. Le ragioni per cui non piacque ai contemporanei, che pure consideravano Melville un eccellente scrittore di libri di viaggio, stanno probabilmente nella sua complessa impalcatura metafisica.

E poiché quel che un giorno pare astruso, il giorno seguente risulta illuminante, grazie a quei mutamenti della sensibilità estetica e morale che gli storiografi tedeschi dell’800 hanno definito una volta per tutte come Zeitgeist o “spirito del tempo”; ecco che, dopo un periodo di oblio, Moby Dick fu riproposto negli anni ’20 – cent’anni fa – all’attenzione dei lettori per le sue qualità artistiche.

Il che stava a indicare una apprensione delle cose in sintonia con una sofferta visione agnostica o addirittura gnostica («il mondo è stato creato da una divinità avversa all’uomo») che si andava allora affermando e che la complessità e ambiguità proprie del linguaggio dell’arte moderna parevano confermare.

Deriso da critici e pubblico quando uscì, in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, rispettivamente nel 1851 e 1852, Moby Dick è oggi collocato ai vertici della letteratura mondiale. Ma prima che D. H. Lawrence, Carl Van Doren e Lewis Mumford – sono questi i suoi paladini – lo rilanciassero; Melville, che era morto nel 1891, era scaduto a scrittore di secondo piano. Tant’è vero che tutte le sue opere erano ormai fuori stampa dal 1876.

Bisogna però dire che Moby Dick avrebbe ricevuto il plauso di Nathaniel Hawthorne, dalla cui opera Melville aveva peraltro già preso spunto per sostenere entusiasticamente – in un saggio apparso, nel 1850, su “Literary World” – che era giunta l’ora, per gli scrittori americani, di entrare in competizione con Shakespeare e i suoi pari. E in quello stesso anno aveva iniziato la stesura di una temeraria avventura della mente – senza patria e senza confini – alla spasmodica ricerca del significato ultimo delle cose. La ragione dell’esistenza del male.

In una lettera del maggio/giugno 1851 allo stesso Hawthorne, oltre a lamentare la fretta con la quale era costretto a scrivere («i dollari sono la mia dannazione») e oltre a trascurare il fatto che i libri con i quali aveva esordito lo avevano reso celebre – se non ricco – dalla sera alla mattina, Melville aggiungeva: «Ciò che mi sento più spinto a scrivere, quello viene bandito: non rende. Eppure, nell’insieme, non riesco a scrivere nell’altro modo. Così alla fine il risultato è un garbuglio, e tutti i miei libri sono delle rappezzature».

Paventava l’idea di passare ai posteri «come l’uomo che è vissuto tra i cannibali». Il grande successo di un libro di iniziazione alla vita come Redburn («una povera cosa che ho scritto per comprarmi un po’ di tabacco») e il fallimento di Mardi (1849) – un viaggio allegorico, andata-e-ritorno, a un immaginario arcipelago del Pacifico – orientarono la sua mente verso la creazione di un ibrido di inaudita potenza e straordinario vigore poetico. Un libro concepito come un documento sulla baleneria ed esemplato sulle anatomie del ’600, che diventa una sorta di tavola periodica sulla quale sono registrati i vari modi in cui la realtà può essere percepita da occhi e spiriti diversi.

Punto di riferimento per ogni personaggio è la balena, in realtà un capodoglio, la cui insolita bianchezza – ovvero assenza di connotazioni etiche – simboleggia l’inaccettabile indifferenza della natura nei confronti dell’uomo. Al centro, una figura titanica con un nome biblico, Ahab – colui che nel Primo Libro dei Re (21: 26) «commise molti abomini, seguendo gli idoli» –, il quale insegue e persegue ai quattro angoli dell’oceano quella che crede essere la incarnazione del male, per vendicare l’oltraggio subito tempo addietro, quando, aggredito, l’enorme animale aveva reagito staccandogli una gamba. La storia dell’ossessivo inseguimento che finisce in catastrofe, è raccontato in prima persona dall’unico sopravvissuto, Ishmael, che nella Genesi è il figlio ripudiato di Abramo e che in Moby Dick riassume in sé la voce di tutti gli orfani, i diseredati e gli esuli della terra. La condizione creaturale di tutti gli uomini e le donne di questo mondo.

Agli occhi dei modernisti, Moby Dick apparve come un’opera che, al pari della Commedia e dell’Amleto, di Re Lear e dei Fratelli Karamazov, esplorasse lo spazio tra il cielo e la terra, scendendo agli inferi. In un articolo apparso su “The New Republic” (1928), Lewis Mumford contrapponeva infatti più volte la parola “Life” (scritta con la maiuscola) a “merely living”, per indicare le vette a cui l’immaginazione di Melville aveva portato la propria opera rispetto ai pur grandi scrittori della sua epoca – e citava i vittoriani: da Dickens a Thackeray – astretti nella rappresentazione realistica di una quotidianità (mangiare, dormire, arricchirsi, accoppiarsi e morire) che non si chiedeva, né tantomeno rivelava mai, né lo scopo né il significato della umana esistenza.

Il coraggio di cui Melville aveva dato prova rovistando sotto la superficie delle apparenze attrasse l’attenzione di una generazione animata da “passione e compassione” – come si diceva a quei tempi – per la quale che l’opera d’arte fosse formalmente bella era del tutto secondario (e anche difficilmente definibile) rispetto al fatto che fosse espressiva, ovvero penetrante e incisiva, e collocasse ogni cosa sul piano ontologico per delineare in trasparenza – ex pede Herculem – la portata simbolica delle cose visibili.

Dal momento della riscoperta, tutti i libri di Melville – poesie comprese – e non solo Moby Dick, sono diventati oggetto di una riflessione critica sistematica – sottile e talora fin troppo scaltra – che, oltre a imporlo, giustamente, come un classico, lo ha talora indicato come un autore di singolare stravaganza intellettuale. Come se la sua dimestichezza con alcuni autori del Rinascimento oggi ormai poco famigliari – da Robert Burton a John Bunyan e da Thomas Browne (sopra tutti) alla Versione Autorizzata di re Giacomo, che era peraltro solo una delle sei traduzioni delle Scritture che Melville teneva sul tavolo, fosse il risultato di una scelta esoterica invece che parte del normale bagaglio di letture di uno scrittore della sua generazione in America.

Melville non anticipò il modernismo perché nessuno scrittore anticipa mai il futuro – ciò che non c’è –; ma certamente, come succede sempre alle opere di molto spessore, il suo Moby Dick è potuto sembrare profetico perché parla nella lingua eterna delle grandi verità e delle nostre angosciate domande sul valore della nostra esistenza. Il pentagramma in cui il tempo stesso – la storia – implode nell’assoluto e dal silenzio ci si aspetta che una voce ci venga in soccorso.

IN THE HEART OF THE SEA, regia di Ron Howard. Dicembre 2015. Il trailer:

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