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Medico, leggi Dostoevskij.  La letteratura aiuta la scienza

Ad ogni modo, un bravo medico di solida cultura, come il dottor Langhals, tanto per fare un nome, il bel dottor Langhals con le sue piccole mani coperte di peli neri, sarà subito in grado di identificare la malattia, e la comparsa delle fatali macchioline rosse sul petto e sul ventre gli darà la certezza assoluta. Egli non avrà dubbi sulle misure da prendere, i rimedi da applicare.

Thomas Mann, I Buddenbrock, 1901

«A pensarci bene, dovendo scegliere fra due dottori che avessero un’uguale qualificazione medica, credo che preferirei fidarmi di quello che abbia letto Čechov». Simon Leys

“Pensò a se stesso nel 1962, ormai cinquantenne, vecchio, ma non fino al punto di essere inutile. E immaginò il maturo e saggio dottore che sarebbe diventato, con le sue storie segrete, tragedie e successi ammucchiati dietro le spalle.” […]
“Sugli scaffali, manuali di medicina e filosofia, certo, ma anche i testi che attualmente occupavano l’angusto spazio nel sottotetto del villino… Perché il punto era senz’altro questo: lui sarebbe stato un medico migliore per il fatto di aver letto tanta letteratura. […]  La sua sensibilità elaborata gli avrebbe suggerito analisi profonde della sofferenza, della follia autolesionista o della mera sfortuna che conducono gli esseri umani alla malattia! Nascita, morte, e in mezzo un cammino di fragilità. Principio e fine, questi i fenomeni di cui si occupava un dottore, e altrettanto faceva la letteratura.”
I. McEwan, Espiazione, 2001

V. Van Gogh, “Corsia dell’ospedale di Arles”, 1889

Orsola Riva, “Corriere della Sera -La Lettura”, 6 maggio 2018

Il manuale di anatomia o Dostoevskij? I tirocini in ospedale o le Variazioni Goldberg? Che cosa conta di più nella preparazione di un buon medico? La maggior parte delle facoltà di medicina oggi sembrano concepite per fabbricare degli specialisti con una preparazione scientifica solidissima ma privi di cultura umanistica. Errore grave. Perché invece chi coltiva la lettura e ascolta la musica, chi ama andar per musei, al teatro o al cinema, mostra di avere una grana umana più fina di chi non lo fa. O almeno questo è quanto risulta dall’indagine realizzata da due storiche scuole di medicina americane — la Thomas Jefferson University di Filadelfia e la Tulane University di New Orleans — su 739 studenti. Quelli culturalmente più attivi sono anche i più saggi e i meno depressi.
Lo studio ha dimostrato che c’è una correlazione diretta fra fruizione attiva e passiva dell’arte e della letteratura e tre qualità indispensabili per un buon medico: l’empatia, la saggezza e la cosiddetta tolleranza dell’ambiguità, intesa come la capacità di destreggiarsi in situazioni ambigue senza perdere la calma e di elaborare soluzioni creative a situazioni complesse. «Una qualità importantissima che le nostre università purtroppo non coltivano. I test multiple choice — spiega da Filadelfia a “la Lettura” il dottor Salvatore Mangione, che ha diretto le ricerca — insegnano a pensare che una cosa sia nera o bianca. Ma così quando i nostri studenti si trovano finalmente davanti a un letto di ospedale non sanno più cosa fare. E nell’ansia da controllo prescrivono al paziente un esame dopo l’altro. Non solo non fanno il suo bene, ma finiscono anche per costare più del necessario».
Le scuole di medicina sfornano legioni di giovani dottori fabbricati con lo stampino: camici bianchi preparatissimi da un punto di vista disciplinare, ma del tutto inadeguati ad affrontare la condizione umana, dice ancora Mangione. «Il medico non è un meccanico e il paziente non è un carburatore. Un buon dottore deve sapersi connettere con il malato per creare quella fiducia che è una componente essenziale della guarigione. La medicina è un’arte che usa la scienza. Non puoi separare un aspetto dall’altro. Senza la scienza saremmo fermi agli sciamani. Ma senza cultura umanistica ci consegniamo ai tecnici».
Ecco perché nonostante gli straordinari progressi fatti dalla ricerca negli ultimi anni, l’immagine pubblica del medico appare logorata: «Ma come può un medico entrare in contatto con il paziente — aggiunge Mangione — se metà del suo tempo lo passa a immettere dati nel computer? . Lo si vede bene anche nelle serie tv: il George Clooney di ER era molto più simpatico di Dr. House». Non a caso i medici in America sono la categoria professionale con il più alto tasso di suicidi (circa 400 casi l’anno) e una tendenza in crescita ad andare in pensione prima del tempo.
Gli antichi dicevano «medico cura te stesso». Mangione suggerisce di curare i medici con iniezioni di arte, musica e letteratura. «Io insegno semeiotica, la disciplina che studia i sintomi e i segni clinici della malattia. L’esame obiettivo di un paziente è la parte più artistica della medicina. Letteralmente. Diversi studi condotti prima a Yale e poi a Harvard hanno dimostrato che l’esposizione alle arti visive migliora la capacità diagnostica del 40 per cento». Per questo alla Jefferson University organizzano uscite ai musei ma anche corsi di disegno, scrittura e teatro. «Il disegno — dice ancora Mangione — insegna a guardare meglio le cose, mentre scrittura riflessiva e teatro hanno una funzione catartica. Fino a non molto tempo fa in Germania gli aspiranti medici venivano incoraggiati a studiare uno strumento musicale. Ogni scuola di medicina aveva una sua orchestra. Quando negli anni Settanta questa tradizione tramontò, “Die Zeit” pubblicò un articolo allarmato in cui si chiedeva: Che medici avremo d’ora in poi?».
La conclusione della ricerca pubblicata sul «Journal of General Internal Medicine» è che se si vogliono fabbricare dei medici più tolleranti, empatici e resilienti bisogna reintegrare le discipline umanistiche nel curriculum medico, modificando anche i test di accesso che non tengono in alcun conto nessuna di queste qualità umane. Come conclude Mangione: «Negli ultimi cent’anni medicina e arte hanno seguito due strade separate. È ora di riconnettere l’emisfero sinistro del cervello con il destro. Per il bene del paziente. E anche del medico».

Jethro Tull, Doctor to my Disease, 1991

Si mangia troppo! sentenziò il dottore tra sé e sé. Una mezza mela, una fetta di pane integrato, ch’è così saporito sulla lingua e contiene tutte le vitamine dalla A alla H, nessuna esclusa…ecco il pasto ideale dell’ uomo giusto!… che dico… dell’ uomo normale… Il di più non è se non un gravame, per lo stomaco. E per l’organismo. Un nemico introdotto abusivamente nell’organismo, come i Danai nell’arce di Troia… (proprio così pensò)… che il gastrenterico è poi condannato a maciullare, gramolare, espellere…La peptonizzazione degli albuminoidi!… E il fegato… E il pancreas!… L’amidificazione dei grassi!… la saccarificazione degli amidi e dei glucosi!… una parola! … Vorrei vederli loro!… Tutt’al più, nelle stagioni critiche, si può concedere la giunta d’un po’ di legumi di stagione… crudi, o cotti… baccelli, piselli…  C. E. GADDA, La cognizione del dolore, 1963

The Who,  There’s a Doctor, 1990

Ma siccome il malato soffriva tutti i tormenti dell’inferno, nella lusinga che qualcheduno trovasse il rimedio che ci voleva, per non far parlare anche i vicini che li accusavano di avarizia, dovettero chinare il capo a codesto, chinare il capo a medici e medicamenti. Il figlio di Tavuso, Bomma, quanti barbassori c’erano in paese, tutti sfilarono dinanzi al letto di don Gesualdo. […] Essi invece gli badarono appena. Erano tutti orecchi per don Margheritino che narrava la storia della malattia con gran prosopopea; approvavano coi cenni del capo di tanto in tanto; volgevano solo qualche occhiata distratta sull’ammalato che andavasi scomponendo in volto, alla vista di quelle facce serie, al torcer dei musi, alla lunga cicalata del mediconzolo che sembrava recitasse l’orazione funebre. Dopo che colui ebbe terminato di ciarlare s’alzarono l’uno dopo l’altro, e tornarono a palpare e a interrogare il malato, scrollando il capo, con certo ammiccare sentenzioso, certe occhiate fra di loro che vi mozzavano il fiato addirittura. Ce n’era uno specialmente, dei forestieri, che stava accigliato e pensieroso, e faceva a ogni momento uhm! uhm! Senza aprir bocca. I parenti, la gente di casa, dei vicini anche, per curiosità, si affollavano all’uscio, aspettando la sentenza mentre i dottori confabulavano a bassa voce fra di loro in un canto.        G. Verga, Mastro don Gesualdo, 1889

G. Klimt, Igea (Quadri delle facoltà, 1899 -1907, progettati per il soffitto dell’Aula Magna dell’Università di Vienna). Dea della salute, Igea è figlia del primo medico della storia, Esculapio. La dea viene rappresentata con la mano sinistra reggente la coppa di Lete e con un serpente attorcigliato attorno al braccio destro [Fonte Wikipedia]

I medici tutti contenti. – Uh, che bel caso! – se non moriva nel frattempo, potevano provare anche a salvarlo. E gli si misero d’attorno [..] Cucirono, applicarono, impastarono: chi lo sa cosa fecero. Fatto sta che l’indomani mio zio aperse l’unico occhio, la mezza bocca, dilatò la narice e respirò.  Italo Calvino, Il visconte dimezzato, 1952

Alberto Gamba, “Lezioni di Anatomia descrittiva esterna applicata alle Belle Arti” (Torino 1862).

La paura gli stava dentro come un cane arrabbiato: guaiva, ansava, sbavava, improvvisamente urlava nel suo sonno; e mordeva, dentro mordeva, nel fegato, nel cuore. Di quei morsi al fegato che continuamente bruciavano e dell’improvviso doloroso guizzo del cuore, come di un coniglio vivo in bocca al cane, i medici avevano fatto diagnosi, e medicine gli avevano dato da riempire tutto il piano del comò: ma non sapevano niente, i medici, della sua paura. L. Sciascia,  Il giorno della civetta, 1960

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Norman Rockwell Visits a Family Doctor April 12, 1947

Pink Floyd, Comfortably Numb, da The Wall, 1979

Come on now
I hear you’re feeling down
Well I can ease your pain
Get you on your feet again
Relax
I’ll need some information first
Just the basic facts
Can you show me where it hurts?

PER APPROFONDIRE

LIPPI D., Specchi di carta, Percorsi di lettura in tema di Medicina narrativa, Clueb, Bologna, 2010

VIRZI’ -SIGNORELLI, Medicina e narrativa. Un viaggio nella letteratura per comprendere il malato (e il suo medico), Franco Angeli, 2007

L. SERIANNI, Un treno di sintomi.  I medici e le parole: percorsi linguistici nel passato e nel presente, Garzanti, 2005

J. SALINSKY, Medicine and Literature, Volume Two: The Doctor’s Companion to the Classics, CRC Press, 2004

A. SOLOMON, Literature about medicine may be all that can save us, “The Guardian”, 22 aprile 2016

S. HILGER, New Directions in Literature and Medicine Studies, Palgrave Macmillan UK, 2017

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De Humani Corporis Fabrica

Carlo Mariani, Storia della medicina (Slideshare)

Andrea Vesalio, De humani corporis fabrica, 1543. Sito dedicato a Vesalio (in lingua inglese): CLICCA QUI.

Anatomia, arte e scienza

Pagina

Il frontespizio del De fabrica. L’opera contiene oltre 300 illustrazioni, “realizzate a Venezia da artisti della scuola di Tiziano, tra cui Jan Stephan van Calcar, sotto la supervisione dell’anatomista stesso”.

Giorgio Cosmacini, Quando l’ anatomia era rivoluzionaria, Corriere della Sera, 30 dicembre 2001

Nel riservato dominio delle scienze mediche la nascita del libro a stampa ha dietro di sé un cumulo multisecolare di incisioni e di papiri, di pergamene e di codici manoscritti: dalla stele di Diorite con graffite le norme deontologiche del re babilonese Hammurabi, ai papiri Ebers e Smith recanti la casistica clinica degli Egizi del Regno Medio; dai superstiti di «biblia» alessandrini del Corpus hippocraticum e agli «opera» di Galeno, agli «scripta naturalis philosophiae» trascritti dai monaci amanuensi di Montecassino e di Bobbio o tradotti dai siriani di Edessa e dagli arabi di Bagdad, Cordova e Toledo. A voler generalizzare ancora di più, si ricorda che i libri della rivelazione biblica e coranica sono comprensivi di passi il cui assemblaggio potrebbe dar luogo a due distinti compendi di medicina pratica. Non a caso si parla di «medicina della Bibbia» e di «medicina del Profeta»; e in tal senso si può dire che il primo libro a stampa, la Bibbia di Gutenberg (Magonza 1455), è anche un «libro di medicina». Ma il primo vero libro di medicina dato alle stampe in Italia fu il De medicina di Aulo Cornelio Celso, edito a Firenze nel 1478 per i tipi dei Giunta.
Lo scorcio del Quattrocento e la prima metà del Cinquecento vedevano fiorire con la stampa anche la letteratura medica. Alla fioritura contribuiva soprattutto Venezia, con le molte stamperie, alla quale la vicina Padova forniva sia la manodopera intellettuale in grado di produrre testi autorevoli, ben tradotti e ben chiosati, sia il pubblico universitario in grado di assicurarne un largo consumo. A Padova, dal 1537, era explicator chirurgiae il ventitreenne medico fiammingo Andreas van Wesel – Andrea Vesalio (1514-1564) – che nell’università aveva anche l’ incarico di leggere anatomia e di praticare sezioni cadaveriche. Con un lavoro assiduo, protrattosi per un quinquennio, Vesalio fece emergere dalla sua pratica di chirurgo la sua teoria di anatomista, usando nell’una il coltello di dissezione, nell’altra la forbice logica della verificazione-falsificazione. Confutandola in oltre duecento punti, dimostrò falsa l’anatomia di Galeno. Al tavolo anatomico scoprì fatti inconfutabili che non corrispondevano affatto a quanto detto negli scritti galenici.
Dalle proprie osservazioni e descrizioni vide profilarsi la scoperta di un corpo nuovo. Si trattò di una vera «rivoluzione scientifica» che venne a trasformare una «scienza naturale». La vista e la visione del corpo nuovo, cioè l’osservazione e la concezione dell’ oggetto dell’ anatomia umana «moderna», furono da Vesalio consegnate alle 663 pagine «in folio» componenti i sette libri De humani corporis fabrica (Basilea 1543), manifesto del nuovo metodo anatomico e primo fondamento teorico-pratico della medicina di oggi. «È, in effetti, uno dei più bei libri del mondo». Con questa frase, che possiamo pienamente sottoscrivere, Jackie Pigeaud apre la sua prefazione alla sontuosa ristampa anastatica dell’ opera di Vesalio pubblicata da «Les Belles Lettres», per i tipi di Nino Aragno editore (Torino 2001), nella collana «Theatrum Sapientiae».
La sua bellezza iconografica è dovuta al fatto che i sette libri dell’ opera furono (e sono) mirabilmente corredati da oltre trecento illustrazioni dell’ incisore-pittore fiammingo Jan Stephan van Calcar, contemporaneo e amico dell’ autore, nonché frequentatore a Venezia di Tiziano Vecellio. Accanto alla bellezza figurativa, è grande la bellezza scientifica, cioè l’ importanza del contenuto, che Vesalio esprime con esemplare chiarezza ricavandolo dalla propria esperienza e dallo studio accurato del «numero, posizione, forma, grandezza, sostanza, connessione» di ogni parte anatomica e della sua «connessione con le altre parti, utilità, funzione e moltissime altre qualità». Vesalio riscattò l’ anatomia dai dogmi di Galeno e dalle mani degli «ignorantissimi barbieri». L’ anatomia, scrive, «è pertinente ad medicinae chirurgicae professionem», è finalizzata all’esercizio della clinica.
Quel che oggi è ovvio, quattrocentocinquant’anni fa non lo era affatto. Come medico «devo», scrive ancora, «non staccarmi dal resto della medicina», poiché «ritengo non piccolo danno la divisione particolareggiata delle discipline». Quando si delineava all’orizzonte l’incipiente specializzazione della medicina e della scienza, la voce di Vesalio richiamava all’unità del sapere. Anche per questo l’opera di Vesalio «è uno dei più bei libri del mondo». La data della sua pubblicazione coincide con la data di pubblicazione dell’ opera di un altro ex studente o ex studioso di Padova, Niccolò Copernico, autore dei sei libri De revolutionibus orbium coelestium (Norimberga 1543), nei quali non la terra, ma il sole è posto al centro dell’ universo. All’anagrafe dei grandi eventi scientifici la «rivoluzione anatomica» antigalenica di Vesalio è registrata in significativa sincronia con la «rivoluzione astronomica» antitolemaica di Copernico. La rivoluzione macrocosmica, o della fabbrica dell’ universo, coincise con la rivoluzione microcosmica, o della fabbrica del corpo umano.

L’opera di Vesalio digitalizzzata: CLICCA QUI.

 

Carlo CarenaMedicina del Rinascimento. Per curarsi bisogna capire, “Il Sole 24 Ore”, Domenica 5.1.2014

Un saggio a più voci (curato da Maria Conforti, Andrea Carlino e Antonio Clericuzio) discute le pratiche mediche del Rinascimento quando la specializzazione inizia ad essere concreta

Il Rinascimento di molte lettere e arti lo fu anche dell’arte medica. Essa si libera a poco a poco delle spurie e fantastiche incrostazioni recenti, attingendo ancora all’immenso e pur farraginoso deposito dell’antichità con spirito nuovo. E così si merita encomia di Erasmo, di Cardano, di Melantone, anche se, scrive uno di loro, «non ne ha bisogno affatto, raccomandandosi abbondantemente da sé agli uomini mortali per la sua utilità, anzi necessità».
Le tappe di questo processo sono analizzate nelle ricerche del volume a più voci Interpretare e curare allestito da Maria Conforti, Andrea Carlino e Antonio Clericuzio per l’editore Carocci.
Ancora qualche confusione ovviamente rimane negli stessi umanisti, ma la miscela di medicina, filosofia e astrologia, tre materie professate tutte assieme dai docenti, è più una ricchezza che un’aberrazione, sviluppa le tre discipline con maggiore spirito critico e argomentazione logica, chiede e mostra competenze bibliografiche, storiche, antiquarie e di filosofia naturale, oltreché mediche. E invero la problematica medica, ampliandosi e approfondendosi, risultava non così semplice e isolata da non introdurne altre. Se allungo la vita di un uomo, come cerco di fare e ottengo, non mando all’aria la volontà e la prescienza divina? e tutti i miei sforzi non si scontrano con la determinazione astrale ora e al momento della nascita del paziente? Nel primo Seicento Gabriel Naudé conclude le sue dotte e critiche Questioni iatrofilogiche con una Sul fato e sulla fine prestabilita della vita, in cui ripercorre tutte le credenze nelle età antiche e moderne, concludendo sulla scia già di Pico della Mirandola che esse sono soltanto frutto e campo dell’antica idolatria, delle credenze popolari, delle menzogne dei poeti e degli errori dei filosofi. Ma per il medico e astronomo Pietro d’Abano a inizio Trecento l’astrologia fa prevedere quei mutamenti nella qualità dell’aria che sono fondamentali per stabilire i regimi dietetici e le terapie dei pazienti, oltreché per pronosticare l’evoluzione della malattia e i suoi giorni critici – normalmente il ventesimo e ventunesimo – determinati dai “moti lunari”.
Le congiunzioni astrali sono un fattore decisivo per la salute assieme alla dieta. Ippocrate e Galeno, tendenzialmente antivegetariani, predicavano l’importanza della dietetica per la conservatio sanitatis in ogni stadio della vita, già per l’uomo sano ancora prima che per l’ammalato, unitamente ad altri fattori quali lo stile di vita, le abitudini corporali e mentali e l’ambiente. Fra quelli esterni al corpo Galeno ne precisava sei: aria, alimenti, esercizio e riposo, sonno e veglia, sazietà ed evacuazione, e le passioni dell’anima. La malattia è rispetto a questo stato armonioso, una res non naturalis.
Questa tematica costituì il vero e proprio genere letterario già medievale dei Regimina sanitatis, manuali pratici di prescrizioni scientifiche e divulgative insieme, in latino o in volgare, rivolti al popolino o indirizzati a principi e prelati, addirittura a papi, con liste di cibi e di piante benefiche secondo le stagioni e i mesi dell’anno, come nel Libreto de tutte le cosse che se magnano redatto in pieno Quattrocento per Borso d’Este dall’esimio professore padovano Michele Savonarola. A volte anche specifici, come qualche Regimen iter agentium et peregrinantium, per i viaggiatori e i pellegrini; o destinati più propriamente ai vecchi o ai bambini, le due età più a rischio per la salute. Ma il tentativo più nobile in questo campo rimane quello del Platina, che nel De honesta voluptate et valetudine (edizione nelle NUE Einaudi curata da Emilio Faccioli nell’85) cerca di risolvere l’ardua e fondamentale conciliazione di salute e piacere, connubio agognato in ogni tempo di vita elevata, sana e gradevole.
Quanto agli “operatori sanitari” nel volume in parola essi spaziano dal ciarlatano al farmacista, dal chirurgo al barbiere, anzi semplicemente il barbiere-chirurgo, che tagliava i capelli corti e le unghie, curava e tingeva le barbe o praticava salassi ed estrazioni dentarie, e frattanto attraverso i “segni” corporei, pelle, respiro, odore e stato della capigliatura emanava sentenze e interveniva richiamandosi alla tradizione ippocratica. Quanto alle farmacie, oltre ad essere un antro sacro di alambicchi e di barattoli, erano un luogo di convegni e conversazioni dotte e spaccio, oltreché di medicamenti, di confetture e di mieli, di cosmetici, di saponi e tessuti e, a partire dal Seicento, anche di tabacco e caffè.
Tutta una civiltà passa e si evolve attraverso queste pratiche e queste figure. A completare l’affresco non mancano i ciarlatani, un vero “gruppo professionale”, a cui nel volume è dedicato uno studio di David Gentilcore: ossia «persone che compariscano in piazza e vendono alcune cose con trattenimenti e buffoniane», come si legge in una licenza all’esercizio della professione a Roma; ovvero «zarlatani che mettano banchi per le piazze per vendere ogli, unguenti, pomate, controveleni, acque muschiate, zibetto, istorie et altre cose stampate, et che mettano cartelli per medicare». Veri attori, dottori Dulcamara, che fanno parte del folklore e della letteratura e della musica, ma anche dello sforzo complesso per aggiornare un’arte così antica e difficile, se deve tener conto di tutto l’uomo.
Interpretare e curare, Medicina e salute nel Rinascimento, a cura di M. Conforti, A. Carlino e A. Clericuzio, Carocci, Roma

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