Archivi tag: Mann

Medico, leggi Dostoevskij.  La letteratura aiuta la scienza

Ad ogni modo, un bravo medico di solida cultura, come il dottor Langhals, tanto per fare un nome, il bel dottor Langhals con le sue piccole mani coperte di peli neri, sarà subito in grado di identificare la malattia, e la comparsa delle fatali macchioline rosse sul petto e sul ventre gli darà la certezza assoluta. Egli non avrà dubbi sulle misure da prendere, i rimedi da applicare.

Thomas Mann, I Buddenbrock, 1901

«A pensarci bene, dovendo scegliere fra due dottori che avessero un’uguale qualificazione medica, credo che preferirei fidarmi di quello che abbia letto Čechov». Simon Leys

“Pensò a se stesso nel 1962, ormai cinquantenne, vecchio, ma non fino al punto di essere inutile. E immaginò il maturo e saggio dottore che sarebbe diventato, con le sue storie segrete, tragedie e successi ammucchiati dietro le spalle.” […]
“Sugli scaffali, manuali di medicina e filosofia, certo, ma anche i testi che attualmente occupavano l’angusto spazio nel sottotetto del villino… Perché il punto era senz’altro questo: lui sarebbe stato un medico migliore per il fatto di aver letto tanta letteratura. […]  La sua sensibilità elaborata gli avrebbe suggerito analisi profonde della sofferenza, della follia autolesionista o della mera sfortuna che conducono gli esseri umani alla malattia! Nascita, morte, e in mezzo un cammino di fragilità. Principio e fine, questi i fenomeni di cui si occupava un dottore, e altrettanto faceva la letteratura.”
I. McEwan, Espiazione, 2001

V. Van Gogh, “Corsia dell’ospedale di Arles”, 1889

Orsola Riva, “Corriere della Sera -La Lettura”, 6 maggio 2018

Il manuale di anatomia o Dostoevskij? I tirocini in ospedale o le Variazioni Goldberg? Che cosa conta di più nella preparazione di un buon medico? La maggior parte delle facoltà di medicina oggi sembrano concepite per fabbricare degli specialisti con una preparazione scientifica solidissima ma privi di cultura umanistica. Errore grave. Perché invece chi coltiva la lettura e ascolta la musica, chi ama andar per musei, al teatro o al cinema, mostra di avere una grana umana più fina di chi non lo fa. O almeno questo è quanto risulta dall’indagine realizzata da due storiche scuole di medicina americane — la Thomas Jefferson University di Filadelfia e la Tulane University di New Orleans — su 739 studenti. Quelli culturalmente più attivi sono anche i più saggi e i meno depressi.
Lo studio ha dimostrato che c’è una correlazione diretta fra fruizione attiva e passiva dell’arte e della letteratura e tre qualità indispensabili per un buon medico: l’empatia, la saggezza e la cosiddetta tolleranza dell’ambiguità, intesa come la capacità di destreggiarsi in situazioni ambigue senza perdere la calma e di elaborare soluzioni creative a situazioni complesse. «Una qualità importantissima che le nostre università purtroppo non coltivano. I test multiple choice — spiega da Filadelfia a “la Lettura” il dottor Salvatore Mangione, che ha diretto le ricerca — insegnano a pensare che una cosa sia nera o bianca. Ma così quando i nostri studenti si trovano finalmente davanti a un letto di ospedale non sanno più cosa fare. E nell’ansia da controllo prescrivono al paziente un esame dopo l’altro. Non solo non fanno il suo bene, ma finiscono anche per costare più del necessario».
Le scuole di medicina sfornano legioni di giovani dottori fabbricati con lo stampino: camici bianchi preparatissimi da un punto di vista disciplinare, ma del tutto inadeguati ad affrontare la condizione umana, dice ancora Mangione. «Il medico non è un meccanico e il paziente non è un carburatore. Un buon dottore deve sapersi connettere con il malato per creare quella fiducia che è una componente essenziale della guarigione. La medicina è un’arte che usa la scienza. Non puoi separare un aspetto dall’altro. Senza la scienza saremmo fermi agli sciamani. Ma senza cultura umanistica ci consegniamo ai tecnici».
Ecco perché nonostante gli straordinari progressi fatti dalla ricerca negli ultimi anni, l’immagine pubblica del medico appare logorata: «Ma come può un medico entrare in contatto con il paziente — aggiunge Mangione — se metà del suo tempo lo passa a immettere dati nel computer? . Lo si vede bene anche nelle serie tv: il George Clooney di ER era molto più simpatico di Dr. House». Non a caso i medici in America sono la categoria professionale con il più alto tasso di suicidi (circa 400 casi l’anno) e una tendenza in crescita ad andare in pensione prima del tempo.
Gli antichi dicevano «medico cura te stesso». Mangione suggerisce di curare i medici con iniezioni di arte, musica e letteratura. «Io insegno semeiotica, la disciplina che studia i sintomi e i segni clinici della malattia. L’esame obiettivo di un paziente è la parte più artistica della medicina. Letteralmente. Diversi studi condotti prima a Yale e poi a Harvard hanno dimostrato che l’esposizione alle arti visive migliora la capacità diagnostica del 40 per cento». Per questo alla Jefferson University organizzano uscite ai musei ma anche corsi di disegno, scrittura e teatro. «Il disegno — dice ancora Mangione — insegna a guardare meglio le cose, mentre scrittura riflessiva e teatro hanno una funzione catartica. Fino a non molto tempo fa in Germania gli aspiranti medici venivano incoraggiati a studiare uno strumento musicale. Ogni scuola di medicina aveva una sua orchestra. Quando negli anni Settanta questa tradizione tramontò, “Die Zeit” pubblicò un articolo allarmato in cui si chiedeva: Che medici avremo d’ora in poi?».
La conclusione della ricerca pubblicata sul «Journal of General Internal Medicine» è che se si vogliono fabbricare dei medici più tolleranti, empatici e resilienti bisogna reintegrare le discipline umanistiche nel curriculum medico, modificando anche i test di accesso che non tengono in alcun conto nessuna di queste qualità umane. Come conclude Mangione: «Negli ultimi cent’anni medicina e arte hanno seguito due strade separate. È ora di riconnettere l’emisfero sinistro del cervello con il destro. Per il bene del paziente. E anche del medico».

Jethro Tull, Doctor to my Disease, 1991

Si mangia troppo! sentenziò il dottore tra sé e sé. Una mezza mela, una fetta di pane integrato, ch’è così saporito sulla lingua e contiene tutte le vitamine dalla A alla H, nessuna esclusa…ecco il pasto ideale dell’ uomo giusto!… che dico… dell’ uomo normale… Il di più non è se non un gravame, per lo stomaco. E per l’organismo. Un nemico introdotto abusivamente nell’organismo, come i Danai nell’arce di Troia… (proprio così pensò)… che il gastrenterico è poi condannato a maciullare, gramolare, espellere…La peptonizzazione degli albuminoidi!… E il fegato… E il pancreas!… L’amidificazione dei grassi!… la saccarificazione degli amidi e dei glucosi!… una parola! … Vorrei vederli loro!… Tutt’al più, nelle stagioni critiche, si può concedere la giunta d’un po’ di legumi di stagione… crudi, o cotti… baccelli, piselli…  C. E. GADDA, La cognizione del dolore, 1963

The Who,  There’s a Doctor, 1990

Ma siccome il malato soffriva tutti i tormenti dell’inferno, nella lusinga che qualcheduno trovasse il rimedio che ci voleva, per non far parlare anche i vicini che li accusavano di avarizia, dovettero chinare il capo a codesto, chinare il capo a medici e medicamenti. Il figlio di Tavuso, Bomma, quanti barbassori c’erano in paese, tutti sfilarono dinanzi al letto di don Gesualdo. […] Essi invece gli badarono appena. Erano tutti orecchi per don Margheritino che narrava la storia della malattia con gran prosopopea; approvavano coi cenni del capo di tanto in tanto; volgevano solo qualche occhiata distratta sull’ammalato che andavasi scomponendo in volto, alla vista di quelle facce serie, al torcer dei musi, alla lunga cicalata del mediconzolo che sembrava recitasse l’orazione funebre. Dopo che colui ebbe terminato di ciarlare s’alzarono l’uno dopo l’altro, e tornarono a palpare e a interrogare il malato, scrollando il capo, con certo ammiccare sentenzioso, certe occhiate fra di loro che vi mozzavano il fiato addirittura. Ce n’era uno specialmente, dei forestieri, che stava accigliato e pensieroso, e faceva a ogni momento uhm! uhm! Senza aprir bocca. I parenti, la gente di casa, dei vicini anche, per curiosità, si affollavano all’uscio, aspettando la sentenza mentre i dottori confabulavano a bassa voce fra di loro in un canto.        G. Verga, Mastro don Gesualdo, 1889

G. Klimt, Igea (Quadri delle facoltà, 1899 -1907, progettati per il soffitto dell’Aula Magna dell’Università di Vienna). Dea della salute, Igea è figlia del primo medico della storia, Esculapio. La dea viene rappresentata con la mano sinistra reggente la coppa di Lete e con un serpente attorcigliato attorno al braccio destro [Fonte Wikipedia]

I medici tutti contenti. – Uh, che bel caso! – se non moriva nel frattempo, potevano provare anche a salvarlo. E gli si misero d’attorno [..] Cucirono, applicarono, impastarono: chi lo sa cosa fecero. Fatto sta che l’indomani mio zio aperse l’unico occhio, la mezza bocca, dilatò la narice e respirò.  Italo Calvino, Il visconte dimezzato, 1952

Alberto Gamba, “Lezioni di Anatomia descrittiva esterna applicata alle Belle Arti” (Torino 1862).

La paura gli stava dentro come un cane arrabbiato: guaiva, ansava, sbavava, improvvisamente urlava nel suo sonno; e mordeva, dentro mordeva, nel fegato, nel cuore. Di quei morsi al fegato che continuamente bruciavano e dell’improvviso doloroso guizzo del cuore, come di un coniglio vivo in bocca al cane, i medici avevano fatto diagnosi, e medicine gli avevano dato da riempire tutto il piano del comò: ma non sapevano niente, i medici, della sua paura. L. Sciascia,  Il giorno della civetta, 1960

Immagine correlata

Norman Rockwell Visits a Family Doctor April 12, 1947

Pink Floyd, Comfortably Numb, da The Wall, 1979

Come on now
I hear you’re feeling down
Well I can ease your pain
Get you on your feet again
Relax
I’ll need some information first
Just the basic facts
Can you show me where it hurts?

PER APPROFONDIRE

LIPPI D., Specchi di carta, Percorsi di lettura in tema di Medicina narrativa, Clueb, Bologna, 2010

VIRZI’ -SIGNORELLI, Medicina e narrativa. Un viaggio nella letteratura per comprendere il malato (e il suo medico), Franco Angeli, 2007

L. SERIANNI, Un treno di sintomi.  I medici e le parole: percorsi linguistici nel passato e nel presente, Garzanti, 2005

J. SALINSKY, Medicine and Literature, Volume Two: The Doctor’s Companion to the Classics, CRC Press, 2004

A. SOLOMON, Literature about medicine may be all that can save us, “The Guardian”, 22 aprile 2016

S. HILGER, New Directions in Literature and Medicine Studies, Palgrave Macmillan UK, 2017

Lascia un commento

Archiviato in Arte, Attualità culturale, Temi letterari

Malattia e Letteratura

Daniela Minerva, Chi ha paura del Dr Eschilo, “L’Espresso”, 13 marzo 2015

Dall’Orestea a Conrad, Shakespeare, Philip Roth… La letteratura racconta le malattie. Un libro spiega come. A partire da Susan Sontag.

In principio fu Susan Sontag. E il suo memorabile “Malattia come metafora”. Il saggio che nel 1977 ha squadernato il potere distruttivo delle immagini sociali delle malattie. Sontag aveva un cancro (ne ebbe in totale tre e morì dell’ultimo assalto nel 2005) e costruì un’argomentazione dolente su quanto pesino sulla coscienza del malato le metafore che letteratura e discorso comune costruiscono sulle malattie, il più delle volte per mettere in relazione il morbo con la colpa.
La scrittrice americana approcciava la letteratura dal punto di vista del malato che si ribella al castello di immagini, spesso magnifiche e sempre terrifiche, con le quali il mondo là fuori mette i suoi dolori in una cornice psicologistica, storica, esistenziale.
Oggi in libreria arriva un bel lavoro, coordinato da Stefano Manferlotti, professore di letteratura inglese all’università Federico II di Napoli. Si intitola “La malattia come metafora nelle letterature dell’occidente” (Liguori 2014) e mette insieme diversi saggi che ricostruiscono diverse opere letterarie che hanno rappresentato la malattia. Da Eschilo e l’Orestea a Shakespeare a Verga a Roth alla Munro, tra gli altri. E lo fanno da un punto di osservazione diametralmente opposto di quello di Susan Sontag.
Lo sguardo è quello della letteratura che racconta, e non quello del malato che soffre e magari, come fece l’autrice americana, si ribella ai nessi esistenziali che fioriscono nelle opere letterarie ma nei quali non si riconosce.
Insomma: Sontag si ribellava alla metafora che legava il suo cancro alla colpa: «Io intendo descrivere le fantasie punitive o sentimentali, costruite intorno a questa situazione (la malattia, ndr). La mia tesi è che la malattia non è una metafora, che la maniera più corretta di considerarla è quella più libera e aliena da pensieri metaforici. Tuttavia è quasi impossibile prendere residenza nel regno dello star male senza essere influenzati dalle impressionanti metafore con le quali è stato tratteggiato», scrive. E apre la strada a tutto uno scavare e un rileggere i grandi autori, del passato e del presente, proprio a caccia di queste “impressionanti metafore”.
Il libro curato da Manferlotti ce ne presenta molte e traccia un’evoluzione nel tempo delle rappresentazioni sociali dello star male. E chiarisce sin da subito che la malattia è per la letteratura «un terreno elettivo del senso allegorico». Non può non esserlo visto che è «non solo un’esperienza ineludibile di ogni vivente, ma anche una delle più intense e significative». È inevitabilmente metafora, narrazione. Lo è quando Manzoni o Camus raccontano la peste come un castigo. Lo è nelle storie del “mal d’amore”. Nelle rappresentazioni che mettono insieme le malattie degenerative dei giovani e il mondo contemporaneo che collassa su se stesso come fanno Kurt Vonnegut (in “Galapagos”) o Ian McEwan (in “Saturday”), ricostruiti qui da un saggio di Antonio Bibbò, ricercatore all’università di Manchester.
Ma lo spaccato che riannoda i fili col lavoro della Sontang è il lavoro di Francesco de Cristofaro (professore di Letterature comparate alla Federico II di Napoli) dal titolo “L’efflorescenza tumorale. Figurazioni del ‘male osceno’: Verga, Kis, Roth”. In cui torna in scena il cancro. La cui rappresentazione sociale cambia nel corso del 900, come mostra lo studioso napoletano. Per Verga e molti autori dell’Ottocento i mali del corpo proiettano una patologia sociale. E nei “Malavoglia” il cancro viene sempre a punire una tara esistenziale. Non è più così nell’opera di Philip Roth che disgiunge il cancro dagli errori dell’anima. Anzi lo racconta come un male osceno non rappresentabile; un flagello che è sempre situato fuori dalla scena letteraria ed esistenziale. Forse anche perché il lavoro della Sontag ha sovvertito una volta per tutte la rappresentazione del grande male liberandolo dalle metafore.

Quello che si dice il dolore umano non è che il corpo caldo ed intenso della gioia ricoperto di una gelatina di fredde lagrime grigiastre. Scortecciate e troverete la felicità.
Si è fino alla nausea fatto del vieto romanticismo sopra le sventure umane; le deformità del corpo. le malattie, le passioni, la miseria, la vecchiaia, i cataclismi, le carestie, furono ritenute sciagure tutte da bagnare di pianto.
Se esse fossero state un tantino approfondite, noi le avremmo già come le fonti più vive della nostra allegrezza. Nulla fu creato con malinconia, ricordatelo bene; nulla è triste profondamente, tutto è gioioso.
Un giorno natura, questa vecchia pittrice da accademia, dopo avere impartite al suo quadro mille spasmodiche sfumature di luci e di colori, coi suoi tramonti e colle sue aurore, mille toni di verde e di azzurro, «Ecco! – ella avrebbe detto alla fine aprendo la porta del suo studio a un uomo senz’occhi: – venite, guardate! ». E credete proprio che essa fosse così sciocchina da farlo,  se ciò non era spiritoso?
Il cieco ci rappresenta la profondità, il privilegio di tutte le viste. Egli ha chiusa in sé la gioia di tutte le luci di tutti i colori. Se voi lo guardate con aria lagrimosa siete dei poveri cervellini da tre centesimi. E ridetegli pure in faccia, a questo beniamino! Natura ve lo indica per questo. Siete ancora degli esseri compassionevoli? Egli non vi vedrà. Siete ancora dei vili paurosi? Ma egli è il solo che non potrà battersi con voi.
Un gobbo, natura ve lo indica perché gli ridiate dietro,  e proprio dietro nella schiena essa gli pose il tesoro della sua giocondità. Un poeta gobbo che continuasse per tutta la vita a cantare dolorosamente non potrebbe essere mai e poi mai un uomo profondo, ma il più superficiale di questa
terra. Egli si sarebbe fermato a piagnucolare alla superficie della sua gobba come un fanciullo alla parole bao dopo averci rubato lo scrigno del suo tesoro dorsale per non essere stato capace di penetrarlo.
A. Palazzeschi, Il controdolore, in “Lacerba”, 29 dicembre 1913

Giorgio Cosmacini, Se la Malattia è Letteratura, “Corriere della Sera”, 11 novembre 2004

Da Simone de Beauvoir a Dickens, da Manzoni a Pasternak

«Ci sono due strade – dice Hans Castorp a madame Chauchat – che conducono alla vita: una è la solita, diretta, onesta. L’ altra è brutta, porta attraverso la morte ed è la strada geniale». Sono parole che, nella Montagna incantata di Thomas Mann, il protagonista maschile del romanzo dice alla protagonista femminile facendo tesoro della propria esperienza di malato di tubercolosi, ricoverato nel sanatorio di Davos, dove il vero protagonista è «il tempo»: un tempo che scorre assai diverso, aggiunge, «per noi quassù» e «per voi laggiù». «Questa concezione della malattia e della morte come passaggio obbligato al sapere, alla salute e alla vita – ebbe a dire lo stesso Mann in una sua “Lezione per gli studenti dell’ Università di Princeton” – fa della Montagna incantata un romanzo di iniziazione». Il romanzo è l’ esempio perfetto di quello che Susan Sontag ha chiamato l’ uso della Malattia come metafora (Einaudi 1979). Nel libro recante questo titolo la Sontag ci ha reso edotti che alcune condizioni morbose, almeno quelle caratterizzate talvolta da inefficacia delle terapie e da ignoranza delle cause (si pensi ai «mali del secolo», la tubercolosi dell’ Ottocento e il cancro del Novecento), vengono caricate da una gamma di significati tanto vasta che «si proietta sulla malattia ciò che si pensa del male» e «si proietta sul mondo la malattia stessa». Al libro della Sontag fa eco, a distanza di un quarto di secolo, il prezioso saggio odierno Malattie come racconti (Armando editore, pagine 159) che Vito Cagli, medico e scrittore sensibile, dedica a «medicina, medici e malattie nelle descrizioni di romanzieri e drammaturghi»: un saggio che porta le «lettere» all’ interno di una relazione oggi alquanto in crisi, il rapporto «umano» tra medico e paziente. Scrive in proposito Cagli: «A mano mano che in medicina è venuto crescendo il peso della tecnologia, si è delineato un crescente interesse per l’inserimento della letteratura, delle arti e del sapere umanistico in genere nella formazione dei nuovi medici. La tecnologia minaccia di oscurare l’importanza del rapporto medico-paziente e la considerazione del malato come persona, con il risultato che, mentre l’efficacia dell’atto medico aumenta, non aumenta parallelamente la soddisfazione dei pazienti». L’autore si dimostra scettico circa la possibilità che tale paradosso venga risolto da un aggiustamento della formazione universitaria. «L’università non potrà mai fornire allo studente di medicina – egli scrive – una cultura umanistica». Potrà svolgere tutt’al più, soggiunge, «un compito di stimolo piuttosto che di travaso. Certamente uno stimolo è quello rappresentato dal suo libro, in cui le malattie somatiche, la sofferenza psichica, il morire e la morte, attraverso la lente d’ingrandimento delle umane lettere, appaiono come tre parti di un oceano da cui emerge l’iceberg della consapevolezza, soggettivamente sperimentata, dell’«essere» malati: una consapevolezza totalmente diversa dalla conoscenza, oggettivata dalla scienza e dalla tecnica, dell’avere una malattia. Tra affezione oggettiva e afflizione soggettiva c’è una distanza che spesso, in passato, è stata compresa, chiarita, colmata assai meno dai professori di medicina che dai romanzieri e dai poeti. Molte sono le pagine istruttive, tratte da Simone de Beauvoir, Bernanos, Berto, Céline, Cronin, Dickens, Flaubert, Goethe, London, Manzoni, Poe, Svevo, Tobino, Tomasi e dai russi Bulgakov, Dostoevskij, Pasternak, Solgenitsin, Tolstoi. Lo scandaglio di Vito Cagli invita ad altre, ulteriori profondità. E allora ricordiamo che per don Fabrizio, protagonista del Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, il tempo del morire era incominciato, né poteva differirne la scadenza la vecchia arte di Ippocrate e di Galeno, né la nuova scienza della Scuola medica napoletana. Però «la morte, sì, esisteva senza dubbio, ma era roba ad uso degli altri». Tuttavia giunge l’ ora dell’appuntamento con «la creatura bramata da sempre», la donna giovane e bella che, «giunta faccia a faccia con lui sollevò il velo, e così, pudica, ma pronta a essere posseduta, gli apparve più bella di come mai l’ avesse intravista negli spazi stellari». Fu solo allora che «il fragore del mare si placò del tutto». L’ antropologia del morire del principe di Salina è in sintonia con il «senso di morte che adesso chiaramente incupiva nei (suoi) palazzi». La sua antropologia paradossale – «finché c’è morte c’è speranza» – è anche in sintonia con la tecnologia della sua morte oggettivata: «qualcuno gli teneva il polso», misurandolo. Il gesto tecnico della rilevazione dei battiti era coincidente con il gesto umano di tenergli la mano.

Edvard Munch_By the Deathbed

PER APPROFONDIRE:

BIBLIOTERAPIA:
“Il nostro è un tempo che persegue consapevolmente la salute, ma in effetti crede solo nella realtà della malattia […]. Kleist, Kierkegaard, Nietzsche, Dostoevskij, Kafka, Baudelaire, Rimbaud, Genet, Weil hanno autorità su di noi precisamente a causa della loro aria malsana”. Susan Sontag
«Lei pensa, tuttavia, come Paneloux che la peste porta un suo beneficio, che apre gli occhi, che costringe a pensare!»
Il dottore scosse la testa con impazienza. «Come tutte le malattie di questo mondo».
Albert Camus, La peste

Paolo Di Paolo, Albert Camus e l’amore ai tempi della peste, “La Repubblica”,  16 novembre 2017

Poche frasi mi hanno colpito di più — da lettore, da persona — di quel «Niente è inutile» con cui Camus conclude le pagine scritte a difesa di un proprio saggio filosofico, “L’uomo in rivolta”. Non è un dispensatore di certezze, ma di dubbi. Non è l’artista seduto, ma non è nemmeno quello blindato in un impegno ideologico. Non è un bugiardo. «Tutti, prima o poi, e noi stessi, sentiamo. Si forgia allora qualcosa, la nostra coscienza comune sulla quale si costruiranno, un giorno, le opere di ciascuno, sulle quali ciascuno sarà giudicato».
Un romanzo come La peste — scritto da un Camus poco più che trentenne, negli anni Quaranta — andrebbe letto con questa frase nelle orecchie, senza badare troppo alle interpretazioni allegoriche che, nel tempo, ne sono state offerte. Prendete una città e prendete la peste che la assale. Prendete gli uomini e le donne di quella città. La città si chiama Orano, non è bella, è «priva di intuizioni ». È una città banale. Uno degli uomini che la abita, una mattina di metà aprile, inciampa in un topo morto. È il primo segno. La situazione, giorno dopo giorno, non fa che peggiorare. «La morte del portinaio — scrive Camus — si può dire che segnò la fine di quel periodo pieno di segnali inquietanti e l’inizio di un altro periodo, relativamente più difficile, nel quale la sorpresa dei primi tempi si trasformò via via in panico».
La peste è arrivata. La peste è un fatto. Prendetela alla lettera: la malattia infettiva di origine batterica. Il romanzo di Camus ne segue l’evoluzione affidandosi agli occhi di un medico, il dottor Rieux — non superstizioso, non affrettato, uno che semplicemente cerca di capire. Basterebbe questo: il suo sforzo di lucidità di fronte alla tragedia. Il modo in cui registra e interpreta le reazioni altrui, come un radiografo di stati d’animo — li analizza a uno a uno, coglie le oscillazioni fra il panico e la speranza, fra attaccamento alla vita, alla libertà e paura. E ancora: mette a fuoco i progressivi, e dolorosi, assestamenti per cui ciò che sembrava riguardare solo gli altri comincia a riguardare anche noi. D’altra parte, «un uomo morto ha un peso solo se qualcuno l’ha visto morto, per l’immaginazione cento milioni di cadaveri disseminati nella storia sono soltanto fumo». Quando non è più qualcosa che riguarda soltanto l’immaginazione, la peste esiste davvero.
Non c’è un solo tratto, nell’ampia gamma di emozioni che una catastrofe muove negli umani, non contemplato da Camus: una superiore gentilezza, un disincanto o un principio di resa, i cattivi sentimenti e i cosiddetti buoni, la fiducia nel cielo, l’ancoraggio alla terra. Il commerciante Cottard, per esempio, sembra cambiato: da uomo chiuso e silenzioso, «un po’ con l’aria della bestia selvatica», si è aperto, cerca di conciliarsi con le persone, di farsi benvolere da tutti. La peste, adesso, riguarda chiunque: rende più visibile il nodo fra i destini dei singoli, mette in luce la capacità di resistenza al dolore, fa sentire esiliati a casa propria. «Ciascuno dovette accettare di vivere alla giornata, e solo di fronte al cielo. Questa diserzione generale poteva alla lunga temprare i caratteri, ma sulle prime li rese vulnerabili ». Non so aggiungere niente di intelligente, non una frase, allo splendore dell’intelligenza — intelligenza per ciò che concretamente significa: la capacità di leggere nelle cose — che ogni pagina di questo romanzo manifesta. Posso però indicare un fenomeno invisibile che Camus, nella Peste, riesce a rendere visibile. Come fosse un macchinario dai congegni misteriosi, mette davanti ai nostri occhi l’ostinazione umana. Il macchinario sbuffa, si raffredda, si scalda a dismisura, pare essersi spento, poi riparte all’improvviso.
Come funziona? Da cosa viene alimentato? Si potrebbe forse leggere La peste come un manuale d’istruzioni, una raccolta dati, astratta e concreta allo stesso tempo. Non è la macchina dell’eroismo: di quella, Camus non si fida. Preferisce l’onestà. È la macchina che rivela una verità semplice: due più due fa quattro, partiamo da questo; la peste c’è, il male c’è. Alcuni non riescono a vederlo. Alcuni lo negano. C’è anche un particolare tipo di «nuovo moralista» convinto che sia tutto inutile e che bisogna mettersi in ginocchio. Poi, ci sono gli altri. I «cuori straziati ed esigenti», i consapevoli, sicuri che due più due fa quattro e che «in una maniera o nell’altra, bisognava lottare e non mettersi in ginocchio»: «L’essenziale era cercare di impedire al maggior numero possibile di uomini di morire e di conoscere la separazione definitiva. E il solo modo per farlo era combattere la peste. Non era una verità grandiosa, era solo una verità coerente». La macchina dell’ostinazione umana non si nutre di una speranza astratta, ma di «urgenza generosa », di slancio, di sollecitudine che — appena viene narrata con tono «da epopea o da encomio» — acquista qualcosa di retorico, di fasullo. Il linguaggio della retorica, quello da cui il dottor Rieux è irritato, perché è un linguaggio che non può applicarsi, per esempio, «ai piccoli sforzi quotidiani di Grand, un linguaggio che non poteva rendere conto di che cosa significava Grand nel bel mezzo della peste». Che cosa significa ciascuno di noi. Che cosa significano le voci «sconosciute e fraterne» che provano da lontano — «goffamente » — a offrire la loro solidarietà, ma dimostrano anche l’insufficienza, «l’impotenza di ogni uomo nel condividere davvero una sofferenza che non può vedere ». Non c’è altra risorsa — pensa il medico, pensa Camus — che amare e morire insieme. La macchina dell’ostinazione mette in moto anche i rassegnati e i vigliacchi, li convince, li rende migliori delle loro parole.
La macchina dell’ostinazione lavora di più nelle città appestate, ma non è mai inerte, nemmeno nel cuore di quelle che paiono sane. Avanza in senso contrario al disincanto, fende e talvolta dissolve la sua nebbiolina insopportabile, contraddice il cinismo ironico di chi tiene le braccia conserte, l’aria spavalda di quelli che la sanno lunga. Guadagna metri onestamente («Farà magari ridere, come idea, ma il solo modo di lottare contro la peste è l’onestà»), e se il buio della tragedia è più fitto, anche ciecamente — l’ostinazione cieca che nell’angoscia rimpiazza perfino l’amore. Ma non si arrende, fa quello che può: le sue vittorie sono provvisorie, sì, saranno sempre e solo provvisorie. Ma nell’«interminabile sconfitta» di ogni peste non trova mai un motivo buono per smettere di lottare. Non contempla l’orizzonte del «voi», ma solo quello del «noi». Non fugge dall’inaccettabile. Resta nell’inaccettabile, ci salta dentro, lo traduce nello spazio che sempre ci è offerto per fare una scelta.
Dal nuovo libro di Paolo Di Paolo, Vite che sono la tua. Il bello dei romanzi in 27 storie (Laterza)

Giorgio Gaber, La peste, 1974

William Turner, La quinta piaga d’Egitto, 1800, Olio su tela, Museum of Art, Indianapolis

Lascia un commento

Archiviato in Temi letterari