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La misura della libertà

Erik Bulatov, «Libertà». Collezione Olivier et Bertrand Lorquin. Foto: Jean-Alex Brunelle, © Adagp, Paris 2009

Perché gli studiosi del nostro cervello finiscono per dar ragione a Machiavelli
Giulio Giorello, “Corriere della Sera”, 14 settembre 2015

«Sempre libera, degg’io / folleggiar di gioia in gioia / vo’ che scorra il viver mio / pei sentieri del piacer», canta Violetta nella Traviata di Giuseppe Verdi. In realtà, sembrano essere le convenzioni sociali a imporle quel ruolo. Se la sorte glielo concede, può sì percorrere quei sentieri; ma davvero «deve»? I curatori della mostra «Gradi di libertà» che si apre al MAMbo di Bologna (per la parte scientifica Giovanni Carrada con la consulenza di Gilberto Corbellini; per la parte artistica Cristiana Perrella) parafrasano Sartre: l’artista (e non diversamente lo scienziato) «è condannato a essere libero».
Sono oggi i neuroscienziati a ricostruire in che modo una macchina elettrochimica come il cervello possa ancora venir definita «libera». Al contrario di uno degli attuali computer, un cervello può dare più di una risposta alla stessa domanda. In tutti gli animali sufficientemente sviluppati il sistema nervoso risponde a questa o quella sfida ambientale scegliendo tra più alternative possibili. Posti di fronte a una situazione poniamo di pericolo, gli organismi più semplici hanno poche alternative, rigidamente determinate dalla struttura dei propri circuiti nervosi. Una formica, se si imbatte in una briciola, la porta al formicaio; invece, già un orso, se scova una preda, può «decidere» di mangiarsela subito o metterla tra le provviste.
A decidere quante e quali possano essere le risposte sono sia l’eredità genetica sia la storia del singolo. Più complesso è il cervello di un animale, più flessibili sono le sue risposte. Come ama dire Edoardo Boncinelli: l’orso è più libero di una formica e Homo sapiens è più libero di un orso. È questione appunto di gradi di libertà, prendendo a prestito una nozione della meccanica razionale: sono i parametri che consentono di misurare lo spazio delle possibilità aperte al comportamento di un sistema. In particolare, il cervello umano non solo mostra una grande variabilità delle risposte, ma riesce anche a porre nuovi e audaci problemi. «Il respiro della libertà cerebrale», per usare la bella espressione di Perrella, si è spinto, per esempio, a domandarsi come spedire un astronauta in orbita o come spiegare il cervello stesso. Aveva ragione Machiavelli: è stolto affidare al corso degli astri la nostra responsabilità. Gli avrebbe fatto eco Shakespeare: «La colpa, caro Bruto, non è nella nostra stella ma in noi stessi che ci lasciamo sottomettere». Con la fine della libertà come concessione di una qualche autorità superiore, veniva aperta la strada a una libertà pratica ove contano soprattutto il diritto e il dovere di difenderla. Come scriveva qualche decennio fa Ludovico Geymonat, «non si dà libertà senza libertà di cambiare»: come illustrano le diverse sezioni di questa mostra, cambiare idea nella scienza o stile nelle arti o magari… cambiare i propri governanti.
Nel «Sanpietrino» che Giacomo Marramao (direttore della collana presso Bollati Boringhieri) mi ha chiesto di scrivere sui volti della libertà, ho scelto di considerarla non come un valore in sé ma come uno strumento. Per che cosa? Per avere ancor più libertà! Conosco l’obiezione: è il circolo vizioso in cui cade qualsiasi libertario che ritaglia questo modello sulla propria esperienza privilegiata di intellettuale. Ma il problema è un altro: che i tanto discussi e vituperati intellettuali – artisti o scienziati che siano – svolgano davvero il loro ruolo, implacabili nella critica ed eccentrici nel dar vita a nuove forme. E che le istituzioni siano disegnate in modo da consentire a chiunque di esercitare un ruolo del genere. Lo stesso titolo della sezione di Nasan Tur, «La libertà è condizione per la libertà», mostra che quel circolo è semmai virtuoso, visto che i suoi Backpacks (alla lettera zainetti) contengono istruzioni per lo svolgimento di azioni di contestazione e dissenso, messi liberamente a disposizione del pubblico.
La mostra si conclude coi ritratti che l’artista Pietro Ruffo dedica ai «traditori della libertà», quei pensatori che hanno concepito scenari autoritaristici e illiberali. Karl Popper vedeva nel Platone della sua dispotica Repubblica il nemico per eccellenza della società libera, e in Hegel e in Marx i profeti dell’illusione totalitaria. Aggiungerei qualche altro nome (per esempio, quello di Heidegger). Per contrasto, come voleva un artista come Courbet per il suo epitaffio, «si dica di me: Non ha fatto parte di alcuna scuola, di alcuna chiesa, di alcuna accademia: l’unica cosa a cui è appartenuto è la libertà».

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Mourir de rire

“In fine il semplice rider alto vi dà una decisa superiorità sopra tutti gli astanti o circostanti, senza eccezione. Terribile ed awful è la potenza del riso: chi ha il coraggio di ridere, è padrone degli altri, come chi ha il coraggio di morire”.  G. Leopardi, Zibaldone, 4391

Armando Torno, La satira, le religioni e il lato sacro del profano. Perché in principio era il ridere, il ridere era presso Dio, “Il Sole 24 ore”,  8 gennaio 2015

È possibile ancora ridere trattando temi religiosi? Dopo l’attentato di ieri a Parigi, al settimanale satirico Charlie Hebdo con morti e feriti come in un’azione di guerra, la risposta diventa difficile. O meglio, è ritornato il tempo delle incomprensioni e quanto è lecito per taluni diventa un crimine per altri. La violenza, che mai è stata cacciata dalla storia, gioca la sua parte ancora una volta. Eppure nella Bibbia non è vietato il sorriso, anzi sovente è incoraggiato. Come possiamo immaginare gli innamorati del Cantico dei Cantici, che si inseguono in tutto il piccolo libricino del Primo Testamento, senza pensare ai loro risolini?
Gesù è descritto sovente dai Vangeli in ambiti conviviali: nessuno potrà sostenere che vi partecipasse tenendo il broncio, anche se la questione del “riso di Cristo” è stata argomento di dibattito dei teologi medievali. Lo stesso profeta dell’Islam, Muhammad, o Maometto come si usa dire a causa di una tradizione medievale, manifesta nella letteratura islamica un senso dell’umorismo. Basterà ricordare un passo da Vite e Detti di Maometto (Meridiani Mondadori 2014) per rendersene conto: «Una vecchietta si avvicina a Muhammad e gli chiede se mai troverà posto in Paradiso: “No”, risponde il Profeta con tono aspro, “nel Cielo di Allah non entrano le vecchie”. La donna resta raggelata dalla risposta, ma Muhammad sorride, le porge una rosa e sussurra: ”Quando sarai in Paradiso, tornerai a essere la fanciulla bella e sana che fosti ”».
Poter sorridere di talune questioni religiose non significa irriderle o farsene beffa: è semplicemente concedersi uno spazio di libertà per esercitare una delle facoltà donate all’uomo dal Creatore. Henri Bergson, che ben aveva studiato l’argomento in un libro edito nel 1901 e tuttora fondamentale, Il riso. Saggio sul significato del comico, stabilì che la differenza tra l’uomo e la bestia risiede nella capacità di ridere. Intuizione che porterà taluni esponenti della psicologia delle folle, come Gustave Le Bon, a credere che si diventa criminali quando si smarrisce il senso dell’umorismo. La qual cosa è successa all’Inquisizione o alle dittature, allorché giunsero al punto di non riuscire più a sopportare anche lievi forme di ironia. D’altra parte, ne Il nome della rosa di Umberto Eco il venerabile Jorge è disposto a uccidere pur di non far conoscere il secondo libro della Poetica di Aristotele che tratta del comico, convinto nella sua intransigenza che il riso può distruggere il dogma. I morti e i feriti del Charlie Hebdo ricordano che le lancette dell’orologio della ragione umana sono tornate indietro di alcuni secoli.
Sovente si ride di talune interpretazioni di altri uomini e non certo di Dio: i fondamentalismi, quasi sempre, dimenticano di distinguere i due aspetti. Ci confidava Gianantonio Borgonovo, esegeta biblico e arciprete del Duomo di Milano: «Una religione che pensa di agire in nome di Dio è falsa per sua natura, perché è Dio che muove all’azione l’uomo. Un Dio che uccide l’altro non può essere il vero Dio ma è una creazione della nostra mente. Dio fa vivere, non vuole la morte dell’altro». Prova ne è che l’episodio di Isacco (in ebraico codesto nome significa “Dio sorrida” o “Dio sorride”), nel capitolo 22 della Genesi: il Signore mette alla prova Abramo chiedendogli di sacrificare suo figlio ma poi un angelo lo ferma. Dio non vuole la morte del giovane ma desidera che egli continui a vivere; insomma, il primo libro della Bibbia evidenzia che non ci sono giustificazioni per uccidere in nome dell’Altissimo. E Paolo nella Lettera ai Filippesi scrive quasi a conclusione dell’argomento in questione: «Rallegratevi nel Signore, sempre; ve lo ripeto ancora, rallegratevi» (4,4).
Tra l’altro, la critica occidentale alle istituzioni religiose o a talune condotte dei loro rappresentanti, da almeno tre secoli a questa parte, si è coniugata attraverso ogni mezzo di comunicazione con il liberalismo e la democrazia. Le osservazioni potevano essere o no condivise, ma si è almeno imparato che esse non si risolvono con la violenza. La Chiesa è più credibile (e ha maggior forza morale) da quando l’Inquisizione ha smesso di accendere roghi. Si potrà non condividere l’attacco che Voltaire fa al Corano nel Dizionario filosofico, ma se ne bruciassimo le copie faremmo un favore al celebre illuminista. E così va detto delle dure parole scritte da Arthur Schopenhauer ne Il mondo come volontà e rappresentazione sul medesimo argomento. L’Islam fu criticato da personaggi quali George Bernard Shaw o Rabindranath Tagore, da politici come Theodore Roosevelt o Winston Churchill o dal padre della patria turco Mustafa Kemal Atatürk (tra l’altro, depenalizzò le bevande alcoliche), da pensatori notissimi quali Bertrand Russell o Carl Gustav Jung. La miglior risposta che ad essi è possibile dare passa dalle argomentazioni, non certo ricorrendo a censure e violenza.

 

Marco Belpoliti, Pensiero critico per andare contro gli estremismi, “La Stampa”, 9 gennaio 2015

Alla fine degli Anni Ottanta Salman Rushdie, scrittore angloindiano, riceve la fatwa, una condanna a morte, per via del suo romanzo «I versi satanici». La decreta Khomeini, leader religioso iraniano, per il trattamento irriguardoso nel romanzo riservato a suo dire al profeta Maometto. Rushdie, che nel libro ha fornito del capo spirituale e politico dell’Iran un ritratto ben poco lusinghiero, è costretto a nascondersi per due decenni protetto dai servizi segreti britannici. Quasi ventisei anni dopo un altro scrittore, il francese Michel Houellebecq, pubblica alla vigilia del sanguinoso massacro di Rue Nicolas Appert, un romanzo, «Sottomissione» (Bompiani), in cui descrive uno scenario completamente opposto. Non ci sono più due attori indiani che precipitano dal cielo, dopo un attentato terroristico all’aereo su cui volavano, bensì un raffinato intellettuale parigino che discetta di simbolismo e autori cattolici, e si dedica al sesso. Decide di convertirsi, ovvero di arrendersi all’Islam trionfante. Nella distopia architettata da Houellebecq la Francia è ora dominata dal partito della Fratellanza islamica, che ha vinto le elezioni, e il suo leader, Mohammed Ben Abbes, ha avuto i voti degli avversari del Front National ed ha istituito una repubblica islamica. Nella provocazione, intelligente e letterariamente accattivante dello scrittore francese, tutto si è rovesciato. Come si sa il suo romanzo ha anticipato di un giorno o poco più la vicenda dell’assalto al giornale satirico. Si tratta di qualcosa che con Jung si può chiamare «sincronicità»; qui la coincidenza tra l’immaginazione dell’arte e i fatti della vita. Il romanzo, pur non parlando di attentati a giornalisti e disegnatori, ha indicato uno dei temi che si celano dentro le ultime vicende che stanno insanguinando il Pianeta: l’eccesso. Da qualche tempo il fanatismo ha fatto ritorno sulla scena. Fanatico è uno che è ispirato, che è posseduto da una divinità o da un demone, che è colto da entusiasmi e compie atti eccessivi, fuori luogo. L’eccesso domina oggi molti campi. Uno psicoanalista inglese di grande talento, Adam Philipps, ha tenuto qualche anno fa alla Bbc cinque conversazioni sul tema dell’eccesso, in cui ha spiegato come abbracci diverse esperienze umane, dall’anoressia ai kamikaze, dal giocatore compulsivo al bambino che reclama attenzioni. Segna soprattutto i principali conflitti politici e religiosi oggi in atto, ed anche eccessive sono le sproporzioni economiche tra singoli individui, classi sociali e nazioni; ma anche sesso e violenza ne mostrano sempre nuove facce. Discorso difficile quello sull’eccesso, che Houellebecq condensa nel suo romanzo, perché, come dice Philipps, «niente è più eccessivo dei discorsi sull’eccesso». Quello che colpisce nella coincidenza di romanzo e attentato è questa comune radice, che in un caso, nello scrittore, assume le forme della distopia politico-sociale, e nell’assalto dei terroristi quella della ben più terribile e reale della strage di vite umane. L’eccesso è la libertà di uscire, dice Phillips. Da cosa? Dalle regole, prima di tutto, dalle giuste misure stabilite attraverso patti più o meno scritti in ogni società. L’eccesso è contagioso e permette di essere eccessivi a propria volta. Ogni eccesso rivela i desideri e le convinzioni che vi si occultano in modo più o meno palese. Il protagonista del romanzo di Houellebecq rinuncia a ciò che è il valore per eccellenza della cultura dei Lumi, la libertà, per sottomettersi – questo il significato della parola Islam – a un regime religioso in forte contrasto con il suo passato d’intellettuale. Compie un eccesso, così come eccessivo è in fondo tutto il suo estetismo e la sua sessualità di maschio occidentale dedito al godimento. Pasolini ha ben descritto nel suo nerissimo «Salò Sade» l’arbitrio che si cela nella libertà. Nell’eccesso della nuova fede cui si converte, il protagonista trova ragioni per suo sadomasochismo. Cosa ha in comune questo personaggio di carta con i giovani che armati di mitragliatori hanno fatto strage nella sede di Charlie Hebdo? Nulla, se non l’eccesso che connota oggi la realtà contemporanea e ne fa senza dubbio un’età dell’estremismo. La convinzione di Hoellebecq è che l’Occidente sia perso, che non abbia più futuro e la depressione sia il nostro unico destino. Allora perché resistere? Perché tutto ciò non risolve il problema dell’eccesso, quello degli altri, come il nostro. «Ogni nostro eccesso è il segno di una privazione ignota», conclude Philipps. Davanti all’attacco assassino alla rivista satirica francese non è tanto la bandiera della libertà che bisogna issare, bensì il vessillo del nostro pensiero critico, che non deve indietreggiare nell’indagare anche quanto di oscuro c’è in noi. Solo così l’eccesso non l’avrà vinta.

A. Melloni, I filosofi del dialogo, “Corriere della Sera”, 8 gennaio 2015

La cultura europea è profondamente segnata dagli orrori di cui si è resa responsabile: si è abbandonata alla violenza religiosa, all’interno e fra le Chiese; ha inventato una macchina di sfruttamento bestiale basata sullo schiavismo e sul colonialismo; ha costruito l’inferno totalitario e il genocidio come soluzione «finale», che non ha avuto pietà di nessuno. Ma quella stessa cultura ha sviluppato idee che costituiscono un anticorpo agli orrori. Non un antidoto, giacché quel veleno — lo dimostra l’islamofobia contro la quale i berlinesi in questi giorni si sono schierati come un muro, davanti alla porta di Brandeburgo oscurata per marcare il lutto della ragione — può sempre tornare: ma un anticorpo che combatte l’orrore, fatto di concezione dei diritti, di aspirazioni democratiche, di una visione pluralistica dell’uomo e della società, di una teologia.
Quell’anticorpo di cui sono privi coloro che, ingannando se stessi, si credono titolati a uccidere in nome di un Dio di cui bestemmiano il nome di Clemente e Misericordioso; coloro che fanno coraggio alla propria codardia con quel grido «Dio è grande», che è il grido dei redenti e non degli assassini di inermi.
Di questi assassini se ne sono visti in giro parecchi, in Europa: quelli che sparavano in testa ai bambini ebrei di Tolosa, che mitragliavano i visitatori del museo ebraico di Bruxelles e che ieri sono andati a sparare alla cosa più ebraica che ci sia — il gusto dissacrante dell’ironia.
Può darsi che questi macellai abbiano studiato in un’Europa che insegna poco e male le due radici della propria convivenza. Le misure antiterrorismo possono difendere, finché riescono, capi di Stato, autorità religiose, obiettivi «sensibili». Ma l’unica cosa che può proteggere una società è la confluenza di due movimenti.
Uno viene dalla teologia medievale. Nel 1141-1142, Pietro Abelardo scrive il suo ultimo Dialogo tra un filosofo, un giudeo e un cristiano, nel quale l’arbitro è un filosofo, secondo alcuni lettori portatore di un aristotelismo islamico: e davanti all’ebreo che vanta il dono della legge e la pazienza del popolo scelto da Dio, davanti al cristiano che vanta la capacità della morale cristiana di portare l’uomo ai limiti della sua perfettibilità, deduce che — in sostanza — è «una cosa buona, quella che porta vantaggio a uno, senza andare necessariamente contro l’utile o la dignità di un altro» e, viceversa, si deve chiamare male quello che si oppone necessariamente al vantaggio o al decoro di un altro».
L’altra radice viene dalla filosofia illuminista. Gotthold Ephraim Lessing scrive il dramma Nathan il saggio nel 1779.
Il protagonista racconta al Saladino la famosa parabola dei tre anelli, già nota al Boccaccio: il padre, che non vuole «sopportare la tirannia di un solo anello in casa sua», consegna ai tre figli tre anelli identici, pegno del suo amore e promessa di virtù in chi li porta.
Davanti a quest’idea — l’idea cioè che sia identica la verità di ciascuno dei tre grandi monoteismi abramitici — il Saladino reagisce, osservando che le differenze fra le manifestazioni di fede sono vistose. Ma, come spiega Nathan: posso io credere ai miei padri meno che tu ai tuoi? O viceversa? Posso forse pretendere che tu, per non contraddire i miei padri, accusi i tuoi di menzogna? O viceversa?
Parole, si dirà: irrilevanti per chi oggi dà la caccia agli stragisti di Parigi o per chi deve pensare rapidissimamente e con una qualche esperienza a come liquidare le decine di giovani che, espatriati per essere formati come tagliagole, sono pronti a tornare avendo perso anima, fede e cervello.
Ma se non ci si appella a queste parole, se non si torna a pensare che la cultura è questa, perderemo il nostro anticorpo civile: diventeremo senza accorgercene i teorici di una discriminazione religiosa che ci perderà, i pantofolai sostenitori di una crociata di cui pagheranno altri il prezzo.
E prima o poi anche nelle nostre orecchie, come in quelle di una quota piccola ma sanguinaria di musulmani, tornerà a farsi sentire il diabolico sussurro che dice «Dio lo vuole», e con la sua seduzione ruba le anime alla redenzione, perverte la fede di un Abramo sempre più sconsolato nel vedere i suoi nipoti ridotti così, a manovalanza della morte, a fattorini della paura.

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