Archivi tag: Goethe

Alexander von Humboldt, il genio che inventò l’arte del viaggio

Immagine correlata

Friedrich Georg Weitsch, Ritratto di Alexander von Humboldt, c. 1806

Secondo antiche cronache c’è un canale tra le correnti dell’Orinoco e il Rio delle Amazzoni. I geografi europei lo hanno sempre considerato una leggenda. La scuola di pensiero dominante sostiene che solo le montagne possano fungere da separatori di acque e che nessun sistema fluviale nell’interno possa essere collegato.
Strano, non ci avevo mai riflettuto, disse Bonpland.
È un errore, disse Humboldt. Avrebbe trovato il canale e risolto il mistero.
Ah, disse Bonpland. Un canale.
Humboldt ribatté che non gli piaceva il suo atteggiamento. Si lamentava sempre, gli faceva continue obiezioni. Pretendeva troppo se chiedeva un po’ di entusiasmo?
Bonpland domandò che cosa fosse successo.
A breve sarebbe arrivata un’eclissi solare! Avrebbero potuto determinare l’esatta posizione astronomica della città costiera in cui si trovavano. Poi avrebbero potuto tracciare una rete di rilievi fino alla fine del canale.
Ma era nel profondo della foresta vergine!
Parole grosse, disse Humboldt. Non si sarebbero fatti intimorire. La foresta vergine è pur sempre una foresta. La natura parla ovunque la stessa lingua.

da D. Kehlmann, La misura del mondo, Feltrinelli 2006

Narratore brillante, inaugurò un genere letterario legato al partire: anche Bruce Chatwin gli deve tanto

Marco Belpoliti, “Repubblica”, 12 novembre 2018

Fu esploratore, geografo, botanico, celebrità nei salotti di primo Ottocento, amico di Goethe e ispiratore di Darwin. Ma soprattutto fu un grande scrittore. Come dimostra il suo capolavoro, che ora finalmente torna in libreria
Per i suoi contemporanei era l’uomo più famoso al mondo dopo Napoleone. Nel centenario della sua nascita nel 1869, dieci anni dopo la morte, fu festeggiato in tutto il mondo: Europa, Africa, Australia. In molte città la gente si radunò per ascoltare discorsi su di lui pronunciati dai dotti. A Mosca si svolsero feste in suo onore. Le commemorazioni più importanti si tennero in America: San Francisco, Philadelphia, Chicago.
Oggi Alexander von Humboldt è quasi dimenticato. Gli studenti di scienze, biologia e geologia, salvo rare eccezioni, non conoscono che il suo nome, ben pochi hanno letto i suoi scritti, un monumentale lavoro che consta di decine e decine di opere in molteplici volumi. Eppure il secondogenito del maggior barone Alexander Georg von Humboldt, ufficiale e cortigiano di Federico II di Prussia, e di una ricca borghese ugonotta, Marie Colomba, fratello di un importante linguista, Wilhelm, ambasciatore a Roma e poi ministro, ha dato il suo nome a parchi, contee, fiumi, laghi, ghiacciai, baie, promontori, correnti marine, catene montuose, oltre che a trecento piante e cento animali, e persino a un mare lunare.
Nessuno studioso ha fatto più di lui nell’esplorazione del Pianeta che abitiamo intuendo per primo che la Terra è un unico grande organismo vivente e interconnesso, anticipando le scienze del XX secolo, dall’ambientalismo all’ecologia, che senza Humboldt non ci sarebbero.
Genio multiforme, fu non solo uno straordinario scrittore, come dimostrano i suoi tanti volumi, ma anche un affascinante conversatore.
Ottilia ne Le affinità elettive scrive nel suo diario: «Come mi piacerebbe sentir raccontare Humboldt, anche una sola volta!». Di Goethe il giovane geologo e naturalista fu amico, e il poeta asseriva che parlare con lui nel corso di una passeggiata equivaleva a studiare libri per una settimana. Non c’è solo Goethe. Darwin nel corso del viaggio intorno al mondo sulla Beagle teneva nella mensola vicino alla sua amaca i sette volumi della Personal Narrative of Travels di Humboldt, e poco prima di morire riprese in mano un suo volume e l’annotò.
Quello che colpì i suoi contemporanei fu prima di tutto la sua capacità di attraversare i mari e i fiumi, di approdare in terre semisconosciute portando in Europa erbari e fogli di viaggio, mappe, rilievi, misure di fiumi, montagne, pianure, e descrivendo popolazioni. In Cent’anni di solitudine Aureliano Buendía afferra nell’incomprensibile delirio di Melquíades il nome di Humboldt, insieme alla parola equinozio pronunciata innumerevoli volte.
Il nobile prussiano, che pur coltivando ideali illuministi, per gran parte della sua vita mangiò al tavolo del suo sovrano e abitò nel suo palazzo, è anche il protagonista di un bel libro di Daniel Kehlmann, La misura del mondo (Feltrinelli). E adesso arriva finalmente una nuova, sontuosa ristampa, per Codice, di uno dei suoi libri più noti, Quadri della natura, che s’avvale della introduzione di Franco Farinelli, Telmo Pievani e Elena Canadelli.
Alexander von Humboldt è un magnifico scrittore. Dal 1799 al 1804, usando le risorse lasciate in eredità dalla madre, attraversa il bacino dell’Orinoco, tra Venezuela e Colombia, va a Cuba, entra negli Stati Uniti, e al ritorno redige un’opera composta di trenta volumi e due atlanti, uno geografico e l’altro pittoresco; era il più esteso resoconto di viaggio mai scritto sino ad allora, di cui la prima edizione di Quadri della natura, pubblicata nel 1808, ne è il compendio. Rimaneggiato e ampliato in due successive edizioni, il libro diventò un bestseller dell’epoca, tradotto in undici diverse lingue. Si può dire, come asserisce Andrea Wulf nel suo L’invenzione della natura (Luiss University Press), che Humboldt inaugura un genere nuovo: il libro di viaggio, in cui confluiscono le descrizioni dei luoghi, delle piante, dei minerali, delle popolazioni. Scrittore immaginifico, il nobile prussiano riesce ad appassionare i propri lettori facendogli compiere viaggi da fermi grazie a una prosa letteraria lirica e sublime insieme, così che si può ben asserire che è il padre di tutti i viaggiatori successivi, compreso il supersnob Bruce Chatwin. Wulf sostiene che Quadri mostra come la natura possa avere un’influenza sull’immaginazione delle persone, oltre che a entrare in contatto in modo misterioso con i nostri sentimenti intimi.
Tutto questo è sicuramente parte del Romanticismo. Ma se i poeti già pensavano e scrivevano con questo stato d’animo, questo, gli scienziati ancora no.
Humboldt è stato anche un comparativista straordinario esercitando il pensiero della visione, paragonando paesaggi lontani e diversi, ipotizzando movimenti geologici cui Darwin, geologo lui stesso, darà poi forma in una teoria.
L’arte della descrizione è quella in cui questo scapolo, dedito alle amicizie prettamente maschili, eccelle.
La sua è stata una splendida arte della fuga, com’è per ogni vero viaggiatore.
Viaggiava e scriveva per cercare una realtà che lo coinvolgesse ed emozionasse, che suscitasse pensieri che superassero l’angusta epoca in cui gli era toccato vivere dopo la colossale spallata rivoluzionaria e il nefasto ritorno all’antico regime.
Ritornato a Berlino dopo i suoi viaggi, viveva a corte, seduto al desco del despota prussiano.
Gli ultimi anni furono davvero avvilenti per lui. Inascoltato e deriso, s’era trasformato nella maschera di sé stesso. Lui che aveva scalato il Vesuvio in compagnia del giovane Simón Bolívar, futuro liberatore dell’America del Sud, che aveva conversato con Thomas Jefferson e Goethe, finì i suoi anni ben poco considerato e in stato d’indigenza. Eppure tra gli uomini eccellenti nati su questo Pianeta, da lui misurato con paziente furore, resta ancora oggi uno dei più straordinari.

I contemporanei di Humboldt. Fonte: https://journals.openedition.org/cybergeo/25478

 

Lascia un commento

Archiviato in Attualità culturale, Storia

W. Goethe, Faust: “Werd ich zum Augenblicke sagen: -Verweile doch! Du bist so schön!”

Karl Michel, Poster for Faust, 1926

Faust I – scene I-IV
Notte
Una piccola stanza gotica, con un’alta volta. Faust, inquieto, sulla sua poltrona, davanti al leggio
FAUST Ahimè, ho studiato, a fondo e con ardente zelo, filosofia e giurisprudenza e medicina e, purtroppo, anche teologia. Eccomi qua, povero pazzo, e ne so quanto prima! Vengo chiamato Maestro, anzi dottore e già da dieci anni meno per il naso in su ed in giù, in qua ed in là, i miei scolari. E scopro che non possiamo sapere nulla! Ciò mi brucia quasi il cuore. Ne so, è vero, un po’ più di tutti quelli sciocchi, dottori, maestri, scribi e preti; non mi tormentano né scrupoli, né dubbi, né ho paura del diavolo o dell’inferno. Però mi è stata tolta in cambio di ciò ogni gioia; non mi metto in capo di sapere qualcosa di buono, non m’illudo di poter insegnare qualcosa, di saper rendere migliori o convertire gli uomini.
Oltre a ciò non ho né beni, né danari, né onori, né le glorie del mondo. Nemmeno un cane potrebbe continuare a vivere così. Mi sono dato pertanto alla magia, se mai il potere o la parola dello Spirito mi rivelassero qualche segreto. Per non dover dire, dopo così amare, sudate fatiche, quello che non so, per poter scoprire ciò che, nel profondo, tiene insieme l’universo e contemplare ogni attiva energia ed ogni primitiva sostanza e smetterla di rovistare nelle parole.
O potessi tu, o piena luna, contemplare per l’ultima volta il mio dolore, tu che io ho atteso, sovente, sino a mezzanotte, vegliando al mio leggio. Poi su libri e carte, o mesta amica, mi apparisti. Oh!, potessi aggirarmi su cime di monti, andar errando nella tua cara luce, aleggiare cogli spiriti intorno a caverne montane, vagare sui prati al tuo crepuscolo, e risanarmi nel bagno della tua rugiada!
Ahimè! ancora chiuso in questo carcere? Un maledetto buco muffito, dove persino l’amabile luce del cielo s’intorbida, attraverso i vetri variopinti. Un buco rimpicciolito da questo mucchio di libri che i tarli forano e la polvere ricopre, rivestito di carta, nera per il fumo, fin sull’alta volta, con sparsi, tutto intorno, vasi ed ampolle, zeppo di strumenti ed ingombro delle avite masserizie – questo è il tuo mondo, e questo si chiama un mondo! […]

Commento e introduzione alla scena del patto tra Faust e Mefistofele: CLICCA QUI. Ascolta la lettura del testo.

Lo streben faustiano:

Fa’ che ardenti passioni mi plachino negli abissi della sensualità! Negli impenetrabili veli della magia sia pronto, e subito, ogni prodigio! Precipitiamoci nel turbinio del tempo, nel rotolare degli eventi! Possano allora avvicendarsi dolore e godimento, felice riuscita e insuccessi – così come capita. L’uomo si afferma solamente se non posa mai [Studio 7, 10-12].

Mi consacro al tumulto, al doloroso godimento, all’odio pieno d’amore, alla noia che pur conforta. Il mio cuore, guarito dalla febbre del sapere, non dovrà, per l’innanzi , chiudersi a nessun dolore. Voglio godere, nel mio intimo io, ciò che la sorte ha concesso a tutta l’umanità; afferrare, col mio spirito, le cose più alte, le cose più profonde, addensare entro il mio petto il bene ed il male dell’umanità, dilatare il mio proprio sé entro quello di lei [Studio 7, 16-20].

Il sole si sposta e cala; il giorno è finito e quello si affretta altrove e ridesta nuova vita. O perché non mi solleva da terra un’ala per tendere sempre più verso di lui! Vedrei, ai miei piedi, nei raggi di un tramonto eterno, tutte le alture infocate, tranquilla ogni valle ed il torrente d’argento scorrere entro onde dorate. E le montagne selvagge, con tutti i loro abissi, non frenerebbero la mia corsa, simile a quella degli dei, e già il mare con le sue baie intiepidite, si apre innanzi allo sguardo attonito. Alfine sembra che il dio sole stia per calare lontano, mi affretto per bere della sua eterna luce, davanti a me il giorno, dietro a me la notte, il cielo sopra di me e sotto di me le onde. Un bel sogno, mentre il sole scompare. Ahi alle ali dello spirito non si accompagnano facilmente le ali del corpo. Tuttavia è innato in ognuno un sentimento che lo spinge in avanti ed in alto [Fuori della porta della città; 4, 5-13].

Non leggo più; vorrei aprire un libro
e trovarvi esibita tutta la scienza…
Almeno poter credere che, se leggessi,
se per lunghe ore leggessi e leggessi,
mi resterebbe alla fine qualcosa
dell’essenziale del mondo, che salirei
per lo meno più vicino
al Mistero… E, anche senza raggiungerlo,
almeno lo avrei sfiorato…
Come un bambino che simula di salire
i gradini che ha dipinto per terra…
Fernando Pessoa, Faust [1908-1935], Einaudi, 1991

PER APPROFONDIRE: 

Luca Zenobi, Il mito di Faust dalla tradizione orale al post-pop, Carocci 2013  (dall’introduzione,  estratto pubblicato in “Le parole e le cose”, 24 aprile 2013)

“Goethe reinventa l’alleanza con il demonio non più nei termini di un patto, bensì in quelli di una scommessa. Una doppia scommessa, prima fra Dio e Mefistofele e poi fra quest’ultimo e Faust: non siamo più di fronte all’oscuro, medievale atto di sottomissione alle potenze del male in cambio dell’acquisizione di poteri magici in grado di procurare piaceri e ricchezze di ogni sorta. Ci troviamo invece alle prese con una sfida, la più radicale che l’uomo moderno possa concepire e che si realizza in un vero e proprio rovesciamento della leggenda popolare. […] È Faust che propone a Mefistofele la scommessa – «E che vuoi darmi, povero diavolo?» (v. 1675) –, è l’uomo moderno che sfida le potenze demoniche a trovare il modo di cristallizzare in una forma stabile le dinamiche di una realtà sempre più sfuggente e a costruire una rinnovata pienezza armonica che sappia colmare quel vuoto esistenziale generato dalla perdita di unità originaria tra l’individuo e la natura. Inoltre, fattore di differenza decisivo rispetto alla tradizione, non si tratta più di un patto “a tempo”. Faust è disposto a morire anche subito e ad appartenere per l’eternità al diavolo se questo sarà in grado di persuaderlo a dire all’attimo: «Ma rimani! Tu sei cosi bello!» (v. 1700), se Mefistofele sarà capace di ingannarlo attraverso il piacere, inducendolo anche solo per un brevissimo momento a interrompere la sua incessante rincorsa verso una dimensione assoluta e inattingibile. Vengono evidentemente alla luce i caratteri di una speculazione filosofica, di una riflessione antropologica che assume una particolare pregnanza nella cultura tedesca, ma al contempo è il mito stesso di Faust che permea in maniera decisiva questo tipo di riflessione; il movimento è senz’altro bidirezionale, se si tiene conto di come la figura del dottor Faust sia diventata il paradigma di una vera e propria norma di vita, tanto che si può parlare di faustismo o persino di faustismi che attraversano periodi diversi della storia tedesca e dell’umanità. […]

Fino ai tempi più recenti, in cui per analizzare l’influsso delle nuove tecnologie, e in particolare della televisione, sullo sviluppo della società, il sociologo Neil Postman fa riferimento proprio a un patto faustiano, alludendo alla doppia valenza – creatrice e distruttiva – insita nella hybris che istiga a stipulare l’accordo con le potenze infere e al suo carattere che sempre induce a contrapposizioni polari:

Dopotutto, chiunque abbia studiato la storia della tecnologia, sa che la rivoluzione tecnologica è sempre un patto faustiano: la tecnologia dà e la tecnologia prende, e non sempre nella stessa misura. Una nuova tecnologia talvolta crea più di quanto distrugga. Talvolta distrugge più di quanto crei. Ma non è mai unidirezionale. […] la rivoluzione tecnologica, in altre parole, determina sempre vincitori e vinti (Postman, 1990).

Il romanzo di Thomas Mann, che in epoca moderna recupera e rielabora l’originaria leggenda faustiana nella rappresentazione di un artista geniale e della sua crisi, pare davvero chiudere un ciclo o quanto meno un rapporto di intima e profonda interazione tra il mito di Faust e la Germania. Con l’avvento del post-moderno, di una «società liquida» (Bauman, 2012a, 2012b, 2012c), la leggenda del patto/scommessa con le forze infere potrebbe aver perso la forza simbolica e il valore archetipico che ogni mito possiede.”

A. Sokurov, Faust, 2011: official trailer

UN MITO ETERNO VENDERE L’ANIMA AL DIAVOLO PER GODERE OGNI ATTIMO. L’ ATTIVISMO SMANIOSO E UN’ANGOSCIA AUTODISTRUTTIVA SEMBRANO PARTE COSTITUTIVA DELLE PERSONALITÀ MODERNE: IL FILM DEL RUSSO SOKUROV CHE GIUNGE MERCOLEDÌ IN ITALIA PROPONE L’ENNESIMA INCARNAZIONE DELL’EROE CELEBRATO DA GOETHE E PONE NUOVI INTERROGATIVI

Faust. Dietro la sua maschera il male oscuro di oggi

Una tensione che impedisce di sostare, di vivere, di essere, che costringe a gettarsi sempre nel futuro distruggendo il presente. Non c’ è quasi scena in cui l’ umanità non faccia una pessima figura: violenta, avida, volgare, sporca, stupida, da fine della Storia

Claudio Magris – Paolo Mereghetti, “Corriere della Sera”, 23 ottobre 2011

C hi è Faust, oggi, per noi? La sua «insoddisfazione devastante», il suo «attivismo smanioso e autodistruttivo», la sua «angoscia nevrotica tipicamente moderna» possono servire ancora come chiave interpretativa del presente? È lui il vero portatore attuale del «male oscuro»? La domanda è d’obbligo dopo che il Faust di Sokurov, premiato con il Leone d’ oro a Venezia, dove ha sbaragliato concorrenti del calibro di Polanski, Cronenberg o Solondz, arriva questa settimana sugli schermi italiani. Sceneggiato dai tradizionali collaboratori del regista russo – Juri Arabov e Marina Koreneva – ma recitato direttamente in tedesco («per evitare le eccessive dolcezze fonetiche della mia lingua» ha dichiarato esplicitamente il regista: «Cercavo una durezza che solo il tedesco possiede»), questo personaggio ci appare sullo schermo come divorato da una inestinguibile ansia di sapere, che lo porta a non accontentarsi mai di quello che sa. Una frenesia che si traduce in un continuo muoversi, spostarsi da un luogo all’ altro per andare oltre, come di chi è condannato a non trovare mai pace. E per questo è divorato (sono sempre parole del regista) da «una patologica infelicità» che incrina la sua ansia di sapere.

Claudio Magris – Il film, nei titoli di testa, nomina Goethe, ma ovviamente un film è una creazione del tutto autonoma e non una trasposizione di un testo letterario. Inoltre la figura di Faust ha trovato nel capolavoro goethiano la sua espressione più alta e universale, ma ha ispirato – e continua a ispirare – per secoli gli autori e le opere più diverse, nelle più diverse lingue e nei più diversi Paesi, proprio perché, come diceva Valéry, dà voce a taluni estremi dell’ umano e dell’ inumano e va al di là di ogni singolo testo, anche grandissimo. In genere mi sembra che il film si riallacci, nel suo stile, piuttosto alla tradizione pre-goethiana, medievale. È impossibile anche solo in minima parte elencare i Faust che si trovano quasi in ogni letteratura. Parlare di Faust significa parlare delle cose ultime, del senso e del non-senso della storia, del progresso dell’ umanità o del suo fallimento, della salvezza o della dannazione dell’ uomo e della storia. Quasi tutti i Faust si perdono, da quello grandioso inglese di Marlowe a quello di Thomas Mann. Quando la civiltà europea ovvero occidentale comincia a dubitare di se stessa e vive un momento epigonale di stanchezza, Faust diventa un titano patetico che vive più di carta che di vita, come a metà Ottocento nei drammi di Grabbe o di Lenau, oppure un nichilista esaltato come in Byron. Diviene un balletto, una parodia in Heine; vive nel pathos operistico, nel cinema; nel terribile e ironico nulla di Svevo, nella vertigine di Pessoa e nella fantasia possente e grottesca di Bulgakov, in Croazia come in Brasile. Sempre «incommensurabile», come Goethe diceva del suo capolavoro. Paolo Mereghetti – Sokurov ha dichiarato che questo film «è l’ ultima parte di una tetralogia cinematografica sulla natura del potere», dopo i film su Hitler (Moloch), su Lenin (Toro) e Hirohito (Il Sole), tre opere su tre «dittatori» visti in momenti assolutamente non epici. Moloch racconta di un Hitler banale e quotidiano, che raggiunge la sua amata nel castello tra i monti e offre la possibilità di mettere in scena lo stretto connubio tra follia, orrore e ridicolo; Toro demistifica la figura di Lenin, raccontato sul letto di morte, mentre intuisce la triste fine del suo sogno rivoluzionario di fronte alle ambizioni di Stalin; Il Sole ci mostra l’ imperatore Hirohito mentre annuncia ai suoi sudditi la rinuncia a essere un discendente del Sole, accettando di spogliarsi di qualsiasi aurea divina e rischiando il ridicolo involontario. Che cosa c’ entra allora il mito di Faust con questi tre film? Forse sarebbe più giusto pensare che Faust può «aprire» la sua galleria di potenti destinati alla sconfitta…

Magris – Ogni autore ha il diritto di dire ciò che vuole sulla sua opera, della quale peraltro non sempre egli è il miglior interprete. Anche il monopolio della durezza attribuita alla lingua tedesca è una banalità. Non credo che questo Faust possa «chiudere», come ha detto Sokurov, la sua tetralogia del potere tirannico. Semmai Faust – nel testo goethiano – si pone all’inizio di un futuro potere, quando strappa la terra al mare sognando il futuro di un libero popolo su un libero suolo (sogno in cui – come in molte dittature – l’ utopia di libertà si intride di violenza delittuosa, perché per gettare le fondamenta di quella libertà futura Faust si è impossessato di quella terra strappandola col delitto a chi vi abitava legittimamente e serenamente). Ma credo che Faust c’ entri assai poco con quelle dittature.

Mereghetti – Il Faust di Sokurov è travolto da un’ insoddisfazione devastante, che lo spinge a cercare sempre il nuovo, il diverso, il misterioso. Una specie di redivivo Ulisse dantesco, alla disperata ricerca di nuove colonne d’Ercole da superare, costantemente insoddisfatto di un presente che, nel film, prende spesso delle forme insolite, di difficile decifrazione. Ripreso da una macchina da presa mobilissima e quasi «inafferrabile», declinato in colori slavati e polverosi dove il grigio e il marrone vincono su tutto, il mondo intorno a Faust viene spesso deformato in immagini «sghembe», «anamorfiche», che distruggono ogni prospettiva, quasi a sottolinearne l’ inadeguatezza, come se si trattasse più di un incubo che di una realtà.

Magris – L’ insoddisfazione devastante, l’ attivismo smanioso e autodistruttivo – che nel film vengono resi anche dal continuo irrequieto vagare e vagabondare – sono una chiave essenziale del film, come dell’ opera di Goethe e in genere di tutto il mito faustiano. Nel Faust, in ogni Faust, tutto si gioca sullo Streben , sull’incessante anelito all’azione, alla conoscenza, alla trasformazione della vita. Molti – e Goethe stesso – hanno visto in questo anelito e in questa continua ricerca il senso più profondo dell’ uomo e perfino la sua salvezza, in un cammino costellatosi di errori e colpe, ma redento dal suo stesso impulso ad agire. Ma questa, per il sempre ambiguo ed elusivo Goethe, è solo una faccia della verità. L’ incessante tensione è per lui – e lo sarà per tanti altri autori, specialmente per quelli austriaci – anche una febbre smaniosa, un’ angoscia nevrotica tipicamente moderna che impedisce di sostare, di vivere, di essere; che costringe a gettarsi sempre nell’attimo futuro distruggendo il presente; che impedisce di amare perché ha sempre bisogno di fare, anzi di aver già fatto. Sokurov rende molto bene questa angoscia autodistruttiva, traducendola nel nevrotico girare a vuoto del protagonista. Non a caso quasi tutti i Faust della letteratura mondiale si dannano, e anche quello di Goethe si salva «al 50 per cento», metà per il suo errare metà per una grazia misteriosa.

Mereghetti – Anche quello di Sokurov non si danna, o meglio dà l’ impressione di aver «dimenticato» il diavolo per continuare il proprio cammino. Questo non toglie che lungo tutto il film si respiri un’ aria di angoscia e di disfacimento. Non c’ è quasi scena in cui l’ umanità non faccia una pessima figura: violenta, avida, volgare, sporca, stupida. Torna in mente il senso di disillusione (e anche di disprezzo per l’ oggi) con cui si chiudeva il suo film Arca russa , che dopo un «viaggio» di un’ ora e mezza nell’eleganza e nella raffinatezza dell’ Ermitage e del passato della Russia, spingeva lo spettatore a fare i conti con la fine della Storia…

Magris – Sokurov ricrea grandiosamente, con quella «macchina da presa mobilissima e quei colori slavati e polverosi», il mondo medievale in cui affonda le radici la leggenda di Faust; un mondo sgangherato, volgare, quasi animalesco e brutale ma vitale e a suo modo autentico. In questo mondo pre-moderno il diavolo è un usuraio e il denaro è lo sterco del diavolo. Ma nell’opera di Goethe, Faust è già o almeno anticipa il grande capitalista moderno che spazza via quel vecchio mondo feudale; e Mefistofele, in un passo che affascinava Marx, celebra il denaro non quale mezzo che procura bassi piaceri, ma quale dimensione che trasforma l’ uomo, che incide sulla sua personalità, che fa di lui un altro. Il denaro, nella seconda parte del Faust goethiano, altera pure la natura; rende tutto – pure i valori spirituali o le realtà naturali – un mero valore di scambio e Mefistofele inventa la carta moneta. In questo senso il mondo del Faust di Sokurov è quello che nel Faust di Goethe sta per venire spazzato via, distrutto nei suoi mali ma anche nei suoi beni: Faust passa anche sul cadavere di Margherita.

Mereghetti – Se c’ è un personaggio che nel film di Sokurov sembra messo ai margini, quello mi sembra proprio Margherita. L’ amore per lei, la sua bellezza, l’«attimo», talmente appagante da far desiderare che non finisca mai, perde la sua centralità nella trattativa tra Faust e il diavolo. Il regista ce lo fa intuire quando per un momento blocca la bellezza di Margherita sullo schermo, arrestando per qualche secondo ogni movimento di macchina. Ma poi tutto viene dimenticato in nome del tormento della conoscenza. Né si può dire che la madre di Margherita faccia una miglior figura, quando non ha troppi problemi a concedersi alle mani rapaci del maschio. Persino nella scena della piscina, tra le donne nude, è il diavolo che sembra più interessato all’elemento femminile, non Faust. Si rischia di scivolare nella misoginia…

Magris – La più grande distanza del film dall’opera di Goethe riguarda proprio la figura di Margherita, del tutto secondaria nel film e centrale invece nel Faust goethiano. Anzi, la sua prima stesura, il cosiddetto Urfaust, il Faust originario, è essenzialmente il dramma di Margherita, che ne è protagonista non meno di Faust. Margherita è non solo la donna vittima dell’ uomo; è l’ innocenza, la purezza del cuore e del sentimento, il fiore dell’ individualità che lo Streben, l’ azione creativa-distruttiva del grand’uomo, annienta nel suo cammino che travolge e sconvolge la vita. Margherita è pure il fiore innocente di quel suo mondo medievale, cui lei appartiene e che è brutale pure verso di lei, quel mondo che viene spazzato via da Faust; è pure una vittima del progresso, necessario ma violento. La sua colpa è il più forte atto di accusa contro la corruzione, lo sradicamento, che subisce da Faust. Nel finale del secondo Faust sarà una figura materna e mariana di salvezza, di grazia, senza la quale Faust non si salverebbe.

***

Il regista russo Aleksandr Sokurov, 60 anni, autore dell’ ultimo «Faust» vincitore del Leone d’ oro, è un artista molto discusso. Considerato da alcuni l’ erede del grande Andrej Tarkovskij, che lo difese quando fu osteggiato dalle autorità comuniste per le sue scelte stilistiche, ha firmato un’ intervista documentario ad Aleksandr Solzenicyn e film dedicati ai dittatori: «Moloch» su Hitler, «Toro» su Lenin, e «Il sole» sull’imperatore Hirohito.

***

Il Faust più famoso, quello di Johann Wolfgang Goethe, è pubblicato dalla Rizzoli BUR Classici Moderni, mentre la versione di Christopher Marlowe, dal titolo «La tragica storia del dottor Faust», è disponibile sempre da Rizzoli nei Superbur classici. Esiste poi, nella collana Oscar Mondadori scrittori del Novecento, la celebre versione del mito firmata da Thomas Mann: il «Doktor Faustus» (centrata sulla tragica storia del musicista Adrian Leverkühn). Il dramma teatrale ottocentesco di Christian Dietrich Grabbe, «Don Giovanni e Faust», è pubblicato in Italia da Costa & Nolan; sullo stesso soggetto anche Nikolaus Lenau (Marietti). Famosi inoltre il «poema danzato» di Heinrich Heine «Il dottor Faust» (Edizioni Studio Tesi) e «Il mio Faust» di Paul Valéry (SE).
In musica sono da ricordare «Eine Faust-Ouvertüre» di Richard Wagner, «Eine Faust-Symphonie» di Franz Liszt» e «Doktor Faustus» di Ferruccio Busoni.

Sulle reinterpretazioni contemporanee del mito di Faust, si veda il catalogo QUI  riportato.

Queen, Bohemian rapsody, da A night at the opera, 1975

“Bohemian Rhapsody is about a young man who has accidentally killed someone and, like Faust, sold his soul to the devil…”. CLICCA QUI per approfondire.

Lascia un commento

Archiviato in Letteratura dell'Ottocento, Teatro

Werther: la scoperta della giovinezza.

C. VAROTTI, La scoperta del giovane, da “Tempi e Immagini della Letteratura” (vol. 4, pp. 126-142),  di G. M. Anselmi e C. Varotti, con il coordinamento di E. Raimondi, Bruno Mondadori, Milano, 2003.

“Nel corso del Settecento assistiamo a una forte valorizzazione della giovinezza come stagione privilegiata, contrassegnata da caratteristiche e valori non più sentiti come imperfetti, ma visti come l’espressione positiva di un’energia creativa e rigeneratrice. La figura del giovane diventa così un fattore ricorrente nelle poetiche preromantiche, che propongono la ricerca di nuove e più libere forme espressive, esaltano il sentimento, la passione, il dispiegamento delle forze anche oscure e buie dell’interiorità. Caratteristiche e comportamenti propri della giovinezza, come l’istintività e l’energia anche violenta, vengono sostituiti ai valori positivi tradizionalmente associati alla maturità e alla vecchiaia, come il dominio delle passioni, la moderazione, un rapporto con le cose mediato dal vaglio razionale. […]

Nel romanzo epistolare I dolori del giovane Werther (1774), scritto da un Goethe poco più che ventenne, negli anni in cui era legato al clima tedesco dello Sturm und Drang, il tema della giovinezza del protagonista è proposta fin dal titolo. La condizione di ‘giovane’ che contrassegna infatti Werther non costituisce una circostanza puramente fattuale, ma designa una complessiva condizione esistenziale e sociale.
L”essere giovane’ di Werther è infatti una condizione imprescindibile della sua individualità. Alla giovinezza del protagonista rinviano la sua vitalità immediata; l’insofferenza per il cauto benpensantismo degli uomini maturi, che egli incontra nel suo cammino, uomini perfettamente integrati in un sistema politico-sociale che Werther trova insopportabile e soffocante. Ma è segno inequivocabile della sua giovinezza anche l’atteggiamento entusiastico e appassionato verso ogni aspetto della vita (dalla natura, all’arte, all’amore).
La giovinezza di Werther diventa perciò metafora di un ideale di vita più libero e sincero; all’interno di un’aspirazione complessiva al rinnovamento, che riguarda non solo il mondo degli affetti del protagonista, ma anche la realtà sociale in cui vive, e anche le sue concezioni estetiche.
Nel romanzo l’amore occupa un posto di primo piano (ed è l’amore disinteressato e appassionato; il totale abbandono ai sentimenti e alla passione che caratterizza tanta parte della sensibilità tardosettecentesca); ma in esso c’è anche l’insofferenza del giovane di talento costretto a scalpitare impaziente all’interno di un ordine sociale dominato dalle generazioni più mature, che produce un quadro fortemente critico nei confronti della società tedesca del secondo Settecento, immobile e fondata sul privilegio di classe”.

Lascia un commento

Archiviato in Letteratura del Settecento, Letteratura dell'Ottocento