Archivi tag: De André

…e avrà i tuoi occhi.

Poesie dello sguardo: un’antologia in progress.

Ch. Baudelaire, Les Fleurs du mal, A une passante, 1861

La rue assourdissante autour de moi hurlait.
Longue, mince, en grand deuil, douleur majestueuse,
Une femme passa, d’une main fastueuse
Soulevant, balançant le feston et l’ourlet;

Agile et noble, avec sa jambe de statue.
Moi, je buvais, crispé comme un extravagant,
Dans son œil, ciel livide où germe l’ouragan,
La douceur qui fascine et le plaisir qui tue.

Un éclair… puis la nuit! – Fugitive beauté
Dont le regard m’a fait soudainement renaître,
Ne te verrai-je plus que dans l’éternité?

Ailleurs, bien loin d’ici ! trop tard ! jamais peut-être!
Car j’ignore où tu fuis, tu ne sais où je vais,
O toi que j’eusse aimée, ô toi qui le savais!

Ero per strada, in mezzo al suo clamore.
Esile e alta, in lutto, maestà di dolore,
una donna è passata. Con un gesto sovrano
l’orlo della sua veste sollevò con la mano.

Era agile e fiera, le sue gambe eran quelle
d’una scultura antica. Ossesso, istupidito,
bevevo nei suoi occhi vividi di tempesta
la dolcezza che incanta e il piacere che uccide.

Un lampo… e poi il buio! – Bellezza fuggitiva
che con un solo sguardo m’hai chiamato da morte,
non ti vedrò più dunque che al di là della vita,

che altrove, là, lontano – e tardi, e forse mai ?
Tu ignori dove vado, io dove sei sparita;
so che t’avrei amata, e so che tu lo sai!

Traduzione di G. Raboni

PER APPROFONDIRE: CLICCA QUI.

G. FLAUBERT, L’educazione sentimentale, 1869

E fu come un’apparizione.
Lei sedeva, tutta sola, al centro della panchina; o almeno lui non vide nessun altro, abbagliato come fu dagli occhi della donna. Lei alzò la testa, mentre Frédéric passava, ed egli istintivamente curvò le spalle; quando poi fu a una certa distanza, dalla sua stessa parte, si voltò a guardarla.
Aveva un largo cappello di paglia con nastri rosa che si muovevano al vento dietro di lei; due bande di capelli neri, sfiorando l’estremità delle lunghe sopracciglia, le scendevano così in basso da stringerle quasi l’ovale del viso amorevolmente. La veste di mussola chiara a piccoli pois ricadeva in numerose pieghe. Stava ricamando, e il profilo diritto, la linea del mento, tutta la sua figura spiccavano sullo fondo del cielo blu.
Poiché lei non si muoveva, Frédéric fece parecchi giri a destra e sinistra per dissimulare la manovra, finché non trovò posto proprio vicino al suo parasole, che era appoggiato alla panchina, e finse d’interessarsi a una barchetta sul fiume.
Non aveva visto mai uno splendore come quello della sua pelle bruna, né un corpo così affascinante, né dita sottili come quelle orlate dalla luce. Guardava il suo cestino da lavoro come una cosa straordinaria. Qual era il suo nome, quali la sua casa, la sua vita e il suo passato? Avrebbe voluto conoscere i mobili della sua camera, tutti gli abiti che aveva indossato e la gente che frequentava; lo stesso desiderio di possederla fisicamente era come soffocato da una voglia più profonda, da una curiosità dolorosa che non aveva limiti. […]
Un lungo scialle a strisce viola era sul parapetto d’ottone della panchina, dietro di lei. Chissà quante volte, in mare, durante le sere umide, se n’era avvolte le spalle o coperti i piedi o vi aveva dormito dentro rannicchiata. Ecco che lo scialle, tirato giù dalle frange, scivolava a poco a poco e stava per cadere in acqua. Frédéric prontamente lo trattenne.
– Vi ringrazio, signore – disse lei.
I loro occhi s’incontrarono.

Cesare Pavese, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, Einaudi , Torino 1951

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla.
Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.

22 marzo ’50

I mattini passano chiari
e deserti. Cosí i tuoi occhi
s’aprivano un tempo. Il mattino
trascorreva lento, era un gorgo
d’immobile luce. Taceva.
Tu viva tacevi; le cose
vivevano sotto i tuoi occhi
(non pena non febbre non ombra)
come un mare al mattino, chiaro.
Dove sei tu, luce, è il mattino.
Tu eri la vita e le cose.
In te desti respiravamo
sotto il cielo che ancora è in noi.
Non pena non febbre allora,
non quest’ombra greve del giorno
affollato e diverso. O luce,
chiarezza lontana, respiro
affannoso, rivolgi gli occhi
immobili e chiari su noi.
È buio il mattino che passa
senza la luce dei tuoi occhi.

30 marzo ’50

VINCENZO CARDARELLI, Amore

Come chi gioia e angoscia provi insieme
gli occhi di lei così m’hanno lasciato.
Non so pensarci. Eppure mi ritorna
più e più insistente all’anima
quel suo fugace sguardo di commiato.
E un dolce tormento mi trattiene
dal prender sonno, ora ch’è notte e s’agita
nell’aria un che di nuovo.
Occhi di lei, vago tumulto. Amore,
pigro, incredulo amore, più per tedio
che per gioco intrapreso, ora ti sento
attaccato al mio cuore (debol ramo)
come frutto che geme.
Amore e primavera vanno insieme.
Quel fatale e prescritto momento
che ci diremo addio
è già in ogni distacco
del tuo volto dal mio.
Cosa lieve è il tuo corpo!
Basta ch’io l’abbandoni per sentirti
crudelmente lontana.
Il più corto saluto è fra noi due
un commiato finale.
Ogni giorno ti perdo e ti ritrovo
così, senza speranza.
Se tu sapessi com’è già remoto
il ricordo dei baci
che poco fa mi davi,
di quel caro abbandono,
di quel folle tuo amore ov’io non mordo
che sapore di morte.

W. Szymborska, Prospettiva, da Due punti, 2005

Si sono incrociati come estranei,
senza un gesto o una parola,
lei diretta al negozio,
lui alla sua auto.

Forse smarriti
O distratti
O immemori
Di essersi, per un breve attimo,
amati per sempre.

D’altronde nessuna garanzia
Che fossero loro.
Sì, forse, da lontano,
ma da vicino niente affatto.

Li ho visti dalla finestra
E chi guarda dall’alto
Sbaglia più facilmente.

Lei è sparita dietro la porta a vetri,
lui si è messo al volante
ed è partito in fretta.
Cioè, come se nulla fosse accaduto,
anche se è accaduto.

E io, solo per un istante
Certa di quel che ho visto,
cerco di persuadere Voi, Lettori,
con brevi versi occasionali
quanto triste è stato.

Risultati immagini per eyes detail klimt

R. Maria Rilke

Sono nelle tenebre e come cieco,
perché il mio sguardo più non ti ritrova.
Un velario è per me il folle tumulto
dei giorni, e tu sei là dietro.
Lo fisso con occhi sbarrati sperando che s’alzi,
il velario, là dietro la mia vita vive,
il suo valore, la sua norma –
e insieme la mia morte – .

 WORK IN PROGRESS…

in_fieri

Lascia un commento

Archiviato in Letteratura del Novecento, Letteratura dell'Ottocento, Musica, Poesia, Temi letterari

Antologia di Spoon River

spoon_river

Trainor, the Druggist

Only the chemist can tell, and not always the chemist,
What will result from compounding
Fluids or solids.
And who can tell
How men and women will interact
On each other, or what children will result?
There were Benjamin Pantier and his wife,
Good in themselves, but evil toward each other;
He oxygen, she hydrogen,
Their son, a devastating fire.
I Trainor, the druggist, a miser of chemicals,
Killed while making an experiment,
Lived unwedded.

Trainor il farmacista

Soltanto un chimico può dire, e non sempre ,
che cosa uscirà dalla combinazione
di fluidi o di solidi.
E chi può dire
come uomini e donne reagiranno
fra loro, e quali bambini nasceranno?
C’erano Benjamin Pantier e sua moglie,
buoni in se stessi, ma cattivi l’un l’altro:
ossigeno lui, lei idrogeno,
il figlio un fuoco devastatore.
Io, Trainor, il farmacista, mescolatore di elementi chimici,
morto mentre facevo un esperimento,
vissi senza sposarmi.

(traduzione di Fernanda Pivano)

Alfonso Churchill

THEY laughed at me as “Prof. Moon,”
As a boy in Spoon River, born with the thirst
Of knowing about the stars.
They jeered when I spoke of the lunar mountains,
And the thrilling heat and cold,
And the ebon valleys by silver peaks,
And Spica quadrillions of miles away,
And the littleness of man.
But now that my grave is honored, friends,
Let it not be because I taught
The lore of the stars in Knox College,
But rather for this: that through the stars
I preached the greatness of man,
Who is none the less a part of the scheme of things
For the distance of Spica or the Spiral Nebulae;
Nor any the less a part of the question
Of what the drama means.

Per burla mi chiamavano il «Professor Luna»,
quand’ero ragazzo a Spoon River, nato con la sete
di conoscere le stelle.
Mi schernivano quando parlavo delle montagne lunari,
e del caldo e del freddo pungente,
e delle valli d’ebano presso le vette d’argento,
e di Spica a quadrilioni di miglia di distanza,
e della pochezza dell’uomo.
Ma ora che la mia tomba è onorata, amici,
non fate che lo sia perché insegnai
la scienza delle stelle al Knox College,
ma invece per questo: che attraverso le stelle
predicai la grandezza dell’uomo,
che è parte del disegno delle cose
nonostante la distanza di Spica o di Andromeda;
e non è un interrogativo secondario
rispetto al senso del dramma.

DIPPOLD THE OPTICIAN
What do you see now?
Globes of red, yellow, purple.
Just a moment! And now?
My father and mother and sisters.
Yes! And now?
Knights at arms, beautiful women, kind faces.
Try this.
A field of grain – a city.
Very good! And now?
Many womens with bright eyes and open lips.
Try this.
Just a globet on a table.
Oh I see! Try this lens!
Just an open space – I see nothing in particular.
Well, now!
Pine trees, a lake, a summer sky.
That’s better. And now?
A book.
Read a page for me.
I can’t. My eyes are carried beyond the page.
Try this lens.
Depths of air.
Excellent! And now?
Light, just light, making everything below it a toy world.
Very well, we’ll make the glasses accordingly.

DIPPOLD L’OTTICO (Un ottico)

– Che cosa vedi adesso?
Globi rossi, gialli, viola.
Un momento! E adesso?
Mio padre, mia madre e le mie sorelle.
Sì! E adesso?
Cavalieri in armi, belle donne, volti gentili.
Prova queste.
Un campo di grano – una città.
Molto bene! E adesso?
Molte donne con occhi chiari e labbra aperte.
Prova queste.
Solo una coppa su un tavolo.
Oh, capisco! Prova queste lenti!
Solo uno spazio aperto – non vedo niente in particolare.
Bene, adesso!
Pini, un lago, un cielo estivo.
Così va meglio. E adesso?
Un libro.
Leggimene una pagina.
Non posso. I miei occhi sono trascinati oltre la pagina.
Prova queste.
Profondità d’aria.
Eccellente! E adesso?
Luce, solo luce che trasforma tutto il mondo in un giocattolo.
Molto bene, faremo gli occhiali così.-

La traduzione di Fernanda Pivano

Risultati immagini per petersburg edgar lee masters«Ero una ragazzina quando vidi per la prima volta l’Antologia di Spoon River: me l’aveva portata Pavese, una mattina che gli avevo chiesto che differenza c’è tra la letteratura americana e quella inglese. Si era tanto divertito alla mia domanda; si era passato la pipa dall’altra parte della bocca per nascondere un sorriso e non mi aveva risposto. Naturalmente c’ero rimasta malissimo; e quando mi diede i primi libri “americani” li guardai con grande sospetto. Ma l’Antologia di Spoon River la aprii proprio alla metà, e trovai una poesia che finiva così: «mentre la baciavo con l’anima sulle labbra, l’anima d’improvviso mi fuggì». Chissà perché questi versi mi mozzarono il fiato: è così difficile spiegare le reazioni degli adolescenti. Forse mi ricordavano un epigramma di Platone che avevo trovato nell’Antologia Palatina […]; o forse mi piaceva che un poeta ricominciasse a preoccuparsi di quello che succede quando un uomo bacia una ragazza; chi lo sa».

 F. PIVANO, prefazione alla seconda edizione dell’Antologia di Spoon River, Einaudi, 1971

Renzo S. Crivelli, Antologia di Spoon River. I morti fieri di aver vissuto di Edgar Lee Masters, “Il Sole 24 ore –  Domenica”, 18 novembre 2018

«Ero la vedova McFarlane,/ Tessevo tappeti per tutto il villaggio./ E di voi ho pietà, voi che ancora attendete al telaio della vita». Così parla, nell’enigma del proprio epitaffio, una delle tante anime sepolte dell’Antologia di Spoon River, di Egar Lee Master. La sua qualità di tessitrice ben rappresenta i 248 personaggi che popolano il cimitero della cittadina immaginaria di Spoon River (modellata sui villaggi di Petersburg e Lewiston, vicino a Springfiled nell’Illinois, luoghi della sua infanzia) proprio in quanto personificazione della Parca che tesse i fili della vita e di una Penelope che ordisce la tela dell’amore e della fedeltà coniugale. Fino a prefigurare la struttura di un arazzo che ognuno di noi completa nella convinzione che nasconda l’impronta della Speranza, «dell’amore e della bellezza» (con la sua cifra segreta che ci porta alla Figura nel tappeto di Henry James). E che, invece, contiene solo l’immagine della nostra morte («Il telaio s’inceppa! La trama è disfatta!»), giacché fatalmente ognuno di noi sa solo «cucire il proprio sudario».
L’Antologia di Spoon River, pubblicata da Masters nel 1916 ma uscita a puntate sul «Reedy’s Mirror» tra il 1914 e il 1915, è un testo molto famoso, riscoperto specie in Europa negli anni ’60, il cui scopo è quello di riprodurre uno spaccato della provincia americana (ma il discorso ha toni ben più ampi che lo collegano alla tradizione arcaica) ricreando un microcosmo che si auto-narra attraverso l’artifizio post mortem del cimitero e delle iscrizioni tombali. La sua originalità sta proprio nel saper innestare la quotidianità nella dimensione drammatica della morte, abdicando a ogni lusinga declamatoria per scegliere l’asciuttezza narrativa dell’esperienza.
C’è in questa raccolta uno spessore epico che non scaturisce dall’ambientazione e dalla dolorosa rinuncia ai beni terreni ma dall’intima esigenza di ognuno dei protagonisti di testimoniare la propria esistenza, fatta di gioia e di sofferenza. Se è facile citare, tra le fonti ispirative, l’Elegia scritta in un cimitero di campagna di Thomas Gray (1751), va però riconosciuta a Masters una straordinaria capacità di travalicare la struttura iconografica romantica della lamentazione per incamminarsi verso la riproduzione asciutta di un mondo popolare che prescinde dal mero rimpianto del passato. Tutti gli abitanti della città dei morti di Spoon River, infatti, mostrano un istintivo distacco dalla propria vita che, ben lungi dal generare auto-commiserazione espiatoria (come nel caso della Rima del vecchio marinaio di Coleridge), si risolve semplicemente in una voglia di raccontare la Verità, la loro più che quella ufficiale dei giudici e dei preti.
E dunque il rimando non può che essere, da un lato, agli epitaffi greci dell’Antologia Palatina (libro VII con tematiche funebri), la cui lettura fu suggerita a Masters dall’amico William Reedy, e, dall’altro lato, alla contro-epica Modernista, che di lì a pochi anni avrebbe saputo raccontare lo stoicismo dell’uomo comune (si pensi solo al Joyce di Gente di Dublino, tutti morti che si narrano). Qui sta la grandezza dell’Antologia di Spoon River, che ha saputo giungere fino al nostro secolo intatta, con i suoi calchi universali. Tradotta più volte, a partire dall’azzardo di Fernanda Pivano che nel 1943 sfidò la censura fascista pagando di persona, ora esce per Feltrinelli a cura di Enrico Terrinoni, che ci dà una nuova versione accuratissima (con molte utili annotazioni). Terrinoni, nella bella prefazione, parla del cimitero di Masters come del «centro di un universo che da locus mortis diviene un pullulare di esistenze e di voci tutt’altro che silenziate negli spazi dell’al di là».
Ed è vero che i vari Robert Tanner (il trappoliere finito nella sua stessa trappola), Chase Henry (il beone saggio), il giudice Sommers (che fu famoso ma dimenticato a favore del beone), Emily Sparks (la vecchia maestra che ancora ammonisce i suoi ex-allievi), il dottor Meyers (che pagò per un aborto compassionevole), Flossie Cabanis, (l’attrice che vorrebbe sepolta accanto a sé la Duse), Lucius Atherton (il don Giovanni dei poveri, finito sdentato e irriso), Nellie Clark (stuprata a otto anni), Robert Burke (che stravide per un politico populista e mentitore); è vero, come si diceva, che questa umanità — paga di non essere solo dolente ma fiera di aver vissuto — ci racconta un passato che è sempre presente. L’attualità di queste storie emblematiche, racchiuse nell’alzata di una tomba, ha saputo colpire, come è noto, anche un grande cantautore come Fabrizio De André, che nel 1971 traspose in un album memorabile, Non al denaro non all’amore né al cielo, nove personaggi dell’Antologia.
Curiosamente, Masters non ritrovò più la grazia creativa dell’Antologia di Spoon River e la sua fama restò legata a un’unica opera (il tentativo di una New Spoon River Anthology del 1924 fallì miseramente). Morì, infatti, squattrinato e fu sepolto nel cimitero di Petersburg. In ideale compagnia di quello spaccato di mondo, con il suo bravo epitaffio che si pubblicò da solo.
Antologia di Spoon River, Edgar Lee Masters, a cura di Enrico Terrinoni, Feltrinelli, Milano, pagg. 678

PER APPROFONDIRE:

http://www.polimniaprofessioni.com/rivista/i-destini-di-edgar-lee-masters/

Petersburg, Illinois, USA

Risultati immagini per petersburg edgar lee masters

Lascia un commento

Archiviato in Letteratura del Novecento, Musica, Poesia