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Classici. Perché continuano a meravigliarci

Adam Gopnik, “L’Espresso”, 2 giugno 2019

Grondano sangue. Raccontano guerre. Parlano di vizi più che di virtù. E non ci insegnano a fare le cose giuste. Proprio per questo li amiamo così tanto: è il gusto di andare incontro al pericolo

Perché leggiamo i classici? L’attacco all’idea di un «canone» della letteratura classica – non intendo soltanto i classici dell’antichità, ma anche gli attuali capolavori della letteratura occidentale – è stato vibrante e per molti versi definitivo, almeno nell’ambiente accademico americano. I classici – ci hanno detto – non rappresentano una fonte di verità, ma un muro opprimente fatto per escludere, un muro che estromette le donne e le minoranze, i colonizzati e i perseguitati, chi è ignorato e chi è trattato ingiustamente. Il «canone» della letteratura classica non è altro che una cospirazione di uomini bianchi europei per promuovere altri uomini bianchi europei, e ne facciamo benissimo a meno. Il prestigio è potere, e il potere è tutto quello che vale la pena di studiare – e avere il potere di cambiare il potere è tutto quello che vale la pena di fare.

Questo, però, nessuno lo crede veramente: quale che sia il modello prescelto di attacco al canone, per esempio, nessuno può insegnare questo principio senza riferimenti impliciti o espliciti a Marx o Foucault o Fanon. In effetti, il canone degli anti-classici è solido come lo stesso canone classico – per molti versi anche di più. D’altra parte, l’attacco ai classici nel loro complesso rimane una sfida per lo studioso, e lo è ancor di più per il lettore amatoriale che vuole sapere perché – quando qualcuno gli mette tra le mani l’Odissea, o il Paradiso perduto, o la Divina commedia – valga ancora la pena leggerli come qualcosa di più d’un reperto del passato.

Vi sono, io credo, due risposte distinte a questa sfida, caratterizzate da due diversi livelli di persuasività. La tipica risposta dello studioso di vecchio stampo è che i classici sono depositari di conoscenza e saggezza ai quali è possibile attingere ripetutamente, e che se trascuriamo la saggezza e la conoscenza che essi hanno in serbo, lo facciamo a nostro rischio e pericolo. Leggendo Omero, Dante e gli altri, per non parlare della Bibbia, apprendiamo devozione, eroismo e nobiltà. Abbiamo bisogno dei classici perché senza di essi saremo privati della virtù.

Vi prego di perdonarmi se mi oppongo a questa asserzione. In verità, la maggior parte del tempo che dedichiamo alla lettura dei classici non è impegnata in una lettura diligente alla ricerca di nuove profondità e nuovi significati – di fronte ai quali, invece, passiamo oltre con disinvoltura. Mentre puntiamo verso gli altri piaceri che si suppone il testo abbia da offrire, passiamo oltre su tutto quello che ci sembra palesemente abominevole o esecrabile. Nel Vecchio Testamento, il libro di Ester, per quanto magnifico, è anche la storia del brutale impalamento dei persiani: gente che ci hanno insegnato a non stimare, certo, ma pur sempre esseri umani. (Provate a immaginare un impalamento! E poi rideteci sopra, trovatelo piacevole.) Proprio adesso sto leggendo in inglese moderno, nella splendida traduzione di Richard Fagles, l’Odissea di Omero: nessun libro è più classico di questo, che ne ha ispirati infiniti altri, compreso il classico dei classici del ventesimo secolo: l’Ulisse, la parodia joyceana di Omero (perché, di fatto, è di quello che si tratta).
In verità, però, anche se – un verso dopo l’altro – narrazione e invenzione ci conquistano, è comunque uno shock esser tenuti ad accettare i valori d’un mondo in cui l’eroismo militare è quasi l’unico attributo di virtù, in cui il massacro in massa di sfortunati pretendenti è considerato una vendetta legittima e in cui, sotto molti aspetti fondamentali, è soltanto la forza a dettar legge. (Gli dèi devono essere placati, ma solo perché sono potenti.) È per questo che ci sentiamo pervasi di piacere quando scorgiamo, in mezzo alle differenze, l’amore di Omero per la primaria virtù umana dell’ospitalità: il benvenuto verso chi viene da lontano è un fondamentale atto di reciprocità che tutti devono rispettare. La sua presenza, sorprendente e gradita, ci emoziona e ci commuove.

Avvicinandoci ai nostri tempi e a quella che un anglofono percepisce come la propria cultura, quando leggiamo il Paradiso perduto di Milton, ci viene chiesto di aderire ai valori spaventosi di un culto del sacrificio sostitutivo. Probabilmente quel culto – la religione cristiana – ci è familiare, ma questo non lo rende meno scioccante. Né, e qui forse rischio di offendere il mio amato pubblico italiano, possiamo leggere l’Inferno di Dante senza avere a tratti la sensazione che ci stiano offrendo una visita guidata ad Auschwitz, con quelle moltitudini che soffrono per l’eternità senza avere colpe più gravi delle nostre – eppure non siamo disposti a provare pietà, ma inclini a fare giustizia.
Non possiamo leggere i classici perché ci insegnano a fare le cose nel modo giusto, perché in realtà non lo fanno. E allora perché li leggiamo? Invece di partire dall’idea che contengano verità profonde, muoviamo da una premessa più semplice. Partiamo dal piacere. Combiniamo una prospettiva epicurea e una prospettiva darwiniana. I classici allora sono semplicemente i testi che – passati al vaglio del tempo – sono giunti a noi, e dai quali più lettori hanno tratto piacere: al punto da voler continuare a «copiarli», ripubblicarli, riprodurli, tramandarli affinché li leggano anche le generazioni future. Nel concetto di piacere non è incluso un qualche semplice concetto di virtù: il piacere è molteplice, pericoloso, autocontraddittorio. Quando leggiamo, le nostre fantasie e i nostri valori sono spesso in conflitto: devono esserlo, per poter essere interessanti. Nessuno, ad esempio, legge, o dovrebbe leggere, un fantasy che rappresenti accuratamente la vita di un maschio dodicenne, con l’eroe sprofondato nella lettura. No, quando un dodicenne s’innamora di Tolkien, non gli diamo una spada, né gli mostriamo dove sono gli Orchi. Gli diamo invece un altro libro. Il piacere della lettura non sta nel fatto che ci mostra un comportamento da imitare, ma che ci mostra altri mondi, altre possibilità, altri valori diversi dai nostri. La cosa peggiore che si possa dire di un libro è che è una lettura d’«evasione» – forse però è anche il commento migliore da fare. L’evasione è il nostro tributo più sincero alla realtà.
Noi leggiamo andando in cerca di pericolo, di meraviglia – per usare un’espressione inglese un po’ datata, “for thrills”, in cerca di brividi, di emozioni. Altrimenti dovremmo smettere di leggere. Leggiamo i classici per piacere: un piacere profondo, complesso e complicato, spesso proibito. Mentre scrivo, sulla mia scrivania ho la serie completa di James Bond, la stessa edizione tascabile dei romanzi di Ian Fleming che avevo quand’ero un ragazzino di dieci anni. Nessuno può essere stato Bond-dipendente in modo più totale di come lo ero io: dunque non sono guarito da questa passione? Sì e no. Ho superato i valori offerti da quei romanzi, ma non la dipendenza. La buona letteratura, gli autentici classici, dovrebbero avere qualcosa della pornografia, del suo aroma – dovrebbero colpirci come piaceri proibiti, più che come una fonte di istruzioni morali. Un grande classico inglese, la “Vita di Samuel Johnson” di James Boswell, è pettegolezzo e conversazione – un passato lontano ma ancora attuale. Trollope e Balzac ci offrono titoli politici – un passato lontano e superato. I classici andrebbero letti stando sotto le coperte, o in piedi in librerie male illumina- te, o nascosti fuori in giardino. Per mantenerci fedeli alla nostra effettiva esperienza di lettori, dobbiamo declassicizzare i classici. Proibiamoli, come è accaduto in tanti regimi totalitari, e loro rivivranno. Noi rientriamo in connessione con l’autenticità del nostro passato moralmente diviso solo quando ci riconnettiamo all’autenticità del nostro sé moralmente diviso. Pettegolezzo e conversazione, seduzione ed eccitamento, manovra politica e scontro fazioso – le piccole province della vita sono il vasto impero della letteratura.

Traduzione Isabella Bloom

ADAM GOPNIK leggerà questo inedito giovedì 6 giugno a Roma, sul palco del Festival Letterature di Massenzio al Foro Romano ideato e diretto da Maria Ida Gaeta. Nella stessa serata leggeranno i loro inediti Anthony Cartwright, Jordan Shapiro e Valerio Massimo Manfredi. La rassegna inizierà il 4 giugno e proseguirà tutti i martedì e giovedì fino al 3 luglio con molti protagonisti della scena letteraria. A loro il compito di leggere inediti ispirati al tema dell’edizione, “Il domani dei classici”, accompagnati da musica live. Dopo Antonio Scurati, Manuel Vilas e Andrea Satta nella serata inaugurale, il programma proseguirà l’11 giugno con Scott Spencer, Alicia Giménez Bartlett, Antonio Manzini e Roberto Alajmo. Tra i tanti ospiti, Alberto Manguel, i finalisti Strega, Carlo Lucarelli, Chris Offutt, Chiara Gamberale, Philippe Forest, Michela Marzano, Joe Lansdale, Valeria Parrella e Roberto Saviano.

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Rendono liberi e ci appassionano. Ecco perché i classici fanno bene

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«Que otros se jacten de las páginas que han escrito;/ a mí me enorgullecen las que he leído» («Che altri si vantino delle pagine che hanno scritto;/ a me inorgogliscono quelle che ho letto»): nessun giro di parole avrebbe potuto esprimere meglio il senso del mio lavoro come questi due versi con cui Jorge Luis Borges apre la sua poesia intitolata Un lettore nell’Elogio dell’ombra. Non è certo la dichiarazione di modestia di uno dei più grandi scrittori del Novecento che fa al mio caso. Ma è il suo porre l’accento sulla vitale importanza della lettura che traduce bene, invece, lo spirito con cui ho concepito Classici per la vita: garantire che l’intero palcoscenico sia occupato dai testi citati e non dai brevi commenti che li accompagnano.
Non a caso questa piccola biblioteca ideale è frutto di un concreto esperimento fondato essenzialmente sull’esperienza della lettura. Negli ultimi quindici anni, infatti, durante il primo semestre di insegnamento, ogni lunedì ho letto ai miei studenti brevi citazioni di opere in versi o in prosa non necessariamente collegate al tema del corso monografico. Un test che ha contribuito, di volta in volta, a orientare le mie scelte di docente. Ho notato, in effetti, che proprio in quel giorno — in quella mezz’ora dedicata alla libera lettura di passi di scrittori, filosofi, artisti, scienziati — apparivano, in aula, anche volti nuovi tra gli allievi abituali: volti di giovani iscritti ad altri dipartimenti umanistici e scientifici o, addirittura, amici di frequentanti, attratti solo dalla curiosità di ascoltare la parola di un poeta o di un romanziere. Con il tempo, poi, i messaggi ricevuti e le casuali conversazioni mi hanno permesso di verificare che, finalmente, alcuni di loro si erano decisi a leggere più classici per intero.
Sciolta da qualsiasi necessità utilitaristica, la presenza di questo pubblico eterogeneo testimoniava un vero interesse per quello specifico autore o per quella particolare questione discussa nel suo testo. Proprio in questo spazio sperimentale, che chiamerei impropriamente «extraistituzionale», mi è sembrato di condividere con i miei studenti ciò che dovrebbe essere la maniera sana e autentica di relazionarsi con i classici. Le grandi opere della letteratura o della filosofia non si dovrebbero leggere per superare un esame, ma soprattutto per il piacere in sé che suscitano e per cercare di capire se stessi e il mondo che ci circonda. Nelle pagine dei classici, anche a distanza di secoli, è possibile sentire pulsare la vita nelle sue forme più diverse. La missione principale di un buon docente dovrebbe essere principalmente quella di ricondurre la scuola e l’università alla loro funzione essenziale: non quella di sfornare diplomati e laureati, ma quella di formare cittadini liberi, colti, capaci di ragionare criticamente e autonomamente.
Da questa esperienza sul campo, è nata l’idea di riproporre sulle pagine di uno dei più autorevoli settimanali italiani — «Sette» del «Corriere della Sera» — una scelta di brani che nel corso degli anni avevo letto ai miei studenti. Questo volume, infatti, raccoglie i testi che tra settembre 2014 e agosto 2015 ho selezionato per i lettori della rubrica, intitolata «Contro Verso». Ogni settimana ho proposto una breve citazione di un classico e ho cercato di evocare un tema a essa collegato. E come la stessa struttura grafica testimonia, l’ho fatto — nella rubrica e nel volume — ponendo in posizione centrale, con un corpo molto più grande, testi in versi e in prosa di autori antichi, moderni e contemporanei. Senza limiti temporali, linguistici e geografici, ho voluto privilegiare la parola di poeti, di romanzieri, di saggisti, ponendo al loro servizio anche il mio commento, composto da brevi osservazioni destinate esclusivamente a sottolineare questa o quella parola, questa o quella riflessione suscitata dalla lettura del brano.
Ecco perché sarebbe un errore considerare Classici per la vita per quello che non è: non è una raccolta di micro saggi; e non avrebbe potuto pretendere di offrirsi come un’esplorazione (lungo il solco tracciato da Erich Auerbach in Mimesis) del rapporto che può crearsi in una determinata opera tra la parte (il brano citato) e il tutto (il testo integrale), né di presentarsi come un’occasione per riflettere (sulla scia di Aby Warburg) sul ruolo rivelatore che, talvolta, può assumere un dettaglio «gravido di senso». Classici per la vita , in maniera più semplice, vuole essere soltanto un omaggio ai classici in un momento difficile per la loro esistenza.
Durante questi mesi, ho cercato di evitare il naufragio navigando tra gli scogli dello specialismo e quelli di una banale divulgazione. Cosciente di rivolgermi a un pubblico vasto ed eterogeneo, ho tentato di selezionare testi che potessero soddisfare, nello stesso tempo, le esigenze di lettori non specialisti e di lettori più esperti. Quanto le mie buone intenzioni abbiano poi trovato una benevola accoglienza è difficile dirlo.
Non bisogna, però, farsi illusioni. Gli assaggi di brani scelti non bastano, soprattutto nei programmi scolastici e universitari. Un’antologia non avrà mai la forza di scatenare quelle profonde metamorfosi che solo la lettura integrale di un’opera può provocare. Mi sembra difficile immaginare scintille di passione per un classico ridotto a formule manualistiche o smembrato in brevi ritagli. Ma, quando ci si rivolge a un pubblico più ampio, una buona raccolta di citazioni può aiutare a vincere l’indifferenza del lettore o a stimolare ancor più la sua curiosità fino a spingerlo a prendere in mano l’opera intera. Su questa sfida concreta si decide l’efficacia di un’antologia. Accontentarsi solo del singolo brano è di per sé un’evidente sconfitta.

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