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Pagine d’ombra

V. Van Gogh, Autoritratto sulla strada di Tarascon, 1888 (distrutto durante la seconda Guerra Mondiale)

“…e io facea con l’ombra più rovente
parer la fiamma; e pur a tanto indizio
vidi molt’ombre, andando, poner mente.
Questa fu la cagion che diede inizio
loro a parlar di me: e cominciarsi
a dir: ‘Colui non par corpo fittizio’.”
Dante, Purgatorio, XXVI,   vv.7-13

Non rifugiarti nell’ombra
di quel folto di verzura
come il falchetto che strapiomba
fumineo nella caldura.
È ora di lasciare il canneto
stento che pare s’addorma
e di guardare le forme
della vita che si sgretola.
Ci muoviamo in un pulviscolo
madreperlaceo che vibra
in un barbaglio che invischia
gli occhi e un poco ci sfibra.
Pure, lo senti, nel gioco d’aride onde
che impigra in quest’ora di disagio
non buttiamo già in un gorgo senza fondo
le nostre vite randage.
Come quella chiostra di rupi
che sembra sfilacciarsi
in ragnatele di nubi
tali i nostri animi arsi
in cui l’illusione brucia
un fuoco pieno di cenere
si perdono nel sereno
di una certezza: la luce.

E. Montale, Non rifugiarti nell’ombra, in Ossi di seppia, 1925

Glenn Ligon, Untitled (I Sell the Shadow to Support the Substance) 2005, neon sign and paint, Courtesy of Rubell Family Collection, Miami

Maurizio Ferraris, Ogni ombra è illuminata, “La Repubblica”, 25 novembre 2017

Cercare un po’ d’ombra in una giornata calda sembra uno dei pochi valori positivi di questa compagna che non ci abbandona mai, almeno fino a che c’è un po’ di luce. Per il resto, è illusione, come nelle ombre cinesi che rappresentano gli inganni cui sono soggetti gli umani nella Repubblica di Platone, mancanza (della luce, e della cosa che proietta l’ombra), difetto: «siamo un’ombra profonda», diceva Giordano Bruno, e non era un complimento. La presenza dell’ombra in pittura, tuttavia, non è ovvia. Per quanto il termine skiagraphia, pittura con l’ombra, sia greco e si trovi, per esempio, in Platone, non si è riusciti mai a capire che cosa designasse esattamente: un chiaroscuro, una pittura fortemente effettistica, una sorta di stile divisionistico. Sta di fatto che la pittura greca, e in generale quella antica, usa l’ombra con parsimonia, soprattutto quando si tratta dell’ombra portata, quella che una cosa proietta fuori di sé.
Senza dimenticare poi che, in tutte le tradizioni pittoriche in cui prevale la bidimensionalità (la pittura vascolare greca, la pittura egizia, quella cinese, i fumetti), non c’è traccia neppure dell’ombra propria, quella che una cosa proietta su di sé. Però, imparare a guardare le opere partendo dall’ombra è un consiglio che mi sentirei di dare a chiunque. Avremmo infatti non dico un mondo capovolto, ma uno sguardo straniato e illuminante.
Di qui l’importanza del saggio di Ernst Gombrich Ombre. La rappresentazione dell’ombra portata nell’arte occidentale (Einaudi, con una introduzione di John Penny) che accompagnava una mostra alla National Gallery di Londra del 1995, è circoscritta al patrimonio del museo, eppure basta a illustrare le potenzialità e i capovolgimenti che vengono apportati dall’ombra. Le ombre naturali dell’alba e del tramonto nei paesaggi, quelle soprannaturali di Goya, quelle surreali di Pontormo e di de Chirico, quelle indisciplinate di Picasso. E ovviamente le ombre che prevalgono sulla luce, come avviene nei notturni, e nell’esperienza umana ordinaria sino all’invenzione della luce elettrica. Tra le funzioni essenziali dell’ombra, osserva Gombrich, la principale è proprio quella di valorizzare la luce. Restringendosi al patrimonio della National Gallery, l’analisi di Gombrich non può includere il quadro in cui questo principio è realizzato nella forma più alta, La veduta di Delft di Vermeer. Il cielo irregolarmente rannuvolato (una materia affine all’ombra) lascia passare la luce selettivamente. La città si riflette (altra quasi-ombra) nell’acqua, ed è immersa nella penombra. Su questo sfondo opaco si stagliano pochi edifici che sono colpiti in pieno dal sole e, su tutti, a destra, una piccola ala di muro giallo.
Sappiamo l’importanza che questo petit pan de mur jaune riveste nella Recherche di Proust, visto che rappresenta l’azione salvifica dell’arte. Bergotte, lo scrittore, uno dei tanti alter ego del Narratore, che muore felice notando per la prima volta quel giallo emergente dall’ombra.
L’episodio proustiano ci porta a un secondo significato dell’ombra, non solo come mancanza della luce, ma come mancanza della vita, che sta al centro dei poemi in prosa e in poesia di Jorge Luis Borges, l’Elogio dell’ombra (a cura di Tommaso Scarano, Adelphi), pubblicato a settant’anni. Borges vivrà quasi altri due decenni, ma l’ombra attraversa questi scritti in almeno due sensi. Il primo è quello della cecità: Borges era cieco in modo definitivo dal 1955.
Il possibile sottotitolo sarebbe “memorie di un cieco”, il titolo che Derrida diede al suo libro sull’autoritratto. Il cieco a cui Dio (scrive Borges in una poesia non compresa in questa raccolta) ha fatto il dono ambiguo di una massa sterminata di libri e della cecità. Dunque il cieco che tocca e annusa i libri, che li ricorda, che se li fa leggere, ma che non potrà mai più leggerseli da sé. Il secondo è quello della morte. Una lunga tradizione stoica, che si ritrova in Montaigne e a cui aderisce Borges, vuole che imparare a vivere consista nell’imparare a morire.
Ma non sfugge a nessuno l’intrinseca difficoltà di una simile impresa. Ora, Borges suggerisce che l’ombra ci insegni cosa sia la morte, e che proprio per questo va elogiata. Come spesso avviene in Borges, l’elogio sfiora a volte il concettismo, come nel ricordo di Ricardo Güiraldes, morto poco più che quarantenne nel 1927, e autore di Don Secundo Sombra (dunque l’ombra sta, per così dire, in ombra). Altre volte è del tutto esplicito, come in A un’ombra, 1940, in cui Borges prega per l’Inghilterra assediata e invoca l’ombra di De Quincey («mi senti, amico mio non visto, mi senti attraverso quelle cose insondabili che sono i mari e la morte?»).
Tutte le volte che un’ombra si allunga sulla terra, abbiamo un occasione per imparare, se non a morire, a capire che cosa significa, ed è per questo che nel poema conclusivo, che intitola la raccolta, Borges considera la cecità un addestramento alla morte: «Vivo tra forme luminose e vaghe che ancora non sono tenebra». Ed è così che, in una biblioteca illeggibile, Borges propone, attraverso l’esperienza dell’ombra, la versione civile dello stoicismo militare che gli è accaduto spesso di cantare, come negli indimenticabili versi in memoria di Carlo XII di Svezia: «più solo del deserto ardi glaciale; non amasti nessuno e ora sei morto».

                                                                Peter Pan, Disney Studios, 1953

WILLIAM CHAPMAN SHARPE, What’s going on in the shadows? A visual arts timeline, 9 novembre 2017. CLICCA QUI.

Presentazione del saggio dello stesso autore  Grasping Shadows. The Dark Side of Literature, Painting, Photography, and Film, Oxford University Press, 2017

Whats in a shadow? Menace, seduction, or salvation? Immaterial but profound, shadows lurk everywhere in literature and the visual arts, signifying everything from the treachery of appearances to the unfathomable power of God. From Plato to Picasso, from Rembrandt to Welles and Warhol, from Lord of the Rings to the latest video game, shadows act as central players in the drama of Western culture.
Yet because they work silently, artistic shadows often slip unnoticed past audiences and critics. Conceived as an accessible introduction to this elusive phenomenon, Grasping Shadows is the first book that offers a general theory of how all shadows function in texts and visual media. Arguing that shadow images take shape within a common cultural field where visual and verbal meanings overlap, William Sharpe ranges widely among classic and modern works, revealing the key motifs that link apparently disparate works such as those by Fra Angelico and James Joyce, Clementina Hawarden and Kara Walker, Charles Dickens and Kumi Yamashita.
Showing how real-world shadows have shaped the meanings of shadow imagery, Grasping Shadows guides the reader through the techniques used by writers and artists to represent shadows from the Renaissance onward. The last chapter traces how shadows impact the art of the modern city, from Renoir and Zola to film noir and projection systems that capture the shadows of passers-by on streets around the globe. Extending his analysis to contemporary street art, popular songs, billboards, and shadow-theatre, Sharpe demonstrates a practical way to grasp the dark side that looms all around us.

Frank Sinatra and Sammy Davis Jr, Me and My Shadow, 1962

 «Le ombre sono misteriose e inquietanti, e al tempo stesso sono un ausilio prezioso alla conoscenza. Questo libro vi mostrerà che l’ombra non è affatto una cattiva compagna di viaggio, sebbene a prima vista non ispiri molta fiducia. Ho scelto di raccontare una storia che descrive il dialogo ininterrotto che i terrestri hanno da millenni con il cielo. Mi sono stupito nel vedere quanti personaggi, noti e meno noti, da Eratostene a Galileo, dagli astronomi arabi ai matematici moderni, dai pittori greci a Leonardo, hanno fatto dell’ombra un’amica della conoscenza. Mi sono stupito nell’osservare come un concetto a prima vista senza grandi ambizioni potesse venir sfruttato in maniera tanto astuta. Le ombre sono meraviglie della mente. Si pensa di poter dire tutto quel che le riguarda in poche righe, ma a scrutarle attentamente, guardando dritto nel loro cuore di tenebra, si rivelano infinitamente complesse.»
Risultati immagini per plinio butade

Jean-Baptiste Regnault, L’origine della pittura, 1785, Olio su tela, Musée National du Château, Versailles

Butade era un vasaio di Corinto. La figlia di Butade era innamorata di un giovane, che però doveva partire e lasciarla. Per perpetuare la sua presenza, la fanciulla, di notte, mentre lui dormiva, tratteggiò il contorno della sua ombra proiettata sul muro al lume di una lanterna. Su queste linee il padre impresse l’argilla, riproducendo i tratti del volto. Nacque il primo ritratto della storia.

Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, XXXV, 151 

Roberto Casati, L’ombra. Conferenza – Associazione Nel

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Centauri: mito e letteratura.

Lapith fighting a centaur. South Metope 31, Parthenon, ca. 447–433 a.C., British Museum, London

Károly Kerényi, Gli dèi e gli eroi della Grecia. Il racconto del mito, la nascita della civiltà, il Saggiatore, Milano 1963

Del figlio [di Issione], un essere biforme, di nome Centauro, si raccontava che si accoppiasse con le giumente sul monte Pelio. Questa sarebbe stata l’origine dei Centauri, selvaggi abitanti dei boschi, ai cui corpi di cavallo con quattro gambe erano attaccati tronchi umani. Essi erano i pericolosi vicini dei Lapiti. Questi ebbero a combattere duramente contro di loro, quando i Centauri volevano rapire le loro donne – storia celebre, avvenuta in occasione delle nozze di Piritoo e Ippodamia e che appartiene alla leggenda degli eroi. Quale figlio di Issione veniva menzionato anche quel Chirone, il più giusto dei Centauri di cui si è già parlato. In una grotta sotto la cima del Pelio, egli allevò figli di dèi e di eroi, in primo luogo il medico divino Asclepio, poiché egli stesso era il primo medico e il primo conoscitore delle erbe. Si narrava pure che l’avesse generato Crono, sotto forma di cavallo, con Filira, una figlia di Oceano, il cui nome significa «tiglio». In un antico dipinto vascolare egli appare in un mantello stellato, con un albero sradicato e il bottino di caccia sulle spalle; presso di lui il suo cane: cacciatore selvaggio e dio oscurò. Delle sue sofferenze e della sua bontà si parlerà nella storia di Prometeo. […]

Achille e Chirone, anfora etrusca a figure nere, 500-480 a.C., British Museum, London

Il liberatore [di Prometeo] fu Eracle che abbatté con la sua freccia l’uccello torturatore. In tal modo la fine di questi racconti sulla rivalità degli uomini con gli dèi apparterrebbe alla leggenda eroica. Ma tutto ciò che Prometeo soffrì per causa degli uomini, era la sofferenza di un dio; secondo Eschilo e tutti coloro che come lui sentivano amicizia per gli uomini, essa era una sofferenza ingiusta cui lo stesso Zeus doveva porre fine. Esiodo motivava la liberazione con il fatto che Zeus voleva procurare la celebrità a suo figlio Eracle. Eschilo ci ricordava la possibilità di un altro sovrano universale dopo Zeus, del che si parlerà ancora. Prometeo fu informato di questo segreto da sua madre Temi o, come aggiungeva un altro, da Gea. Egli fu lasciato libero da Zeus a prezzo del segreto, ma anche così dovette lasciare un erede delle sue sofferenze, un immortale che, soffrendo in sua vece, andasse negli Inferi. Quest’immortale fu il saggio centauro Chirone, ferito inguaribilmente per errore da una freccia velenosa di Eracle.

Asclepio, Chirone e Apollo, I secolo a.C., Museo Archeologico Nazionale di Napoli, Napoli

Straordinarie figure dei custodi del cerchio [sono] i centauri, che occupano tra l’inizio e la fine tutto lo spazio visivo del canto e ne sono di fatto i protagonisti. Il mito li raffigurava come violenti e iracondi, autori di imprese sanguinarie e di risse, e Dante li scelse qui forse – come suggeriscono gli antichi – anche a figura di quei soldati a cavallo di cui tiranni e predoni si servivano per le loro gesta feroci. Ma essi vivono una loro vita autonoma, caratterizzata dalla bellezza statuaria delle membra e dai tratti fieri della loro umana psicologia – saggio e riflessivo Chirone, focoso e imprudente Nesso –, tratti che ne fanno delle vere persone, a cui è affidato in questo girone il ruolo di interlocutori che altrove hanno i peccatori. Una simile funzione avranno i diavoli della quinta bolgia, quella dei barattieri; anche là i peccatori sono infatti quasi soltanto dei nomi, e i custodi dominano la scena, instaurando con Virgilio e Dante il dialogo e il rapporto drammatico che è tolto agli altri. Là tuttavia essi entrano con coerenza nell’ambiente fantastico della bolgia, facendo tutt’uno con i peccatori, con i quali di fatto sono scambiabili. E se ne vedranno le ragioni. I centauri invece – che in origine dovevano essere appunto anch’essi incarnazioni della violenza – son nati diversi e indipendenti nella loro dignità, e appaiono comunque i soli custodi non diabolici di tutto l’Inferno. Felice eccezione, che non dovrebbe troppo stupire chi rifletta sulla vera qualità degli abitanti dell’inferno dantesco: tale eccezione corrisponde infatti alla diffusa presenza di dignità e nobiltà umana, che si ritrovano più di una volta negli stessi dannati, per cui questo inferno non è una accolta di orrori, ma un luogo doloroso dove abita un’umanità «perduta», che tuttavia mantiene pur sempre i suoi tratti originari. (A.M. Chiavacci Leonardi, Introduzione al c. XII, Milano, Mondadori 1991 )

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Dante, Inferno, c. XII, vv. 52 sgg

[…] Io vidi un’ampia fossa in arco torta,
come quella che tutto ‘l piano abbraccia,
secondo ch’avea detto la mia scorta;

e tra ‘l piè de la ripa ed essa, in traccia
corrien centauri, armati di saette,
come solien nel mondo andare a caccia.

Veggendoci calar, ciascun ristette,
e de la schiera tre si dipartiro
con archi e asticciuole prima elette;

e l’un gridò da lungi: «A qual martiro
venite voi che scendete la costa?
Ditel costinci; se non, l’arco tiro».

Lo mio maestro disse: «La risposta
farem noi a Chirón costà di presso:
mal fu la voglia tua sempre sì tosta».

Poi mi tentò, e disse: «Quelli è Nesso,
che morì per la bella Deianira,
e fé di sé la vendetta elli stesso.

E quel di mezzo, ch’al petto si mira,
è il gran Chirón, il qual nodrì Achille;
quell’ altro è Folo, che fu sì pien d’ira.

Dintorno al fosso vanno a mille a mille,
saettando qual anima si svelle
del sangue più che sua colpa sortille».

Noi ci appressammo a quelle fiere isnelle:
Chirón prese uno strale, e con la cocca
fece la barba in dietro a le mascelle.

Quando s’ebbe scoperta la gran bocca,
disse a’ compagni: «Siete voi accorti
che quel di retro move ciò ch’el tocca?

Così non soglion far li piè d’i morti».
E ‘l mio buon duca, che già li er’ al petto,
dove le due nature son consorti,

rispuose: «Ben è vivo, e sì soletto
mostrar li mi convien la valle buia;
necessità ‘l ci ‘nduce, e non diletto.

Tal si partì da cantare alleluia
che mi commise quest’ officio novo:
non è ladron, né io anima fuia.

Ma per quella virtù per cu’ io movo
li passi miei per sì selvaggia strada,
danne un de’ tuoi, a cui noi siamo a provo,

e che ne mostri là dove si guada,
e che porti costui in su la groppa,
ché non è spirto che per l’aere vada».

Chirón si volse in su la destra poppa,
e disse a Nesso: «Torna, e sì li guida,
e fa cansar s’altra schiera v’intoppa».

Or ci movemmo con la scorta fida
lungo la proda del bollor vermiglio,
dove i bolliti facieno alte strida.

Io vidi gente sotto infino al ciglio;
e ‘l gran centauro disse: «E’ son tiranni
che dier nel sangue e ne l’aver di piglio.

Quivi si piangon li spietati danni;
quivi è Alessandro, e Dïonisio fero
che fé Cicilia aver dolorosi anni.

E quella fronte c’ha ‘l pel così nero,
è Azzolino; e quell’ altro ch’è biondo,
è Opizzo da Esti, il qual per vero

fu spento dal figliastro sù nel mondo».
Allor mi volsi al poeta, e quei disse:
«Questi ti sia or primo, e io secondo».

Poco più oltre il centauro s’affisse
sovr’ una gente che ‘nfino a la gola
parea che di quel bulicame uscisse.

Mostrocci un’ombra da l’un canto sola,
dicendo: «Colui fesse in grembo a Dio
lo cor che ‘n su Tamisi ancor si cola».

Poi vidi gente che di fuor del rio
tenean la testa e ancor tutto ‘l casso;
e di costoro assai riconobb’ io.

Così a più a più si facea basso
quel sangue, sì che cocea pur li piedi;
e quindi fu del fosso il nostro passo.

«Sì come tu da questa parte vedi
lo bulicame che sempre si scema»,
disse ‘l centauro, «voglio che tu credi

che da quest’ altra a più a più giù prema
lo fondo suo, infin ch’el si raggiunge
ove la tirannia convien che gema.

La divina giustizia di qua punge
quell’ Attila che fu flagello in terra,
e Pirro e Sesto; e in etterno munge

le lagrime, che col bollor diserra,
a Rinier da Corneto, a Rinier Pazzo,
che fecero a le strade tanta guerra».

Poi si rivolse e ripassossi ‘l guazzo.

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Sandro Botticelli (1445-1510), Pallade e il Centauro, ca 1482, Galleria degli Uffizi, Firenze

N. Machiavelli, Il Principe, cap. XVIII

Dovete adunque sapere come sono dua generazioni di combattere: l’uno con le leggi, l’altro con la forza. Quel primo è proprio dello uomo, quel secondo è delle bestie: ma perché il primo molte volte non basta, conviene ricorrere al secondo. Pertanto a uno principe è necessario sapere bene usare la bestia e l’uomo. Questa parte è suta insegnata a’ principi copertamente dalli antiqui scrittori; li quali scrivono come Achille e molti altri di quelli principi antichi furono dati a nutrire a Chirone centauro, che sotto la sua disciplina li custodissi. Il che non vuol dire altro, avere per precettore uno mezzo bestia e mezzo uomo, se non che bisogna a uno principe sapere usare l’una e l’altra natura: e l’una sanza l’altra non è durabile.

Filippino Lippi, Il centauro ferito, 1485-1490 circa, Christ Church Picture Gallery, Oxford

Cesare Pavese, La rupe, in Dialoghi con Leucò [1947], Torino, Einaudi, 1999

[…]

Prometeo: Eracle, non parlo di te. Tu sei pietoso e coraggioso. Ma la tua parte l’hai già fatta.
Eracle: Nulla ho fatto, Prometeo.
Prometeo: Non saresti un mortale, se sapessi il destino. Ma tu vivi in un mondo di dèi. E gli dèi vi hanno tolto anche questo. Non sai nulla e hai già fatto ogni cosa. Ricorda il centauro.
Eracle: L’uomo-belva che ho ucciso stamane?
Prometeo: Non si uccidono, i mostri. Non lo possono nemmeno gli dèi. Giorno verrà che crederai di avere ucciso un altro mostro, e più bestiale, e avrai soltanto preparato la tua rupe. Sai chi hai colpito stamattina?
Eracle: Il centauro.
Prometeo: Hai colpito Chirone, il pietoso, il buon amico dei titani e dei mortali.
Eracle: Oh Prometeo…
Prometeo: Eracle, non parlo di te. Tu sei pietoso e coraggioso. Ma la tua parte l’hai già fatta.
Eracle: Nulla ho fatto, Prometeo.
Prometeo: Non saresti un mortale, se sapessi il destino. Ma tu vivi in un mondo di dèi. E gli dèi vi hanno tolto anche questo. Non sai nulla e hai già fatto ogni cosa. Ricorda il centauro.
Eracle: L’uomo-belva che ho ucciso stamane?
Prometeo: Non si uccidono, i mostri. Non lo possono nemmeno gli dèi. Giorno verrà che crederai di avere ucciso un altro mostro, e più bestiale, e avrai soltanto preparato la tua rupe. Sai chi hai colpito stamattina?
Eracle: Il centauro.
Prometeo: Hai colpito Chirone, il pietoso, il buon amico dei titani e dei mortali.
Eracle: Oh Prometeo… […]

P.P.Pasolini, Medea, 1969

Jorge Luis Borges, IL LIBRO DEGLI ESSERI IMMAGINARI [El libro de los seres imaginarios, 1957], con la collaborazione di Margarita Guerrero, Adelphi, 2007

Il centauro è la creatura più armoniosa della zoologia fantastica. «Biforme» lo chiamano le Metamorfosi di Ovidio; ma nulla costa dimenticarne l’indole eterogenea, e pensare che nel mondo platonico delle forme ci sia un archetipo del centauro, come del cavallo o dell’uomo. La scoperta di questo archetipo richiese secoli; i monumenti primitivi e arcaici mostrano un uomo nudo, cui s’adatta scomodamente la groppa di un cavallo. Nel frontone occidentale del tempio di Zeus a Olimpia, i centauri hanno già zampe equine; di dove dovrebbe nascere il collo dell’animale, s’erge il torso umano.
Issione, re di Tessaglia, e una nuvola cui Zeus dette la forma di Era, generarono i centauri; secondo un’altra leggenda, sono figli di Apollo. (S’è fatto derivare centauro da gandharva; nella mitologia vedica, i gandharva sono divinità minori che guidano i cavalli del sole). Poiché i greci dell’epoca omerica non conoscevano l’equitazione, si suppone credessero, del primo nomade che videro, che facesse tutt’uno col suo cavallo; e si osserva che i soldati di Pizarro o di Hernan Cortés, allo stesso modo, furono centauri per gl’indii.
«Uno dei cavalieri cadde da cavallo; e come gl’indii videro quell’animale dividersi in due, tenendo per certo che fosse tutt’uno, tanto fu il loro spavento che voltarono le spalle gridando, e dicendo che s’era fatto due, e strabiliando dell’accaduto; il quale non fu senza consiglio del cielo: perché, se non accadeva, certo coloro ammazzavano tutti i cristiani», narra uno dei testi citati da Prescott.
Ma i greci, a differenza degl’indii, conoscevano il cavallo; e il verosimile è dunque che il centauro fu immagine deliberata, non confusione ignorante.
La più popolare delle favole in cui figurano i centauri è quella del loro combattimento con i lapiti, che li avevano invitati a certe nozze. Per gli ospiti, il vino era cosa nuova: a metà del festino un centauro ubriaco oltraggia la sposa, e inizia, rovesciando le tavole, la famosa centauromachia che Fidia (o un suo discepolo) scolpirà nelle metope del Partenone, che Ovidio canterà nel libro XII delle Metamorfosi, e che ispirerà Rubens. I centauri, vinti dai lapiti, dovettero fuggire di Tessaglia. Ercole, in un altro combattimento, annientò a frecciate la stirpe.
La rustica barbarie e l’ira sono simboleggiate nel centauro, ma «il più giusto dei centauri, Chirone» (Iliade, XI, 832), fu maestro di Achille e di Esculapio, che istruì nelle arti della musica, della cinegetica, della guerra, e perfino della medicina e della chirurgia. Chirone memorabilmente figura nel canto XII dell‘Inferno, che per consenso generale si chiama «canto dei centauri». Si vedano a questo proposito le fini osservazioni del Momigliano, nella sua edizione del 1945.
Plinio dice di aver visto un ippocentauro, conservato nel miele, spedito dall’Egitto all’imperatore.
Nel Convito dei sette savi, Plutarco riferisce umoristicamente che Periandro, despota di Corinto, si vide portare da un suo pastore, in un sacco di cuoio, una creatura partorita poco prima da una giumenta.
Aveva faccia, collo e braccia umani, e il resto equino; piangeva come un bambino; e tutti pensarono che si trattasse d’un presagio spaventoso. Il savio Talete la guardò, rise, e disse a Periandro che in verità non poteva approvare la condotta dei suoi pastori.
Nel quinto libro del suo poema De rerum natura, Lucrezio afferma l’impossibilità del centauro: poiché – la specie equina giungendo a maturità prima dell’umana – il centauro, a tre anni, sarebbe un fantolino balbettante e un cavallo adulto; questo cavallo morirebbe cinquant’anni prima dell’uomo.

Gustave Moreau, Il poeta morto sostenuto da un centauro, 1890

Luigi Zoja, CENTAURI. Mito e violenza maschile, Bari, Laterza, 2010

La parola greca kèntauros significa «colui che uccide – o trafigge (kentèin) — il toro (tàuros)». A volte, viene anche riferita alla parola latina centuria (gruppo di cento). E’ una conferma degli aspetti minacciosi sottintesi dal mito: etimologicamente, i centauri simboleggiano una regressione della mascolinità al branco animale e alla forza fisica data dal numero. […] I greci maschi, dediti per la prima volta a sviluppare individualmente il pensiero filosofico e scientifico, devono essersi sentiti minacciati da una possibile regressione alla psicologia del branco maschile (la centuria), cioè dalla preistoria, ancora vicina alle spalle della storia. Cercarono così di esorcizzarla e scacciarla (non a caso in Tessaglia, ai limiti del loro mondo) creando il mito del centauro. La mente del centauro non può mai staccarsi dall’istinto, proprio come nel suo corpo l’uomo non può mai separarsi dall’animale.

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                                       A. Böcklin, Lotta fra Centauri, 1873, Kunstmuseum, Basel

E. CAVAZZONI, L’ippocentauro, in Guida agli animali fantastici, Guanda, Parma 2011

L’ippocentauro (cavallo con busto e testa di uomo) è un animale impossibile, dice Lucrezio (De rerum natura , V, 878), perché a vent’anni la parte umana sarebbe nel pieno della giovinezza, mentre la parte cavallina sarebbe già vecchia e morirebbe. Una faccia e un busto giovane, con una pancia e le gambe già macilente e decrepite. Ma non è un buon argomento, perché l’ippocentauro è così consolidato come animale fantastico che probabilmente ha una sua fisiologia intermedia tra l’uomo e il cavallo, e non c’è problema di rigetto di una parte per l’altra. Si tenga presente che essendo l’uomo innestato poco sotto l’ombelico, al posto dove ha il collo il cavallo, tutti gli organi interni sono ripetuti due volte, cosa peraltro che si dà anche nei gemelli siamesi. Nel caso dell’ippocentauro però il cervello è dell’uomo e l’apparato riproduttivo del cavallo. Essendo umano di mentalità non disdegna le femmine umane, infatti si danno casi frequenti di rapimenti, mentre non è mai giunta notizia che un ippocentauro andasse in un allevamento e montasse una giumenta in calore. E tuttavia tecnicamente questo caso sarebbe più facile. Si noti che non ci sono ippocentauri femmina, ma solo maschi. Dunque come si generano? È verosimile discendano dall’accoppiamento di uomo e cavallo: così come il mulo ad esempio viene dalla cavalla e dall’asino, è sempre femmina ed è sterile. Da ciò se ne deduce che essendo sempre maschio l’ippocentauro, sia figlio di una donna umana congiuntasi con un cavallo. E questo per la verità non è cosa infrequente, anche al giorno d’oggi fa parte dei sogni venerei femminili, di trastullarsi con un cavallo, allevarlo, accarezzarlo; mentre gli uomini è difficile si erotizzino con una cavalla, la quale infatti non figura nel repertorio della pornofilia corrente.

Paul Klee, Barocker Kentaur, 1939, The National Gallery of Art, Washington

Dunque una donna ama un cavallo e si congiunge con lui. Dopo nove mesi nasce l’ippocentauro, il parto è difficile, la donna non sa come giustificarsi; il padre non è noto, scrivono in ospedale. Gli danno il cognome della madre. Dopo un solo giorno dal parto il piccolo ippocentauro galoppa già per i corridoi dell’ospedale, perché così fanno anche i puledri, sanno già camminare d’istinto dopo poche ore per seguire il branco nella steppa sconfinata. All’ospedale non sono abituati, però un ippocentauro bambino fa tenerezza e tenerlo in culla non è possibile, perché scalcia e balza fuori nitrendo. La madre lo allatta e non parla, conscia della sua colpa e della sua debolezza, e non sa neppure accusare un cavallo preciso. E d’altronde poi nessun cavallo mostrerebbe il sentimento paterno della responsabilità. Le mandano allora (alla madre) uno psicologo, ma lei piange e ripete: «Come ho potuto?» Le mandano un prete, che chiede se lo vuol battezzare. La madre dice: «È un essere mitologico, è meglio che cresca pagano». Intanto l’ippocentauro galoppa in mezzo alle infermiere che son divertite, va su e giù per le scale, passa con gran rumore di zoccoli nella corsia dei lungodegenti, che però così stanno allegri, per quanto possono. La direzione vuole dimettere la madre e l’ippocentauro, soprattutto l’ippocentauro, perché non sono attrezzati alla mitologia e allo scalpitare di zoccoli. E così segue la triste storia dell’ippocentauro nel mondo moderno, per il quale non c’è un posto naturale nella classificazione zoologica, come nell’antichità, né un posto geografico; la Tessaglia, dove un tempo si dice vivesse, è oggi una regione amministrativa della Grecia, la quale fa parte dell’Unione Europea, tutta coltivata e con piccole industrie, turismo, tecnologia; perfino gli asini sono quasi scomparsi, e gli ultimi muli li ha dismessi l’esercito. Ci sono gli animali selvatici, ma sono numerati anche loro, censiti; un ippocentauro non può essere abbandonato nel parco del Gran Paradiso ad esempio, tenuto anche conto che è un animale meridionale; e poi parla, ragiona, nella tradizione gli ippocentauri fanno i pedagoghi; Chirone è stato maestro di Esculapio, e gli ha insegnato musica, medicina, chirurgia; e poi maestro d’Achille. Nel mondo d’oggi un ippocentauro farebbe il pedagogista; però sarebbe una pena, tenerlo seduto a una cattedra, e inoltre sono anche stati un simbolo d’ira, con tendenza a bere e alle risse. Invitati a un pranzo di nozze dai Lapiti, si legge in Omero (Odissea, XXI, 295 ecc.), hanno bevuto troppo e hanno incominciato ad offendere, infastidire le donne, menare le mani. Così un ippocentauro messo seduto a fare il pedagogista scalpiterebbe con il suo di dietro; un pedagogista deve essere comprensivo, metodico, interculturale; un ippocentauro si presenterebbe ubriaco, calci a destra e a sinistra, come metodo suo pedagogico, e poi urla, nitriti, cacche in giro, mosche, tafani, liti coi direttori didattici, tradizionalmente gli ippocentauri hanno arco e frecce; ebbene: i direttori didattici inseguiti a colpi di frecce, e così un eventuale ispettore ministeriale. Nel mondo moderno non c’è posto per loro; già non c’era posto nella Roma antica, cioè erano già una rarità, Plinio dice di averne visto uno conservato nel miele, mandato a Roma dall’Egitto come cosa introvabile e meravigliosa. Poi se ne sono visti nell’inferno di Dante (canto XII, 56 ecc.) come esempio dell’iracondia. Poi? Poi sono spariti. Le donne non si accoppiano più con i cavalli, e se succede, interrompono la gravidanza, su consiglio anche del servizio sanitario sociale.
L’ippocentauro sembra avesse una voce un po’ umana e un po’ cavallina, tutta esplosiva e nitrente; ce l’hanno uguale certi presidi antiquati di scuola media, che gridano in latino mentre la classe è in tumulto, prendono uno per l’orecchio e gli gridano dentro l’orecchio: spero, promitto, iuro… reggono l’infinito futuro.

Immagine correlata

Il centauro di luce disegnato da Picasso, light painting, 1949

Jean Michel Folon, Centauro, 1996

Igor Mitoraj, Centauro, 1994, Pompei Scavi – Regio VII

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