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Giorno della Memoria: 27 gennaio 2017

Quando viene la conoscenza, viene anche a poco a poco il ricordo. 
Conoscenza e ricordo sono una sola e medesima cosa.
Saul Friedlander, A poco a poco il ricordo, Einaudi, Torino 1990
 Per non dimenticare, VIDEO a cura di ZETTEL- RAI Filosofia.
Hans Sahl [1902-1993], Gli  ultimi [1973], da  Mi rifiuto di scrivere un necrologio per l’uomo, Del Vecchio, 2014
Noi siamo gli ultimi.
Interrogateci.
Noi siamo competenti.
Noi portiamo in giro lo schedario
con le cartelle segnaletiche dei nostri amici
appeso al collo come la cassetta degli ambulanti.
Istituti di ricerca fanno domanda
per ottenere degli scomparsi gli scontrini della tintoria,
musei custodiscono le parole della nostra agonia
come reliquie sottovetro.
Noi, che sprecammo il nostro tempo
per motivi comprensibili,
siamo diventati i rigattieri dell’incomprensibile.
Il nostro destino è un monumento sotto tutela.
Il nostro cliente migliore
è la cattiva coscienza della posterità.
Prendete, servitevi.
Noi siamo gli ultimi.
Interrogateci.
Noi siamo competenti.
Il dibattito: come ricordare?
Non siamo noi i superstiti, i testimoni veri. Noi sopravvissuti siamo una minoranza anomala oltre che esigua: siamo quelli che, per loro prevaricazione o abilità o fortuna, non hanno toccato il fondo. Chi lo ha fatto, chi ha visto la Gorgone, non è tornato per raccontare, o è tornato muto; ma sono loro, i sommersi, i testimoni integrali, coloro la cui deposizione avrebbe avuto significato integrale. […]
Noi toccati dalla sorte abbiamo cercato, con maggiore o minore sapienza, di raccontare non solo il nostro destino, ma anche quello degli altri, dei sommersi, appunto; ma è stato un discorso per conto di terzi, il racconto di cose viste da vicino, non sperimentate in proprio. La demolizione condotta a termine, l’opera compiuta non l’ha raccontata nessuno come nessuno è tornato mai a raccontare la propria morte. I sommersi, anche se avessero avuto carta e penna, non avrebbero testimoniato, perché la loro morte era cominciata prima di quella corporale.
P. Levi, I sommersi e i salvati, 1986
Susanna Nirenstein, Auschwitz non è un museo, ”La Repubblica”,  24 gennaio 2014
“E quando ci domanderemo cosa stiamo facendo, tu potrai rispondere loro: noi ricordiamo. Ecco dove alla lunga avremo vinto noi. E verrà il giorno in cui saremo in grado di ricordare una tal quantità di cose che potremo costruire la più grande scavatrice meccanica della storia e scavare, in tal modo, la più grande fossa di tutti i tempi, nella quale sotterrare la guerra”.
Ray Bradbury, Fahrenheit 451
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Marco Paolini legge Primo Levi, La tregua: Hurbineck.

Hurbinek era un nulla, un figlio della morte, un figlio di Auschwitz. Dimostrava tre anni circa, nessuno sapeva niente di lui, non sapeva parlare e non aveva nome: quel curioso nome, Hurbinek, gli era stato assegnato da noi, forse da una delle donne, che aveva interpretato con quelle sillabe una delle voci inarticolate che il piccolo ogni tanto emetteva. Era paralizzato dalle reni in giù, ed aveva le gambe atrofiche, sottili come stecchi; ma i suoi occhi, persi nel viso triangolare e smunto, saettavano terribilmente vivi, pieni di richiesta, di asserzione, della volontà di scatenarsi, di rompere la tomba
del mutismo. La parola che gli mancava, che nessuno si era curato di insegnargli, il bisogno della parola, premeva nel suo sguardo con urgenza esplosiva: era uno sguardo selvaggio e umano ad un tempo, anzi maturo e giudice, che nessuno fra noi sapeva sostenere, tanto era carico di forza e di pena.
Nessuno, salvo Henek: era il mio vicino di letto, un robusto e florido ragazzo ungherese di quindici anni. Henek passava alla cuccia di Hurbinek metà delle sue giornate. Era materno più che paterno: è assai probabile che, se quella nostra precaria convivenza si fosse protratta al di là di un mese, da Henek Hurbinek avrebbe imparato a parlare; certo meglio che dalle ragazze polacche, troppo tenere e troppo vane, che lo ubriacavano di carezze e di baci, ma fuggivano la sua intimità.
Henek invece, tranquillo e testardo, sedeva accanto alla piccola sfinge, immune alla potenza triste che ne emanava; gli portava da mangiare, gli rassettava le coperte, lo ripuliva con mani abili, prive di ripugnanza; e gli parlava, naturalmente in ungherese, con voce lenta e paziente.
Dopo una settimana, Henek annunciò con serietà, ma senza ombra di presunzione, che Hurbinek «diceva una parola». Quale parola? Non sapeva, una parola difficile, non ungherese: qualcosa come «mass-klo», «matisklo».
Nella notte tendemmo l’orecchio: era vero, dall’angolo di Hurbinek veniva ogni tanto un suono, una parola. Non sempre esattamente la stessa, per verità, ma era certamente una parola articolata; o meglio, parole articolate leggermente diverse, variazioni sperimentali attorno a un tema, a una radice, forse a un nome.
Hurbinek continuò finché ebbe vita nei suoi esperimenti ostinati. Nei giorni seguenti, tutti lo ascoltavamo in silenzio, ansiosi di capire, e c’erano fra noi parlatori di tutte le lingue d’Europa: ma la parola di Hurbinek rimase segreta. No, non era certo un messaggio, non una rivelazione: forse era il suo nome, se pure ne aveva avuto uno in sorte; forse (secondo una delle nostre ipotesi) voleva dire «mangiare», o «pane»; o forse «carne» in boemo, come sosteneva con buoni argomenti uno di noi, che conosceva questa lingua.
Hurbinek, che aveva tre anni e forse era nato in Auschwitz e non aveva mai visto un albero; Hurbinek, che aveva combattuto come un uomo, fino all’ultimo respiro, per conquistarsi l’entrata nel mondo degli uomini, da cui una potenza bestiale lo aveva bandito; Hurbinek, il senza-nome, il cui minuscolo avambraccio era pure stato segnato col tatuaggio di Auschwitz; Hurbinek morì ai primi giorni del marzo 1945, libero ma non redento. Nulla resta di lui: egli testimonia attraverso queste mie parole.

P. Levi, La tregua, Einaudi, Torino 1992

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Marco Paolini, Ausmerzen, Torino, Einaudi, 2012: il video.

Ausmerzen ha un suono dolce e un’origine popolare. È una parola di pastori, sa di terra, ne senti l’odore. Ha un suono dolce ma significa qualcosa di duro, che va fatto a marzo.
Prima della transumanza, gli agnelli, le pecore che non reggono la marcia vanno oppressi.
Alla fine della Belle Époque, meno di cento anni fa, i dottori dell’Eugenetica prendono due strade: per gli inglesi si tratta di to eradicate illness, sradicare la malattia; per i tedeschi diventa ausmerzen, sopprimere i deboli.
Forse è utile rileggere il passaggio di Primo Levi sul Doktor Pannwitz:
[…] quando io sono stato di nuovo un uomo libero, ho desiderato di incontrarlo ancora, e non già per vendetta, ma solo per una mia curiosità dell’anima umana. Perché quello sguardo non corse fra due uomini; e se io sapessi spiegare a fondo la natura di quello sguardo, scambiato come attraverso la parete di vetro di un acquario tra due esseri che abitano mezzi diversi, avrei anche spiegato l’essenza della grande follia della terza Germania.  (P. Levi, Se questo è un uomo [1958], Einaudi, Torino 2005).
Quello che tutti noi dei tedeschi pensavamo e dicevamo si percepí in quel momento in modo immediato. Il cervello che sovrintendeva a quegli occhi azzurri e a quelle mani coltivate diceva: «Questo qualcosa davanti a me appartiene a un genere che è ovviamente opportuno sopprimere».
Il Doktor Pannwitz era un ingegnere chimico che esaminava dei candidati per il reparto polimerizzazione. Era solo un ingegnere chimico. Era solo un civile, faceva il suo mestiere. Però lo faceva ad Auschwitz e per farlo aveva dovuto soltanto smettere di pensare, di farsi domande scomode.
Da bambino sentivo il rumore dei pensieri altrui. Certe persone sembravano incapaci di pensare parole intere, altre facevano rumori. Immaginavo il suono del loro cervello. Era un gioco, ma faceva paura.
Certe volte era un rantolo, altre volte un ronzio come la radio fuori frequenza. Leggendo Levi ho sentito il rumore del cervello del Doktor Pannwitz. Suonava, era senza parole ma suonava come un telefono fisso, suonava a vuoto.
Questa è la storia di uno sterminio di massa di cui si parla solo in certi convegni di psichiatria.
Ci sarà un motivo per cui altrove non se ne parla? Credo sia perché sappiamo che ci fu uno sterminio, lo sappiamo già che c’erano i campi di sterminio. I dettagli non ci interessano piú perché la sostanza non cambia. È roba che fa star male, ci vuole uno sforzo per rimetterci mano. I nazisti, il male, la guerra… vien da dire basta prima di cominciare. […]

Auschwitz

Tutto ciò che è necessario per il trionfo del male è che i giusti non facciano niente.

Edmund Burke

Nell’atrio del primo blocco del lager una placca ammonisce, in polacco e in inglese,  che chi non ricorda la Storia è condannato a riviverla“Kto nie pamięta Historii skazany jest na jej ponowne przezycie”; “The one who does not remember History is bound to live through it again”.

L’autore, George Santayana, forse era stato ispirato dalla dichiarazione del comandante del campo Rudolf Hoess, poco prima di venire impiccato sulla forca allestita davanti all’ingresso del forno crematorio:

Nella solitudine del carcere sono arrivato alla dolorosa consapevolezza dei crimini commessi contro l’umanità. Come comandante del campo di sterminio di Auschwitz realizzai una parte dei piani di sterminio concepiti dal Terzo Reich. Come responsabile, pago con la mia propria vita… La scoperta e l’accertamento di questi mostruosi crimini contro l’umanità servono ad evitare nel futuro le premesse che conducono a fatti così terribili.”

Qualche giorno prima, in una lettera al maggiore dei suoi cinque figli, Hoess scriveva:

Diventa una persona che si lascia guidare soprattutto dal calore e dall’umanità. Impara a pensare e giudicare responsabilmente da solo. Non accettare tutto acriticamente e come assolutamente vero, impara dalla vita. Il più grave errore della mia vita è stato credere fedelmente a tutto ciò che veniva dall’alto senza osare avere il minimo dubbio circa la verità che mi era presentata. Cammina attraverso la vita con gli occhi aperti. Non diventare unilaterale: esamina i pro ed i contro in ogni argomento. In ogni tua impresa non lasciare parlare solo la tua mente, ma ascolta soprattutto la voce del tuo cuore”.

Prima ancora, durante gli interrogatori preliminari seguiti alla sua cattura, aveva detto:

“Quando mi trovai nelle SS, educato alla disciplina di quella organizzazione, credevo che quanto mi veniva ordinato dal suo capo e da Hitler fosse giusto; secondo me sarebbe stato disonore e debolezza il cercare in qualsiasi maniera di evitare l’adempimento delle loro commissioni e dei loro ordini, e con tale punto di vista persistetti in ogni luogo a cui fui destinato, e adempii con fervore a tutte le commissioni, anche quando nello svolgimento del mio lavoro nei campi di concentramento vidi fatti veramente inumani…”.

Il male compiuto non per malvagità ma solo per dovere, per senso di appartenenza – il male legalizzato –  diventa una pratica da sbrigare, per la quale i coinvolgimenti emotivi sono tanto più inesistenti quanto più burocratico e organizzato ne è l’adempimento. E’ la banalità del male di cui parla Hanna Arendt: quando cioè l’eccezionalità dell’agire criminoso diventa mostruosa quotidianità, assuefazione e mancanza di consapevolezza, e la distinzione fra virtù e vizio – categorie che vorremmo credere assolute – si trova a dipendere solo da contingenze di luogo e circostanza. E’ così che Hoess poteva riferirsi alle operazioni di sterminio condotte nel campo come “commissioni“; essere a un tempo il padre che prima di morire scrive al figlio una lettera eticamente esemplare e il funzionario che nelle sue memorie ricorda come l’introduzione dello ziklon B26 fu per lui un sollievo: “aveva su di me un effetto tranquillante; infatti si dovevano al più presto sterminare in massa gli ebrei, e né io né Eichmann sapevamo in che modo dovevamo agireOra avevamo trovato il mezzo”.

Ciò che è raccapricciante nel male istituzionalizzato  è che non solo deresponsabilizza i carnefici, ma induce le vittime a collaborare.

Eichmann e i suoi uomini comunicavano ai consigli ebraici degli Anziani quanti ebrei occorrevano per riempire i convogli,e quelli preparavano gli elenchi delle persone da deportare. Gli ebrei si facevano registrare, riempivano innumerevoli moduli, rispondevano a pagine e pagine di questionari riguardanti i loro beni, in modo da agevolarne il sequestro. Poi si radunavano nei centri di raccolta e salivano sui treni. I pochi che tentavano di nascondersi o scappare venivano ricercati da uno speciale corpo di polizia ebraico. […] [Eichmann] naturalmente non si aspettava che gli ebrei condividessero il generale entusiasmo per la loro distruzione, ma si aspettava qualcosa di più che la loro condiscendenza: si aspettava – e la ebbe in misura eccezionale – la loro collaborazione. Senza l’aiuto degli ebrei nel lavoro amministrativo e poliziesco (il rastrellamento finale a Berlino […] fu effettuato esclusivamente da poliziotti ebraici), o ci sarebbe stato il caos completo oppure i tedeschi avrebbero dovuto distogliere troppi uomini dal fronte. […] La verità vera è che […] ovunque c’erano ebrei c’erano stati capi ebraici riconosciuti, e questi capi, quasi senza eccezioni, avevano collaborato con i nazisti, in un modo o nell’altro, per una ragione o per l’altra” (Arendt, La banalità del male).

Ma se la distinzione fra bene e male viene a dipendere da contingenze di luogo e circostanza, è chiaro che a posteriori il giudizio morale che se ne può esprimere dipende altresì da luoghi e circostanze contingenti. Per dirla in altri termini: la storia viene scritta dai vincitori. Lo sapeva Goebbels quando nel 1943 afferma che essi sarebbero passati alla storia come i più grandi statisti di tutti i tempi o come i più grandi criminali. E lo sapeva Eichmann, che al processo si dichiara “non colpevole, nel senso dell’accusa” in quanto accusato di crimini che erano tali solo retrospettivamente, avendo egli agito all’epoca dei fatti in conformità alla legge vigente nello stato di cui era suddito, lamentando che i poteri forti avevano abusato della sua obbedienza:

Il suddito di un governo buono è fortunato, il suddito di un governo cattivo è sfortunato. Io non ho avuto fortuna“. Come osservò il suo difensore, egli “aveva compiuto atti per i quali si viene decorati se si vince e si va alla forca se si perde“. (Arendt, op cit).

Questo comporta, fra l’altro, che la norma implicita nella massima di Santayana sia ben più aleatoria di quanto non sembri a prima vista: quale Storia, viene da chiedersi, stiamo ricordando? Pensiamo alla rappresentazione storica che avremmo oggi di quel periodo se a vincere fossero stati i nazisti: l’accusa di avere scatenato il conflitto sarebbe toccata agli Alleati, e quella di genocidio agli Stati Uniti per le due atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki. L’Olocausto, poi,  sarebbe una leggenda metropolitana sostenuta da pochi, guardati con disprezzo e irrisione, come con disprezzo e irrisione guardiamo oggi alle assurdità dei negazionisti…
Bene fece Eisenhower, con profetica previdenza, a insistere affinché venisse documentato tutto il documentabile, poiché l’orrore era tale che temeva sarebbe arrivato un giorno in cui “qualche idiota” si sarebbe alzato a dire che tutto questo non era mai successo.

Il Memorial di Auschwitz ammonisce: “ricordiamoci che questo è stato” (e che nessun idiota alzi il dito a sostenere che ciò non accadde). Ma ciò che è stato lo fu già prima, e dopo è accaduto di nuovo. L’elenco dei massacri e delle pulizie etniche, anche limitandoci a guardare il solo XX secolo, è talmente nutrito che ci si chiede come abbiano potuto essere perpetrati nel breve spazio di 100 anni. A poco valgono, si direbbe allora, le ammonizioni, perché è fragile la memoria dell’uomo. Così fragile che le stesse vittime si trasformano a loro volta in aguzzini e carnefici: appena due anni dopo la chiusura di Auschwitz e degli altri lager, Israele inizia – e tutt’oggi persegue – la stessa pulizia etnica contro un altro popolo, quello palestinese, colpevole anch’esso, come lo fu quello ebreo, di esistere nel luogo sbagliato.

Forse, fra tutte le domande che Auschwitz solleva, questa è la più angosciosa.  Se persino la vittima è incapace di imparare dalla propria sofferenza, quali speranze abbiamo? A cosa serve ricordare la Storia, se ci si ostina a piangere solo i propri morti e si è incapaci di fare del dolore di ognuno il proprio dolore? Edmund Burke disse che tutto ciò che è necessario per il trionfo del male è che gli uomini buoni non facciano niente. Si potrebbe aggiungere che per non fare niente basta credere che il solo male che importa è quello che viene fatto a noi.

Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:

Considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un sì o per un no.

Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.

Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi, alzandovi.
Ripetetele ai vostri figli.

O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.

Primo Levi

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Fonte Per la Storia – Pearson

Anne Frank: l’unico video fino ad ora conosciuto che la riprenda. E’ affacciata alla sua casa di Amsterdam e osserva un piccolo corteo nuziale.

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La rappresentazione del demoniaco

Giotto, Giudizio Universale, Cappella degli Scrovegni, Padova (1303-1306)

Giotto, Giudizio Universale, Cappella degli Scrovegni, Padova (1303-1306)

 Il diavolo non è il principe della materia, il diavolo è l’arroganza dello spirito, la fede senza sorriso, la verità che non viene mai presa dal dubbio. [Guglielmo di Baskerville, in Umberto Eco, Il nome della rosa, 1980]

Come mai sei caduto dal cielo,
Lucifero, figlio dell’aurora?
Come mai sei stato steso a terra,
signore di popoli?
Eppure tu pensavi:
Salirò in cielo,
sulle stelle di Dio
innalzerò il trono,
dimorerò sul monte dell’assemblea,
nelle parti più remote del settentrione.
Salirò sulle regioni superiori delle nubi,
mi farò uguale all’Altissimo.
E invece sei stato precipitato negli inferi,
nelle profondità dell’abisso!       Isaia, 14,12 –21

U. ECO, Storia della bruttezza, Bompiani, 2007

Al centro dell’inferno sta Lucifero, o Satana che dir si voglia. Ma Satana, il diavolo, il demonio, sono presenti anche prima. Vari tipi di demoni, come esseri intermedi che talora sono benevoli talora malvagi e, quando malvagi, di aspetto mostruoso (ma anche nell’Apocalisse gli “angeli” sono sia adiuvanti di Dio che adiuvanti del demonio), esistevano in varie culture: in Egitto il mostro Ammut, ibrido di coccodrillo, leopardo e ippopotamo, divora i colpevoli nell’oltretomba; vi sono esseri dalle fattezze belluine nella cultura mesopotamica; in varie forme di religione dualista vi è un Principio del Male che si oppone al Principio del Bene. C’è il diavolo come Al-Saitan nella cultura islamica, descritto con attributi animaleschi, così come vi sono demoni tentatori, i gul, che assumono l’aspetto di donne bellissime. Quanto alla cultura ebraica, che direttamente influenza quella cristiana, il diavolo nel Genesi tenta Eva in forma di serpente e nella tradizione, interpretando alcuni testi biblici che sembrano riferirsi ad altro, come Isaia e Ezechiele, era presente all’inizio del mondo come Angelo Ribelle, precipitato da Dio nell’inferno.
Sempre nella Bibbia troviamo la menzione di Lilith, mostro femminile di origini babilonesi, che nella tradizione ebraica diventa demone femminile con viso di donna, lunghi capelli e ali, e che nella tradizione cabalistica (Alfabeto di Ben-Sira, VIII-IX secolo) è stata ritenuta la prima moglie di Adamo, poi trasformatasi in demonio.
Ma si potrebbe aggiungere il Demone Meridiano del Salmo 91, che all’inizio appare come angelo sterminatore ma nella tradizione monastica diverrà poi il tentatore della carne, e i numerosi accenni a Satana in vari passi, dove appare via via come il Calunniatore, l’Oppositore, colui che chiede di mettere alla prova Giobbe, l’Asmodeo in Tobia. La Sapienza (2.24) dirà : “Dio creò l’uomo per l’immortalità, e lo fece a sua immagine e somiglianza, ma per l’invidia del diavolo entrò nel mondo della morte”.
Nei Vangeli il diavolo non viene mai descritto, se non per gli effetti che provoca ma, oltre a tentare Gesù, viene cacciato varie volte dal corpo degli indemoniati, viene citato da Gesù e viene variamente definito come il Maligno, il Nemico, Belzebù, il Bugiardo, il Principe di questo mondo.
Pare ovvio, anche per motivi tradizionali, che il diavolo debba essere brutto. Come tale esso già viene evocato da San Pietro (“fratelli siate sobri e vigilate, perché il vostro nemico, il diavolo, come un leone ruggente, vi circonda cercando chi divorare”), viene descritto in forme animali nelle vite degli eremiti e via via invade, in un crescendo di bruttezza, la letteratura patristica e medievale, specie quella di carattere devozionale.99

J. B. Russell, Il diavolo nel medioevo, Roma-Bari, Laterza, 1982

La paura del diavolo e del peccato è quella che ha più ossessionato gli uomini del Medioevo, a giudicare dall’insistenza con cui questo tema si presenta nella letteratura e nell’arte. Il diavolo, dal latino diabolus («calunniatore»), ha un ruolo importante nel Nuovo Testamento, dove rappresenta il principio del male. Associato al mondo materiale, il regno di Satana è in continua lotta con il regno di Dio, sino alla fine del mondo, quando sarà definitivamente sconfitto. La missione salvifica di Cristo si giustifica proprio nei termini di una contrapposizione al potere di Satana, che si configura come l’Anticristo.
Sarà questa poi la base della demonizzazione degli ebrei, degli eretici, degli infedeli. Nell’Apocalisse troviamo anche i primi caratteri della raffigurazione diabolica: il diavolo è un mostro, con sette teste e dieci corna. L’immagine poi si semplifica, ma resta l’attributo delle corna, insegna del potere o anche allusione agli animali cornuti pagani, simbolo della fertilità. La bestia è nera, come le tenebre degli abissi, o rossa, come il fuoco o il sangue. Mancano ancora le ali, segno del dominio dell’aria. È difficile tracciare uno sviluppo dell’iconografia del diavolo, perché in essa confluiscono tradizioni diverse e contrastanti: quella ascetico-monastica, quella folklorica, quella filosofica e quella didattico-religiosa.
Il diavolo assume aspetti molteplici, conformemente alla sua capacità di trasformarsi, di mascherarsi, di usare tutti gli strumenti dell’inganno per perseguire i suoi fini di perdizione. Egli mostra essenzialmente due volti, quello del tentatore e quello del torturatore infernale. Nel primo caso prende la forma di serpente o sembianze umane, soprattutto femminili, ma anche di uomo pio e colto, di viandante, di contadino, ecc. In questa veste stipula patti con i peccatori: il motivo del patto con il diavolo, alla base del moderno personaggio di Faust, circola ampiamente nel Medioevo e influenzerà direttamente la caccia alle streghe. Nel secondo caso il diavolo assume l’aspetto terrificante documentato nei testi di Bonvesin de la Riva, di Giacomino da Verona, di Dante, nei capitelli e negli affreschi delle chiese (si vedano le impressionanti rappresentazioni dell’Inferno – XIII e XIV secolo – nel Battistero di Firenze e nel Cimitero monumentale di Pisa).
Prima del Mille tuttavia il diavolo, per lo più un uomo o un diavolicchio, specie di folletto o di spirito maligno, non è un essere spregevole. Solo dopo l’XI secolo diventa un essere mostruoso, un ibrido tra l’uomo e la bestia, fornito di corna, di coda e di ali: il suo aspetto assumerà, dopo la crisi e la peste del Trecento, caratteri sempre più grotteschi, come dimostra la pittura di J. Bosch e di P. Bruegel.
È un testo dell’XI secolo, La visione di Tundale, con l’immagine mostruosa del diavolo, che divora le anime e le espelle sul ghiaccio, a influenzare le successive rappresentazioni letterarie e artistiche di Lucifero. Anche quando nei secoli XII, XIII e XIV la letteratura laica in volgare (dai poemi epici alle novelle di Boccaccio e Chaucer) relega il diavolo a un ruolo marginale o a pura metafora dei vizi umani, il demonio non allenta la sua presa sull’immaginario della gente. A ciò contribuiscono la letteratura religiosa e l’arte figurativa, dove la figura di Lucifero trionfa nelle visioni infernali dell’oltretomba. Proiezione delle angosce legate al senso di colpa e alla paura del peccato e della morte, il diavolo, aspetto rimosso e perturbante della società mercantile, appare ora soprattutto come torturatore. Ce lo mostrano all’opera Giacomino da Verona e Bonvesin de la Riva, con gli attributi tradizionali di un’iconografia rivolta a suscitare terrore per distogliere dal peccato. I diavoli sono esseri deformi e terribili, neri, cornuti e puzzolenti, lanciano fiamme dagli occhi, soffiano fuoco dalla bocca, dalle narici e dalle orecchie, hanno zampe d’orso, orecchie di porci, artigli, coda di serpente.
Creatura mostruosa, segno di sregolatezza e di bestialità, del sovvertimento delle leggi di natura, il diavolo è un essere vorace che abbranca, ingoia e talora riespelle le vittime. Questa immagine è evocata dal lupo mangiatore di uomini del folklore e della fiaba europea (dal lupo di Gubbio dei Fioretti di S. Francesco a Cappuccetto rosso), dal mito del licantropo, del vampiro, agli uomini-tigre della tradizione asiatica: è un’immagine forte che impressiona tenacemente l’immaginario medievale e influenza anche la Commedia di Dante.

Priamo della Quercia, Inferno,c. XXXIV, c. 1444-1450)

Il Lucifero dantesco, confitto nell’Inferno, con le sue tre bocche maciulla tre celebri traditori (Giuda, Bruto e Cassio), ma le sei pesanti ali di pipistrello, simbolo di tenebre e di cecità, flagellano invano l’aria gelata, impotenti a volare. Questo Lucifero è più ripugnante che terrificante. In linea con la tradizione scolastica, che nega un’esistenza autonoma al male – giacché il male dipende in ultima analisi dal bene, essendo Dio creatore dell’intero universo – Satana è pura materia, il suo corpo, irsuto e ferino, è un verme, un mostro, la negazione della verità e dello spirito: perciò, simbolo del nulla, Lucifero divora le sue prede umane piangendo lacrime di rabbia impotente.

Coppo di Marcovaldo, Giudizio Universale (Inferno), Firenze, Battistero di San Giovanni, 1260-1270

Da Dante a Tasso

La rappresentazione del diavolo nella letteratura italiana è, fino a Tasso, essenzialmente comica e grottesca. Dante fissa questa fisionomia del diabolico nei canti XXI – XXII dell’Inferno, quando ci viene presentatala bolgia dei barattieri, condannati a bollire sotto una spessa coltre di pece, e guardati a vista da una schiera di diavoli dai nomi pittoreschi: Barbariccia, Cagnazzo, Libicocco, Alichino, Farfarello. Scarmiglione, Malacoda, Calcabrina, Graffiacane, Ciriatto…
I diavoli danteschi sono creature irriverenti quanto minacciose, attaccabrighe e volgari: pernacchie e flatulenze sono le loro modalità di comunicazione: «[…] avea ciascun la lingua stretta l coi denti, verso lor duca [verso la loro guida], per cenno; ed elli avea del cul fatto trombetta» (XXI, vv. 137-139). Essi sono ancora vicini all’origine folclorica della maschera demoniaca, nata dall’incrocio del diavolo (il «tentatore») biblico-evangelico con gli spiriti del sottoterra pagano, folletti maligni e dispettosi, sorta di giullari della demonologia popolare (si noti che Alichino è probabilmente il francese Hallequin, protagonista della caccia infernale, da cui deriva anche la maschera comica di Arlecchino). Anche Satana stesso,  «‘lo ‘mperador del doloroso regno», è presentato nell’ultimo canto dell’Inferno come una creatura immane e spaventosa, sì, ma più che altro grottesca e di ripugnante bruttezza: le ali «di Vispistrello», le tre facce di diverso colore, il pianto e «la bava sanguinosa» di cui è coperto, il resto del corpo bestialmente «velluto», descrivono un mostro disumano, assorto nella sua immensa pena, che non si accorge nemmeno dei due straordinari visitatori.

Lorenzo Lotto, L’arcangelo Michele caccia Lucifero, Loreto, Museo della Santa Casa, Palazzo Apostolico, 1550 circa

L. Sergiacomo – C. Cea – G. Ruozzi,  Satana eroico, da I volti della letteratura, Paravia

La narrazione eroica della Gerusalemme liberata
Tasso non poteva ignorare la potente iconografia dantesca di Satana e del demoniaco quando introdusse nella Gerusalemme liberata il concilio infernale, all’inizio del canto IV del poema. Ma lo stile della Gerusalemme liberata non è comico, come quello della Commedia, bensì sublime, come si addice alla narrazione eroica. Tasso eleva quindi il suo Satana, figurativamente e stilisticamente, al livello eroico del suo racconto.
Il re degli inferi perde ogni connotato folklorico e trae sia la sua fisionomia sia la maestà eroica del suo atteggiamento e del suo discorso da fonti classiche: non a caso perde il suo appellativo o nome cristiano per venire designato come Plutone.
Il diavolo di Tasso è dunque piuttosto il solenne Hades o Plutone, il re degli Inferi fratello di Zeus e Poseidone: divinità tenebrosa, terribile, mantiene la dignità e la maestà dei grandi dei dell’Olimpo:

Orrida maestà nel fero aspetto
terrore accresce, e più superbo il rende:
rosseggian gli occhi, e di veneno infetto
come infausta cometa il guardo splende,
gl’involve il mento e su l’irsuto petto
ispida e folta la gran barba scende,
e in guisa di voragine profonda
s’apre la bocca d’atro sangue immonda.

T. TASSO, Gerusalemme Liberata, canto IV, ott. 6

Questo diavolo classicizzato, trasformato in cupo principe delle tenebre avrà fortuna: da Tasso al Romanticismo, il diavolo perderà il carattere clownesco che aveva avuto nel Medioevo, per diventare un personaggio serissimo, almeno tanto quanto il suo antagonista paradisiaco.
Questo nuovo Satana è dotato anche di una sua retorica e di una sua ideologia. Il discorso che Tasso gli fa recitare, infatti, è una vera e propria contro-Bibbia, un racconto della salvezza rovesciato, visto dal basso, dalla parte dei perdenti.

Gerusalemme Liberata, canto IV, ott. 9-17: il concilio infernale e il discorso di Satana.

9 – Tartarei numi, di seder più degni
là sovra il sole, ond’è l’origin vostra,
che meco già da i più felici regni
spinse il gran caso in questa orribil chiostra,
gli antichi altrui sospetti e i feri sdegni
noti son troppo, e l’alta impresa nostra;
or Colui regge a suo voler le stelle,
e noi siam giudicate alme rubelle.

10 Ed in vece del dì sereno e puro,
de l’aureo sol, de gli stellati giri,
n’ha qui rinchiusi in questo abisso oscuro,
né vuol ch’al primo onor per noi s’aspiri;
e poscia (ahi quanto a ricordarlo è duro!
quest’è quel che più inaspra i miei martìri)
ne’ bei seggi celesti ha l’uom chiamato,
l’uom vile e di vil fango in terra nato.

11 Né ciò gli parve assai; ma in preda a morte,
sol per farne più danno, il figlio diede.
Ei venne e ruppe le tartaree porte,
e porre osò ne’ regni nostri il piede,
e trarne l’alme a noi dovute in sorte,
e riportarne al Ciel sì ricche prede,
vincitor trionfando, e in nostro scherno
l’insegne ivi spiegar del vinto Inferno.

12 Ma che rinovo i miei dolor parlando?
Chi non ha già l’ingiurie nostre intese?
Ed in qual parte si trovò, né quando,
ch’egli cessasse da l’usate imprese?
Non più déssi a l’antiche andar pensando,
pensar dobbiamo a le presenti offese.
Deh! non vedete omai com’egli tenti
tutte al suo culto richiamar le genti?

13 Noi trarrem neghittosi i giorni e l’ore,
né degna cura fia che ‘l cor n’accenda?
e soffrirem che forza ognor maggiore
il suo popol fedele in Asia prenda?
e che Giudea soggioghi? e che ‘l suo onore,
che ‘l nome suo più si dilati e stenda?
che suoni in altre lingue, e in altri carmi
si scriva, e incida in novi bronzi e marmi?

14 Che sian gl’idoli nostri a terra sparsi?
ch’i nostri altari il mondo a lui converta?
ch’a lui sospesi i voti, a lui sol arsi
siano gl’incensi, ed auro e mirra offerta?
ch’ove a noi tempio non solea serrarsi,
or via non resti a l’arti nostre aperta?
che di tant’alme il solito tributo
ne manchi, e in vòto regno alberghi Pluto?

15 Ah non fia ver, ché non sono anco estinti
gli spirti in voi di quel valor primiero,
quando di ferro e d’alte fiamme cinti
pugnammo già contra il celeste impero.
Fummo, io no ‘l nego, in quel conflitto vinti,
pur non mancò virtute al gran pensiero.
Diede che che si fosse a lui vittoria:
rimase a noi d’invitto ardir la gloria.

16 Ma perché più v’indugio? Itene, o miei
fidi consorti, o mia potenza e forze:
ite veloci, ed opprimete i rei
prima che ‘l lor poter più si rinforze;
pria che tutt’arda il regno de gli Ebrei,
questa fiamma crescente omai s’ammorze;
fra loro entrate, e in ultimo lor danno
or la forza s’adopri ed or l’inganno.

17 Sia destin ciò ch’io voglio: altri disperso
se ‘n vada errando, altri rimanga ucciso,
altri in cure d’amor lascive immerso
idol si faccia un dolce sguardo e un riso.
Sia il ferro incontra ‘l suo rettor converso
da lo stuol ribellante e ‘n sé diviso:
pèra il campo e ruini, e resti in tutto
ogni vestigio suo con lui distrutto. –

Satana è un monarca che ha perso – ingiustamente perso – ma non ha rinunciato alla rivincita e non si è arreso all’iniquità della fortuna. La ribellione degli angeli al Creatore viene rivendicata come un’ «alta impresa» condotta contro, sembrerebbe, un nemico troppo suscettibile («altrui sospetti», «feri sdegni»: così la caratterizzazione dell’antagonista divino); il risultato della guerra viene presentato come una prevaricazione anche ideologica («noi siam giudicate alme rubelle»: è proprio vero che la storia la scrivono i vincitori. . .); la creazione dell’uomo è vista come un capriccio inspiegabile («ne’ bei seggi celesti ha l’uom chiamato, / l’uom vile e di vil fango in terra nato»); il sacrificio di Cristo, culminato nella discesa agli Inferi, è giudicato una macchinazione, una manovra aggressiva contro quanto rimaneva dei regni infernali; la crociata è letta in termini puramente militari, come una guerra di aggressione contro Satana stesso e la sua regalità. E la partita è sempre aperta: «[. . .] non sono anco estinti / gli spirti in voi di quel valor primiero, / quando di ferro e d’alte fiamme cinti / pugnammo già contra il celeste impero. / Fummo, io no ’l nego, in quel conflitto vinti, / pur non mancò virtute al gran pensiero».

Si noti la comparsa, nel discorso di Satana, di una parola ormai pericolosa dell’ideologia politica cinquecentesca, virtute, qui usata esattamente nell’accezione con cui la usa Machiavelli («valor», animosità). Siamo dunque di fronte a un Satana politico, a un vero e proprio leader del male, sconfitto, ma che nella sconfitta assume una sua eroica grandezza. Fra l’altro, non Sl può fare a meno di cogliere la somiglianza di questo carattere tragicamente votato a perdere con uno dei piu grandiosi eroi del poema, Solimano, come Satana esule dal suo regno e come Satana in cerca di una impossibile vendetta.

La chiusa del discorso di Satana chiarisce, infine, la sua funzione a|l’interno della Gerusalemme liberata. Il demonio si qualifica come il vero antagonista della crociata cristiana, che si definisce come una guerra non tanto fra cristiani e pagani, ma, direttamente, tra Cielo e Inferno. Le raccomandazioni di Satana scandiscono imperiosamente la trama del poema, si che in ciascuna di esse possiamo riconoscere episodi ben precisi della Gerusalemme; «altri disperso / se ‘n vada errando»: questo è Rinaldo, esule dal campo, e ritornato per un po’ cavaliere errante; «altri rimanga ucciso»: più che a uccisioni generiche, si potrà anche qui pensare a un episodio specifico, per esempio a quello in cui rimane ucciso Gernando sotto il ferro di Rinaldo; le «cure d’amor lascive» rimandano a giardino di Armida e agli incantati amori di Rinaldo; sino alla previsione dell’ammutinamento e della siccità, che mettono a dura prova la tenuta del campo («pèra il campo e ruini») e del suo capitano.

Il fascino delle pulsioni demoniache
D’altronde, in tutti questi episodi, certo negativi e distruttivi per il buon esito della guerra santa, si riconoscono pulsioni e ideali che per quanto di radice demoniaca non per questo perdono il loro fascino. L’erranza cavalleresca di Rinaldo, tornato cavaliere avventuroso e sciolto dalla gerarchia militare che in guerra lo legava a Goffredo, ci riporta al libero esercizio delle armi cortesi, che è quanto dire alla libertà romanzesca del mondo di Ariosto: vagabondaggi, inchieste, gesta fantastiche, amori, contro alla dura disciplina del campo cristiano che sta assediando Gerusalemme, La stessa uccisione di Gernando dipende dall’individualismo irriducibile di questa cavalleria tradizionale, romanzesca ed errabonda, insofferente di gerarchie e di tribunali militari. E non parliamo di Armida, che è il primo «disturbo» inviato da Satana nel campo cristiano: essa incarna la fascinazione del sesso che sbaraglia le difese dei crociati, e che finisce con l’opporre allo squallido paesaggio che circonda la Città Santa la natura incantata e lussureggiante del giardino
della maga, in cui si consumano i suoi rituali amorosi. Tutto ciò è male, naturalmente; è tentazione, sviamento, lusinga dei sensi, sopravvivenza di un’etica cortese-cavalleresca che Tasso crede fermamente vada superata in nome di un’altra cavalleria, più severa e direttamente regolata dalle esigenze‘ morali di un mondo cattolicamente riformato. Satana è dunque destinato a perdere, alla fine; la sua contro-crociata dura il tempo che Dio decide che possa durare, prima dell’intervento risolutivo dell’Altissimo che, al canto XIII, ott. 73, pone  fine alle «prove» affrontate dal campo cristiano: «Abbia sin qui sue dure e perigliose / avversità sofferte il campo amato, / e contra lui con armi ed arti ascose / siasi l’inferno e siasi il mondo armato./ Or cominci novello ordin di cose, / e gli si volga prospero e beato». Ma ciò non toglie che nel poema si dispieghi ampiamente il fascino del male, e che il racconto si nutra profondamente dei suoi veleni. Con Tasso, Satana e il demoniaco acquistano non soltanto una diversa fisionomia stilistica e caratteriale, ma anche un ben più solido peso ideologico:  diavolo si identifica con la proposta complessiva di una diversa lettura del mondo, della storia, dei suoi valori, della religione stessa. Siamo sulla strada che, attraverso Milton, porterà a Goethe e alla leggenda di Faust.

William Blake, Illustrations to Milton’s “Paradise Lost”, The Butts Set,  “Satan Arousing the Rebel Angels”

“Is this the region, this the soil, this the clime”,
Said then the lost archangel, “this the seat
That we must change for heaven, this mournful gloom
For the celestial light? Be it so, since he
Who now is sovereign can dispote and bid
What shall be right: farthest from him is best
Whom reason hath equalled force hath made supreme
Above his equals. Farewell happy fields
Where joy for ever dwells! Hail horrors! Hail
Infernal world! And thou profoundest hell
Receice thy new possessor: one is changed by place or time.
The mind is its own place, and itself
Can make a heaven of hell, a hell of heaven.
What matter where, if I be still the same,
And what I should be, all but less than he
Whom thunder hath made greater? Here at least
We shall be free; th’ Almighty hath not built
Here for his envy, will not drive us hence:
Here we may reign secure, and in my choice
To reign is worth ambition though in hell:
Better to reign in hell, than serve in heaven.
But wherefore let we then our faithful friends,
the associates and co-partners of our loss,
lie thus astonished on th’ oblivious pool,
and call them not to share with us thei part
in this unhappy mansion, or once more
with rallied arms to try what may be yet
regained in heaven, or what more lost in hell?”

“E’ questa la regione, è questo il suolo, il clima”
disse allora l’Arcangelo perduto, questa è la sede
che ci tocca avere in cambio del cielo, questa triste oscurità
invece della luce celestiale? sia pure così, se colui
che ora è sovrano può dire e disporre
che cosa sia giusto; tanto meglio quanto più lontano
da colui che la ragione ha fatto uguale,
la forza reso supremo sui suoi uguali. Addio, campi felici
dove la gioia abita eterna! Salve orrori, salve
mondo infernale, e tu, profondissimo inferno,
accogli il nuovo possessore: uno la cui mente
non può mutare secondo tempi e luoghi.
La mente è luogo a se stessa, e in se stessa
Può fare dell’inferno un cielo, del cielo un inferno.
Che cosa importa dove, se sono sempre lo stesso,
e che altro dovrei essere, tutto meno che inferiore a colui
che il tuono ha reso più grande? Qui almeno
saremo liberi; l’Onnipotente non ha creato
questo luogo per invidiarcelo, e non ci caccerà di qui:
qui potremo regnare sicuri, e per mia scelta
regnare è degno di ambizione, anche se all’inferno:
meglio regnare all’inferno che servire in cielo.
Ma poiché lasciamo noi i nostri fedeli amici,
gli associati e partecipi della nostra sconfitta,
a giacere così attoniti sugli stagni dell’oblio,
e non li chiamiamo ad avere con noi la loro parte
in questa felice dimora, o a tentare ancora una volta
con armi riunite, quel che può essere ancora
riconquistato in cielo, o più ancora perduto nell’inferno?” J. MILTON, Paradise Lost, I, vv. 243 sgg.

Io credo che se il diavolo non esiste, e quindi è stato creato dall’uomo, questi lo ha creato a sua immagine e somiglianza.
Ivan Karamazov, in Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov. Parte seconda, Libro quinto, Pro e contra, cap. IV

David Gilmour, Rattle that lock, 2015

… So long sin, au revoir chaos
If there’s a heaven, it can wait
So long sin, au revoir chaos
If there’s a heaven
Rattle that lock
Rattle that lock, lose those chains
Rattle that lock
Rattle that lock, lose those chains
And all the other travellers
Become phantoms to our eyes
Furies and the revellers
The Fallen angels in disguise…

F. CARDINI, Il diavolo. Dalla bibbia a internet, storia di un temibile seduttore, “La Repubblica – Diario”, 24 luglio 2004

Anzitutto, si dovrebbe sfatare un luogo comune: non è stato certo il medioevo il periodo della nostra storia più ossessionato dal demonio. Il luminoso Rinascimento è stato il tempo nel quale demonologia e demonomania hanno impazzato alla grande: non a caso, roghi, streghe e inquisitori (e anche dotti trattati di demonologia e modesti prontuari su come convocare i diavoli per soddisfare i propri capricci amorosi o farsi aiutare a trovare tesori) hanno avuto la loro età d’oro fra XVI e XVII secolo. Poi si dovrebbe parlare dei molti revivals demonolatrici fra Settecento, Ottocento romantico e Novecento materialista ed esoterico.
Il medioevo è semmai il periodo nel quale il diavolo è stato preso più sul serio: e trattato – lo si voglia o no- in modo più razionale e ragionevole. Anche con molto rispetto, come certamente merita.
La Bibbia ebraica aveva trasmesso al mondo latino, celtico, germanico, slavo, illirico, baltico, un patrimonio di conoscenze e di credenze che era estraneo a quelle genti, in un modo o nell’altro tutte politeistiche e abituate pertanto a relativizzare lo stesso concetto di Male, a venerare dèi buoni e divinità terribili e pericolose. Vi erano, nei vari paganesimi antichi, entità demoniche, le quali venivano situate in un mondo semidivino, abitavano le forze del cosmo e della natura e c’erano infinite tecniche rituali per tenerle a bada.
La Bibbia proponeva viceversa un’entità complessa: il serpente tentatore dell’Eden, lo spirito giudicante e accusatore che era anche ministro di Dio (lo shatan del Libro di Giobbe), il serafino – spirito angelico altissimo – ribelle a Dio, il Dragone Rosso dell’Apocalisse. Fu lunga e paziente opera dei teologi medievali, a cominciare da Agostino, quella tesa a far convergere tutte queste figure e queste caratteristiche in un’unica immagine, quella di un disperato antagonista di Dio che eternamente desidera il male dell’uomo perché ne invidia la libertà e la possibilità di redimersi; un diavolo che a sua volta è a capo d’infinite coorti di demoni minori, le stelle cadute dell‘Apocalisse, ma che al tempo stesso assume talvolta l’immagine degli dèi falsi e bugiardi dell’antichità o dei loro piccoli, mostruosi accoliti.
In questo modo il diavolo che tenta Gesù nel deserto, e che i Padri della Chiesa immaginavano come uno spirito dalle sembianze grosso modo umane (magari leggermente scuro in volto, come i nomadi del deserto egiziano), si carica sempre più di attributi orridi o grotteschi, ereditati dalle varie ricche demonologie pagane: i due elementi esteriormente tipici dell’immaginario diabolico nel medioevo sono una belva, il rettile, e una figura umano-ferina, il capro erede del Pan dei greci. La gente del medioevo aveva paura del diavolo: sapeva che egli poteva rubargli l’anima e la vita eterna. Non aveva granché paura della morte: cominciò ad averne sempre più a partire dal trecento, e non solo perché le grandi epidemie l’avevano resa più presente e tremenda, ma anche perché gli uomini avevano cominciato a vivere meglio e ad amare di più la vita.

Albrecht Dürer, Il cavaliere, la morte e il diavolo, particolare, 1513

L’avvocato del diavolo (The Devil’s Advocate), 1997

Rolling Stones, Sympathy for the Devil, 1968

Work in progress…

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Umanesimo e Rinascimento

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A. PROSPERI, L’Umanesimo, la stampa, le nuove geografie mentali, in Storia moderna e contemporanea,Torino, Einaudi, 2000, I, pp. 102-120

“Lo spirito di avventura, la fiducia nelle proprie forze, la curiosità e l’apertura intellettuale che si percepiscono nelle relazioni dei viaggiatori e dei conquistatori europei ci parlano di una cultura nuova, ottimista, fiduciosa nella leggibilità del mondo e nel valore delle azioni umane. Né la cupa minaccia delle epidemie di peste né il pericolo imminente dell’avanzata turca sembrano capaci di alterare questa disposizione generale del modo di pensare. Per indicare il valore umano, l’italiano dell’epoca usava il termine «virtù» (latino virtus) e lo immaginava in perenne e contrastato legame con la cieca sorte, il caso, indicati anche qui dal termine latino «fortuna». Da Dante a Machiavelli, la «virtù» umana individuale è una grande protagonista dei pensieri di questa cultura. Già l’Ulisse dantesco richiamava ai suoi compagni un’idea alta della natura umana:

Fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza.

L’uomo ha una dignità superiore a quella di ogni altro essere, può spingere il suo valore fino a superare non solo gli animali bruti ma perfino le creature celesti, gli angeli; cosi il filosofò Pico della Mirandola spiegava ed esaltava la «dignitas hominis». Questo atteggiamento fiducioso e creativo portava a rifiutare l’immobilità della tradizione, sul piano della conoscenza, ma anche su quello degli assetti costituiti della società. La nobiltà non era una condizione data dalla natura ed ereditata per via di sangue da un gruppo sociale chiuso, ma era un dono dato a ogni uomo che doveva e poteva conquistarselo col suo valore. Tanta fiducia era alimentata anche dall’espansione del mondo conosciuto e dal mutamento sociale che portava le fortune accumulate col rifiorente commercio a intaccare l’ordine tradizionale del potere e della ricchezza fondato sulla terra e sulla nobiltà di sangue. LEGGI TUTTO…

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Accademia della Crusca: why not?

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Ecco una delle domande “aperte” proposte ai partecipanti delle Olimpiadi dell’italiano 2014.  L’accademia della Crusca la ripropone a tutti gli studenti e chiede di inviare le migliori risposte.  Qualcuno potrebbe provarci…

Dopo aver letto il seguente brano di Italo Calvino, prova a delineare in circa 200 parole lo “scaffale ideale” dei tuoi classici, indicando, secondo i suggerimenti dell’autore, non più di cinque o sei opere (fra quelle già lette e quelle da leggere), e motivando le tue scelte.

[…] il problema decisivo di come mettere in rapporto la lettura dei classici con tutte le altre letture che classici non sono […] si connette con domande come: «Perché leggere i classici anziché concentrarci su letture che ci facciano capire più a fondo il nostro tempo?» e «Dove trovare il tempo e l’agio della mente per leggere dei classici, soverchiati come siamo dalla valanga di carta stampata dell’attualità?».[…] L’attualità può essere banale e mortificante, ma è pur sempre un punto in cui situarci per guardare in avanti o indietro. Per poter leggere i classici si deve pur stabilire «da dove» li stai leggendo, altrimenti sia il libro che il lettore si perdono in una nuvola senza tempo. Ecco dunque che il massimo rendimento della lettura dei classici si ha da parte di chi ad essa sa alternare con sapiente dosaggio la lettura d’attualità. E questo non presume necessariamente una equilibrata calma interiore: può essere anche il frutto d’un nervosismo impaziente, d’una insoddisfazione sbuffante.
Forse l’ideale sarebbe sentire l’attualità come il brusio fuori della finestra, che ci avverte degli ingorghi del traffico e degli sbalzi meteorologici, mentre seguiamo il discorso dei classici che suona chiaro e articolato nella stanza. Ma è ancora tanto se per i più la presenza dei classici s’avverte come un rimbombo lontano, fuori dalla stanza invasa dall’attualità come dalla televisione a tutto volume. […] Oggi un’educazione classica come quella del giovane Leopardi è impensabile, e soprattutto la biblioteca del conte Monaldo è esplosa. I vecchi titoli sono stati decimati ma i nuovi sono moltiplicati proliferando in tutte le letterature e le culture moderne. Non resta che inventarci ognuno una biblioteca ideale dei nostri classici; e direi che essa dovrebbe comprendere per metà libri che abbiamo letto e che hanno contato per noi, e per metà libri che ci proponiamo di leggere e presupponiamo possano contare. Lasciando una sezione di posti vuoti per le sorprese, le scoperte occasionali.

[Da I. Calvino, Perché leggere i classici]

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30000

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Illuminationschool è nato nel giugno del 2012 per accompagnare  lezioni scolastiche  o divagazioni extra ordinem  e per condividere in rete percorsi e idee. Festeggia oggi  i 30000 contatti. Grazie! 

mrsflakes

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Come fare una ricerca

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Non solo Google. Ragazzi, occhio alle fonti! L’Università di Castellanza insegna agli studenti dell’ultimo anno delle superiori come si fa la tesina. E li riporta in biblioteca

“Corriere della Sera”, 16 gennaio 2014

Troppa informazione, soprattutto su Internet, con spesso quella buona poco distinta dalla cosiddetta fuffa. Così i ragazzi dell’ultimo anno delle scuole superiori, al momento di elaborare la tesina per l’esame di maturità, non sanno come muoversi: c’è chi non sa dove cercare i documenti utili, chi fa fatica a riconoscere quelli autorevoli e chi si accontenta di un copia e incolla da Wikipedia.
IMPARARE A DISTINGUERE LE FONTI – Ma dal momento che la ricerca documentale non è materia di studio scolastico, ecco che si è mossa la Liuc, l’università Carlo Cattaneo di Castellanza (Varese), con il progetto «Non solo tesine». Dal 16 gennaio, e per il terzo anno consecutivo, Laura Ballestra, responsabile dei servizi al pubblico della biblioteca Mario Rostoni dell’università e collaboratrice del Cared (il centro di ateneo per la ricerca educativo-didattica e l’aggiornamento), terrà una serie di incontri pomeridiani per i ragazzi di tutte le scuole superiori che vogliono imparare a impostare un buon lavoro di ricerca. I laboratori, gratuiti e della durata di circa tre ore ciascuno, si svolgeranno negli istituti o presso le biblioteche comunali che hanno aderito insieme alle scuole. Nel 2013 hanno partecipato circa 800 studenti, quest’anno sono già iscritti al progetto più di mille ragazzi provenienti da scuole lombarde ma non solo. «Ormai da una decina di anni alla Liuc organizziamo corsi per insegnare agli studenti dei corsi di economia, giurisprudenza e ingegneria dell’università come si imposta e si fa una tesi di laurea», racconta Laura Ballestra. «Ma nel 2011, parlando con alcuni professori delle scuole superiori, ci siamo accorti che il problema di individuare le fonti corrette c’è, a maggior ragione, anche nei ragazzi più giovani». Non sempre però gli insegnanti sono in grado o hanno tempo per spiegare i rudimenti della ricerca documentale. «La Liuc, invece, si è data l’obiettivo di non rimanere chiusa in se stessa ma di aprirsi al mondo fuori, di essere utile anche alle scuole». Così è nato il progetto «Non solo tesine».

NON SOLO GOOGLE: ANDATE IN BIBLIOTECA! – “Il primo concetto che spiego ai ragazzi è che fare ricerca non significa digitare una parola su Google e mettere insieme in qualche modo tutto il materiale che salta fuori. Vuol dire piuttosto svolgere un lavoro che necessita di tempo», spiega Laura. Non solo. Per ottenere un buon risultato, seppur una tesina di poche pagine, servono metodo e buone fonti: «Si parte dal tema scelto, si individuano alcuni sotto-argomenti, ci si pone una domanda a cui poi si cerca di rispondere argomentando. Per poter sostenere la propria tesi bisogna documentarsi. Ma attenzione: se le fonti sono povere, sarà tale anche il risultato finale». Ecco quindi l’importanza di riuscire a individuare fonti complesse: «Durante il laboratorio spieghiamo come si consulta la biblioteca, anche servendosi dell’aiuto dei bibliotecari o del catalogo online, e come scegliere il testo più autorevole in rete, cercando di capire per esempio chi è l’autore o l’editore. Sembrano banalità ma, in un’epoca in cui tutto sembra facilmente reperibile su internet, diviene sempre più importante saper valutare i materiali». Durante il laboratorio i ragazzi potranno anche – ed è la novità di quest’anno – farsi certificare l’elaborato dalla Liuc attraverso il software antiplagio adottato dall’ateneo per controllare l’originalità delle tesi di laurea degli studenti. Infine l’università di Castellanza ha sviluppato un’app gratuita per smartphone Apple e Android, «Non solo tesine»: qui è possibile recuperare testi e risorse utili a impostare tesina e lavoro di ricerca mentre la collaborazione con la banca dati americana Jstor consentirà di accedere anche a riviste scientifiche in lingua inglese. Scuole e biblioteche interessate a partecipare al progetto della Liuc possono mandare una email a Laura Ballestra (lballestra@liuc.it).

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Il virtuale: così rivive l’antico

L’ordine e la luce, un viaggio virtuale nell’evoluzione degli spazi interni nella storia dell’architettura: dai Greci al Rinascimento, MANTOVA,  Palazzo Te,  fino al 16 marzo 2014: “un viaggio nelle antiche architetture per vedere, anzi per toccare con mano, cosa di quelle straordinarie testimonianze del passato è stato ereditato dalle costruzioni moderne. Per questo, la mostra parte dall’analisi dei grandi esempi greci come il Partenone ateniese e il Tempio di Apollo Epicurio a Bassae, per poi passare a quelle romane, con le ricostruzioni virtuali da “vivere” in diretta della Domus Aurea e delle Terme di Traiano, esempi straordinari dell’evoluzione delle tecniche costruttive dei romani.” LEGGI TUTTO…

Un’ambizione che potrebbe apparire fin troppo grande, come infatti apparve molti anni fa anche a Raffaello Sanzio, che nel 1514 così scriveva a Baldassarre Castiglione: “ma io mi levo col pensiero più alto. Vorrei trovar le belle forme degli edifici antichi, né so se il volo sarà d’Icaro…”.

I colori dell’Ara Pacis. Tour virtuale.

 

 

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Per tutte le classi

Anno nuovo, nuovo calendario

lucy_new year

Buon anno a tutti! Vi ricordo che il calendario delle prossime lezioni e attività didattiche è a disposizione su questo sito (https://illuminationschool.wordpress.com/calendario/ – accesso con pw) e su Classeviva – Agenda. Vi prego di segnalarmi eventuali incongruenze o errori. In particolare:

CLASSE terza E: Mementote!  martedì 7 gennaio ritirerò i vostri saggi brevi (su foglio protocollo, manoscritti o stampati, purché disposti su colonne, comprensivi di TITOLO, secondo le consegne). LATINO: portate i voll. 3-4 di Comprendere e tradurre. Verificherò lo svolgimento degli esercizi assegnati ed in particolare la versione cesariana. Vae smemoratis! [latino maccheronico].

CLASSE quarta FMementote!  martedì 7 gennaio ritirerò i vostri saggi brevi sull’attualità di Cicerone.

CLASSE quarta BS: ci vedremo mercoledì, ma martedì passerò da voi per consegnarvi i compiti di italiano corretti.

 

lunedì

martedì

mercoledì giovedì venerdì  sabato
III  E ITA int ITA int

LAT int

COMPITO DI LATINO   
IV BS      ITA int  ITA int  
IV F  ITA int LAT int COMPITO DI LATINO      LAT int

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Sabato al Museo

SABATO 28 DICEMBRE INGRESSO GRATUITO NEI MUSEI STATALI

logo notte al museo

Il Ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo rende noto che sabato 28 dicembre tutti luoghi d’arte statali saranno aperti gratuitamente per l’intera giornata. Inoltre, in occasione del sesto appuntamento di “Una notte al Museo”, la gratuità sarà estesa anche per l’ingresso serale dalle ore 20:00 alle 24:00.

Sabato 28 dicembre,  saranno aperti, con orario prolungato fino alle ore 24, le Gallerie dell’Accademia, la Galleria Giorgio Franchetti alla Cà d’Oro. INFO: CLICCA QUI.

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Voce del verbo leggere

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Su http://www.illuminations.tk (sezione Letture) troverete alcune strenne natalizie. Buona lettura…

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Da Come un romanzo, di Daniel Pennac:

Sì, ma a quale dei miei impegni rubare quest’ora di lettura quotidiana? Agli amici? Alla tivù? Agli spostamenti? Alle serate in famiglia? Ai compiti?
Dove trovare il tempo per leggere?
Grave problema.
Che non esiste.
Nel momento in cui mi pongo il problema del tempo per leggere, vuol dire che quel che manca è la voglia. Poiché, a ben vedere, nessuno ha mai tempo per leggere. Né i piccoli, né gli adolescenti, né i grandi. La vita è un perenne ostacolo alla lettura.
“Leggere? Vorrei tanto, ma il lavoro, i bambini, la casa, non ho più tempo…”
“Come la invidio, lei, che ha tempo per leggere!”
E perché questa donna, che lavora, fa la spesa, si occupa dei bambini, guida la macchina, ama tre uomini, frequenta il dentista, trasloca la settimana prossima, trova tempo per leggere e quel casto scapolo che vive di rendita, no?
Il tempo per leggere è sempre tempo rubato. (Come il tempo per scrivere, d’altronde, o il tempo per amare.)
Rubato a cosa?
Diciamo, al dovere di vivere.
E’ forse questa la ragione per cui la metropolitana – assennato simbolo del suddetto dovere – finisce per essere la più grande biblioteca del mondo.
Il tempo per leggere, come il tempo per amare,  dilata il tempo per vivere.

E. Meli, Perché leggere fa bene. La biblioterapia funziona sulla mente e sul corpo
Non solo benefici psichici in senso stretto, ma risultati persino nella riabilitazione e nelle malattie croniche,  “Corriere della Sera”, 2 dicembre 2013

Leggere per imparare, per rilassarsi, per conoscere. Ma anche per diventare persone migliori, stare meglio con gli altri o addirittura per guarire. Sono sempre di più gli studi che mostrano come i libri siano fonte inesauribile di benessere, psicologico e non solo: una ricerca dell’Università svedese di Göteborg, condotta di recente su un gruppo di donne con patologie che riducevano la loro capacità lavorativa, ha dimostrato, ad esempio, che la lettura di romanzi porta in breve tempo a stare meglio e anche a fare passi avanti notevoli nella riabilitazione. Gli autori raccontano che la malattia aveva tolto la voglia di un buon libro perfino alle più assidue lettrici; poi, però, le donne hanno ricominciato a leggere, qualcuna storie che riflettevano la propria situazione, altre scegliendo testi di evasione pura. Tutte hanno ammesso di trovare sollievo nei libri e sono riuscite a tornare al lavoro prima del previsto.

LEGGIAMO POCO – Un piccolo esempio di “biblioterapia”, la cura con i libri che nel mondo anglosassone è diffusa, ma nel nostro Paese stenta a decollare, forse perché, nonostante una nobile tradizione letteraria, in Italia si legge poco, pochissimo (secondo gli ultimi dati Istat oltre metà degli italiani non finisce neppure un libro nell’arco di un anno). «La biblioterapia è nata agli inizi del ‘900 negli Stati Uniti, quando lo psichiatra William Menninger iniziò a prescrivere libri ai suoi pazienti, notando miglioramenti – spiega Rosa Mininno, psicologa e psicoterapeuta responsabile dell’unico sito italiano dedicato al tema (www.biblioterapia.it) -. Si tratta sempre di percorsi di lettura scelti, pensati apposta per il singolo paziente e per il momento che sta vivendo. Un libro non deve essere mai un’imposizione, ogni scelta va motivata: si possono suggerire volumi di diverso genere, dai romanzi al teatro, dalla poesia ai saggi che aiutano a comprendere meglio la propria condizione da un punto di vista clinico o filosofico. Fino ai grandi classici: Seneca, Tacito o Cicerone sono una fonte inesauribile di riflessioni. Il meccanismo con cui il libro “guarisce” è infatti la sua capacità di aprire la mente: la sofferenza, fisica o psicologica che sia, porta all’isolamento e il libro invece ci connette con il mondo. Attraverso le storie possiamo identificarci nei personaggi, per affinità o per contrasto, ed essere stimolati a comportamenti che aiutino a uscire dal disagio».

POESIA PER CURARSI – La biblioterapia viene usata spesso in pazienti con malesseri psicologici (come disturbi d’ansia, depressione, problemi alimentari), ma può essere un valido sostegno anche in caso di malattie organiche, da quelle oncologiche a quelle cardiologiche. Francesco Bovenzi, presidente dell’Associazione Nazionale Medici Cardiologi Ospedalieri e responsabile della Cardiologia presso l’ospedale di Lucca, sta conducendo uno studio su una trentina di ricoverati con patologie cardiache per verificare se la lettura di un volume di poesie raccolte allo scopo (intitolato “Il cuore ha bisogno di poesia”) possa avere effetti positivi sulla salute dei malati. «Sono liriche semplici che toccano temi universali. Il gradimento dei pazienti è alto e, accanto alla valutazione degli effetti organici tuttora in corso, abbiamo già osservato un miglioramento nella relazione con i medici – racconta Bovenzi -. Non è poco, perché magari la poesia non dilata direttamente le coronarie, ma certamente può aiutare il paziente a stare bene, a recuperare un dialogo di fiducia con il curante e, di conseguenza, a seguire di più le terapie». «Un’atteggiamento psicologico positivo nei confronti della malattia, qualunque essa sia, serve per guarire prima e meglio. I libri, soprattutto se prescritti in un percorso ragionato, aiutano a trovare in se stessi le più efficaci capacità di reazione – dice Mininno -. Per di più servono alla prevenzione. Alcune esperienze nel Regno Unito hanno dimostrato che la biblioterapia in soggetti con ansia e attacchi di panico riduce gli accessi ai Pronto soccorso».

PERICOLOSI EFFETTI COLLATERALI – Chiunque, poi, può leggere: lo dimostrano le esperienze condotte con successo su malati psichiatrici gravi, i progetti nelle carceri, i dati ottenuti in bambini e adolescenti che mostrano, ad esempio, come la biblioterapia aiuti a contrastare il bullismo. E perfino i tomi all’apparenza più ostili, come i classici latini, possono essere alla portata di tutti: il terapeuta può leggerne brani assieme al paziente e a volte basta stimolare la curiosità per veder fiorire l’interesse per testi che toccano emozioni universali, oggi come ieri. Ma, essendo “farmaci”, anche i libri hanno “effetti collaterali”? «Certamente – risponde Mininno -. I libri di auto-aiuto che promettono guarigioni lampo, ad esempio, sono pericolosi, perché illudono i pazienti di trovare per i loro problemi scorciatoie che non esistono. Tutt’altro significato possono avere i volumi che affrontano la condizione del paziente con chiarezza e senza false promesse. Bisogna essere cauti anche consigliando libri a chi potrebbe non essere capace di sfruttare in modo “creativo” le letture, finendo per vivere perennemente in un mondo irreale. Ci sono poi due generi di libri che non vanno mai prescritti, quelli violenti come gli horror o i testi di pseudo-erotismo, che di fatto sono pornografici. I primi soddisfano il gusto del macabro, ma non servono per affrontare l’aggressività nel paziente come erroneamente alcuni credono; i secondi si vendono per la loro carica di morbosità, ma non aiutano a ritrovare un equilibrio sessuale».

FIN DA PICCOLI – Non tutti i libri curano, insomma, né sono “buoni” per la nostra crescita interiore. Perché leggere fa bene anche quando non siamo malati, ma stiamo semplicemente cercando un testo (saggio o romanzo non fa differenza) che ci aiuti in un momento delicato dell’esistenza. In questo caso la scelta è più libera, ma secondo la psicologa, perché sia “giusta”, oltre ad affidarsi al consiglio di operatori esperti del settore (dai bibliotecari agli ormai quasi estinti librai), bisognerebbe “saggiare” il libro senza fermarsi al titolo, sfogliando qualche pagina per capire di che si tratta. Perché «la vita è troppo breve per leggere brutti libri», come recita il motto di due terapiste londinesi, Ella Berthoud e Susan Elderkin, che poche settimane fa hanno pubblicato una guida alla biblioterapia, chiamata The novel cure (“La nuova cura”, ma anche “La cura del romanzo”): per ogni caso della vita si potrebbe trovare un aiuto in testi più o meno classici; ad esempio, se si è perso il lavoro potrebbe servire la lettura di Bartleby lo scrivano di Herman Melville e se ci si sente sopraffatti dallo stress e dalla mancanza di ideali si potrebbe ricorrere a Tess dei D’Urbervilles di Thomas Hardy. Purtroppo, visto l’amore italico per la lettura, questi sono consigli che rischiano di non trovare ascolto, come sottolinea Mininno: «In Italia tutti scrivono e pochi leggono. Per favorire l’avvicinamento ai libri, tanto preziosi per il nostro benessere psichico e fisico, servono di più piccole esperienze, dai gruppi di lettura alle serate tematiche nelle biblioteche. Senza contare che i buoni lettori si allevano fin da piccoli, insegnando il piacere di un bel libro ai propri figli».

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