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“È giusto intraprendere degli studi, se ancora non ho idea né di quel che voglio diventare né di che cosa io sia capace?”

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Lettera a una studentessa, da “Il sole 24 ore Magazine”

Stig Dagerman è considerato il “Camus svedese”. Nato nel 1923, dal 1946 scrisse quattro romanzi, quattro drammi, poesie, racconti, articoli, sceneggiature di film, che continuano a essere tradotte e ristampate. Bloccato da una lunga crisi creativa e angosciato dal peso delle enormi aspettative suscitate dal suo talento, si uccise nel 1954.
Nel 1952 il settimanale svedese “Idun” aveva chiesto a cinque maturande di scrivere ad altrettante personalità della cultura. Britt-Marie Tidbeck si rivolse a Stig Dagerman ponendogli la domanda: «È giusto intraprendere degli studi, se ancora non ho idea né di quel che voglio diventare né di che cosa io sia capace, e se sarei disposta ad abbandonare il lavoro nel caso fosse la migliore soluzione per un eventuale matrimonio?»
Quella che segue è la risposta dello scrittore, un estratto da La politica dell’impossibile (Iperborea 2016), raccolta di interventi giornalistici pubblicati tra il 1943 e il 1952, tradotti per la prima volta in italiano. Traduzione di Fulvio Ferrari ©Iperborea

Cara signorina Tidbeck,

Grazie di avermi scritto, mi ha fatto piacere e mi ha un po’ spaventato. Per avere il coraggio di rispondere a domande che altri pongono sulla vita bisogna infatti essere molto presuntuosi o molto ubriachi. Il mio primo consiglio dunque è questo: non si fidi di nessuno che sostenga di poter risolvere i Suoi problemi e vedere nel futuro più di quanto possa fare Lei. Con il tempo ho imparato che i cosiddetti buoni consigli non solo costano caro, ma nella maggior parte dei casi sono anche privi di senso. Lei stessa è la prima e ultima autorità riguardo alla Sua vita. Non si fidi perciò nemmeno di questa lettera, finché non avrà raggiunto un punto della Sua vita in cui l’esperienza Le parlerà con la Sua stessa voce.

Una frase della Sua lettera mi ha fatto molto pensare. Lei parla infatti della liberazione che La attende quando le porte della scuola si richiuderanno per l’ultima volta alle Sue spalle. Proprio in questo periodo dell’anno, ma dieci anni fa, anch’io ero in attesa di questo miracolo della liberazione. Ora è passato abbastanza tempo da osare chiedere a me stesso: quando sei stato più libero, a scuola o nella «vita»? Non si spaventi se devo rispondere: per molti aspetti ero un uomo più libero dieci anni fa di quanto lo sia adesso.

È chiaro che in quegli anni avevo spesso, per non dire sempre, la sensazione che la scuola fosse una prigione, gli insegnanti fossero i carcerieri e le lezioni e i compiti scritti lavori forzati. Dopo di allora, però, ho imparato che l’espressione «si impara per la vita, non per la scuola» ha un terribile rovescio. La vita, infatti, non chiede conto in primo luogo delle conoscenze libresche, ma dell’esperienza delle forme di costrizione che la scuola imprime in noi: l’ansia dell’esame, il timore di arrivare in ritardo, la paura delle insufficienze, il terrore del fallimento.

 Sembra purtroppo che le forme di schiavitù della vita imitino quelle della scuola, con la differenza che quelle della vita sono molto più dure e spietate nei confronti degli allievi. Cos’è infatti un’insufficienza se paragonata a un licenziamento? O il suono di una campanella in confronto a un orologio marcatempo? Cos’è un capoclasse se paragonato a un controllore dei tempi di produzione? O l’insufficienza in un compito scritto se paragonata alla bocciatura di una tesi di dottorato? E infine: dipendevamo dalla volontà dei genitori e dal potere degli insegnanti, ma eravamo al sicuro. Ora siamo schiavi della necessità di guadagnare, di farci strada, di diventare qualcuno. E questa dipendenza è dieci volte peggiore. C’è chi è costretto a contare i suoi spiccioli anche mentre dorme. Ci sono famiglie che la carenza di alloggi costringe a vivere in un’unica stanza con cucina. Ci sono addirittura persone che trovano il carcere più libero della società in cui vivono e l’ospedale più salutare dello spietato campo di battaglia della lotta per la vita.

Le apparirò forse prolisso e pessimista, ma devo dirle queste cose perché riguardano Lei più della maggior parte delle persone. E La riguardano così tanto perché proprio ora vive un momento in cui intuisce cosa sia la libertà. Per questa ragione torno a ripeterle con insistenza: diffidi della libertà che la vita Le offre, perché è ben poca cosa. Ma conservi finché può quel senso di libertà di cui sta facendo ora esperienza e che sarà il Suo ricordo più importante della scuola, perché quel senso di libertà è la cosa più preziosa che possiede. Se sarà abbastanza intenso La aiuterà più di qualsiasi consigliere nelle questioni della vita e del cuore, come ha aiutato me nei momenti in cui la vita mi si stendeva davanti come un deserto.

Ciò che intendo dire è questo: viaggi, legga o trovi un lavoro. Nel Suo intimo Lei sa quale sia la cosa giusta. Ma qualsiasi cosa decida di fare, non dimentichi mai che non è prigioniera della strada scelta. Ha tutto il diritto di cambiarla, se sente di essere sul punto di perdersi. La vita Le chiederà prestazioni che troverà ripugnanti. Allora dovrà essere consapevole che la cosa più importante non è la prestazione, ma il Suo svilupparsi in una retta e bella persona. Molti le diranno che questo consiglio è asociale, ma Lei potrà rispondere: quando le forme della società si fanno dure e negano la vita, è meglio essere asociali che disumani.

Per finire Le auguro un buon viaggio sulla strada che sceglierà. Le auguro anche ogni successo, ma più ancora Le auguro due cose che spesso ostacolano il successo esteriore e hanno tutto il diritto di farlo perché sono più importanti: l’amore e la libertà.

E dunque: buona fortuna per il grande giorno! Mi faccia sapere tra dieci anni com’è stato il suo viaggio.

Il Suo

Stig Dagerman

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Esami di stato 2017: la prova di italiano

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Non si azzardano previsioni, ma qualche buona lettura di “saggi brevi d’autore” – aggiornati nei contenuti ed ineccepibili nella forma – può aiutare ad affrontare meglio la prova. Consultate a piacere qualche articolo dal sito http://www.illuminations-edu.blogspot.it/ (uno per ciascuno degli ambiti del saggio breve ministeriale).

Qualche suggerimento:

http://www.illuminations-edu.blogspot.it/2015/05/velocita-e-sinonimo-di-sopravvivenza.html

http://www.illuminations-edu.blogspot.it/2014/01/correva-lanno-1910-il-nichilismo.html

http://www.illuminations-edu.blogspot.it/2015/04/noi-esseri-umani-tutti-figli-delle.html

http://www.illuminations-edu.blogspot.it/2015/04/le-cinque-leggi-di-internet-che.html

Per quanto riguarda la tipologia A,  siete abituati a svolgere analisi di testi d’autore non noti. Comunque, ripassate il programma di italiano, cercando di richiamare alla memoria temi chiave e parole/espressioni chiave dei testi letti o dei principali movimenti  artistico-culturali affrontati. Recuperate la scheda sinottica che dovreste aver compilato nel corso delle ultime settimane di scuola, organizzata per temi/argomenti/materie. Vi aiuterà a ripassare e a rimettere in moto le idee. Rileggete le tracce degli ultimi compiti assegnati in classe, (ri)leggete i dossier di documenti, ipotizzate dei collegamenti, dei riscontri con la vostra personale “enciclopedia” di conoscenze e riflessioni.

E ricordatevi sempre: “le parole sono importanti”.

Mrsflakes

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Costruiamo un paese che attragga i cervelli

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Se i nostri studiosi hanno successo nel mondo non sarà perché la nostra vituperata scuola è migliore di quel che amiamo credere?
Salvatore Settis, “La Repubblica”, 20 febbraio 2016

CERVELLI in fuga, rientri dei cervelli, successi dei ricercatori italiani all’estero. Su questo fronte si scontrano due opposte retoriche, le geremiadi sull’Italia matrigna che costringe all’emigrazione i migliori e l’esultanza sul talento italiano che trionfa nel mondo. C’è del vero in entrambe, ma una più quieta analisi rivela altri elementi. Il tasso di emigrazione (a prescindere dal grado di istruzione) è raddoppiato negli ultimi cinque anni, e intanto l’attrattività dell’Italia è drammaticamente calata. Nel 2014 il saldo migratorio con l’estero nell’età più produttiva registra una perdita di 45.000 residenti, dei quali 12.000 laureati, che hanno trovato impiego in Europa, ma anche in America e in Brasile. Dati preoccupanti, che accrescono l’età media di un Paese già tra i più vecchi del mondo (157,7 ultra-65 per 100 minori di 15 anni). Ma l’emigrazione di chi fa ricerca ha risvolti economici e produttivi, non solo demografici. Prima di tutto, perché dalla ricerca (anche da quella “pura”, le cui applicazioni vengono dopo anni) nasce l’innovazione, che a sua volta genera produttività e occupazione. E poi perché gli anni di formazione, dalle elementari ai dottorati, hanno per il Paese un costo pro capite altissimo, ed è dissennato e antieconomico “regalare” ad altri un ricercatore di prima qualità dopo averlo allevato a caro prezzo.
C’è qui un equivoco da dissipare: da sempre chi fa ricerca si muove da un Paese all’altro, anzi l’esistenza di clerici vagantes è un requisito della libertà intellettuale. Niente di male se un biologo o un archeologo italiano va a lavorare in Svizzera o in Canada. A meno che questo flusso non sia unidirezionale, cioè in netta perdita. È quel che accade in Italia, dove il saldo negativo è intorno a 10 a 1 (uno straniero che fa ricerca in Italia per ogni 10 italiani all’estero). Ma il trend comincia già negli anni universitari, dove l’Italia è sempre meno attrattiva per gli studenti di altri Paesi: nel 2014 quasi 50.000 italiani sono andati a studiare all’estero, solo 16.000 stranieri sono venuti in Italia (contro i 68.000 che sono andati in Germania o i 46.000 della Francia). Secondo l’Ocse, che ha diffuso questi dati, lo squilibrio è dovuto ai bassi salari e alla difficoltà di trovar lavoro in Italia, dove «nel 2014 solo il 65% dei laureati fra 25 e 34 anni hanno trovato impiego, ed è questo il livello più basso d’Europa (media 82 %)».
Un indice significativo è offerto dai finanziamenti Erc (European Research Council) per i giovani (entro 12 anni dal dottorato): fino a 2 milioni per ogni progetto, che il vincitore può spendere dove crede, scegliendo una host institution in uno dei Paesi Ue. Colpisce, guardando le statistiche 2015 (oltre un miliardo di euro di fondi distribuiti), il contrasto fra due dati: da un lato, l’Italia è al secondo posto dopo la Germania, con 61 progetti vincenti. Dall’altro lato, il numero degli italiani che portano in altro Paese la propria “dote” è il più alto d’Europa: 31 su 61, il 50%. Niente di male se un italiano preferisce un laboratorio inglese; ma nel Regno Unito, se i vincitori sono 54 (meno degli italiani), a scegliervi la host institution sono ben 115, con un saldo nettamente positivo (+ 61).
Lo stesso vale per Germania, Francia, Olanda, e così via: l’Italia è il fanalino di coda (è stata scelta da due soli stranieri, un portoghese e una romena), con forte saldo negativo (- 30). Perché? La verità è che ricercatori di alto livello e studenti alle prime armi tendono a diffidare dell’Italia per le stesse ragioni, carenza delle strutture e incertezza delle prospettive; per non dire degli stipendi universitari, congelati da anni e non competitivi.
Davanti a questi dati, chi vuole o l’insulto o l’applauso è in difficoltà. Bisogna esser contenti di quanto siamo bravi, o scontenti perché spendiamo la nostra intelligenza altrove? Ma la maggiore urgenza è fare un passo indietro, e domandarci: se i nostri studiosi hanno tanto successo nel mondo, non sarà prima di tutto perché la nostra vituperata scuola, a partire dal liceo classico di cui improvvisati censori reclamano la morte, è molto ma molto migliore di quel che amiamo credere, e abitua al pensiero creativo assai più di altri sistemi educativi? E perché allora sottometterla al ripetuto elettroshock di riforme ricche di codicilli ma prive di indirizzo culturale? Seconda domanda: i ricercatori italiani tanto ricercati a Harvard, a Berlino, a Oxford, a Parigi sono stati formati nelle università italiane, che da Tremonti in qua vengono considerate (e a volte sono) la sentina di ogni vizio. Ma non avranno anche qualche virtù, se producono fior di studiosi ricercati dappertutto?
La scuola, l’università, la ricerca sono prove di futuro. A giudicare dai risultati le nostre istituzioni, nonostante la disgregazione di questi anni, hanno sfornato ottimi studiosi. Sapranno farlo ancora dopo il dissanguamento di risorse umane e di finanziamenti? Come ha notato l’Ocse, «l’Italia spende nell’educazione terziaria lo 0,9% del Pil, al penultimo posto fra i Paesi Ocse, con un livello simile a Brasile e Indonesia, mentre Paesi come il Canada, il Cile, la Danimarca, la Corea, la Finlandia e gli Stati Uniti spendono nel settore oltre il 2% del Pil». Micidiali nubi si addensano sul futuro: i Prin (“progetti di ricerca di interesse nazionale”) sono stati finanziati nell’ultimo bando (dicembre 2015) con la ridicola cifra di 91 milioni per tutta Italia, per tutte le discipline (in Germania la sola Exzellenzinitiative comporta fondi di ricerca per tre miliardi in cinque anni).
Perdura il quasi-blocco delle assunzioni, che condanna a una perpetua anticamera migliaia di docenti abilitati a cattedre di prima e seconda fascia. La scuola pubblica viene definanziata in favore della scuola privata, e riforma dopo riforma perde la natura di teatro della conoscenza e della creatività e si fa addestramento a frammentarie “competenze” di obbedienti esecutori. Perciò a ogni affermazione di ricercatori italiani all’estero dovremmo pensare: oggi campiamo di rendita, consolandoci coi successi di chi è stato formato da una scuola e da un’università che, intanto, stiamo distruggendo. Ma domani? I giovani migliori (se abbienti) dovranno formarsi all’estero, perché la nostra scuola si immiserisce in microriforme senz’anima e le nostre università mancano di docenti, laboratori, biblioteche? Gli italiani che emigravano cent’anni fa erano padri, e mandavano le rimesse in patria per il futuro dei figli. I nuovi emigranti sono per lo più figli: quel che stiamo perdendo non sono solo le loro rimesse, ma la ricchezza che essi stessi rappresentano.

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Contrordine in classe: “Attenti al tablet crea nuovi analfabeti”

Lo studio di Vertecchi, decano dei pedagogisti italiani: difficoltà a scrivere in chi usa troppi strumenti hi-tech
“Il copia e incolla riduce la consapevolezza ortografica e le capacità argomentative”
Salvo Intravaia, “La Repubblica”,  7 gennaio 2016

L’uso massiccio di pc e internet a scuola non assicura miglioramenti nelle performance degli alunni. Ma addirittura ne determinerebbe un calo negli apprendimenti. Benedetto Vertecchi, noto pedagogista italiano, riapre la diatriba tra coloro che considerano tablet e Lim (le lavagne interattive multimediali) nelle aule scolastiche un toccasana contro gli scarsi risultati e i tanti docenti che continuano a credere nell’insegnamento alla vecchia maniera, con tabelline e poesie imparate e memoria. L’ultimo scritto del docente umbro ha un titolo emblematico: Alfabeto a rischio.
E fa un passo avanti rispetto alla ricerca – Nulla dies sine linea – condotta un paio di anni fa. Vertecchi, docente di pedagogia sperimentale all’università di Roma Tre, sostiene che l’uso delle tecnologie determina «una caduta nella capacità di scrivere» non solo in senso meccanico, con grafie sempre più incomprensibili o strani mix di stili e caratteri nelle stesse parole: corsivo e stampatello, maiuscolo e minuscolo. Ma problemi anche nell’apprendimento. «Una caduta che investe sia la capacità di tracciare i caratteri, sia quella di organizzarli correttamente in parole, da usare per organizzare il messaggio». In pratica, «l’uso di mezzi digitali comporta l’attenuazione, e talvolta la perdita, della capacità di coordinare il pensiero con l’attività necessaria per tracciare i segni»: gli alunni delle scuole elementari hanno sempre più difficoltà a usare le forbici e a livello ortografico sono spesso un disastro. «L’intervento nella scrittura digitale di correttori automatici riduce la consapevolezza ortografica. Il ricorso ossessivo alla funzione copia e incolla riduce la necessità di sviluppare una linea argomentativa ».
Ma per Vertecchi l’effetto più pericoloso è la caduta della memoria. «La tecnologia abitua i bambini a pensare che c’è sempre una risposta all’esterno», e non nella loro testa.
Tra qualche giorno – dal 22 gennaio al 22 febbraio – partiranno le iscrizioni al prossimo anno scolastico e per accaparrarsi iscritti, nei loro giri di promozione nelle scuole medie, i docenti delle superiori pubblicizzano l’armamentario tecnologico in possesso del proprio istituto. Il non plus ultra è rappresentato dal tablet in dotazione a tutti i docenti della scuola per aggiornare il registro elettronico e collegarsi ad internet, e le classi tappezzate di Lim. Ma adesso comincia a farsi strada l’idea che tutta questa tecnologia all’interno delle aule scolastiche possa anche essere deleteria.
Del resto, che l’uso ossessivo dalla più giovane età di smartphone e console produrrebbe solo problemi, e non solo a carico della scrittura, non è un’idea del solo Vertecchi. Manfred Spitzer, che nel 2013 ha scritto il saggio Demenza digitale, ha posto in rilievo i danni mentali che conseguono da un uso dissennato di strumenti tecnologici. Perfino l’Ocse ha di recente ammesso che «nonostante i notevoli investimenti in computer, connessioni internet e software per uso didattico, non ci sono prove solide che un maggiore uso del computer tra gli studenti porti a punteggi migliori in matematica e lettura» nei test Pisa. In uno degli ultimi approfondimenti – Students, Computers and Learning. Making the connection – l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico mette in evidenza una realtà piuttosto inquietante: i quindicenni che mostrano le migliori performance in lettura e matematica sono quelli che utilizzano le tecnologie a scuola meno della media dei loro compagni. Per questo «in alcune scuole svizzere e statunitensi – conclude Vertecchi – l’uso delle tecnologie è inibito fino ad una certa età o fortemente limitato».

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I DATI DI EDUSCOPIO 2015

Da qualche giorno è consultabile online l’edizione 2015 di EDUSCOPIO, il portale della Fondazione Agnelli che fornisce la classifica degli istituti superiori migliori, città per città, sulla base dei risultati universitari degli studenti diplomati. Il “GALILEI” di San Donà di Piave si riconferma miglior liceo scientifico della provincia di Venezia, tra i migliori della regione Veneto. L’eccellenza dei risultati del nostro Liceo, riconfermata per il secondo anno consecutivo, è un importante riconoscimento della qualità del lavoro della scuola, degli studenti, dei docenti e delle famiglie.

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“L’idea di fondo del progetto eduscopio.it è quella di valutare uno degli esiti successivi della formazione secondaria – i risultati universitari degli studenti – per trarne un’indicazione di qualità sull’offerta formativa delle scuole da cui essi provengono. I risultati universitari (esami, voti, crediti) riflettono e danno informazioni anche sulla qualità delle “basi” formative, la bontà del metodo di studio e l’utilità dei suggerimenti orientativi acquisiti presso le scuole secondarie. In altre parole, i risultati universitari ci permettono di formulare un giudizio sulla qualità delle scuole secondarie superiori sulla base di informazioni che provengono da enti – gli atenei – che sono “terzi” rispetto alle scuole stesse, cioè imparziali, ma al tempo stesso molto interessati alla qualità delle competenze e delle conoscenze degli studenti”.

Lo studio si basa  sui risultati universitari di più di  700.000 diplomati dal 2010 al 2012,  valutati sulla base delle scuole superiori di provenienza. In sintesi, questi sono gli indicatori considerati:

  • Media dei voti conseguiti agli esami universitari, ponderata per i crediti formativi di ciascun esame;
  • Crediti formativi universitari ottenuti;
  • Indice FGA: è un indice che mette insieme la media dei voti e i crediti ottenuti normalizzati in una scala che va da 0 a 100, dando un peso pari al 50% ad ognuno dei due indicatori.

PER APPROFONDIRE: http://www.eduscopio.it/res/report_eduscopio.pdf

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Dante a mezzogiorno

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“Il  Centro per il libro e la lettura del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo e il progetto Compita (Competenze dell’Italiano) del Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca insieme all’ADI, Associazione Degli Italianisti, lanciano il progetto “Dante a mezzogiorno”, per celebrare il 750° anniversario dalla sua nascita. “Dante a mezzogiorno” è una iniziativa libera, all’insegna della creatività, che gli istituti secondari di II grado e le università potranno accogliere organizzando un evento – a mezzogiorno del 29 ottobre 2015 – di letture ad alta voce di passi dall’opera di Dante o di riflessione collettiva sul sommo poeta. Il flash-mob dantesco durerà per un periodo di tempo che può variare da 5 minuti a 1 ora”.

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Come eravamo: la storia d’Italia vista dai banchi delle scuole

Con “Registro di classe” Amelio racconta 60 anni di istruzione tra dialetti e analfabetismo
Marco Lodoli, “La Repubblica”, 13 ottobre 2015

CHI AVVERTE l’esigenza di raccontare la storia del nostro Paese, le sue trasformazioni, i sogni e le tensioni, le ingiustizie, gli slanci e le cadute, trova nella scuola uno specchio sincero. E così anche Gianni Amelio e Cecilia Pagliarani, montatrice di tanti film del grande regista, hanno voluto traversare il Novecento passando per le aule e i corridoi delle nostre scuole, soprattutto le elementari, dove tutto è ancora più immediato e diretto. Registro di classe è un film d’archivio, gli autori si sono immersi tra le teche Rai e le immagini immagazzinate nei depositi dell’Istituto Luce e del Ministero della Pubblica Istruzione per ritrovare l’oro della memoria, la storia dell’Italia con il grembiule e il fiocco, la sua innocenza a volte protetta e a volte tradita. Ora possiamo ammirare la prima parte del viaggio, dal 1900 al 1960, e presto arriverà la seconda parte, quella più vicina a noi.
Tutto sembra uniforme a scuola, se si guarda con occhio disattento: i bambini nei banchi, gli insegnanti, la lavagna, le lezioni, sembra un paesaggio omogeneo e ripetitivo. E invece Amelio e la Pagliarani ci dimostrano che la scuola è il regno delle differenze, piacevoli o terribili. L’analfabetismo è stata una piaga aperta, chi non sapeva leggere e scrivere era inevitabilmente destinato a una vita miserabile, tagliato fuori da ogni speranza. C’è un episodio da libro Cuore ripescato chissà dove, una sorta di “pubblicità progresso” ante litteram: un uomo si sposa, per lui è un giorno felice, ma quando deve mettere la firma sui libroni, si rigira goffamente la penna in mano, esita, e poi traccia la sua triste croce, una croce di inchiostro, ma anche una croce da portare vergognosamente sulle spalle. E lo ritroviamo nella sua casetta, anni dopo: la sua bambina ha scritto un biglietto d’auguri e lo ha messo sotto il piatto del papà. L’uomo lo prende, lo apre con le mani tremanti davanti agli occhi ansiosi della figlia, poi lo consegna alla moglie, perché lei sa leggere, lui ancora no. Stacco, hanno aperto le scuole popolari e tanti adulti analfabeti iniziano a scrivere le prime lettere dell’alfabeto, e tra loro c’è anche il nostro piccolo eroe, deciso finalmente a uscire dal buio dell’ignoranza.
Ma non c’è stato solo l’analfabetismo da affrontare in classe, anche i mille dialetti hanno reso difficile il lavoro dei maestri, dialetti che sono ricchezza e separazione, vivacità linguistica ed esclusione. La scuola, ci mostrano i documenti scelti da Amelio, ha diffuso la lingua nazionale, colmando le distanze. Tanti insegnanti si sono trovati a lavorare lontano da casa, in regioni dove i bambini parlavano solo il loro dialetto, e con pazienza e dedizione hanno ricucito il Paese, hanno dato a tutti le parole comuni per raccontarsi, per capirsi.
L’unità fu cercata anche dal fascismo, ma con altri mezzi, militarizzando l’infanzia. Sottomessi alle direttive del Duce, i maestri erano costretti a insegnare il saluto romano e a far marciare i loro piccoli allievi, già inquadrati come soldatini. Il film racconta come ogni diversità veniva ignorata, ogni sensibilità ricondotta al culto della Patria e del suo comandante, in un’adorazione grottesca. Ma anche nel dopoguerra le diversità sono state tenute sotto controllo con la micidiale invenzione delle classi differenziate. I bambini “difficili” venivano separati dagli altri, rinchiusi in ghetti scolastici, e quasi sempre erano bambini normalissimi che avrebbero avuto solo bisogno di stare con gli altri compagni. Il viaggio nella nostra scuola arriva fino ai ragazzi di Don Milani e alle riflessioni di Pasolini sul pericolo che la cultura piccolo-borghese soffochi ogni altro modo di pensare e di esistere.

Registro di classe sarà presentato in prima assoluta il 19 ottobre alla Festa del Cinema di Roma, e speriamo che abbia una grande diffusione negli istituti, affinché i nostri studenti possano capire com’era la scuola del Novecento, la sua bellezza e la sua malinconia, e quanti ostacoli ha superato, e quanto è stata decisiva, pur con i suoi mille difetti, per la formazione degli italiani: e quanto va difesa e amata, questa nostra scuola.

 

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Sdraiati? No, robotizzati

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Pensiamoci su.

Siamo veramente, noi giovani, “Gli sdraiati” di Michele Serra? La particolare dicotomia tra la vecchia e la nuova generazione allude ad un climax discendente morale e intellettuale, che denuncia il degrado dei ragazzi di oggi. Si tende spesso a trascurare, però, il contesto; il malcostume della politica si riflette tragicamente nella società, alimentando il rifiuto culturale da parte degli adolescenti, diversamente da quanto accadeva un tempo.
Voi siete cresciuti ascoltando i discorsi di De Gasperi, Berlinguer, La Malfa. Noi invece siamo sommersi da una nuova forma di bonapartismo: il populismo di cui si fanno portatori i politici da 20 anni.
Voi avete vissuto il Sessantotto, noi andiamo alla Leopolda o – peggio – in piazza a Roma con i fascisti di Casa Pound.
Voi avete ricevuto un’istruzione “all’italiana”, attraverso il contatto con le sudate carte e la dolce lettura di quel ramo del Lago di Como. Noi invece mitizziamo l’America e il suo metodo scolastico superficiale.
Voi avete studiato su libri consumati ma vivi culturalmente, saggiando sintassi complesse e raffinate. Noi invece siamo promotori della rivoluzionaria scuola 2.0, che sancisce la robotizzazione dello studente.
E, smarriti in una selva oscura, auspichiamo l’arrivo di Virgilio che ci risvegli dal sonno indifferentista, che riporti letteratura e arte ad essere la nostra irradiazione spirituale, che ci dissuada dall’emulare il sistema anglosassone e che ci esorti a preservare l’identità culturale italiana.
Senza questa figura, Dante sarebbe stato vinto dalle fiere…

Luca Picotti, studente di UDINE, “L‘Espresso“, 7  maggio 2015

MGMT, Time to pretend, 2008

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L’onda – Die Welle

L’onda, regia di Denis Gansel, Germania, 2007. Scheda AGIS Scuola. CLICCA QUI. Il film si ispira all’omonimo romanzo di Todd Strasser, a sua volta basato sull’esperimento sociale denominato La Terza Onda (The Third Wave), avvenuto nel 1967  alla Cubberley High School di Palo Alto, California.

Mentre le antiche certezze spariscono, la potenza delle folle è la sola che veda crescere di continuo il suo prestigio.L’età che inizia sarà veramente l’era delle folle. Non più di un secolo fa, la politica tradizionale degli Stati e la rivalità fra i sovrani costituivano i principali motori degli avvenimenti. L’opinione delle folle, nella maggioranza dei casi, non contava affatto. Oggi, invece, la voce delle folle è
divenuta preponderante. Detta ordini ai re. Tanto quanto sono poco inclini al ragionamento, le folle si dimostrano adattissime all’azione. Ciò che più colpisce di una folla è che gli individui che la compongono – indipendentemente dal tipo di vita, dalle occupazioni, dal temperamento o dall’intelligenza – acquistano una sorta di anima collettiva.
Tale anima li fa sentire, pensare e agire in un modo del tutto diverso da come ciascuno di loro – isolatamente – penserebbe e agirebbe.
I diversi impulsi ai quali le folle obbediscono potranno essere generosi o crudeli, eroici o vili, ma saranno sempre tanto imperiosi che persino l’istinto di conservazione si annullerà davanti a essi.
GUSTAVE LE BON, La psicologia delle folle, 1895

Fatto caratteristico, i movimenti totalitari europei – quelli fascisti come quelli comunisti – reclutarono i loro sostenitori proprio tra questa massa di gente manifestamente indifferente, che tutti gli altri partiti avevano lasciato da parte perché troppo apatica o troppo stupida. Il risultato fu che, in maggioranza, essi furono composti da persone che non erano mai apparse prima sulla scena politica. Ciò consentì l’introduzione di metodi interamente nuovi nella propaganda.
HANNA ARENDT, Le origini del totalitarismo, Comunità, Milano 1967

Hitler aveva scritto: “I discorsi aprono il cuore del popolo come colpi di maglio”. E i suoi erano caratterizzati infatti da ritmi bellicosi, aggressivi, e comportavano un timbro di voce di grande effetto. Il pubblico assorbiva i suoi discorsi emotivamente, di essi avvertiva solo la combattività e la fede, senza afferrare il suo contenuto concreto o senza soffermarsi a riflettere sul suo significato. La folla “viveva” il discorso più che analizzarne il contenuto e per questo era difficile che si potesse porre in una posizione di distacco critico. Hitler sentì molto l’influenza dell’opera di Gustave Le Bon, soprattutto della regola per la quale il capo deve essere parte integrante di una fede posseduta in comune e per questo fece di se stesso un simbolo vivente.
G.L. MOSSE, La nazionalizzazione delle masse, Il Mulino, Bologna 1975

Le crisi globali squassano le relazioni di identità e di potere degli individui. In queste catastrofi ciascuno perde almeno una parte dei punti di riferimento cui ancorava i propri interessi concreti e il proprio posto nella società. E deve perciò reinventare un’identità positiva, vincoli di solidarietà da cui sentirsi protetto, valori che si adeguino alle sue aspettative. Ma prima ancora, deve darsi una spiegazione della crisi: perché mi trovo in una condizione così penosa? Qual è stato il nostro errore? Di chi è la colpa? Quale che sia il suo gruppo di appartenenza, questo “ciascuno” galleggia in un universo sconfinato in cui le poche certezze tramandate sono aggredite dall’incessante offerta di opinioni, credi, saperi e stili di vita. Mai le sue possibilità di scelta sono state così ampie: ma smisurate sono anche le possibilità di fallimento ed egli è spaventosamente solo al cospetto della libertà.
Nel mondo contemporaneo ogni sua scelta diventa scommessa personale, azzardo, rischio. All’angoscia da sradicamento dell’uomo moderno il secolo delle catastrofi, il Novecento, ha risposto con una copiosa offerta di maestose identità collettive. Si chiamino Razza, Nazione, Proletariato e, da ultimo, Civiltà, queste identità collettive tendono tutte a riprodurre in scala ingigantita il piccolo universo pre-moderno, il tepore della comunità chiusa, la protezione del villaggio, insomma quel mondo agevole e compatto, con un incontestato dio unico, ben piantato nel cielo e nella società, in cui l’uomo poteva orizzontarsi facilmente.
GUIDO RAMPOLDI, L’innocenza del Male, Laterza, Roma-Bari 2004

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Malala. Non dobbiamo avere paura: l’istruzione ci rende più forti

Ida Bozzi, “Corriere della Sera”, 15 ottobre 2014

Il mondo visto con gli occhi di Malala è un posto bellissimo, con i fuochi delle cucine dei villaggi lontani nella valle, le lampade a petrolio che si accendono la sera, e il tetto piatto su cui sedersi a guardare le stelle a Mingora, la città in cui la più giovane Premio Nobel per la Pace è nata nel 1997, nella regione dello Swat in Pakistan. Poco distante c’è la scuola, da cui è stato cancellato il nome, ma che è il luogo dove si legge, e si impara, e si sogna; e sullo sfondo si vede l’altissima vetta del monte Elum con le sue nevi perenni, dove si spinse perfino Alessandro Magno — è la stessa Malala a raccontarlo — cercando di afferrare Giove. Ecco forse perché il 9 ottobre 2012 fu proprio ai suoi occhi, agli occhi di Malala, che i talebani mirarono, con tre colpi di arma da fuoco che ferirono, oltre lei, altre due ragazzine che viaggiavano sul pullman della scuola, di ritorno a casa.
Si apre così, con l’eccitazione di una nidiata di studentesse che tornano da scuola e con l’orrore degli spari improvvisi, un libro che è pieno di poesia anche se racconta di persecuzioni, di oppressione, di sangue, di un attentato contro una ragazzina di (allora) appena quindici anni che oggi ne ha diciassette. La poesia è nella voce, che orgogliosa e pacata, senza un solo fremito di paura e senza traccia di rabbia, racconta che cosa significa combattere la più pacifica delle battaglie in un mondo di guerre e violenza. Dove ai bambini rifugiati nei campi profughi, quando suo padre era bambino, si insegnava l’aritmetica con problemi come questo: «Quanto fa 15 pallottole meno 10 pallottole?».
Il libro «Io sono Malala», pubblicato da Garzanti nel 2013 e già un successo prima del Premio Nobel, è un testo in cui leggere, studiare, andare a scuola e pensare con la propria testa (e pure sognare un po’), insegnano a vedere entrambe le cose, il bene e il male, e a distinguerle, e a raccontarle: il bene, cioè le stelle sopra il mondo, i sogni dei ragazzini, il progetto di diventare uomini politici o scrittori o quello che si vuole; e il male, cioè il divieto di studiare, i morti e il sangue sulla strada di casa, la minaccia e la violenza dietro l’uscio.
Proprio quella cultura, quell’andare a scuola, quel leggere, rende Malala capace di narrare così bene, in modo tenero ma preciso, la storia della regione in cui vive, la storia di una famiglia pashtun , l’amore di mamma e papà che non si sono sposati per un matrimonio combinato, la vita con i genitori illuminati (anche se la mamma non sa leggere); ma anche l’ignoranza di molti, come quei parenti che entrano in casa sfoderando un albero genealogico che riporta soltanto i nomi dei maschi.
Malala racconta questo e va oltre, racconta la presa del potere dei talebani, parla di governi, di Cia, di russi, di potenze mondiali, e poi i profughi, i campi sterminati di migranti, le strade sbarrate, i posti di blocco, come può vederle una bambina che vorrebbe solo andare a scuola. E ci va. Anche fingendo di essere più piccola di quel che è (le scuole femminili erano state riaperte all’inizio del 2009, ma solo per le bambine sotto i dieci anni), raccontando tutto nel diario che un amico di famiglia le ha chiesto di tenere sul blog della BBC. Così conosciamo il suo pseudonimo online, «Gul Makai», apprendiamo come la ragazzina diventi un personaggio pubblico, intervistata dai giornali e dalle televisioni di tutto il mondo, e come le minacce che fino ad allora arrivavano a suo padre, poi tocchino a lei, poco più che bambina. Leggiamo che cosa vuol dire aver paura di uscire di casa; ma uscire lo stesso. Fino a quel 9 ottobre 2012, quando la preoccupazione delle scolare sull’autobus, reduci da una mattinata di esami, non è certo quella di trovarsi faccia a faccia con un terrorista che ha un’arma spianata, e che chiede: «Chi è Malala». E spara.
Ma lei ancora riesce a scherzare, ricordando che la nonna lo diceva sempre: «Sembra Benazir Bhutto, speriamo che non muoia così giovane», esclamava, vedendola in televisione a portare avanti la sua battaglia in favore dell’istruzione. E Malala incanterà il pubblico, anni dopo il tremendo attentato (e il ricovero, le operazioni all’orbita perforata dal proiettile, e la convalescenza), proprio pronunciando un accorato discorso alle Nazioni Unite, a New York, nel 2013, a sedici anni, portando addosso lo scialle che era appartenuto alla Bhutto.
Insegna anche un’altra cosa, questo libro. Insegna una pace vera, al di là di tutte le posizioni. Il nonno, racconta Malala, era stato colui che aveva tramandato nella famiglia «un profondo amore per l’apprendimento e per la conoscenza, insieme a un’acuta consapevolezza dei diritti e delle discriminazioni», spiega la ragazza, un amore per la cultura che attraverso le generazioni, dal padre insegnante, è passato alla ragazza. E il nonno era un imam, profondamente religioso come tutti gli Yousafzai. Quell’islam, che convive in armonia con le altre religioni come ad esempio il buddhismo, è l’altro sogno bellissimo del racconto di Malala.
E quando le scuole vengono chiuse dai talebani, è proprio in nome dell’islam che Malala si solleva: «Il Corano dice che dovremmo ricercare la conoscenza», scrive. E aggiunge che in quella terra sono tante le statue di Buddha, bellissime come può trovarle una bambina con gli occhi grandi, che non vede motivo di abbatterle. C’è una poesia che recita: «Quando la voce della verità risuona dai minareti / il Buddha sorride, e le catene spezzate della storia si riannodano»: l’ha scritta il suo baba , il papà di Malala, e insegna la pace. E come spiega lei stessa, soltanto perché è andata a scuola ora può leggerla.
«In genere è normale che i grandi personaggi della cronaca producano libri e autobiografie, con l’aiuto di un coautore: ma quando leggemmo il primo estratto del libro di Malala, ebbene, fummo letteralmente conquistati. Tanta freschezza, nel raccontare quella giornata normale, di sole, di scuola, e poi quell’orrore dell’attentato, ci ha fatto capire che avevamo davanti un personaggio speciale». Così Paolo Zaninoni, direttore editoriale di Garzanti che pubblicò il libro nel 2013 (il volume fu anche al centro di un’iniziativa editoriale del «Corriere della Sera» in edicola), rievoca la storia editoriale e il successo del libro, anche prima del Nobel: «Arrivato nelle librerie — e nelle edicole per l’iniziativa del «Corriere» — ha incontrato tanti lettori e tante lettrici, e tanti giovani, che hanno trovato nel libro una ragazza come loro, pur in un contesto così diverso, capace di fare una cosa più grande di lei e di loro. Un modello. E il libro è uscito dalla cronaca per diventare universale». Il titolo, che per un anno non ha mai cessato di essere un successo per il marchio del gruppo Gems guidato da Stefano Mauri, da 72 ore ha un impulso nuovo, con un fioccare di prenotazioni. «Siamo a 190 mila copie, tra libreria ed edicola, ma prevedo un aumento ulteriore di qui a fine anno». Il motivo, al di là del Nobel, è che Malala colpisce al cuore. «Ti fa ricordare — conclude Zaninoni — che i ragazzi portano davvero uno sguardo nuovo, che portano più speranza».

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