Scrivere a mano fa bene

Emanuele Trevi, La cura contro l’ansia? Scrivere a mano
Da Harvard alla Cina torna il culto della bella grafia. «È come avere il cervello nelle dita»

Scrivere a mano fa bene. Aiuta a pensare ed esprimersi meglio. L’abitudine di scribacchiare a mano è un potente ansiolitico, innocuo per la salute e a basso costo. Come avere il cervello tra le dita. E da Harvard alla Cina torna la moda della bella grafia. Nell’università americana i professori spingono gli studenti a mettere da parte tablet e pc per prendere appunti con la penna.
«Chi non capisce la sua scrittura è un asino di natura». Le persone della mia età probabilmente ricordano questo saggio ammonimento delle maestre, alle elementari. Mi immaginavo sempre degli asini in grembiule scolastico che tenevano tra le zampe, molto imbarazzati, un quaderno pieno di scarabocchi indecifrabili. Il bello del proverbio è che mette in risalto un aspetto della scrittura che di solito viene trascurato: non c’è vera comunicazione con gli altri che non sia, prima di tutto, una comunicazione con se stessi. Oggi i margini di impiego della carta e della penna si sono talmente ristretti, soprattutto fra i più giovani, che la nobile arte di prendere appunti, di tenere un diario, di mandare una cartolina a qualcuno sembrano degli anacronismi non molto diversi dall’uncinetto o dalla caccia alla volpe. Eppure, lo sappia-mo: è quando le cose diventano del tutto inutili che possiamo comprenderne pienamente il loro valore. E il fatto che le librerie siano piene di quadernetti colorati e di penne di ogni tipo può essere visto come un indizio confortante. Personalmente, posso testimoniare che l’abitudine di scribacchiare a mano è un potente ansiolitico, innocuo per la salute e a basso costo. Ci sono degli argomenti che sembrano fatti apposta per la penna: provate ad annotare un sogno con la tastiera di un computer, e dopo un po’ vi sembrerà di leggere il sogno di un altro, o una noiosa congerie di fatti strampalati. Il fatto è che la scrittura a mano è un potentissimo mezzo di appropriazione di quelle zone, di quei livelli della realtà che tendono a sfuggire a una piena percezione. Quanto più una cosa è intima, infatti, tanto più è opaca, indeterminata. E la calligrafia, che oggi non è più vigilata da nessuna regola, è lo strumento che più si addice alla sfera più personale della nostra esperienza: che è quella in cui le cose accadono in una data maniera per ogni individuo e solo per lui. Quel meraviglioso, incredibilmente complesso gioco neuronale e muscolare che mettiamo in atto ogni volta che scriviamo, infatti, non produrrà mai lo stesso identico risultato di un altro. Marina Cvetaeva annotò in uno dei suoi stupendi taccuini: «Scrivere significa vivere». Nel 1919, la grande poetessa russa era così povera che non aveva scelta: i quaderni se li cuciva, e si faceva anche l’inchiostro. Ma sono parole che valgono anche per noi, perché gli hobby a volte non sono meno urgenti delle necessità. È quando «non si vive», ci avverte Marina, che «la mano rifiuta la penna».

Aiuta a pensare ed esprimersi meglio (in modo unico) Da Harvard alla Cina il ritorno al culto della bella grafia
Candida Morvillo, “Corriere della sera”,  5 gennaio 2019

Pare che stia tornando di moda scrivere a mano. Un’inchiesta del magazine americano Medium racconta che, ultimamente, molti professori di Harvard impongono agli studenti di prendere appunti manuali invece che su computer e tablet, e che in Arizona e North Carolina le scuole hanno lanciato campagne per insegnare correttamente il corsivo. In Cina, c’è un movimento per riappropriarsi della capacità di scrivere di proprio pugno: disabituarsi a maneggiare i loro difficili caratteri starebbe depauperando la memoria nazionale.
Anche l’Italia si sta scoprendo un popolo di scriventi oltre che di digitatori. Nel 2015 è nata l’associazione Smed (Scrivere a mano nell’era digitale). Riunisce insegnanti e calligrafi, organizza corsi da Roma in su, per «evitare un impoverimento della motricità fine, della memoria visuale e motoria, dell’organizzazione cognitiva della scrittura e della capacità di esprimere noi stessi in modo unico, immediato, personale». L’Aci, Associazione calligrafica italiana, sta registrando il boom d’iscrizioni ai suoi corsi, una cinquantina l’anno. Fenomeno, questo, globale, almeno da quando si sa che la duchessa Meghan Markle, da ragazza, per lavoro, scriveva inviti ai matrimoni.
La vicepresidente dell’Aci Anna Schettin racconta al Corriere: «Scrivere in bella grafia è un’attività lenta e tutti abbiamo bisogno di rallentare. Le persone stanno scoprendo che la grafia è personale, lascia un segno di sé, può essere lieve, forte, calcata, parla della propria personalità». È come se a furia di digitare, e anche dettare agli smartphone, di usare faccine, scrittura predittiva che non contempla l’intero alfabeto del cuore e della mente, abbiamo cominciato a chiederci se non ci stiamo perdendo qualcosa.
Ricerche scientifiche dimostrano che scrivere a mano aiuta a pensare meglio e l’Istituto grafologico internazionale di Urbino Girolamo Moretti si è adoperato affinché la scrittura a mano sia proclamata dall’Unesco patrimonio dell’umanità. Benedetto Vertecchi, professore emerito di Pedagogia all’Università Roma Tre, autore di oltre 600 pubblicazioni, è a capo di un gruppo di studio sui bambini e la scrittura manuale e spiega al Corriere: «I nostri test hanno dimostrato che scrivere a mano aumenta enormemente la capacità di usare il linguaggio. Non è solo questione di tracciare segni, ma del pensiero che corrisponde al segno che si traccia. Scrivendo sulla carta, il pensiero si esprime in modi molto più distesi e riflessivi che con altri mezzi». Le sue ricerche rilevano anche che usare la penna ha effetti positivi sulla manualità in generale: «Un bimbo che la tiene correttamente con pollice, indice e medio, invece che con due dita o impugnandola come una clava, è anche un bimbo che tipicamente sa allacciarsi le scarpe e usare bene un cucchiaio».
È come se il pensiero mi scivolasse dalla testa lungo la mano destra. Come se avessi un cervellino nelle dita
Molti che scrivono per mestiere non si sono mai convertiti al pc. James Ellroy scrive a mano i suoi libri, così le loro sceneggiature Quentin Tarantino e George Clooney, che assicura di essere un disastro nel «copia e incolla». Da oltre trent’anni, Maria Venturi produce best seller (l’ultimo libro, per HarperCollins, è Tanto cielo per niente) e lo fa sempre a mano. Dice: «Quando ero una giovane giornalista, ero anche una veloce dattilografa e ora so usare il computer, però ho sempre creato solo con carta e penna: è come se il pensiero mi scivolasse dalla testa lungo la mano destra. È un testa-mano continuo, ho un cervellino nelle dita che reggono la penna e mi correggono o mi dettano il sinonimo. Se in mezzo ci metto una macchina, vado lenta e la concentrazione si spezza. Per cui, scrivo a mano e poi copio al computer e mando».
Se s’incontra in aereo o in treno l’ex Miss Italia Martina Colombari, è facile vederla intenta a compilare un taccuino. Lei stessa lo spiega così al Corriere: «Scrivere a mano mi rende i pensieri più chiari e limpidi. Lo faccio se prendo appunti e, dopo aver seguito i seminari di meditazione, metto su carta le mie riflessioni. È un momento per stare con me stessa che non sarebbe uguale se avessi per filtro una tastiera. Anche quando devo dire qualcosa d’importante a una persona cara, scrivo lettere, non email».
Il professor Vertecchi suggerisce un esercizio pensato per i più piccoli, ma utile anche agli adulti. Lo si trova nel suo libro I bambini e la scrittura (Franco Angeli editore, 2016) ed è l’esperimento intitolato a una frase di Plinio il Vecchio, «Nulla dies sine linea», «Nessun giorno senza un segno». Basta scrivere ogni giorno poche righe — gli scolari di quinta ne hanno scritte sei — ogni volta esercitandosi su un semplice tema, tipo «com’è il tempo oggi». In quattro mesi, si scopre che sono migliorati la qualità del linguaggio e del pensiero. Provare per credere.

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