Archivi del giorno: 15/11/2018

A libro aperto. Una vita è i suoi libri

Dall’Introduzione a A libro aperto. Una vita è i suoi libri, di Massimo Recalcati (Feltrinelli 2018)

Questo libro non dà per scontato cosa sia un libro. Anzi, si interroga innanzitutto su cosa davvero sia un libro per poter esercitare tutto questo potere sui suoi lettori. È un libro interamente dedicato al mistero del libro. Ma è anche il tentativo di rispondere a domande solo apparentemente semplici: cosa significa leggere? In che cosa consiste l’esperienza della lettura quando accade – e accade di rado – di incontrare un libro degno di questo nome? Perché vi sono libri che, a differenza di altri, non abbiamo dimenticato ma si sono inscritti indelebilmente nella nostra memoria?
In questo testo, propongo tre semplici ma, spero, non scolastiche definizioni del libro: il libro è un coltello, è un corpo, è un mare. Perché un coltello? In un’epoca che rischia di considerare il libro come un oggetto in via di estinzione, come un’ombra del passato, non dovremmo mai dimenticare che la lettura di un libro può avere la natura dell’incontro. Sicché ogni libro che si è rivelato tale ha avuto l’aspetto di un coltello. Un libro è un coltello perché taglia la nostra vita offrendole la possibilità di acquisire una forma nuova, perché distingue la nostra vita com’era prima della lettura da come è diventata dopo. Al punto che si potrebbe dire che una vita è sempre formata dai suoi libri. Il libro è un coltello che taglia la nostra vita e non il burro nel quale la lama della lettura sprofonderebbe senza incontrare resistenze. Nella lettura il padrone del libro non è il lettore. Il libro è il coltello e noi, lettori, casomai, siamo il suo burro. Leggere significa, infatti, incontrare nel libro qualcosa che taglia, non qualcosa da tagliare. Significa innanzitutto disarmarsi di fronte al libro; per entrare in un libro devo essere disposto a farmi raggiungere, toccare, tagliare appunto.
La seconda definizione sostiene che un libro è un corpo. Non solo, dunque, una raccolta di parole e di pensieri, non solo la narrazione di una storia. Il libro, per il lettore, può avere le proprietà di un vero e proprio corpo: un corpo erotico. Il che significa che ogni libro ha un profumo, una carne, uno sguardo, una geografia sensuale, un modo di camminare e di esistere. Quando leggo un libro non lavora solo la mia mente, ma è il mio corpo pulsionale a essere messo in moto. La lettura non esclude il bacio, l’effusione, la penetrazione, non esclude l’amplesso. La trasformazione del libro in corpo erotico dovrebbe essere l’obiettivo di ogni commento, di ogni interpretazione, di ogni lettura del libro. Ne ho scritto a proposito della Scuola: il primo miracolo di un’ora di lezione consiste nella trasfigurazione del libro in un corpo erotico.1 Sicché per leggere davvero non è mai sufficiente la competenza avvertita della nostra mente, ma è necessaria innanzitutto la presenza del cuore. Non c’è lettura del libro elevato alla dignità di un corpo erotico se non c’è cuore in chi legge, se chi legge, legge senza cuore. Per Gesù è ciò che può uccidere il libro: se la verità del libro non è vissuta dal cuore non c’è alcun modo di apprenderla. La lettera separata dal cuore rende la lettera del libro una lettera morta. L’assenza di cuore nel lettore deruba il libro del suo corpo. Il libro è un corpo e non uno sterile “erbario” dove catalogare astrattamente l’evento del mondo.
Se il libro è un coltello e non un burro, dovremmo allora aggiungere che il libro è un corpo e non un erbario. Non è la raccolta sterile di un sapere senza vita, non è – come è ogni erbario – un elenco cimiteriale di foglie morte. Nel suo Le parole Sartre confessa di aver creduto nell’illusione che il libro potesse impadronirsi del mondo; confessa di aver scambiato il linguaggio del libro per l’essere del mondo. In questo caso però il libro tradisce la sua vocazione più alta: quella di non chiudere in sé il mondo ma di mantenerlo sempre aperto.
Ecco allora la mia terza e ultima definizione: il libro è un mare. Un libro non è forse fatto per essere, come un mare, sempre aperto? Non è questo il primo gesto di ogni lettore: aprire il libro, tenerlo aperto sulle ginocchia, sul tavolo, sul letto? Che senso avrebbe un libro che restasse chiuso, che non fosse mai aperto? Un libro chiuso, in fondo, è un controsenso: non è un libro. Come il mare, il libro è una figura straordinaria dell’Aperto. Apre e non chiude il mondo. Un libro è un mare e non un muro. Se il libro è un mare è perché la sua natura è quella di sovvertire la tentazione del muro, di contrapporsi a ogni spinta che vorrebbe segregare, recintare, rinchiudere l’Aperto del mondo. Il libro è un mare perché porta con sé l’inesauribilità della lettura, in quanto ogni libro può essere letto in mille modi diversi e può dar luogo a infiniti altri libri, perché la “proprietà” del libro è quella di rinunciare a ogni proprietà. Il libro, come il mare, non è mai, infatti, una proprietà che si può acquisire o della quale si può disporre in modo esclusivo.
Ho radunato così le mie tre definizioni: un libro è un coltello (e non un burro); è un corpo (e non un erbario); è un mare (e non un muro). E il lettore? Cosa significa per il lettore leggere un libro che è coltello – non burro –, corpo erotico – non erbario –, mare – non muro? Cosa significa aprire un libro? La tesi che sviluppo in questo libro è che leggere significa innanzitutto essere letti dal libro, esporsi alla lettura del libro. Essere esposti come libri aperti alla lettura resa possibile dall’apertura del libro. Prima di essere dei lettori, siamo, infatti, tutti dei libri stampati dall’Altro, siamo libri scritti con le parole dell’Altro. Sartre e Lacan hanno proposto in più occasioni l’immagine della “stampata” – della pagina scritta – per definire la vita umana. Ogni lettore si accosta al libro a partire da questa stampata che lo ha reso a sua volta libro.
Ogni lettura – come ogni incontro d’amore – è sempre l’incontro di più libri. Come minimo, del libro del soggetto che legge e del libro che viene letto dal soggetto. Sicché ogni lettore legge la lingua di cui è fatto un libro attraverso la propria lingua più privata, inconscia, quella che Lacan battezza come lalingua. Impareremo il significato di questa parola che definisce il rapporto singolare che esiste tra le parole e la propria memoria più antica. In ogni lettura abbiamo dunque due memorie, due fantasmi, due storie che si intersecano: quella del lettore e quella dello scrittore. Più precisamente, ogni lettore mentre legge il libro viene letto dal libro, diventa un libro per il libro. Nell’incontro con un libro che diviene indimenticabile, la prima lingua del soggetto (la sua lalingua) è toccata, riavviata, sollecitata a riemergere. Noi, in fondo, non siamo che questo: frammenti di memoria, immagini, affetti, tracce accavallate, stratificate del nostro passato, presenza sempre attraversata da assenze: le bocche di leone arrampicate sui muri di pietra bagnati dalla pioggia d’estate, le nebbie spesse che impediscono di vedere l’altro lato della strada, il profumo della polenta d’inverno, le parole in friulano di mia madre che conversava con i nostri parenti, il mistero della sua bellezza, la ghiaia del piccolo giardino della casa di campagna, le pesche bianche nelle casse di legno, il profumo delle sue piccole mani nelle mie, il dialetto milanese dei miei avi, l’incenso nella chiesa del mio paese, la mano di Gesù sulla mia testa.
Ciascuno legge il libro con la propria lalingua. Ciascuno trova nel libro pezzi di se stesso che aveva dimenticato o che ancora non conosceva. In questo senso nella seconda parte di questo libro il lettore ritroverà le tracce essenziali della mia biografia umana e intellettuale attraverso la rilettura di nove libri dai quali mi sono sentito davvero letto sin nelle viscere. Una vita in fondo è fatta dai libri che l’hanno letta; raccontare i libri che abbiamo amato significa raccontare la nostra vita. Perché una vita è i suoi libri.

1 Cfr. M. Recalcati, L’ora di lezione. Per un’erotica dell’insegnamento, Einaudi, Torino 2014.

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