Archivi del giorno: 13/11/2018

Alexander von Humboldt, il genio che inventò l’arte del viaggio

Immagine correlata

Friedrich Georg Weitsch, Ritratto di Alexander von Humboldt, c. 1806

Secondo antiche cronache c’è un canale tra le correnti dell’Orinoco e il Rio delle Amazzoni. I geografi europei lo hanno sempre considerato una leggenda. La scuola di pensiero dominante sostiene che solo le montagne possano fungere da separatori di acque e che nessun sistema fluviale nell’interno possa essere collegato.
Strano, non ci avevo mai riflettuto, disse Bonpland.
È un errore, disse Humboldt. Avrebbe trovato il canale e risolto il mistero.
Ah, disse Bonpland. Un canale.
Humboldt ribatté che non gli piaceva il suo atteggiamento. Si lamentava sempre, gli faceva continue obiezioni. Pretendeva troppo se chiedeva un po’ di entusiasmo?
Bonpland domandò che cosa fosse successo.
A breve sarebbe arrivata un’eclissi solare! Avrebbero potuto determinare l’esatta posizione astronomica della città costiera in cui si trovavano. Poi avrebbero potuto tracciare una rete di rilievi fino alla fine del canale.
Ma era nel profondo della foresta vergine!
Parole grosse, disse Humboldt. Non si sarebbero fatti intimorire. La foresta vergine è pur sempre una foresta. La natura parla ovunque la stessa lingua.

da D. Kehlmann, La misura del mondo, Feltrinelli 2006

Narratore brillante, inaugurò un genere letterario legato al partire: anche Bruce Chatwin gli deve tanto

Marco Belpoliti, “Repubblica”, 12 novembre 2018

Fu esploratore, geografo, botanico, celebrità nei salotti di primo Ottocento, amico di Goethe e ispiratore di Darwin. Ma soprattutto fu un grande scrittore. Come dimostra il suo capolavoro, che ora finalmente torna in libreria
Per i suoi contemporanei era l’uomo più famoso al mondo dopo Napoleone. Nel centenario della sua nascita nel 1869, dieci anni dopo la morte, fu festeggiato in tutto il mondo: Europa, Africa, Australia. In molte città la gente si radunò per ascoltare discorsi su di lui pronunciati dai dotti. A Mosca si svolsero feste in suo onore. Le commemorazioni più importanti si tennero in America: San Francisco, Philadelphia, Chicago.
Oggi Alexander von Humboldt è quasi dimenticato. Gli studenti di scienze, biologia e geologia, salvo rare eccezioni, non conoscono che il suo nome, ben pochi hanno letto i suoi scritti, un monumentale lavoro che consta di decine e decine di opere in molteplici volumi. Eppure il secondogenito del maggior barone Alexander Georg von Humboldt, ufficiale e cortigiano di Federico II di Prussia, e di una ricca borghese ugonotta, Marie Colomba, fratello di un importante linguista, Wilhelm, ambasciatore a Roma e poi ministro, ha dato il suo nome a parchi, contee, fiumi, laghi, ghiacciai, baie, promontori, correnti marine, catene montuose, oltre che a trecento piante e cento animali, e persino a un mare lunare.
Nessuno studioso ha fatto più di lui nell’esplorazione del Pianeta che abitiamo intuendo per primo che la Terra è un unico grande organismo vivente e interconnesso, anticipando le scienze del XX secolo, dall’ambientalismo all’ecologia, che senza Humboldt non ci sarebbero.
Genio multiforme, fu non solo uno straordinario scrittore, come dimostrano i suoi tanti volumi, ma anche un affascinante conversatore.
Ottilia ne Le affinità elettive scrive nel suo diario: «Come mi piacerebbe sentir raccontare Humboldt, anche una sola volta!». Di Goethe il giovane geologo e naturalista fu amico, e il poeta asseriva che parlare con lui nel corso di una passeggiata equivaleva a studiare libri per una settimana. Non c’è solo Goethe. Darwin nel corso del viaggio intorno al mondo sulla Beagle teneva nella mensola vicino alla sua amaca i sette volumi della Personal Narrative of Travels di Humboldt, e poco prima di morire riprese in mano un suo volume e l’annotò.
Quello che colpì i suoi contemporanei fu prima di tutto la sua capacità di attraversare i mari e i fiumi, di approdare in terre semisconosciute portando in Europa erbari e fogli di viaggio, mappe, rilievi, misure di fiumi, montagne, pianure, e descrivendo popolazioni. In Cent’anni di solitudine Aureliano Buendía afferra nell’incomprensibile delirio di Melquíades il nome di Humboldt, insieme alla parola equinozio pronunciata innumerevoli volte.
Il nobile prussiano, che pur coltivando ideali illuministi, per gran parte della sua vita mangiò al tavolo del suo sovrano e abitò nel suo palazzo, è anche il protagonista di un bel libro di Daniel Kehlmann, La misura del mondo (Feltrinelli). E adesso arriva finalmente una nuova, sontuosa ristampa, per Codice, di uno dei suoi libri più noti, Quadri della natura, che s’avvale della introduzione di Franco Farinelli, Telmo Pievani e Elena Canadelli.
Alexander von Humboldt è un magnifico scrittore. Dal 1799 al 1804, usando le risorse lasciate in eredità dalla madre, attraversa il bacino dell’Orinoco, tra Venezuela e Colombia, va a Cuba, entra negli Stati Uniti, e al ritorno redige un’opera composta di trenta volumi e due atlanti, uno geografico e l’altro pittoresco; era il più esteso resoconto di viaggio mai scritto sino ad allora, di cui la prima edizione di Quadri della natura, pubblicata nel 1808, ne è il compendio. Rimaneggiato e ampliato in due successive edizioni, il libro diventò un bestseller dell’epoca, tradotto in undici diverse lingue. Si può dire, come asserisce Andrea Wulf nel suo L’invenzione della natura (Luiss University Press), che Humboldt inaugura un genere nuovo: il libro di viaggio, in cui confluiscono le descrizioni dei luoghi, delle piante, dei minerali, delle popolazioni. Scrittore immaginifico, il nobile prussiano riesce ad appassionare i propri lettori facendogli compiere viaggi da fermi grazie a una prosa letteraria lirica e sublime insieme, così che si può ben asserire che è il padre di tutti i viaggiatori successivi, compreso il supersnob Bruce Chatwin. Wulf sostiene che Quadri mostra come la natura possa avere un’influenza sull’immaginazione delle persone, oltre che a entrare in contatto in modo misterioso con i nostri sentimenti intimi.
Tutto questo è sicuramente parte del Romanticismo. Ma se i poeti già pensavano e scrivevano con questo stato d’animo, questo, gli scienziati ancora no.
Humboldt è stato anche un comparativista straordinario esercitando il pensiero della visione, paragonando paesaggi lontani e diversi, ipotizzando movimenti geologici cui Darwin, geologo lui stesso, darà poi forma in una teoria.
L’arte della descrizione è quella in cui questo scapolo, dedito alle amicizie prettamente maschili, eccelle.
La sua è stata una splendida arte della fuga, com’è per ogni vero viaggiatore.
Viaggiava e scriveva per cercare una realtà che lo coinvolgesse ed emozionasse, che suscitasse pensieri che superassero l’angusta epoca in cui gli era toccato vivere dopo la colossale spallata rivoluzionaria e il nefasto ritorno all’antico regime.
Ritornato a Berlino dopo i suoi viaggi, viveva a corte, seduto al desco del despota prussiano.
Gli ultimi anni furono davvero avvilenti per lui. Inascoltato e deriso, s’era trasformato nella maschera di sé stesso. Lui che aveva scalato il Vesuvio in compagnia del giovane Simón Bolívar, futuro liberatore dell’America del Sud, che aveva conversato con Thomas Jefferson e Goethe, finì i suoi anni ben poco considerato e in stato d’indigenza. Eppure tra gli uomini eccellenti nati su questo Pianeta, da lui misurato con paziente furore, resta ancora oggi uno dei più straordinari.

I contemporanei di Humboldt. Fonte: https://journals.openedition.org/cybergeo/25478

 

Lascia un commento

Archiviato in Attualità culturale, Storia