Archivi del giorno: 18/11/2017

Galileo Galilei

galileo-galilei

…a chi vuol una cosa ritrovare,
bisogna adoperar la fantasia
e giocar d’invenzione, e ’ndovinare.

Galileo Galilei, Capitolo contro il portar la toga

Portale Galileo, a cura del Museo Galileo – Istituto e Museo di Storia della Scienza di Firenze.

La biografia di Galilei. Per il formato PDF stampabile clicca QUI.

Così si costuma e conviene nelle scienze le quali alle conclusioni naturali applicano le dimostrazioni matematiche, come si vede ne i perspettivi, negli astronomi […] li quali con sensate esperienze confermano i principii loro.

Galileo Galilei, Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze

Gli strumenti scientifici di Galilei: il cannocchiale (o perspicillum). Il video.

Multimedia: videoapprofondimenti sulla vita, gli strumenti e le conoscenze scientifiche di Galileo.

Scienza e fede: documenti ed approfondimenti. CLICCA QUI.

Andrea Domenico Remps (1620-1699), Lo Scarabattolo (armadio delle cianfrusaglie), seconda metà XVII sec.

Maurizio Ferraris, Se umanesimo, calcoli e web vanno a braccetto, “La Repubblica”, 18 novembre 2017

Non è più il tempo del puro specialismo, non ci sono più territori separati: assistiamo così a una rivoluzione

Ci sono molte ragioni per ricordare Galilei (anzi, Galileo: singolarmente, viene spesso chiamato per nome, come se chiamassimo Newton “Isacco”), e che non riguardano soltanto le sue scoperte. La prima è ovviamente la vicenda biografica dell’abiura, e la sua ricaduta letteraria, il Galileo (appunto, se almeno ci atteniamo alle traduzioni italiane) di Brecht. La seconda è il fatto che, insieme al suo allievo Torricelli, è citato da Kant nella Critica della ragion pura come campione della scienza moderna. La terza è che viene citato non solo nella storia della scienza, ma nella letteratura italiana, e a due titoli: come eroe di Foscolo, di Leopardi, di Nievo, di Ungaretti e di Calvino, e come autore accolto nei classici della nostra lingua. Senza dimenticare che nella seconda metà del Novecento, molto tempo dopo che gli esperimenti di Galilei sul moto del pendolo erano stati consegnati alla storia della scienza, trovarono una nuova vita in sede di fenomenologia della percezione per opera di un grande psicologo come Paolo Bozzi. Queste molte ragioni (e non sono nemmeno tutte: c’è anche il Galilei musico, il Galilei tecnologo, il Galilei critico d’arte) sembrano disegnare il ritratto di un “ uomo leonardesco”, ossia, in parole povere, di un pezzo da museo. Una volta, ai tempi di Galilei, si faceva scienza come lui. Ora, per fortuna, non più: essere scienziati significa essere specialisti, e nello specialismo rientra soprattutto l’antitesi tra scienza e umanesimo. Al punto che quando un chimico come Primo Levi o un ingegnere come Carlo Emilio Gadda si mettono a scrivere romanzi si ha la sensazione di avere a che fare con delle bizzarrie, quasi con delle deviazioni rispetto all’ordine naturale delle cose. Ma siamo sicuri che sia così? In effetti, non solo la scienza non è più quella del puro specialismo, ma nemmeno le discipline umanistiche sono più quelle di una volta: nobili cose vetuste. E, soprattutto, la scienza e l’umanesimo non sono più due territori separati, visto che condividono lo stesso spazio, il web e le tecnologie a esso correlate. Assistiamo così a una rivoluzione per cui “l’uomo leonardesco” e lo scienziato galileiano non sono più semplicemente cose del passato. La scienza deve rendersi comprensibile, perché la società è sempre meno disposta a deleghe in bianco agli esperti: dunque deve saper comunicare, persuadere, discutere fuori dallo specialismo, ossia avvicinarsi a quell’unione tra scienza e umanesimo che vigeva ai tempi di Galilei. D’altra parte, l’umanesimo – nel momento in cui la più grande produzione industriale dell’Occidente è il documento: libri, scritti, messaggi, immagini – non è più semplicemente l’Arcadia, ma è un elemento cruciale per la tecnologia e l’economia.
Insomma, molta acqua è passata sotto i ponti non solo da quando Galilei misurava la frequenza del moto pendolare con le frequenze del suo polso, ma anche da quando essere scienziato significava sapere tutto su pochissimo. Il risultato di queste trasformazioni, in larga parte silenziose, e di cui non abbiamo ancora preso le misure, è enorme. Basti pensare che mentre trent’anni fa una mostra su Galileo ci avrebbe mostrato il passato della scienza, quella di oggi ce ne indica piuttosto il futuro.
* Docente di Filosofia Teoretica all’università di Torino

Donato Creti (1671-1749) Luna e Giove, 1711. Roma, Pinacoteca Vaticana

Raffaella De Santis, L’altro Galileo, scienza e arte, “La Repubblica”, 18 novembre 2017
A Padova si inaugura oggi una mostra sul padre del metodo sperimentale: l’inventore, il letterato ma anche l’uomo che ha cambiato la visione dell’universo
Dipinti, video, oggetti e disegni in un viaggio lungo sette secoli Dopo di lui il cielo non fu più lo stesso, passammo dagli astrologi agli astronomiC’è stato un momento a partire dal quale il cielo non è stato più lo stesso. La Luna, i pianeti, la via Lattea, il Sole sono cambiati da quando Galileo Galilei ha puntato il suo cannocchiale in alto e li ha guardati in un altro modo. In quell’esatto momento il cielo è passato dagli astrologi agli astronomi, dalle narrazioni simboliche all’osservazione scientifica. A Padova si inaugura oggi una mostra interamente dedicata a Galileo Galilei, curata da Giovanni Carlo Federico Villa e Stefan Weppelmann (“Rivoluzione Galileo. L’arte incontra la scienza”, Palazzo del Monte di Pietà, fino al 18 marzo), che ha al centro proprio il rapporto tra uomo e universo. La mostra è un viaggio nella storia dell’arte su Galileo, scienziato e letterato, matematico e artista, amante degli astri e di Ariosto. Dice Villa: «Galilei è l’ultimo degli uomini del Rinascimento e il primo della modernità». L’ingresso è affidato ai versi di Primo Levi dedicati al Sidereus Nuncius di Galilei: «Ho visto Venere bicorne / Navigare soave nel sereno / Ho visto valli e monti sulla Luna / E Saturno trigemino / Io, Galileo, primo fra gli umani…».
Il Sidereus Nuncius, che aprirà lo scontro con la Chiesa, era stato pubblicato nel 1610. Galileo, allora professore di matematica a Padova, dove insegnò per 18 anni, era stato il primo ad osservare con un cannocchiale da lui costruito la Luna. Per un anno aveva puntato il suo strumento sul cielo, scoprendo, tra le altre cose, che la Luna aveva monti, valli, asprezze, che la rendevano simile alla Terra.
La mostra è un percorso concettuale ed estetico dal cielo prima di Galileo al cielo dopo Galileo, dai testi astrologici di Igino e Sacrobosco ai disegni astronomici di Leonardo, dall’Origine della via Lattea di Rubens, in cui la galassia alla quale appartiene il sistema solare è ancora mitologicamente avvinta al seno di Era, agli acquerelli e agli schizzi dello stesso Galilei. È esposto per la prima volta anche il ritratto dello scienziato dipinto da Santi di Tito. Dopo aver puntato un cannocchiale sulla superficie lunare è difficile dipingere il satellite come si faceva prima. Con il passare del tempo pittori come Gaetano Previati (La danza delle ore), Pellizza Da Volpedo (Il sole nascente) o Giacomo Balla (Mercurio passa davanti al sole) tentano di rendere con le immagini quello che aveva studiato Galileo. «Anche la scomposizione della luce attraverso la tecnica pittorica divisionista ha alle spalle l’osservazione scientifica galileiana», spiega Villa, professore di storia dell’arte a Bergamo e curatore negli anni di grandi mostre, tra le quali quelle su Antonello da Messina, Giovanni Bellini, Lorenzo Lotto, Tintoretto e Tiziano.
La mostra però non si ferma alle suggestioni del passato, ma spinge il gioco delle corrispondenze fino ai tempi più recenti, ai fumetti di Tintìn (Objectif Lune e On a marché sur la lune) o al cortometraggio protofantascientifico del 1902 di Georges Mèliès intitolato Il viaggio nella Luna (Le voyage dans la Lune), ispirato a Jules Verne, a H.G.Wells e alle incisioni con cui Gustavo Dorè nel 1868 aveva illustrato Le avventure del barone di Munchausen. Per arrivare infine al film Hugo Cabret di Martin Scorsese, in cui compare come personaggio lo stesso Méliès. E poi ci sono le opere di artisti contemporanei, da quelle spaziali di Anish Kapoor e Thomas Ruff fino all’americano Trevor Plagen, che fotografa scie luminose di rifiuti cosmici e ai video del tedesco Michael Najjar, tra cui Spacewalk, in cui un astronauta nuota nello spazio.
«Dopo Galileo anche lo spazio diventa sempre più prossimo, a portata di mano e noi ci scopriamo una piccola parte dell’universo. Oggi non siamo più noi ad osservare il cosmo, ma è il cosmo che osserva noi», dice Weppelmann, studioso ed esperto di arte italiana, che ha seguito da vicino la curatela della parte contemporanea della mostra. Non c’è da stupirsi. Dopo lo sbarco sulla Luna nel 1969, Italo Calvino, che considerava Galileo il più grande scrittore della letteratura italiana di ogni secolo, scrisse: “Il fatto che siamo obbligati a ripensare la Luna in un modo nuovo ci porterà a ripensare in modo nuovo tante cose”. Parole che potrebbero fare da epigrafe alla mostra padovana.

Anish Kapoor, Full Moon (2014), stainless steel, 180 x 180 x 27.5 cm.

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Time is the same in a relative way…

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No, Tempo, tu non ti vanterai che io muti!
Le tue piramidi costruite con rinnovata potenza
non sono per me nulla di nuovo, nulla di strano:
soltanto rivestimenti di uno spettacolo già visto.
I nostri giorni sono brevi, e perciò guardiamo stupiti
quello che ci propini di già vecchio,
e lo crediamo nato per il nostro desiderio
invece di pensare d ’averlo già udito raccontare.
W. Shakespeare, Sonetto 123, w. 1-8

Riflessioni sul tempo

FALSTAFF
Now, Hal, what time of day is it, lad?
PRINCE HENRY
Thou art so fat-witted, with drinking of old sack
and unbuttoning thee after supper and sleeping upon
benches after noon, that thou hast forgotten to
demand that truly which thou wouldst truly know.
What a devil hast thou to do with the time of the
day? Unless hours were cups of sack and minutes
capons and clocks the tongues of bawds and dials the
signs of leaping-houses and the blessed sun himself
a fair hot wench in flame-coloured taffeta, I see no
reason why thou shouldst be so superfluous to demand
the time of the day.

W. Shakespeare, Henry IV, atto I, scena 2

Charles Baudelaire, Les Fleurs du malSpleen e ideale, L’horloge (traduzione di Claudio Rendina)

L’orologio, il dio sinistro, spaventoso e impassibile,
ci minaccia col dito e dice: Ricordati!
I Dolori vibranti si pianteranno nel tuo cuore
pieno di sgomento come in un bersaglio;

il Piacere vaporoso fuggirà nell’orizzonte
come silfide in fondo al retroscena;
ogni istante ti divora un pezzo di letizia
concessa ad ogni uomo per tutta la sua vita.

Tremilaseicento volte l’ora, il Secondo
mormora: Ricordati! – Rapido con voce
da insetto, l’Adesso dice: Sono l’Allora
e ho succhiato la tua vita con l’immondo succhiatoio!

Prodigo! Ricordati! Remember! Esto memor!
(La mia gola di metallo parla tutte le lingue).
I minuti, mortale pazzerello, sono ganghe
da non farsi sfuggire senza estrarne oro!

Ricordati che il tempo è giocatore avido:
guadagna senza barare, ad ogni colpo! È legge.
Il giorno declina, la notte cresce; ricordati!
L’abisso ha sempre sete; la clessidra si vuota.

Presto suonerà l’ora in cui il divino Caso,
l’augusta Virtù, la tua sposa ancora vergine,
lo stesso Pentimento (oh, l’ultima locanda!),
ti diranno: Muori, vecchio vile! È troppo tardi!

Horloge! dieu sinistre, effrayant, impassible,
dont le doigt menace et nous dit: Souviens-toi!
Les vibrantes Douleurs dans ton coeur plein d’effroi
se planteront bientôt comme dans une cible;

ainsi qu’une sylphide au fond de la coulisse;
chaque instant te dévore un morceau du délice
à chaque homme accordé pour toute sa saison.

Trois mille six cents fois par heure, la Seconde
chuchote: Souviens-toi! – Rapide, avec sa voix
d’insecte, Maintenant dit: le suis Autrefois,
et fai pompé ta vie avec ma trompe immonde!

Remember! Souveniens-toi! prodigue! Esto memor!
(Mon gosier de métal parte toutes les langues).
Les minutes, mortel folâtre, sont des gangues
qu’il ne faut pas lâcher sans en extraire l’or!

Souviens-toi que le Temps est un joueur avide
qui gagne sans tricher, à tout coup! c’est la loi.
Le jour décrôit; la nuit augmente; souviens-toi!
Le gouffre a toujours soif; la clepsydre se vide.

Tantôt sonnera l’heure où le divin Hasard,
où l’auguste Vertu, ton épouse encor vierge,
où le Repentir même (oh! la dernière auberge!),
où tout te dira: Meurs, vieux lâche! il est trop tard.


Ch. Baudelaire, Le Spleen de Paris, Petits poèmes en prose, 1864

XVI • L’OROLOGIO

I Cinesi leggono l’ora nell’occhio dei gatti.
Un giorno un missionario passeggiando nei sobborghi di Nanchino si accorse di aver dimenticato l’orologio e chiese a un ragazzino che ora fosse.
Il monello del celeste impero dapprima esitò; poi ci ripensò e rispose:«Ve lo dico subito». Qualche istante più tardi ricomparve tenendo in braccio un bel gattone e guardandolo come si dice nel bianco degli occhi affermò senza esitare: «Manca poco a mezzogiorno». Il che era assolutamente vero.
Quanto a mese mi chino sulla bella Felina che ben merita un tal nome pur essendo nello stesso tempo l’onore del suo sesso l’orgoglio del mio cuore e l’aroma del mio spirito –allora sia giorno oppure notte in piena luce o nell’ombra opaca io leggo distintamente nei suoi occhi adorabili sempre la stessa ora un’ora grande vasta e solenne come lo spazio non divisa in minuti né in secondi un’ora immobile che gli orologi non segnano e che tuttavia è leggera come un sospiro veloce come uno sguardo.
E se qualche importuno venisse a disturbarmi mentre i miei occhi riposano su questo delizioso quadrante se qualche Genio intollerante e villanose qualche Demonio intempestivo venisse a dirmi: «Che cosa stai fissando là con tanta attenzione? Che cosa cerchi negli occhi di questa creatura? Stai forse guardando che ora è o mortale prodigo e infingardo?». Allora io risponderei senza esitare: «Sì sto guardando che ora è: ed è l’Eternità!».
Non vi pare signora che questo sia un madrigale davvero meritorio e per di più enfatico proprio come voi? In verità ho ricamato con un tale piacere questa pretenziosa galanteria che in cambio non vi chiederò nulla.

Les Chinois voient l’heure dans l’oeil des chats.
Un jour un missionnaire, se promenant dans la banlieue de Nankin, s’aperçut qu’il avait oublié sa montre, et demanda à un petit garçon quelle heure il était.
Le gamin du céleste Empire hésita d’abord; puis, se ravisant, il répondit: “Je vais vous le dire.” Peu d’instants après, il reparut, tenant dans ses bras un fort gros chat, et le regardant, comme on dit, dans le blanc des yeux, il affirma sans hésiter: “Il n’est pas encore tout à fait midi.” Ce qui était vrai.
Pour moi, si je me penche vers la belle Féline, la si bien nommée, qui est à la fois l’honneur de son sexe, l’orgueil de mon coeur et le parfum de mon esprit, que ce soit la nuit, que ce soit le jour, dans la pleine lumière ou dans l’ombre opaque, au fond de ses yeux adorables je vois toujours l’heure distinctement, toujours la même, une heure vaste, solennelle, grande comme l’espace, sans divisions de minutes ni de secondes, – une heure immobile qui n’est pas marquée sur les horloges, et cependant légère comme un soupir, rapide comme un coup d’oeil.
Et si quelque importun venait me déranger pendant que mon regard repose sur ce délicieux cadran, si quelque Génie malhonnête et intolérant, quelque Démon du contretemps venait me dire: “Que regardes-tu là avec tant de soin? Que cherches-tu dans les yeux de cet être? Y vois-tu l’heure, mortel prodigue et fainéant?” je répondrais sans hésiter: “Oui, je vois l’heure; il est l’Eternité!”

Horloge_baudelaire

Io constato anzitutto che passo di stato in stato. Ho caldo ed ho freddo, sono lieto o triste, lavoro o non faccio nulla, guardo ciò che mi circonda o penso ad altro. Sensazioni, sentimenti, volizioni, rappresentazioni: ecco le modificazioni tra cui si divide la mia esistenza e che di volta in volta la colorano di sé. Io cambio, dunque, incessantemente. Ma non basta dir questo: il cambiamento è più radicale di quanto non sembri a prima vista. Di ciascuno dei miei stati psichici parlo, infatti, come se esso costituisse un blocco: dico sì che cambio, ma concepisco il cambiamento come un passaggio da uno stato al successivo e amo credere che ogni stato, considerato per se stesso, rimanga immutato per tutto il tempo durante il quale si produce. Eppure, un piccolo sforzo di attenzione basterebbe a rivelarmi che non c’è affezione, rappresentazione o volizione che non si modifichi di continuo: se uno stato di coscienza cessasse di cambiare, la sua durata cesserebbe di fluire. Il mio stato d’animo, avanzando sulla via del tempo, si arricchisce continuamente della propria durata: forma, per così dire, valanga con se medesimo. Se la nostra esistenza fosse costituita di stati separati, di cui un Io impassibile dovesse far la sintesi, non ci sarebbe per noi durata: poiché un Io che non muti non si svolge, come non si svolge uno stato psichico che resti identico a se stesso finchè non venga sostituito dallo stato successivo. Infatti, la nostra durata non è il susseguirsi di un istante ad un altro istante: in tal caso esisterebbe solo il presente, il passato non si perpetuerebbe nel presente e non ci sarebbe evoluzione né durata concreta. La durata è l’incessante progredire del passato che intacca l’avvenire e che, progredendo, si accresce. E poichè si accresce continuamente, il passato si conserva indefinitamente. La memoria non è la facoltà di classificar ricordi in un cassetto o di scriverli su di un registro. Non c’è registro, non c’è cassetto; anzi, a rigor di termini, non si può parlare di essa come di una “facoltà”: giacchè una facoltà funziona in modo intermittente, quando vuole o quando può, mentre l’accumularsi del passato su se stesso continua senza tregua. In realtà, il passato si conserva da se stesso, automaticamente. Esso ci segue, tutt’intero, in ogni momento: ciò che abbiamo sentito, pensato, voluto sin dalla prima infanzia è là, chino sul presente che esso sta per assorbire in sé, incalzante alla porta della coscienza, che vorrebbe lasciarlo fuori. La funzione del meccanismo cerebrale è appunto quella di ricacciare la massima parte del passato nell’incosciente per introdurre nella coscienza solo ciò che può illuminare la situazione attuale, agevolare l’azione che si prepara, compiere un lavoro utile. Talvolta qualche ricordo non necessario riesce a passar di contrabbando per la porta socchiusa; e questi messaggeri dell’inconscio ci avvertono del carico che trasciniamo dietro a noi senza averne consapevolezza. Ma, se anche non ne avessimo chiara coscienza, sentiremmo vagamente che il passato è sempre presente in noi. Che cosa siamo, infatti, che cos’è il nostro carattere se non la sintesi della storia da noi vissuta sin dalla nascita, prima anzi di essa, poiché portiamo con noi disposizioni prenatali? Certo noi pensiamo solo con una piccola parte del nostro passato; ma desideriamo, vogliamo, agiamo con tutto il nostro passato, comprese le nostre tendenze congenite.

 Henri Bergson, L’evoluzione creatrice, 1907

Quando avete agito così? Ieri, oggi, un minuto fa? E ora? Ah, ora voi stesso siete disposto ad ammettere che forse avreste agito altrimenti. E perché?  Riconoscete forse anche voi ora, che un minuto fa voi eravate un altro? Ma sì, ma sì, mio caro, pensateci bene: un minuto fa, prima che vi capitasse questo caso, voi eravate un altro; non solo, ma voi eravate anche cento altri, centomila altri. E non c’è da farne, credete a me, nessuna maraviglia. Vedete piuttosto se vi sembra di poter essere così sicuro che di qui a domani sarete quel che assumete di essere oggi. Caro mio, la verità è questa: che sono tutte fissazioni. Oggi vi fissate in un modo e domani in un altro.

L. PIRANDELLO, Uno, nessuno e centomila, 1926

Il passato è sempre nuovo: come la vita procede esso si muta perché risalgono a galla delle parti che parevano sprofondate nell’oblio mentre altre scompaiono perché ormai poco importanti. Il presente dirige il passato come un direttore d’orchestra i suoi suonatori. Gli occorrono questi o quei suoni, non altri. E perciò il passato sembra ora tanto lungo ed ora tanto breve. Risuona o ammutolisce. Nel presente riverbera solo quella parte ch’è richiamata per illuminarlo o per offuscarlo. Poi si ricorderà con intensità piuttosto il ricordo dolce e il rimpianto che il nuovo avvenimento.
Italo Svevo, La morte. Il testo, inedito alla morte di Svevo, è stato pubblicato per la prima volta in Corto viaggio sentimentale ed altri racconti inediti, Mondadori, Milano 1949

Il terzo uomo (The Third Man, 1949), con Orson Wells, Alida Valli. Regia di Carol Reed. Sceneggiatura di Graham Greene.

« In Italy for 30 years under the Borgias they had warfare, terror, murder, and bloodshed, but they produced Michelangelo, Leonardo da Vinci and the Renaissance. In Switzerland they had brotherly love – they had 500 years of democracy and peace, and what did that produce? The cuckoo clock » « In Italia, sotto i Borgia, per trent’anni hanno avuto guerra, terrore, omicidio, strage, ma hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera, con cinquecento anni di amore fraterno, democrazia e pace cos’hanno prodotto? L’orologio a cucù. »
(Orson Welles)

Il tesoro dell’Africa (Beat the Devil, 1953),  con Humphrey Bogart, Jennifer Jones, Gina Lollobrigida e Peter Lorre. Regia di  John Huston. Sceneggiatura di Truman Capote e J. Huston.

Time. Time. What is time? Swiss manufacture it. French hoard it. Italians squander it. Americans say it is money. Hindus say it does not exist. Do you know what I say? I say time is a crook.

Christian Marclay, The clock, Leone d’oro alla Biennale di Venezia, 2010. “Si tratta di un colossale montaggio di spezzoni tratti da un imprecisato numero di film, in ognuno dei quali compare un orologio o un riferimento all’orario che coincide con il momento in cui esso viene proiettato”. LEGGI TUTTO…

I
Time present and time past
Are both perhaps present in time future,
And time future contained in time past.
If all time is eternally present
All time is unredeemable.
What might have been is an abstraction
Remaining a perpetual possibility
Only in a world of speculation.
What might have been and what has been
Point to one end, which is always present.
Footfalls echo in the memory
Down the passage which we did not take
Towards the door we never opened
Into the rose-garden. My words echo
Thus, in your mind.

I

Tempo presente e tempo passato
sono forse presenti nel tempo futuro,
il tempo futuro è contenuto nel tempo passato.
Se tutto il tempo è eternamente presente
tutto il tempo non è riscattabile.
Quanto poteva essere è un’astrazione
che rimane come perpetua possibilità
soltanto in un mondo d’indagini.
Quanto poteva essere e quanto è stato
puntano a un intento, sempre presente.
Eco di passi nella memoria
nei passaggi dove non c’incamminammo
verso la non spalancata porta
sul roseto. L’eco delle mie
parole, nei tuoi pensieri.
Per quale scopo
sollevino polvere da una coppa di foglie di rosa
io non so.
Altri echi
abitano il giardino. Vogliamo seguirli?
Presto, disse un uccello, trovateli, trovateli,
oltre l’angolo. Attraverso il primo cancello,
nel nostro primo mondo, seguiremo
il tranello del tordo? Nel nostro primo mondo.
Erano là, degni, invisibili,
passavano leggeri sulle foglie morte,
nel tiepido autunno, nell’aria vibrante,
e l’uccello chiamava, rispondeva
a una musica mai sentita e nascosta nel bosco,
attraversava uno sguardo mai visto, poiché le rose
avevano l’aspetto di fiori ben studiati.
Erano là come nostri ospiti, accolti e accoglienti.
Così andammo con loro, solennemente,
per il viale deserto, fino alla rotonda,
a guardare lo stagno prosciugato.
Dapprima arido, solido e bordato di scuro,
lo stagno sotto il sole si riempì d’acqua,
lentamente spuntarono i fiori di loto,
la superficie brillò sotto il cuore luminoso,
ed essi, dietro di noi, vi si rispecchiarono.
Passò una nuvola, e lo stagno si svuotò.
Andiamo, disse l’uccello, tra le foglie frotte di bimbi
si nascondevano eccitati, tenendosi dal ridere.
Andiamo via, andiamo via, disse l’uccello: gli uomini
non sopportano troppa realtà.
Tempo passato e tempo futuro
quanto poteva essere e quanto è stato
puntano a un intento, sempre presente.

Thomas S. Eliot, Quattro quartetti, traduzione e cura di Elio Grasso, Palomar, 2000

English poems about time. CLICCA QUI.


Giorgio de Chirico, «L’enigma dell’ora», 1911

Eugenio Montale, Tempo e tempi, in Satura (2.XII.68)
Non c’è un unico tempo: ci sono molti nastri
che paralleli slittano
spesso in senso contrario e raramente
s’intersecano. È quando si palesa
la sola verità che, disvelata,
viene subito espunta da chi sorveglia
i congegni e gli scambi. E si ripiomba
poi nell’unico tempo. Ma in quell’attimo
solo i pochi viventi si sono riconosciuti
per dirsi addio, non arrivederci.

P. Bianucci, Fisica e biologia. Dialogo sul tempo, “La Stampa”, 26 giugno 2017

Chissà se il fisico Carlo Rovelli e il neurobiologo Arnaldo Benini sapevano l’uno dell’altro mentre scrivevano due libri usciti quasi nello stesso giorno che sembrano nati da un fitto dialogo tra loro. Entrambi, Rovelli dall’università di Marsiglia e Benini da quella di Zurigo, cercano di rispondere dal punto di vista della loro disciplina scientifica alla domanda da cento milioni di dollari “che cosa è il tempo”. Entrambi si avventurano cautamente l’uno sul terreno dell’altro, camminando con piede incerto in un campo minato. Entrambi attribuiscono alla controparte una posizione radicale: i fisici negano l’esistenza del tempo, i neurobiologi la affermano. Entrambi tentano una soluzione che includa l’idea di tempo altrui subordinandola alla propria: sotto il tempo biologico c’è l’assenza di tempo dei fenomeni fisici elementari, dice il fisico; ma non possiamo conoscere davvero la natura fisica sottostante perché il cervello stesso è interno alla natura, dice il neurobiologo. Alla fine, tempo biologico e tempo fisico appaiono inconciliabili, forse incompatibili: o è vero l’uno o è vero l’altro.

Ma c’è qualcosa di condiviso. Sia il fisico sia il biologo, quando arrivano sul limitare dei grandi interrogativi, ricorrono alle stesse parole magiche: il verbo “emergere” e il sostantivo “evento”. Due parole che prima o poi i filosofi della scienza dovranno prendere in serio esame e dirci che cosa in effetti vogliano dire in quei contesti. L’universo emerge dalla schiuma quantistica, emergono energia e particelle, dalla materia inerte emerge la vita, dalla vita emergono l’intelligenza, l’autocoscienza, il linguaggio, il senso del tempo e dello spazio. Fenomeni subnucleari e complessità macroscopiche, vita, coscienza, linguaggio sono “eventi”.

In Neurobiologia del tempo (Raffaello Cortina) Arnaldo Benini analizza due tipi di tempo psichico: il tempo della percezione e il tempo percepito. Fu Hermann von Helmholtz all’età di 28 anni a scoprire e a misurare con esperimenti sulle rane che ci vuole un certo tempo perché uno stimolo si propaghi, e quindi venga avvertito. Di quel tempo non c’è (non può esserci) consapevolezza. E’ un “temps perdu”, un tempo perduto. Non il “temps perdu” di Marcel Proust (figlio di un medico amico di Marey, fisiologo e precursore del cinema), che invece è il tempo percepito e plasmato, deformato, selezionato e ritrovato della memoria.

Quanto è il “tempo perduto”? Helmholtz misurò una velocità di propagazione dello stimolo di circa 27 metri al secondo, un dodicesimo della velocità del suono nell’aria, meno di un decimilionesimo della velocità della luce. Da una estremità all’altra del corpo umano il tempo perduto è di circa un decimo di secondo. Ma è più corretto parlare di un “tempo compresso” perché sottratto alla coscienza. E’ necessaria inoltre una durata minima perché lo stimolo possa diventare consapevole.

A proposito di coscienza e dei meccanismi nervosi della volontà, rivoluzionari sono stati gli esperimenti fatti da Benjamin Libet all’Università di San Francisco negli anni 70 del secolo scorso. Quegli esperimenti dimostrarono che molte delle nostre azioni partono almeno un decimo di secondo prima di averne coscienza e spesso si arriva a più di mezzo secondo. Ecco perché in auto, quando avvertiamo un pericolo improvviso, il piede schiaccia il freno prima ancora il cervello abbia valutato la situazione consapevolmente. Ma i dati di Libet pongono anche il problema del libero arbitrio nelle decisioni, e quindi la questione della responsabilità morale. Non viviamo la vita in diretta ma in differita, sia pure solo di qualche decimo di secondo, e il cervello può comprimere o distorcere il tempo soltanto perché lo crea – conclude il neurobiologo.

Se la compressione del tempo e l’anticipazione della volontà sono meccanismi evolutivi vantaggiosi anche senza scomodare la coscienza, quest’ultima nelle forme di vita più evolute “emerge” per offrire altri vantaggi e sottrarci all’impressione piatta di un eterno presente. Il nucleo soprachiasmatico, un grumetto di appena 20 mila neuroni collocato nell’ipotalamo, è il principale dei nostri orologi biologici, quello che distribuisce il segnale orario circadiano: lo troviamo già nel moscerino della frutta. Nell’uomo entrano in gioco l’ippocampo e zone limitrofe. Grazie ai ricordi e alla loro disposizione, si struttura l’esistenza e, nel breve periodo, sono possibili esperienze come il linguaggio e l’ascolto musicale, che richiede una memoria delle note già ascoltate perché sia possibile interpretare e godere di quelle successive: la musica è essenzialmente un’arte del tempo, dice Benini, il che non toglie che spesso il tempo noi lo rappresentiamo come uno spazio, un andare da qui a là, e il ballo ne è l’espressione più evidente.

La neurobiologia del tempo ci mette di fronte a fenomeni interessanti. Uno è l’illusione della simultaneità tra visione e udito. Quando osserviamo le labbra di una persona che ci parla da un certa distanza – alcune decine di metri – non avvertiamo il ritardo tra il segnale luminoso, praticamente istantaneo, e il segnale acustico, che arriva dopo parecchi centesimi di secondo. Solo quando la distanza è maggiore la differenza di tempo ci sorprende (per esempio la separazione tra lampo e tuono). Altri fenomeni di grande rilievo sono la selezione e fissazione dei ricordi, la creazione di falsi ricordi, la prospettiva a geometria variabile sul passato e sul futuro con il progredire dell’esistenza, il tempo anomalo che sperimentiamo nei sogni o generato da patologie cerebrali.

La conclusione di Benini dopo la sua lucida review delle conoscenze attuali è che “non ci possiamo congedare dal tempo”. Cervello, coscienza e tempo sono inseparabili e innegabili. Ma come si concilia questa certezza intuitiva prima ancora che scientifica con l’inesistenza del tempo che i fisici constatano con i loro esperimenti?

“Il fisico Steven Weinberg – scrive Benini tornando nelle ultime pagine al nocciolo della questione da cui era partito – sostiene che la validità di ogni principio generale della biologia si basa sui principi fondamentali della fisica, di per sé inspiegabili, e su accidenti come l’impatto di un asteroide con la Terra 65 milioni di anni fa. La materia vivente segue gli stessi principi di quella inerte. (…) Giusto, ma se la psicologia è biologia e la biologia è basata sulla fisica, la fisica non può escludere con calcoli matematici la realtà del tempo.”

Il mondo della fisica moderna ha quattro dimensioni, un numero illimitato di “tempi” diversi (anche reversibili), uno spazio curvo ed “eventi” correlati a distanza in un presente totalizzante. Osserva Benini: “Lo spazio tridimensionale in cui la coscienza ci fa vivere è prodotto da meccanismi nervosi congeniti (…). L’evoluzione ha selezionato meccanismi nervosi che trasmettono alla coscienza lo spazio tridimensionale della Terra piatta e del Sole che le gira intorno; in questo spazio, che i meccanismi cerebrali della razionalità hanno dimostrato essere irreale, l’uomo si trova molto più a suo agio di quanto si troverebbe se avvertisse di girare a velocità folle su un frammento di sfera che, in un anno, fa un giro intorno al Sole.”. Da qui la tentazione di stabilire una gerarchia tra il tempo dei fisici e il tempo dei biologi: “Il fisico Carlo Rovelli sostiene che ‘è necessario imparare a pensare il mondo in termini non temporali’. Dal momento che i meccanismi del senso del tempo sono distribuiti in gran parte del cervello, e che essi funzionano spontaneamente, per pensare la realtà senza tempo bisognerebbe cambiare il cervello. Impresa tanto più disperata – ecco l’affondo finale di Benini – in quanto dovrebbe essere il cervello a cambiare se stesso.”

Il riferimento a Rovelli, fisico teorico che guida le ricerche sulla gravità quantistica all’Università di Aix-Marseille, conduce spontaneamente al suo ultimo libro “L’ordine del tempo” (Adelphi, 207 pagine, 14 euro). Anche questa è una rassegna di intuizioni filosofiche e di idee scientifiche che si sono susseguite nei secoli da Anassagora (V secolo avanti Cristo) ad oggi. Se ne ricava un progressivo sfaldarsi del concetto di tempo, fino alla sua dissoluzione nella fisica contemporanea (ma non nella concezione corrente, un po’ come accade per la rotazione della Terra, non assimilata nella mentalità quotidiana). Sì, perché Il tempo e lo spazio ci appaiono ancora come il palcoscenico sul quale si svolgono i fatti del mondo e dove ognuno di noi interpreta la sua piccola parte, entrando e uscendo da quinte a senso unico: da un lato c’è il passato, dall’altro il futuro. Questo spazio-tempo percepito come un contenitore assoluto, eterno, esistente in sé, risale agli antichi pensatori greci. Isaac Newton lo rileva come teatro dell’universo per collocarvi i moti planetari e le stelle regolati dalla gravità, non senza qualche turbamento per le obiezioni del suo irriducibile rivale Leibniz, contrario a riconoscere allo spazio-tempo le stesse proprietà assolute ed eterne di Dio.

Spazio e tempo newtoniani passano in Kant ma si laicizzano riducendosi a categorie della Ragione, funzioni a priori dell’intelletto, prive di realtà ontologica. Quanto alla principale proprietà del tempo sia fisico sia biologico, Clausius posò una pietra miliare del pensiero nel 1865 introducendo il concetto (e la parola) di entropia, che attribuisce al tempo una direzione ineludibile: le frittate non tornano ad essere uova, ogni essere vivente prima o poi muore, l’universo stesso un giorno si spegnerà. E’ il tempo “termico”, emerge dalla complessità del mondo macroscopico: statisticamente il disordine può solo aumentare e questo fatto rende il tempo a senso unico. L’Ottocento finisce con un tempo assoluto che scorre in una lentissima agonia senza fine.

La crisi del tempo assoluto incomincia nel 1905 con la relatività speciale di Einstein: gli orologi rallentano se viaggiano velocemente, il tempo scorre con un ritmo che dipende dalla velocità del moto relativo, più ci si avvicina alla velocità della luce più si dilata: orologi in volo su aerei e particelle nucleari accelerate ne danno una prova lampante. L’altro colpo fatale arriva con la relatività generale che Einstein pubblica nel 1916: anche la gravità influisce sullo scorrere del tempo quanto più il campo gravitazionale è intenso tanto più il tempo rallenta. La prima dimostrazione si ottiene confrontando un orologio atomico in pianura con un orologio identico portato in alta montagna. Oggi gli orologi atomici sono così diventati così precisi che basta confrontare un orologio su un tavolo con uno sul pavimento.

Il palcoscenico di Newton è svaporato. Il tempo di Einstein non è più assoluto, è un fatto locale. Addirittura, in un buco nero si ferma. Lo spazio-tempo è plasmato dalle masse. Ogni evento ha il suo tempo, perché il tempo localmente scorre a velocità diverse. Non esiste un “presente” comune a tutto l’universo. E come se non bastasse, il microcosmo, regolato dalla meccanica quantistica, ci mostra fenomeni nei quali passato e futuro sono intercambiabili. In definitiva, il tempo non esiste. Dunque, dice Rovelli, Il mondo non è fatto di cose ma di processi e, nel caso di noi viventi, di punti di vista. Viviamo in bolle di spaziotempo tra loro non confrontabili. In queste bolle dall’orizzonte limitato emerge (parola magica!) la freccia del tempo: gli eventi si dispongono in un “ordine”, che tuttavia è solo un punto di vista dovuto alla nostra “ignoranza”. Dalla nostra prospettiva vediamo una minima parte del mondo, e lo vediamo scorrere nel tempo. Emergono passato, presente e futuro, nascita e morte. L’entropia misura in realtà la nostra incertezza, rende misurabile la nostra ignoranza: il tempo della mente ne è un riflesso.

Questo può dire la scienza, la ragione. Ma la ragione stessa ci mostra i suoi limiti. Alla fine, gli eventi che contano si chiamano gioia, sofferenza, amore, paura. Cose irrazionali. Rovelli, in questo che è il suo libro più vero, ci porta fino a una soglia oltre la quale ognuno deve andare avanti da solo. Lui, il fisico, sconfina nella poesia: “A me sembra che la vita, questa breve vita, sia il grido continuo delle emozioni, che ci trascina, che proviamo talvolta a chiudere in un nome di Dio, in una fede politica, in un rito che ci rassicuri che tutto alla fine è in ordine, in un grande grandissimo amore, e il grido è bello e splendente. Talvolta è dolore. Talvolta è canto.”

Strane cose succedono quando due discipline, fisica e neuroscienze, dopo aver viaggiato per tanto tempo su binari diversi, provano a incontrarsi. Il dialogo è appena iniziato.

Le leggi della scienza non distinguono fra le direzioni del tempo in avanti e all’indietro. Ci sono però almeno tre frecce del tempo che distinguono il passato dal futuro. Esse sono la freccia termodinamica: la direzione del tempo in cui aumenta il disordine; la freccia psicologica: la direzione del tempo in cui ricordiamo il passato e non il futuro; e la freccia cosmologica: la direzione del tempo in cui l’universo si espande anziché contrarsi.

Stephen Hawking, Dal big bang ai buchi neri. Breve storia del tempo, Rizzoli 1988

Remo Bodei, Il futuro debole. Così siamo diventati prigionieri  di un presente senza prospettive, “Corriere – La Lettura”, 4 novembre 2018

Quando il cammino della storia era più lento e la ruota della fortuna girava meno velocemente, eravamo abituati a considerare il futuro quasi come un prolungamento del presente per linee tratteggiate. Oggi il nostro presente appare tuttavia sguarnito, perché il peso del passato, che fungeva da zavorra stabilizzatrice nelle società tradizionali, è diventato leggero, mentre lo slancio verso il futuro, che aveva animato e orientato le società moderne a partire dal Settecento sotto il segno del progresso, è diventato debole.
A causa dell’incertezza diffusamente avvertita (per la mancanza di lavoro, le crisi finanziarie, il riscaldamento globale o il terrorismo), diventa sempre più difficile proiettarsi verso il futuro e pensare alle prossime generazioni. Acquistano un senso più pregnante le parole di John Maynard Keynes («l’inevitabile non accade mai, l’inatteso sempre»). Anche per l’intensificarsi dei processi di modernizzazione e d’innovazione di cui non si riesce ancora a valutare la portata e che seminano, insieme, paure e speranze, diminuisce drasticamente la capacità di pensare a un futuro collettivo, di immaginarlo al di fuori delle proprie aspettative private.
Limitandoci ai problemi posti dall’ingresso delle nuove tecnologie, si moltiplicano le domande prive di sicure risposte. Ne elenco alcune, che toccano, direttamente o indirettamente, la vita di ognuno: come coordinare la crescente rapidità di calcolo e di esecuzione di programmi da parte di macchine e dispositivi, dotati di Intelligenza Artificiale e capaci di apprendere, con la maggiore lentezza degli umani? L’accelerazione del tempo umano nel tentativo di imitare la velocità delle macchine è perduta in partenza. Sono necessarie altre strategie, sia per gettare un ponte tra le operazioni quasi istantanee delle learning machines e i tempi necessari dello srotolarsi dei pensieri, delle decisioni e degli stati d’animo umani, sia per consentire la sopravvivenza di una democrazia in grado di deliberare in base alla discussione ragionata di progetti piuttosto che affidarsi a piattaforme di votazione rapida.
Come dovrà cambiare l’educazione quando si assiste alla crescita sempre più rapida del tasso di razionalità oggettivata nelle macchine grazie ad algoritmi incomprensibili ai più? Quando essa invade sfere sempre più numerose della vita e assorbe inesorabilmente, oltre che l’intelligenza, anche la volontà, delegata a guidare non solo macchine senza pilota, relativamente innocue, ma ominosi sistemi missilistici automatici o complessi strumenti che decidono in microsecondi le scelte degli investitori in Borsa? Continuando a ignorare l’urgenza di comprendere e reagire ai mutamenti in corso, si andrà incontro a una nuova ignoranza di massa. Malgrado la maggiore diffusione dell’alfabetizzazione e il maggiore peso del bagaglio di nozioni generali, si moltiplica, infatti, anche il numero degli idioti (nel senso greco del termine, ossia di persone private incapaci di partecipare con una sufficiente consapevolezza alla vita politica e culturale, perché chiusi nella particolarità del proprio lavoro e nei limiti dei loro immediati interessi).
Data la veloce obsolescenza delle nostre informazioni e delle stesse macchine, occorre introdurre urgentemente il sistema della continuing education, inventando dei modelli educativi che, scherzando ma non troppo, potrebbero seguire il modello dell’esercito svizzero (ossia prevedere, dopo la «ferma» delle scuole regolarmente frequentate, il periodico richiamo dei cittadini all’aggiornamento delle loro conoscenze e della cultura generale).
Si dovrebbe mirare, da un lato, sia all’aggiornamento in campo professionale, sia alla capacità di operare in processi che connettono il lavoro umano alle nuove tecnologie, così che gli uomini non diventino appendici stupide di macchine intelligenti; dall’altro a un genere di educazione in grado di superare la separazione tra saperi umanistici e tecnico-scientifici. L’estensione del modello del long life learning assumerà con gli anni un carattere sempre meno utopico a causa del progressivo incremento del tempo libero, reso possibile dall’applicazione delle nuove tecnologie ai processi produttivi.
A questo punto, le domande aumentano ancora, in parallelo alle incertezze sull’imminente futuro. Il nostro continuo contatto con i pensieri già «formattati», e scritti da altri, rischierà di ottundere la mente, di indebolire la volontà, di renderne sfocata l’immaginazione, di demotivare la creatività latente in ciascuno di noi fino a essiccare la stessa facoltà di giudizio? Attraverso le semplificazioni il pensiero articolato subirà pesanti penalizzazioni: sarà considerato involuto, poco chiaro? In questo modo, la semplificazione del pensiero, ridotto a tweet o a slogan, non andrà forse contro il compito della cultura che è quello di insegnare, semmai, a complicare, di mostrare le differenze e le sfumature tra concetti o azioni (il termine «concreto» deriva, del resto, dal verbo cum crescere, «crescere insieme», tener contro della pluralità dei fattori che si modificano insieme)?
Ancora: come cambierà, ad esempio, oltre che sul piano della digital fluency, la costruzione della personalità umana e l’idea stessa di educazione o di formazione (Bildung), quando gli individui, a causa della necessità di cambiare lavoro e di tenere il passo con cambiamenti sempre più rapidi, saranno costretti a sovvertirsi di continuo o a programmarsi esclusivamente in vista, trascurando una formazione più completa della propria personalità?
Come sarà possibile evitare che il sapere che dà potere si concentri nel vertice della gerarchia sociale, che si formi una élite di persone in grado di accedere ad algoritmi e banche dati lasciando il resto dell’umanità in condizioni di ignoranza e di povertà, che la conoscenza tecnica sia patrimonio di una oligarchia che lascia i più in balia di opinioni?
Che fare? Siamo tutti emigranti nel tempo: ci spostiamo dal presente noto verso un comune futuro ignoto. Ogni istante serve da ponte e, insieme, da cesura rispetto al successivo. Abbiamo bisogno della memoria del passato come esperienza e dell’attenzione del presente teso a «defuturizzare» l’avvenire. Ma anche, e indissolubilmente, dell’apertura a pensare il nuovo e il possibile, del futuro cui si accede a partire dalla discontinuità rispetto a quel che eravamo e pensavamo.

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