Archivi del giorno: 08/11/2017

“Le parole sono importanti”

Carlo Ossola, Le parole, segno di cittadinanza, “Il sole 24 ore”, 8 febbraio 2017

Ha suscitato molti commenti la lettera aperta di 600 docenti sulla insufficiente abilità di scrittura di molti studenti universitari; parimenti le statistiche Ocse, sulle capacità di lettura di coloro che iniziano il ciclo superiore degli studi a 15 anni, pongono l’Italia a un punteggio piuttosto basso (485 punti rispetto ai 527 del Canada; media raggiunta per altro dalle nostre studentesse, non dagli studenti). Già solo questo dato dovrebbe indurre a fornire migliori esiti di carriera al mondo femminile. I rimedi proposti vertono quasi tutti sull’incremento delle competenze linguistiche, e il Ministro della PI promette che riporterà i giornali nelle scuole.
Ebbene non serve una lingua che ricalchi il mondo, ma che aiuti a “vivere insieme”: si veda per esempio il bel libro di A. Bentolila, “La parola contro la barbarie” (Vita e Pensiero 2007).
Ancor meno serve soltanto cablare le scuole: perché cosa sono le autostrade informatiche se sopra non vi passano contenuti nutritivi, TIR pieni di suppellettili per il futuro, ma solo il rumore amplificato della rete?
La “parola” in greco classico è muthos: parola, discorso, racconto, conversazione; ma anche pensiero, disegno, consiglio; e infine: fama e leggenda e mito. Insomma è un percorso di civiltà, versione memorabile di mondi possibili, e anche di fantastici e sognati.
Perciò da piccoli abbiamo studiato (tali i titoli delle nostra antologie di scuola) «miti ed eroi», parole e azioni memorabili, di Achille e di Ettore, di Enea e di Orlando, di Armida e di Clorinda, di don Chisciotte e di Gulliver.
La lingua serve se è alveo di altri mondi, non ripa piena di detriti, di sacchetti di plastica vuoti e inquinanti di presente consunto. Per questo Italo Calvino, alla richiesta di proporre «tre chiavi, tre talismani per il 2000», rispose – nel 1980- : «imparare delle poesie a memoria, molte poesie a memoria; da bambini, da giovani, anche da vecchi. […] Secondo: puntare sulle cose difficili, eseguite alla perfezione, le cose che richiedono sforzo; diffidare della facilità, della faciloneria, del fare tanto per fare. E combattere l’astrattezza del linguaggio che ci viene imposta da tutte le parti. Puntare sulla precisione, tanto nel linguaggio quanto nelle cose che si fanno». Certo precisione viene da praecidere: tagliare tutt’intorno il non pertinente, lavoro – minuto e spesso doloroso – della coscienza del limite.
Contro la favola dell’illimite, del virtuale, dell’onnipresente; precisione artigianale della parola “giusta”, che si adatta alla cosa, alla persona che la pronuncia e a quella cui è rivolta: sunt certi denique fines… dell’oraziano est modus in rebus; misura senza la quale non c’è né giustezza delle parole né giustizia tra gli uomini. Mancano le parole perché si astrae dalle cose, perché esse ci sono sottratte: è il regno diafano di un mondo muto.
Saggio fu cominciare dall’alfabetiere: dalle “parole e le cose”, diceva Michel Foucault; ogni parola individui una cosa, perché le parole ci consegnano il reale, presente, e richiamano gli oggetti passati o proiettano quelli futuri.
Un lessico di 600 parole, quello che i linguisti sono disposti persino ad accettare, è un lessico di poveri, ai limiti dell’indigenza; un mondo di lingue tagliate e di possesso sottratto; oggi hanno nome solo le cose largamente vendibili, in rete o nell’ipermercato: siamo in un’immensa corsia di poche cose senza gusto, senza, sapore, senza colore, senza nome.
L’alfabetiere delle cose è, in realtà, un alfabetiere di cittadinanza. Mi è capitato, di recente, di cercare – a lungo – delle «grive» o «frisse» (alimento povero: fegato, polmone, frattaglie, grasso di gola, tritati, impastati ed avvolti nell’omento); alimento di ampia diffusione europea: crépinettes in Francia, atriau in Svizzera, e – con varianti – gli sheftalia ciprioti e i faggot inglesi); comunque sempre un impasto a base di fegato avvolto nell’omento. Quasi introvabile, perché è caduto in disuso l’omento; ma trovato – dopo una trentina di telefonate – il macellaio abruzzese che sa che cosa sia l’omento, è rinata, di parola in parola, e di griva in griva, una storia di minima moralia, di sapienza e di mestiere, di memoria e di libertà: la vera cittadinanza.
E non solo quella dell’oggi: perché a voler risalire ai latini, l’omento era pure sacra offerta agli dei, come ci ricorda Giovenale nelle Satire: «Chi fia di noi che nelle età future / in pia carta ravvolto incenso appresti / Sull’ardenti are tue, fegato di vitello / o candido di porco omento?» […Ponimus et sectum vituli jecur, albaque porci / Omenta?].
O sommo Giove, che invii le piogge e i fulmini, averte, allontana per favore la banda larga del nulla, e ridacci gli alfabetieri e le grive.
Rinasceranno parole, mestieri, economia e dignità.

Maurizio Nannucci, What to say what not to say, 1992

Paolo Foschini, C’è differenza tra realtà e verità. Il potere sconfinato delle parole, “Corriere della Sera”, 26 novembre 2015

Forse certe volte ci vorrebbe davvero una sberla. Come quella di Nanni Moretti, ricordate?, alla giornalista del film Palombella rossa che diceva «e tutto il resto», «trend negativo», «alle prime armi» e così via: «Ma come parlaaaa? Le parole sono importantiiii!», le urlava lui al rallentatore. E beccati un’altra sberla che te la meriti. Perché «chi parla male pensa male».
Naturalmente non è che ci voleva Ecce Bombo, l’aveva già detto una fila di gente, da Aristotele in giù. Eppure ce lo dimentichiamo sempre. Così, anche senza la violenza dello schiaffo, ma con la stessa risoluta fermezza e una raffica di esempi a sostenerla, Gianrico Carofiglio torna a ricordarci la grande verità per cui «non è possibile pensare con chiarezza — dice citando tra i mille altri il filosofo John Searle — se non si è capaci di parlare e scrivere con chiarezza». Il che è più semplice a dirsi che no, certo. E qui sta l’utilità di questo che è un po’ un saggio teorico e un po’ un manuale d’istruzioni, con dentro non meno rigore che ironia, pubblicato da Laterza e diviso in due parti che corrispondono alle due metà del suo titolo: Con parole precise per inquadrare il tema; e Breviario di scrittura civile per applicare l’analisi all’ambito che più di tutti ne invoca da sempre l’urgenza. Perché il Potere può anche governare i corpi col bastone, ma le teste, da sempre, le comanda con le parole. Dai verbali dei processi per stregoneria al lessico diabolico della burocrazia, dalla sintassi delle leggi agli slogan della piazza. E quindi «occuparsi del linguaggio pubblico non è un lusso da intellettuali — scrive Carofiglio — ma un dovere cruciale dell’etica civile».
Magistrato, scrittore, parlamentare, Carofiglio è il primo a riconoscere che proprio la parola è il denominatore comune dei suoi tre mestieri. Come lo è degli esseri umani, peraltro, visto che tutti viviamo «raccontando». Semplicemente perché «è impossibile non farlo e perché la nostra capacità di affrontare il mondo e la vita è funzione della nostra capacità di raccontarli». Ma per farlo bene ci vogliono quelle che T.S. Eliot chiamava le «parole giuste». Che devono rispondere a sei criteri precisi di «correttezza, realtà, verità, pertinenza, esattezza, precisione», dove è opportuno ricordare che realtà e verità non sono affatto sinonimi, essendo possibilissimo scrivere cose realistiche ma false, come la bugia di un racconto scadente, oppure del tutto surreali ma profondamente vere, come l’uomo-scarafaggio di Kafka.
Ovviamente la letteratura, proprio nel senso di leggere tanti libri, è un bel modo per sperimentarlo e per esercitarsi. Come le parole-materia di Simenon, la cui poesia per dire che piove stava proprio nel dire «piove», non «il cielo piange». Così come, al contrario, proprio perché la metafora è il mistero più alto del nostro linguaggio, il suo uso è tanto difficile quanto efficace o fuorviante, a seconda dei casi. Specie in politica, dove basta mettere a confronto la potenza del «Yes, we can» di Obama con la fiacchezza dell’imitazione veltroniana «Si può fare»: roba da Frankenstein Junior , in effetti, rispetto all’immagine finora insuperata nel linguaggio politico italiano degli ultimi vent’anni, che ovviamente resta la «discesa in campo» di Silvio Berlusconi.
Con un avvertimento per smascherare le tre ragioni che stanno dietro il parlare oscuro: pigrizia, narcisismo, esercizio del potere. Più un consiglio sulla premessa fondamentale del parlar chiaro: e cioè avere una cosa da dire.

Alighiero Boetti, Una parola al vento, due parole al vento, tre parole al vento, 1993

Stefano Bartezzaghi, Ecco le parole di cui occorre parlare, “La Repubblica”, 16 novembre 2015

Ci sono parole che ci piacciono soprattutto per il loro suono, ognuno ha le sue e quasi non ci si accorge di quando si fa un giro di frase per poter pronunciare la parola prediletta o quando la si usa al posto di una che magari sarebbe più opportuna. Nella maggior parte dei casi, però, quelle che si dichiarano le proprie preferite non sono parole, bensì cose.
Nei referendum sulla parola più amata, vince quasi sempre “amore” — che, si sa, è soprattutto una cosa meravigliosa; e, al contrario, viene odiata “odio”, che sarà anche una brutta cosa ma come parola in sé non è niente male.
Durante la recente settimana della lingua italiana nel mondo sono state prese molte iniziative sulla lingua italiana. Treccani, per esempio, ha lanciato un hashtag quasi morettiano (nel senso di Nanni): # leparolevalgono. Qual è la parola che ti ha cambiato la vita? Pochi (tirando a indovinare) avranno votato “sebbene”. Molti, tra cui Luciana Littizzetto, hanno invece indicato “resilienza”, una parola che oggi ha infatti una sua moda, come l’ha avuta in passato “serendipità”. Sia l’una sia l’altra sono tra le 264 Parole di giornata elencate e discusse nell’omonimo libro di Edoardo Lombardi Vallauri e Giorgio Moretti, che arriva ora in libreria (Il Mulino). “Resilienza” vi è definita come «Resistenza alla rottura, capacità di affrontare e superare le avversità»; “Serendipità” come «Il fatto o la capacità di trovare qualcosa di imprevisto cercando altro». Ma cosa sono le “parole di giornata”?
Dei due autori del libro il primo, Lombardi Vallauri, insegna linguistica a Roma Tre; il secondo, Moretti, non ha fatto studi specifici ma tiene il blog “Una parola al giorno”. A chi non solo le usa ma le studia pure, in modo professionale o per passione, spesso piacciono parole un po’ diverse di quelle che piacciono agli altri.
Così i due hanno attraversato i vocabolari per selezionare una quantità di parole di cui vale la pena parlare. Abbrivio, acchito, accidia, addomesticare, affettato, alesare… transeunte, trasecolare, travet, trinariciuto, umbratile, vapido, velleità, vellicare, venusto, vieto, zelo. Bastano le prime e le ultime per valutarne la varietà: parole facili, parole apparentemente facili, parole difficili. Diffuse, semi-ignote, corte, lunghe, auliche (e c’è anche “aulico”), gergali. Un altro elenco, preso in mezzo al libro: «pingue, pistolotto, pletora, porno, posticcio, princisbecco, procace, procrastinare, proditorio, prolegomeni, prosopopea, prosseneta, psittacismo, pusillanime, putiferio». Per ognuna di queste gli autori provvedono la divisione in sillaba, definizione, indicazioni etimologiche e un breve testo di commento, a proposito della storia del vocabolo, con le sue eventuali curiosità, e i modi d’impiego.
Dando consigli a un aspirante scrittore, Primo Levi suggeriva la consultazione di dizionari etimologici, a scopi non eruditi ma espressivi. Chi sa, o sente, che nel verbo “scatenare” ci sono catene che saltano imprimerà ai propri usi del verbo un’energia maggiore. L’etimo diventa una sorta di rincorsa che riesce a dare più slancio al discorso: un suggerimento di grande sapienza retorica. Necessario soprattutto in tempi in cui il discorso sociale restringe il campo delle sue scelte lessicali nei limiti delle parole più note e correnti, in modo da proporsi sempre come trasparente.
Dietro a ogni elogio del “parlare semplice” c’è l’idea che il discorso sia il mezzo di trasporto del pensiero: se faccio arrivare il mio pensiero da me e te con il minimo del tempo e di spesa per entrambi, allora va bene, sono bravo. Un copywriter, uno spin- doctor, un titolista che proponessero di usare parole come “transeunte” in una comunicazione qualsiasi sarebbero considerati pazzi (e giustamente, si intende). Ma ecco che, da anni oramai, si è prodotto una specie di riflusso di nostalgia per parole che usiamo sempre meno (come “nequizia” o “venusto”) o che usiamo ma senza saper più da dove vengano, ovvero quale metafora sia morta sotto il loro uso corrente.
La “remora” è un pesce che attraverso una ventosa si attacca alla nave per farsi trasportare e che si riteneva fosse addirittura in grado di rallentarne la navigazione (il nome viene da “mora”, indugio, ritardo). “Buggerare” deriva da “bulgarus”, bulgaro, perché molti bulgari seguivano l’eresia patarina, accusata di propugnare la sodomia. Quindi “buggerare” significava, né più né meno, metterlo in quel posto: oggi pochi immaginano l’origine oscena del verbo che è la stessa di “fregare”, peraltro.
Sulla stessa analogia fra inganno e costrizione a un atto sessuale oscilla anche il significato di “infinocchiare”, che deriverebbe dall’usanza degli osti disonesti di offrire del finocchio prima di mescere vino di cattiva qualità: il sapore invadente del finocchio avrebbe coperto quello disgustoso del vino.

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