“Quid est Veritas?”: web e fake news

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A. M. TESTA, Post verità: vivere, capire, scegliere, votare tra bufale e camere dell’eco, 21 novembre 2016
Post-truth, cioè post verità, è la parola dell’anno per l’Oxford Dictionary. La prima notizia è che l’uso di questo termine cresce del duemila per cento nel 2016 rispetto all’anno precedente. Il termine denota o si riferisce a circostanze in cui i fatti oggettivi sono meno influenti degli appelli a emozioni e credenze personali nel formare l’opinione pubblica. LEGGI TUTTO…

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VIDEO RAI Zettel Debate. Puntata 3: Post-Verità. CLICCA QUI.

In questa puntata di “Zettel Debate. Fare filosofia” si parte dal fenomeno delle cosiddette “bufale” – ossia quelle notizie che non hanno alcun fondo di verità ma vengono spacciate come assodate – per poi cercare di capire cosa intendiamo con “verità” e anche indagare più a fondo il concetto di “post-verità”.

La questione della post-verità è tanto più pressante perché il web ha aumentato considerevolmente la circolazione delle “bufale”, tanto che ci si domanda se non si dovrebbe in qualche modo controllare il fenomeno.

Dalla scheda didattica allegata:

Chi controlla la verità?
Prima del web l’informazione era troppo controllata vs. Sul web l’informazione è troppo poco controllata
Come si stabilisce la verità?
La verità è una continua ricerca vs. La verità è un punto di arrivo
La verità può far male o no?
La verità non è sempre auspicabile vs. La verità è sempre auspicabile
Il Debate
La sempre maggiore diffusione di false notizie sul web, le cosiddette “bufale”, ci hanno messo di fronte a dei quesiti molto importanti che riguardano la circolazione e il controllo dell’informazione, nonché lo statuto della verità.
Ci chiediamo allora:
1) E’ sempre meglio la libera circolazione delle notizie – anche se false – o c’è bisogno di controllarle e, in caso, di arginarle dall’alto?
2) La verità – di una notizia come di qualsiasi altro fatto – è data da un processo sempre in divenire o è data una volta per tutte?
3) Se la verità può avere effetti negativi, a volte è meglio ometterla/modificarla/inventarla o bisogna ricercarla sempre e comunque, a prescindere dagli effetti che avrà?
Insomma: la verità: è un processo che implica diversi punti di vista o è il raggiungimento di un’unica versione dei fatti.

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M. Pireddu, Storia naturale della post-verità, 1 dicembre 2016, in DoppioZero

Nel corso della nostra lunga storia europea siamo stati messi in guardia più volte sui pericoli della manipolazione del senso comune, delle verità e delle informazioni di qualsiasi tipo. La notizia più recente riguarda però l’elezione di “post-truth” a parola dell’anno per l’Oxford Dictionary: dopo un lungo dibattito la scelta è caduta su post-verità come termine che definisce le circostanze in cui, per la formazione dell’opinione pubblica, i fatti oggettivi sono meno influenti degli appelli all’emozione e alle convinzioni personali. Tra le motivazioni della scelta vi è l’elevata frequenza d’uso del termine nell’ultimo anno, con particolare riferimento al referendum britannico sulla Brexit e alle elezioni presidenziali negli Stati Uniti. LEGGI TUTTO…

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S. BARTEZZAGHI, La menzogna nell’era del web, 5 febbraio 2017

Una pia leggenda enigmistica dice che alla domanda (in latino) che Ponzio Pilato pose a Gesù Cristo – appunto, “quid est Veritas” (“cos’è la Verità?”) – quest’ultimo avrebbe potuto rispondere anagrammandola: “Est vir qui adest” (“È l’Uomo che ti sta davanti”). Naturalmente un cardinale non solo non è l’ultimo ma anzi è, se non l’unico, tra i primissimi che possano parlare di verità. Fuori dalla religione o comunque dalla metafisica, invece, parlare di verità suona indiscutibilmente fasullo, o quanto meno inadeguato. Eppure un criterio bisognerà pur adottarlo, in un mondo mediale che si è riempito di fake news, (le notizie false che chiamiamo “bufale”, forse dall’antico modo di dire: “non vedere una bufala nella neve”) e soprattutto mostra di crederci volentieri.
Ogni giorno se ne hanno esempi, e la smentita documentata delle notizie false (fact checking o debunking, a seconda dei casi) spesso è diffusa dagli stessi social network su cui le bufale pascolano, a mandrie. Ma le bufale hanno i loro allevatori e specialisti a proteggerle dai debunker che le vorrebbero al mattatoio. Così, nella disputa sul numero di partecipanti alla manifestazione per l’insediamento di Donald Trump, per la plateale bugia detta dal portavoce (appena insediatosi pure lui) è stata inventata la categoria dei “fatti alternativi”. Una spassosa fattispecie, che si affianca ai “fattoidi” di cui Norman Mailer parlò nella sua biografia di Marilyn Monroe (1973: sono i “fatti che non hanno esistenza prima di apparire su riviste o giornali”), nonché ai “fatticci” dell’epistemologo Bruno Latour (i fatti-feticci, che superano la distinzione fra conoscenza e credenza).
Già nel Novecento si sospettava che nel passaggio dalle leggende bucoliche a quelle metropolitane la bufala avesse subìto qualche manipolazione genetica e avesse quindi cambiato natura. Ora si richiede agli stessi social network di smentire e sventare le fake news. Mark Zuckerberg dovrebbe riconoscere che Facebook non ha più lo status di piattaforma tecnologica ma quello di azienda editoriale vera e propria, responsabile quindi per i contenuti che diffonde, per gli insulti (hate speech) o per le bufale (fake news). Stabilire regole di restrizione e modalità per farle rispettare non è però un affare da poco. Sul fronte delle falsità la ricerca semiotica di Umberto Eco ha chiarito da decenni che il falso non è formalmente distinguibile dal vero. Può anche testimoniarlo la funzionaria della prefettura di Pescara che non ha creduto all’allarme – drammaticamente veritiero – per la devastazione del Rigopiano.
Non si può neppure dimenticare che ogni restrizione pone problemi nel campo della libertà di espressione. Per impulso del giornalista britannico Timothy Garton Ash, che insegna European Studies a Oxford, la stessa università ha adottato un’impegnativa “dichiarazione ufficiale sull’importanza della libertà di parola”. Sono i paradossi del free speech. Gli studenti che reclamano spazi in cui esprimersi liberamente spesso sono gli stessi che cercano di impedire che l’ateneo inviti ospiti che possano esprimere opinioni da loro ritenute offensive. Per Garton Ash, invece, i diversi spazi di un’università possono ospitare opinioni di ogni sorta: Donald Trump non sarà mai invitato a tenere una conferenza sulle differenze etniche, ma potrebbe intervenire in un dibattito in cui le sue posizioni politiche siano sottoposte a una severa revisione da parte degli studenti stessi.
Il discernimento consentito da un’università non è però altrettanto applicabile sulla scena mediale e ormai globale. Contro la parzialità dell’informazione, Umberto Eco ammoniva: “sentire più di una campana”, ma erano gli anni Settanta, ognuno decideva quanti e quali giornali leggere, tg e gr seguire. Fino ad allora la rappresentazione mediale della realtà è stata un teatro in cui un riflettore isolava un oggetto alla volta sul palco e lo illuminava: la qualità della rappresentazione variava da teatro a teatro e il pubblico aveva libertà di scelta. Oggi è saltata la differenza fra palco e platea, perché ogni “spettatore” contribuisce a illuminare, con i suoi clic, i suoi retweet, i suoi propri post. Tutto il teatro, dal pavimento al loggione, dal retropalco al foyer, è completamente pervaso di punti luce e di specchi e specchietti che rifrangono ogni rappresentazione, che si tratti di notizie false o vere. Sono ancora pensabili controlli, restrizioni, direzioni?
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«Una volta che abbiamo consegnato i nostri sensi e i nostri sistemi nervosi alle manipolazioni di coloro che cercano di trarre profitti prendendo in affitto i nostri occhi, le orecchie e i nervi, in realtà non abbiamo più diritti. Cedere occhi, orecchie e nervi a interessi commerciali è come consegnare il linguaggio comune a un’azienda privata o dare in monopolio a una società l’atmosfera terrestre. E qualcosa del genere è già accaduto.»
Marshall McLuhan, Gli strumenti del comunicare, 1964
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G. Romeo, Factchecking ad armi pari, in “Il Sole 24 ore – Nòva” 22 gennaio 2017
La tecnologia può salvarci dalle fake news? Per i media potrebbe essere la grande occasione di rilancio del proprio ruolo. L’ultima indagine del Reuters Institute ha indicato che per il 70% dei professionisti dei media intervistati l’esplosione di notizie non verificate, possibile grazie alle piattaforme social, potrebbe rafforzare la centralità dei media.
Il problema è che mentre la produzione di un “hoax” virale in rete richiede spesso più fantasia che tempo, le operazioni di factchecking condotte da professionisti richiedono in media 13 ore, come ha sottolineato il fondatore di Storyful, Mark Little, e spesso non sono nemmeno conclusive. In un mercato che vede le redazioni assottigliarsi per la crisi è inoltre difficile immaginare di aumentare l’efficacia del factchecking senza una svolta tecnologica. Non a caso il 46% degli intervistati da Reuters ha ammesso una preoccupazione crescente rispetto all’anno scorso sull’impatto che avranno le piattaforme come Facebook, Twitter e gli altri social network. LEGGI TUTTO…
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Giulia Bistagnino, Di cosa parliamo quando parliamo di fact-checking?, Centro di Ricerca e Documentazione L. Einaudi
Per capire cosa effettivamente sia il fact-checking bisogna inserirlo nel suo habitat naturale. Il fact-checking nasce all’interno dei giornali come una funzione editoriale di controllo circa la verità e attendibilità degli articoli. […] Negli ultimi anni qualcosa è cambiato e quella del fact-checking è diventata un’attività indipendente dalle redazioni. Ovviamente, questo cambiamento è dovuto in gran parte alle nuove tecnologie e alla diffusione di internet, che ha reso più accessibile la verifica delle fonti. Questa nuova dimensione del controllo è il cosiddetto fact-checking collaborativo on-line, per cui squadre di bloggers, giornalisti e, in alcuni casi, ricercatori universitari, controllano la veridicità delle dichiarazioni che vengono avanzate nel dibattito pubblico. LEGGI TUTTO…

Federico Rampini, “la Repubblica”, 19 gennaio 2017
Nativi digitali: i ragazzi venuti al mondo quando Internet esisteva già.  Abituati a muoversi nelle nuove tecnologie come pesci nell’acqua, dovrebbero essere i più smaliziati e astuti nel percepire i tranelli della Rete, giusto? Sbagliato.  Al contrario, per la maggior parte non sanno distinguere notizie false o vere, fonti serie o inattendibili, teorie scientifiche o bufale oscurantiste, rivelazioni credibili o leggende metropolitane. Insomma i “nativi” sono di un’ingenuità disarmante. LEGGI TUTTO…

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