“Tu sei come una lunga / cagna…”: cani in versi.

F. Goya, Perro semihundido, (1820 – 1823), Museo del Prado, Madrid

Dai cani, diretti dagli odori, l’indifferenza di fronte alla vita non c’è mai. Non sono mai semplici indifferenti stranieri, ma sempre amici o nemici.
Italo Svevo, Corto viaggio sentimentale, 1928

Omero, Odissea, XVII, 350-397

Euergides (500 a. C. c.a), cane della Laconia, vaso attico a figure rosse

E un cane levò in su la testa e le orecchie, pur rimanendo sdraiato. Era Argo, il cane del paziente Odisseo, che un giorno egli si era allevato, ma non se lo poté godere: partiva prima per la sacra Ilio. In altro tempo se lo menavano i giovani a caccia di capre selvatiche, di cerbiatti e di lepri. Allora giaceva abbandonato, poiché era lontano il suo padrone, su di un mucchio di letame di muli e di buoi: […]. Là giaceva il cane Argo, pieno di zecche. E allora, appena sentì che gli era vicino Odisseo, prese a dimenare la coda e lasciò cadere tutt’e due le orecchie: ma andargli più da presso, al suo padrone, non poté. E lui si volse a guardare da un’altra parte: si asciugò le lacrime senza farsi scorgere […]. Ed Argo lo colse il destino della nera morte, non appena ebbe veduto Odisseo dopo venti anni.

Antologia Palatina,  epigramma di Timne

Ancient roman gravestone, 1-2 centuty AD, for the beloved dog. Probably is a children hand-made for memorial of his favorite pet.

Lapide funebre romana (I-II sec. d.C) che rappresenta un cagnolino con collare. L’iscrizione recita “Per il caro Metilianus, Lucius Novius Aprilis fece”

τῇδε τὸν ἐκ Μελίτηϲ ἀργὸν κύνα φηϲὶν ὁ πέτροϲ
ἴϲχειν, Εὐμήλου πιϲτότατον φύλακα.
Ταῦρόν μιν καλέεϲκον, ὅτ’ ἦν ἔτι· νῦν δὲ τὸ κείνου
φθέγμα ϲιωπηραὶ νυκτὸϲ ἔχουϲιν ὁδοί.

Qui il veloce cane di Malta la pietra – dice lei –
copre, fidissimo custode di Eumelo.
Tauro lo chiamavano, quando c’era ancora; ora invece la sua
voce l’hanno le silenziose vie della notte.

Epitafio del II sec., età degli Antonini (in lingua greca)

Scena di inseguimento con i cani (l’uno dei quali di nome Romanus), mosaico, fine III-inizi IV secolo d.C., Museo Archeologico di Oderzo, Treviso

χρῆμα τὸ πᾶν | Θείαϲ, βαιᾶϲ κυ|νόϲ, ἠρία κεύθει, |
εὐνοίαϲ, ϲτοργῆϲ, | ἴδεοϲ ἀγλαΐαν· |
κούρη δὲ ἁβρὸν | ἄθυρμα ποθοῦϲα | ἐλεεινὰ δακρύ|ει
τὴν τροφί|μην, φιλίαϲ | μνῆϲτιν ἔχουϲα ἀ|τρεκῆ.

Tutto ciò che resta della cagnolina Tea lo copre la tomba,
splendore di simpatia, di tenerezza, di bellezza;
e la ragazza, che ha nostalgia del suo dolce trastullo, piange a calde lacrime
colei che ha cresciuto nella sua casa, e conserva un vivo ricordo del suo affetto.

Cammeo di fattura romana che raffigura un cane accovacciato, I sec. a.C

OVIDIO, Metamorfosi, III, vv. 225-252. Il mito di Atteone

Actaeon Fresco, Pompeii

Atteone, Pompei, Casa di Menandro, I sec. d. C.

[…] ea turba cupidine praedae                                            225
per rupes scopulosque adituque carentia saxa,
quaque est difficilis quaque est via nulla, sequuntur.
Ille fugit per quae fuerat loca saepe secutus,
heu! famulos fugit ipse suos. clamare libebat:
‘Actaeon ego sum: dominum cognoscite vestrum!’         230
verba animo desunt; resonat latratibus aether.
Prima Melanchaetes in tergo vulnera fecit,
proxima Theridamas, Oresitrophos haesit in armo:
tardius exierant, sed per conpendia montis
anticipata via est; dominum retinentibus illis,                235
cetera turba coit confertque in corpore dentes.

“La muta, per brama di preda,
attraverso sassi, dirupi e inaccessibili rocce,
dove è difficile passare, dove non c’è nessuno, lo segue.
Quello fugge per i luoghi dove spesso inseguiva,
misero, fugge i suoi stessi aiutanti; voleva gridare:
“Sono Atteone, riconoscete il vostro padrone!”
Ma gli mancano le parole e l’aria risuona di latrati.
Le prime ferite le fa Melanchete sulla schiena,
altre Terodamante, Oresitrofo si attacca alla spalla.
Era partito più tardi, ma aveva preso la via più breve
tagliando il monte; mentre quelli trattengono il padrone,
tutti gli altri si radunano e gli affondano nel corpo i denti.

Giuseppe Parini, Il Giorno: Il meriggio, vv. 659-665. L’episodio della vergine cuccia:

J. H. Fragonard, La lettera d’amore, 1770 c.a

… Or le sovvien del giorno,
Ahi fero giorno! allor che la sua bella
Vergine cuccia de le Grazie alunna,
Giovanilmente vezzeggiando, il piede
Villan del servo con gli eburnei denti
Segnò di lieve nota: e questi audace
Col sacrilego piè lanciolla…

George Gordon Byron, Epitaph To a Dog, 1808

Boatswain’s Monument at Newstead Abbey

Near this spot
Are deposited the Remains
Of one
Who possessed Beauty
Without Vanity,
Strength without Insolence,
Courage without Ferocity,
And all the Virtues of Man
Without his Vices.

The Price, which would be unmeaning flattery
If inscribed over Human Ashes,
Is but a just tribute to the Memory of
“Boatswain,” a Dog
Who was born at Newfoundland,
May, 1803,
And died in Newstead Abbey,
Nov. 18, 1808.

When some proud son of man returns to earth,
Unknown by glory, but upheld by birth,
The sculptor’s art exhausts the pomp of woe,
And stories urns record that rests below.
When all is done, upon the tomb is seen,
Not what he was, but what he should have been.
But the poor dog, in life the firmest friend,
The first to welcome, foremost to defend,
Whose honest heart is still his master’s own,
Who labors, fights, lives, breathes for him alone,
Unhonored falls, unnoticed all his worth,
Denied in heaven the soul he held on earth –
While man, vain insect! hopes to be forgiven,
And claims himself a sole exclusive heaven.

Oh man! thou feeble tenant of an hour,
Debased by slavery, or corrupt by power –
Who knows thee well must quit thee with disgust,
Degraded mass of animated dust!
Thy love is lust, thy friendship all a cheat,
Thy smiles hypocrisy, thy words deceit!
By nature vile, ennoble but by name,
Each kindred brute might bid thee blush for shame.
Ye, who perchance behold this simple urn,
Pass on – it honors none you wish to mourn.
To mark a friend’s remains these stones arise;
I never knew but one – and here he lies.

Lord Byron’s tribute to “Boatswain,” on a monument in the garden of Newstead Abbey.

Quest’ Elogio, che non sarebbe che vuota lusinga
sulle Ceneri di un Uomo,
è un omaggio affatto doveroso alla Memoria di
“Boatswain” , un Cane che naque in Terranova
nel maggio del 1803
e morì a Newstead Abbey
il 18 novembre 1808.

Quando un fiero figlio dell’uomo
al seno della terra fa ritorno,
sconosciuto alla gloria, ma sorretto
da nobili natali,
lo scultore si prodiga a mostrare
il simulacro vuoto del dolore,
e urne istoriate ci rammentano
l’uomo che giace lì sepolto;
e quando ogni cosa si è compiuta
sul sepolcro noi potremo leggere
non chi fu quell’uomo,
ma chi doveva essere.

Ma il misero cane, l’amico più caro in vita,
che per primo saluta
e che difende ultimo,
il cui bel cuore appartiene al suo padrone,
che lotta, respira,
vive e fatica per lui solo,
cade senza onori;
e solo col silenzio
è premiato il suo valore;
e l’anima che fu sua su questa terra
gli vien negata in cielo;
mentre l’uomo, insetto vano! ,
spera il perdono,e per sé solo
pretende un paradiso intero.

O uomo! flebile inquilino della terra per un’ora,
abietto in servitù, corrotto dal potere,
ti fugge con disgusto chi ti conosce bene,
o vile massa di polvere animata!

L’amore in te è lussuria, l’amicizia truffa,
la parola inganno, il sorriso menzogna!
Vile per natura, nobile sol di nome,
ogni animale ti mette alla vergogna.
O tu, che per caso guardi quest’umile sepolcro,
passa e va’ : non è in onore
di creatura degna del tuo pianto.
Esso fu innalzato per segnare
il luogo ove tutto quel che di un amico resta
riposa in pace;
un sol ne conobbi: e qui si giace.

Giuseppe Giacchino Belli, Er cane

F. Zandomeneghi , “L’amico fedele”, 1874

Er cane? a mmé cchi mm’ammazzassi er cane
è mmejjo che mm’ammazzi mi’ fratello.
E tte dico c’un cane com’e cquello
nun l’aritrovi a ssono de campane.

Bbisoggna vede come maggna er pane:
bbisoggna vede come, poverello,
me va a ttrova la scatola e ’r cappello,
e ffa cquer che noi fàmo co le mane.

Ciaveressi da èsse quann’io torno:
10me sarta addosso com’una sciriola, 
e ppare che mme vojji dà er bon giorno.

Lui m’accompaggna le crature a scòla:
lui me va a l’ostaria: lui me va ar forno…
Inzomma, via, j’amanca la parola.

Terni, 18 ottobre 1833

Emily Dickinson  (Amherst, 1830 –  1886), I started Early – Took my Dog 

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J.M.W. TURNER, “Dawn After the Wreck”, 1841

I started Early – Took my Dog –
And visited the Sea –
The Mermaids in the Basement
Came out to look at me –

And Frigates – in the Upper Floor
Extended Hempen Hands –
Presuming Me to be a Mouse –
Aground – upon the Sands –

But no Man moved Me – till the Tide
Went past my simple Shoe –
And past my Apron – and my Belt
And past my Bodice – too –

And made as He would eat me up –
As wholly as a Dew
Upon a Dandelion’s Sleeve –
And then – I started – too –

And He – He followed – close behind –
I felt His Silver Heel
Upon my Ankle – Then my Shoes
Would overflow with Pearl –

Until We met the Solid Town –
No One He seemed to know –
And bowing – with a Mighty look –
At me – The Sea withdrew –

Sono uscita Presto – Presi il mio Cane –
E visitai il Mare –
Le Sirene al Seminterrato
Uscirono per guardarmi –
E Fregate – al Piano Superiore
Estesero Mani Canapine –
Supponendomi un Topo –
Incagliato – sulle Sabbie –
Ma nessun Uomo mi commosse – finché la Marea
Non passò accanto alla mia semplice Scarpa –
E il mio Grembiule – e la mia Cintura
E presso il Bustino – anche –
E fece come Egli volesse divorarmi –
Completamente, come una Rugiada
Sullo Stelo d’un Soffione –
E allora – m’incamminai – anch’io –
Ed Egli – Egli mi seguì – non lontano –
Sentii il Suo Tacco d’Argento
Sulla mia Caviglia – Poi le mie Scarpe
Traboccavano di perle –
Finché C’incontrammo col Solido Paese –
Nessun che Egli sembrasse conoscere
E inchinandosi – con uno Sguardo

(Traduzione di Amelia Rosselli)

Charles Baudelaire,  I buoni cani da Lo spleen di Parigi

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E. Manet, Uomo col cane, 1882?, Art Institute of Chicago, Illinois, USA

Canto il cane lercio, il cane senza dimora, il cane girovago, il cane saltimbanco, il cane il cui istinto, come quello del povero, dello zingaro e dell’istrione, è meravigliosamente pungolato dalla necessità, questa buona madre, vera patrona delle intelligenze! Canto i cani delle disgrazie, sia quelli che vagano solitari per le gole sinuose delle immense città, sia quelli che hanno detto all’uomo derelitto, con i loro occhi scintillanti e profondi: “Prendimi con te, e delle nostre due miserie faremo forse una sorta di felicità!”

Giovanni Pascoli, Il cane, Myricae, XIII

Noi mentre il mondo va per la sua strada,
noi ci rodiamo, e in cuor doppio è l’affanno,
e perché vada, e perché lento vada.

Tal, quando passa il grave carro avanti
del casolare, che il rozzon normanno
stampa il suolo con zoccoli sonanti,

sbuca il can dalla fratta, come il vento;
lo precorre, rincorre; uggiola, abbaia.
Il carro è dilungato lento lento.
Il cane torna sternutando all’aia.

Gabriele D’Annunzio, Qui giacciono i miei cani [1935]

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A. Dürer, St Eustace, 1500 circa, particolare

Qui giacciono i miei cani
gli inutili miei cani,
stupidi ed impudichi,
novi sempre et antichi,
fedeli et infedeli
all’Ozio lor signore,
non a me uom da nulla.
Rosicchiano sotterra
nel buio senza fine
rodon gli ossi i lor ossi,
non cessano di rodere i lor ossi
vuotati di medulla
et io potrei farne
la fistola di Pan
come di sette canne
i’ potrei senza cera e senza lino
farne il flauto di Pan
se Pan è il tutto e
se la morte è il tutto.
Ogni uomo nella culla
succia e sbava il suo dito
ogni uomo seppellito
è il cane del suo nulla.
 
Ottobre 1935

Umberto Saba, Skotsch-terrier (A Linuccia) 

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Antonio Ligabue (1899 – 1965), Paesaggio con cane, Olio su faesite

Avevi un cane, Ilo di nome, bello,
che a vederlo su un prato in tondo correre
la sua felicità chiamava lacrime.

Ti morì quella volta della Francia.

E fu un lutto domestico e del mondo.

Umberto Saba, A mia moglie

Franz Marc, Cane sdraiato sulla neve, 1910–1911, Francoforte, Städel,

[…] Tu sei come una lunga
cagna, che sempre tanta
dolcezza ha negli occhi,
e ferocia nel cuore.
Ai tuoi piedi una santa
sembra, che d’un fervore
indomabile arda,
e così ti riguarda
come il suo Dio e Signore.
Quando in casa o per via
segue, a chi solo tenti
avvicinarsi, i denti
candidissimi scopre.
Ed il suo amore soffre
di gelosia. […]

Trilussa  (Roma, 1871 – Roma,  1950), Er cane moralista

F. Zandomeneghi (1841-1917), Ragazzina con cane

Più che de Prescia er Gatto
agguantò la bistecca de filetto
che fumava in un piatto,
e scappò, come un furmine, sur tetto.
Lì se fermò, posò la refurtiva
e la guardò contento e soddisfatto.
Però s’accorse che nun era solo
perché er Cagnolo der padrone stesso,
vista la scena, j’era corso appresso
e lo stava a guardà da un muricciolo.
A un certo punto, infatti, arzò la testa
e disse ar Micio: – Quanto me dispiace!
Chi se pensava mai ch’eri capace
d’un’azzionaccia indegna come questa?
Nun sai che nun bisogna
approfittasse de la robba artrui?
Hai fregato er padrone! Propio lui
che te tiè drento casa! Che vergogna!
Nun sai che la bistecca ch’hai rubbato
peserà mezzo chilo a ditte poco?
Pare quasi impossibbile ch’er coco
nun te ciabbia acchiappato!
Chi t’ha visto? – Nessuno…
E er padrone? – Nemmeno…
Allora – dice – armeno
famo metà per uno!

Leonardo Sinisgalli (1908 – 1981), Tu andavi e venivi

P. Picasso, Ragazzo con cane, 1905

Tu andavi e venivi dalle porte
silente e irrequieto.
Sospettoso tastavi con la zampa
lo spigolo di un divano
la macchia di un tappeto.
Non temevi altra insidia che l’ombra
ma le correvi dietro.
L’ingannevole ninfa ti portava
col muso nei secchi
e in riva ai torrenti.
Ti spingeva a grattare sugli specchi.

Tornavi pazzo i mattini
col polline sui denti.

Eugenio Montale, Nei miei primi anni, da Quaderno di quattro anni, 1977

Alberto Giacometti, Le chien, 1951, Museum of Modern Art, New York

Nei miei primi anni abitavo al terzo piano
e dal fondo del viale di pitòsfori
il cagnetto Galiffa mi vedeva
e a grandi salti dalla scala a chiocciola
mi raggiungeva. Ora non ricordo
se morì in casa nostra e se fu seppellito
e dove e quando. Nella memoria resta
solo quel balzo e quel guaito né
molto di più rimane dei grandi amori
quando non siano disperazione e morte.
Ma questo non fu il caso del bastardino
di lunghe orecchie che portava un nome
inventato dal figlio del fattore
mio coetaneo e analfabeta, vivo
meno del cane, e strano, nella mia insonnia.

Pablo Neruda (1904-1973), Oda al perro, da Navigazioni e ritorni

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El perro me pregunta
y no respondo.
Salta, corre en el campo y me pregunta
sin hablar
y sus ojos
son dos preguntas húmedas, dos llamas
líquidas que interrogan
y no respondo,
no respondo porque
no sé, no puedo nada.
A campo pleno vamos
hombre y perro.
Brillan las hojas como
si alguien
las hubiera besado
una por una,
suben del suelo
todas las naranjas
a establecer
pequeños planetarios
en árboles redondos
como la noche, y verdes,
y perro y hombre vamos
oliendo el mundo, sacudiendo el trébol,
por el campo de Chile,
entre los dedos claros de septiembre.
El perro se detiene,
persigue las abejas,
salta el agua intranquila,
escucha lejanísimos
ladridos,
orina en una piedra
y me trae la punta de su hocico,
a mí, como un regalo.
Es su frescura tierna,
la comunicación de su ternura,
y allí me preguntó
con sus dos ojos,
por qué es de día, por qué vendrá la noche,
por qué la primavera
no trajo en su canasta
nada
para perros errantes,
sino flores inútiles,
flores, flores y flores.
Y así pregunta
el perro
y no respondo.
Vamos
hombre y perro reunidos
por la mañana verde,
por la incitante soledad vacía
en que sólo nosotros
existimos,
esta unidad de perro con rocío
y el poeta del bosque,
porque no existe el pájaro escondido,
ni la secreta flor,
sino trino y aroma
para dos compañeros,
para dos cazadores compañeros:
un mundo humedecido
por las destilaciones de la noche,
un túnel verde y luego
una pradera,
una ráfaga de aire anaranjado,
el susurro de las raíces,
la vida caminando,
respirando, creciendo,
y la antigua amistad,
la dicha
de ser perro y ser hombre
convertida
en un solo animal
que camina moviendo
seis patas
y una cola
con rocío.

Ernesto Calzavara (Treviso, 1907 – 2000), Can, in Ombre sui veri, Garzanti, Milano, 1990

Jean-Michel Basquiat, Dog, 1982, collezione privata

Can, no te si mio.

Te ga n’altro paron.
Te si magro e straco
ma un ocio bon me par.
Te vardo parché si, can, te me piasi.
Te va de qua de là, te nasi
e po’ te lassi star.
Te co to trotéto
che la strada no pesa. Sito sito.
Dove? No se sa.

Can, se te digo tuto, me scóltitu?
Senti: son vegnù qua
ne la casa granda dei veci
che xe mort, solo.
Ti, te si entrà dal me restel za verto
in giardin par vardar.
Cossa vardar? Un omo griso
tra do ortighe che fiorisse e che more
ogni ano, can.

Can ti te conossi el to paron
e col te bate te pianzi e te ridi
a la to moda dopo.
Mi so gche go paron,
ma chi ch’el sia no so. No l’ho mai visto
e col me bate bastemo.

Eco qua. Son tornà ne la me càmara,
vècia a copar i mussati sui muri
co’ la savata, ogni sera.
Son tanto stufo, can.
No ghe ne posso più de strussiar.
Ti come mi. E pur te speri, te vivi
e la to ànema va drio le to gambe
da canton a canton
su la strada ogni dì.

Can pien de pulzi, de forza, de fame,
can tuto curame.

Can grando can serio can mai contento,
can pien de tormento.

Can desparà can superbo e curioso
can capriçioso.

Can co’ le cagne ogni tanto; can bon
can savaton.

Can moscador, pien de farfale in testa,
can da festa

e da lavoro. Can senza partìo,
can finìo.

Can de scuor, can cazzadór, can foresto
ma de sèsto.

Can che dorme, rustego; can maton
sempre de sbrindolon.

Can povero e sior, tuto el dì a çercar
quel che no te pol trovar.

Can drito e s-cièto de drento e de fora,
can de la malora.
Tuto can.
Vien qua, Dame la sata, can.
E po’ scampa, scampa, se no te bato
(mi, mi , me bato. . .). Frusta via, can.

Lawrence Ferlinghetti, Dog, da A Coney Island of the Mind: Poems, 1958 

ROY LICHTENSTEIN, Grrrrrrrrrrr!!, 1965

The dog trots freely in the street
and sees reality
and the things he sees
are bigger than himself
and the things he sees
are his reality
Drunks in doorways
Moons on trees
The dog trots freely thru the street
and the things he sees
are smaller than himself
Fish on newsprint
Ants in holes
Chickens in Chinatown windows
their heads a block away
The dog trots freely in the street
and the things he smells
smell something like himself
The dog trots freely in the street
past puddles and babies
cats and cigars
poolrooms and policemen
He doesn’t hate cops
He merely has no use for them
and he goes past them
and past the dead cows hung up whole
in front of the San Francisco Meat Market
He would rather eat a tender cow
than a tough policeman
though either might do
And he goes past the Romeo Ravioli Factory
and past Coit’s Tower
and past Congressman Doyle
He’s afraid of Coit’s Tower
but he’s not afraid of Congressman Doyle
although what he hears is very discouraging
very depressing
very absurd
to a sad young dog like himself
to a serious dog like himself
But he has his own free world to live in
His own fleas to eat
He will not be muzzled
Congressman Doyle is just another
fire hydrant
to him
The dog trots freely in the street
and has his own dog’s life to live
and to think about
and to reflect upon
touching and tasting and testing everything
investigating everything
without benefit of perjury
a real realist
with a real tale to tell
and a real tail to tell it with
a real live
barking
democratic dog
engaged in real
free enterprise
with something to say
about ontology
something to say
about reality
and how to see it
and how to hear it
with his head cocked sideways
at streetcorners
as if he is just about to have
his picture taken
for Victor Records
listening forRisultati immagini per voice of master dog
His Master’s Voice
and looking
like a living questionmark
into the
great gramaphone
of puzzling existence
with its wondrous hollow horn
which always seems
just about to spout forth
some Victorious answer
to everything

Rischiando continuamente assurdità
e morte
dovunque si esibisce
sulle teste
del suo pubblico
il poeta come un acrobata
s’arrampica sul bordo
della corda che s’è costruita
ed equilibrandosi sulle travi degli occhi
sopra un mare di volti
marcia per la sua strada
verso l’altra sponda del giorno
facendo salti mortali
trucchi magici coi piedi
e altri mirabili gesti teatrali
e tutto senza sbagli
ogni cosa
per ciò che forse non esiste
Perché egli è il super realista
che deve per forza capire
una tersa verità
prima di affrontare passi e posizioni
nel suo supposto procedere
verso quell’ancor più alto posatoio
dove la Bellezza sta e aspetta
gravemente
l’avvio della sua girandola di morte
E lui
un piccolo Charlot
che potrà cogliere o no
la sua dolce forma eterna
con le braccia distese in croce nell’aria vuota
dell’esistenza
Cane
Libero il cane trotta nella strada
e vede la realtà
e le cose che vede
sono più grandi di lui
e le cose che vede
sono la sua realtà
Ubriaconi nei portoni
Lune sugli alberi
Libero il cane trotta nella strada
e le cose che vede
sono le più piccole di lui
Pesce nei giornali
Formiche nei buchi
Polli alle finestre del Quartiere cinese
le loro teste a un isolato di distanza
Libero il cane trotta nella strada
e le cose che odora
sanno un po’ di lui stesso
Libero il cane trotta nella strada
passando pozzanghere e bambini
sigari e gatti
biliardi e poliziotti
Non odia i pizzardoni
Non gl’importa proprio nulla
e li passa
e passa i vitelli morti sospesi tutt’interi
al mercato di San Francisco
Preferirebbe mangiare un vitello tenero
piuttosto che un poliziotto duro
ma l’uno o l’altro gli andrebbero giù lo stesso
E passa la fabbrica di ravioli Romeo
e passa la Torre Coit
e il congressista Doyle
Ha paura della torre
ma non del congressista
anche se ciò che sente dire è molto scoraggiante
molto deprimente
molto assurdo
per un giovane cane triste com’è lui
per un cane serio com’è lui
Ma un mondo libero per viverci lui ce l’ha
E una buona pulce da mangiare
La museruola non gliela metteranno
Il congressista Doyle è soltanto uno dei tanti
idranti di pompieri
per lui
Libero il cane trotta nella strada
ed ha la sua vita da cane da vivere
e a cui pensare
e su cui riflettere
toccando gustando esaminando tutto
e tutto investigando
senza beneficio di spergiuro
da vero realista
con una storia vera da raccontare
e una vera coda per farlo
un vero
democratico
can che abbaia
impegnato in un’autentica
iniziativa privata
con qualcosa da dire
circa l’ontologia
qualcosa da dire
circa la realtà
e come guardarla
e come ascoltarla
con la testa sulle zampe
agli angoli delle strade
come se stesse per farsi
fotografare
per i dischi Victor
in ascolto della
Voce del Padrone
mentre guarda
come un punto interrogativo vivo
nel
grande grammofono
dell’enigmatica esistenza
con la magnifica tromba aperta
che sembra sempre
sul punto di sputare
qualche Vittoriosa risposta
a tutto

Billy Collins (New York, 1941), A dog on his master, da Ballistics: Poems, Random House, 2010

Jeff Koons, Balloon Dog (Blue), 1994-2000

As young as I look,
I am growing older faster than he,
seven to one
is the ratio they tend to say.
Whatever the number,
I will pass him one day
and take the lead
the way I do on our walks in the woods.
And if this ever manages
to cross his mind,
it would be the sweetest
shadow I have ever cast on snow or grass.

Per quanto possa sembrare più giovane,
invecchio più in fretta di lui,
sette a uno
dicono sia il rapporto.

Qualunque sia il numero,
lo supererò un giorno
e gli starò davanti
come faccio nelle nostre passeggiate nel bosco.

E se questo riuscirà mai
anche solo a sfiorargli la mente,
sarà l’ombra più dolce
che io abbia mai lasciato impressa sulla neve o sull’erba.

Pink Floyd, Seamus the dog, in Meddle, 1971

PER APPROFONDIRE

http://www.wuz.it/articolo-libri/5991/cani-protagonisti-libri-romanzi.html

https://americansongwriter.com/2014/06/15-great-songs-dogs/

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