“Non omnis moriar”: cosa resta di noi (1)

Iliade, VI, vv. 344-358 (Elena ad Ettore):

Così disse, non gli rispose Ettore dall’elmo splendente. A lui si rivolse allora Elena con dolci parole:

«Cognato mio – di me che sono una cagna odiosa, tremenda – come vorrei che il giorno in cui mia madre mi diede alla luce una tempesta di vento mi avesse portato lontano, sulla cima di una montagna o fra le onde del mare sonoro e le onde mi avessero trascinato via prima che tutto questo accadesse… Ma poiché gli dei ordirono tali sciagure, avrei voluto essere sposa di un uomo migliore, che sapesse cosa sono il biasimo e il disprezzo degli uomini. Ma costui non ha l’animo fermo, non lo avrà mai; e penso che ne raccoglierà i frutti. Vieni qui ora, cognato, e siedi su questo seggio; molti sono gli affanni che ti opprimono il cuore, per causa mia e per la follia di Alessandro: a noi Zeus diede un triste destino, ma per questo saremo cantati in futuro, dagli uomini che verranno». (Trad. M.G. Ciani)

Pindaro, Pitiche VI, 10 ss.:

Ho innalzato un tesoro di inni nella valle di Apollo, splendida di ricchezze, che né la pioggia tempestosa, esercito spietato di tuonanti nubi che su di esso si abbatta, né il vento che lo colpisca con frammenti di ogni genere, potranno trascinare nei recessi del mare.

Simonide (V a.C.): Threnos commemorativo per i caduti alle Termopili contro i Persiani:

Di coloro che morirono alle Termopili la sorte è gloriosa, bello il destino, e un altare è la tomba; al posto dei gemiti il ricordo, e il compianto è lode. Una tale veste funebre la ruggine non oscurerà, o il tempo che tutto doma. Questo sacro recinto d’eroi scelse ad abitare con sé la gloria della Grecia. Testimone è Leonida, il re di Sparta, che un grande ornamento di valore ha lasciato, e una fama perenne.

Orazio, Carmina, III, 30

Exegi monumentum aere perennius
regalique situ pyramidum altius,
quod non imber edax, non aquilo impotens
possit diruere aut innumerabilis
annorum series et fuga temporum.
non omnis moriar multaque pars mei
vitabit Libitinam; usque ego postera
crescam laude recens, dum Capitolium
scandet cum tacita virgine pontifex.
dicar, qua violens obstrepit Aufidus
et qua pauper aquae Daunus agrestium
regnavit populorum, ex humili potens,
princeps Aeolium carmen ad Italos
deduxisse modos. sume superbiam
quaesitam meritis et mihi Delphica
lauro cinge volens, Melpomene, comam.

Ho innalzato un monumento più duraturo del bronzo\ e più alto della regale maestà delle piramidi\, che né la pioggia che corrode, né il vento impetuoso\ potrà abbattere né l’interminabile corso degli anni e la fuga del tempo.\ Non morirò del tutto, anzi una gran parte di me\ eviterà la morte; per sempre\ io crescerò rinnovato dalla lode dei posteri\ finché il pontefice salirà in Campidoglio\ con la processione silenziosa delle vergini.\ Si dirà che io, dove strepita scrosciante l’Ofanto\ e dove Dauno povero d’acque regnò su popoli agresti\ da umili origini fatto potente, per primo\ ho portato a ritmi italiani la poesia eolica.\ Assumiti questo traguardo\ conquistato per tuo merito e con l’alloro di Delfi,\ Melpomene, di buon grado cingimi i capelli.

Lucano, Pharsalia, IX 980 ss.:

O sacer et magnus vatum labor! omnia fato
Eripis et populis donas mortalibus aevum.
Invidia sacrae, Caesar, ne tangere famae;
Nam, si quid Latiis fas est promittere Musis,
Quantum Zmyrnaei durabunt vatis honores,
Venturi me teque legent; Pharsalia nostra
Vivet, et a nullo tenebris damnabimur aevo.

O sacra e grande fatica dei poeti, che tutto sottrai alla morte e doni vita perenne alle genti mortali! Non provare invidia per questa gloria sacra, o Cesare. Se qualcosa possono promettere le Muse del Lazio, me e te leggeranno i posteri, finché durerà la gloria del vate
di Smirne: la nostra Farsaglia vivrà e da nessuna epoca saremo condannati alle tenebre.(Traduzione L. Griffa)

W. SHAKESPEARE, SONNET 15

When I consider every thing that grows
Holds in perfection but a little moment,
That this huge stage presenteth nought but shows
Whereon the stars in secret influence comment;

When I perceive that men as plants increase,
Cheered and cheque’d even by the self-same sky,
Vaunt in their youthful sap, at height decrease,
And wear their brave state out of memory;

Then the conceit of this inconstant stay
Sets you most rich in youth before my sight,
Where wasteful Time debateth with Decay,
To change your day of youth to sullied night;

And all in war with Time for love of you,
As he takes from you, I engraft you new.

Sonetto 15
Quando considero che tutto ciò che cresce
resta perfetto solo per un breve momento;
che questo immenso palcoscenico offre solo illusioni,
su cui le stelle esercitano la loro segreta regia;

quando vedo che gli uomini crescono come le piante,
sostenuti e ostacolati sempre dallo stesso cielo:
si vantano della loro giovinezza e questa è già sfiorita,
e non rimane che il ricordo della vigoria giovanile;

allora il pensiero di questo stato incostante
mi fa immaginare te, così ricco di giovinezza,,
mentre il tempo distruttore si adopera
per trasformare il tuo giorno di oggi nella notte di domani.

e dichiarando guerra al tempo per amore tuo,
quello che egli ti toglie, io ti creo di nuovo.

W. SHAKESPEARE, SONNET 55

Not marble, not the gilded monuments
Of princes, shall outlive this powerful rhyme;
But you shall shine more bright in these contents
Than unswept stone, besmeared with sluttish time.

When wasteful war shall statues overturn,
And broils root out the work of masonry,
Nor Mars’s sword nor war’s quick fire shall burn
The living record of yourb memory.

‘Gainst death and all-oblivious enmity
Shall you pace forth: your praise shall still find room
Even in the eyes of all posterity
That wear this world out to the ending doom.

So, till the judgment that yourself arise,
You live in this, and dwell in lovers’ eyes.

Né marmo, né aurei monumenti di principi
sopravviveranno a questi possenti versi;
tu brillerai più luminoso in queste rime
che in polverosa pietra consunta dal lordo tempo.

Quando la distruttiva guerra travolgerà le statue
e ogni opera d’arte sarà rasa al suolo da sommosse,
né la spada di Marte, né il suo divampante fuoco
cancelleranno il ricordo eterno della tua memoria.

Contro la morte ed ogni forza ostile dell’oblio
tu vivrai ancora: la tua gloria troverà sempre asilo
proprio negli occhi di ogni età futura
che trascinerà questo mondo alla condanna estrema.

Così, sino al giudizio che ti farà risorgere,
vivrai in questi versi e dimorerai in occhi amanti.

Ugo Foscolo, Ode all’amica risanata (vv.91-96)
[…] del nativo / aer sacro, su l’itala / grave cetra derivo / per te le corde eolie, / e avrai divina i voti / fra gl’inni miei delle insubri nepoti.

U. Foscolo, Dei Sepolcri, vv. 279-295

[…]  Un dì vedrete
mendico un cieco errar sotto le vostre
antichissime ombre, e brancolando
penetrar negli avelli, e abbracciar l’urne,
e interrogarle. Gemeranno gli antri
secreti, e tutta narrerà la tomba
Ilio raso due volte e due risorto
splendidamente su le mute vie
per far più bello l’ultimo trofeo
ai fatati Pelìdi. Il sacro vate,
placando quelle afflitte alme col canto,
i prenci argivi eternerà per quante
abbraccia terre il gran padre Oceàno.
E tu, onore di pianti, Ettore, avrai,
ove fia santo e lagrimato il sangue
per la patria versato, e finchè il Sole
risplenderà su le sciagure umane.

S. Freud, Caducità (1915), vol. 8, OSF, Boringhieri, Torino, 1989

[…] Ma questa esigenza di eternità è troppo chiaramente un risultato del nostro desiderio per poter pretendere a un valore di realtà: ciò che è doloroso può pur essere vero. Io non sapevo decidermi a contestare la caducità del tutto e nemmeno a strappare un’eccezione per ciò che è bello e perfetto. Contestai però al poeta pessimista che la caducità del bello implichi un suo svilimento.
Al contrario, ne aumenta il valore! Il valore della caducità è un valore di rarità nel tempo. La limitazione della possibilità di godimento aumenta il suo pregio. Era incomprensibile, dissi, che il pensiero della caducità del bello dovesse turbare la nostra gioia al riguardo. Quanto alla bellezza della natura, essa ritorna, dopo la distruzione dell’inverno, nell’anno nuovo, e questo ritorno, in rapporto alla
durata della nostra vita, lo si può dire un ritorno eterno. Nel corso della nostra esistenza, vediamo svanire per sempre la bellezza del corpo e del volto umano, ma questa breve durata aggiunge a tali attrattive un nuovo incanto. Se un fiore fiorisce una sola notte, non perciò la sua fioritura ci appare meno splendida. E così pure non riuscivo a vedere come la bellezza e la perfezione dell’opera d’arte o
della creazione intellettuale dovessero essere svilite dalla loro limitazione temporale. Potrà venire un tempo in cui i quadri e le statue che oggi ammiriamo saranno caduti in pezzi, o una razza umana dopo di noi che non comprenderà più le opere dei nostri poeti e dei nostri pensatori, o addirittura un’epoca geologica in cui ogni forma di vita sulla terra sarà scomparsa: il valore di tutta questa bellezza e perfezione è determinato soltanto dal suo significato per la nostra sensibilità viva, non ha bisogno di sopravviverle e per questo è indipendente dalla durata temporale assoluta.

E. MONTALE, da Mediterraneo, in Ossi di seppia, 1925

Noi non sappiamo quale sortiremo
domani, oscuro o lieto;
forse il nostro cammino
a non tòcche radure ci addurrà
dove mormoni eterna l’acqua di giovinezza;
o sarà forse un discendere
fino al vallo estremo,
nel buio, perso il ricordo del mattino.
Ancora terre straniere
forse ci accoglieranno; smarriremo
la memoria del sole, dalla mente
ci cadrà il tintinnare delle rime.
Oh la favola onde s’esprime
la nostra vita, repente
si cangerà nella cupa storia che non si racconta!

Bertolt Brecht (1898-1956), Contro la seduzione, da Libro di devozioni domestiche (1927)

Non lasciatevi sedurre!
Non c’è nessun ritorno.
Il giorno sta alle porte;
potete già sentire vento di notte
non verrà più nessun mattino.
Non lasciatevi ingannare!
Che è poca la vita.
Bevetela a rapide sorsate!
Non vi sarà bastata
quando dovrete abbandonarla.
Non lasciatevi consolare!
Non avete molto tempo!
Lasciate il marciume a chi è redento!
La vita è il bene più grande:
dopo, non sarà più vostra.
Non lasciatevi sedurre
da fatica e logoramento.
Che cosa vi può ancora spaventare?
Morite con tutte le bestie
e non viene niente dopo.

PER APPROFONDIRE:

E. R. Curtius, Letteratura europea e Medio Evo latino, La Nuova Italia, Firenze 1992

Pearl Jam, Immortality, 1994

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