L’infinito

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Per quell’edonista infelice che era Leopardi, l’ignoto è sempre più attraente del noto, la speranza e l’immaginazione sono l’unica consolazione dalle delusioni e dai dolori dell’esperienza. L’uomo proietta dunque il suo desiderio nell’infinito, prova piacere solo quando può immaginarsi che esso non abbia fine. Ma poiché la mente umana non riesce a concepire l’infinito, anzi si ritrae spaventata alla sola sua idea, non le resta che contentarsi dell’indefinito, delle sensazioni che confondendosi l’una con l’altra creano un’impressione d’illimitato, illusoria ma comunque piacevole. E il naufragar m’é dolce in questo mare: non è solo nella famosa chiusa dell’Infinito che la dolcezza prevale sullo spavento, perché ciò che i versi comunicano attraverso la musica delle parole è sempre un senso di dolcezza, anche quando definiscono esperienze d’angoscia.
I. Calvino, Lezioni americane, 1988

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“Nella mente di Leopardi s’intrecciano le sensazioni più diverse: l’infinito e il reale, il silenzio e la voce del vento, l’eterno e il tempo, il passato e il presente. Mentre sta rannicchiato presso la siepe, l’eterno evoca la sua presenza infinita, il passato s’identifica con la morte che porta con sé, il presente offre lo splendore squillante ed effimero della sua vita; e mentre il pensiero mobilissimo continua a paragonare silenzio e voce, ecco che l’eterno ondeggia e scivola sul tempo, il passato sul presente, il presente sul passato, finché tutte le dimensioni della rêverie confluiscono in una dimensione unica: l’immensità–mare. A questo punto, almeno in apparenza, ogni controllo della mente è perduto: il flusso delle sensazioni l’ha invasa e posseduta senza incontrare ostacoli.

Cos’è questa immensità–mare, il nuovo luogo della poesia che sostituisce il pensiero (v. 7) e lo stormire del vento? È «l’infinito» al quale Leopardi intitola il testo? Una piccola spia finisce per convincerci del contrario: nel corso della scrittura, Leopardi oscilla tra immensità e infinità, finché nell’ultima redazione finisce per scegliere immensità. Il fruscio del vento aveva interrotto la concentrazione di Leopardi intorno all’infinito, e ora l’infinito, al quale tutti gli uomini debbono rinunciare, è soltanto un ricordo, sommerso nel vagabondaggio molteplice delle rêveries. L’immensità–mare, nella quale egli annega e naufraga, è «l’indefinito», oltre il quale l’uomo non può giungere. O un infinito impuro, mescolato al tempo, al «qui», al presente.

Tutta la poesia è un gioco di corrispondenze e di contrapposizioni. All’inizio, c’è il regno del questo (quest’ermo colle, questa siepe) – il luogo del qui e del limite; e negli ultimi tre versi ci sono altri due questo: quest’immensità, questo mare, che sono al contrario il luogo dell’illimitatezza e dell’indefinito. I due opposti vengono uniti sotto il segno dello stesso aggettivo determinativo. Nei primi versi, l’io (v. 7) – la totalità della persona, che comprende in sé il «pensiero» e il «cuore» – finge, crea nel pensiero gli interminati spazi, i sovrumani silenzi e la profondissima quiete. Negli ultimi versi c’è un’analoga prossimità: il pensiero «annega» nell’immensità; e il naufragio è dolce all’io che appare nell’ultimo verso. Questi due aspetti della persona – io e pensiero – sono entrambi presenti nei momenti estremi, e supremi, della vicenda intellettuale di Leopardi.

Per la prima e l’ultima volta nei Canti, Leopardi usa i verbi s’annega e naufragar”.

P.CITATI, Leopardi, Mondadori, 2011

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La comunicazione, sotterranea ma continua, tra l’Infinito e lo Zibaldone consente di “sciogliere” – come ha osservato Antonio Prete – il testo poetico «nel tessuto teorico appunto dello Zibaldone, ritrovando tra un movimento e l’altro dei versi la riflessione che lo precede, accompagna e segue. Lo scarto di scrittura e di forma, tra il pensiero dell’Infinito e la poesia dell’Infinito, non è questione risolvibile con il ricorso alla condensazione, all’intensità, al ritmo, ai movimenti metrici che differenziano il testo di poesia dai frammenti dello Zibaldone: la questione attiene, anche qui, al rapporto che si istituisce tra le due “forme”», nel «permanente dialogo tra pensiero poetante e poesia pensante» (A. Prete, Lo scacco del pensiero: per un’esegesi dell’Infinito, in Id., Il pensiero poetante. Saggio su Leopardi [1980], Milano, Feltrinelli, 2006).

Giacomo Leopardi, L’infinito: i confini dell’infinito, videolezioni di Corrado Bologna (5 parti)

Gianni Celati, Leopardi e il desiderio infinito. Ecco perché dobbiamo leggere Leopardi

La prima cosa che vorrei cercare di fare è suggerire di ascoltare i frammenti dello Zibaldone di Leopardi sullo sfondo di tutte queste frasi fatte che ci inducono giorno per giorno a essere sempre più ottimisti verso l’avvenire, verso il progresso, quello che possono fare i politici per noi, ottimisti sulla scuola – tutto quell’ottimismo che quel tale lì per mezz’ora stilò come programma del suo partito. Questo è uno sfondo inevitabile. Non credo che si possa leggere Leopardi al giorno d’oggi senza pensare a questo sfondo, cioè lo sfondo di parole che ci vengono addosso e che sono parole pubblicitarie. La pubblicità ormai non ha più limite, la pubblicità – come posso dire – ha sostituito l’animo umano. La gente al giorno d’oggi crede che la letteratura, parlare o fare letteratura sia fare pubblicità a qualcosa. La letteratura è muta, non fa pubblicità a niente, non serve a niente, la letteratura ci riafferma questo niente che siamo. E solo perché siamo un niente noi abbiamo bisogno di stare assieme. Non c’è idea di comunità possibile se non a partire dal fatto che siamo un niente, ciascuno di noi è un niente. Ecco, tutto questo lo sfondo pubblicitario non solo lo cancella, deve cancellarlo subito – come un tabù assoluto -, ma estende anche un clima di terrore, un terrore totalitario: chi non è d’accordo con questo consenso degli uomini che vogliono essere qualcosa, qualcuno, sostanzialmente essere ricchi, avere del potere nelle mani, questa democratizzazione del potere tirannico nelle mani degli uomini – chi non è d’accordo con questo è eliminato, al giorno d’oggi non trova lavoro, non ha un luogo dove stare. Questo è lo sfondo concreto, che voi potete vedere tutti i giorni, il fatto che si debba diventare imprenditori di noi stessi per far pubblicità a noi stessi, tutti i momenti, altrimenti non c’è spazio per noi.

Tutto Leopardi va letto non contro, ma su questo sfondo, per dire questo: Leopardi è ancora un nostro compagno di strada perché è un alieno rispetto a questo tipo di sfondo in cui siamo immersi, rispetto a questa assegnazione totale dei luoghi. Tutto è assegnato oggi. Leopardi, invece, è il poeta che dice delle parole che non sono assegnate a nessun luogo, neanche a scuola – non si può insegnare Leopardi a scuola. Questa è la prima cosa da dire. (Non so se sia possibile, ma io non credo alla letteratura come tale, che ha un senso come lo hanno gli orologi. Se un orologio non mi dicesse che ore sono, le sue lancette sarebbero solo decorative. E lo stesso la letteratura. La letteratura vale perché c’è qualcos’altro, questo sfondo contro cui ci si trova).

Dice Leopardi:

Il più solido piacere di questa vita è il piacer vano delle illusioni… Io considero le illusioni come una cosa in certo modo reale stante ch’elle sono ingredienti essenziali del sistema della natura umana, e date dalla natura a tutti quanti gli uomini, in maniera che non è lecito spregiarle come sogni di un solo, ma propri veramente dell’uomo e voluti dalla natura, e senza cui la vita nostra sarebbe la più misera e barbara cosa ec. Onde sono necessari ed entrano sostanzialmente nel composto ed ordine delle cose (Zibaldone, 51).

Questo è il punto di partenza più rivoluzionario – se vogliamo usare questa parola – della filosofia leopardiana. Una cosa senza precedenti: il riconoscere questo fatto, ma non in maniera critica, non per condannare le illusioni. Tutti questi richiami alla «concretezza» da parte dei politici fanno veramente ridere.

Seconda cosa: la nostra nullità, il fatto che come individui siamo niente, siamo qui di passaggio, siamo qui che teniamo il posto del nulla:

Tutto è nulla al mondo, anche la mia disperazione, della quale ogni uomo anche savio, ma più tranquillo, ed io stesso certamente in un’ora più quieta conoscerò, la vanità e l’irragionevolezza e l’immaginario. Misero me, è vano, è un nulla anche questo mio dolore, che in un certo tempo passerà e s’annullerà, lasciandomi in un voto universale, in un’indolenza terribile che mi farà incapace anche di dolermi (Zibaldone, 72).

Quello a cui Leopardi ci mette davanti continuamente è che tutta l’energia spirituale – o chiamatela come volete – dipende da un’istanza del desiderio, del desiderio di felicità, che non è la felicità dei consumi, la felicità dell’avere, il desiderio di felicità è lo stato di mancanza, della nostra mancanza, è questo che ci rende attivi, vigorosi, lanciati ancora verso la vita.

Quello che Leopardi ha capito è che questo mondo cancella continuamente il privilegio di essere in uno stato di mancanza: il desiderio carnale – chiamiamolo così – è un desiderio che deriva da uno stato di mancanza, ma questa è una mancanza che non si colmerà mai, ed è proprio per questo che è un desiderio infinito: il desiderio carnale come mancanza è in sostanza il senso che ci manca la vita, che la vita scappa via da tutte le parti, che la vita non è bloccabile. Contro una società che cerca sempre di insegnarci che a questa mancanza si può dare un compenso in modo che l’uomo si riduca ad essere soddisfatto di se stesso, Leopardi ci riporta in un tipo di pensiero dove non c’è più nessuna valutazione positiva per l’uomo cosiddetto soddisfatto, ma dove il grande attizzatoio di tutto quello che possiamo fare è la nostra mancanza, voglio dire la nostra povertà, il nostro dolore. In questo senso, Leopardi è un pensatore che in questo momento è essenziale per andare avanti di giorno in giorno.

Questo articolo è uscito su “l’Unità”, 28 marzo 2004

Umberto Bottazzini,  E Leopardi incappò nell’infinito di Cantor, “Il Sole 24 ore, “29 maggio 2011

Una passeggiata tra numeri, figure geometriche e teoremi di logica, punteggiata da citazioni letterarie. Anche in un Paese come il nostro, dove «una rivalità annosa» contrappone la cultura scientifica a quella umanistica, la proposta di Carlo Toffalori non dovrebbe essere troppo sorprendente. A ben vedere, dice Toffalori, matematica e letteratura condividono una remota matrice comune. Certo, la prima è fatta di cifre, la seconda di lettere. «Ma che cosa sono, in realtà, lettere e cifre, se non simboli e convenzioni?». Strumenti per fissare e comunicare idee, elaborati attraverso processi secolari. In fondo, anche la mitologia greca attribuiva la comune invenzione di alfabeto e aritmetica allo stesso eroe, Palamede. E remote origini ha anche la gematria, la pratica di associare significati ai numeri quando l’alfabeto costituiva anche il sistema di numerazione. Cominciamo dunque coi numeri, coi loro nomi, e con Leopardi. Del resto, ancora ragazzo, Giacomo non si era cimentato con successo nella stesura di un’eruditissima storia dell’astronomia? «Che sarebbe l’aritmetica – si chiede Leopardi nello Zibaldone – se ogni numero si dovesse significare con cifra diversa, non colla diversa composizione di pochi elementi»? E immagina l’imbarazzo di «un pastore primitivo o selvaggio, privo di favella o di nomi numerali, che volesse, com’è naturale, rassegnare il suo gregge». Come potrebbe fare? La soluzione «più verosimile» che viene in mente a Leopardi è quella di associare un sasso a ogni pecora, conservare i sassi e verificare che le pecore rimangono tante quanti i sassi. La soluzione è anche involontariamente profetica, perché l’idea di corrispondenza biunivoca, qui in opera, nelle mani di Cantor si rivelerà la chiave per accedere ai misteri dell’infinito. L’infinito: «Un concetto che corrompe e ammattisce tutti gli altri» diceva Borges, che chiamò i numeri transfiniti di Cantor «i vasti numeri che un uomo immortale non raggiungerebbe neppure se consumasse la sua eternità contando». Sulla conta del bestiame si interroga Omero, prima ancora che Leopardi, e Archimede ne fa argomento di un problema la cui soluzione ha richiesto la potenza dei moderni computer. Il percorso per giungere all’infinito passa attraverso i “misteri” dei numeri perfetti, come 6 sottolinea Sant’Agostino nella sua esegesi delle Scritture, i “misteri” dei numeri immaginari che si aggiungono ai turbamenti del giovane Törless, e quelli del calcolo infinitesimale. «Il presente è il differenziale della funzione dell’avvenire e del passato» dice il poeta Novalis. Nella stessa vena, per l’ingegner Gadda l’ora è «l’integrale dei fuggenti attimi». Sarà, ma per Leopardi «può dirsi con verità che una medesima data porzione di tempo or dura più or meno ad un medesimo individuo, ed a chi più a chi meno».
Come si vede, Bergson non ha scoperto niente di nuovo. I teoremi di Euclide suggeriscono straordinarie similitudini a Dante e materia di discussione ai fratelli Karamazov sulla natura euclidea o meno del mondo. A meno di non pensare, con Musil, che «Dio fa il mondo e intanto pensa che potrebbe benissimo farlo diverso». E poi ancora i teoremi di incompletezza di Gödel, che evocano a Toffalori L’infinito di Leopardi e la siepe che «il guardo esclude» e tuttavia lascia immaginare l’«interminato spazio di là da quella».
Da Borges a Conrad, da Calvino a Tolstoi, non c’è pagina di questo libro che non richiami un passo di un autore. Un vero e proprio caleidoscopio di citazioni. Due, per finire. La matematica «dev’esser necessariamente l’opposto del piacere», sentenziava Leopardi per la gioia di chi l’associa ancora alla noia, se non alla sofferenza, patita sui banchi di scuola. «La matematica? Non conosco nulla di più divertente. È un gioco dell’aria, per dir così», la descrive invece Thomas Mann. Il libro si legge come un romanzo – sarà per questo che purtroppo non c’è l’indice dei nomi? – e leggendolo si impara a guardare sotto nuova luce la matematica, e magari anche le pagine di autori per altro verso familiari.

 

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