“In un boschetto trova’ pasturella…”

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La pastorella è un componimento tenzonato (a più voci, dunque) nel quale dialogano il poeta e una fanciulla generalmente di basso rango (pastora, appunto); si tratta di un genere a carattere “anticortese”, in cui si realizza l’inversione completa dei valori della cortesia: il poeta si trova fuori dalla corte, in uno spazio aperto, incontra una donna di rango inferiore a lui, si rivolge a lei in modo esplicito e di solito con l’intento di soddisfare il proprio istinto sessuale, generalmente vedendo accolte le proprie preghiere abbastanza facilmente. La pastorella è un genere di origine popolare, ed è anche uno dei più longevi: ancora nel XX secolo Fabrizio De Andrè, nella celebre Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers, scrive una vera e propria pastorella (D. Mantovani, La lirica trobadorica)

Marcabru, L’autrier jost’una sebissa…. Il testo in lingua d’oc e in traduzione italiana. CLICCA QUI.

Raimbaut de Vaqueiras, Domna, tant vos ai preiada (Contrasto con la donna genovese)

Il testo in provenzale-genovese: CLICCA QUI

I. Donna, tanto vi ho pregata, se vi piace, che mi vogliate amare; io son vassallo vostro perché siete valente e istruita e riconoscete ogni buon pregio. Perciò mi piace la vostra amicizia, e poiché siete in ogni atto cortese, il mio cuore s’è fermato in voi più che in nessun’altra genovese: gran mercede sarà se m’amate! E sarò poi meglio compensato che se fosse mia la città con tutta gli averi che vi hanno ammassato i Genovesi.
II. Giullare, voi non siete cortese nel chiedermi questo: non ne farò niente. Vi vedrei impiccato, piuttosto che farmi vostra amica! Vi scannerò piuttosto, certo, provenzale del malaugurio! Questo è l’insulto che vi dirò: sozzo, pazzo, calvo che siete! Io non vi amerò mai, ho un marito più bello che non siete voi, e lo so bene. Andate via, fratello, che ho meglio da fare.
III. Donna gentile e distinta, allegra, valente e saggia, vàlgami la vostra conoscenza, poiché gioia e gioventù vi guidano, insieme a cortesia, pregio, senno e ogni buon insegnamento. Perciò io vi sono amante fedele senza alcun ritegno, sincero, umile e supplichevole. Tanto mi stringe e mi vince l’amore per che mi piacete: sarà un pregio se divento servitore e amico vostro.
IV. Giullare, voi sembrate matto che tenete tali discorsi. Possiate venire e andarvene in malora: non avete il senno d’un gatto, troppo mi dispiacete, mala cosa mi sembrate! E non farei tal cosa neanche se foste figlio d’un re. Mi credete una sciocca? In fede mia, voi non m’avrete. Se per scaldarvi contate sul mio amore, quest’anno morrete di freddo: di lega troppo cattiva sono i Provenzali.
V. Donna, non siate tanto crudele, ché non conviene, non sta bene. Conviene piuttosto, se vi piace, ch’io vi chieda a senno mio e che vi ami con cuore sincero e che voi mi sciogliate dal mio soffrire. Vostro uomo sono e vostro servitore perché vedo, conosco e so quando guardo la vostra bellezza, fresca qual rosa in maggio, che nel mondo più bella non ne so. Perciò vi amo e vi amerò, e sarà un peccato se la mia buona fede mi tradisce.
VI. Giullare, se io goda di me stessa, non stimo un soldo genovese il tuo provenzaleggiare. Non ti capisco meglio d’un tedesco, d’un sardo o d’un moro e di te niente m’importa. Vuoi discutere con me? Se mio marito lo viene a sapere mal accordo avrai con lui. Bel messere, ti dico il vero: non voglio questi discorsi, te l’assicuro, fratello. Vattene, provenzale mal vestito, lasciami stare.
VII. Donna, in confusione m’avete messo e in pena. Però ancor vi pregherò che mi lasciate mostrar come lo fa un provenzale quand’è montato.
VIII. Giullare, non starò con te, poiché questa è la stima che hai di me. Meglio sarebbe, per San Martino, che andaste da messer Obizzino: vi darà forse un ronzino, da giullare che siete.

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G. Cavalcanti, Rime, In un boschetto trova’ pasturella…

In un boschetto trova’ pasturella
più che la stella – bella, al mi’ parere.
Cavelli avea biondetti e ricciutelli,
e gli occhi pien’ d’amor, cera rosata;
con sua verghetta pasturav’ agnelli;
[di]scalza, di rugiada era bagnata;
cantava come fosse ’namorata:
er’ adornata – di tutto piacere.
D’amor la saluta’ imantenente
e domandai s’avesse compagnia;
ed ella mi rispose dolzemente
che sola sola per lo bosco gia,
e disse: «Sacci, quando l’augel pia,
allor disïa – ’l me’ cor drudo avere».Po’ che mi disse di sua condizione
e per lo bosco augelli audìo cantare,
fra me stesso diss’ i’: «Or è stagione
di questa pasturella gio’ pigliare».
Merzé le chiesi sol che di basciare
ed abracciar, – se le fosse ’n volere.

Per man mi prese, d’amorosa voglia,
e disse che donato m’avea ’l core;
menòmmi sott’ una freschetta foglia,
là dov’i’ vidi fior’ d’ogni colore;
e tanto vi sentìo gioia e dolzore,
che ’l die d’amore – mi parea vedere.

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PER APPROFONDIRE:

R. ANTONELLI, LA PASTORELLA DA MARCABRUNO A LORENZO IL MAGNIFICO. CLICCA QUI.

Paolo Zoboli,  De André, Carlo Martello e la ‘pastorella’

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