“Non ci resta che piangere…”

Alexandre Cabanel_Fallen_Angel_1847 (detail)

Alexandre Cabanel, Fallen Angel, 1847 (particolare)

TEARS! tears! tears!
In the night, in solitude, tears;
On the white shore dripping, dripping, suck’d in by the sand;
Tears—not a star shining—all dark and desolate;
Moist tears from the eyes of a muffled head:
—O who is that ghost?—that form in the dark, with tears?
What shapeless lump is that, bent, crouch’d there on the
sand?
…away, at night, as you fly, none looking—
O then the unloosen’d ocean,
Of tears! tears! tears!
Walt Whitman, Leaves of Grass

Corrado Bologna, La fabbrica delle lacrime, “Il Manifesto – Alias”, 7 luglio 2016

«Scorrete, lacrime, o no?»: parla con le proprie lacrime, le invoca come compagne del dolore, il benedettino Walter Daniel nel Lamento per la morte del grande Aelredo, abate di Rievaulx, nello Yorkshire, composto nel 1167. Le sue emozioni prendono forma, divengono figura: dunque anche figura retorica. Il piccolo teatro delle emozioni che si intravede schiudendo una porta nell’intimità di un monaco del XII secolo ha una sua casta potenza espressiva, una forza di rappresentazione che attraversa i secoli.
Le lacrime conservano per un istante la trasparenza ineffabile della commozione, la cristallizzano senza parole. Ma si potrà, dopo il pianto, parlare delle lacrime? «Come la grazia, le lacrime sembrano sfuggire alla pesantezza, all’ombra: o meglio, ne rovesciano il movimento. Invitano l’uomo a incrociare il divino nel suo muoversi verso di lui», ha scritto, con parole che rimeditano Simone Weil, Jean-Loup Charvet, musicista, contro-tenore e storico dell’arte barocca nel bellissimo L’eloquenza delle lacrime (Medusa, 2001).
Il monaco Walter, nella Vita di Aelredo, mille anni fa ricordava orgoglioso che «all’abate capitò molto raramente di pregare senza lacrime. Le lacrime, diceva, sono come ambasciatrici (legaciones) tra Dio e l’uomo; le lacrime mostrano tutto il sentimento del cuore». Ciò che è «nascosto dentro» si rende «visibile» in queste goccioline di interiorità, in questo lieve rivolo che fluisce dall’anima. Nell’ininterrotta meditazione della civiltà monastica medioevale intorno alle emozioni e ai sentimenti «intimi» prendono forma e nome gli affectus della modernità. Li nominò per primo Agostino d’Ippona nelle Confessioni, mirabile viatico per il tempo nostro, senza cui faticheremmo a capire Bergson, Proust, la psicoanalisi.
Diceva Paul Valéry nel Dialogue de l’arbre che «le lacrime sono l’espressione della nostra impotenza ad esprimere, cioè a disfarci attraverso la parola dall’oppressione di quello che siamo». Aby Warburg, nell’età di Sigmund Freud, esplorò la traccia dinamica (Dynamogramm) delle emozioni depositate nell’opera d’arte e ne studiò la trascrizione mediante le Pathosformeln, «formule dell’emozione», idea che ispirò alcune idee importanti nelle ricerche di Ernst Robert Curtius sulla retorica, la topica, la metaforica nelle letterature europee fra Medio Evo ed età moderna. Su queste basi in Francia Georges Didi-Huberman e Giovanni Careri in La fabbrica degli affetti (2010) hanno illustrato la dimensione affettiva delle rappresentazioni estetiche; e muovendo dalla Carte du pays de Tendre che Madeleine de Scudéry incastonò nel suo romanzo-fiume Clélie (1654), Giuliana Bruno, nell’Atlante delle emozioni (tradotto da Bruno Mondadori nel 2006), ha recuperato l’intreccio fra corporeità, percezione dello spazio, architettura, cinema, in una vera e propria «geografia emozionale».
Anche l’etologia e le neuroscienze, riprendendo le esplorazioni inaugurali di Charles Darwin sull’espressione dei sentimenti negli animali, affrontano oggi la questione delle emozioni che fondano un’etica della compassione nei primati. E Bill Viola, in Passions, ha offerto una intensa rappresentazione artistica dei dinamogrammi passionali.
Da tempo anche i filologi si affacciano alla lettura dei testi lirici, ad esempio dei provenzali e degli stilnovisti italiani, per cogliervi il dinamogramma verbale di un lessico delle emozioni e di una topografia dell’interiorità. Un bel libro del 1988 curato da Francesco Bruni, Capitoli per una storia del cuore, ripercorreva una geografia e storia del cuore come organo del pensiero poetante; negli ultimi anni Roberto Antonelli ha coordinato una vasta ricerca sul lessico europeo dell’affettività e delle emozioni, che in collaborazione con Roberto Rea ha fatto confluire in un prezioso database; Mira Mocan ha inaugurato lo studio dei risvolti letterarî della teologia e psicologia degli affectus elaborate dalla Scuola agostiniana di San Vittore a Parigi, dimostrando quanto vasta sia la sua eredità spirituale, dai trovatori alla cultura francescana a Dante.
Le principali parole delle emozioni fra Medio Evo e modernità sono ora classificate e analizzate nel loro collegamento con le strutture storico-ideologiche in un notevole libro della storica di Cambridge Barbara H. Rosenwein, apparso quasi in contemporanea in originale e in traduzione italiana: Generazioni di sentimenti. Una storia delle emozioni, 600-1700 (Viella, pp. 343). «Che cosa deve cercare lo storico quando studia le emozioni di una comunità? Finché non si danno loro dei nomi le emozioni sono indefinite». Nella stessa prospettiva, in un saggio sul nome della Nostalgia, Jean Starobinski aveva già scritto: «Una volta che viene nominato, un sentimento non è più ciò che era prima dell’elaborazione che gli ha dato accesso alla lingua. Un neologismo condensa l’incompreso che era in precedenza rimasto diffuso. Diventa un concetto».
Anche le emozioni e i sentimenti, dunque, nascono, vengono battezzati, crescono e si trasformano. Barbara Rosenwein prova a ricostruire lungo il millennio della storia europea le «parole di emozioni» plasmate dalle «comunità emotive», «gruppi sociali che hanno i loro valori particolari, i loro modi di sentire e di esprimere i loro sentimenti»: «sono le parole, infatti, ciò con cui che gli studiosi devono lavorare», dal momento che «sono cruciali nella vita emotiva», e in qualche modo, come conchiglie fossili, conservano nel tempo il Dna dell’emotività individuale e collettiva, congelando in quelli che gli psicologi definiscono «copioni di un’emozione».
Mi torna alla mente il mito rabelaisiano delle paroles gelées che Pantagruel raccoglie mentre grandinano sulla sua nave, altissima parabola della letteratura che conserva la voce di chi non esiste più mentre la sua parola continua a vivere, congelata nel libro che la trasmette nel tempo e nello spazio, pronta a sciogliersi e a tornare viva quando l’orecchio di chi ascolta le restituirà calore. Così le parole, le formule retoriche, le strutture linguistico-ideologiche costituiscono secondo Rosenwein «le “eredità emotive” a disposizione delle generazioni di una stessa epoca e delle nuove generazioni che seguono. Le comunità emotive adattano le tradizioni alle proprie esigenze. A volte producono nuove parole e nuove sequenze sviluppandole da quelle passate». Questa tradizione emozionale, sterminata polifonia delle voci profonde di una civiltà, Rosenwein la definisce «generazioni di sentimenti: l’incessante disponibilità e potenziale di tradizioni emotive antiche e contemporanee».
Il millennio che la ricerca della Rosenwein attraversa componendo una «lista di emozioni» comuni ai monaci e ai nobili, ai mistici e ai filosofi, agli scrittori e ai sovrani, unisce e separa lungo un filo di continuità le «norme emotive», tappe di una vera e propria educazione sentimentale d’Europa. Dopo la condanna ciceroniana delle perturbationes, disordini dell’equilibrio interiore, minacce inferte alla stoica ataraxía, acquista centralità l’amicitia spiritualis in Agostino e negli agostiniani che, insieme all’equivalenza fissata da Alcuino fra animus, anima, cor, mens nel suo manuale dai «fini terapeutici» sui vizi e le virtù, lascerà un segno sulla fin’amors della prima poesia in volgare (uno strumento di ricerca utile è, nel libro, il «vocabolario emotivo in lingua d’oc alla corte di Tolosa», letto in palinsesto con quello del monastero cisterciense di Rievaulx).
Originali le pagine sul «travestimento da forma musicale» della teoria delle emozioni di Jean Gerson, che sul palmo di una «mano didattica» istruiva monaci e laici a «cantare la musica del cuore simultaneamente a quella della bocca». Infine, ecco l’anatomia della malinconia di Robert Burton, che pochi anni dopo Shakespeare scriveva: «Tutte le mie gioie sono follia, nulla è dolce come la malinconia. (…) Tutti i miei dolori sono allegria, nulla è triste come la malinconia»; ma poco più tardi anche il Leviatano di Hobbes, che progetta di «spianare le irregolarità» delle affezioni delle pietre-uomini con cui si deve costruire l’edificio-Stato.
Manca forse soltanto, nel bel libro della Rosenwein, un cenno alla tenerezza, la più misteriosa e imprendibile delle varietà emozionali del tempo moderno: di tenerezza per Tristano morì Isotta. Tenero fu Francesco d’Assisi con tutte le creature. Di tenerezza il nostro tempo ha bisogno: occorre riscoprirla: un giorno, forse, qualcuno ne traccerà la storia.

Tears, 1878 — Odilon Redon, Museum of Fine Arts Boston

                              Odilon Redon, Lacrime, 1878, Museum of Fine Arts Boston

And I’ll cry and you’ll cry and we’ll cry. Till the rain turns black.

Roberta Scorranese, Piangere in pubblico, “Corriere della Sera”, 9 luglio 2016

Una volta qui era tutta una valle di lacrime. Piangeva Ulisse, costretto a stare lontano dalla patria e piangeva Penelope, costretta a stare lontana da Ulisse; piangeva Patroclo e piangeva pure Achille, che prima aveva rimproverato l’amico perché singhiozzava «come una bambina»; piangeva persino il cavaliere Orlando, che si concesse anche un femmineo mancamento.
E oggi? Oggi qui è tutta una valle di lacrime. Piange Obama (durante il discorso sulle armi tenuto nel gennaio scorso alla Casa Bianca) e piangeva (sempre al momento giusto) Bill Clinton; piangono Barzagli e Buffon per l’eliminazione degli Azzurri all’Europeo 2016 (per non parlare del ct Antonio Conte) e piange la sconosciuta espulsa dall’Isola dei Famosi; piange la sindaca di Roma e, cosa interessante, secondo un sondaggio di «Opinium» diffuso dal Guardian , all’annuncio della vittoria del sì al referendum britannico che ha scelto l’uscita dall’Unione Europea, quasi la metà della fascia di giovani tra i 18 e i 24 anni ha pianto, a differenza degli adulti. Piangono tutti, o quasi.
Il singhiozzo inarrestabile dei calciatori dopo l’addio dell’Italia ai rigori contro la Germania ci ha ricordato che (almeno nel consumo di fazzoletti) una parvenza di parità tra i sessi il Novecento ce l’ha portata: il pianto in pubblico con tanto di nota isterica (tipico dell’eroina sventurata dell’Ottocento) appartiene sia agli uomini che alle donne. Anche se Nora Ephron, somma sacerdotessa dei cuori spaiati, ammoniva: «Gli uomini che piangono provano dei sentimenti, ma i soli sentimenti per i quali tendono a essere sensibili sono i propri». E poi: sebbene fatte delle stesse sostanze acquose e saline (pare strano ma la scienza del pianto resta un mistero: lo facciamo da tristi e da felici, forse è un primitivo codice di comunicazione non verbale, forse c’entra la quantità di testosterone, forse no), le lacrime di Ulisse e quelle di Buffon sono diverse.
Le prime sono state ben raccontate dallo scrittore Matteo Nucci nel libro Le lacrime degli eroi (Einaudi): nel mondo omerico, gli eroi non avevano vergogna nel piangere, perché era un modo per prendere coscienza della propria fragilità e ripartire da qui per compiere gesta epiche. Poi, però, Platone, nella Repubblica, mise un freno ai singhiozzi, asserendo che il vero patriota ha bisogno di coraggio e di ciglio asciutto. E «nel V secolo greco – scrive Nucci – ormai, chi piangeva non poteva essere considerato un uomo». Ovviamente la «valle lacrimarum» riaffiorò con altri mezzi e tutta la mistica medievale ci racconta di gemiti di contrizione, sia maschili che femminili. «Prendiamo il pianto di Sant’Ignazio di Loyola — suggerisce l’antropologo Franco La Cecla —: è fatto di pentimento, afflizione per il peccato. Una via alla redenzione. Diverso dal pianto puritano, di matrice anglosassone, che è invece sete di onestà, trasparenza», un fanatismo dell’autenticità. E così, nel ‘900, le lacrime private sono diventate in qualche modo teatro aperto, una sorta di marchio di integrità.
Ci si ricongiunge così al secolo scorso, dominato da mezzi di comunicazione sempre più raffinati e pervasivi. Nel 1991 il generale Norman Schwarzkopf, protagonista dell’operazione Desert Storm nella Guerra del Golfo, scoppiò a piangere in favore di telecamera. Subito i giornali presero a ipotizzare un suo imminente impegno politico, associando le lacrime a una volontà di apparire irreprensibile. E forse non è un caso che tre anni dopo, nel 1994, come ricorda Tom Lutz in Storia delle Lacrime (Feltrinelli), la rivista Time pubblicasse una foto dell’ex presidente George Bush, colto nel pianto mentre era nel suo studio. Erano anche gli anni in cui il critico americano Robert Hughes pubblicava il celebre saggio La cultura del piagnisteo (tradotto da Adelphi) in cui affermava, in sostanza, che siamo tutti figli di quel vittimismo (piagnone) di matrice puritana che finisce per premiare il politicamente corretto in nome di una eguaglianza utopistica nonché distorta. Ma, ragiona l’antropologo, anche grazie alla televisione, il pianto ha potuto diventare una specie di confessione seguita da assoluzione collettiva. E forse c’è un legame sottile tra questa rigenerazione mediante le lacrime e quella che, in un bel libro tradotto da Einaudi dal titolo Il pudore, Monique Selz definisce la «dittatura della trasparenza», la frenesia del gioco allo scoperto, del mostrarsi per intero sacrificandosi sull’altare di una presunta limpidezza scambiata sovente per incorruttibilità.
«E di sicuro – afferma La Cecla – ancora oggi si tende a identificare uno che piange in pubblico come onesto e buono. Ma, sorpresa!, ecco che qui tornano le differenze tra uomini e donne: queste ultime sono più abituate a piangere, a loro è stato concesso nel corso dei secoli, dunque conoscono bene tutte le sfumature teatrali del singhiozzo. È proprio per questo che non si fidano della lacrima pubblica. Cosa alla quale, invece, gli uomini spesso finiscono per credere, perché meno attrezzati a comprenderne le dinamiche».
La conclusione? Noi donne non ci caschiamo. E così si spiegano sia la palpebra secca di politiche di primo piano come Hillary Clinton, sia l’aumento esponenziale di maschi gementi. Un’eccezione però si può fare: quelle di Buffon e di Conte con ogni probabilità sono state lacrime vere. A chiunque avesse lottato fino all’ultimo rigore sarebbe venuto da piangere nel vedere l’allegro sfottò di Pellé a Neuer, subito punito dal portiere tedesco.

Pablo Picasso, Donna che piange, 1937

“If I wasn’t real,” Alice said—half-laughing through her tears, it all seemed so ridiculous—“I shouldn’t be able to cry.”
“I hope you don’t suppose those are real tears?” Tweedledum interrupted in a tone of great contempt.
“I know they’re talking nonsense,” Alice thought to her self: “and it’s foolish to cry about it.” So she brushed away her tears, and went on.
Lewis Carroll, Through the Looking-Glass

Piangere sulle note: CLICCA QUI.

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