Money. Part II

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Ecco la sola qualità che vale
per la massa degli uomini: il denaro.
A niente servirebbe, tutto il resto:
nemmeno essere saggi come il grande
Radamanto, o saperne più di Sisifo,
– Sisifo, il figlio di Eolo, tanto astuto
che risalì l’Inferno: con le sue
belle parole seppe persuadere
Persefone, che tutto fa scordare
e inebetisce gli uomini; e nessuno
osò mai concepire quest’idea,
fra i tanti che coprì la nera nube
della morte e che giunsero all’oscura
terra di chi è finito, oltre la soglia
buia che serra le anime dei morti,
benché vogliano vivere; ma Sisifo,
l’eroe, fu tanto astuto da riuscire:
e di là ritornò, e rivide il sole –
e a niente servirebbe, se sapessi
inventare menzogne verosimili
come sapeva Nestore divino,
con il suo bel parlare; o se sapessi
correre ancor più svelto delle Arpie
rapide, ancor più svelto dei veloci
figli di Borea. Ecco la verità,
e tutti quanti fatene tesoro:
solo il denaro, a questo mondo, importa.

Teognide, Elegie, 699-718, traduzione di Federico Condello

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Il denaro fa l’uomo? Così sentenzia un frammento di Alceo: chrémat’ anér. Quantum habuit fuit («si è quanto si ha»), fa eco Seneca, traducendo con intento polemico versi tragici greci celebranti la ricchezza. Dunque solo il denaro importa: fare soldi (plouteîn) è l’unica areté apprezzata – questa è già l’amara riflessione teognidea. Contro la pecunia come metro di valutazione, filosofi e moralisti hanno esaltato la povertà virtuosa, quasi un risarcimento morale all’intollerabile disuguaglianza economica. Così Epicuro invitava ad attenersi ai bisogni necessari e naturali, e  contentarsi dell’essenziale coincide anche per Seneca con la vera ricchezza, poiché tra il non desiderare e il possedere non c’è differenza: in entrambi i casi non si soffre. Seneca arriva a consigliare di vivere per alcuni giorni al mese da poveri, in modo da autoimmunizzarsi contro il veleno che sempre accompagna la ricchezza, la paura ossessiva di perderla; come aveva intuito Aristotele, il denaro «è un bene che soddisfa il bisogno di certezza». Il punto, insomma, non è avere molto, ma avere quanto basta, possedere le ricchezze e non esserne posseduto «come da una febbre», nella consapevolezza che solo il saggio è ricco: tema, quest’ultimo, caro alla filosofia stoico-cinica e declinato, fra gli altri, da Cicerone e Orazio. La virtus che risiede nell’animo è l’unico possesso inalienabile; in tal senso anche il Socrate di Senofonte sanciva la subordinazione dell’economia alla morale. Ma, se facile è riconoscere la validità di questi precetti, non lo è altrettanto adeguarsi ad essi. Oggi più che  mai siamo schiavi di quel meccanismo da noi creato, di quella “astrazione reale” (A. Sohn-Rethel) che da mezzo è diventata fine. Ben più comune considerare di ogni cosa il prezzo, e non il valore (non quale sit quidque sed quanti, Seneca).

Chiara Nonni e Fiora Scopece, in REGINA PECUNIA, a cura del Centro Studi «La permanenza del Classico», Bologna, 2009

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SENECA, Lettere a Lucilio, 115, 10-18, traduzione di Chiara Nonni

[10] Haec ipsa res quae tot magistratus, tot iudices detinet, quae et magistratus et iudices facit, pecunia, ex quo in honore esse coepit, verus rerum honor cecidit, mercatoresque et venales in vicem facti quaerimus non quale sit quidque sed quanti; ad mercedem pii sumus, ad mercedem impii, et honesta quamdiu aliqua illis spes inest sequimur, in contrarium transituri si plus scelera promittent. [11] Admirationem nobis parentes auri argentique fecerunt, et teneris infusa cupiditas altius sedit crevitque nobiscum. Deinde totus populus in alia discors in hoc convenit: hoc suspiciunt, hoc suis optant, hoc dis velut rerum humanarum maximum, cum grati videri volunt, consecrant. Denique eo mores redacti sunt ut paupertas maledicto probroque sit, contempta  divitibus, invisa pauperibus. [12] Accedunt deinde carmina poetarum, quae adfectibus nostris facem subdant, quibus divitiae velut unicum vitae decus ornamentumque laudantur. Nihil illis melius nec dare videntur di inmortales posse nec posse nec habere. […]

Maiore tormento pecunia possidetur quam quaeritur. Quantum damnis ingemescunt, quae et magna incidunt et videntur maiora. Denique ut illis fortuna nihil detrahat, quidquid non adquiritur damnum est. [17] “At felicem illum homines et divitem vocant et consequi optant quantum ille possidet”. Fateor. Quid ergo? tu ullos esse condicionis peioris existimas quam qui habent et miseriam et invidiam? Utinam qui divitias optaturi essent cum divitibus deliberarent; utinam honores petituri cum ambitiosis et summum adeptis dignitatis statum! Profecto vota mutassent, cum interim illi nova suscipiunt cum priora damnaverint. Nemo enim est cui felicitas sua, etiam si cursu venit, satis faciat; queruntur et de consiliis et de processibus suis maluntque semper quae reliquerunt. [18] Itaque hoc tibi philosophia praestabit, quo equidem nihil maius existimo: numquam te paenitebit tui.

10. Da quando il denaro, che tanti magistrati e tanti giudici tiene avvinti, che addirittura crea magistrati e giudici, ha iniziato a venire in onore, il reale valore delle cose è caduto in discredito, e noi, diventati ora mercanti ora merce in vendita, non esaminiamo più la qualità, ma il prezzo. Per interesse siamo onesti, per interesse siamo disonesti, e inseguiamo la virtù fin tanto che c’è la speranza di guadagnarci, pronti a cambiare rotta se il vizio promette di più. [11] I nostri genitori ci hanno inculcato l’ammirazione per l’oro e l’argento, e la cupidigia, instillata in noi fin da piccoli, ha messo radici profonde ed è cresciuta con noi. Così il popolo intero, in
tutte le altre cose discorde, su questo soltanto conviene: questo ammirano, questo si augurano per i loro cari, questo consacrano agli dei, come espressione massima delle cose umane, quando vogliono apparire riconoscenti. I costumi si sono ridotti a un livello tale che la povertà è considerata maledetta e infamante, disprezzata dai ricchi, invisa ai poveri. [12] Si aggiungono poi i versi dei poeti, che accendono la miccia alle nostre passioni, che elogiano le ricchezze quale unico vanto e onore della vita. Per loro gli dei immortali non possono elargire o possedere nulla di più degno […] 16. C’è maggior tormento nel possesso del denaro che nella sua ricerca. E quanto si lamentano per le perdite che, sebbene grandi, appaiono anche maggiori. Infine, anche se la sorte non sottrae loro nulla, tutto ciò che non è conquistato è considerato una perdita. [17] «Ma gli uomini lo chiamano fortunato e ricco, e desiderano ottenere quanto lui possiede ». È vero. E allora? Pensi che esista qualcuno in una condizione peggiore di chi è povero e invidioso? Se chi brama la ricchezza discutesse con i ricchi! Se chi aspira alle cariche interrogasse gli ambiziosi e quelli che hanno raggiunto il più alto potere! Certo cambierebbe idea, vedendo come quelli volgono presto a nuovi desideri e rinnegano i vecchi. Nessuno è soddisfatto della sua fortuna, anche se è arrivata velocemente; ci si lamenta delle proprie decisioni e dei propri successi, e si preferisce sempre quel che si è lasciato. [18] La filosofia ti garantirà questo bene, e penso che non ne esista uno più grande: non ti pentirai mai delle tue azioni.

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Petronio, Satyricon, 75-77, trad. di Antonio Ziosi

[8] Hoc fuit peculii mei fermentum. Cito fit quod di volunt. uno cursu centies sestertium corrotundavi statim redemi fundos omnes, qui patroni mei fuerant. aedifico domum, venalicia coemo, iumenta; quicquid tangebam, crescebat tamquam favus. [9] postquam coepi plus habere quam tota patria mea habet, manum de tabula: sustuli me de negotiatione et coepi <per> libertos faenerare.
[10] et sane nolentem me negotium meum agere exhortavit mathematicus, qui venerat forte in coloniam nostram, Graeculio, Serapa nomine, consiliator deorum. [11] hic mihi dixit etiam ea quae oblitus eram; ab acia et acu mi omnia exposuit; intestinas meas noverat; tantum quod mihi non dixerat quid pridie cenaveram. putasses illum semper me cum habitasse.
[77, 1] […] «Tu dominam tuam de rebus illis fecisti. tu parum felix in amicos es. nemo umquam tibi parem gratiam refert. tu latifundia possides. [2] tu viperam sub ala nutricas» et, quod vobis non dixerim, etiam nunc mi restare vitae annos triginta et menses quattuor et dies duos. praeterea citoaccipiam hereditatem. hoc mihi dicit fatus meus. [3] quod si contigerit fundos Apuliae iungere, satis vivus pervenero. [4] interim dum Mercurius vigilat, aedificavi hanc domum. ut scitis, <casula> erat; nunc templum est. Habet quattuor cenationes, cubicula viginti, porticus marmoratos duos, susum cellationem, cubiculum in quo ipse dormio, viperae huius sessorium, ostiarii cellam perbonam; hospitium hospites <C> capit. [5] Ad summam, Scaurus cum huc venit, nusquam mavoluit hospitari, et habet ad mare paternum hospitium. et multa alia sunt, quae statim vobis ostendam. [6] Credite mihi: assem habeas, assem valeas; habes, habeberis. sic amicus vester, qui fuit rana, nunc est rex.

[8] Questo fu lievito per il mio capitale. Ciò che vogliono gli dei viene in fretta. In un colpo solo ho fatto su dieci milioni di sesterzi, tondi tondi. Subito riscattai tutti i fondi che erano stati del mio patrono. Costruisco una casa, compro un intero lotto di schiavi e bestie da trasporto; tutto ciò che toccavo cresceva come un favo. [9] Quando ormai avevo più beni di tutta quanta la città, basta!, mi tolsi dai traffici e diventai lo strozzino dei liberti. [10] E quando già avevo a noia gli affari, mi spronò a continuare un astrologo, un tal Serapa, un matematicuccio greco, capitato per caso nella nostra colonia, uno che lo ascolterebbero pure gli dei. [11] Costui andò a scovare anche ciò che più non ricordavo; mi disse tutto per filo e per segno; conosceva pure le mie budella: quasi quasi non mi dice cos’ho mangiato a cena, neanche avesse sempre abitato con me.
[77, 1] […] «Tu… la padrona l’hai fatta tua con questo e quest’altro. Tu… con gli amici hai poca fortuna. Nessuno mai ti ha ringraziato come ti spetta. Tu… possiedi latifondi. [2] Tu… nutri una vipera in seno», e poi – perché non dirvelo? – che mi restano trent’anni di vita, quattro mesi e due giorni. Presto poi riceverò un’eredità. Questo dice il mio destino. [3] Che se mi toccherà in sorte di estendere i miei fondi fino in Puglia, avrò fatto abbastanza strada nella vita. [4] Nel frattempo, sotto l’occhio di Mercurio, ho fatto costruire questa villa. Come sapete, era una capanna, ora è un tempio. Ha quattro sale da pranzo, venti stanze da letto, due portici di marmo, salette al piano di sopra, la camera dove dormo io, un salottino per quella vipera di mia moglie, uno stanzino di gran lusso pure per il portiere; la foresteria tiene cento ospiti. [5] Insomma, quando venne qui quel nobile di Scauro, non volle esser ospitato altrove – e dire che ha la casa al mare del papà. E ci sono pure tante altre cose, che vi mostrerò subito. [6] Credete a me: hai un soldo, vali un soldo; sei, solo se hai. Così l’amico vostro: era un ranocchio, ora è un re.

Testi e traduzioni tratti da REGINA PECUNIA, a cura del Centro Studi «La permanenza del Classico», Bologna, 2009

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Giovenale, Satira XIV, vv. 207-210:

… lucri bonus est odor ex re
qualibet. Illa tuo sententia semper in ore           
versetur dis atque ipso Iove digna poeta:
“unde habeas quaerit nemo, sed oportet habere.

… da qualsiasi mercanzia venga,
sempre buono è l’odore del guadagno.
Abbi in ogni momento sulla bocca
questa sentenza, degna degli dei
o d’esser voce dello stesso Giove:
Donde viene ciò che possiedi
nessuno vuol saperlo:
importa solo che tu l’abbia”.
(trad. di M. Ramous)

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“Mai un oggetto il quale debba il suo valore esclusivamente alla propria qualità di mezzo, alla sua convertibilità in valori più definitivi, ha raggiunto così radicalmente e senza riserve una simile assolutezza psicologica di valore diventando un fine”.

G. Simmel, Filosofia del denaro, 1900

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La stessa regola autodistruttiva del calcolo finanziario governa ogni altro aspetto della vita. Distruggiamo le bellezze del paesaggio, perché le bellezze della natura che non si possono privatizzare non hanno alcun valore economico. Probabilmente saremmo capaci
di fermare il sole e le stelle perché non ci danno alcun dividendo.

Keynes J.M., (1933), ”Autosufficienza Nazionale”, in Keynes, J.M., Come uscire dalla crisi, a cura di P. Sabbatini, Laterza, Roma-Bari, 1983

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PER APPROFONDIRE

http://www.griseldaonline.it/temi/denaro/indice.html

https://illuminationschool.wordpress.com/2013/02/26/1099/

Enzo Bianchi, Massimo Cacciari, Luciano Canfora, Franco Debenedetti, Guido Rossi, Vandana Shiva, Il Dio denaro, a c. di I. Dionigi, Rizzoli, BUR, 2012

Work in progress, as usual…

 

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