Rendono liberi e ci appassionano. Ecco perché i classici fanno bene

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«Que otros se jacten de las páginas que han escrito;/ a mí me enorgullecen las que he leído» («Che altri si vantino delle pagine che hanno scritto;/ a me inorgogliscono quelle che ho letto»): nessun giro di parole avrebbe potuto esprimere meglio il senso del mio lavoro come questi due versi con cui Jorge Luis Borges apre la sua poesia intitolata Un lettore nell’Elogio dell’ombra. Non è certo la dichiarazione di modestia di uno dei più grandi scrittori del Novecento che fa al mio caso. Ma è il suo porre l’accento sulla vitale importanza della lettura che traduce bene, invece, lo spirito con cui ho concepito Classici per la vita: garantire che l’intero palcoscenico sia occupato dai testi citati e non dai brevi commenti che li accompagnano.
Non a caso questa piccola biblioteca ideale è frutto di un concreto esperimento fondato essenzialmente sull’esperienza della lettura. Negli ultimi quindici anni, infatti, durante il primo semestre di insegnamento, ogni lunedì ho letto ai miei studenti brevi citazioni di opere in versi o in prosa non necessariamente collegate al tema del corso monografico. Un test che ha contribuito, di volta in volta, a orientare le mie scelte di docente. Ho notato, in effetti, che proprio in quel giorno — in quella mezz’ora dedicata alla libera lettura di passi di scrittori, filosofi, artisti, scienziati — apparivano, in aula, anche volti nuovi tra gli allievi abituali: volti di giovani iscritti ad altri dipartimenti umanistici e scientifici o, addirittura, amici di frequentanti, attratti solo dalla curiosità di ascoltare la parola di un poeta o di un romanziere. Con il tempo, poi, i messaggi ricevuti e le casuali conversazioni mi hanno permesso di verificare che, finalmente, alcuni di loro si erano decisi a leggere più classici per intero.
Sciolta da qualsiasi necessità utilitaristica, la presenza di questo pubblico eterogeneo testimoniava un vero interesse per quello specifico autore o per quella particolare questione discussa nel suo testo. Proprio in questo spazio sperimentale, che chiamerei impropriamente «extraistituzionale», mi è sembrato di condividere con i miei studenti ciò che dovrebbe essere la maniera sana e autentica di relazionarsi con i classici. Le grandi opere della letteratura o della filosofia non si dovrebbero leggere per superare un esame, ma soprattutto per il piacere in sé che suscitano e per cercare di capire se stessi e il mondo che ci circonda. Nelle pagine dei classici, anche a distanza di secoli, è possibile sentire pulsare la vita nelle sue forme più diverse. La missione principale di un buon docente dovrebbe essere principalmente quella di ricondurre la scuola e l’università alla loro funzione essenziale: non quella di sfornare diplomati e laureati, ma quella di formare cittadini liberi, colti, capaci di ragionare criticamente e autonomamente.
Da questa esperienza sul campo, è nata l’idea di riproporre sulle pagine di uno dei più autorevoli settimanali italiani — «Sette» del «Corriere della Sera» — una scelta di brani che nel corso degli anni avevo letto ai miei studenti. Questo volume, infatti, raccoglie i testi che tra settembre 2014 e agosto 2015 ho selezionato per i lettori della rubrica, intitolata «Contro Verso». Ogni settimana ho proposto una breve citazione di un classico e ho cercato di evocare un tema a essa collegato. E come la stessa struttura grafica testimonia, l’ho fatto — nella rubrica e nel volume — ponendo in posizione centrale, con un corpo molto più grande, testi in versi e in prosa di autori antichi, moderni e contemporanei. Senza limiti temporali, linguistici e geografici, ho voluto privilegiare la parola di poeti, di romanzieri, di saggisti, ponendo al loro servizio anche il mio commento, composto da brevi osservazioni destinate esclusivamente a sottolineare questa o quella parola, questa o quella riflessione suscitata dalla lettura del brano.
Ecco perché sarebbe un errore considerare Classici per la vita per quello che non è: non è una raccolta di micro saggi; e non avrebbe potuto pretendere di offrirsi come un’esplorazione (lungo il solco tracciato da Erich Auerbach in Mimesis) del rapporto che può crearsi in una determinata opera tra la parte (il brano citato) e il tutto (il testo integrale), né di presentarsi come un’occasione per riflettere (sulla scia di Aby Warburg) sul ruolo rivelatore che, talvolta, può assumere un dettaglio «gravido di senso». Classici per la vita , in maniera più semplice, vuole essere soltanto un omaggio ai classici in un momento difficile per la loro esistenza.
Durante questi mesi, ho cercato di evitare il naufragio navigando tra gli scogli dello specialismo e quelli di una banale divulgazione. Cosciente di rivolgermi a un pubblico vasto ed eterogeneo, ho tentato di selezionare testi che potessero soddisfare, nello stesso tempo, le esigenze di lettori non specialisti e di lettori più esperti. Quanto le mie buone intenzioni abbiano poi trovato una benevola accoglienza è difficile dirlo.
Non bisogna, però, farsi illusioni. Gli assaggi di brani scelti non bastano, soprattutto nei programmi scolastici e universitari. Un’antologia non avrà mai la forza di scatenare quelle profonde metamorfosi che solo la lettura integrale di un’opera può provocare. Mi sembra difficile immaginare scintille di passione per un classico ridotto a formule manualistiche o smembrato in brevi ritagli. Ma, quando ci si rivolge a un pubblico più ampio, una buona raccolta di citazioni può aiutare a vincere l’indifferenza del lettore o a stimolare ancor più la sua curiosità fino a spingerlo a prendere in mano l’opera intera. Su questa sfida concreta si decide l’efficacia di un’antologia. Accontentarsi solo del singolo brano è di per sé un’evidente sconfitta.

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