Donne del Novecento

Guido Gozzano, La Signorina Felicita, dai Colloqui, 1911

Tu non fai versi. Tagli le camicie
per tuo padre. Hai fatta la seconda
classe, t’han detto che la Terra è tonda,
ma tu non credi… E non mediti Nietzsche…
Mi piaci. Mi faresti più felice
d’un’intellettuale gemebonda…

Tu ignori questo male che s’apprende
in noi. Tu vivi i tuoi giorni modesti,
tutta beata nelle tue faccende.
Mi piace. Penso che leggendo questi
miei versi tuoi, non mi comprenderesti,
ed a me piace chi non mi comprende.

Umberto Saba, A mia moglie, 1911
….
Tu sei come una giovane
una bianca pollastra.
Le si arruffano al vento
le piume, il collo china
per bere, e in terra raspa;
ma, nell’andare, ha il lento
tuo passo di regina,
ed incede sull’erba
pettoruta e superba.
È migliore del maschio.
È come sono tutte
le femmine di tutti
i sereni animali
che avvicinano a Dio.

Le donne-madri e le donne-fanciulle nel Canzoniere, in Luperini, Cataldi et al., La scrittura e l’interpretazione, Palumbo, Palermo 2002

In una prosa Saba congiunge il tema della donna a quello del fanciullo: i poeti sono i fanciulli che cantano le loro madri o madri che cantano i loro fanciulli o una cosa e l’altra. Saba è una cosa e l’altra: quando canta la donna è un bambino che ama la madre e quando canta i fanciulli è la madre che ama il figlio-giovinetto, in cui proietta la gioia di vivere che egli era stato costretto a reprimere da bambino.
La questione è ulteriormente complicata dalla presenza in Saba di una doppia madre, la madre «lieta», la nutrice, e la madre «mesta». Esse lo costringono a una tensione irrisolta tra istanze opposte, che il poeta cerca di conciliare nella figura della moglie.
La figura femminile centrale del Canzoniere, la moglie Lina, fin dalle prime apparizioni vive infatti nell’ombra della donna-madre. La sua celebrazione amorosa, in A mia moglie, avviene tramite una serie di malinconiche e serene femmine animali, collegate tra loro dal motivo della maternità. Non solo, ma la donna è invocata come «regina» e «signora», è unica, non ha l’uguale in «nessun’altra donna»; il poeta la idealizza e la innalza fino a farne un essere a lui superiore. Da una parte il poeta sottolinea la sensualità e l’istintività naturale della donna, associandola a immagini animali; dall’altra vi percepisce un’aggressività latente e minacciosa: la cagna «tanta dolcezza ha negli occhi / e ferocia nel cuore ».
Un altro tema che accomuna Lina alla madre è quello dei lamenti, le «querele» delle gallinelle, il «muggito lamentoso» della giovenca e infine la «voce amara» di Lina in Trieste e una donna ricordano i lamenti e i rimproveri della madre, sempre còlta in atteggiamento triste e dolente. Il poeta non può ascoltare il lamento della giovenca senza strappare l’erba per farla tacere, così come non può veder soffrire la moglie, concependo il proprio «dono» amoroso come un risarcimento dovuto al dolore.
Ne è una riprova la poesia «Dico al mio cuore, intanto che t’aspetto», sempre rivolta a Lina, nel momento di crisi del rapporto amoroso, che ispira Trieste e una donna. Il testo rivela il carattere coatto del perdono e dello stesso amore, che contrasta con l’impulso a odiare la donna, sì che il poeta si sente insieme «generoso» e «vile». Ma non può resistere alla «voce amara» di Lina che torna a essere, proprio per questo, la donna ideale, «fatta» per il suo «cuore».
Saba proietta nel rapporto con Lina l’eros liberato dalla nutrice e il rapporto con la madre «austera», cui il bambino, buono e affettuoso, ubbidisce per non vederla soffrire, perché il suo dolore gli «lede» l’anima.
Tuttavia Lina, che compare nel Canzoniere come una figura femminile idealizzata, in Trieste e una donna sfugge al totale controllo del poeta e all’assimilazione alla madre: la donna, nel conflitto, conquista una sua autonomia e diventa un’antagonista del poeta. Prende la parola, accusa, mentisce e tradisce. Liberatasi dall’archetipo della madre, ella costringe Saba a un confronto diretto con una realtà misteriosa e imprendibile. Lina, la «sorella» con la «bella / faccia, di tanta nobiltà soffusa» (Per quante notti che insonne ho giaciuto) racchiude un’infamia. La naturalità femminile evocata in A mia moglie diventa coscienza di un’alterità minacciosa. L’unico modo che resta al poeta per riaffermare il proprio dominio è il sogno di morte e di uccisione di Lina: «ho sognato pur io d’averti uccisa / per l’ebbrezza di piangere su te» (Carmen).
La donna, dopo aver abbandonato Saba per un altro uomo, torna da lui. Il poeta, nel momento in cui riaccetta Lina, ne ricostituisce l’immagine simbolica: anche attraverso il peccato ella ha conservato «santità» e «purezza» («sento che il male ti lasciava intatta», Dico al mio cuore, intanto che t’aspetto). la “diversità” di Lina appare smussata ed ella sarà d’ora in poi «muta testimone», in un rapporto ambivalente di odio-amore che durerà tutta la vita. Lina viene così risospinta verso l’archetipo materno, di cui si era liberata per divenire l’irriducibile presenza che Saba aveva dovuto riconoscere non senza accenti misogini.
Dopo Trieste e una donna Lina non farà nel Canzoniere che fugaci apparizioni, ma già l’ultima poesia della raccolta a lei dedicata, La solitudine, attesta il ripiegamento narcisistico del poeta («in me solo è quel perfetto amore»), che approderà alla coscienza del limite nel rapporto amoroso con la donna e a un senso di impotenza.
Di fronte alla donna-madre stanno le «fanciulle»; ma sono «cose leggere e vaganti», figure di pura sensualità, gioiosi fantasmi condannati a un ruolo decisamente subalterno. L’eros si dispiega, sottratto al senso di colpa e dell’onore: Paolina, Chiaretta e le altre fanciulle sono creature libere dalla madre, hanno la leggerezza dello scherzo e del puro desiderio erotico, perciò appaiono indifferenziate e interscambiabili. Da una parte sta la donna sacralizzata, dall’altra la fanciulla come pura trasgressione, su cui l’uomo può esercitare liberamente il proprio senso di superiorità e di dominio.
Ma anche questa felicità è provvisoria: L’amorosa spina, dedicata all’amore per Chiaretta, si conclude con la malinconica ritrattazione di In riva al mare, con un senso di vergogna che fa desiderare al poeta, contro ogni tentazione dell’eros, la morte. Il cuore «in due scisso» di Saba non riuscirà mai a conquistare l’integrità aspirata.

Dino Campana (1885 -1932), Une femme qui passe

Andava. La vita s’apriva
Agli occhi profondi e sereni?
Andava lasciando un mistero
Di sogni avverati ch’è folle sognare per noi
Solenne ed assorto il ritmo del passo
Scandeva il suo sogno
Solenne ritmico assorto
Passò. Di tra il chiasso
Di carri balzanti e tonanti serena è sparita
Il cuore or la segue per una via infinita
Per dove da canto a l’amore fiorisce l’idea.
Ma pallido cerchia la vita un lontano orizzonte.

tamara

 

James Joyce, Episode 18, in Ulysses, 1922

ah yes I know them well who was the first person in the universe before there was anybody that made it all who ah that they dont know neither do I so there you are they might as well try to stop the sun from rising tomorrow the sun shines for you he said the day we were lying among the rhododendrons on Howth head in the grey tweed suit and his straw hat the day I got him to propose me yes first I gave him a bit of seedcake out of my mouth and it was leapyear like now yes 16 years ago my God after that long kiss I near lost my breath yes he said I was a flower of the mountain ye so we are flowers all a womans body yes that was one true thing he said in his life and the sun shines for you today yes that was why I liked him because I saw he understood or felt what a woman is and I knew I could always get round him and I gave him all the pleasure I could leading him on till he asked me to say yes and I wouldnt answer first only looked out over the sea and the sky I was thinking of so many things he didnt know […]O that awful deepdown torrent O and the sea the sea crimson sometimes like fire and the glorious sunsets and the figtrees in the Alameda gardens yes and all the queer little street and pink and blue and yellow houses and the rosegardens and the jessamine and geraniums and cactuses and Gibraltar as a girl where I was a flower of the mountains yes when I put the rose in my hair like the Andalusian girls used or shall I wear a red yes and how he kissed me under the Moorish wall and I thought well as well him as another and then I asked him with my eyes to ask again yes and then he asked me would I yes to say yes my mountain flower and first I put my arms around him yes and drew him down to me so he could feel my breast all perfume yes and his heart was going like mad yes I said yes I will Yes

I. Svevo, La coscienza di Zeno, 1923

Non so più se dopo o prima dell’affetto, nel mio animo si formò una speranza, la grande speranza di poter finire col somigliare ad Augusta ch’era la salute personificata. Durante il fidanzamento io non avevo neppur intravvista quella salute, perché tutto immerso a studiare me in primo luogo eppoi Ada e Guido. La lampada a petrolio in quel salotto non era mai arrivata ad illuminare gli scarsi capelli di Augusta. Altro che il suo rossore! Quando questo sparve con la semplicità con cui i colori dell’aurora spariscono alla luce diretta del sole, Augusta batté sicura la via per cui erano passate le sue sorelle su questa terra, quelle sorelle che possono trovare tutto nella legge e nell’ordine o che altrimenti a tutto rinunziano. Per quanto la sapessi mal fondata perché basata su di me, io amavo, io adoravo quella sicurezza. Di fronte ad essa io dovevo comportarmi almeno con la modestia che usavo quando si trattava di spiritismo. Questo poteva essere e poteva perciò esistere anche la fede nella vita. Però mi sbalordiva; da ogni sua parola, da ogni suo atto risultava che in fondo essa credeva la vita eterna. Non che la dicessi tale: si sorprese anzi che una volta io, cui gli errori ripugnavano prima che non avessi amati i suoi, avessi sentito il bisogno di ricordargliene la brevità. Macché! Essa sapeva che tutti dovevano morire, ma ciò non toglieva che oramai ch’eravamo sposati, si sarebbe rimasti insieme, insieme, insieme. Essa dunque ignorava che quando a questo mondo ci si univa, ciò avveniva per un periodo tanto breve, breve, breve, che non s’intendeva come si fosse arrivati a darsi del tu dopo di non essersi conosciuti per un tempo infinito e pronti a non rivedersi mai più per un altro infinito tempo. Compresi finalmente che cosa fosse la perfetta salute umana quando indovinai che il presente per lei era una verità tangibile in cui si poteva segregarsi e starci caldi. Cercai di esservi ammesso e tentai di soggiornarvi risoluto di non deridere me e lei, perché questo conato non poteva essere altro che la mia malattia ed io dovevo almeno guardarmi dall’infettare chi a me s’era confidato. Anche perciò, nello sforzo di proteggere lei, seppi per qualche tempo movermi come un uomo sano. Essa sapeva tutte le cose che fanno disperare, ma in mano sua queste cose cambiavano di natura. Se anche la terra girava non occorreva mica avere il mal di mare! Tutt’altro! La terra girava, ma tutte le altre cose restavano al loro posto. E queste cose immobili avevano un’importanza enorme: l’anello di matrimonio, tutte le gemme e i vestiti, il verde, il nero, quello da passeggio che andava in armadio quando si arrivava a casa e quello di sera che in nessun caso si avrebbe potuto indossare di giorno, né quando io non m’adattavo di mettermi in marsina. E le ore dei pasti erano tenute rigidamente e anche quelle del sonno. Esistevano, quelle ore, e si trovavano sempre al loro posto. Di domenica essa andava a Messa ed io ve l’accompagnai talvolta per vedere come sopportasse l’immagine del dolore e della morte. Per lei non c’era, e quella visita le infondeva serenità per tutta la settimana. Vi andava anche in certi giorni festivi ch’essa sapeva a mente. Niente di più, mentre se io fossi stato religioso mi sarei garantita la beatitudine stando in chiesa tutto il giorno. C’erano un mondo di autorità anche quaggiù che la rassicuravano. Intanto quella austriaca o italiana che provvedeva alla sicurezza sulle vie e nelle case ed io feci sempre del mio meglio per associarmi anche a quel suo rispetto. Poi v’erano i medici, quelli che avevano fatto tutti gli studii regolari per salvarci quando – Dio non voglia – ci avesse a toccare qualche malattia. Io ne usavo ogni giorno di quell’autorità: lei, invece, mai. Ma perciò io sapevo il mio atroce destino quando la malattia mortale m’avesse raggiunto, mentre lei credeva che anche allora, appoggiata solidamente lassù e quaggiù, per lei vi sarebbe stata la salvezza. Io sto analizzando la sua salute, ma non ci riesco perché m’accorgo che, analizzandola, la converto in malattia. E, scrivendone, comincio a dubitare se quella salute non avesse avuto bisogno di cura o d’istruzione per guarire. Ma vivendole accanto per tanti anni, mai ebbi tale dubbio.

Felice Casorati, Notturno, 1912-13

E. Montale, Falsetto [1924], da Ossi di seppia, 1925

Esterina, i vent’anni ti minacciano,
grigiorosea nube
che a poco a poco in sé ti chiude.
Ciò intendi e non paventi.
Sommersa ti vedremo
nella fumea che il vento
lacera o addensa, violento.
Poi dal flotto di cenere uscirai
adusta più che mai,
proteso a un’avventura più lontana
l’intento viso che assembra l’arciera Diana.

Salgono i venti autunni,
t’avviluppano andate primavere;
ecco per te rintocca
un presagio nell’elisie sfere.
Un suono non ti renda
qual d’incrinata brocca percossa!;
io prego sia
per te concerto ineffabile
di sonagliere.

La dubbia dimane non t’impaura.
Leggiadra ti distendi
sullo scoglio lucente di sale
e al sole bruci le membra.
Ricordi la lucertola
ferma sul masso brullo;
te insidia giovinezza,
quella il lacciòlo d’erba del fanciullo.
L’acqua è la forza che ti tempra,
nell’acqua ti ritrovi e ti rinnovi:
noi ti pensiamo come un’alga, un ciottolo,
come un’equorea creatura
che la salsedine non intacca
ma torna al lito piú pura.

Hai ben ragione tu! Non turbare
di ubbie il sorridente presente.
La tua gaiezza impegna già il futuro
ed un crollar di spalle
dirocca i fortilizi
del tuo domani oscuro.
T’alzi e t’avanzi sul ponticello
esiguo, sopra il gorgo che stride:
il tuo profìlo s’incide
contro uno sfondo di perla.
Esiti a sommo del tremulo asse,
poi ridi, e come spiccata da un vento
t’abbatti fra le braccia
del tuo divino amico che t’afferra.

Ti guardiamo noi, della razza
di chi rimane a terra.

Paul Delvaux, Donna allo specchio, 1936, olio su tela, cm 71×92,5

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