Don Chisciotte

Tano Festa, Don Chisciotte

La trama del D. C. raccontata dallo scrittore spagnolo Francisco Ayala:
“In un luogo della Mancia, ossia in un paese qualsiasi del centro della Spagna, un hidalgo di modesta condizione, leggendo libri su fantastici cavalieri erranti [tipici della letteratura cavalleresca italiana e spagnola], perde la nozione della realtà e decidere di mettersi ad imitare le loro nobili imprese idealistiche. Armato di vecchie armi e avendo adottato il nome di Don Chisciotte, compie la sua prima uscita in cerca di avventure, in sella al suo cavallo Ronzinante [di fatto è un ronzino, in misere condizioni]; presto tornerà indietro malconcio, per uscire una seconda volta accompagnato ora da un contadino suo vicino, Sancho Panza, in veste di scudiero. Le batoste si succedono, Don Chisciotte ha preso per giganti dei mulini a vento, si scaglia contro di essi e subisce le conseguenze del suo errore, che tuttavia si rifiuterà sempre di ammettere. Le successive peripezie, provocate dalla sua follia, ci permetteranno di visitare in una ricca gamma, svariati ceti della società spagnola del 1600, dagli umili ai letterati, dando luogo a che nel frattempo si assista all’evolversi di un rapporto umano pieno delle più delicate sfumature fra il cavaliere e il suo scudiero, il quale senza avere pregiudizi verso gli spropositi del suo padrone e in parte sedotto e travolto da essi, nutre nei confronti del cavaliere una costante lealtà e un profondo affetto. Dopo svariati episodi sia divertenti, sia patetici, sul cui filo vengono introdotte altre storie romanzesche, gli amici dell’hidalgo di campagna, ora trasformatosi in cavaliere errante, hanno ordito una farsa e approfittano della sua follia per ricondurlo, mediante un inganno, a casa, dove viene assistito dai suoi familiari e dove tutti si danno da fare per curarlo dalla sua mania cavalleresca. Tuttavia, nonostante gli espedienti messi in moto per dissuaderlo, Don Chisciotte compirà una terza avventura con Sancho, dirigendosi alla ricerca dell’immaginaria dama del suo cuore, Dulcinea. Con ciò inizierà una nuova serie di peripezie molto diverse e sempre sorprendenti. Spiccano quelle che hanno luogo durante la permanenza del nostro preteso cavaliere nel palazzo di certi nobili. Infine un vicino dell’hidalgo di campagna, arrivato mascherato da cavaliere errante, per assecondarne la follia, lo sfida, lo vince e gli impone come condizione di abbandonare per un anno l’esercizio delle armi; don Chisciotte e Sancho dovranno così tornare al loro paese, dove l’hidalgo si ammala e, recuperato il giudizio, muore in mezzo alla costernazione generale.


[Cervantes] Darà a questo mondo fantastico del passato consistenza di persona viva, corpo, e lo chiamerà Don Quijote, e gli porrà in mente e gli darà per anima tutte quelle fole e lo porrà in contrasto, in urto continuo e doloroso col presente. Doloroso, perché il poeta sentirà viva e vera entro di sé questa sua creatura e soffrirà con essa dei contrasti e degli urti. A chi cerca contatti e somiglianze fra l’Ariosto e il Cervantes, basterà semplicemente por bene in chiaro in due parole le condizioni in cui fin da principio il Cervantes ha messo il suo eroe e quelle in cui si è messo Ariosto. […] Altro è abbattersi a un castello finto, che si lascia a un tratto sciogliere in fumo, altro a un molino a vento vero, che non si lascia atterrare come un gigante immaginario. […] La paga lui, ohimè. E noi ridiamo. Ma il riso che qua scoppia per quest’urto con la realtà è ben diverso di quello che nasce là per l’accordo che il poeta cerca con quel mondo fantastico per mezzo dell’ironia, che nega appunto la realtà di quel mondo. L’uno è il riso dell’ironia, l’altro è il riso dell’umorismo. Allorché Orlando urta anche lui contro la realtà e smarrisce del tutto il senno, getta via le armi, si smaschera, si spoglia di ogni apparato leggendario, e precipita, uomo nudo, nella realtà. […] Don Quijote è matto anche lui; ma è un matto che non si spoglia; è un matto anzi che si veste, si maschera di quell’apparato leggendario […]. Quella nudità e quella mascheratura sono i segni più manifesti della loro follia. Quella, nella sua tragicità, ha del comico; questa ha del tragico nella sua comicità.
Luigi Pirandello, L’umorismo [1908], da Saggi, poesie, scritti vari (a cura di M. Lo Vecchio Musti), Milano, Mondadori, 1960

 

El Ingenioso Hidalgo Don Quijote de la Mancha in lingua originale: il primo capitolo. CLICCA QUI.

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Da Poesie d’amore, di Nazim Hikmet (Mondadori)
Nazim Hikmet (1902-1963), poeta turco, nel 1938 fu condannato a 28 anni di prigione per la sua attività antinazista e antifranchista. Nel 1950 fu scarcerato grazie a una petizione firmata da Sartre, Picasso e altri artisti e intellettuali. Uomo di grande impegno sociale, è ricordato soprattutto per le sue poesie d’amore.

DON CHISCIOTTE

Il cavaliere dell’eterna gioventù
seguì, verso la cinquantina,
la legge che batteva nel suo cuore.
Partì un bel mattino di luglio
per conquistare, il bello, il vero, il giusto.
Davanti a lui c’era il mondo
con i suoi giganti assurdi e abbietti
sotto di lui Ronzinante
triste ed eroico.
Lo so quando si è presi da questa passione
e il cuore ha un peso rispettabile
non c’è niente da fare, Don Chisciotte,
niente da fare
è necessario battersi
contro i mulini a vento.

Hai ragione tu, Dulcinea
è la donna più bella del mondo
certo
bisognava gridarlo in faccia
ai bottegai
certo
dovevano buttartisi addosso
e coprirti di botte
ma tu sei il cavaliere invincibile degli assetati
tu continuerai a vivere come una fiamma
nel tuo pesante guscio di ferro
e Dulcinea
sarà ogni giorno più bella.

Francesco Guccini, Don Chisciotte

Caffè Letterario: Antonio Tabucchi presenta  Don Chisciotte.

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Savater, “Leggete Don Quixote. È il primo romanzo europeo”
“Propone un ideale che va al di là dell’interesse personale” “La sua mancanza del senso della realtà è solo apparente”
intervista di Mario BaudinoDon Chisciotte gioca con noi, mentre tutti i personaggi del gran libro, almeno in apparenza, si prendono gioco di lui. Nel capolavoro di Cervantes, il primo romanzo moderno, ci sono le tracce della nostra modernità ancora a venire, della tradizione che ci portiamo sulle spalle e persino certe battute diventate proverbiali, come quella generalmente attribuita a D’Alema («capotavola è dove mi siedo io»): è pronunciata, forse per la prima volta al mondo, in una storia che racconta a tavola Sancio Panza, attribuendola a un ricco signore del suo villaggio natio.
Tra l’arida Mancia, Toledo, Barcellona e poco altro, in una manciata di chilometri l’hidalgo spalanca un mondo fantastico e incommensurabile che sprofonda in caverne e si inerpica in castelli, vola sui cavalli alati e s’infogna tra i malandrini, corre le selve e incontra frotte di pazzi, di savi, di cinici e soprattutto di giovani che muoiono d’amore. Don Chisciotte non è solo il cavaliere dalla Triste Figura, lo sventato dei mulini a vento: sa benissimo di essere un personaggio romanzesco. Anzi, sa di vivere in un mondo dove tutto è assolutamente falso e assolutamente vero.
Fernando Savater, il filosofo spagnolo dell’Etica per un figlio, ha scritto vent’anni fa un saggio dal titolo provocatorio e forse paradossale: Istruzioni per dimenticare Don Chisciotte, dove sosteneva come in fondo il personaggio letterario, «ultimo eroe e primo antieroe», ha qualcosa a che vedere col mondo religioso. C’è nella sua natura la richiesta di essere trasceso, diventare altro.
In che senso, professor Savater?
«Nel senso che è scappato dal romanzo, molto più complesso rispetto alla nostra idea del suo protagonista. E credo anche non molto letto, almeno oggi, mentre tutti hanno un’immagine di Don Chisciotte e ritengono quindi di conoscerlo. In quel saggio mi premeva sottolineare anche altro. Per esempio, un’ambiguità possibile, generata proprio dal mito».
Un effetto storico?
«Sì. Riflettevo sull’interpretazione che ne dette Thomas Mann, quando vedeva nell’idea donchisciottesca della perenne buona fede imposta però, almeno soggettivamente, con la forza delle armi, una prefigurazione di quanto era accaduto in Germania».
Insomma, del totalitarismo?
«Per questo il mio titolo era comunque paradossale. Potremmo definire Don Chisciotte un “pazzo dell’ideale”, che però viene sistematicamente sconfitto dal mondo. Per molti aspetti è un reazionario, ma non conosce il principio di necessità, si oppone istintivamente al mondo com’è».
Tutti nel romanzo lo ritengono pazzo, anzi, mezzo savio e mezzo pazzo. E proprio in questo diventa immensamente popolare.
«Perché la sua è una rivendicazione di libertà, che sembra folle ma forse non lo è. Libertà è non accettare l’inaccettabile ma anche quel che è ritenuto necessario, l’evidenza, tutto ciò cui nella nostra vita ci sottomettiamo con una sorta di rassegnazione. Lui rifiuta il principio di realtà».
Consapevolmente?
«Se ne può discutere. In Cervantes sembra che Don Chisciotte non si renda conto della realtà se non alla vigilia della morte. Però a leggere con attenzione si può ricavare invece che questa consapevolezza emerge abbastanza spesso, durante le sue avventure. Personalmente non prenderei posizione».
Perché leggere Don Chisciotte, oggi?
«Perché è un grande romanzo europeo. Non dimentichiamo che ci narra di un ideale in grado di andare oltre gli interessi personali. Potremo dire un ideale d’Europa».
Che non sembra quello delle burocrazie di Bruxelles.
«Non credo proprio che approverebbe i meccanismi di ripartizione dei migranti, le barriere, i muri. Lui è aperto a tutti, libera persino i carcerati… anche se finisce col prendersi una gragnola di botte proprio dai suoi (supposti) beneficiati».
Quanto a questo ha atteggiamenti di grande comprensione con un conoscente ebreo, vittima della cacciata dalla Spagna.
«Cervantes non era certo per la purezza del sangue. Aveva vissuto intensamente, aveva combattuto a Lepanto, era stato prigioniero in Oriente. Aveva una visione della società molto più complessa di quella dominante nella Spagna di Filippo II».
Grazie alla quale ha creato il romanzo moderno. Però non ha fondato una tradizione, non in Spagna. Il romanzo moderno si è sviluppato ed è cresciuto in Inghilterra.
«Diciamo che in Spagna questo romanzo non c’è. Non sono uno storico, ma direi che il problema è il ritardo nella formazione di una classe media nel nostro Paese, quella cui parla appunto il romanzo moderno, coi suoi amori, matrimoni, adulteri. Don Chisciotte è un romanzo d’avventura, satirico, umoristico, forse non va in quella direzione. È tutto epica. Forse per questo è così vivo».

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F. O., Così il cavaliere errante ispirò una commedia di Shakespeare, “La Stampa”,  15 marzo 2016

Anche i più refrattari ai fasti degli anniversari non possono restare indifferenti: quest’anno si celebrano i 4 secoli dalla morte di Miguel de Cervantes e William Shakespeare. Una coincidenza che fa nascere, va da sé, paralleli e confronti tra i due più grandi autori dell’epoca, e forse di tutte le epoche. La ricchissima agenda degli omaggi ai due scrittori si incrociano almeno in due casi: un libro, Lunatici, amanti e poeti, e un convegno previsto dal 3 al 6 maggio a Valladolid, la città dove la corte spagnola si trasferì nel 1601. Nel volume, che sarà presentato in giro per il mondo, si parte il 7 aprile alla Biblioteca Nazionale di Madrid, sei autori di lingua inglese (tra cui Salman Rushdie e Rhidian Brook) e sei ispanici (Marcos Giralt Torrente, Juan Gabriel Vásquez) hanno scritto dei racconti lasciandosi ispirare dai due grandi.
Il parallelo tra Shakespeare e Cervantes è alimentato anche da una coincidenza, che in realtà è una leggenda, frutto di un equivoco del calendario: i due sarebbero morti esattamente lo stesso giorno, a poche ore di distanza. L’uno a Stratford-upon-Avon, l’altro nel barrio de Letras di Madrid. Ángel-LuisPujante, professore dell’università di Murcia e massimo studioso spagnolo di Shakespeare, precisa: «Cervantes fu sepolto il 23 aprile del 1616, ma morì il giorno prima. Shakespeare è morto il 23 aprile, ma questa era la data del calendario giuliano, allora ancora in vigore in Inghilterra. Se calcoliamo con quello gregoriano, risulta che lo scrittore inglese è spirato il 3 maggio, undici giorni dopo il collega spagnolo».
Al di là degli aspetti biografici, il rapporto tra i due, puramente letterario, fu unilaterale. Shakespeare conobbe l’opera di Cervantes, ma non il contrario. «La prima parte del Chisciotte fu tradotta in inglese nel 1612. Mentre Shakespeare arrivò nell’Europa continentale solo nel XVIII secolo».
Secondo Pujante non è preciso parlare di influenza, «piuttosto Cervantes fu una fonte per l’autore inglese: la storia di Cardenio, narrata nella prima parte del Chisciotte, fu utilizzata da Shakespeare, con la collaborazione di John Fletcher, per scrivere The History of Cardenio, rappresentata a Londra nel 1613 e oggi purtroppo scomparsa». Una cosa simile a quanto avvenne per le storie italiane dalle quali fu tratto, tra gli altri, Otello, «senza poter dire che Giambattista Giraldi (Cinzio) esercitò una vera e propria influenza». Il successo inglese di Cervantes fu grandioso sin dalla prima traduzione, «e lo scrittore ne fu cosciente».
Un dato chiarisce la proporzione: nella Gran Bretagna, fino al XIX secolo, si contano 156 traduzioni, contro le 17 in lingua italiana e le 25 in tedesco. «Nei primi due secoli il successo si deve al carattere comico dell’opera – prosegue Pujante – e gli effetti si vedono nelle opere di Fielding e Sterne. Poi, però, la critica del romanticismo, soprattutto quella tedesca, cambia questa visione e crea il mito moderno del Chisciotte, elevandolo al livello delle opere di Shakespeare». Qui nasce il mito, «l’eroe moderno, il personaggio che simbolizza la lotta tra reale e ideale». Oggi il punto di vista è ancora diverso, «si tende a recuperare l’aspetto comico e tutto sommato mi sembra un orientamento corretto».

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Francesco Olivo, I segreti di Cervantes
Per i quattrocento anni dalla morte si moltiplicano in Spagna le celebrazioni di uno dei più moderni tra gli autori antichi la cui biografia è ancora avvolta dal misteroNeanche l’estrema unzione aveva fermato la mania di scrivere: «Il tempo è poco e le ansie crescono, in tutto ciò mi resta il desiderio di vivere». Miguel de Cervantes morì poche ore dopo aver lasciato queste parole e quattrocento anni dopo la Spagna, finalmente, lo celebra. Nel 1916, quando tutto era pronto, la guerra mondiale, la cui eco arrivò anche lontano dalle trincee, impedì ogni fasto e il conte di Romanones dovette rinviare sine die i grandiosi progetti. Stavolta, invece, l’agenda è fitta. Centinaia di eventi, conferenze, lezioni ed esposizioni in tutto il mondo, Italia compresa, eppure resta una domanda di fondo, chi era davvero Cervantes?
Il nodo sembra banale eppure è irrisolto. Il Chisciotte è universale, è il libro più tradotto della storia dopo la Bibbia, il suo autore ha una biografia avventurosa, ma incerta, poco solida storicamente e molto ignorata da milioni di suoi lettori. Per togliersi qualche dubbio, e magari farsene venire altri, la Biblioteca Nazionale di Spagna ha allestito Miguel de Cervantes, dalla vita al mitola mostra centrale di questo anno di celebrazioni, inaugurata dieci giorni fa da re Filippo VI, con la regina Letizia, aperta fino al 22 maggio.
Grafomane
Lo scopo dichiarato è proprio quello di raccontare l’uomo Cervantes, tralasciando, giusto il tempo di tre sale, i suoi eterni personaggi. L’esposizione raccoglie e riordina per la prima volta le scarne prove storiografiche della biografia dell’autore del Chisciotte. I paradossi che emergono sono tanti e affascinanti: di un grafomane come Cervantes sono rimasti soltanto undici autografi, peraltro di contenuto burocratico, più che letterario, vista la sua attività di esattore delle tasse nella Spagna meridionale. Curioso che in un’epoca, come il Siglo de oro, ossessionata per la parola scritta, nessuno si sia preso la briga di conservare qualche manoscritto, o qualche biglietto. Di un grande contemporaneo, e vicino di casa del «barrio de Letras», come Lope de Vega, abbiamo un epistolario completo, ma di Cervantes praticamente niente.
Recluta a Lepanto
Gli undici documenti, datati dal 1582 al 1598, sono in ogni caso interessanti, soprattutto la lettera inviata ad Antonio de Eraso, segretario del Consiglio delle Indie, con la richiesta esplicita di ottenere un posto vacante nel Nuovo Mondo. Ovvio che una tale penuria di autografi di un artista poi divenuto così celebre, abbia provocato l’emergere di molti falsi, quattro dei quali sono stati smascherati nell’Ottocento.
La mitizzazione della biografia di Cervantes è un fenomeno antico, anche gli episodi veri, come la partecipazione alla battaglia di Lepanto, sono stati notevolmente alterati, «per anni si è fatto credere che la vittoria di Lepanto fosse merito della forza del braccio di Miguel – spiega José Manuel Lucía Megías, presidente dell’Associazione dei Cervantisti e curatore della mostra della Biblioteca reale -. In realtà era un soldato come tanti, una recluta, arruolatosi nell’esercito spagnolo a Napoli da soli tre mesi». Anche la data di nascita è stato un elemento oscuro per oltre un secolo, poi nel 1752 nella chiesa di Santa Maria Maggiore di Alcalá de Henares, alle porte di Madrid, fu trovato il certificato di battesimo, presente in questa esposizione, insieme a quello di morte della parrocchia madrilena di San Sebastián.
Il volto sconosciuto
Altra ossessione dei posteri di Cervantes fu la sua immagine. Quello che conosciamo tutti è il vero volto dello scrittore? Non è affatto certo. Un’opera, presente nella mostra di Madrid, potrebbe sciogliere il giallo. L’attribuire il ritratto a Juan de Jáuregui, pittore contemporaneo di Cervantes, vorrebbe dire che Cervantes era già famoso in vita, tanto da meritarsi un omaggio simile. Ma l’autenticità dell’olio è oggetto di dibattito, molti, infatti, lo giudicano un falso del XIX secolo. La Spagna sta celebrando come si deve il suo artista più illustre? In molti credono di no. Domenica scorsa, sulle colonne del settimanale XL, lo scrittore Arturo Pérez-Reverte, padre di Alatriste, attaccava il governo di Mariano Rajoy: «Siamo davanti a un programma di attività scollegate una dall’altra, aggiungendo all’ultimo momento tutto quello che capitava per ingrandire un evento che fino a poco fa nessuno aveva seguito». Problemi di agenda? «Che quest’anno fosse l’anniversario si sapeva da molto, per l’esattezza quattro secoli».

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