Il battello ebbro

Le bateau ivre. Lettura di J. L. Tintignant: CLICCA QUI. Lettura di Laurent Terzief: CLICCA QUI.

Appena presi a scendere lungo i Fiumi impassibili,
Mi accorsi che i bardotti non mi guidavan più:
Ignudi ed inchiodati ai pali variopinti,
I Pellirosse striduli li avevan bersagliati.

Non mi curavo più di avere un equipaggio,
Col mio grano fiammingo, col mio cotone inglese.
Quando assieme ai bardotti si spensero i clamori,
I Fiumi mi lasciarono scender liberamente.

Dentro lo sciabordare aspro delle maree,
L’altro inverno, più sordo di una mente infantile,
Io corsi! E le Penisole strappate dagli ormeggi
Non subirono mai sconquasso più trionfante.

La tempesta ha sorriso ai miei risvegli in mare.
Più lieve di un turacciolo ho danzato sui flutti
Che eternamente spingono i corpi delle vittime.
Dieci notti, e irridevo l’occhio insulso dei fari!

Più dolce che ai fanciulli qualche acida polpa,
L’acqua verde filtrò nel mio scafo di abete
E dalle macchie rosse di vomito e di vino
Mi lavò, disperdendo il timone e i ramponi.

Da allora sono immerso nel Poema del Mare
Che, lattescente e invaso dalla luce degli astri,
Morde l’acqua turchese, dentro cui, fluttuando,
Scende estatico un morto pensoso e illividito;

Dove, tingendo a un tratto l’azzurrità, deliri
E ritmi prolungati nel giorno rutilante,
Più stordenti dell’alcol, più vasti delle lire,
Fermentano i rossori amari dell’amore!

Io so i cieli che scoppiano in lampi, e so le trombe,
Le correnti e i riflussi: io so la sera, e l’Alba
Che si esalta nel cielo come colombe a stormo;
E qualche volta ho visto quel che l’uomo ha sognato!

Ho visto il sole basso, fosco di orrori mistici,
Che illuminava lunghi coaguli violacei,
Somiglianti ad attori di antichi drammi, i flutti
Che fluivano al tremito di persiane, lontano!

Sognai la notte verde dalle nevi abbagliate,
Bacio che sale lento agli occhi degli Oceani,
E la circolazione delle linfe inaudite,
E, giallo e blu, il destarsi dei fosfori canori!

Ho seguito, per mesi, i marosi che assaltano
Gli scogli, come mandrie di isterici bovini,
Stupito che i lucenti piedi delle Marie
Potessero forzare i musi degli Oceani!

Ho cozzato in Floride incredibili: fiori
Sbocciavano fra gli occhi di pantere con pelli
D’uomo! In arcobaleni come redini tesi
A glauche mandrie sotto l’orizzonte dei mari!

Ho visto fermentare gli stagni enormi, nasse
Dove frammezzo ai giunchi marcisce un Leviatano!
Frane d’acqua scuotevano le immobili bonacce,
Cateratte lontane crollavano nei baratri!

Ghiacciai, soli d’argento, flutti madreperlacei,
Cieli ardenti! Incagliavo in fondo a golfi bruni
Dove immensi serpenti mangiati dalle cimici
Cadon, da piante torte, con oscuri profumi!

Ai bimbi avrei voluto mostrare le dorate
Dell’onda cupa e azzurra, o quei pesci canori.
– Schiune di fiori, mentre salpavo, m’han cullato,
E talvolta ineffabili venti m’han dato l’ali.

Martire affaticato dai poli e dalle zone,
Il mare che piangendo mi addolciva il rullio
Faceva salir fiori d’ombra, gialle ventose,
Ed io restavo, simile a una donna in ginocchio,

Quasi isola, scuotendo sui miei bordi i litigi
E lo sterco di uccelli dagli occhi bioni, e urlanti.
Vogavo ed attraverso i miei legami fragili
Gli affogati a ritroso scendevano a dormire!

Io, battello perduto nei crini delle cale,
Spinto dall’uragano nell’etra senza uccelli,
Né i velieri anseatici, né i Monitori avrebbero
Ripescato il mio scafo ubriacato d’acqua;

Libero, fumigante, di brume viole carico,
Io che foravo il cielo rossastro come un muro
Che porti, leccornie per i buoni poeti,
Dei licheni di sole e dei mocci d’azzurro;

Io che andavo chiazzato dalle lunule elettriche,
Folle trave, scortato dagli ippocampi neri,
Quando il luglio faceva crollare a scudisciate
I cieli ultramarini dai vortici infuocati;

Io che tremavo udendo gemere a cento leghe
I Behemot in foia e i densi Maèlstrom,
Filando eternamente sulle acque azzurre e immobili,
Io rimpiango l’Europa dai parapetti antichi!

Ho visto gli arcipelaghi siderei e delle isole
Dai cieli deliranti aperti al vogatore:
– È in queste notti immense che tu dormi e t’esili
Stuolo d’uccelli d’oro, o Vigore futuro?

Ma basta, ho pianto troppo! Le Albe sono strazianti.
Ogni luna mi è atroce ed ogni sole amaro:
L’acre amore mi gonfia di stordenti torpori.
Oh, la mia chiglia scoppi! Ch’io vada in fondo al mare!

Se desidero un’acqua d’Europa, è la pozzanghera
Nera e gelida, quando, nell’ora del crepuscolo,
Un bimbo malinconico abbandona, in ginocchio,
Un battello leggero come farfalla a maggio.

Non posso più, bagnato da quei languori, onde,
Filare nella scia di chi porta cotone,
Né fendere l’orgoglio dei pavesi e dei labari,
Né vogar sotto gli occhi orrendi dei pontoni.

Traduzione di Ivos Margoni, Feltrinelli, 2004

Il battello ebbro

Poiché discendevo i Fiumi impassibili,
mi sentii non più guidato dai bardotti:
Pellirossa urlanti li avevan presi per bersaglio
e inchiodati nudi a pali variopinti

Ero indifferente a tutti gli equipaggi,
portatore di grano fiammingo e cotone inglese.
Quando coi miei bardotti finirono i clamori,
i Fiumi mi lasciarono discendere dove volevo.

Nei furiosi sciabordii delle maree
l’altro inverno, più sordo d’un cervello di fanciullo
ho corso! E le Penisole salpate
non subirono mai caos così trionfanti.

La tempesta ha benedetto i miei marittimi risvegli.
Più leggero d’un sughero ho danzato tra i flutti
che si dicono eterni involucri delle vittime,
per dieci notti, senza rimpiangere l’occhio insulso dei fari!

Più dolce che ai fanciulli la polpa delle mele mature,
l’acqua verde penetrò il mio scafo d’abete
e dalle macchie di vini azzurrastri e di vomito
mi lavò, disperdendo àncora e timone.

E da allora mi sono immerso nel Poema
del Mare, infuso d’astri, e lattescente,
divorando i verdiazzurri dove, flottaglia
pallida e rapida, un pensoso annegato talvolta discende;

dove, tingendo di colpo l’azzurrità, deliri
e lenti ritmi sotto il giorno rutilante,
più forti dell’alcol, più vasti delle nostre lire,
fermentano gli amari rossori dell’amore!

Conosco i cieli che esplodono in lampi, e le trombe
e le risacche e le correnti: conosco la sera
e l’Alba esaltata come uno stormo di colombe,
e talvolta ho visto ciò che l’uomo crede di vedere!

Ho visto il sole basso, macchiato di mistici orrori,
illuminare lunghi filamenti di viola,
che parevano attori in antichi drammi,
i flutti scroscianti in lontananza i loro tremiti di persiane!

Ho sognato la verde notte delle nevi abbagliate,
bacio che sale lento agli occhi dei mari,
la circolazione di linfe inaudite,
e il giallo risveglio e il blu dei fosfori cantori!

Ho visto fermentare enormi stagni, reti
dove marcisce tra i giunchi un Leviatano!
Crolli d’acque in mezzo alle bonacce
e in lontananza, cateratte verso il baratro!

Ghiacciai, soli d’argento, flutti di madreperla, cieli di brace!
E orrende secche al fondo di golfi bruni
dove serpi giganti divorati da cimici
cadono, da alberi tortuosi, con neri profumi! 

Quasi fossi un’isola, sballottando sui miei bordi litigi
e sterco d’uccelli, urlatori dagli occhi biondi.
E vogavo, attraverso i miei fragili legami
gli annegati scendevano controcorrente a dormire!

Io, perduto battello sotto i capelli delle anse,
scagliato dall’uragano nell’etere senza uccelli,
io, di cui né Monitori né velieri Anseatici
avrebbero potuto mai ripescare l’ebbra carcassa d’acqua;

libero, fumante, cinto di brune violette,
io che foravo il cielo rosseggiante come un muro
che porta, squisita confettura per buoni poeti,
i licheni del sole e i moccoli d’azzurro;

io che correvo, macchiato da lunule elettriche,
legno folle, scortato da neri ippocampi,
quando luglio faceva crollare a frustate
i cieli oltremarini dai vortici infuocati;

io che tremavo udendo gemere a cinquanta leghe
la foia dei Behemots e i densi Malestrom,
filando eterno tra le blu immobilità,
io rimpiango l’Europa dai balconi antichi!

Ho veduto siderali arcipelaghi! ed isole
i cui deliranti cieli sono aperti al vogatore:
– È in queste notti senza fondo che tu dormi e ti esìli,
milione d’uccelli d’oro, o futuro Vigore?

Ma è vero, ho pianto troppo! Le Albe sono strazianti.
Ogni luna è atroce ed ogni sole amaro:
l’acre amore m’ha gonfiato di stordenti torpori.
Oh, che esploda la mia chiglia! Che io vada a infrangermi nel mare!

Se desidero un’acqua d’Europa, è la pozzanghera
nera e fredda dove verso il crepuscolo odoroso
un fanciullo inginocchiato e pieno di tristezza, lascia
un fragile battello come una farfalla di maggio.

Non ne posso più, bagnato dai vostri languori, o onde,
di filare nelle scia dei portatori di cotone,
né di fendere l’orgoglio di bandiere e fuochi,
e di nuotare sotto gli orrendi occhi dei pontoni.

Traduzione di Dario Bellezza, Milano, Mondadori, 1989

1865-bateau-ivre

Il battello ebbro

Mentre discendevo Fiumi impassibili,
non mi sentii più guidato dai trainanti:
Pellerossa urlanti li avevano presi a bersaglio
e inchiodati nudi ai pali variopinti.

Ero indifferente all’equipaggio,
importatore di grano fiammingo o di cotone inglese,
quando sui miei trainanti finì il clamore
i Fiumi m’han lasciato andare dove volevo.

Nei furiosi risciacqui delle maree,
io, lo scorso inverno, più sordo d’un cervello infante,
io corsi! E le Penisole senza ormeggi
non han mai subito caos più tionfanti.

La tempesta ha benedetto i miei risvegli in mare,
più leggero di un sughero ho danzato sui flutti
che son chiamati eterni volgitori di vittime,
dieci notti, senza degnar l’occhio stupido dei fari!

Più dolce che al bimbo la polpa di mele acerbe,
l’acqua verde penetrò il mio guscio di abete
e mi lavò dalle macchie blu di vomito e di vino
disperdendo l’ancora e il timone.

E da allora mi son bagnato nel Poema del Mare,
inzuppato d’astri, e lattescente,
divorando gli azzurro-verdi; ove, relitto pallido
e rapito, a volte scende pensoso un annegato;

ove, tingendo d’un colpo le bluità, deliri
e ritmi lenti nel giorno rutilante,
forti più dell’alcol, più potenti delle nostre lire,
fermentano i rossori aspri dell’amore!

So i cieli che si spaccano nei lampi, e le trombe
le risacche e le correnti; io so la sera,
l’Alba esaltata come una fuga di colombi,
e ho visto a volte quel che l’uomo ha creduto di vedere!

Ho visto il sole basso, macchiato di mistici orrori,
illuminare a lungo d’una luce viola rappresa,
e simili ad attori di antichissimi drammi
i flutti volger lontano i loro fremiti di persiane!

Io ho sognato la notte verde dalle nevi abbagliate,
bacio che sale lento agli occhi del mare,
la circolazione di linfe inaudite,
il risveglio giallo e blù dei fosfori canori!

Ho seguito, per molti mesi, simile a mandrie
isteriche, l’onda all’assalto delle scogliere,
senza immaginare che le Marie dai piedi lucenti
potessero rompere il muso degli Oceani potenti!

Ho urtato, sapete, incredibili Floride
che mescolano ai fiori occhi di pantere
dalla pelle umana! Arcobaleni tesi come briglia,
sotto l’orizzonte del mare, su mandrie azzurre!

Ho visto fermentare paludi enormi, reti
ove imputridisce tra i giunchi un Leviatano!
Scrosci d’acqua in mezzo alle bonacce,
e lontani crolli, cataratte negli abissi.

Ghiacciai, soli d’argento, onde madreperla, cieli di fuoco!
secche schifose in fondo a golfi bruni
ove i serpenti giganti divorati dalle cimici
cadono, da alberi torti, con neri profumi!

Io avrei voluto mostrare ai bimbi quelle orate
dell’onda blu, quei pesci d’oro, pesci cantanti.
– Schiume fiorite han cullato le mie uscite di rada
e venti ineffabili m’han dato ali un istante.

A volte, stanco martire dei poli e delle zone,
il mare il cui singhiozzo era il mio dolce rollio
alzava verso di me i suoi fiori d’ombra dalle gialle ventose
ed io restavo, come una donna inginocchiata…

Quasi isola, scuotendo dei miei bordi le querelle
e gli escrementi di uccelli casinari dagli occhi biondi,
io vogavo, tra le mie fragili corde
annegati scendevano a dormire, indietreggiando!

Ora io, battello perduto sotto le chiome delle anse,
gettato dall’uragano contro il cielo senza uccelli,
io, di cui i Monitori e i velieri Anseatici
non avrebbero ripescato la carcassa ebbra d’acqua;

libero, fumante, coperto di nebbie viola,
io che foravo il cielo rosseggiante come un muro
che rechi, leccornia squisita ai buoni poeti,
licheni del sole e muchi celesti,

che correvo, colpito da lùnule elettriche,
folle plancia, scortato da neri ippocampi,
quando i lugli facevan crollare a colpi di randello
i cieli ultramarini nei vulcani ardenti;

io che tremavo, udendo gemere a cinquanta leghe
le smanie dei Behemot e i grossi Maelstrom,
in eterno filando le azzurre immobilità,
io rimpiango l’Europa degli antichi parapetti!

Io ho visto gli arcipelaghi siderali! e delle isole
i cui cieli deliranti sono aperti al vogatore:
– In queste notti immense tu dormi e in esilio te ne vai,
milione d’uccelli d’oro, o futuro Vigore? –

Ma, è vero, ho pianto troppo! Le Albe sono desolanti.
Ogni luna è atroce e ogni sole amaro:
l’amore acre m’ha enfiato di ebbro torpore.
Che esploda la mia chiglia! che io vada in mare!

Se io desidero un’acqua d’Europa, è la pozza
nera e fredda ove verso il crepuscolo profumato
un bambino curvo lascia pieno di tristezza
una barchetta fragile come farfalla di maggio.

Io non posso più, onde, bagnato dai vostri languori,
tener la scia degli importatori di cotone,
né attraversare l’orgoglio dei vessilli e delle fiamme,
o nuotare sotto gli occhi orribili dei pontoni.

Traduzione di Davide Rondoni, Guaraldi, 2005

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Il battello ebbro

Come io discesi per dei fiumi impassibili
io non mi sentii più guidato dalle alzaie
dei pellirossa chiassosi li avevano presi a bersaglio
avendoli inchiodati nudi ai pali di colore.

Io ero noncurante di tutti gli equipaggi
portatore di grani fiamminghi o di cotoni inglesi.
Quando con le mie alzaie hanno cessato quei rumori
i Fiumi mi hanno lasciato discendere dov’io volevo.

Nei gorgogli furiosi delle maree,
Io, l’altro inverno, più sordo dei testardi fanciulli
Io corsi! E le penisole disormeggiate
non hanno subito caos più trionfanti.

La tempesta ha benedetto le mie veglie marine.
Più leggero d’un turacciolo io ho danzato sui flutti
che richiamano carrettieri eterni di vittime
dieci notti senza rimpiangere l’occhio balordo dei lampioni.

Più dolce che ai fanciulli la polpa delle mele acerbe
l’acqua verde penetrò la mia scorza di abete
e delle macchie di vino bleu e di vomiture
mi lavò disperdendo timone e ancorotto,

E da allora io mi sono bagnato nel Poema
del Mare, infuso d’astri e lattescente,
divorando gli azzurri-verdi: dove, ondeggiamento pallido
e rapito, un perduto pensiero talvolta discende.

Traduzione di Rocco Scotellaro, 1943 (vv.1-24. Non completata)

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Sulle traduzioni italiane del Battello ebbro: CLICCA QUI.

C. E. Gadda, I viaggi, la morte. Da Da Le voyage di Charles Baudelaire a Bateau ivre di Arthur Rimbaud. Il saggio fu  pubblicato sulla rivista “Solaria” nel 1927.

Bateau ivre  […] segue nel complesso lo schema di una ricapitolazione autobiografica. Catarsi non è la morte fisica, invocata come società esercente la più bella linea di navigazione – sì il riconoscimento della propria stanchezza e nullità morale dentro i termini d’una sopravvivenza fisiologica. In ciò sembra raggiunto il fondo più cupo dell’irreale – ad opera proprio di chi verso questo irreale tendeva come verso la luminosa bellezza del mondo, ad opera di chi avrebbe voluto trasfondere il suo empito di vita in un sogno fantasmagorico, appartandosi infinitamente da tutte le realtà veristiche e dal loro odore troppo vero di basse cuisine.

In tutta la composizione è percepibile, dietro la trama caotica del sogno – lo sgomento della dissoluzione che lo accompagna: questo fin nella tonalità della strofe e del verso, che è quasi sempre o tetra o accorata, anche ove più la luce risfolgori, che si svolge con un presentimento di pausa il quale raffigura musicalmente l’abisso.

L’allevamento e la costrizione educativa (sic!), i primi impacci procurati dagli haleurs, cioè dai bardotti che traggono la nave lungo le piatte alzaie, vengono a un tratto a cessare:

Je ne me sentis plus guidé…

fleuves impassibles sono il monotono scorrere della vita borghese, la banale educazione borghese, la insopportabile santità della famiglia: circondano di grigiore l’adolescenza del poeta affidata ad «institutori» troppo impreparati al loro compito, inetti comunque a seguire e a confortare nel tragico suo sviluppo un’anima di eccezione. Si veda, a questo riguardo, Les poètes de sept ans che anticipa l’esegesi di Bateau ivre. Rimbaud ricorda con certo sarcasmo sua madre:

Et la Mère, fermant le livre du devoir,
S’en allait satisfaite et très fière, sans voir,
Dans les yeux bleus et sous le front plein d’éminences,
L’âme de son enfant livrée aux répugnances.

La sciocca inanità dei metodi educativi correnti, praticati a un tanto il chilo, vuoti d’un amore sollecito e vigile, non potrebbe essere più ferocemente rappresentata: Sans voir!

Il risultato di siffatta perizia pedagogica nei confronti d’un soggetto d’eccezione, e per di più livré aux répugnances, è poi estremamente brillante: contro l’implacabile mediocrità degli educatori offrirà scampo e rifugio la fresca latrina: il terribile ragazzo si ricorda:

… entêté
à se renfermer dans la fraîcheur des latrines.

Ma, sopra tutto, il sogno di una fuggente tempesta:

… couché sur des pièces de toile
ècrue, et pressentant violemment la voile.

Per tornare a Bateau ivre, questi haleurs, che tirano come giumenti la nave sognante, sono bersagliati dagli striduli pellirosse del Salgari (diciamo Salgari tanto per intenderci) – le cui grida giungono al fanciullo solitario come la prima voce della libertà, fantasioso presentimento transoceanico. Il ragazzo si allontana quindi dagli équipages cioè da tutte le confraternite della realtà. Non può arrendersi a questa realtà, a nessuna sua forma: ed essa finisce per lasciarlo descendre (sic) où je voulais.

L’analisi della trasposizione simbolica in Bateau ivre, mi condusse a un esame interessante, ma troppo lungo per essere qui compendiato. Basti un accenno.LEGGI TUTTO…

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Grafica e poesia: Julian Peters disegna Arthur Rimbaud, Le Bateau Ivre.

Scrivere poesie dopo Rimbaud è stato solo possibile ignorandolo, avendo dentro il suo sangue, come si fa col padre.
Alfonso Gatto

Con lui la poesia scopre la dimensione del soprannaturale e non riuscirà più a sopportare i ceppi pesanti della realtà. Quell’uomo era un angelo sciagurato, troppo lungimirante per accettare il cursus honorum dei poeti, troppo fragile per rinunciare alle uniche melodie di cui il cuore umano possa appagarsi.
Tutto avvenne ai bordi dell’Ignoto: costeggiamenti, derive, naufragi. Perfino un continente e una lingua apparvero ben poca cosa a uno che voleva cambiare la sostanza del mondo con i suoi versi. Ogni tanto, anche nel poeta più disciplinato, riaffiora la tentazione romantica. È davvero un diaframma sottile, quello che divide la parola con le sue norme dal Caos.
Paolo Lanaro

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