Antologia viennese

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“Ogni viennese è un monumento, ogni berlinese un mezzo di trasporto. A Vienna le strade sono lastricate con la cultura. Nelle altre città sono lastricate con l’asfalto […]. Qui da noi non facciamo che sbattere la testa sulle meraviglie dell’autenticità, in questo luogo creato una volta per sempre. E’ un’ingiustizia parlar male di Vienna sempre per i suoi difetti, quando anche nei suoi pregi val la pena di parlare male […] Perché il mondo viennese non è stato creato dallo spirito ma dal manzo bollito. Questa solidità che valuta al chilo, manda in rovina tutta quella fantasia che avrebbe potuto creare un qualche mondo.” Karl Kraus (1874-1936),  Sprüche und Widersprüche [Detti e contraddetti, 1909], Adelphi, 1992

Johann Strauss II (1825-1899), Kaiser-Walzer op.437, Wiener Philharmoniker, direttore Claudio Abbado

CLAUDIO MAGRIS, Il mito absburgico nella letteratura austriaca moderna [1963], Torino, Einaudi, 2009 

Sul bel Danubio blu

Si narra che un anziano impiegato di corte dicesse: «Rigorosamente parlando, l’imperatore Francesco Giuseppe regnò fino alla morte di Johann Strauss» . L’ultima fase della civiltà absburgica appare infatti compresa tra due poli opposti, tra una malinconica consapevolezza del declino, sopportato con tacita dignità, e una leggerezza spensierata e operettistica. Due poli che sono le due facce di una stessa medaglia, due volti dell’ultima illusione mitteleuropea. La vecchiezza dell’imperatore monotono e puntuale riverbera di un tono da leggenda il tramonto austroungarico, e personifica la vana e patetica fermezza contro i colpi che sgretolavano, uno dopo l’altro, la monarchia danubiana. «Mir bleibt doch nichts erspart» [«Proprio nulla mi è risparmiato»]: la frase tante volte ripetuta da Francesco Giuseppe di fronte alle sciagure familiari e politiche riassume il passivo dramma della finis Austriae e suggerisce subito la trasfigurazione mitica di questo crepuscolo, ammantandolo di dignitoso e burocratico senso del dovere. Contemporaneamente questo mondo morente si mette in maschera, vela il proprio declino di una spumeggiante gioia di vivere, evade in una superficiale e dimentica sensualità. Il Danubio giallastro e fangoso diviene azzurro, e dal disfacimento storico-politico si evade in un fugace, sentimentale e godereccio paradiso terrestre. Se la laboriosa pedanteria dell’imperatore suggerisce il mito del burocratico e silenzioso riserbo, la sua uniforme gallonata e la rigida etichetta aprono la strada alla celebrazione dei balli di corte, delle carrozze fastose e dei brillanti ufficiali. La narrativa, il teatro, la poesia e la musica creano il volto sfumato e inconfondibile della Vienna dei valzer, degli amori facili e sentimentali, e del piacere di esistere: una belle époque meno sfrenata ma più danzante e sorridente di quella parigina.
L’operetta è l’idillio di questa sera dell’impero, e molti fili sotterranei legano la frivola banalità dei libretti e le gaie o nostalgiche melodie alle opere dei più maturi scrittori di questa stagione letteraria, come Schnitzler e Hofmannsthal. Man mano si avvicina la fine e le difficoltà dell’impero s’ingigantiscono, l’evasione dalla realtà sociale si accentua, e riveste di uno spensierato edonismo la vita. In questo senso Johann Strauss, il Nervendämon, è la più tipica voce dell’età francogiuseppina, uno dei più validi sostegni dell’alienazione godereccia e musicale del suddito absburgico. La musica, l’arte piú apolitica, era sempre stata la liberazione e la catarsi dell’anima austriaca. «L’Austria è diventata dapprima spirito nella sua musica» , dirà Hofmannsthal quando già infuriava la guerra mondiale. Negli ultimi anni dell’imperialregia monarchia questo tentativo di alienazione, di appagamento estetico diventa piú intenso e pressante, assume delle proporzioni piú vaste e scende a un livello piú popolare; la dolce medicina si fa piú superficiale e accessibile. Dalla serenità di Mozart e dall’idillio di Schubert si giunge a Strauss e a Lehàr. Vienna capitale del piacere sarà anche capitale della musica, creando una notevole civiltà culturale per quanto riguarda il legame e l’affiatamento tra arte e pubblico. Anche i grandi musicisti come Gustav Mahler e Richard Strauss collaborano, a loro modo, allo splendore raffinato dell’età di Francesco Giuseppe. Gli anni che vedono Mahler alla direzione dell’Opera di Stato (1897-1907) segnano l’apogeo di questa festa culturale.

Stefan Zweig, Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo, 1942

«Fra tutte le città europee, Vienna era sicuramente quella in cui questa aspirazione alla cultura era più appassionata. Poiché l’Austria e la sua monarchia avevano da secoli perduto ogni ambizione politica e non avevano conosciuto particolari vittorie nelle loro imprese militari, l’orgoglio patriottico aveva cominciato a manifestarsi nel desiderio di una supremazia in campo artistico. […] Di qui erano passati i Nibelunghi, qui gli immortali sette astri della musica – Gluck, Haydn e Mozart, Beethoven, Schubert, Brahms e Johann Strauss – avevano illuminato il mondo con il loro fulgore, qui erano confluiti tutti i movimenti e le correnti della cultura europea. A corte, tra i ranghi dell’aristocrazia e in seno al popolo al sangue tedesco si univano quello slavo, ungherese, spagnolo, italiano, francese e fiammingo; saper fondere armonicamente questi contrasti in una nuova e peculiare realtà – quella dello spirito austriaco, della “viennesità” – fu l’elemento di vera genialità proprio di questa città musicale. Accogliente e dotata di una sensibilità particolare, questa città sapeva attrarre a sé, conciliandole, mitigandole e addolcendole, le forse più disparate. Era dolce vivere in una simile atmosfera di intesa e di accordo spirituale in cui ciascun cittadino riceveva quasi senza rendersene conto un’educazione cosmopolita e internazionale. Quest’arte dell’assimilazione, questa capacità di cambiare e adattarsi in modo armonico e impercettibile, si manifestava già nell’aspetto esteriore della città.»

Planimetria di Vienna, fine XIX secolo

Robert Musil (1880-1942), L’uomo senza qualità [1930 -1942], Einaudi, Torino, 1970

Là, in Cacania – quella nazione incompresa e ormai scomparsa che in tante cose fu un modello non ab-bastanza apprezzato — c’era anche velocità, ma non troppa. Se trovandosi all’estero si pensava al paese, ecco fluttuava davanti agli occhi il ricordo di quelle strade bianche, larghe e comode del tempo delle marce a piedi e delle diligenze a cavalli, che si snodavano in tutte le direzioni come canali di un ordine stabilito, come nastri di quel tra-liccio chiaro usato per le uniformi, e cingevano le province col braccio cartaceo dell’amministrazione. E quali contrade! C’eran mari e ghiacciai, il Carso e i campi di grano della Boemia, notti sull’Adriatico con stridio di grilli inquieti, e villaggi slovacchi dove il fumo usciva dai camini come dalle narici di un naso camuso e il villaggio stava accovacciato fra due piccole colline come se la terra avesse dischiuso un poco le labbra per riscaldare la sua creatura. Naturalmente su quelle strade viaggiavano anche automobili; ma non troppe! Si preparava anche là la conquista dell’aria; ma non troppo assiduamente. Ogni tanto si faceva partire una nave per l’America Latina o per l’Asia Orientale; ma non troppo spesso. Non si avevano ambizioni imperialistiche; si era nel punto centrale dell’Europa, dove s’intersecano gli antichi assi del mondo; le parole «colonia» e «oltremare» giungevano all’orecchio come cose lontane e non sperimentate. Si faceva lusso; ma non così raffinato come in Francia. Si face-va sport; ma non così accanito come in Inghilterra. Si spendevano somme enormi per l’esercito; ma solo quanto bastava per rimanere la penultima delle grandi potenze. Anche la capitale era un po’ più piccola di tutte le altre metropoli del mondo, ma un po’ più grande di quel che non fossero di solito le grandi città. E il paese era amministrato — con oculatezza, discrezione e abilità a smussare cautamente ogni punta — dalla migliore burocrazia d’Europa, alla quale si poteva rimproverare un solo difetto: per essa genio e spirito d’iniziativa nelle persone non autorizzate a ciò da alti natali o da incarico governativo erano impertinenza e presunzione. A nessuno del resto piace farsi dettar legge da chi non vi è autorizzato! E poi in Cacania un genio era sempre scambiato per un babbeo, mai però, come succedeva altrove, un babbeo per un genio.
In verità, quante cose curiose ci sarebbero da dire sul tramontato impero di Cacania! Per esempio, esso era imperial-regio, ed era imperiale e regio; uno dei due segni «i.r.» oppure «i. e r.» era impresso su ogni cosa e su ogni persona, tutta-via occorreva una scienza segreta e occulta per poter distinguere con sicurezza quali istituzioni e individui fossero da considerarsi imperial-regi e quali imperiali e regi.
Per iscritto si chiamava Monarchia Austro-Ungarica, ma a voce si chiamava Austria, termine a cui il paese aveva abdicato con solenne giuramento statale ma che conservava in tutte le questioni sentimentali, a prova che i sentimenti sono importanti quanto il diritto costituzionale e che i decreti non sono la cosa più seria del mondo. Secondo la costituzione era uno stato liberale, ma aveva un governo clericale. Il governo era clericale, ma lo spirito liberale regnava nel paese. Da-vanti alla legge tutti i cittadini erano uguali, non tutti però erano cittadini. C’era un Parlamento, il quale faceva un uso così eccessivo della propria libertà che lo si teneva quasi sempre chiuso; ma c’era anche un paragrafo per gli stati di emergenza che serviva a far senza del Parlamento, e ogni volta che tutti si rallegravano per il ritorno dell’assolutismo la corona ordinava che si ricominciasse a governare democraticamente. Di tali vicende ne capitavano molte in Cacania, e fra le altre vi furono anche quei conflitti nazionali che attirarono giustamente la curiosità dell’Europa e oggi son presentati in modo del tutto falso. Furono così violenti che per cagion loro la macchina dello stato s’inceppava e s’arrestava parecchie volte all’anno, ma nei periodi intermedi e nel-le pause di governo l’armonia era mirabile e tutti facevan vista di nulla. E infatti non c’era stato nulla di reale. Soltanto l’ostilità di ogni uomo contro le aspirazioni d’ogni altro uomo, che oggi ci trova tutti unanimi, nello stato di Cacania aveva precorso i tempi e s’era perfezionato in un raffinatissimo cerimoniale, che avrebbe potuto ancora avere grandi conseguenze se il suo sviluppo non fosse stato troncato anzitempo da una catastrofe.
Infatti non soltanto l’avversione per il concittadino s’era accresciuta fino a diventare un sentimento collettivo, ma anche la diffidenza verso se stessi e il proprio destino aveva preso un carattere di profonda protervia. Si agiva in quel paese – e talvolta fino ai supremi gradi della passione e alle sue conseguenze – sempre diversamente da quel che si pensava, oppure si pensava in un modo e si agiva in un altro. […] Così era accaduto in Cacania, per quel che può apparir visibile agli occhi di tutti, e in questo la Cacania era lo stato più progredito del mondo, benché il mondo non lo sapesse ancora; era lo stato che ormai si limitava a seguire se stesso, vi si viveva in una libertà negativa, sempre con la sensazione che la propria esistenza non ha ragioni sufficienti, e cinti dalla grande fantasia del non avvenuto o almeno del non irrevocabilmente avvenuto, come dall’umido soffio degli oceani onde l’umanità è sorta. «E capitato che…» si diceva in Cacania, mentre l’altra gente in altri luoghi credeva che si fosse prodotto un avvenimento mirabolante; era un’espressione alla buona per cui eventi e colpi del destino diventavano lievi come piume e pensieri. Sì; benché molte cose sembrino indicare il contrario, la Cacania era forse un paese di geni; e probabilmente fu questa la causa della sua rovina.

Notti viennesi

J. Roth, La cripta dei Cappuccini [Die Kapuzinergruft, 1938], Milano, Adelphi, 1988

Le notti di Vienna erano piene di rughe e avvizzite. Sere frettolose e quasi intimorite, bisognava cercare di afferrarle prima che si accingessero a scomparire e iole raggiungevo di preferenza nei parchi, nel Volksgarten o al Prater, e il loro ultimo, più dolce residuo in un certo caffè ove usavano insinuarsi,  morbide e lievi come un profumo.

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Stephan Zweig, Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo, 1942

Si viveva bene, si viveva con facilità e spensieratezza in quella vecchia Vienna e i tedeschi del nord guardavano noi vicini del Danubio con un poco d’irritazione e di disprezzo, perché invece di essere «attivi» e di tenere un rigido ordine, godevamo la vita, mangiavamo bene, ci divertivamo a feste e teatri e per di più facevamo ottima musica. Invece della famosa abilità ed attività tedesca, che ha finito per amareggiare e per turbare l’esistenza di tutti gli altri paesi, invece di questa cupida smania di sorpassare tutti gli altri e di correre avanti, a Vienna si amavano le placide chiacchierate, i comodi incontri, lasciando che ognuno vivesse a modo suo, con indulgenza bonaria e forse un po’ pigra. «Vivere e lasciar vivere» era il celebre motto viennese, una massima che ancor oggi mi sembra più umana di tutti gli imperativi categorici e che si diffuse irresistibilmente in tutti gli ambienti. Poveri e ricchi, slavi e tedeschi, ebrei e cristiani vivevano insieme, pur punzecchiandosi all’occasione, in buona pace e persino i movimenti politici e sociali erano privi di quell’animosità crudele che è penetrata nella circolazione sanguigna del mondo come un sedimento velenoso rimasto dalla prima guerra mondiale. Nella vecchia Austria ci si combatteva ancora cavallerescamente, ci si insultava nei giornali o alla Camera, ma dopo le concioni ciceroniane gli stessi deputati sedevano in compagnia bevendo la birra o il caffè e dandosi del tu. Persino quando Lueger, capo del partito antisemita, divenne borgomastro di Vienna, nulla si mutò nei rapporti privati e io personalmente debbo dichiarare di non aver mai come ebreo incontrato il più piccolo ostacolo o segno di dispregio, né nella scuola né all’università né nella mia vita letteraria. L’odio da paese a paese, da popolo a popolo, da tavola a tavola non balzava fuori ogni giorno da ogni giornale, non staccava uomo da uomo e nazione da nazione. Il senso di massa e di gregge non aveva raggiunto nella vita pubblica la ripugnante potenza che ha oggi; la libertà dell’agire privato era considerata – cosa oggi appena concepibile legittima e sottintesa; la tolleranza non veniva come oggi disprezzata e ritenuta debolezza, ma esaltata quale energia morale.

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Hugo von Hofmannsthal,  L’Austria e l’Europa: saggi 1914-1928, Marietti, Casale Monferrato 1983

E neppure posso definire in altro modo che assai congruente, molto giusto, il fatto che le teorie del dottor Freud si siano fatte strada nel mondo a partire da qui – proprio come le melodie leggere, un po’ banali, ma duttili e accattivanti, delle operette, con cui esse hanno così poco in comune. Vienna è la città della musica europea: essa è la porta Orientis anche per quel misterioso Oriente che è il regno dell’inconscio. Le interpretazioni e le ipotesi del dottor Freud sono le escursioni di un consapevole spirito del tempo verso i lidi di quel regno.

Berggasse 19, Wien: lo studio di Sigmund Freud

Gilberto Forti, Il piccolo almanacco di Radetzky, Adelphi, 1983

Nel ’16, una sera di dicembre, Sigmund Freud, professore straordinario all’Università di Vienna, tiene la sua ventunesima lezione nell’aula della clinica psichiatrica.
Diceva all’inizio della guerra: «Tutta la mia libido ora è per l’Austria, non sono mai stato tanto austriaco» ; ma ha visto cadere le illusioni, e gli è rimasta l’ansia per i figli, Martin ed Ernst, entrambi combattenti, uno a sud, l’altro a nord, sottotenente l’uno, cadetto l’altro, mentre un terzo, Oliver, l’ingegnere, è occupato nei Carpazi a scavare gallerie, a costruire strade e ricoveri per i soldati. Nella sua lezione di questa sera Herr Professor Freud disserta di libido e perversioni, ma racconta anche un piccolo incidente avvenuto durante questa guerra a un cultore della psicoanalisi : «Era costui un medico, aggregato a un reparto tedesco in Polonia, e aveva attirato l’attenzione dei suoi colleghi per l’inaspettato ascendente che aveva sui pazienti. Quando lo interrogavano, ammetteva che talvolta adottava con profitto proprio i metodi della psicoanalisi; e quando lo invitarono, accettò volentieri di esporre ai superiori e ai suoi colleghi la nuova dottrina. Così ogni sera tutti gli ufficiali del corpo sanitario si riunivano per essere iniziati ai misteri della scienza chiamata psicoanalisi. Per qualche tempo tutto andò liscio, ma quando il nostro medico illustrò il complesso di Edipo all’uditorio, si levò un ufficiale superiore a protestare: non poteva credere a una tale ignominia, non poteva tollerare che simili sconcezze venissero applicate a valorosi soldati, a bravi padri di famiglia che davano la vita per la patria; e ordinò che quello svergognato, quella canaglia sospendesse subito le sue prediche intrise di lordure. Così fu fatto, e lo psicoanalista chiese ed ottenne il trasferimento a un altro reparto. «Se mi è lecito» dice con un sorriso Sigmund Freud «esprimere un parere personale, questo mi sembra un pessimo presagio, se la vittoria delle armi germaniche dipende da una tale concezione e organizzazione della scienza; né la scienza germanica potrà prosperare con simili premesse».
Nel ’17, in estate, è ucciso sul fronte italiano suo nipote Hermann Graf, anni 20: era figlio di Rosa, la sorella prediletta, e si era arruolato volontario. Poi, nel ’18, mancano notizie di Martin Freud per molte settimane. Ucciso o disperso? Si saprà che l’hanno catturato gli italiani, con tutto il suo reparto, e resterà per mesi in Italia, all’ospedale.
Solo nel ’19, in agosto, il prigioniero sarà liberato e tornerà a Vienna, nella casa paterna di Berggasse. Sigmund Freud, mentre l’Austria è prostrata e affamata, dirà: «I lunghi anni della guerra sono stati uno scherzo, solamente uno scherzo, in confronto alla miseria di questi mesi e certo anche dei prossimi».

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H. Broch, Hofmannsthal e il suo tempo, Roma, Editori Riuniti, 1981

Il fenomeno della copertura della miseria con una vernice di ricchezza si presentò a Vienna, specie durante la sua ultima spettrale fioritura, con maggiore chiarezza che in qualsiasi altro luogo e in qualsiasi altro momento. Un minimo di valori etici doveva essere ricoperto con un massimo di valori estetici, i quali non erano più e non potevano più essere tali perché un valore estetico che non si sviluppi su una base etica è esattamente il proprio contrario e cioè artificio, paccottiglia, sofisticazione: in una parola Kitsch. Come capitale del Kitsch, Vienna divenne anche la capitale del vuoto-di-valori dell’epoca.

Johann Strauss Sr., Op. 228, La marcia di Radetsky [ 1848], esecuzione Vienna Philharmonic,  Neujahrs Konzert, 1987. Dirige Herbert von Karajan. CLICCA QUI.

Finis Austriae, ovvero quando tutto finì

Gilberto Forti, Il piccolo almanacco di Radetzky, Adelphi, 1983

Prologo

Nell’aprile del ’12, una sera, scrive Hugo von Hofmannsthal da Rodaun: «La nostra vecchia Austria è assediata da ombre nere, da torbidi presagi. A volte mi domando con angoscia verso quali decenni sono avviati i nostri figli, a quale avvenire. Se fossimo uno Stato come gli altri, noi potremmo agire o rimandare l’azione ad altri tempi. Ma per l’Austria – è la mia sensazione – può venire soltanto il peggio. Nella monarchia, quanti problemi, un problema immenso. Quasi in rivolta gli slavi del Sud, non solo i serbi, ma i croati stessi (c’è la legge marziale, e gli arresti e le fucilazioni si susseguono, ma nessuno ne parla). In agguato i boemi, con gli occhi bene aperti, pronti ad approfittare e ad azzannare. In Galizia i ruteni sobillati da mestatori russi. In Italia un odio forte più dell’alleanza. E i russi che fremono, impazienti di saltarci alla gola. All’interno, metà indolenza e metà incoscienza, e problemi ormai troppo aggrovigliati, troppi nodi gordiani. Noi andiamo verso un tempo di tenebre. Ognuno, dentro di sé, lo sente. Noi possiamo perdere tutto da un momento all’altro. E, quello ch’è più grave, anche vincendo in realtà non conquistiamo nulla se non problemi e perplessità ».
Nel gennaio del ’13, una sera, scrive Hugo von Hofmannsthal da Rodaun: «Mi sento addosso, tutti questi giorni, una pena, un’ansia, in questa Austria confusa, vagamente atterrita, in questa Austria, figliastra della storia, così strana e diversa, così piena di affanni e di tormenti, così sola nel mondo – come siamo soli noi».
Nel ’14, l’11 di giugno, scrive Hugo von Hofmannsthal da Rodaun: «Quando tutto si annuvola e si oscura dentro di me, non trovo più la forza di liberarmi e resto nelle tenebre per settimane intere. Spesso, poi, anche quando mi credo più sereno, sono preso da un’ansia che mi stringe tenacemente – ed è ansia per l’Austria, per l’avvenire, per i nostri figli».
È il giugno del ’14. A Vienna si fanno al ministero della Guerra i piani per il viaggio che Sua Altezza Francesco Ferdinando, l’arciduca ereditario, compirà in Bosnia alla fine del mese. È deciso, nonostante minacce e avvertimenti, che l’arciduca assumerà il comando delle grandi manovre che le truppe imperial-regie tengono quest’anno tra gli slavi del Sud. L’itinerario sarà questo: Francesco Ferdinando salperà da Trieste il 24, farà una crociera tra le isole della Dalmazia, sbarcherà a Metkovic, proseguirà per Mostar e per Tercin. È deciso che vada a Sarajevo.

Merry-Go-Round (Donne viennesi, 1923), regia di Rupert Julian e Erich Von Stroheim

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