Labirinti

Mantova, Palazzo Ducale, Soffitto del Labirinto

U. ECO, Prefazione a P. Santarcangeli, Il libro dei labirinti, SPERLING & KUPFER EDITORI, MILANO

“Se l’immagine del labirinto ha una storia millenaria questo significa che per migliaia di anni l’uomo è stato affascinato da qualcosa che in qualche modo gli parla della condizione umana o cosmica. Esistono infinite situazioni in cui è facile entrare ma è diffìcile uscire, ed è diffìcile pensarne altre in cui sia diffìcile entrare ma facilissimo uscirne. L’unica che potrebbe adattarsi a quest’ultimo modello è forse la situazione delle situazioni, la vita individuale, con i suoi nove lunghi mesi d’ingresso, i travagli del parto, e in uscita la certezza (sia pure induttiva) della morte. Eppure è tipico della vita quello spazio intermedio (magari brevissimo) in cui si vaga, senza ben sapere dove si vada e perché, e cosa si incontrerà al centro, o in uno dei suoi mille imprevedibili snodi. E poi, da un altro punto di vista, nella vita si entra facilissimamente, anzi vi si è «gettati ».  Se poi l’uscita sia così facile, e se sia realmente un’uscita, ahimè, abbiamo inviato tanti esploratori  in avanscoperta, ma disponiamo di pochi rapporti attendibili… No no, «hunc mundum tipice laberinthus denotat iste… ». […] Tanto per cominciare, ci sono diversi tipi di labirinto. Santarcangeli ne elenca moltissimi, ma per comodità di discorso vorrei identificare tre modelli fondamentali.

Il primo è il labirinto detto «unicursale»: a vederlo dall’alto sembra un intrico indescrivibile e a percorrerlo si è presi dall’angoscia di non poterne mai più uscire, ma in effetti il suo percorso è generabile con un algoritmo molto semplice, perché altro non è che un gomitolo a due capi, e chi vi entra da una parte non potrà che uscire dall’altra. Questo è il labirinto classico che non avrebbe bisogno di filo d’Arianna perché è il filo d’Arianna di se stesso. Per questo al centro ci dovrà essere il Minotauro, per rendere l’intera faccenda meno monotona. Il problema posto da questo labirinto non è «da quale parte uscirò?» bensì «uscirò?» ovvero «uscirò vivo?» Questo labirinto è l’immagine di un cosmo difficile da vivere, ma tutto sommato ordinato (c’è una mente che lo ha concepito).
Il secondo tipo di labirinto è quello manieristico: se sfilate il labirinto classico unicursale vi trovate tra le mani un filo, ma se riuscite a dipanare il labirinto manieristico non vi trovate tra le mani un filo, bensì una struttura ad albero, con infinite ramificazioni, il novantanove per cento delle quali porta a un punto morto (solo un corno di un solo dilemma binario porta all’uscita). Labirinto difficile, perché può accadervi di tornare all’infinito sui vostri passi, e che impone calcoli complessi per trovare una regola che consenta di individuare l’uscita. In teoria la regola c’è, perché il labirinto manieristico, anche se ha un interno assai complesso, ha un dentro e un fuori.
Terzo viene il rizoma, o la rete infinita, dove ogni punto può connettersi a ogni altro e la successione delle connessioni non ha termine teorico, perché non esiste più un esterno o un interno: in altri termini, il rizoma può proliferare all’infinito. Inoltre potremmo immaginarlo come una palla di burro, senza confini, all’interno della quale posso perforare senza troppa fatica una parete che separa due condotti creando per ciò stesso un nuovo condotto. Il che equivale a dire che nel rizoma anche le scelte sbagliate producono soluzioni e insieme  contribuiscono a complicare il problema. Se anche una Mente può aver pensato il rizoma, non ne avrà però pensata e stabilita in anticipo la struttura. Il rizoma è come un libro in cui ogni lettura cambi l’ordine delle lettere e produca un nuovo testo. E se l’idea di rizoma è molto recente, quella di un libro simile è molto più antica, tanto che la troviamo nella tradizione cabalistica (anche se per i cabalisti rimaneva ferma la fede in una struttura finale del libro, che avrebbe dovuto adeguare il progetto iniziale della creazione).
Ora possiamo dire che tutto il Pensiero della Ragione, dalla Grecia sino alla scienza ottocentesca, si è proposto come pensiero di una Legge   di un Ordine che dovrebbe ridurre la complessità del Labirinto. Il Labirinto veniva evocato dall’immaginazione, mentre il Pensiero della Ragione cercava di rimuoverlo. […]
Una caratteristica di molto pensiero contemporaneo è invece quella di elaborare tecniche di Ragionevolezza per muoversi nel Labirinto,  senza rimuoverne l’immagine, senza volerlo ridurre a un ordine definitivo e tuttavia senza abdicare alla necessità di disegnarvi percorsi  praticabili. Agli opposti ideali dei Distruttori del Labirinto e delle Vittime (magari complici) del Labirinto, possiamo contrapporre una  scienza media che si propone di convivere umanamente col e nel labirinto”.

Altri approfondimenti

Francesca Bardi, Il labirinto: unione inscindibile fra metafora e realtà. Simbolo per eccellenza manifesta ciò che è impossibile esprimere con le parole e incarna il senso profondo della vita e le ataviche paure umane. CLICCA QUI.

Manuela Ronco, L’archetipo del labirinto nell’arte contemporanea.CLICCA QUI.

DIDATTICARTE: Tutti pazzi per i labirinti!

Michelangelo Pistoletto Installation view, Serpentine Gallery, London (12 July – 17 September 2011) © 2011 Sebastiano Pellion

Michelangelo Pistoletto Installation view, Serpentine Gallery, London (12 July – 17 September 2011) © 2011 Sebastiano Pellion

«Resta fuori chi crede di poter vincere labirinti sfuggendo alla loro difficoltà; ed è dunque una richiesta poco pertinente quella che si fa alla letteratura, dato un labirinto, di fornire essa stessa la chiave per uscirne. Quel che la letteratura può fare è definire l’atteggiamento migliore per trovare la via d’uscita, anche se questa via d’uscita non sarà altro che il passaggio da un labirinto all’altro. È la sfida al labirinto che vogliamo salvare, è una letteratura della sfida al labirinto che vogliamo enucleare e distinguere dalla letteratura della resa al labirinto».  I. CALVINO, Sfida al labirinto, “Il Menabò”, 1962

ancient graffiti

Graffito romano (riproduzione): LABYRINTHVS HIC HABITAT MINOTAVRVS, Casa delle Suonatrici, Pompei, I sec. d. C. ,

Ranieri Polese, Labirinti, storia di un enigma, “Corriere della Sera”, 9 gennaio 2014

America, nella provincia profonda un maniaco rapisce sevizia uccide bambine. Nella caccia al mostro — il film è Prisoners di Denis Villeneuve — il primo sospettato è un ragazzo che dipinge ossessivamente i muri della sua casa con labirinti. Ma forse c’è un altro colpevole nell’ombra, uno che porta al collo una medaglia con inciso un labirinto. Dalle remote lontananze dei miti ai tempi di oggi, il labirinto si associa prevalentemente a uno stato di turbamento, di inquietudine. Così fu per Teseo, il figlio del re di Atene, mandato a Creta per uccidere il Minotauro che ogni anno esigeva l’offerta di giovani ateniesi. Il labirinto è una figura che accompagna tutta la cultura occidentale, contagiando poeti e artisti, fino a diventare elemento decorativo di giardini a partire dal Cinquecento. Lo si ritrova in canzoni (da Adamo, con Non voglio nascondermi, a Elisa, con Labyrinth) e in film (da Pedro Almodóvar, in Labirinto di passioni, 1982, a Il labirinto del fauno di Guillermo Del Toro, 2006).
C’è chi, come Franco Maria Ricci, ha dedicato anni e sforzi copiosi per la costruzione di un labirinto vegetale a Fontanellato in provincia di Parma. Otto ettari di terreno, un percorso di tremila metri, centoventimila bambù di trenta specie diverse, e due complesse costruzioni destinate, una, a ospitare la collezione bibliografica e artistica di Ricci, l’altra adibita a spazi culturali e commerciali per i visitatori. Dedicato a questa impresa, esce ora il libro Labirinti — Rizzoli — con testi di Ricci, Giovanni Mariotti, Luisa Biondetti e una introduzione di Umberto Eco.
Al suo «tardivo esordio da saggista», Giovanni Mariotti, narratore — Storia di Matilde, Il bene che viene dai morti premio Bagutta 2011 — e da oltre quarant’anni collaboratore di Franco Maria Ricci, risponde alle nostre domande.

Cominciamo dalla parola, labirinto: «Per qualche tempo si è detto che labirinto derivava da labrus, ascia bipenne, ma questa etimologia non convince più. La mia congettura è che il Labirinto di Creta non sia mai esistito, sia una cosa mentale, come l’Inferno di Dante o la Biblioteca di Babele di Borges. In un dialogo platonico, o pseudoplatonico, il Minosse , Socrate definisce il mito del Labirinto una leggenda attica messa in giro dai tragici. Nella mia interpretazione il Labirinto è una sorta di Bastiglia: a violarlo è Teseo che, conviene ricordarlo, è anche il fondatore mitico della democrazia ateniese. Il 14 luglio a Parigi si balla per le strade, e anche la vittoria sul Labirinto era commemorata con una danza chiamata delia, o danza delle gru».

Qual era la forma del labirinto greco?«Bisogna distinguere il Labirinto come edificio e il Labirinto come motivo grafico. Nessuno — aggiunge Mariotti — ha la minima idea di come fosse fatto l’edificio; quanto al motivo grafico, la versione greca ha sette spire. La spirale in effetti è all’origine del Labirinto; ma un grafico geniale introdusse in quel motivo, già noto agli aruspici babilonesi che lo usavano per rappresentare le viscere compresse degli animali, una variante stupefacente: prima di raggiungere il centro, nei cui pressi chi percorreva un labirinto si trovava sin dal primo momento (quello dell’ingresso), era necessario allontanarsene non una, ma due volte. In quel percorso capzioso, alla Escher, molti nel corso dei secoli avrebbero visto un avvertimento: il mondo era complicato, andare diritti allo scopo non era possibile, per dirla con un verso di Pasternak, vivere una vita non è attraversare un campo. C’era un’altra caratteristica: quel percorso era complicato però unico, nessun rischio di perdersi, niente bivi o vicoli ciechi; se il Labirinto di Creta fosse stato fatto così Teseo non avrebbe avuto alcun bisogno del filo di Arianna. E qui incontriamo la più grande stranezza: si direbbe che per secoli nessuno si sia accorto che il labirinto grafico, quello univiario, non poteva essere quello del mito. Secondo grandi studiosi come il Kern, la differenza sarebbe stata percepita solo nel XX secolo. Però non è vero. Mi faccio un piccolo vanto d’avere scoperto un brano dove il Boccaccio, nel Commento alla Divina Commedia , mostra di esserne perfettamente cosciente».

Più tardi ci saranno labirinti molto meno semplici. «Nell’età del Manierismo, in pieno Cinquecento — continua Mariotti —, si afferma il labirinto multiviario, quello con vicoli ciechi e biforcazioni. Prima occorre fare un cenno a quello romano, con quattro labirinti intercomunicanti. Era un intrico spogliato di ogni connotazione ansiosa; situato all’ingresso delle grandi domus, era destinato a scoraggiare ladri e altri malintenzionati». Anche i cristiani adottano la figura del labirinto. «Che stavolta ha undici spire. Si tratta ancora di un labirinto univiario. Gesù aveva detto: Io sono la Via, e dunque la via era una, non ce ne poteva essere un’altra».

La prima testimonianza di labirinto multiviario, con bivi e vicoli ciechi, è il disegno di un olandese. «Si tratta della copia di un progetto per giardino di Palazzo Te a Mantova — specifica Mariotti —. Quel progetto non fu mai realizzato; ma poco dopo, tra Sei e Settecento, si sarebbero sviluppati da un capo all’altro dell’Europa i grandi labirinti arborei (labirinti da giardino), quasi tutti multiviari. Luoghi di divertimento e piacere per dame e cavalieri, con i loro anfratti offrivano spazi propizi alla solitudine e alla meditazione, ma anche a incontri erotici (quello di Schönbrunn a Vienna fu distrutto nell’Ottocento perché era diventato uno scandaloso ritrovo di coppie). L’arbusto classico è stato per molto tempo il bosso (il recente labirinto dell’Isola di San Giorgio a Venezia, dedicato a Borges, è fatto di siepi di bosso), ma oggi si sperimentano anche altri vegetali; Ricci usa il bambù; in Francia, a Reignac-sur-Indre, esiste un labirinto di mais; il disegno viene cambiato ogni anno».

C’è molta letteratura sui labirinti, a cominciare dagli antichi. Mariotti cita Borges quasi di continuo: «Di labirinti Borges ha parlato per tutta la vita ed è l’ispiratore e un po’ il Santo Patrono di quello di Ricci; cito anche altri autori — Italo Calvino, autore del saggio La sfida al labirinto, Umberto Eco, che ha inventato il labirinto-biblioteca de Il nome della rosa, Julio Cortázar, autore di una pièce teatrale ambientata alla corte di Minosse, Lo reyes … — che sono stati amici di Ricci e hanno contribuito al suo catalogo; ma il personaggio del Minotauro ha offerto materia anche ad altri scrittori, nel secolo scorso: Friedrich Dürrenmatt, la Yourcenar… Retrocedendo nel tempo, una potente esplorazione delle fogne di Parigi considerate come labirinto si trova ne I miserabili di Victor Hugo; e il Verne del Viaggio al centro delle terra ci offre immagini di quelle diramate cavità sotterranee attraverso cui, ne sono convinto, l’idea di labirinto si aprì per la prima volta un varco nella mente degli uomini. Oggi quel varco è mantenuto aperto da molte altre cose: per esempio Internet».

Dunque, per lei cosa significa il labirinto? «Da un lato è il contrario della felicità — risponde Mariotti —, che è legata al fluido. Per Leopardi gli uccelli sono le più liete creature del mondo; il filosofo taoista Zhuang-zi parla della gioia dei pesci… Felicità è potersi muovere in tutte le direzioni, in un ambiente privo di ostacoli. Così almeno ce la rappresentiamo; il labirinto invece propone strade e passaggi obbligati, sovverte i percorsi, ci trasmette una sensazione di incertezza. In un’epoca come la nostra, in cui i navigatori satellitari ci guidano infallibilmente verso la meta prescelta, i nuovi labirinti ripropongono, sotto forma di gioco, un luogo dove ci si può perdere. In un tempo lontano questo metteva paura, oggi no, o di meno; però provoca un piccolo brivido, che i francesi chiamano frisson. Senza frisson, niente labirinto. Senza frisson può esserci felicità, ma non c’è piacere».
Il Minotauro, figlio degli amori tra la regina Pasife e un toro, viveva rinchiuso nel labirinto costruito da Dedalo. Ucciso il mostro, uscito dall’intricato percorso grazie all’aiuto della principessa Arianna, Teseo torna ad Atene (strada facendo però abbandonerà la sua salvatrice sull’isola di Nasso), ma non sarà un ritorno felice: non cambiando il colore delle vele, provocherà la morte del padre Egeo che si uccide pensando che anche il figlio sia stato ucciso dal Minotauro.

Claudio Parmiggiani, Teatro dell’arte e della guerra, 2006. Labirinto di vetri rotti. Veduta dell’installazione presso il Teatro Farnese, Parma. Foto: Claudio Abate

1 Commento

Archiviato in Arte, Uncategorized

Una risposta a “Labirinti

  1. Pingback: Labirinti | Boulzan

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...