Viaggio al termine della notte

“Viaggiare è proprio utile, fa lavorare l’immaginazione. Tutto il resto è delusione e fatica. Il viaggio che ci è dato è interamente immaginario. Ecco la sua forza. Va dalla vita alla morte. Uomini, bestie, città e cose, è tutto inventato. È un romanzo, nient’altro che una storia fittizia. Lo dice Littré, lui non sbaglia mai. E poi in ogni caso tutti possono fare altrettanto. Basta chiudere gli occhi. È dall’altra parte della vita”.

L.F. CELINE, Viaggio al termine della notte, 1932

«A pagina 90 di Viaggio al termine della notte di Louis-Ferdinand Céline (Corbaccio, traduzione di Ernesto Ferrero) mi sono chiesta: “Ma perché non l´ho letto prima?”. E poi mi sono detta: “Perché pensavo che Céline fosse un fascista”. E così, per cecità, per partito preso, mi ero sempre rifiutata di prendere in mano il suo capolavoro. Poi, qualche giorno fa, ho visto il libro a casa di un amico. E non l´ho mollato più. Lo leggo la sera tardi, dopo il telegiornale. Leggo Céline che racconta la prima guerra mondiale e penso a Gaza. Guardo le immagini di Gaza e penso a Céline. Dopo tre righe, già ti prende: è un fetente Céline. Strepitosa la traduzione di Ferrero: rende ogni sfumatura linguistica adottata nel romanzo. La parlata militare, lo slang. Ci sono tutte le forzature di un uomo colto che sbaglia volutamente la sua lingua per rendere vitale, concreto il racconto».
«È la storia della guerra e dei suoi parassiti – a tratti mi ricorda addirittura Eduardo – descritta in prima persona da un anti-eroe che ha un unico obiettivo: mettere in salvo la pelle. Perché la letteratura di guerra, da Tucidide in poi, è sempre uguale. Chi sperimenta la guerra ha un solo desiderio: arrivare al termine della notte».
D. Pappalardo, Intervista a Valeria Parrella, La Repubblica, 17 gennaio 2009

“A proposito di Louis-Ferdinand Céline – grande artista e immondo razzista – uno dei maggiori critici del secolo scorso, Cesare Cases, ne parlava come di qualcuno da stampare la mattina e da fucilare nel primo pomeriggio. Cases ritenevaVoyage au bout de la nuit il maggiore romanzo del Novecento né si asteneva, lui ebreo, da un’aperta ammirazione per la musica scrosciante di Bagatelle per un massacro, laddove appunto la parola «ebreo» gli sembrava riassumere, virata nei colori del risentimento e di un odio allucinante, non tanto un popolo e la sua storia quanto gli emblemi più brutali della modernizzazione capitalistica (denunciata in Voyage e Mort à crédit) e cioè l’imperio del denaro, la standardizzazione della vita quotidiana, la tecnocrazia, la burocrazia, l’America e, sia pure per tutt’altra via, la stessa Unione Sovietica”. Massimo Raffaeli,  Céline, scrittura e vita, “Le parole e le cose”,   

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