La Storia vittima del fanatismo

Il fanatismo politico che si nasconde dietro la furia teologica
I martelli dell’Is che si abbattono sulle statue di Mosul hanno radici in secoli lontani. Più profonde nel cristianesimo che nell’Islam

Silvia Ronchey, “La Repubblica”,  28 febbraio 2015

È DIFFICILE ammetterlo, mentre i martelli dell’Is si abbattono sulle statue del museo di Mosul, ma la più massiccia e vandalica distruzione di statue nella storia dei conflitti religiosi della civiltà mediterranea non si deve all’islam, né agli arabi né ai turchi né ai puristi wahabiti, e neppure ai riformatori protestanti dell’Europa cinque e seicentesca. I responsabili furono i condottieri cattolici della Quarta Crociata, che nel 1204 conquistò Costantinopoli. Un elenco delle statue distrutte durante ma soprattutto dopo il saccheggio fu stilato da Niceta Coniata, uno dei tanti intellettuali bizantini che assistettero agli eventi per poi fuggire dalla barbarie dei latini mettendo in salvo il loro carico di cultura.
Nella descrizione che Niceta fa della caduta della polis spicca la descrizione struggente delle antichissime statue bronzee del Foro di Costantino e dell’Ippodromo, sistematicamente distrutte dai crociati, fatte a pezzi e fuse.
Che cosa c’entrano i crociati con l’iconoclastia, ossia con la distruzione (dal greco klao, rompere) delle immagini (in greco eikones)? Nulla. Anzi, fu proprio il papato di Roma il primo e maggiore nemico di quella posizione dottrinale che tra l’VIII e il IX secolo fu adottata dagli imperatori dello stato bizantino, il più grande e civile del medioevo mediterraneo ma soprattutto il grande rivale del papato. L’iconoclasmo bizantino, nella sua condanna teologica delle immagini, si rifaceva a una doppia tradizione. Da un lato al cosiddetto aniconismo giudaico, trasmesso dall’ebraismo al giovane Islam, ma anche, ben prima, al giovane cristianesimo. Il suo fondamento stava nella proibizione biblica di riprodurre l’immagine divina, e difatti nell’iconoclasmo bizantino tornarono in voga gli scritti degli apologeti dei primi secoli cristiani, che si scagliavano contro l’idolatria e addirittura proibivano ai fedeli di svolgere la professione di pittore o scultore.
D’altro lato, sul piano filosofico, l’iconoclasmo era un’espressione estrema della filosofia platonica e della sua condanna dell’immagine in quanto “copia di una copia”, essendo il mondo sensibile solo una copia di quello delle idee. Peraltro i promotori dell’iconoclasmo, gli imperatori isaurici, non promossero la distruzione di icone, ed è stato recentemente messo in dubbio perfino che Leone III Isaurico abbia distrutto l’immagine del volto di Cristo sulla Chalké, sostituendola con una croce, come la propaganda degli iconoduli, i sostenitori delle immagini, ha tramandato. In ogni caso, la controversia restava interna alle dispute dottrinali del cristianesimo. Gli iconoduli condannano l’iconoclastia come eresia cristologica, considerando la rappresentazione di Cristo lecita in quanto proclamazione del dogma dell’incarnazione. La sottile disputa sfocerà in un nuovo statuto dell’immagine che si affermerà parallelamente al diffondersi dell’aristotelismo nella cultura bizantina: l’icona è ammissibile e non assimilabile all’idolatria solo se non intende rappresentare naturalisticamente la figura sacra, ma promuovere la riflessione teologica sulla sua essenza sovrasostanziale. Secondo la definizione conciliare: «Chi venera l’icona vi venera l’ipòstasi di colui che vi è inscritto », dove si usa il verbo “inscrivere” per distinguere questo tipo di rappresentazione da quella propriamente figurativa.
Avallare la rivendicazione ideologica dell’Is, che riconduce i vandalismi di Mosul alla tradizione dell’iconoclastia islamica, è tanto storicamente rischioso quanto parlare di medioevo in riferimento alla barbarie integralista delle frange estreme dell’Islam contemporaneo. Il medioevo è stato lungo, multiforme e complesso. La tolleranza araba verso chi rimaneva fedele al proprio culto era proverbiale. Quando nella primavera del 638 il califfo Umar ibn al-Khattab, successore del Profeta, conquistatore di Gerusalemme, era entrato nella città santa, aveva mostrato il massimo rispetto per i monumenti delle due religioni conquistate. Aveva visitato la basilica bizantina dell’Anastasis. Si era fatto accompagnare al tempio dei giudei e nel vederlo ridotto a un deposito di rifiuti si era addolorato e aveva preso a ripulirlo. Quando nella primavera del 1453 Mehmet II Fatîh, conquistatore di Costantinopoli, entrò nella Città delle Città, fece risparmiare i palazzi e le chiese e la Polis, una volta sottomessa all’islam, rimase la città conquistata con più altari consacrati alla religione dei vinti.
La distruzione delle statue di Mosul da parte dell’Is, così come quella dei Buddha di Bamiyan nel 2001 da parte dei talebani, non rientra nell’ambito della teologia né in quello dell’iconoclastia religiosa, ma nella storia, purtroppo densissima, della cosiddetta iconoclastia politica, termine oggi in uso per indicare un fanatismo di stampo religioso divenuto strumento di lotta politica eversiva. Ben prima dell’inizio dell’iconoclasmo la chiesa cristiana ne aveva dato prova, ad Alessandria d’Egitto, nel 392, quando le milizie integraliste, guidate dal patriarca Teofilo, avevano distrutto il simbolo della tradizione religiosa pagana, il Serapeo. Come scrisse allora Eunapio: «Stringendo d’assedio i luoghi sacri, accanendosi rabbiosamente sulle sante pietre e sui simulacri di marmo, fecero guerra alle statue, sgominandole come avversari che non potevano opporre resistenza».
Il patriarca cristiano fece anche decapitare con una scure la monumentale statua di Serapide, opera di Briasside. Come ha scritto Edward Gibbon nella sua Decadenza e caduta dell’impero romano : «Si tratta di eccessi che sarebbe ingiusto imputare alla religione di per sé; ma è bene lavare dall’accusa di ignoranza i poveri arabi, le cui traduzioni ci hanno conservato le meraviglie della filosofia, della medicina e delle scienze greche, e le cui opere fendevano coi loro raggi splendenti le brume ostinate dell’età feudale ».


L’aggressione a un museo pretende di annullare la storia Si distrugge un’opera d’arte perché se ne riconosce la forza. Chi devasta un’idolatria ne produce un’altra
Salvatore Settis

È L’ANNO 2061, sulla piazza c’è una lunga coda. Avanza, disciplinata. A due, a tre per volta si fermano davanti alla Gioconda appoggiata al muro, sputano sul quadro e se ne vanno. «Perché lo facciamo?», chiede Tom, un ragazzo. Gli risponde Grigsby: «Ha a che fare con l’odio. Odio per qualsiasi cosa che appartenga al passato. Come siamo arrivati a queste città in rovina, strade a pezzi per le bombe, campi di grano radioattivi, le case distrutte, gli uomini nelle caverne? Dobbiamo odiare il mondo che ci ha portato fin qui. Non ci resta più nulla, se non fare festa distruggendo».
Così un racconto ambientato in un’America post-apocalittica, scritto nel 1952 da Ray Bradbury, lo stesso che poco dopo avrebbe pubblicato Fahrenheit 451 , dove leggere un libro è reato. Ma la storia non conferma queste fantasie. L’iconoclastia bizantina del sec. VIII-IX, quella protestante del Cinquecento, l’abbattimento delle statue di Mussolini, di Stalin, di Saddam Hussein non sono mai la negazione in toto del passato, ma la scelta rituale di distruggere qualcosa per esaltare qualcos’altro (la purezza della fede, il trionfo della democrazia…).
L’aggressione al museo di Mosul e ai reperti delle civiltà millenarie del Vicino Oriente antico si presenta come un gesto infinitamente più radicale, che pretende di annullare la storia in nome di un Islam originario e senza immagini, di un Corano che ricrea la storia, e prima del quale non c’è nulla. Ma il Corano conosce Abramo (Ibrahim) e lo considera un profeta; Maometto è sì un nuovo inizio, ma in una linea che assimila e onora i profeti del passato (inclusi San Giovanni Battista e Gesù). La lotta contro l’idolatria, che affratella le religioni del Libro (ebraismo, Islam, cristianesimo) ha avuto accessi di febbre iconofobica, ma non è stata mai, in nessuna di esse, dottrina universale.
Annientare la memoria di Ninive non può esser spacciato come un gesto polemico contro l’odiato Occidente, a cui pure si devono scavi, decifrazioni, scoperte. Dalla Mesopotamia non vengono solo dati di civiltà che hanno poi trovato posto nelle culture mediterranee e in Europa. Vengono, per l’Europa e per il mondo (compreso l’Islam), pensieri, riflessioni, osservazioni che hanno fondato la carta del cielo, i nomi e la forma di costellazioni e segni dello zodiaco; vengono nozioni mediche e scientifiche, invenzioni mitiche e letterarie, l’agricoltura e la città. Vengono esperienze storiche che hanno creato linguaggi e formule della regalità, ma anche impulsi alla convivenza fra popoli e civiltà diverse.
È questo il caso del mirabile cilindro cuneiforme di Ciro il Grande (539-38 a. C.), dove il re persiano proclama la propria gloria in nome della tolleranza. «Io sono Ciro, re dell’universo, re di Babilonia: il mio enorme esercito l’ha conquistata, ma il suo popolo non deve temere, lenirò la sua sofferenza. Salverò le loro vite e i loro templi, le statue dei loro dèi saranno intatte, e quelle che sono state allontanate verranno restituite ai templi che loro spettano, ricostruirò le mura e le porte ».
In Mesopotamia come in Europa, nessun territorio è mai stato di un solo popolo né di una sola religione: la sovrapposizione, la mescolanza, il contrasto nella convivenza hanno costantemente arricchito le nostre città, le nostre letterature, il nostro patrimonio di immagini e di parole, la nostra anima.
Programmaticamente barbarica, la furia iconoclasta che si è scatenata a Mosul è però anche profondamente contraddittoria. Distrugge immagini di antiche divinità e sovrani, ma lo fa sotto gli occhi delle telecamere. Devasta spietetamente, ma su un palcoscenico, e per produrre nuove immagini, i filmati diffusi all’istante allo scopo di mostrare i muscoli e ricattare il mondo. Accusa di idolatria un museo archeologico, ma dissemina dappertutto l’auto-idolatria di chi si fa filmare mentre devasta; e si fa filmare per essere visto, perché la propria immagine che distrugge altre immagini diventi una nuova icona.
Alla pretesa idolatria degli antichi l’Is sostituisce un’idolatria più vera e più palpabile, l’iconizzazione di sé; e mentre maledice le immagini altrui, produce, alimenta e promuove le proprie. Distrugge le immagini perché ne riconosce la forza, e dunque la imita. È la nemesi della storia: come quando, subito dopo l’11 settembre 2001, il mullah Muhammad Omar, capo dei taliban afghani, paragonò l’America a Polifemo, «un gigante accecato da un nemico a cui non sa dare un nome», da un Nessuno. L’arcinemico della cultura occidentale, l’iconofobo distruttore dei Buddha di Bamiyan, paragonava se stesso a Ulisse che acceca Polifemo. Stava, dunque, citando Omero.

Perché il bassorilievo di un toro antropomorfo del primo millennio assiro fa paura al califfato?

 Domenico Quirico, “La Stampa”,  27 febbraio 2015

Perché statue della meravigliosa arenaria di Mosul spaventano lo stato islamico, occupano i suoi sgherri come i bombardamenti americani: tanto che li fanno a pezzi, si accaniscono sudando nella polvere, li gettano al suolo sbriciolati come se fossero nemici armati o ribelli? Perché la Storia è il principale avversario dello stato totalitario, di ogni Stato totalitario: come gli uomini, più degli uomini. Per il califfato c’è, infatti, una Storia impura come ci sono uomini impuri: ed è tutto quello che è esistito prima della linea tracciata sul passato, il nostro e il loro. Le pietre, le statue, i templi parlano. Tutti li possono leggere. Parlano più dei sermoni e dei discorsi: sono lì, esistono per smentire chi vuole semplificare, annullare, maledire: chi esige un passato senza sfumature periodi svolte. Allora bisogna ucciderle, quelle pietre, polverizzarla per affermare che la Storia è stata scritta di nuovo e definitivamente. Altrimenti l’impalcatura della finzione cade, l’avvento islamista diventa arbitrario, incerto, una parentesi che finirà, prima o poi. Per questo in Iraq, come prima in Afghanistan, e poi per i libri e le tombe di Timbuctu, la storia e l’archeologia sono diventate ostaggi e vittime: come gli uomini, anche loro sono finite nella lista di ciò che contamina la società perfetta. Che è solo quella omologata da questa sterminata ubriacatura di fanatismo che, come la peste, marcia dall’oriente verso occidente. Hanno scelto male il luogo del loro primo califfato, gli uomini di Daesh: hanno scelto proprio la terra tra i due fiumi dove la Storia è nata, si è composta e scomposta mille volte, ha cancellato imperi e città, invasori e vittime nutrendosi delle pietre dove passavano il vento e la sabbia, ne ha consumato le brevi glorie per trasformarsi e costruire di nuovo. Continuamente. Intarsiata come le opere della partica Hatra, ieri distrutte, di innumerevoli vibrazioni interne. Altre civiltà, altri mondi, altri uomini. Per secoli, qui, sul ciglio del deserto e delle montagne dove si annidavano i nomadi, gli invasori, affacciata sul verde come sul mare, la civiltà ha ordito il tempo mai omogeneo dell’uomo. Dietro, il deserto; come riserva inesauribile di fame di sete di morte. In mezzo il fiume con le città, la scrittura, i templi di dei sempre diversi, le palme, i canali per l’irrigazione, la vita. E poi il verde dell’altra riva e poi, subito dopo, come un bastione, l’altro deserto, quello degli arabi invasori. Senza questo spazio fisico non si può leggere ciò che nei millenni è stato costruito, ricostruito, copiato. Gli scalpellini assiri rinettavano i blocchi di materia non ancora incompiuti. Sembra di udire il suono argentino di quei colpi minuti levarsi nell’aria come il frullare delle ali di uccelli. I raggi del sole come zagaglie sembrano scheggiare ancora la pietra arrostita dolcemente, cotta e ricotta e poi mielata. Quei raggi sembrano ancora sfiorare, dopo secoli, la materia di quei tori giganteschi che, all’ingresso del Palazzo, scandivano magiche formule di buona fortuna e di benevolenza degli dei. Erano divinità crudeli, spietatamente immanenti sugli uomini come il dio che, illecitamente arruolato, muove il trapano iconoclasta di questi lanzichenecchi che credono di essere santi. Ancora, come per le infami esecuzioni degli ostaggi, non siamo noi i destinatari di questi delitti. Sono gli altri musulmani. Sono loro che devono imparare il brusco messaggio: la Storia non esiste più, è iniziata la Storia nuova, assoluta e unica, che è quella dello Stato islamista. Forse i fanatici possono cacciare e uccidere tutti i cristiani, gli alauiti, gli yazidi, i musulmani tiepidi. Ma la Storia è troppo grande per essere uccisa. Ogni qualvolta, grattando la terra come accade in Siria e in Iraq, spunta un frammento di argilla o di arenaria, grida la irrevocabile complessità del Tempo dell’uomo.

Quell’odio cieco che vuole cancellare anche la Storia, di Adriano Sofri, La Repubblica”,  27 febbraio 2015 ECCO i nuovi cinque minuti di video che i vanitosi farabutti del sedicente Stato Islamico hanno messo in rete: mostrano la fatica meticolosa con cui distruggono a colpi di mazza e rifiniture di martello pneumatico e trapano le sculture custodite in un museo di Mosul. Pezzi sumeri, assiri, babilonesi. I teppisti non hanno uniformi, sono dilettanti radunati per la buona azione comune, in camicioni bianchi o in tute nere, o in borghese maglietta e pantaloni. Si sono divisi il lavoro: alcuni spaccano e sbriciolano, altri riprendono e fotografano. Addestrati a farlo con gli umani inermi, sanno ripeterlo con le statue sacrilegamente umane e altrettanto inermi: non trovano colli cedevoli alle lame, dunque le decapitano, dopo averle atterrate, a colpi di mazza. Hanno montato accanto, nello stesso video, la vecchia veduta del primo ritrovamento ottocentesco della Porta dedicata al dio Nergal, col filmato della distruzione di una delle due statue colossali raffiguranti un toro alato dalla testa umana, che decoravano il portale cerimoniale di accesso alla città più grande e splendida del suo tempo, 2.800 anni fa, la Ninive assira di Sennacherib e di Assurbanipal. I musei, come questo di Mosul, e le biblioteche, come quella centrale di Mosul preziosa di 100 mila volumi e ottomila manoscritti antichi, dalla quale gli stessi energumeni hanno tratto i libri con cui celebrare il loro rogo a cielo aperto, sono fatti per ricordare la gloria che passò: i monumenti che uomini costruirono e fecero costruire perché sopravvivessero loro, e la rovina che avrebbe coperto umani e monumenti, fino a che le generazioni a venire le riportassero alla luce. L’Iraq ha dodicimila siti archeologici di rango, il territorio occupato dall’Is ne ha 1.800. Una delle sue prime imprese fu la distruzione della moschea-mausoleo del profeta Giona. L’abbiamo fatto anche noi, qualcuno ammonirà, abbiamo decapitato il re di Francia e le statue dei re di Notre Dame. Ma questi non sono repubblicani, e decapitano ad altezza d’uomo e di donna qualunque. Dopo gli stati canaglia, le canaglie che si fanno Stato. Questi teppisti del Califfato, fieri di barbe e ciabatte, fingono di vendicare un loro Dio oltraggiato da figure di umani e di animali, ma sono compiaciuti di odiare il passato e di vivere nel presente immutabile del loro profeta. Non vogliono restaurare un’epoca insidiata e profanata dalla modernità: stanno in un loro tempo istantaneo e sospeso che non ha bisogno di durata e lecca la mano della morte. Sono emuli della creazione dal nulla all’altro capo della cosa: l’annientamento di tutto ciò che è stato lentamente costruito e sedimentato. Ammazzano, umani di carne e ossa e umani di pietra, e aspettano, ubriachi di sé, d’essere ammazzati. La storia, grandiosa com’è stata, non era meno crudele, e Sennacherib fece incidere a perpetua memoria: «Gli abitanti di Babilonia, giovani e vecchi, io non li risparmiai, e dei loro cadaveri riempii le strade della città». Teneva alla memoria, lo incideva nella pietra. Anche lui, il grande signore, non calcolò abbastanza il suo tempo, e quando i figli lo uccisero le grandi sculture della porta di Nergal restarono non finite nei dettagli, e le hanno finite ora gli imbestialiti dell’Is. Questi bruciano il tempo, si fanno il selfie appena prima della macelleria di ostaggi, della strage suicida. La domanda è: quanto dureranno ancora? Quanto ancora il resto del mondo, il mondo dei premurosi scavi archeologici, di musei, delle biblioteche, della cura del passato e della nostalgia di futuro, starà a guardare i loro video?

Lascia un commento

Archiviato in Arte, Attualità culturale, Storia

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...