Laudatores temporis acti

Il passato, a ricordarsene, è più bello del presente, come il futuro a immaginarlo. [1522] Perchè? Perchè il solo presente ha la sua vera forma nella concezione umana; è la sola immagine del vero: e tutto il vero è brutto. G. Leopardi, Zibaldone, 18 Agosto 1821

Gabriele Romagnoli, L’inutile fatica di migliorare il passato invece del futuro, “Repubblica”, 19 gennaio 2015

IL DECLINISMO è un’ideologia diffusa, una delle ultime. Contrariamente a quel che pensano i suoi detrattori, pur avendo a che fare con la nostalgia e la presbiopia, non è una malattia senile: può colpire a qualunque stadio della vita, giacché anche un trentenne può convincersi che l’età dell’oro sia già trascorsa, il grande avvenire dietro le spalle, oggi sia peggiore di ieri e non meglio di domani. Non si tratta di pessimismo: quello richiede argomenti, analisi, proiezioni. È piuttosto una sensazione che si consolida attraverso un borbottio di massa, priva di logica al punto da generare l’affermazione: stavamo meglio quando stavamo peggio. Un’illusione, neppure ottica, proveniente da un’occhiata distratta nel retrovisore: guarda che cosa ci lasciamo oltre la curva. Che cosa? Mah, da qua non si vede più, e comunque era splendido. Più che di sfiducia nel futuro, si tratta di fiducia ex post nel passato: per dare un senso a quel che è stato, giustificare un percorso, una speranza sfiorita. C’è chi rivaluta storicamente la lira (moneta con cui facevamo i pezzenti in tutta Europa), chi rimpiange la coppa dei campioni (sbagliavi la prima con l’Anderlecht ed eri fuori) e perfino chi, alla vigilia della battaglia per il Quirinale, invoca i soavi democristiani (ma te lo ricordi bene Cossiga?).
Quando vivevo al Cairo e ne constatavo quotidianamente l’inarrestabile decadenza, capitava di parlare con qualcuno del luogo che scuoteva la testa: «Eh, avresti dovuto vederla vent’anni fa». Poi dicevi a un altro: «Certo che oggi la città è malmessa, ma vent’anni fa doveva essere diversa…». E quello: «Vent’anni fa era così, identica. Trent’anni fa sì che era un’altra storia!». Di lì ancora indietro, a balzi di decenni, fino a una gloria supposta, le cui testimonianze non risiedevano in memoria alcuna, ma in papiri tarlati dal tempo.
Nel testo della canzone Sunscreen (in origine un discorso per una cerimonia di laurea) si sostiene: «Accetta alcune verità indiscutibili: i prezzi aumenteranno, i politici faranno i donnaioli, anche tu invecchierai. E quando accadrà ti convincerai che quand’eri giovane i prezzi fossero ragionevoli, i politici integerrimi e i giovani rispettassero i vecchi». Il declinismo non è altro che un ritornello, la strofa centrale di un tormentone estivo, di quelli che ripetono all’infinito una serie di luoghi comuni divenuti incontestabili per pigrizia mentale condivisa: il primo amore è indimenticabile, la gioventù è la parte più felice della vita e non ci sono più gli attori di una volta. Il tempo che passa offende il nostro corpo costringendoci a tagliandi, riparazioni, sostituzioni. Anche la nostra mente riallinea, reinterpreta, resetta. Il malessere individuale diventa universale. Allo stato del fegato si fa corrispondere quello dell’Occidente: vent’anni fa bevevamo allegramente e la libertà non era minacciata. Davvero? Beh, no: vent’anni fa era uguale, ma trent’anni fa, allora sì che era diverso. I prezzi non sono mai stati bassi, i politici (con rare eccezioni) mai integerrimi, c’è sempre stato qualcuno che voleva prendersi la libertà altrui, in nome e per conto di qualche idea più o meno bizzarra o profana e al varco del tempo sono sempre state in agguato cirrosi e altri inconvenienti. Eppure tre quarti di noi sono declinisti ortodossi: sicuri che ci sia stato un meglio. È una forma di resa, totale e deleteria. Un’anestesia generalizzata a cui sono stati sottoposti per ipnosi, battage propagandistico, cattive letture. È davvero tremendo smettere di darsi da fare per migliorare il futuro e impegnarsi per migliorare il passato.

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